di Sergio Segio e Susanna Ronconi
Il Manifesto, 3 marzo 2021
Dell'eccidio di persone detenute avvenuto nelle carceri un anno fa sono due le cose che maggiormente colpiscono: il numero senza precedenti delle vittime, 13, e la spessa coltre di silenzio immediatamente calata al riguardo; anch'essa inaudita, quanto meno nell'essere pressoché generalizzata. Eppure, proprio il drammatico numero dei morti e le voci di pestaggi di massa subito circolate avrebbero dovuto mobilitare l'attenzione almeno di una parte dei media, oltre che delle associazioni che sul carcere normalmente sono impegnate.
di Luigi Mastrodonato
Il Domani, 3 marzo 2021
Continua la pandemia nelle carceri italiane e a subirne le gravi conseguenze non sono solo i detenuti, ma anche gli agenti di polizia penitenziaria. Nelle scorse ore ha perso la vita Angelo De Pari, assistente capo nell'istituto penitenziario campano di Carinola, a causa delle complicanze legate al Covid-19. È solo l'ultimo di una triste lista che sta caratterizzando il carcere casertano nelle ultime settimane: a inizio febbraio era morto l'agente Antonio Maiello, nei giorni scorsi invece è stata la volta dell'ispettore Giuseppe Matano.
di Alessandro Parrotta
Il Dubbio, 3 marzo 2021
Sono passate poco più di due settimane da quando il neo premier Mario Draghi annunciava i nomi dei nuovi ministri, dando forma al terzo governo di questa legislatura. L'ex governatore della Bce ha scelto la costituzionalista e già presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia per guidare il ministero della Giustizia.
Ed è proprio la riforma della Giustizia - e in particolare la parte che prevede la modifica della disciplina sulla prescrizione, fortemente voluta dal precedente guardasigilli Alfonso Bonafede - il primo e vero banco di prova di questo governo. Sarà interessante vedere nei prossimi giorni come la guardasigilli deciderà di mettere mano alla norma, dovendo necessariamente scegliere una soluzione di bilanciamento non solo giuridica ma, anche, e soprattutto, politica.
Stando al brillante curriculum della neo ministra, parrebbe che la sua forma mentis faccia ben sperare in modifiche di stampo garantista che intendano superare tanto la riforma Bonafede così come originariamente ideata, quanto il correttivo disposto dal lodo Conte- bis, sul quale, però, il M5S non pare disposto ad indietreggiare.
La stessa tenuta del governo Draghi, dunque, si verificherà anche in base all'esito della votazione relativa alla riforma penale e al modo in cui Cartabia deciderà di intervenire. Al di là di mere questioni politiche, va detto che quella di Bonafede, assai criticata da molti fronti, non solo politici ma anche istituzionali, è una riforma che inserisce la modifica alla disciplina della prescrizione all'interno di un progetto, ad oggi disorganico, ma comunque ampio.
Nell'idea dell'ex ministro, il venir meno del termine prescrizionale, susseguente alla sentenza di condanna in primo grado, dovrebbe essere accompagnato da tutta una serie di modifiche al codice di rito, le quali dovrebbero accorciare notevolmente i tempi della giustizia. La ratio sottesa alla riforma, se c'è, dovrebbe essere la riduzione della durata dei processi.
Ma la realtà, allo stato, è che la norma sulla prescrizione, non accompagnata da alcun correttivo, crea tutte le condizioni per un "fine pena mai". È la prospettiva a cui verrebbero inevitabilmente sottoposti coloro che vengono condannati in primo grado - con conseguente sospensione della prescrizione - in un sistema farraginoso, burocratizzato e lento come quello italiano, in attesa del giudizio di appello e della sentenza definitiva.
Simile lentezza potrebbe venir meno grazie a tutta una serie di modifiche finalizzate ad alleggerire il carico degli uffici giudiziari come, a titolo d'esempio, un ampliamento delle maglie dell'articolo 444 c. p. p., allargando la casistica dei reati che rendono possibile accedere al rito alternativo.
Potrebbe certamente rivelarsi efficace la riduzione, o la divisione dei tempi di svolgimento delle indagini preliminari in tre fasce (6 mesi, 1 anno, 1 e 6 mesi), in relazione alla gravità del reato e non oltre. Così come sarebbe utile attribuire una vera centralità all'udienza preliminare, oggi mera agenda dei Tribunali. Tuttavia, pur volendo digerire la norma che prevede la sospensione della prescrizione, premessa una sua limatura per congruità al dettato costituzionale, è necessario che i correttivi apportati dalla riforma siano realmente efficaci in ordine a un accorciamento dei tempi della Giustizia. Più volte si è fatto presente su queste stesse pagine che solamente interventi strutturali nel settore pubblico della giustizia, che contemplino il massiccio investimento di risorse economiche, possano risolvere carenze da tempo ignorate. Nuove assunzioni, nuovi uffici, ristrutturazione delle strutture già esistenti, più magistrati, più specializzazioni: sono questi interventi auspicabili, in luogo di continue riforme che tentano di non mettere mano al portafoglio, con la conseguenza che la moneta di scambio divengono i nostri stessi diritti.
