di Natalia Aspesi
La Repubblica, 8 marzo 2021
Cinquant'anni di battaglie contro le diseguaglianze. Una cavalcata gioiosa iniziata all'insegna del coraggio. I femminismi furono tanti, ognuno con i suoi testi.
Quando le ragazze si risvegliarono, ed erano i primi anni 70, il nemico da combattere era una potente astrazione, il capitalismo, di cui il patriarcato era una delle colonne indispensabili. O viceversa. Il nemico non era il maschio, lui stesso vittima delle costruzioni invincibili del potere, maschile o femminile che fosse. Anzi i giovani uomini erano gli alleati, quelli con cui insieme si doveva distruggere il mondo dei padri: era una rivoluzione che si accodava a quella grandiosa dei lavoratori contro i padroni, che nasceva soprattutto nel privilegio delle università, della consapevolezza culturale, era un movimento di élite quanto mai rumoroso iniziato insieme, ragazzi e ragazze, alla ricerca di quel famoso mondo migliore, la chimera che stiamo ancora cercando, per altre strade, con altre mete e per ora pessimi risultati.
Ma se sei un maschio, pur volonteroso di uguaglianza, e sei nato da una madre più patriarca del padre, sbagli inesorabilmente: avevano, i ragazzi di quegli anni luminosi, un bel riunirsi e fare autocoscienza, a dichiararsi colpevoli di maschilismo, a imparare a piangere, addirittura a sottomettersi alla pericolosa ingiunzione delle compagne di toglier loro la verginità, che era per le ragazze la prima liberazione indispensabile per sottrarsi alla legge della sudditanza. Era più forte di loro, dei ragazzi pur innocenti di maschilismo cosciente e, mentre scrivevano comunicati del tutto incomprensibili e purtroppo sempre più sanguinari, alle adorate compagne di lotta riservavano l'uso quasi domestico del ciclostile. Si scocciarono, le ragazze che ne sapevano più del diavolo e dei compagni barbuti e riccioloni, si ribellarono, se ne andarono, tutte femmine, a inventarsi il femminismo del momento, non certo il primo del secolo: ma non si è donne e intellettuali e di sinistra per niente, e infatti i femminismi furono subito tanti, ognuno con la sua idea di liberazione e i suoi testi e le sue leader. Del resto le catene davvero erano troppe, e ancora oggi non tutti i lucchetti sono saltati. Io ero già in là con gli anni per unirmi a loro, non mi avrebbero accettata, però le seguivo come cronista, talvolta con entusiasmo talvolta con ironia. Il bisogno di liberazione era immenso, ma non ancora rivolto ai singoli uomini. L'uomo non era il nemico, anzi far l'amore faceva parte della rivoluzione, dell'essere finalmente nuova e libera: via dalla famiglia (si leggeva molto "La morte della famiglia" di David Cooper), dalle vecchie regole punitive, persino via dai romanzi rosa che pur scritti esclusivamente da donne, erano di un maschilismo efferato.
Ci si impegnava sul serio, in modo radicale, a esplorare le ragioni del sesso, e se per esempio il corpo dei volonterosi compagni era tutto lì, esposto, e di meccanica primitiva, cosa nascondeva il corpo femminile, che aspetto aveva quella sua parte misteriosa, regno di ogni peccato e vergogna, che nessuno aveva osato ritrarre tranne, si diceva, un certo ottocentesco Courbet il cui quadro peccaminoso era però tenuto nascosto in qualche caveau? Una delle azioni liberatorie fu proprio quello delle giovani eroine che, sedute a terra in cerchio, si misero uno specchio tra le gambe per acculturarsi su cosa voleva dire essere femmina. Le più coraggiose, preso atto di questa origine del mondo, arrivarono a spiegarne i meccanismi ai compagni d'amore e no, che ne sapevano quasi niente. Spiace dirlo, ma quella solenne cerimonia oggi la si vede, ridicolizzata, su TikTok, con ragazzine che si fanno un selfie sotto la gonna e si spaventano. Le ragazze che amavano le ragazze ebbero il coraggio di baciarsi in pubblico, e a un certo punto si formò un gruppo di estremiste della politica femminista, che pur essendo placidamente etero, si imposero almeno per un po' la pratica lesbica, non sempre con grande profitto. In quegli anni meravigliosi di coraggio, davanti alle donne si estendeva una immensa prateria, una infinita foresta, inesplorata: prima di tutto la necessità di scoprire se stesse, le sconosciute che il patriarcato aveva travestito secondo le sue necessità, come in "La fabbrica delle mogli" di Ira Levin; e poi la loro storia taciuta lungo i secoli, il presente da ribaltare, il futuro da costruire. La passione aveva attraversato tutto il mondo occidentale, il femminismo non aveva una sola patria, era universale.
