di Pia D'Anzi e Gianpiero Pirolo
Il Riformista, 4 marzo 2021
Il Carcere Possibile Onlus è da tempo impegnato nella campagna volta a consentire la prioritaria vaccinazione dei detenuti e degli agenti di Polizia penitenziaria attraverso una attività di sensibilizzazione sia dell'opinione pubblica che delle istituzioni. Dopo aver inoltrato lettere di sollecito ai Ministeri competenti, si è provveduto, da ultimo, a inoltrare all'attenzione del presidente della Campania una lettera con la quale si chiedeva di provvedere nel più breve tempo possibile alla redazione del piano vaccinale per i detenuti, già adottato in tutte le regioni italiane a eccezione della Campania.
Il ritardo registrato sta mettendo a dura prova la tenuta del sistema atteso che, da un lato, si assiste - come nel caso del reclusorio di Carinola - a un crescendo preoccupante sia del numero di contagi che di decessi (solo negli ultimi giorni, sono morti diversi operatori di polizia penitenziaria) e, dall'altro, non si intravede una via d'uscita dalla situazione di stallo in cui si trovano le carceri. Non si può sottacere, invero, che i penitenziari hanno una struttura fortemente assimilabile alle rsa e, pertanto, non solo è drammaticamente complesso rispettare le norme di prevenzione del contagio, ma soprattutto sarebbe impossibile arrestare la propagazione del virus qualora si creasse un focolaio all'interno delle strutture (oltre alla difficoltà ad approntare efficacemente le cure necessarie).
In secondo luogo, non si può confinare nell'angolo il principio di rieducazione della pena che oggi è totalmente obliterato. Sono allo stato sospese quasi tutte le attività trattamentali e con esse la vita e la speranza di tutti i reclusi, costretti a trascorrere l'intera giornata in celle piccolissime e quasi sempre fatiscenti. Ma, come tutti sappiamo, la reclusione non può prescindere dalle attività rieducative e inclusive, dal contatto con gli operatori sociali e con il mondo esterno attraverso la realizzazione di progetti a breve o a lungo termine che attengano tanto alla formazione culturale quanto a quella lavorativa dei soggetti reclusi.
Vi è, quindi, la necessità che si proceda quanto prima alla predisposizione e attuazione del piano vaccinale per detenuti e operatori di polizia penitenziaria affinché si scongiuri una eventuale strage sanitaria e, al contempo, si ripristini all'interno degli istituti penitenziari la legalità che passa necessariamente attraverso la riattivazione di tutte le attività finalizzate a rendere costituzionali le pene inflitte. La drammaticità della situazione emergenziale, ovviamente, disvela il cronico (e incivile) problema del sovraffollamento carcerario che impone una serie di ineludibili iniziative legislative ed organizzative. L'immediato potenziamento di tutti gli organici del Tribunale di Sorveglianza e l'adozione di un provvedimento clemenziale di amnistia e indulto appaiono oggettivamente indifferibili, consentendo, peraltro, sia la riduzione della popolazione carceraria entro limiti ragionevoli e sostenibili sia un efficientamento del sistema processuale.
di Francesco Baraldi
modenatoday.it, 4 marzo 2021
La Procura evidenzia come la morte sia dipesa esclusivamente dall'assunzione di farmaci. Non è emersa sottovalutazione delle condizioni di salute dei detenuti morti a seguito del trasferimento. La richiesta di archiviazione per l'inchiesta sulla strage nel carcere di Modena del marzo scorso è motivata da un documento di 76 pagine, nel quali i pm modenesi - Di Giorgio, De Santis e graziano -ricostruiscono il contesto nel quale si sono verificati gli otto decessi, sia di quelli avvenuti presso il carcere di Modena, sia di quelli constatati presso gli istituti di Verona, di Parma e di Alessandria.
L'indagine - i cui accertamenti sono stati delegati alla Polizia di Stato - trova il suo principale fondamento negli esami autoptici che hanno accertato la morte per intossicazione da farmaci: "A seguito degli accertamenti medico legali e chimico tossicologici l'individuazione delle cause del decesso conduce per tutti alle complicazioni respiratorie causate dall'assunzione massiccia di metadone, in qualche caso accelerato e aggravato dall'assunzione di altri farmaci o da specifiche condizioni personali. Viene esclusa per tutti l'incidenza concausale di altri fattori di carattere violento", psiega infatti la Procura.
Come noto, la rivolta aveva portato anche all'irruzione nell'infermeria del Sant'Anna: "La disponibilità incontrollata di metadone e di altri farmaci da parte di molti detenuti è derivata dal saccheggio dell'infermeria dell'istituto penitenziario condotta in prima persona anche da alcuni dei detenuti poi deceduti, il cui ruolo è stato ricostruito attraverso testimonianze ed altre indagini. Il metadone, in particolare, risultava correttamente custodito in apposito luogo al quale i partecipanti sono riusciti comunque ad avere accesso - evidenzia la Procura di Modena - farmaci sottratti sono stati poi ritrovati anche nelle sezioni detentive e, in taluni casi, nelle celle o tra gli effetti personali di alcuni deceduti. Per alcuni di essi è stata ricostruita l'assunzione di sostanze dopo il rientro in sezione".