La prescrizione, è bene che si comprenda, non è un problema del nostro ordinamento, e non è la causa primigenia delle lentezze processuali. Contrariamente, è un principio di civiltà fondamentale e attualmente è l'unico pilastro che ancora regge il diritto costituzionalmente garantito a un equo processo, il quale, con il venir meno della prescrizione, verrebbe del tutto demolito, considerata la farraginosità del nostro sistema, lasciando gli imputati prigionieri del loro stesso processo.
Dello stesso avviso anche il segretario dei radicali, Maurizio Turco, il quale intende portare la questione dinanzi alla Consulta, nonché il presidente delle Camere penali Gian Domenico Caiazza, che su queste stesse pagine, commentando la proposta avanzata dall'onorevole del PD Walter Verini di una "prescrizione per fasi", definiva la riforma Bonafede come "incivile", auspicando riforme di stampo garantista e rispettose della Costituzione.
La riforma Bonafede, insomma, se venisse applicata in toto così come ideata, comporterebbe una notevole capitis deminutio delle garanzie processuali. Pensare di poter accorciare le lungaggini della giustizia tramite semplici accorciamenti dei termini procedimentali, si risolve solamente in un ulteriore affanno per le segreterie e cancellerie degli uffici giudiziari.
A nulla può essere considerato poi utile il correttivo disposto dal lodo Conte- bis, il quale, come già evidenziato da più parti, non solo risulta incostituzionale perché prevede una disparità di trattamento tra soggetti condannati e assolti in primo grado, violando la presunzione di innocenza, ma anche perché, pur volendo ammetterne la costituzionalità, risulta di difficile applicazione dal punto di vista procedurale.
Si aggiunga a ciò che, come si anticipava, la riforma Bonafede, nel sospendere/ eliminare la prescrizione, otterrebbe il paradossale effetto di rimuovere uno dei motivi più pressanti per le cancellerie e segreterie - uffici già in grave affanno per continui tagli alla spesa e per l'accorciamento dei termini procedimentali - di procedere celermente alla definizione del giudizio pena la scadenza dello stesso.
Ad ogni modo, la ministra Cartabia per ora ha guadagnato del tempo, affermando di voler discutere della questione prescrizionale nell'ambito di una riforma più ampia e organica di quella voluta dal predecessore, anche grazie all'aiuto dei partiti. Questi hanno infatti deciso in segno di sostegno e fiducia al neonato governo - e così è stato - di astenersi dal voto di quegli emendamenti presenti nel milleproroghe che contemplavano un congelamento della norma Bonafede, nell'attesa che la guardasigilli esponga un proprio progetto di riforma.
Resta dunque da attendere le proposte future, sperando che, se si ha realmente l'intenzione di mantenere l'istituto della prescrizione sospesa a tempo indeterminato, si intervenga come sopra auspicato, con modifiche rispettose dei principi costituzionali, non meramente votate al taglio di termini procedimentali.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 marzo 2021
È uno dei tre "boss" ai quali furono concessi i domiciliari, dopo il decreto "antiscarcerazioni" fu di nuovo ristretto al 41bis. Non solo ha gravi patologie legate al recente trapianto di reni, ma al 41bis vive lasciato a sé stesso ed è disorientato nel tempo e nello spazio a causa della sua demenza. Parliamo di Vincenzino Iannazzo, uno dei tre uomini al 41bis mandati in detenzione domiciliare per i loro gravi motivi di salute e con l'aggravante del Covid 19 che incombeva e incombe tuttora.
Su quelle misure si scatenò una feroce indignazione, cavalcata dai media, tanto che l'allora ministro della Giustizia Bonafede per accontentare gli umori varò un decreto che, di fatto, li fece rientrare subito dopo in carcere. Una ferocia che si scontra contro il buon senso e logica. I fatti sconfessano l'accanimento. Pasquale Zagaria, affetto da tempo da una grave neoplasia, è tornato libero per fine pena. Francesco Bonura, gravemente malato, a breve finirà la pena poiché gli mancano pochi mesi. Il terzo però è tuttora recluso al 41bis nonostante ci sia una perizia delle Consulenze tecniche d'ufficio (Ctu) quando era precedentemente detenuto al carcere di Viterbo, che esplicita l'incompatibilità con il regime duro.
Per il Ctu la memoria recente sembra deficitaria - Come ha segnalato l'associazione Yairaiha onlus, che si sta occupando del caso Vincenzino Iannazzo, "la stessa Corte d'Appello di Catanzaro, a seguito di perizia del Ctu, dichiarò che l'uomo è compatibile al regime carcerario esclusivamente in una struttura di medicina protetta come il Belcolle di Viterbo e non già con il regime detentivo ordinario".
Quindi figuriamoci il 41bis. Lo stesso perito del giudice che l'ha visitato - il quale però ha recentemente rigettato l'istanza per il differimento pena -, segnala che l'uomo è "scarsamente curato nella persona e nell'abbigliamento". Dice che l'attitudine generale è dimessa. La mimica è molto contenuta. La memoria recente sembra deficitaria. I contenuti mnesici non sono sistemati in schemi temporali esatti, correttamente seriati nella susseguenza temporale e storica degli eventi. Ha senso il regime duro, nato con uno scopo ben preciso, per questa persona?
