zonalocale.it, 6 marzo 2021
Un internato si è tolto la vita nel carcere di Vasto. A comunicarlo è il Sappe. "In data odierna un internato ubicato presso la sezione 1° piano è stato ritrovato privo di vita. Questa organizzazione sindacale non è più disposta a tollerare le mancanze da parte delle istituzioni sia a livello locale che nazionale, il personale di Polizia penitenziaria è allo stremo delle proprie forze, il turno notturno, quando va bene è assicurato da cinque agenti compresa la sorveglianza generale, mancano progetti affinché gli internati (per la maggior parte soggetti psichiatrici), socialmente pericolosi ma che nel contempo vivono un senso di frustrazione e abbandono, siano impegnati a livello lavorativo, gli stessi passano il proprio tempo oziando per la maggior parte del tempo in cella.
Questa segreteria locale è ben disposta a dimostrare in tutte le sedi e a tutte istituzioni come negli ultimi due anni abbia denunciato fortemente come la situazione stesse peggiorando e come peggioreranno nei prossimi mesi avvenire, è inaccettabile che poliziotti con oltre trent'anni di servizio e prossimi alla pensione debbano andare incontro ad eventuali procedimenti penali quando le responsabilità sono da ricercare in un sistema penitenziario che non funziona, che fa acqua da tutte le parti che decreta il fallimento delle Stato Italiano".
radiocittafujiko.it, 6 marzo 2021
L'inchiesta sulle morti nel carcere Sant'Anna di Modena seguite alla rivolta del marzo 2020 potrebbe essere archiviata. La procura del capoluogo emiliano ha chiesto l'archiviazione del fascicolo aperto. Secondo gli inquirenti, otto dei nove decessi sarebbero conseguenza di overdose da metadone e altri farmaci dopo l'assalto all'infermeria e la condotta della polizia penitenziaria e del personale medico non mostrerebbe sottovalutazioni o comportamenti illeciti. Contro questa richiesta, il Comitato Verità e Giustizia manifesterà nel piazzale antistante l'ingresso della casa circondariale il 7 marzo alle 10.30, un anno dopo le rivolte.
Il Comitato non accetta che la vicenda si concluda in questo modo. In questi mesi ha raccolto un dossier di testimonianze, dalle quali emerge che durante e in seguito alle rivolte, in particolare nei trasferimenti al carcere di Ascoli, ci furono pestaggi da parte della polizia penitenziaria verso i detenuti provenienti da Modena. Cinque detenuti, in particolare, hanno sporto denuncia consentendo l'apertura di un fascicolo. I morti durante la rivolta furono cinque, ma altri quattro detenuti furono trasferiti in altri istituti penitenziari, nei quali morirono nei giorni successivi, nonostante le loro condizioni di salute fossero già gravi.
Al momento della sua presentazione pubblica, il Comitato Verità e Giustizia aveva sottolineato che, anche prendendo per buona la versione ufficiale, nel carcere di Modena potrebbe essersi registrata un'omissione di soccorso che non impedì la morte dei detenuti. "Ricordiamoci che alcune persone sono morte durante il trasferimento o a trasferimento avvenuto - sottolinea ai nostri microfoni Alice, portavoce del comitato - Anche se fosse che tutti i morti sono stati causati dall'abuso di metadone, la responsabilità della morte di queste persone va chiarita, perché una persona in fin di vita non deve essere trasferita".
Il dossier elaborato dal comitato si compone di 122 pagine, suddivise per mese, in cui si ricostruiscono le informazioni che sono uscite a proposito della vicenda, più testimonianze inedite. "Le testimonianze sono molto interessanti perché, aldilà delle cause della morte delle persone, c'è da indagare anche sul comportamento delle istituzioni penitenziarie nei confronti di chi veniva da Modena e, secondo loro, aveva preso parte alla rivolta, anche se non era così". Il dossier sarà presentato proprio il 7 marzo durante la manifestazione e successivamente inviato alle redazioni e a tutti coloro che fossero interessati.
di Luca Preziusi
Il Mattino di Padova, 6 marzo 2021
Il "caso Due Palazzi" arriva in Parlamento. È il senatore di Fratelli d'Italia Luca De Carlo (che è anche coordinatore veneto del partito) a presentare un'interrogazione al Ministro della Giustizia Marta Cartabia sulla situazione della casa di reclusione di Padova, con particolare attenzione ai problemi delle guardie penitenziarie. "È una situazione che mette a rischio sicurezza e salute di oltre 500 servitori dello Stato", spiega il senatore.