Per i magistrati modenesi le operazioni di soccorso sono state puntuali e corretti: "Nell'immediatezza della rivolta risulta essere stata tempestivamente assicurata assistenza sanitaria a tutti i detenuti da parte del personale sanitario intervenuto. Date le circostanze è stato seguito il protocollo delle maxi emergenze 118, che ha visto coinvolto il personale della medicina penitenziaria, del 118, della Croce Rossa e della Protezione civile. Sul posto sono stati allestiti due Posti Medici Avanzati ed i sanitari si sono prodigati nel prestare l'assistenza necessaria a tutti i pazienti che sono stati loro condotti, nella quasi totalità dei casi in condizioni ricollegabili ad abuso di sostanze farmacologiche. Risultano essere stati fatti quindi, nel contesto emergenziale, pure gravati dall'emergenza legata al Covid-19, tutti i necessari controlli, con interventi terapeutici di contrasto in loco, ove possibile, o con invio ai presidi sanitari cittadini nei casi più gravi".
Ricordiamo che dei nove detenuti morti, cinque persero la vita tra le mura del Sant'Anna durante quel concitato e drammatico pomeriggio, mentre altri quattro morirono a seguito del trasferimento in atre strutture. I danneggiamenti al penitenziario, infatti, resero inagibile gra parte della struttura, costringendo la Polizia penitenziaria a spostare un gran numero di carcerati verso altre città quali Parma, Verona, Alessandria e Marino del Tronto (Ascoli Piceno). Nell'inchiesta modenese rientravano anche le posizioni di tre dei quattro detenuti morti dopo il trasferimento (escluso Salvatore Piscitelli), per i quali si doveva effettuare una valutazione complessa.
In altre parole: il trasferimento è avvenuto nel rispetto delle condizioni di salute di chi aveva assunto le sostanze stupefacenti? Il procuratore facenti funzioni Di Giorgio chiarisce: "Ciascuna posizione viene ricostruita nel dettaglio nel provvedimento redatto dalle colleghe De Santis e Graziano che giungono alla conclusione che l'involuzione delle condizioni psicofisiche a seguito dell'assunzione di metadone e di altri farmaci si presentasse pressoché imprevedibile, perché dipendente dalle risposte soggettive o da altri fattori variabili, quali le quantità assunte, l'interazione con altri farmaci, e si sarebbe potuta verificare anche indipendentemente dal trasferimento. In tal senso l'Ufficio, a conclusione di questo primo filone di indagini, ritiene di non poter individuare responsabilità negli otto decessi ricollegabili ai fatti dell'8 marzo 2020".
Questa dunque la valutazione espressa dai magistrati, che nello specifico erano chiamati ad accertare eventuali precise responsabilità per la morte delle otto persone. Responsabilità che non sono emerse. Altro capitolo, invece, riguarderà la dinamica stessa della rivolta e i possibili profili di colpevolezza, così come l'accertamento delle presunte violenze denunciate da alcuni detenuti. Si tratta quindi di una prima importante risposta, ma non certo dell'ultima. Nella speranza che i tempi delle inchieste si accorcino per dare certezze su una domenica davvero drammatica.
di Enrico Cicchetti
Il Foglio, 4 marzo 2021
La procura ha chiesto l'archiviazione per i casi di otto reclusi deceduti per overdose. "Una vicenda complessa sulla quale restano molti interrogativi", dice Simona Filippi, avvocato di Antigone.
A quasi un anno dalle rivolte carcerarie del marzo scorso, nelle quali hanno perso la vita tredici detenuti in tutt'Italia, la procura di Modena ha chiesto l'archiviazione per le morti di otto dei nove detenuti avvenute durante la rivolta dentro la casa circondariale di Sant'Anna.
La richiesta di archiviazione è per cinque persone morte all'interno del carcere modenese e per tre delle quattro morte durante o dopo il trasferimento in altri penitenziari. Secondo la magistratura, tutti gli otto decessi sarebbero da ricondurre a overdose di metadone e benzodiazepine, dopo il saccheggio della farmacia del Sant'Anna. È stata invece esclusa dalla richiesta d'archiviazione la morte di Salvatore Piscitelli, il 40enne trasferito nel carcere di Ascoli Piceno, in merito alla quale cinque detenuti hanno presentato un esposto in cui si denuncia anche l'omissione di soccorso nei suoi confronti.
"Restano molti interrogativi su quella che è una vicenda molto complessa, a cominciare dal fatto che si tratta di tre situazioni distinte", dice al Foglio Simona Filippi, l'avvocato dell'associazione Antigone che si occupa del caso. "La prima: tre detenuti muoiono nel corso della rivolta.