I problemi cognitivi lo rendono incapace di dare eventuali ordini all'esterno - La vicenda di Vincenzino Iannazzo rende di difficile comprensione il senso del 41bis. Oltre ad avere gravi patologie dovute dal trapianto di un rene, ha la demenza a corpi di Lewy. Una patologia molto simile all'Alzheimer e che comporta anche delle vere e proprie allucinazioni.
Quindi non solo è incompatibile con il 41bis perché gravemente malato, ma anche per i problemi cognitivi che lo rendono incapace di dare eventuali ordini all'esterno: il 41bis nasce perché ha come unico scopo quello di evitare che un boss dia ordini al proprio clan di appartenenza. Se viene meno questo pericolo, il 41bis non può essere giustificato. Ma questa è solo teoria visto che nell'immaginario collettivo il regime duro non è considerato emergenziale e con uno scopo ben specifico, ma un mezzo che va utilizzato a prescindere. Magari fino alla morte.
Iannazzo è andato ai domiciliari nel periodo di aprile/maggio scorso, causa emergenza Covid-19 in quanto trapiantato renale e il virus potrebbe essergli fatale. Già nel breve frangente in cui è rimasto a casa, i familiari si sono accorti che non era più in lui avendo dei comportamenti strani: non riconosceva sua moglie, parlava con la televisione, non riusciva a usare correttamente i sanitari.
Attualmente Iannazzo è recluso nel carcere di Parma - A seguito del famoso decreto Bonafede, Iannazzo viene tradotto in carcere presso il reparto di medicina protetta Belcolle di Viterbo dove, a seguito di lungaggini infinite, viene acclarata (anche tramite un esame particolarissimo, un Pet-Tac eseguito in ottobre) una patologia neurodegenerativa a livello di sistema nervoso centrale. Parliamo appunto della demenza di Lewy. Viene fatto presente dal reparto di medicina protetta che il permanere in quella struttura "potrebbe contribuire a peggiorare le condizioni neurocognitive e psichiche del paziente" e che tutti gli esami strumentali, visite, e comportamenti del paziente sono compatibili con la patologia indicata in precedenza.
Le istanze di differimento pena per gravi infermità vengono però puntualmente rigettate. Tutto dovuto dalle pressioni dell'opinione pubblica che ha indotto il governo a reagire, facendo indirettamente pressione alla magistratura competente. In soldoni, da allora in poi le decisioni non sono più serene. Attualmente Iannazzo si trova recluso nel carcere di Parma.
Gli è stato assegnato unicamente un piantone con assistenza in cella per la pulizia della stessa: per contro - si legge nella relazione del medico che l'ha visitato recentemente per conto dei familiari - nelle attività della vita quotidiana il soggetto è "lasciato a se stesso". Si legge che l'ovvia conseguenza di questo è "una scarsa igiene personale, scarsa attenzione nell'abbigliamento e nella cura del sé con disorientamento tempo spaziale".
Rigettate tutte le istanze per la detenzione domiciliare - L'associazione Yairaiha che, com'è detto segue il caso Iannazzo, nella sua ultima segnalazione al ministero della Giustizia e al Dap, denuncia che non si può "ignorare nemmeno la natura degenerativa della patologia in sé per cui ogni terapia che si andrà a predisporre potrà esclusivamente alleviare il progressivo e inesorabile peggioramento delle sue condizioni fisiche e psichiche".
Osserva che "a questo punto torna forse utile ricordare la preminenza del diritto alla salute sulla potestà punitiva dello Stato che prevede il differimento della pena laddove la persona versi in gravissime condizioni (art. 147 C.P.) o la sua tutela risulti particolarmente a rischio vista la pandemia in atto, come ricordato pochi giorni anche dal Procuratore Salvi".
L'ultima istanza viene rigettata dal magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia, ma rimette la decisione al tribunale di sorveglianza di Bologna. Ci sarà ancora un margine per far rispettare la legalità costituzionale? Oppure, ancora una volta, bisognerà arrendersi alla ferocia dettata da chi pensa che la mafia si combatta accanendosi con chi si ritrova in condizioni di miseria psicofisica?
di Maurizio Tortorella
Panorama, 3 marzo 2021
Archiviata la disastrosa gestione di Alfonso Bonafede, ora tocca alla giurista Marta Cartabia affrontare una delle più gravi emergenze italiane. Ma è quasi una certezza che la sua azione troverà un freno nella parte - decisiva - della magistratura impermeabile a ogni riforma. Così le enunciazioni fatte dal premier al suo insediamento resteranno lettera morta.
Volete sapere se davvero Marta Cartabia, presidente emerito della Corte costituzionale e ministro "tecnico" della Giustizia, porrà mano ai disastri della più screditata macchina giudiziaria europea? Sperate risolverà i problemi lasciati dal suo predecessore, il grillino Alfonso Bonafede?