A Milano arrivavano dagli Stati Uniti l'arrabbiata Kate Millett per parlare del suo libro "La politica del sesso", dall'Inghilterra la fascinosa Germaine Greer con "L'eunuco femmina", in Francia Simone de Beauvoir che più di vent'anni prima aveva scritto "Il secondo sesso", il testo fondamentale del femminismo, firmava il "Manifesto delle 343", assieme a una folla di donne che dichiaravano di aver abortito e quindi commesso un crimine: in Italia la grandiosa Carla Lonzi scriveva "Sputiamo su Hegel" e io avendolo proposto al mio giornale di allora, Il Giorno, rischiai il licenziamento.
In California una mostra storica faceva scoprire l'esistenza delle grandi artiste sino ad allora ignorate in quanto donne, Artemisia Gentileschi, Elisabeth-Louise Vigée-Le Brun, Rosalba Carriera e le altre centinaia. A Verona nasceva Diotima, il gruppo di filosofe che, rivendicando una filosofia al femminile, mandarono in bestia le barbute celebrità del ramo; a Padova si combatteva per il salario al lavoro domestico e i comunisti si disperarono, decine di giovani donne scrivevano testi spesso meravigliosi, sempre colti, un patrimonio per chi avesse oggi la bizzarra idea di informarsi di cosa fosse il femminismo trionfante di allora: se non altro per confrontarlo a quello, pur rispettabile ovvio, di adesso, che ha scelto soprattutto il ruolo della vittima più che quello della combattente.
Eppure ci sarebbe ancora molto da conquistare, da pretendere, da ottenere, nel lavoro, nelle carriere, nel potere che sarà una brutta cosa ma è indispensabile, non tanto per la cosiddetta parità di genere che oggi è diventata troppo vasta, quanto per un autentico equilibrio del mondo. Prima che gli uomini si stanchino di sentirsi colpevoli di ogni maschilità e dicano basta cara ancelle, vi aspetta Gilead, la teocrazia totalitaria, ecco per voi la tonaca anche alta moda.
La Repubblica, 8 marzo 2021
Nel film con le attrici del reparto di alta sicurezza nel carcere di Vigevano. Dall'8 marzo su Prime Video, il documentario diretto da Bruno Oliviero, distribuito da 102 Distribution, dopo un'esperienza quadriennale di teatro. L'8 marzo esce su Prime Video - distribuito da 102 Distribution - "Cattività", documentario diretto da Bruno Oliviero e interpretato dalle attrici della Casa di Reclusione di Vigevano, recluse nel reparto di Alta Sicurezza.
Il documentario racconta il percorso di emancipazione che le detenute hanno avuto attraverso un'esperienza quadriennale di teatro, condotta da Mimmo Sorrentino, regista, drammaturgo e teorico del teatro partecipato, nell'ambito del progetto "Educarsi alla libertà". Come ha scritto il professor Nando Dalla Chiesa, uno dei testimoni importanti del film, non solo perché tra i maggiori esperti di criminalità organizzata al mondo, ma perché vittima di mafia, "il valore di questo progetto è incalcolabile perché queste donne, anche se non denunciano, non tradiscono, possono diventare un fatto esemplare per il Paese". E ha fatto dire al professor Massimo Recalcati "Io ho visto questo nello spettacolo. Ho visto quando eravate bambine rispetto al padre, figlie rispetto alle madri, poi madri rispetto alle figlie ed eravate una preghiera".
Il reinserimento nella società. Queste donne di mafia, 'ndrangheta e camorra hanno iniziato a raccontare a Mimmo Sorrentino la loro infanzia, poi i tragici episodi di sangue a cui hanno assistito e questi racconti sono diventati testi teatrali, dove ognuna recita la parte di un'altra, rappresentati in teatri stabili e nelle aule magne di molte universitarie italiane grazie a un'estensione del permesso di necessità con scorta previsto dal codice di procedura penale per motivi di salute o di lutto. I magistrati di sorveglianza hanno infatti stabilito, cosa unica nella giurisprudenza italiana, che per queste donne praticare cultura fosse necessario. Il risultato di questa esperienza è che la maggior parte di queste donne ha terminato di scontare la propria condanna e oggi si sono ricostruite una vita lontana dai contesti dove avevano commesso i reati e si sono inserite nella società come operaie, badanti, donne delle pulizie.
