di Arturo Di Corinto
Il Manifesto, 4 marzo 2021
Pubblicato il rapporto annuale del Dis, Aise e Aisi. Gli attacchi informatici nel 2020 sono aumentati del 20%. Pubbliche amministrazioni, Banche, Tlc e Farmaceutica tra i settori più colpiti. Gli hacktivisti sono tra i maggiori responsabili degli incidenti scoperti. Nella Relazione sulla politica dell'informazione per la sicurezza 2020 redatta dai nostri servizi segreti per il Parlamento ci sono notizie belle e brutte per l'Italia cibernetica. Nel Documento di Sicurezza Nazionale allegato alla relazione si legge che dalla data della sua entrata in funzione il 6 maggio 2020 lo Csirt italiano (il Computer Security Incident Response Team) ha gestito 3.558 incidenti informatici, 117 dei quali critici, 273 vulnerabilità gravi, e ricevuto 25.845 segnalazioni. E si tratta solo delle notifiche di aziende e pubbliche amministrazioni che l'hanno fatto volontariamente. Scenario che cambierà a breve adesso che le notifiche saranno obbligatorie per le realtà incluse nel Perimetro Nazionale di Sicurezza Cibernetica. Se lo Csirt è stato in grado di mitigare questi incidenti la consideriamo una buona notizia. Quella brutta è che le aggressioni sono aumentate complessivamente del 20%.
Ecco i dati. I soggetti pubblici attaccati, con un incremento complessivo di 10 punti rispetto al 2019, sono per il 38% amministrazioni statali, per il 48% enti regionali, provinciali e comunali (hanno subito un aumento del 30% degli attacchi), e i Ministeri titolari di funzioni critiche (+ 2% rispetto all'anno prima). Anche le banche sono state colpite 11%, (un +4 sull'anno scorso), insieme al settore farmaceutico/sanitario (+7%) e ai servizi IT (11%).
Nel rapporto non sono indicate per nome tutte le realtà attaccate ma una cosa è certa: sono diventate un bersaglio privilegiato di spie, cybercriminali e hacktivisti che hanno sfruttato la debolezza strutturale di aziende e PA italiane, approfittando della congiuntura pandemica per penetrare le loro difese anche in seguito all'aumento della cosiddetta "superficie d'attacco" ingigantita dal lavoro remoto e dall'uso di strumenti come le Vpn che non hanno garantito la protezione promessa.
Stupisce il grafico che attribuisce all'hacktivism circa il 70% degli attacchi di cui sono citati alcuni bersagli, e incuriosisce "il preponderante ricorso a tecniche di SQL Injection per violare le infrastrutture informatiche delle vittime (60% del totale)". Un tipo di tecnica usata da Anonymous nelle sue declinazioni italiane: LulzSec Italia, Anonymous Italia. Nel 32% dei casi gli attacchi hanno la finalità di gettare discredito sulle vittime.
Fra le altre tecniche di attacco si cita lo "spear-phishing" (il furto mirato di credenziali e dati personali), per inoculare nei computer bersaglio i Remote Access Trojan-RAT e acquisire il controllo remoto delle risorse compromesse. Che però è una tecnica usata da aggressori esperti e motivati, al pari degli attacchi "ransomware" che l'anno scorso hanno devastato il Made in Italy di scarpe, occhiali, bevande e agroalimentare.
La relazione dell'intelligence nostrana ha rilevato anche campagne di spionaggio: "Le più insidiose per il Sistema Paese, in termini di informazioni esfiltrate, perdita di operatività e competitività, nonché dispendio di risorse economiche per la loro mitigazione". Avrebbero colpito aziende di Telecomunicazione e l'industria del petrolio. Una citazione ad hoc poi è riservata alla società texana SolarWinds, per il potenziale impatto che la scoperta delle backdoor nel suo software Orion può aver causato su reti e sistemi nazionali.
Ah, le altre due buone notizie sono che per fine anno dovremmo avere il centro di ricerca e sviluppo per la cybersecurity chiesto dal Parlamento e l'adesione alla proposta di sanzioni per gli autori di attacchi informatici riconosciuti come una minaccia esterna alla sicurezza nazionale.
di Judith Sunderland
hrw.org, 4 marzo 2021
L'impegno dei governi UE può alleviare la crisi nelle rotte migratorie mortali. Mentre la pandemia assorbe tutta l'attenzione dell'Europa, nel Mediterraneo centrale la lotta per la sopravvivenza continua. Dall'inizio del 2021, almeno 185 persone sono morte nelle acque tra il nord Africa e l'Italia. Le politiche italiane e dell'Unione Europea (UE) stanno costando vite in mare, e condannano molte altre persone all'agonia in Libia.