Per sapere se ci riuscirà, servirebbe un aggiornamento a oggi delle chat di Luca Palamara, il magistrato farisaicamente radiato dall'ordine giudiziario dopo decenni trascorsi a manovrarne nell'ombra i vertici rimbalzando tra il sindacato di categoria, l'Associazione nazionale magistrati, e il Consiglio superiore della magistratura. In quelle due sedi, per conto della sua corrente Unicost, Palamara trattava con le altre correnti per stabilire nomine e le promozioni in barba alle regole e alle qualità professionali dei candidati.
Ecco. Per capire come andrà a finire la Giustizia sotto il regno di Cartabia, basterebbe gettare un'occhiata nel telefonino di chi oggi ha preso il posto di Palamara oppure nei cellulari dei suoi omologhi capi-corrente, che in questo stesso momento sono sicuramente impegnati a brigare per piazzare gli uomini "giusti" attorno al nuovo Guardasigilli. Perché capi e vicecapi di Gabinetto, consiglieri personali del ministro, direttori di dipartimento e capi dei vari uffici legislativi sono tutti magistrati, e vengono nominati da accordi sotterranei tra le correnti, cui rispondono con fedeltà assoluta.
Il ministro a volte sceglie, ma il più delle volte crede di scegliere: quel che è certo è che la struttura che l'attornia è molto più forte di lui (o di lei) e segue regole incancrenite che limitano la sua libertà. Vi stupisce? Da decenni oltre 200 magistrati italiani su circa 9 mila non lavorano in tribunale, ma sono collocati a turno "fuori servizio". A decidere dove debbano andare è il Csm che, in base alle stesse regole correntizie che regolano promozioni e nomine, li designa ai posti di vertice dei principali ministeri, a partire da quello della Giustizia.
Questi 200 magistrati "fuori servizio", in realtà, sono in prima linea: incarnano la fondamentale missione di proteggere la loro corporazione e di evitarle perdite di potere. Sono nei ministeri anche per impedire ogni cambiamento che la magistratura percepisca come "peggiorativo". Ovviamente per sé. Non è disfattismo, questo: è realismo. Il cellulare di Palamara, intercettato, ha reso evidente soltanto una minima parte degli intrallazzi, delle vendette, delle faziosità della nostra magistratura sindacalizzata, la cui strapotenza fa paura.
Non per nulla, gli ultimi due governi che non hanno subìto problemi giudiziari sono stati quelli di Enrico Letta e Paolo Gentiloni, perché non hanno tentato la minima riforma dell'ordinamento. È anche per questo se il programma sulla giustizia che Mario Draghi ha dettato al Parlamento è stato così prudente e laconico.
Draghi ha detto, testuale, che vorrebbe "aumentare l'efficienza del sistema giudiziario civile, favorendo lo smaltimento dell'arretrato e una migliore gestione dei carichi di lavoro, adottando norme procedurali più semplici, coprendo i posti vacanti del personale amministrativo". Stop. Quanto al penale, ha detto che intende favorire "la repressione della corruzione" e "tempi ragionevoli per il processo".
Stop. Questo, secondo gli ottimisti, dovrebbe indicare che il suo governo vuole retrocedere dal blocco della prescrizione dopo una sentenza di primo grado, introdotto dallo scorso gennaio dal ministro Bonafede e osteggiato da garantisti e da chiunque abbia un minimo di buon senso perché, togliendo l'unico pungolo ad accelerare i tempi dei procedimenti, decreta non abbiano fine.
Sulla giustizia civile, Draghi sa bene che le inefficienze dei nostri tribunali costano all'Italia tra uno e due punti percentuali di Prodotto interno lordo, soprattutto per i mancati investimenti dall'estero: chi si metterebbe mai a investire in un Paese dove una sentenza definitiva per inadempienza contrattuale arriva in media dopo sette anni?
Per questo il ministro Cartabia dovrà spendere bene in questo settore alcuni dei miliardi del Recovery fund. Ma sulla giustizia penale il nuovo guardasigilli troverà il fuoco di sbarramento dei grillini e di buona parte del Pd. Sulla prescrizione, per esempio, la grande maggioranza che sostiene Draghi è già in paralisi da conflitto. Tanto che il ministro Cartabia ha appena annunciato che "il nodo della prescrizione va affrontato all'interno delle riforme del processo penale, in un disegno più organico che consenta il bilanciamento dei principi costituzionali": questo significa che ogni tipo di riforma passerà attraverso una legge-delega del Parlamento al governo, che solo a quel punto potrà legiferare.
Quindi servirà molto tempo. E quasi certamente non sarà questo governo a occuparsene. Non sarà facile, insomma, che i prossimi mesi portino con sé la riforma che dovrebbe "tagliare le unghie" alle correnti, tornate attive come prima di Palamara nel Csm e nelle procure della Repubblica, nei tribunali e nei ministeri.
Il centrodestra, ma anche molti giuristi che di destra non sono, si sono convinti che per sottrarre il Csm alle correnti ci sia un'unica strada, quasi disperata: quella di sceglierne i 16 membri togati attraverso il sorteggio da un "paniere" di magistrati altamente qualificati. L'estrazione a sorte dovrebbe evitare accordi preventivi e camarille. Chissà che cosa stanno organizzando le correnti, per bloccare anche questo.
di Francesco Damato
Il Dubbio, 3 marzo 2021
Marta Cartabia, la nuova ministra della Giustizia, e al diavolo chi sostiene che se ne debba scrivere come del ministro, al maschile, è giustamente attesa alla prova, anche dagli estimatori, col problema spinosissimo della prescrizione. Che la guardasigilli ha già avuto il merito di sottrarre allo strumento, o all'arma assai impropria del decreto legge delle "mille proroghe", cui i sostenitori di una modifica garantista ed equilibrata erano stati costretti a ricorrere dal predecessore Alfonso Bonafede.