"Sui 528 agenti previsti, l'organico attuale può contare solo su 475 uomini. Un conto che però è solo "sulla carta" perché un centinaio di questi vengono regolarmente impegnati in altri servizi legati all'attività penitenziaria e quindi non possono essere fisicamente al lavoro nelle carceri - sottolinea De Carlo - Per contro, la Casa di Reclusione ospita quasi 600 detenuti, a fronte della capienza massima fissata a 450, con inevitabili problemi di invivibilità e quindi di sicurezza, come dimostra la rivolta scoppiata lo scorso anno. In più, nella casa circondariale padovana verrà presto aperta una sezione dedicata ai detenuti psichiatrici, con nuove problematiche di sicurezza e di gestione come dimostra l'esperienza del carcere di Belluno dove frequenti sono le aggressioni da parte dei detenuti ai danni degli agenti. L'emergenza personale nelle carceri, a Padova come in tutto il Veneto e nel resto della nazione, deve essere risolta al più presto".
Il senatore di Fratelli d'Italia è netto, anche perché le guardie penitenziarie si trovano anche a dover affrontare l'emergenza Covid che in carcere può assumere i contorni del focolaio: "Parliamo di servitori dello Stato che rischiano la propria salute e la propria vita per difendere la sicurezza dei cittadini, accumulando decine di ore di straordinari per sopperire alle mancanze di organico, e i pericoli per la loro salute legati allo stress psicofisico ed emotivo sono sempre dietro l'angolo", conclude.
Del caso si occuperà anche il Consiglio comunale, impegnato in questi giorni a eleggere il Garante dei detenuti, con la prima votazione mercoledì scorso in cui la maggioranza ha fallito il quorum per le elezioni: "Proprio nei giorni in cui si sono accese fortissime polemiche sull'elezione del garante da parte del consiglio comunale e ho richiesto per ben due volte, a nome di Fdi, che si facesse chiarezza sulle presunte pressioni ai consiglieri per queste elezioni, ringrazio il nostro coordinatore regionale per questo intervento di livello nazionale", aggiunge il consigliere comunale di Fdi Enrico Turrin. "Lo Stato deve garantire la sicurezza dei suoi cittadini, dei suoi uomini e dei detenuti interrogherò il ministro Cartabia chiedendo cosa vuole fare questo governo a sostegno delle strutture penitenziarie e del personale che ci lavora", conclude De Carlo.
di Luca Preziusi
Il Mattino di Padova
Stiamo valutando gli estremi per presentare un esposto in Procura. Quello che è accaduto è grave e non è stato per niente divertente. L'autore non ha preso in giro solo l'amministrazione comunale, tra l'altro durante un momento serissimo come il consiglio, ma anche tutti i cittadini".
L'assessore all'avvocatura civica e alla legalità Diego Bonavina torna sul caso Matteo Messina Denaro. Il nome del latitante più ricercato in Italia è stato scritto nero su bianco sulla propria scheda da un consigliere comunale durante il voto (segreto) di mercoledì sera in consiglio comunale, convocato per nominare il garante dei detenuti. Un gesto che non è piaciuto all'intera assise, che ha denunciato in massa l'episodio, aldilà dei partiti e appartenenze politiche.
"Prendiamo come amministrazione tutte le distanze possibili da questa vicenda - prosegue Bonavina - che reputiamo gravissima, e su cui siamo a lavoro per capire se e come agire, magari intraprendendo un'azione legale. Non sappiamo chi sia stato, ma è necessario che la Procura apra un fascicolo, perché io mi sono sentito offeso, e penso che come me si siano sentiti offesi tutti i padovani.
E a me questo non va bene affatto". Va ricordato che il garante dei detenuti non è stato eletto per un solo voto, ossia proprio quello andato al boss Matteo Messina Denaro, condannato a più ergastoli e ricercato dal 1993. Prima di Bonavina era stato il consigliere leghista Alain Luciani a premeditare un esposto in Procura, pur avendo il forte sospetto che la "goliardata" porti la firma di un consigliere d'opposizione, quindi forse non troppo distante politicamente da lui.