Il Mediterraneo centrale è stato a lungo la rotta migratoria più letale del mondo, con oltre 17.400 vite perse tra il 2014 e il 2020. Il mese scorso, il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha rilevato che l'Italia non ha risposto a una barca in difficoltà nel 2013, causando la morte di almeno 200 persone, tra cui 60 minori. Mentre l'Italia ha avuto una responsabilità diretta in quel caso, è l'UE nel suo complesso ad essere responsabile dell'enorme numero di morti in mare.
Le istituzioni e gli stati dell'UE hanno progressivamente abdicato alla responsabilità della ricerca e del salvataggio nel Mediterraneo centrale. La missione navale dell'UE pattuglia deliberatamente lontano dalle aree in cui potrebbe incontrare barche in difficoltà. Le organizzazioni di soccorso non governative che cercano di colmare il vuoto subiscono campagne diffamatorie, ostacoli amministrativi e persino procedimenti giudiziari. L'Italia, Malta e l'agenzia di frontiera dell'UE, Frontex, sembrano più interessate ad aiutare le forze libiche a intercettare le barche di migranti che a garantire salvataggi tempestivi e il loro sbarco in un porto sicuro.
Negli ultimi due mesi, la guardia costiera libica ha intercettato almeno 3.700 persone e le ha riportate in Libia, dove vanno incontro alla detenzione arbitraria a tempo indeterminato e al rischio concreto di violenze sessuali, tortura, lavoro forzato ed estorsioni. Il numero è significativamente più alto di quelli ripresi durante lo stesso periodo nel 2020. Tutti concordano sul fatto che la Libia non sia un luogo sicuro, ma questo non ha impedito all'UE di fornire denaro e supporto tecnico alle unità abusive della guardia costiera che sono nominalmente sotto le autorità della Libia occidentale. Negli ultimi cinque anni, questo sostegno ha permesso alle forze libiche di intercettare e riportare in Libia oltre 66.000 persone. Questo ciclo di morte e sofferenza può essere evitato. La Commissione europea e i paesi dell'UE dovrebbero garantire una solida capacità di ricerca e salvataggio dei governi dell'UE nel Mediterraneo e sostenere, anziché ostacolare, altri sforzi di salvataggio. Dovrebbero anche promulgare accordi di cooperazione internazionale per ridurre al minimo il numero di persone riportate in Libia, ed evacuare un maggior numero di persone direttamente dalla Libia per evitare che queste tentino un viaggio possibilmente mortale. Alla fine, il modo migliore per salvare delle vite è quello di espandere i canali sicuri e legali per i rifugiati e gli altri migranti.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 4 marzo 2021
Dopo il voto dell'Assemblea nazionale del 24 novembre, inizia oggi al Senato francese la discussione sulla cosiddetta "legge sulla sicurezza globale" che secondo Amnesty International presenta numerosi elementi di preoccupazione riguardo ai diritti alla riservatezza, alla libertà di espressione e di manifestazione pacifica.
Nel dettaglio, l'attuale proposta di legge prevede all'articolo 21 l'aumento delle telecamere "dal basso" e all'articolo 22 l'uso pressoché illimitato dei droni salvo che all'interno delle abitazioni e la possibilità per le forze di polizia di accedere alle immagini in tempo reale. Queste disposizioni, insieme alla circostanza che il testo non vieta espressamente l'uso di immagini rilevate attraverso il riconoscimento facciale, trasformerebbero la Francia in un luogo distopico basato sulla sorveglianza di massa.