In quei momenti il carcere è nel caos totale e tornerà nelle mani dello stato solo nei giorni successivi. I tre vengono portati dai compagni davanti ai cancelli dell'istituto, per essere soccorsi. Secondo caso: altre quattro persone muoiono nel corso del trasferimento o appena arrivate negli istituti di altre località. Terzo scenario: due detenuti muoiono il 10 di marzo al Sant'Anna, quando la struttura era già tornata nelle mani dello stato".
Secondo Antigone - che si opporrà alla richiesta di archiviazione per alcuni di questi casi e che ha visto il fascicolo con le autopsie e ha sentito il parere di medici esperti - il problema è soprattutto questo: una persona che è in overdose non va trasferita ma va curata. In fretta, se possibile. "Il metadone, in particolare", continua Filippi, "è a lento rilascio rispetto all'eroina. E il suo effetto è anche piuttosto soggettivo. E ci sono protocolli medici per intervenire in caso di overdose. Si può intervenire, con un ricovero e poi mantenendo il paziente in osservazione per almeno 48 ore. Se i detenuti fossero stati ricoverati forse sarebbe stato possibile salvarli.
Tanto più che davanti al Sant'Anna era stato allestito - dai medici del carcere, dalla polizia penitenziaria, dalla croce rossa e dalla protezione civile - un 'pronto-soccorso' d'emergenza, dove arrivavano i reclusi intossicati. Uno di loro, per esempio, è stato trasferito e sarebbe dovuto andare nel carcere di Trento ma già a Verona stava talmente male che è stato fatto scendere insieme ad altri. Lì è morto".
Per andare da Modena a Verona, se si prende l'autostrada del Brennero, si impiega circa un'ora e mezza. Quel tempo non sarebbe potuto essere dedicato diversamente? È vero che la pandemia, con tutto lo scompiglio che ha portato nel sistema sanitario, era solo all'inizio e che la situazione nelle carceri era di caos assoluto. Invece di pensare ai trasferimenti non si poteva però pensare a salvare la vita di un uomo in overdose? Anche se si tratta di un recluso, di un criminale, ma in quel momento era affidato alla custodia dello stato.
"Tutto avviene la notte tra l'8 e il 9 marzo", dice Filippi, che ricostruisce la vicenda affidandosi alle carte della procura. Alcuni dei detenuti che sarebbero poi morti sono stati portati ad Alessandria (circa due ore e mezza percorrendo l'A1), un altro a Parma (un'oretta di viaggio sulla stessa autostrada) ed è morto la mattina seguente. "La legge penitenziaria prevede un controllo sanitario prima del trasferimento e uno all'ingresso nelle nuove strutture. Queste persone erano già in overdose: altri detenuti hanno raccontato che barcollavano, che avevano gli occhi semichiusi. Ci chiediamo se sia stato fatto tutto il possibile per salvarli".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 4 marzo 2021
La replica della Camera penale di Milano dopo la notizia che la Lombardia non ha inserito gli avvocati nella seconda fase del Piano vaccinale. "Se non vaccinate noi avvocati, allora vaccinate i detenuti", ha fatto sapere oggi la Camera penale di Milano, presieduta dall'avvocato Andrea Soliani. La Regione Lombardia non ha inserito gli avvocati, a differenza del personale degli uffici giudiziari, nella seconda fase del Piano vaccinale. Solo a Milano gli avvocati sono circa 23mila. Altre Regioni, invece, stanno provvedendo in maniera differente.
Alla decisione della Regione di escludere gli avvocati, ha subito risposto la Camera penale del capoluogo lombardo con una lettera inviata al presidente della Regione, il leghista Attilio Fontana, anch'egli avvocato, e all'assessore al Welfare Letizia Moratti. "Non vi è alcun dubbio in ordine al fatto che un servizio essenziale, quale quello della giustizia, debba essere assicurato in questo periodo di pandemia", esordiscono i penalisti. "Non siamo, tuttavia, in grado di valutare se tale individuazione di priorità - proseguono - possa andare a detrimento di altri soggetti, che magari svolgono attività, anch'esse di vitale importanza, in situazioni di maggior pericolo sanitario".
"La funzione dell'avvocato penalista è quella di assicurare ai propri assistiti il pieno esercizio dei loro diritti, impedendone ogni ingiusta compressione", puntualizzano gli avvocati, ricordando che "in questo momento di crisi sanitaria mondiale non vogliamo togliere ad altri il diritto di vaccinarsi, laddove nella scala di priorità questi soggetti vengano prima di noi". La proposta formulata, allora, è che venga data precedenza a coloro che, in questo periodo, "trascorrono la loro vita negli istituti penitenziari, con ciò intendendo sia i soggetti privati della loro libertà, sia coloro che prestano servizio all'interno di tali strutture". Nelle carceri, notoriamente, sovraffollate il contenimento della pandemia tramite il distanziamento sociale è di fatto irrealizzabile. Per tale ragione, da mesi, per evitare la diffusione del virus, sono fortemente contingentati gli ingressi e le uscite dalle carceri, il che ha limitato (se non azzerato) l'attività rieducativa che in via prioritaria deve essere svolta, a vantaggio di coloro che sono ristretti (e della collettività). Sempre per evitare rischi di ingresso del virus in carcere, i soggetti detenuti partecipano alle udienze che li riguardano in video conferenza, il che determina anche in ragione delle insufficienti dotazioni informatiche e telematiche una significativa compressione dei diritti di difesa. La decisione della Regione Lombardia, quindi, non ha considerato che Palazzi di giustizia, frequentati ogni giorno da diverse migliaia di utenti, fra magistrati, avvocati, personale amministrativo, forze di polizia, testimoni, sono stati nell'ultimo anno i luoghi di diffusione per eccellenza del virus.