Anche il presidente del consiglio comunale Giovanni Tagliavini vuole vederci chiaro: "Quella di mercoledì sera è stata una seduta particolare, perché la prima in presenza dopo tanto tempo e con protocolli di sicurezza specifici che io avevo il compito di far rispettare, e quindi questo episodio è scivolato via troppo facilmente. Nei prossimi giorni ne parlerò sicuramente con i capigruppo, e valuteremo se farlo diventare un argomento per il prossimo consiglio comunale", conclude l'esponente della lista civica di Arturo Lorenzoni.
di Serena Termini
redattoresociale.it, 6 marzo 2021
Intervista a Rita Barbera, vice presidente del centro studi Pio La Torre ed ex direttrice del carcere Ucciardone di Palermo. "Si interviene ancora quando è già troppo tardi". Ragazze giovani e giovanissime ma anche donne mature, quasi ogni giorno, muoiono uccise da uomini. L'elenco di queste tragedie è lungo e occorre mettere in campo tante forze. Per fronteggiarlo, secondo Rita Barbera, con 35 anni di servizio dentro diversi istituti di pena, oggi vicepresidente del Centro studi Pio La Torre ma per tanti anni direttrice del carcere Ucciardone di Palermo, bisogna urgentemente attivarsi nei confronti degli uomini in chiave preventiva, senza però trascurare nello stesso tempo i progetti e percorsi specifici di aiuto e di accompagnamento degli autori di questi reati.
Nella sua lunga esperienza di direzione delle carceri, ha conosciuto anche autori di questi reati?
Assolutamente, sì. Dal '96 al 2003 sono stata al carcere Pagliarelli, proprio nei primi anni della sua apertura quando c'erano solo spazi immensi e niente altro. Dopo altri istituti di pena, poi mi sono fermata dal 2011 all'aprile del 2019 al carcere Ucciardone. A questo proposito ricordo una storia che mi ha segnato per sempre facendomi soprattutto riflettere su come organizzare gli interventi sugli autori dei femminicidi. La prima cosa da dire è che solo la pena detentiva in carcere, senza altri progetti rieducativi mirati sulla persona detenuta, non serve a niente. Tanti anni fa, conobbi dentro un istituto di pena, un giovane appuntato della polizia che era uno dei migliori nel suo servizio. Aveva una moglie e due figli. Un giorno uccise sparandogli il presunto amante della moglie. Gli diedero un numero considerevole di anni di pena che scontò in vari istituti. Durante la lunga detenzione la moglie e i figli andavano a trovarlo regolarmente per avere dei colloqui. Sembrava che in qualche modo fosse avvenuta la ripresa di un rapporto di coppia. Dopo 10 anni, quando gli fu concessa la semilibertà, dopo pochi giorni, uccise la moglie. Purtroppo parliamo di una persona che, nonostante i tanti anni di detenzione, non aveva fatto alcun progresso, forse anche perché non aveva partecipato a percorsi dedicati finalizzati a prendere consapevolezza sul fatto compiuto. È stato un fallimento che ci ha messo in discussione se pensiamo che si trattava di una persona 'normalè su cui si poteva lavorare non essendo un delinquente abituale e non provenendo da contesti sociali violenti o problematici. In questo caso non è stato raggiunto alcun obiettivo di tipo rieducativo.
Che cosa occorre fare allora per arginare il più possibile il fenomeno?
Nell'esercizio delle nostre responsabilità dobbiamo dare, ognuno per la sua parte, il nostro contributo. Non abbiamo più tempo da perdere perché occorre attivare anche dentro le carceri azioni di trattamento con progetti specifici dedicati a chi compie questi reati. Questi uomini devono essere inseriti in percorsi multidisciplinari che possano farli riflettere su come allontanare certi forti condizionamenti culturali. Occorre riuscire a scardinare una cultura patriarcale storica che vede il maschio che prevale sulla donna sottomessa, considerata solo un oggetto da possedere. Bisogna lavorare su due aspetti: da una parte su quello culturale e dall'altra su quella della persona che è come se avesse 'una bomba innescata nel cervello' pronta ad esplodere da un momento all'altro. Gli uomini devono essere aiutati ad abbandonare l'idea che gli atti di ribellione al possesso siano talmente offensivi e frustranti da dover essere contrastati con azioni estreme e disperate. Purtroppo i progressi e processi culturali hanno bisogno di tanto tempo e noi non possiamo più permettercelo perché questo tempo significa violenza e morte. La donna, negli anni è andata avanti in tutti gli ambiti, facendo crescere la consapevolezza piena di sé che certi uomini, rimasti indietro, non hanno voluto accettare.