Un articolo molto preoccupante è il 24. Stabilisce fino a un anno di carcere e una multa di 45.000 euro per la diffusione di immagini in cui agenti di polizia o gendarmi siano identificabili e l'intenzione sia quella di minacciare la loro "integrità fisica", una nozione vaga che potrebbe impedire ai giornalisti e ai cittadini di riprendere comportamenti meritevoli di accertamento giudiziario: come nel caso del produttore musicale Michel Zecler, picchiato da agenti di polizia che, in assenza di immagini come quelle mostrate nella foto di apertura, non avrebbero potuto essere chiamati a rispondere del loro operato. Due giorni fa la commissione del Senato incaricata di presentare emendamenti alla proposta di legge ha raccomandato di emendare l'articolo, introducendo il reato di incitamento a identificare agenti di polizia o gendarmi, sempre con l'obiettivo di minacciare la loro "integrità fisica" e anche psicologica, persino se le immagini non vengano diffuse.
L'Osservatore Romano, 4 marzo 2021
Dieci anni dopo lo scoppio delle violenze armate in Siria, decine di migliaia di civili risultano ancora "scomparsi", moltissimi dei quali uccisi, dopo essere stati detenuti in maniera arbitraria sin dal 2011. È quanto emerge da una dettagliata relazione preparata da inquirenti internazionali incaricati dall'Onu di far luce sulle violazioni umanitarie nel conflitto siriano.
Secondo lo studio, diffuso nelle ultime ore ai media e che cerca di far luce su presunti crimini contro l'umanità commessi da tutte le parti coinvolte nel conflitto siriano, migliaia di altre persone sono state torturate o uccise in diverse carceri siriane. Vittime e testimoni hanno descritto agli inquirenti "sofferenze inimmaginabili", compreso lo stupro di ragazze e ragazzi minorenni.
Secondo la relazione, prodotta dagli investigatori della Commissione internazionale indipendente di inchiesta sulla Siria, formata nel 2011 su mandato del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, questi crimini costituiscono ormai "un trauma nazionale, che prima o poi dovrà essere affrontato" se il Paese vuole arrivare alla pace e alla stabilità sociale. Va ricordato che in dieci anni di guerra, si stima che in Siria siano morte dalle 380mila alle 500mila persone, mentre circa metà dei 20 milioni di abitanti del 2011 hanno dovuto abbandonare le loro case come sfollati interni o profughi nei paesi all'estero.
La relazione delle Nazioni Unite si basa su oltre 2.650 interviste e indagini in più di 100 strutture di detenzione e prigionia in varie parti della Siria. Lo studio documenta violazioni da parte di quasi tutte le parti in guerra: forze governative e ribelli.
"La detenzione arbitraria da parte delle forze governative di oppositori politici, giornalisti, attivisti per i diritti umani e manifestanti è stata un fattore scatenante del conflitto", ha detto il presidente della commissione, Paulo Pinheiro. "Gruppi armati e organizzazioni indicate dall'Onu come terroriste, come Hayat Tahrir ash-Sham (Hts) e il sedicente stato islamico (Is), hanno in seguito cominciato a privare le persone della loro libertà, commettendo atroci violazioni contro di loro".
La commissione d'inchiesta non è finora riuscita a indicare il numero esatto di prigionieri civili uccisi durante la loro detenzione nelle carceri siriane. Ma stime "prudenti" citate nella relazione parlano di "decine di migliaia di persone uccise durante la prigionia". Moltissime vittime sono state sepolte in fosse comuni, tra cui alcune alla periferia di Damasco.
La cronaca quotidiana, intanto, conferma la drammaticità della situazione. Ieri un operatore di Medici senza frontiere (Msf) è stato ucciso e altri tre sono rimasti feriti nel campo profughi di al-Hol, nel nordest della Siria. "I due separati e tragici incidenti sono una dimostrazione delle condizioni di vita non sicure nel campo" si legge in una nota di Msf, che esprime "profonda preoccupazione per l'insicurezza che devono affrontare i residenti del campo, due terzi dei quali sono bambini".
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 4 marzo 2021
Netanyahu: "giudici dell'Aia antisemiti". Il Procuratore Fatou Bensouda ha spiegato che saranno analizzati crimini che si suppone siano stati commessi dal 13 giugno del 2014, in particolare a Gaza. Sotto inchiesta ci sarà anche Hamas per i lanci di razzi sui civili israeliani. È incontenibile la rabbia di Israele per la decisione del Procuratore Fatou Bensouda, della Corte penale internazionale (Cpi) dell'Aia, di aprire un'inchiesta formale per crimini di guerra nei Territori palestinesi occupati dalle truppe israeliane quasi 54 anni fa.