Il Tribunale di Milano, ad esempio, è stato uno dei primi focolai del Covid in Italia. Le prime avvisaglie si erano avute a metà febbraio dello scorso anno, un mese prima del lockdown nazionale. Il 22 febbraio, per l'esattezza, il giorno dopo l'estensione della zona rossa in diversi comuni della provincia di Lodi, i presidenti della Corte d'Appello e del Tribunale del capoluogo lombardo emanarono le prime di una lunga serie di disposizioni interne per tentare di contenere la diffusione del virus. E sempre ieri è stato bocciato al Pirellone l'emendamento del consigliere regionale Franco Lucente (Fd'I) che puntava ad inserire gli avvocati proprio nella seconda fase del Piano vaccinale lombardo.
Corriere Adriatico, 4 marzo 2021
Due sezioni della casa circondariale di Villa Fastiggi sono state chiuse per Covid. Un'emergenza sanitaria che si è evidenziata alla fine della scorsa settimana, a cavallo tra sabato e domenica, e al momento, sono sette i detenuti che sono stati trovati positivi e sono stati posti in isolamento. Non è chiaro come i detenuti, tutti uomini, abbiano potuto contrarre il virus, considerato che fino a questo momento il sistema di prevenzione all'interno del carcere aveva retto bene l'onda d'urto del contagio.
E invece, pochi giorni fa, sette sono stati trovati positivi e sono immediatamente scattate rigide misure di contenimento sanitarie con le due sezioni interessate poste in isolamento e con i contagiati che non possono avere nessun contatto con l'esterno. Sono state sospese tutte le attività previste dal regolamento interno, i positivi non possono lasciare le loro celle e naturalmente le precauzioni sono state estese anche al personale di polizia penitenziaria che per effettuare i controlli di sorveglianza di routine deve indossare tutti i dispositivi di protezione sanitaria necessari.
L'emergenza Covid con le due sezioni chiuse riporta d'attualità la situazione delle carceri nel Pesaresi peraltro recentemente evidenziata dal report della corte di Appello di Ancona dove venivano evidenziati problemi legati al sovraffollamento, alle aggressioni e all'autolesionismo. Secondo il report a Villa Fastiggi il sovraffollamento è di circa il 50% (214 presenze a fronte di 143 posti regolamentari). E sempre a Pesaro "non sono peraltro in grado di garantire ad ogni detenuto più di 3-4 metri quadrati".
Al contrario Fossombrone ha tutte stanze singole che offrono uno spazio di circa 9 metri quadrati a detenuto, superiore dunque al limite di 7 metri quadrati identificato dal Cpt (Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura e delle pene e trattamenti inumani o degradanti) come la superficie minima auspicabile per una cella di detenzione. Pesaro ospita anche 3 detenuti con problemi psichici ed è proprio di poche settimane fa la polemica dei sindacati dopo che un detenuto con turbe psichiche ha sferrato schiaffi e distrutto la cella due volte in tre giorni. Tanto che i sindacati Sappe e Osapp sostengono che l'istituto pesarese "non è idoneo a gestire tale tipologia di detenuti". Sono 192 gli atti di autolesionismo concentrati in massima parte nell'istituto di Ancona Montacuto e Pesaro (87 e 78), un dato "che può esser messo in relazione alla situazione di sovraffollamento". Sono invece 211 gli episodi di aggressione concentrati soprattutto ad Ancona e Pesaro.
di Luca Preziusi
Il Mattino di Padova, 4 marzo 2021
Non è bastata la prima seduta del Consiglio comunale per nominare il Garante dei detenuti al Due Palazzi. La frattura emersa nei giorni scorsi in maggioranza ha avuto i suoi effetti, e quindi ieri sera non sono bastati i 21 voti per raggiungere i due terzi dei voti dei consiglieri per incaricare Antonio Bincoletto. Ne servivano 22. Si torna in aula la prossima settimana con le stesse regole, e qualora non ci fossero nuovamente 22 voti su 32, si procederà ad una terza convocazione.