Ricorda qualche progetto portato avanti?
Sì, quando ero nell'istituto di pena di Castelvetrano (Tp), dove oggi ci sono i sex-offenders per reati di vario tipo, ho portato avanti un progetto di recupero. Si trattava di un percorso dedicato che prevedeva pluricompetenze con interventi specifici di psicologo, psichiatra, assistente sociale ed educatore. Almeno, so che fino a due anni fa, quando sono andata in pensione, di interventi di questo tipo ce n'erano ben pochi. Bisogna sicuramente allora accrescere questi progetti se si vogliono raggiungere precisi obiettivi che vanno a vantaggio di tutta la società.
In chiave preventiva, invece, che bisogna fare?
Molte tragedie, il più delle volte, sono "cronaca di una morte annunciata", per i segnali che c'erano stati quasi sempre prima della violenza e che forse, se intercettati immediatamente con strumenti adeguati, anche su denuncia della donna o di persone a lei vicine, avrebbero potuto essere utili ad evitarle la morte. Siamo davanti a episodi di cronaca traversali perché investono tutti i contesti sociali. In chiave assolutamente preventiva occorrerebbe già intervenire subito non appena si manifestano i primi segnali. Già quando una donna si reca al pronto soccorso mostrando segni di percosse sospette bisognerebbe attivarsi. Oltre alla diffida, il questore dovrebbe obbligare la persona a frequentare un centro specializzato per il recupero degli uomini maltrattanti. Solo in questo modo sarebbe auspicabile che questi rifletta per comprendere a poco a poco, la gravità di certi atti compiuti sulla donna. So che in Sicilia ne esiste uno a Caltanissetta. La realizzazione di questi centri sarebbe già un grande passo in avanti per tutto il Paese.
La normativa in materia aiuta?
Anche le recenti leggi in materia di violenza di genere come il codice rosso, non hanno avuto evidentemente l'effetto deterrente; forse, vorrei speralo, è stato efficace per evitare qualche atto di violenza in più ma, purtroppo la drammatica recrudescenza degli ultimi femminicidi mi hanno profondamente sconfortata, facendomi pensare che non si faccia ancora abbastanza. Si interviene ancora quando è già troppo tardi e si erano manifestati episodi che non avrebbero dovuto essere sottovalutati. Bisogna adoperarsi subito senza aspettare che la donna arrivi alla denuncia che, per tanti motivi, può essere anche un passo per lei molto difficile da fare. È lo Stato, quindi, che in questo caso deve intervenire sostituendosi alla donna, per proteggerla non certo per condannare subito, ma, certamente, in alcuni casi, per evitare il peggio. Sicuramente per un cambio di rotta c'è tanto lavoro ancora da fare a tutti i livelli.
lavocediasti.it, 6 marzo 2021
Berutti mette in luce le perplessità espresse dal sindaco, Maurizio Rasero, dell'assessore Mariangela Cotto e chiede una serie di informazioni sulla situazione di Quarto. Sul carcere di Asti c'è una nuova interrogazione del Senatore di Cambiamo Massimo Berutti al Ministro della Giustizia in merito alla realizzazione di un nuovo padiglione detentivo nella Casa di reclusione ad alta sicurezza di Quarto Inferiore.
"Sul tema del nuovo padiglione - spiega Berutti -circolano notizie da più di un anno, già a gennaio 2020 avevo chiesto informazioni al Ministro della Giustizia. Ora che è avvenuto il cambio al vertice del Ministero e che il Comune di Asti e il Garante dei detenuti hanno espresso ulteriori perplessità, mi è sembrato doveroso chiedere al Ministro Cartabia informazione, dialogo e condivisione, così da capire se ci sono le condizioni per la realizzazione o, come sembra, sia il caso di non ampliare la realtà astigiana".
Nell'interrogazione, Berutti mette in luce le perplessità espresse dal sindaco. Maurizio Rasero e dell'assessore Mariangela Cotto ed anche quelle del Garante delle persone detenute del Piemonte, Bruno Mellano e chiede una serie di informazioni sulla situazione di Quarto d'Asti.
"Come avevo evidenziato già un anno fa, sottolinea Berutti, c'è innanzitutto una questione di metodo, per cui su un progetto del genere si deve lavorare con la massima condivisione e concertazione territoriale, a questo si affiancano poi le incognite sul progetto, che è necessario valutare per capire se è sostenibile, cosa che allo stato attuale non sembra. Nell'attesa di ottenere una risposta dal Ministro, mi attiverò anche per avviare un dialogo con i nuovi Sottosegretari. Sono certo avremo quanto prima riscontri puntuali".