Il premier Netanyahu è arrivato al punto da accusare la Cpi di aver "adottato una decisione che è l'essenza dell'antisemitismo". Dure anche le dichiarazioni rilasciate dal capo dello stato Rivlin e dal ministro degli esteri Gabi Ashkenazi, un ex generale e capo di stato maggiore. Ashkenazi ha parlato di "un atto di bancarotta morale e legale", quindi ha avvertito che Israele "intraprenderà ogni passo necessario per proteggere i suoi cittadini e soldati" e chiederà il sostegno di altri Stati per fermare il procedimento avviato da Bensouda.
La Cpi era già stata sanzionata da Donald Trump. E pressioni su di essa sono in corso da quando i giudici dell'Aia, il mese scorso, su richiesta del Procuratore avevano confermato la competenza giuridica della Cpi - alla quale Israele non ha mai aderito e di cui invece dal 2015 fa parte la Palestina - nei Territori occupati di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme. Ma non sono servite a congelare almeno di un anno l'avvio ufficiale dell'indagine. A fine 2021 avrà termine il mandato di Bensouda durato nove anni e Israele, secondo alcuni giornali, ritiene che il suo sostituto, l'avvocato britannico Karim Khan, avrà una linea meno rigorosa rispetto a quella del procuratore in carica. Il rispetto dei tempi previsti da parte di Bensouda complica il quadro per Israele. Con l'inchiesta già avviata, per Khan sarà più difficile frenarla, ammesso che il futuro Procuratore intenda davvero farlo.
Fatou Bensouda ha spiegato che saranno analizzati crimini che si suppone siano stati commessi dal 13 giugno del 2014. "Le sfide operative che dovremo affrontare - ha sottolineato - a causa della pandemia, delle risorse limitate di cui disponiamo e del nostro pesante carico di lavoro attuale non possono impedirci di adempiere alle responsabilità che lo Statuto di Roma attribuisce all'Ufficio". Ci sono "basi ragionevoli", ha proseguito, per ritenere che siano stati commessi crimini di guerra dalle forze armate israeliane ma anche dal movimento islamico Hamas e da varie fazioni armate palestinesi durante l'offensiva Margine Protettivo, la guerra del 2014 a Gaza. In quelle settimane furono uccisi dai bombardamenti circa 2300 palestinesi (in buona parte civili, tra 551 bambini), feriti altri 11mila e distrutte o danneggiate decine di migliaia di abitazioni. Israele ricorda le decine di morti causate dai razzi lanciati da Hamas sulle sue città e nega di aver preso di mira intenzionalmente i civili palestinesi. Bensouda dovrebbe concentrarsi anche sulle colonie costruite da Israele in Cisgiordania e a Gerusalemme Est dal 1967 in poi e sulla politica di insediamento di popolazione civile israeliana nei territori palestinesi in violazione della Convenzione di Ginevra.
I palestinesi applaudono alla mossa della Cpi. "È un passo lungamente atteso - ha commentato il ministero degli esteri dell'Anp a Ramallah - funzionale alla incessante ricerca palestinese di giustizia e responsabilità, pilastri indispensabili della pace che il popolo palestinese cerca e che merita". Si dice soddisfatto anche il movimento Hamas che pure sarà indagato per crimini contro i civili israeliani. "È un passo avanti sulla via del raggiungimento della giustizia", ha commentato un suo portavoce a Gaza. "La nostra resistenza - ha affermato - è legittima e si tratta di difendere il nostro popolo. Tutte le leggi internazionali approvano la resistenza legittima".
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 4 marzo 2021
Due attentati separati, quasi alla stessa ora, sono costati la vita alle tre ventenni, mentre una quarta è rimasta ferita: la polizia ha arrestato il presunto omicida, ma i talebani negano ogni addebito. Sono oltre 30 i giornalisti uccisi dal 2018. Si chiamano Mursal Hakimi, di 25 anni, Sadia, 20, e Shanaz, 20: tutte e tre assassinate perché giornaliste donne. Non è affatto la prima volta in Afghanistan. Da sempre i talebani, Isis, e comunque le forze legate all'universo jihadista, prendono di mira la stampa, con particolare accanimento contro le donne. Ma nell'ultimo anno la campagna di intimidazione violenta si è fatta ancora più pressante e crudele. Questa volta l'assassinio in serie è stato pianificato con particolare attenzione. I sicari intendevano lanciare un messaggio preciso e diretto: non vogliamo giornalisti, soprattutto non vogliamo giornaliste donne. Le foto delle tre vittime le mostrano riverse sul selciato, completamente coperte dal burka, rivoli di sangue arrossano il velo e l'asfalto. Neppure da morte si possono vedere i loro volti.