In quel caso però basterà il voto a favore di un terzo del consiglio. Il consigliere "giordaniano" Luigi Tarzia nei giorni scorsi aveva sponsorizzato la candidatura di Maria Pia Piva (1 voto ieri), opponendola a Bincoletto (ma ci sono anche altri 5 candidati), su cui invece si era accordata la maggioranza e parte dell'opposizione. Una scelta provocatoria dopo lo scontro di un mese fa sul tema della parità di genere, che Tarzia ha usato contro Coalizione Civica per sfidarla ad eleggere una donna.
di Giangiacomo Schiavi
Corriere della Sera, 4 marzo 2021
Le ostie che i detenuti di Opera (Milano) producono da anni ora arrivano in 500 chiese, da Gaza all'Argentina. L'iniziativa avviata dalla "Casa dello Spirito e delle arti" di Arnoldo Mosca Mondadori in continua espansione. È stato un lampo, come i tanti che accendono la fantasia di Arnoldo Mosca Mondadori e diventano idee che si traducono in progetti. O meglio: in misteriose alchimie che trasformano la disperazione in speranza. Così un giorno di cinque anni fa, nel carcere di Opera, gli ultimi degli ultimi sono diventati protagonisti di una storia che dalla periferia di Milano si allarga alle periferie del mondo e coinvolge volontari, giovani, suore, preti, missionari, laici devoti e non devoti, una catena solidale che mette il bene davanti a tutto.
"In carcere vengono prodotte le ostie per la messa - spiega Mosca Mondadori- che poi vengono donate a tutte le parrocchie che ne fanno richiesta. È una forma di riscatto e di lavoro per persone detenute che si erano macchiate di gravi colpe e che hanno seguito un percorso di presa di coscienza del male commesso. Dalle loro mani, un tempo sporche di sangue, nasce quello che diventerà il corpo di Cristo. Un paradosso, un segno che cerca di dire qualcosa del mistero dell'amore, che è sempre paradossale rispetto al nostro pensiero".
Quando papa Francesco, all'Angelus, ha benedetto le ostie e abbracciato i detenuti che le fabbricano, il lampo, l'idea e il progetto si sono messi insieme fino a diventare un'impresa che raccoglie adesioni da tutto il mondo. Le ostie prodotte in carcere hanno iniziato a viaggiare. I detenuti ne hanno prodotte artigianalmente più di 4 milioni. E sono arrivate in 500 chiese sparse per il mondo.
Il progetto ha questo nome: "Il Senso del pane". Ma è molto di più: dà un senso alle vite che papa Francesco chiama di scarto. Aiuta uomini e donne a recuperare la dignità con il lavoro. Il carcere di Opera è il campo base, il laboratorio pilota. Che si è esteso al Mozambico e all'Etiopia, dove sono impegnati ex ragazzi di strada; allo Sri Lanka e alla Turchia, dove lavorano ragazze per non entrare nel mercato della prostituzione; a Pompei e Betlemme, dove sono attivi i giovani con disabilità fisica e psichica; fino alla Striscia di Gaza, dove vengono chiamate a lavorare le persone più povere. La novità è lo sbarco in Sudamerica. A Buenos Aires, racconta Mosca Mondadori, è nato un laboratorio dove producono le ostie ragazzi e ragazze che escono dal mondo della droga, seguiti da don Adrian Bennardis. "Con ognuno di loro, come per ciascuna delle persone impegnate nei diversi laboratori, si pensa a un progetto per il futuro, che tenga conto dei talenti di ciascuno e che possa portare alla dignità e all'autonomia".
È la Casa dello Spirito e delle Arti a coordinare una rete che in pochi anni si è estesa alle periferie esistenziali del mondo. "La pandemia - spiega ancora Arnoldo Mosca Mondadori - ci sta ricordando uno dei bisogni più grandi di questo tempo: il bisogno di relazione umana, la necessità di affidarci a qualcuno che è più grande di noi. E prosegue: "Il vaccino naturalmente è importante, fondamentale per uscire dall'emergenza della pandemia. Ma non può salvarci dall'egoismo". Il Senso del Pane è come un antidoto, un sogno realizzato grazie alla generosità di alcune persone. "Una di queste, Marisa Baldoni, ci ha lasciato in questi giorni. Con lei è nata la nostra Fondazione. Era una persona di pura generosità, che ha donato più dell'85 per cento dei suoi beni ai poveri". C'è un mistero in ogni progetto, secondo Mosca Mondadori, "che non nasce dal nostro merito, ma è benedetto dal cielo". Lui cerca solo di far atterrare i sogni, renderli concreti.
Qualche anno fa ha ideato la Croce di Lampedusa, con il legno dei barconi di migranti affondati nel Mediterraneo: oggi è un simbolo di accoglienza. Prima ancora aveva creato l'Orchestra dei popoli, al Conservatorio di Milano, un progetto di integrazione culturale con giovani musicisti di 60 nazionalità diverse. "Penso che in ogni essere umano ci sia la scintilla, il mistero dell'infinito. Paradossalmente dobbiamo prendere atto di aver ricevuto un dono folle: siamo esseri che hanno dentro l'infinito", spiega. Con l'associazione Apac, in un carcere del Brasile si è avviato un nuovo laboratorio dove lavoreranno persone che hanno commesso crimini e si sono pentite: "Alcuni dei detenuti hanno ucciso, e hanno chiesto liberamente di lavorare con noi senza nessuno sconto di pena. Il loro è un percorso è spirituale, i laboratori sono dei luoghi ponte dove le persone possono ritrovare la propria dignità, al di là della loro religione".