La vicenda - Nel 4° Dossier delle criticità strutturali e logistiche relative alle carceri piemontesi presentato lo scorso 30 dicembre, Bruno Mellano, garante Regionale dei Detenuti, aveva segnalato l'adeguamento, ampliamento e rifunzionalizzazione dei servizi di accoglienza dei parenti, in particolare per quanto riguarda i colloqui con i figli minori che ora si svolgono in condizioni del tutto inadeguate; la costruzione di spazi per i progetti e le attività trattamentali, formative e scolastiche, annunciando la realizzazione di un nuovo padiglione utilizzando una parte dello spazio attualmente occupato dalle aree verdi. Ma il Comune di Asti non ne aveva avuto comunicazione esprimendo perplessità proprio per la natura di massima sicurezza del carcere.
Il Giorno, 6 marzo 2021
L'Asst di Pavia cerca 19 medici di sanità penitenziaria ai quali poter conferire un incarico di lavoro autonomo in regime di libera professione. Nello specifico cinque professionisti dovranno lavorare all'istituto penitenziario di Pavia, cinque a Vigevano e cinque in quello di Voghera dal 1° aprile al 30 settembre. Un medico sarà a Pavia dal 2 maggio al 30 settembre e uno a Vigevano dall'8 maggio al 30 settembre, mentre un altro sarà a Torre del Gallo a Pavia dal 1° giugno e uno ancora a Vigevano dal 1° luglio sempre al 30 settembre. Su richiesta dei direttori delle carceri, le funzioni di responsabile sanitario, nei casi di assenza del titolare di incarico, verranno svolte a turno e secondo disponibilità dei medici. La domanda di partecipazione alla selezione pubblica dovrà essere presentata registrandosi al sito: https:asst-pavia.iscrizioneconcorsi.it. La procedura telematica verrà automaticamente disattivata alle 23,59 del 12 marzo, giorno di scadenza per la presentazione delle istanze.
di Fabrizio Floris
Il Manifesto, 6 marzo 2021
Cronologia di sangue. La verità senza giustizia del "Rapporto Mapping", redatto 10 anni fa dalle Nazioni unite sui crimini commessi nella Repubblica democratica del Congo tra il marzo 1993 e il giugno 2003. La tragica morte dell'ambasciatore Attanasio ha portato al centro delle cronache il Congo, le sue risorse e i suoi drammi. Ma se si vuole onorare la memoria dell'ambasciatore Luca, come lo chiamavano affettuosamente, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell'autista Mustapha Milambo il Congo dovrebbe rimanere al centro dell'agenda politica europea.
Punto di partenza rimane il "Rapporto Mapping" redatto 10 anni fa dalle Nazioni unite sulle violazioni dei diritti umani commesse nella Repubblica democratica del Congo tra il marzo 1993 e il giugno 2003. Un documento decisivo che denuncia la violenza nei confronti di oltre 40mila donne, definisce i contorni in cui sono avvenute un numero imprecisato di morti e la fuga di oltre 3 milioni di persone. È un punto di verità che si dipana negli anni e include le cause delle violenze odierne. Infatti, dieci anni non sono bastati per assicurare alla giustizia i responsabili dei crimini.
Nel Rapporto lungo 581 pagine viene descritto il massacro di Ntoto (Nord Kivu), in cui dozzine di contadini hutu Banyarwanda ("gente che viene dal Ruanda") furono uccisi da gruppi armati Mai-Maî hunde e Nyanga in seguito a discorsi di odio da parte di politici locali che chiedevano di "sterminare i banyarwanda", in un contesto in cui le popolazioni Hunde e Nyanga del territorio di Walikale credevano nell'imminenza di un attacco da parte degli hutu. Le tensioni si erano create a seguito di contestazione da parte delle altre popolazioni dei diritti politici e fondiari dei Banyarwanda, il cui peso demografico era significativamente cresciuto negli anni.