Sono state uccise in due attentati separati quasi alla stessa ora. Sono state colpite da proiettili di pistole munite di silenziatore. È avvenuto a Jalalabad, a est di Kabul, nel cuore delle regioni pashtun, dove si transita per raggiungere il passo Kiber e le regioni tribali pachistane. Qui una volta dominavano le roccaforti di Al Qaeda. Le tre donne lavoravano per la radio e televisione locale Enikass e avevano il compito di tradurre i programmi stranieri. Dunque, agli occhi dei loro nemici avevano una colpa particolare: si facevano portavoce dell'invasione occidentale.
Una quarta donna è rimasta ferita e al momento si trova ricoverata nell'ospedale locale. I media afghani ricordano che soltanto tre mesi fa era stata uccisa con le stesse modalità la giornalista 26enne Malalai Maiwand. Isis aveva rivendicato la responsabilità allora. Cosa che non ha fatto adesso. Il capo della polizia della provincia di Nangarhar, il generale Juma Gul Hemat, sostiene per contro che è stato catturato uno degli assassini, che sarebbe un talebano. Ma i portavoce talebani negano ogni addebito. La tensione in ogni caso cresce.
L'ex presidente americano Donald Trump aveva raggiunto l'accordo di pace con i talebani nel febbraio 2020, per cui si impegnava a ritirare il contingente Usa entro il primo maggio di quest'anno. I talebani si sentivano vincenti, avevano quindi intensificato le loro operazioni in tutto il Paese. Di recente la nuova amministrazione Biden sta invece valutando di rivedere quegli accordi e comunque di ritardare il ritiro delle truppe. Da qui la ripresa della guerriglia e degli omicidi mirati. Ma la guerra ai media è di lunga data nel Paese. Secondo un recente rapporto Onu, sono più di una trentina i reporter uccisi dal 2018, di cui almeno una decina negli ultimi sette mesi. Isis ha inoltre rivendicato la paternità del raid contro il campus nell'università di Kabul che in novembre ha causato la morte di una ventina tra professori e studenti.
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 4 marzo 2021
La giornata peggiore dall'inizio della protesta per la democrazia. Scioperano anche i giornalisti. E all'Onu il nuovo ambasciatore rifiuta l'incarico. Ma stavolta non è più un affare interno: l'Asean inizia a muoversi. La terza giornata di protesta dopo la domenica di sangue del 28 febbraio si trasforma, nel pomeriggio di ieri, in un mercoledì di sangue che supera per numeri quella maledetta bloody sunday. Così che quei numeri che rimbalzano per tutta la giornata - otto, nove, ventidue - salgono, dicono le nostre fonti, ad almeno 24 vittime accertate. In serata diventano - scrive il quotidiano birmano Irrawaddy - 28, per la Bbc 38.
Ma, ci dicono ancora, potrebbe essere un bilancio molto per difetto. Non potendo confermare il numero dei morti la macabra aritmetica si ferma ma fa intanto lievitare a oltre 60 le vittime a un mese dal colpo di stato del primo febbraio. Una tattica stragista. L'epicentro delle violenze di ieri si accende nel Nord Okkalapa (Myauk Okkalapa) - quartiere orientale di Yangon - che vede scontri per tutta la giornata fino che attorno alle 5 e mezzo del pomeriggio parte il fuoco con armi automatiche, finora sembra mai usate. È una mattanza: Voice of Myanmar conta 13 vittime e almeno una cinquantina di feriti.
Incidenti sono segnalati un po' ovunque nell'ex capitale: nella downtown, al Railway Bridge, a Kyoegone (Insein) a ancora a Tamwe, residenza del presidente in carcere Win Myant. Ma tutto il Paese brucia: Monywa, Mandalay, Myingyan, Magway, Myawaddy (c'è chi fa notare questa ricorrenza della M riconducibile a qualche disegno esoterico, un'ossessione di Tatmadaw, l'esercito birmano).