C'è una bontà rivoluzionaria, diceva Ermanno Olmi. E questa lo è. "Credo che in quel piccolo pezzo di pane consacrato - si avvia a concludere Mosca Mondadori - si nasconda la vera rivoluzione. In quel pane c'è il misterioso cibo che offre da mangiare alla nostra sete d'infinito. E quando l'uomo è dissetato in questa sua sete fondamentale non ha più bisogno di fare le guerre, di invidiare, di accumulare ricchezze. Vuole solo comunicare la meraviglia che sente dentro di sé, e allora inizia a condividere, a dare, non perché abbia un merito, ma perché ha assaporato la vera felicità". Quante vite si possono aiutare così?
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 4 marzo 2021
Dal 5 marzo ogni venerdì i podcast che raccontano l'avventura della compagnia teatrale Evasioni con gli attori detenuti del carcere Pagliarelli Lo Russo. Dopo la scrittura, la voce. Il potere evocativo della parola si fa suono nella Fase 2 del progetto "Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso cultura e bellezza" che vede protagonisti gli attori detenuti alla Casa Circondariale Pagliarelli - Lo Russo.
Da venerdì 5 marzo sarà disponibile sulle maggiori piattaforme digitali e sulla pagina Facebook dell'Associazione Baccanica il primo dei podcast prodotti e realizzati dalla compagnia Evasioni, diretta dalla regista Daniela Mangiacavallo. L'appuntamento sarà ogni venerdì dalle ore 21 per sette storie sonore che raccontano il lavoro poetico e drammaturgico della compagnia Evasioni dentro e fuori la casa circondariale, in attesa di potere riprendere l'attività in presenza. Gli attori della compagnia sono già entrati in sala d'incisione per realizzare le sette puntate sonore.
E toccherà alla regista Daniela Mangiacavallo alzare il sipario sulla nuova avventura con il primo dei podcast "Da dove tutto ebbe inizio..." che ripercorre storie, ricordi, emozioni all'interno della sezione maschile dell'istituto Pagliarelli-Lo Russo in rete da venerdì 5 marzo.
Il secondo appuntamento è con Oriana Billeci, che indaga "Gli universi della parola", poi è la volta di Marzia Coniglio con "Invenzione: una creazione dal caos". Floriana Cane cura "Dentro un dipinto", come entrare e raccontare un'immagine, mentre Fabiola Arculeo, per il podcast numero 5 curerà "Tutti i Mondi possibili". Chiudono il progetto l'artista Piriongo che "anima" le sue illustrazioni in "Segnali positivi" e la costumista Roberta Barraia con "Dal filo di un'idea alla trama di un costume".
Il secondo step del progetto "Per Aspera ad Aspra" continua a lavorare sulla costruzione drammaturgica del nuovo spettacolo della compagnia "Evasioni", il quarto dopo gli applauditi Enigma, La Ballata dei Respiri e Transiti, tutti messi in scena dai detenuti- attori in questi quattro anni di attività con l'associazione Baccanica, fondata dalla regista Daniela Mangiacavallo.
Nella Fase 1 "Corrispondenze" gli attori detenuti e gli altri artisti della compagnia si sono scambiati lettere per creare un dialogo tra il carcere, luogo apparentemente chiuso oltre le sbarre, e il mondo fuori. Adesso saranno le voci dei compagni da fuori ad entrare in carcere e raccontare l'evolversi della drammaturgia: gli spunti e le suggestioni sono le stesse lettere spedite dal carcere che stanno tracciando la rotta della nuova drammaturgia. Un percorso artistico e poetico che sarà condiviso anche con il pubblico che potrà ascoltare i podcast sulle piattaforme digitali: un filo che attraversa la compagnia e arriva a chi sta dentro e anche oltre le sbarre.
"Parole, immaginari, vite reali e mondi inventati. Una distanza forzata che sta trasformando il progetto teatrale di quest'anno in un'occasione davvero unica - spiega Daniela Mangiacavallo -. Un limite apparentemente insuperabile può metterci in crisi, ma possiamo decidere se stare fermi e subire il limite o superarlo, trasformandolo in una grande opportunità. E per noi è stato così - conclude la regista. È davvero straordinario come la forza del teatro possa sviscerare nuove possibilità".
"Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza" vede in rete dodici compagnie teatrali italiane che operano negli Istituti penitenziari, tra cui la Compagnia della Fortezza, che ne è partner capofila. Il progetto è promosso da Acri e sostenuto da Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo, Fondazione Carispezia, Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, Fondazione Con il Sud, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Fondazione di Sardegna.
di Valeria Vignale
Grazia, 4 marzo 2021
Teresa è stata condannata per un grave reato e ha scontato la sua pena con delle donne di mafia. Ma è anche tra le protagoniste di uno spettacolo teatrale sul dolore nascosto di queste detenute. "Riviviamo ogni giorno lo stesso lutto", dice a Grazia. "E cioè: aver lasciato soli i nostri ragazzi"
Prove teatrali nel reparto di Alta Sicurezza femminile del carcere di Vigevano.