Il tutto è amplificato dagli effetti del conflitto nel vicino Ruanda fino al genocidio che ha spinto circa due milioni di hutu ruandesi a rifugiarsi nel vicino Zaire (l'attuale Repubblica democratica del Congo). Tra loro vi erano anche genocidaires, inclusi molti Interahamwe, membri della milizia responsabile della maggior parte dei massacri. L'effetto è stato uno spostamento del conflitto hutu-tutsi in territorio congolese, dove gli Interahamwe hanno iniziato ad attaccare i tutsi congolesi a partire dal 1996, con incursioni anche in Ruanda. Questo a sua volta ha provocato la diffusione di armi tra i tutsi congolesi e il sostegno militare del Fronte patriottico ruandese (il movimento rivoluzionario ruandese di Paul Kagame)
In questo contesto l'Uganda decide di appoggiare con l'invio di militari i tutsi congolesi minacciati dagli Interahamwe. Anche se l'obiettivo pare essere quello di assumere il controllo del Congo Orientale per sfruttare le sue risorse naturali e cogliere altresì l'occasione per rovesciare il regime di Mobutu. Per quest'ultimo obiettivo i presidenti dell'Uganda Museveni e del Ruanda Kagame fondano con Laurent Désiré Kabila l'Alliance of Democratic Forces for the Liberation of Zaire (Afdl): è l'inizio della prima guerra del Congo.
Tra l'ottobre 1996 e il maggio 1997 cresce la spirale di violenze l'Afdl smantella i campi profughi hutu. L'esercito zairese non combatte, i soldati sono senza stipendio e disorganizzati, commettono saccheggi e stupri sulle popolazioni locali. A maggio 1997 Mobutu fugge in Marocco e Laurent Désiré Kabila si autoproclama presidente della Repubblica del Congo. L'Onu stima che 200.000 hutu siano stati uccisi. Fine primo atto.
A partire dall'agosto 1998 c'è una rottura tra i tutsi congolesi e il regime di Kabila. I tutsi ribelli fondano il Rassemblement Congolais pour la Democratie (Rcd) sempre con il sostegno di Ruanda e Uganda. In breve i ribelli prendono il controllo dell'est del Paese. Kabila per non essere sopraffatto chiede e ottiene il sostegno di Angola, Namibia, Zimbabwe e Ciad. È la seconda guerra del Congo, che dura tre anni. Nel 2003 si crea un governo di transizione ma ad est milizie armate e soldati congolesi continuano ad agire: la Regione resta in una condizione di insicurezza permanente.
Per dieci anni, tutte le parti coinvolte si sono rese colpevoli di gravi e massicce violazioni dei diritti umani. L'Onu ha avviato un processo per individuare i responsabili e tra mille difficoltà è stato istituito un team di specialisti sotto la supervisione dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani (Ohchr), con oltre 2,7 milioni di euro di budget.
Per sette mesi, da ottobre 2008 a maggio 2009, 33 esperti congolesi e internazionali di diritti umani hanno raccolto documenti e intervistato testimoni e nonostante i tentativi di bloccare il Rapporto da parte di Ruanda e Uganda l'Ohchr ha reso pubblico il documento in data 1 ottobre 2010. Evidenziando violazioni che "presentano schiaccianti elementi di genocidio", ma senza rivelare l'identità delle circa 200 personalità di spicco coinvolte nei crimini.
Nel marzo 2016, il dottor Denis Mukwege ha presentato all'Ohchr una lettera firmata da quasi 200 ong in cui si chiedeva la pubblicazione del database che identifica i principali responsabili dei crimini descritti nel "Mapping Report", ma l'Alto commissariato ha risposto che "la divulgazione al pubblico di queste informazioni potrebbe mettere in pericolo le vittime e i testimoni delle suddette violazioni". Mukwege è tornato sul tema durante la cerimonia in cui gli è stato conferito il Nobel per la Pace (10 dicembre 2018), ma i nomi non escono.
E così da 25 anni la Regione dei Grandi Laghi è in balia del binomio violenza-sfruttamento. Eppure Mukwege continua a chiedere "la creazione di un tribunale internazionale per il Congo, che non deve restare un bastione dell'impunità". Lo stesso Papa Francesco nell'ultima enciclica Fratelli Tutti afferma che "gli accordi di pace sulla carta non saranno mai sufficienti. Occorrerà andare più lontano, includendo l'esigenza di verità sulle origini di questa crisi ricorrente. Il popolo ha il diritto di sapere che cosa è successo". Senza questo diritto senza l'arresto dei responsabili non ci sarà pace in Congo e la morte dell'ambasciatore italiano svanirà come un fatto di cronaca.