Costretti, perché il convoglio più attrezzato era ed è quello del disegno di legge di riforma del processo penale, tuttavia reso praticamente inagibile da Bonafede perché messo sul binario nemmeno di un accelerato, ma di un omnibus. Se ancora ne esistono in circolazione, esso si ferma ad ogni stazione e sfinisce i viaggiatori anche più pazienti.A rallentarne ulteriormente il viaggio si era messa anche la pandemia, o il pretestuoso uso fattone dagli interessati a lasciare il più a lungo possibile in vigore la norma attuale.
Che, introdotta come una supposta da Bonafede nella legge nota come "spazza-corrotti", di fatto ha abolito la prescrizione facendola valere sino alla sentenza di primo grado. Emessa la quale, anche per gli assolti il procedimento promosso dall'appello della pubblica accusa potrebbe sulla carta proseguire all'infinito, e l'imputato rimanere tale a vita. Incredibile ma vero, alla faccia della "ragionevole durata" del processo imposta da una modifica all'articolo 11 della Costituzione introdotta nell'autunno del 1999.
La nuova ministra col prestigio accresciuto da giudice e poi anche presidente della Corte Costituzionale ha fatto scendere i riformatori dal convoglio improprio delle mille proroghe e ha restituito loro l'agibilità vera del convoglio del processo penale, dando anche un supplemento di tempo, sino a fine mese, per la presentazione dei cosiddetti emendamenti.
E tutti aspettano ora di vedere come si tradurrà davvero in ragionevole la durata del processo penale rendendo persino superflua la vecchia prescrizione, e pure l'abuso fattone da imputati e anche da uffici giudiziari - perché negarlo? - esercitando a velocità assai discrezionale la cosiddetta, e un po' ipocrita, obbligatorietà dell'azione penale.
Forza, ministra, ci faccia sognare, anche a costo di portare alla disperazione quelli che il buon Carlo Nordio, ormai in pensione, scrivendo di certi suoi colleghi definisce "giacobini", anziché giustizialisti o manettari, secondo certo linguaggio giornalistico.
Ma ci faccia sognare, signora ministra, anche su un altro terreno, che chiamerei di bonifica del dicastero della Giustizia. Dove la presenza dei magistrati è alquanto sproporzionata rispetto all'organico, per quantità e qualità di posti, sino a dare l'impressione -magari a torto, per carità, ma in certe situazioni, come diceva la buonanima del presidente Sandro Pertini parlando proprio della giustizia, ciò che appare vale più della realtà- che il Ministero sia praticamente nelle mani delle toghe. Che finiscono spesso per trovarsi in conflitti anche inconsapevoli d'interesse, sia pure con distacchi regolarmente concessi dal Consiglio Superiore della Magistratura.
Dove peraltro i togati sono già sufficientemente tutelati dai rapporti numerici con i cosiddetti "laici" nella difesa della loro indipendenza, autonomia e via dicendo, e rivendicando. Potremmo anche pubblicare l'elenco completo, aggiornato a meno di un mese fa, dei 162 magistrati fuori ruolo, distaccati in buona parte proprio al Ministero della Giustizia, ma non lo facciamo per ragioni di stile, ritenendo anche questo, come altri di cui ci siamo occupati, un problema non di nomi, bensì di metodo. Dobbiamo dire con tutta onestà che questa storia del Ministero della Giustizia sovraffollato di magistrati, se non da loro occupato, come si dolgono i non magistrati che vi lavorano e debbono poter fare carriera dopo avere vinto i loro bravi concorsi, è abbastanza vecchia per attribuirne colpe e responsabilità un po' a tutti quelli che si sono avvicendati politicamente al vertice del dicastero, tra prima, seconda, terza e quarta Repubblica, se veramente siamo davvero arrivati alla quarta rappresentata in alcune trasmissioni televisive.
Ne sono rimasti vittime più o meno inconsapevoli anche fior di giuristi diventati ministri della Giustizia, come la buonanima di Giuliano Vassalli. Ai cui tempi risale, precisamente all'inizio del 1988, quando egli era guardasigilli del primo e unico governo del democristiano Giovanni Goria, quella legge sulla responsabilità civile dei magistrati elaborata nell'ufficio legislativo del dicastero, il più affollato abitualmente di toghe, con cui fu praticamente vanificato il risultato positivo di un referendum promosso per fare rispondere davvero dei loro errori anche quanti amministrano la giustizia.
Fu proprio puntando su quello strumento di intervento sostanzialmente demolitorio che il Pci e la sinistra democristiana, allora alla guida della Dc, si schierarono nell'autunno del 1987 nel referendum a favore dello scontato esito positivo, dopo averlo ostacolato in ogni modo nella primavera precedente, sino a provocarne il rinvio col ricorso alle elezioni anticipate.