Teresa inizia il suo monologo. Racconta in prima persona la storia di un'altra detenuta che ha perso un figlio ed è stata colpevolizzata dai famigliari. A un certo punto si ferma: "Non mi ricordo più niente, neppure come finisce... Mi si è bloccata la mente".
E il drammaturgo Mimmo Sorrentino le risponde: "Lo sai perché è difficile per te ricordare queste parole? Perché fanno male. Perché voi, qui dentro, rivivete lo stesso lutto ogni giorno: ogni madre si sente responsabile per aver lasciato i figli lontani". È una delle scene iniziali di Cattività, il documentario di Bruno Oliviero che segue il percorso di Sorrentino, autore e teorico del teatro partecipato, nell'ambito del progetto Educarsi alla libertà (dal 12 marzo su Chili, CG Digital e iTunes, successivamente su altre piattaforme).
Una dozzina di donne, in carcere per reati associativi spesso legati a mafia, camorra e 'ndrangheta, hanno raccontato al drammaturgo la loro vita e, dopo che lui ne ha tratto un testo teatrale, hanno interpretato ognuna la storia di un'altra. Specchiandosi, hanno elaborato episodi di violenza e sofferenze iniziate nell'infanzia o molti anni prima, spesso con padri e mariti sposati alla malavita. Ne è nato uno spettacolo corale che, grazie a permessi speciali e alla scorta, hanno portato in teatri e scuole, a cominciare dall'Università Statale di Milano dove Nando Dalla Chiesa insegna Sociologia e metodi di educazione alla legalità. Uno studente chiede: "Avreste potuto avere una vita alternativa, con biografie come le vostre?".
Difficilissimo, risponde una di loro. Ma tra prove ed esibizioni, confronti con il gruppo e con il regista, le si vede passare attraverso un cambiamento profondo. "Fare teatro mi ha dato un grande sostegno e mi ha fatto crescere", racconta Teresa Napolitano, 45 anni, che nel 2020 è tornata dai suoi tre figli a Napoli dopo aver scontato una condanna a nove anni per traffico di stupefacenti (di cui sei alla Casa di reclusione di Vigevano). "Non può certo mancarmi il carcere, ma alcune compagne sì. Sono stata fortunata, ho conosciuto tante persone squisite. Belle dentro". Belle dentro, doppio senso involontario perfetto per la loro storia.
Come è iniziata la sua esperienza teatrale?
"Sono arrivata a Vigevano nel 2014 e dopo pochi mesi gli educatori mi hanno proposto il progetto di Mimmo Sorrentino. Ero curiosa ma essendo timida inizialmente non volevo partecipare, è stata una compagna a incoraggiarmi. Facevo fatica a esprimermi e avevo così vergogna che ho detto a Mimmo: "Posso dire solo poche parole". Invece poi, a poco a poco, mi sono sciolta. Lui è così generoso e umile, e lo senti così vicino nei momenti di sconforto, che ti viene naturale parlarci e aprirti completamente. Con il tempo sono riuscita anche a imparare un intero monologo".
È stato terapeutico?
"Direi di sì. Ed è terapeutico scambiarsi le storie sul palcoscenico: vedi un'altra persona che racconta la tua, ne diventi spettatrice e la accetti. Quando poi ho raccontato al pubblico quella di una compagna, mi ci sono calata dentro e immedesimata totalmente, ne parlavo davvero come se fosse la mia. È stato un modo per conoscere le altre, sentirci unite, stare dentro la sofferenza con loro sapendo che anche loro sono con te".
Perché era difficile, all'inizio, ricordare le parole del monologo?
"Perché era la vicenda di una detenuta che ha perso un figlio, come me. Io ero rimasta incinta a 18 anni di una bambina, ma all'ottavo mese ho avuto una gestosi, la piccola ha avuto un infarto e anch'io ho rischiato di morire. È stata durissima. Ma il monologo era tosto anche per un altro motivo: in quel momento soffrivo per i figli che crescevano lontano da me. Ne ho avuti tre, dopo aver perso la prima, e sono diventata pure nonna mentre scontavo la pena: due femmine di 23 e 18 anni, la prima con un figlio di 6 anni, e un maschio di 16. L'ho lasciato che era un bambino, l'ho ritrovato alto un metro e 80".
Non l'aveva più rivisto?