di Simona Musco
Il Dubbio, 6 marzo 2021
Lo sfogo di Casarini dopo l'inchiesta sulle ong. "Sono colpevole". Luca Casarini, l'attivista delle ong, riprende possesso del suo account Facebook a pochi giorni dal sequestro di telefoni e pc deciso dalla procura di Ragusa. L'inchiesta che lo vede coinvolto si basa sull'accusa più infamante per chi, come lui, si avventura in mare per salvare le persone che scappano da fame e guerra: favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
"Un reato - scrive - che già per il nome che porta non riconosco e non accetto, né davanti allo Stato né davanti a nessuno. Sono accusato di aver aiutato degli esseri umani a raggiungere un luogo dove non li attendessero campi di concentramento, torture, sevizie, morte. Lo rivendico davanti a chiunque, sono colpevole fino in fondo di questo".
Lo dice a gran voce e senza paura, parlando di "accuse false" e di uno scandalo "di quelli che piacciono tanto agli odiatori di professione". Ma tutta la sua vita, dice, ruota attorno a questo, il soccorso in mare. Non si sente un eroe, né una vittima, piuttosto un privilegiato: per l'amore della sua famiglia, per aver conosciuto cosa può l'amore verso gli altri e perché è circondato da persone che, come lui, salvano vite. "Le cose infamanti messe in piedi per distruggere cadranno, come cadono le cose costruite sul fango", aggiunge. "Volete impedire il soccorso in mare e in terra, ma non avete il coraggio di dirlo chiaramente, e per questo vi inventate di tutto". Ma Casarini rifarebbe ogni cosa. E appena potrà ricomincerà a farlo, "con più forza, con ogni mezzo, con tutti gli aiuti che troverò per farlo, costi quel che costi.
Perché ne vale la pena". Perché il pensiero va sempre lì: "Alle donne, uomini e bambini che sono ancora nei campi di concentramento in Libia. Penso a come si può fare per aiutarli a fuggire, per salvarli, per impedire che li uccidano o che li torturino. Se questo è un reato, sono colpevole. Lo sarò sempre".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 6 marzo 2021
Conserverà la sua validità ben oltre il 2021, il calendario realizzato dai detenuti della casa di reclusione di Paliano e dedicato ai 12 principi fondamentali della Costituzione italiana. Ogni mese è associato a un articolo, illustrato da opere pittoriche, foto d'archivio e immagini emblematiche dei lavori della Costituente, accompagnato da poesie, citazioni e frammenti letterari.
La realizzazione del calendario - curata dal funzionario giuridico-pedagogico Fatima Cesari - rappresenta il prodotto finale, insieme a un video e a targhe artigianali in ceramica, del progetto Ri-Costituzione, un percorso ideato per promuovere la conoscenza e l'acquisizione dei valori della legalità, alla base di qualunque processo di revisione critica dei reati commessi.
"I 12 principi fondamentali della nostra Carta, sono il pilastro del nostro sistema giuridico che pone l'individuo, con i suoi diritti inviolabili, al centro di ogni intervento legislativo" spiega la direttrice della casa di reclusione Anna Angeletti. "Un percorso di rieducazione, per apprezzarne la bellezza e l'intensità, deve transitare dall'acquisizione del concetto di legalità".
La scelta di un calendario si è prestata a riflessioni sull'effetto del trascorrere del tempo sui principi costituzionali. Molti dei brani scelti sono dedicati al presente sempre in divenire della nostra Costituzione che, "in parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere "ricordano le parole di Pietro Calamandrei, mentre, in un altro frammento, Sandro Pertini ammonisce: "Spetta ancora a noi fare in modo che certi articoli non rimangano lettera morta, inchiostro su carta. In questo senso, la Resistenza continua".
Il video e tutto il materiale prodotto durante il progetto "Ri-costituzione" sarà presentato lunedì 8 marzo nel Salone Unità D'Italia del carcere di Paliano. Insieme al personale e ad autorità civili locali, parteciperà all'evento una rappresentanza dei detenuti che hanno preso parte alle varie fasi del percorso.
- Massa Marittima (Gr). Le cure odontoiatriche si faranno direttamente in carcere
- Congo. Attanasio, ucciso il magistrato dell'indagine sull'attentato
- Milioni di vecchi e nuovi poveri: non possiamo abbandonarli
- Imperia. Il calendario dei detenuti del carcere di contro la violenza sulle donne
- Iraq. Il Papa prega fra droni e cecchini: "Basta massacri, siate artigiani di pace"