Quel referendum, già indetto per aprile, era stato lo scoglio, insieme al referendum sull'energia nucleare, contro il quale s'era infranto il secondo governo di Bettino Craxi, sostituito dal sesto e ultimo governo di Amintore Fanfani.
Era un monocolore democristiano per la cui bocciatura nell'aula di Montecitorio, propedeutica allo scioglimento anticipato delle Camere, la Dc di Ciriaco De Mita era arrivata ad una clamorosa astensione, vanificando il voto di fiducia accordato dal Psi nel tentativo di salvare legislatura e referendum. Marta Cartabia a quell'epoca aveva solo 25 anni, beata lei, ancora fresca di laurea con lode in giurisprudenza all'Università di Milano, ma già ben attrezzata per leggere appropriatamente fatti e sottintesi, e ora ricordarsene, alla testa del Ministero di via Arenula, per cambiare registro.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 3 marzo 2021
Intervista alla deputata di Italia Viva Lucia Annibali: "Distinguere tra assolti e condannati è anche discriminatorio". Come noto il 29 marzo è il nuovo termine per gli emendamenti alla riforma del processo penale. La commissione Giustizia di Montecitorio ha dovuto allungare i tempi rispetto all'iniziale data dell'8 marzo per permettere alla nuova maggioranza e alla neo ministra della Giustizia Marta Cartabia di sedersi intorno ad un tavolo e far maturare proposte di modifica - si spera il più condivise possibile - al disegno di legge sul processo. Inevitabilmente c'è sempre il nodo sulla prescrizione.
Per l'onorevole di Italia Viva Lucia Annibali, membro della Commissione giustizia, "se la Ministra propone delle soluzioni, dà delle indicazioni sarebbe auspicabile che tutta la maggioranza si muovesse intorno ad esse. Poi alla fine il tema diviene quello dei numeri: ora la maggioranza è più larga, qualcuno potrebbe dover adeguarsi", riferendosi ai possibili malumori dei Cinque Stelle.
Onorevole, il 29 marzo è il termine entro il quale andranno presentati gli emendamenti al ddl penale. Italia Viva come si comporterà? Ne presenterà qualcuno?
In questi mesi abbiamo svolto diverse audizioni, durante le quali sono emerse tutte le criticità e i limiti delle soluzioni indicate. Quindi sicuramente prepareremo degli emendamenti su cui abbiamo già iniziato a ragionare. Ora però aspettiamo che la Ministra Cartabia venga in Commissione. La data ancora non c'è ma sarà prima della scadenza degli emendamenti: in quel momento cercheremo di capire anche le sue intenzioni rispetto a questa legge delega.
Quale sarebbe la direzione da intraprendere?
Gli interventi di riforma su cui dobbiamo lavorare devono essere efficaci ed applicabili: il lodo Conte bis è già di per sé molto complicato. Per esempio, a mio parere, distinguere tra assolti e condannati è anche discriminatorio. Mi auguro che si possa ripartire un po' da zero, con un ragionamento diverso e complessivo. La Ministra ha detto che sta approfondendo e studiando la riforma Bonafede e che si potrebbe partire da quella: che questa sia una riforma che presenta diversi problemi e che non è adeguata agli obiettivi che si pone è evidente. E questo è chiaro anche dalle audizioni che abbiamo svolto: si possono contare sulle dita di una mano quelli che si sono espressi favorevolmente.
Nell'ipotesi di un unico emendamento della maggioranza, quale sarebbe la vostra posizione?
Andrebbe costruito insieme perché la legge delega riguarda tutto il processo penale. Si tratta di un lavoro abbastanza notevole da fare. Aspettiamo le valutazioni della Ministra della Giustizia, che potrebbe voler ritenere che qualcosa si possa salvare.
Secondo Lei il Movimento 5 Stelle è pronto a rassegnarsi a delle modifiche importanti sulla questione della prescrizione?
Se la Ministra propone delle soluzioni, dà delle indicazioni sarebbe auspicabile che tutta la maggioranza si muovesse intorno ad esse. Poi alla fine il tema diviene quello dei numeri: ora la maggioranza è più larga, qualcuno potrebbe dover adeguarsi.
Tra le proposte c'è la cosiddetta prescrizione per fasi, che proprio l'onorevole del Pd Walter Verini ha illustrato su questo giornale. Qual è il suo parere in merito a questo?
È una proposta che va valutata: bisogna innanzitutto capire in quale disegno complessivo andrebbe inserita. Ripeto: la legge delega presenta comunque, per quanto ci riguarda, dei grossi limiti. Occorre capire pertanto su quale tipo di testo lavoriamo. Poi le soluzioni occorre calarle nel concreto: la prescrizione processuale, che estinguerebbe il processo ma non il reato, non esiste al momento. Insomma occorre fare opportune valutazioni perché si tratta di un argomento complesso su cui discutere in maniera approfondita.
La stessa obiezione mossa dal Presidente dell'Unione delle Camere Penali, l'avvocato Gian Domenico Caiazza, che si chiede anche quale sarebbe la sanzione processuale qualora i tempi di fase non venissero rispettati...