"Solo in foto, e non le dico che colpo era guardarle quando mi arrivavano. Quando ci consegnavano la posta avevo il batticuore perché non aspettavo altro che le loro lettere, visto che non potevano venire da Napoli a farmi visita. Ci sentivamo al telefono una volta alla settimana: avevo dieci minuti per parlare con tutti. Mi sono sempre battuta per veder riconosciuta la mia innocenza (è stata condannata per traffico di droga, ndr), appartengo a una famiglia lontanissima dalla vita di strada ma con i ragazzi mi sentivo comunque in colpa. Loro mi hanno sempre tranquillizzato, mi raccontavano le loro giornate. Sono stati i miei genitori e i miei suoceri a seguirli: mio marito è ancora in carcere. Quando ci siamo sposati avevo 21 anni e lavorava in un'impresa di pulizie, ma una decina di anni dopo ha iniziato a frequentare un brutto giro".
I ragazzi l'hanno vista recitare?
"Sì, in un video. Si sono commossi, mi hanno detto: "Sei forte, sei la nostra regina". Mi ha aiutata molto ad andare avanti".
Com'è stato portare lo spettacolo fuori dal carcere?
"La prima volta, alla Statale di Milano, ci sentivamo come delle star: ci avevamo messo tanto impegno e ci hanno accolto tutti così calorosamente. Eravamo eccitate come ragazzine alla loro prima festa. Ma soprattutto il teatro, in questi anni, mi ha distolto da altri pensieri e mi ha aiutato a crescere: oggi mi sento più sicura. Ogni istante di quell'esperienza è stato prezioso".
Quando è tornata a casa?
"Esattamente un anno fa, in febbraio. Sono partita in treno ma, ci crede? Non ricordo nulla del viaggio, solo la grande emozione di riabbracciare i ragazzi. In questi anni mi sono chiesta spesso per che cosa vivo e la risposta è stata sempre: "per i figli". Ho un legame quasi morboso con loro, come se non avessero mai tagliato il cordone ombelicale".
Che cosa desidera ora per il suo futuro?
"Cose semplici, lavorare e vivere serenamente. Per il momento mi arrangio facendo le pulizie. In carcere avevo fatto anche la cuoca. Il teatro? Mi piacerebbe continuare ma qui non saprei come".
di Marco Imarisio
Corriere della Sera, 4 marzo 2021
Bisogna fare i conti con la cultura che si intravede dietro certe dichiarazioni quasi compiaciute. Con una sottostima ormai consueta della funzione svolta dalla scuola. La scuola è il primo luogo dove si impara l'importanza delle parole. Che possono essere pietre, ma sono sempre e comunque indicatrici di una visione del mondo.
Non è neppure questione di chiudere o non chiudere, per quello ormai ci sono parametri rigidi come il nuovo inverno pandemico che stiamo vivendo. Quando Vincenzo De Luca definisce "Ogm" e "cresciuta con latte al plutonio" una bambina evidentemente considerata strana perché ha voglia di stare in classe, quando Giovanni Toti sostiene che battersi per la presenza in aula significa "tenere fede a una idea elitaria della cultura", riducendo così un tema universale a una scelta di campo, destra o sinistra, pesto o ragù, diventa chiaro che il problema non è solo tenere a casa un altro mese gli alunni.
Magari fosse così. Invece bisogna fare i conti con la cultura che si intravede dietro certe dichiarazioni quasi compiaciute per quella che è una sconfitta dell'intera società. Con una sottostima ormai consueta della funzione svolta dalla scuola. Con la tendenza a considerare l'istruzione un valore aleatorio e fungibile, ordinaria merce di scambio al mercato della politica. E non una linea del Piave da difendere a ogni costo, come invece avviene in altri Paesi a noi vicini, dove il mantenimento della didattica in presenza è considerato una questione di principio. Al punto che quando si è obbligati a rinunciarvi, lo si fa con sincera preoccupazione. Senza prendere sottogamba una scelta destinata ad avere comunque pesanti conseguenze.
La scuola continua a essere un retro-pensiero, per i nostri presidenti di Regione, che ormai da un anno si spendono con generosità per la causa di ogni categoria purché in possesso di certificato elettorale. E nelle loro richieste hanno sempre tenuto sullo stesso piano la necessità di chiudere le aule e quella di riaprire le attività commerciali. Contribuendo così a far percepire l'istituzione più importante per il nostro futuro come una sorta di nemico del fatturato.
Nelle sue dirette su Instagram, Matteo Salvini attaccava spesso l'ex ministra Lucia Azzolina dicendo che certo, la scuola è una bella cosa "ma prima viene la produttività". Non esprimeva solo una opinione personale, ma dava voce a una corrente ben presente nella nostra società, per quanto carsica. Altrimenti non si spiegherebbe il nostro ultimo posto nella spesa pubblica destinata all'istruzione tra i 37 Paesi dell'Ocse e l'esaltazione spesso strumentale della didattica a distanza, quando appare evidente che quella in presenza è molto più efficace. Chi ha responsabilità istituzionali dovrebbe avere un orizzonte più vasto. I danni e le disuguaglianze prodotte da questa situazione sui nostri ragazzi sono sotto gli occhi di tutti. Se le parole hanno davvero un peso, quelle sulla scuola di gran parte della nostra classe dirigente rivelano una leggerezza imperdonabile.
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