La protesta però continua: ieri, beffa delle beffe, a incrociare le braccia sono oltre cento lavoratori dei giornali - tra cui il Global New Light of Myanmar in inglese - e dell'agenzia stampa di Stato Myanmar News Agency. Succede mentre il vice ambasciatore del Myanmar all'Onu, U Tin Maung Naing, si è dimesso dopo che il regime militare gli aveva imposto di sostituire il suo numero 1, U Kyaw Moe Tun, dimissionato dalla giunta per un discorso contro il golpe al Palazzo di Vetro mentre alzava le tre dita, simbolo della protesta.
I generali birmani non sembrano comunque aver ascoltato i moniti, seppur blandi, appena arrivati dall'Asean, l'associazione regionale di 10 Stati del Sudest di cui il Myanmar fa parte. Il comunicato congiunto del 2 marzo, nel politichese più diplomatico possibile, non diceva praticamente nulla ma singole dichiarazioni di diversi ministri dopo la riunione virtuale di ieri confermavano invece che l'Asean, se non proprio con una sola voce, chiede ai militari non solo di limitare l'uso della forza ma di liberare i leader politici imprigionati e ripristinare lo status quo.
Equilibrismo politico: un comunicato sbiadito ma singole prese di posizione dure; singole ma avallate dal summit tra capi della diplomazia come escamotage per chiarire che questa volta il golpe non è solo un "affare interno". Niente sanzioni e niente espulsione, forse una missione di mediazione ma comunque il sostegno all'inviato Onu.
Il più esplicito, a sorpresa, è Vivian Balakrishnan, a capo della diplomazia - solitamente cauta - di Singapore: fermare subito la violenza e ricerca immediata di un compromesso negoziato...per "una soluzione politica pacifica a lungo termine che includa un ritorno al percorso democratico": il sollecito forte è al "rilascio immediato del presidente Win Myint, di Aung San Suu Kyi e degli altri detenuti politici", con la specifica chiarissima che la Città Stato "sostiene fermamente la visita dell'inviato speciale Onu in Myanmar" che Naypyidaw deve facilitare "il prima possibile".
Sorpresa anche per le Filippine che, dopo aver inizialmente bollato il dossier birmano come affare interno, alla vigilia del summit cambiano rotta: il ministro Teodoro Locsin ha detto che la politica di non ingerenza negli affari interni dei membri "non è un'approvazione globale o un tacito consenso per compiere torti" e che Manila chiede il rilascio immediato di Aung San Suu Kyi e un "completo ritorno" allo "stato di cose preesistente". Si associa Giacarta anche se con parole più prudenti. Se il comunicato all'acqua di rose salva chi non si vuole esporre (Laos, Vietnam e Cambogia, regimi a partito unico) e i più prudenti - Malaysia e soprattutto Thailandia - il messaggio ai generali ora è chiaro. Ma per ora le verdi uniformi birmane sembrano non volerlo ascoltare.
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 3 marzo 2021
Tre giorni terribili quasi un anno fa. Tra il 7 e il 9 marzo scoppiò la rivolta in oltre venti carceri italiane. Tre giorni drammatici, che provocarono quindici morti, in gran parte per overdose da farmaci prelevati dai detenuti nelle infermerie. Erano le prime settimane della pandemia, e il Covid-19 fu proprio la motivazione di quelle gravi proteste.
di Alberto Custodero
La Repubblica, 3 marzo 2021
Cala il contagio nel luogo simbolo dell'assembramento coatto, le prigioni. È lo strano paradosso della città di Milano sulla quale torna ad aleggiare, dopo il lockdown della primavera 2020, lo spettro della "retrocessione" in zona rossa con i 303 nuovi positivi al Coronavirus registrati nelle ultime 24 ore in città.
di Liana Milella
La Repubblica, 3 marzo 2021
La ministra della Giustizia a confronto con i capi dell'amministrazione penitenziaria. Le sue prime parole sono per i tre agenti morti a Carinola. Il Garante del Lazio e Umbria Anastasia: "Adesso si muovano le Regioni". "Come scriveva Calamandrei bisogna aver visto le carceri. E anche io, quando le ho viste, non ho dimenticato i volti, le condizioni, le storie delle persone che ho conosciuto durante le visite fatte con la Corte costituzionale".
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