Si tratta di una giusta obiezione. Sempre la legge delega prevede una serie di termini entro i quali si devono concludere le indagini preliminari, immaginando in casi di ritardi delle sanzioni disciplinari. Noi abbiamo rilevato subito la debolezza e l'insufficienza di questa soluzione: sarebbe più auspicabile ipotizzare sanzioni processuali, che quindi intervengano sul processo invece che nei termini disciplinari che restano aleatori.
Come risponde a coloro che ritengono che l'odg Cartabia abbia significato un po' buttare la palla in tribuna?
Noi resteremo sempre contrari alla riforma Bonafede: mi auguro che quando si deciderà di rivedere il processo penale si intervenga anche sull'istituto della prescrizione, magari modificandolo direttamente. L'ordine del giorno è servito un po' come punto di partenza per gestire questo momento di insediamento del nuovo Governo. Si tratta di un odg che richiama importanti principi costituzionali che credo siano stati messi da parte in questi ultimi mesi. Una cornice costituzionale è fondamentale e all'interno di essa ragioneremo.
All'interno dell'Odg Cartabia c'è un passaggio in cui si mira ad assicurare al procedimento penale una durata tale da non compromettere la funzione rieducativa della pena. Il principio del fine rieducativo è contraddetto da condanne inflitte a 20 anni di distanza dal fatto. Una premessa simile rappresenta un limite forte alla norma Bonafede...
Come spesso abbiamo sottolineato, la funzione rieducativa è uno dei principi cardine che con la riforma Bonafede è venuto meno, perché dà vita a processi infiniti. Con quella riforma veniva meno proprio il diritto di difesa, quello all'oblio dell'imputato. Il metodo migliore è quello dunque di guardare insieme alla riforma del processo e della prescrizione. Crediamo che questo sia il metodo migliore.
Questo principio non sarebbe contemplato nella prescrizione a fasi: essa eviterebbe che un reato si estingua solo perché scoperto tardi. Quindi una persona sarebbe comunque mandata a processo ma con le garanzie che duri tempi ragionevoli. Anche in questo caso ci troveremmo dinanzi a una persona diversa...
Certamente. E poi aggiungo: se stabiliamo che un processo duri cinque anni, a maggior ragione allora non avrà più senso bloccare la prescrizione dopo il primo grado. Inoltre sarebbe importante intervenire sulle fasi iniziali - indagini e primo grado - che sono quelle in cui si prescrivono maggiormente i reati. Torniamo al discorso di prima: una cosa è la prescrizione del reato, altro è la prescrizione del processo.
di Antonio de Notaristefani
Il Sole 24 Ore, 3 marzo 2021
L'intervento a firma di Antonio de Notaristefani, presidente dell'Unione Nazionale Camere Civili, in merito ad alcune considerazioni sul Governo Draghi e sull'opportunità di una riforma della giustizia civile, uno dei primi dossier che il governo si troverà a gestire - anche in ottica di un accesso al Recovery Fund.
Parlando al Senato, il Presidente Draghi ha ricordato l'importanza della giustizia civile per agevolare la ripresa, precisando che bisogna puntare a un processo giusto e in tempi ragionevoli, e sottolineando poi le esortazioni UE all'efficienza. Un equilibrio, quello tra equità ed efficienza nei procedimenti civili, difficile da trovare.
La business community ha una visione improntata al pragmatismo: se l'offerta di giustizia è limitata e non può essere incrementata per carenza di fondi, bisogna ridurre la domanda aumentando i costi di accesso, comminando sanzioni, scoraggiando cause inutili. Per le imprese - non del tutto a torto - quel che conta è l'efficienza del sistema giustizia, e l'eventuale ingiustizia che dovesse verificarsi in singoli casi è il costo sociale da pagare nel prevalente interesse di tutti.
Noi avvocati, invece, la giustizia la misuriamo in termini umani. Per noi, ogni processo racconta la storia della vita (familiare, lavorativa, sociale) di una persona reale: quando si perde, soffriamo insieme a lei e, se avvertiamo che la sconfitta è stata ingiusta, la sofferenza si trasforma in indignazione. Per dirla con Papa Francesco, "nessuna sentenza può essere giusta, nessuna legge legittima, se ciò che genera è più diseguaglianza". Tuttavia, convinti che il PIL non possa misurare l'equità dei nostri Tribunali, abbiamo talvolta ricercato la giustizia del caso singolo a scapito dell'effettiva tutela di tutti, tollerando che si accrescesse la diseguaglianza tra chi può aspettare anni per avere una sentenza e chi no.
Che fare, oggi che è chiaro a tutti che, per ripartire, occorrono processi civili non solo giusti ma anche rapidi? Innanzitutto bisogna che la giustizia trovi davvero quest'equilibrio tra equità ed efficienza. Non è impossibile: l'afflusso di risorse europee permetterà di aumentare l'offerta di giustizia, e lo slancio, anche solidaristico, che si accompagna a qualsiasi ripresa, potrà moltiplicarne gli effetti. A guidare la ricerca di tale equilibrio sarà poi un Presidente emerito della Corte costituzionale: quella sintesi di etica, politica e diritto in cui si sostanzia il giudizio di costituzionalità è ciò di cui abbiamo bisogno per riformare la giustizia civile. Per la prima volta, infine, si discute di abbandonare i vincoli del patto di stabilità e di sostituirli con la valutazione della sostenibilità di un investimento. Si ipotizza, cioè, non più di regolamentare il presente, ma di progettare il futuro, liberando la giustizia civile dagli errori del passato e contemperando le esigenze di tutela della dignità e indipendenza del cittadino, con quelle di efficienza delle imprese. Draghi avrà le risorse economiche e il consenso per farlo: se non ora, quando?
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 3 marzo 2021
E se la vittima riveste la medesima qualifica ha rilevanza la posizione di supremazia dell'accusato del reato. La violenza sessuale se è esercitata da un incaricato di pubblico servizio diventa procedibile d'ufficio e il fatto che la vittima sia anch'essa un incaricato di pubblico servizio non determina una parità in grado di annullare la contestabilità del reato ex officio. La Corte di cassazione con la sentenza n. 8213/2021 ha accolto il ricorso della Procura che affermava l'esistenza di tale qualità pubblica per il dipendente della Croce Rossa che si occupava della gestione dei lavoratori interinali, chiamati anche a svolgere attività di volontariato, direttamente gestita e organizzata dall'imputato. La procedibilità d'ufficio è quella stabilita dall'articolo 609 septies del Codice penale.
Il responsabile cui era affidata la turnazione degli interinali di fatto era accusato di aver esercitato pressioni psicologiche - con il ricatto di non venir richiamate a svolgere il proprio lavoro - sulle sue vittime di violenza sessuale. Il ricatto era necessario all'uomo, accusato degli illeciti atti sessuali, al fine di mitigare le reazioni delle vittime e di farle tacere in ordine ai fatti subiti. E l'aggravante di aver commesso il reato sfruttando il proprio ruolo è sostenuta dalla Procura anche tenuto conto che le stesse volontarie vittime degli abusi fossero degli incaricati di pubblico servizio al pari dell'imputato.
Nonostante questo, infatti il ricorrente individua l'esistenza della sovra-ordinazione dell'imputato rispetto alle donne che aveva costretto a subire le sue attenzioni sessuali. La posizione di sovra-ordinazione - chiarisce la Cassazione - non deriva da una percezione soggettiva della vittima su tale circostanza, bensì da un criterio oggettivo. Tale oggettività della sovra-ordinazione e quindi dell'abuso di tale posizione se non si esprime attraverso il possesso di qualifiche superiori è desumibile in concreto. Come, nel caso specifico, dove di fatto l'imputato nel gestire i volontari esprimeva una concreta supremazia sulla possibilità di rinnovo dei contratti per tali lavoratori interinali.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 3 marzo 2021
Il divieto per i detenuti al 41bis, mafiosi e terroristi, di avere, in tempo di Covid, colloqui con i
figli minori via Skype sarà al vaglio della Corte costituzionale il g marzo. Il ricorso è del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, che ha accolto l'eccezione di incostituzionalità presentata dalla difesa di un boss sottoposto al carcere duro, a cui era stato vietato un video-colloquio via Skype con la figlia di 5 anni.
A causa della pandemia, per quanto riguarda i colloqui dei detenuti al 41bis, il decreto Bonafede del 10 maggio 2020 prevede che quelli in presenza siano sostituiti da colloqui telefonici. Invece, per i detenuti comuni, al posto delle visite ci possono essere colloqui-video. Secondo il tribunale reggino il divieto di video-colloqui per i detenuti al 41bis, esteso anche a quelli con i figli minori, sancisce una disparità di trattamento con i figli sotto i 18 anni dei detenuti comuni.
Ci sarebbe anche una "lesione di diritti inviolabili dei minori stessi, come quello di intrattenere rapporti affettivi con i familiari detenuti, idonei a garantire un corretto sviluppo della loro personalità e una condizione di benessere psico-fisico del minore". I giudici denunciano perciò la violazione di una serie di norme della Costituzione (articoli 2, 3, 30 e 31 oltre che l'articolo 27), perché fondamentale "per il recupero sociale del reo è il mantenimento dei rapporti familiari e soprattutto genitoriali".
Sarebbe leso anche l'articolo 117 della Costituzione, in riferimento agli articoli 3 e 8 della Carta europea dei diritti dell'uomo (Cedu), che vietano pene inumane e degradanti e garantiscono il rispetto alla vita familiare. La questione è molto più complessa di quanto possa apparire, proprio perché si parla di minorenni e della loro tutela.
Ma in questi anni ci sono stati alcuni casi in cui, durante colloqui dal vivo, figli minori anche molto piccoli sono stati usati senza alcuno scrupolo per passare "pizzini" ai padri detenuti al 41bis. È vero che in questo caso si parla di video-colloqui, ma diversi inquirenti sostengono che sarebbe impossibile per gli agenti della polizia penitenziaria controllare che eventuali conversazioni via Skype con i figli minori non servano a qualche boss detenuto per dare e avere messaggi con i segni, magari grazie al genitore o qualcun altro che sta accanto al minore.
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- "Anch'io ho dei sentimenti". Le detenute si raccontano sul web
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