Il desiderio di una vita altra e migliore. "La regia - sottolinea Bruno Oliviero - è il risultato della scelta di filmare nella loro interezza le 'giornate particolari' che queste donne hanno vissuto ogni volta che sono uscite dal carcere. Non solo gli spettacoli quindi, ma ciò che accade sui loro volti nelle pause, negli interstizi delle incombenze carcerarie, nei momenti di incontro tra le loro storie e il pubblico. Nei loro occhi abbiamo colto il processo di cambiamento che stavano vivendo: il dolore prima della gioia. La costruzione e l'accettazione di una della loro intrinseca bellezza, il desiderio di una vita altra e migliore generava in loro dubbi, paura, pietà e infine amore - ha aggiunto Oliviero - una condizione comune a tutti noi, di fronte al passato che non ci lascia evolvere e al futuro che ci sembra faticoso. Le protagoniste di Cattività urlano un doloroso inno alla gioia del cambiamento".
Il film è la descrizione della condizione umana. Quella delle detenute che urla e la nostra, spettatori protagonisti del nostro tempo, troppo spesso sopita". Film riconosciuto di interesse culturale, è stato realizzato con il contributo economico del Mibact - Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo - Direzione generale cinema, con il contributo di: Regione Lazio - Fondo regionale per il cinema e l'audiovisivo e con il patrocinio del Ministero della Giustizia e del Mibact.
Le interpreti. Teresa, Michela, Rosaria, Margherita, Marina, Maria A., Maria D., Federica, Maria C. Graziella, Magda, Carla, Diana, Sonia e Assunta. Il film è prodotto da Quality Film e Flat Parioli con Rai Cinema e la Cooperativa Sociale Teatro Incontro come produttore associato. La sceneggiatura è scritta dallo stesso regista con Mimmo Sorrentino e Luca Mosso, la direzione della fotografia affidata ad Alessandro Abate, il montaggio a Carlotta Cristiani.
di Christine Lagarde*
Corriere della Sera, 8 marzo 2021
Con il dilagare della pandemia di Covid-19 il mondo intero ha dovuto affrontare un anno di sacrifici. Troppi hanno perso la vita, o i propri cari. Altri hanno dovuto lottare duramente per sopravvivere, a livello fisico, emotivo e finanziario. L'anno appena trascorso ha reso evidente che l'impatto sociale ed economico della pandemia sulla vita delle donne è particolarmente pesante. Un numero sproporzionato di donne lavora nei settori più colpiti dalla pandemia. Svolgono, con maggiori probabilità, attività informali non tutelate dai programmi di sostegno pubblico. Molte hanno dovuto prendersi cura da sole dei familiari più giovani e anziani, mentre cercavano di tenere testa agli impegni lavorativi.
È preoccupante che queste circostanze rischino di annullare i progressi conquistati a caro prezzo sul fronte della parità di genere. Non dobbiamo permettere che ciò accada. Ma c'è anche speranza di cambiamento. Le crisi esistenziali sconvolgono il nostro modo di vivere quotidiano e ci spingono a rifondare alcuni dei nostri valori. La pandemia non ha soltanto alzato il velo sulle gravi carenze della nostra società, ci ha anche costretto ad agire in modo diverso. Ed è proprio qui che vedo la possibilità di un cambiamento per il meglio. Per questo oggi, Giornata internazionale della donna, invito tutti, donne e uomini, a rompere insieme gli schemi e abbracciarne di nuovi, più consoni alle necessità del presente. La famiglia, il lavoro e il nostro ruolo di guida sono compiti che richiedono molto impegno.
Il lavoro comincia in famiglia, cuore e centro della nostra vita durante il confinamento. La pandemia ha messo chiaramente in luce lo squilibrio fra uomini e donne in termini di lavoro non retribuito. Ma ci ha anche dimostrato che i nostri compagni possono farsene carico. In alcuni casi i padri, impegnati a lavorare da casa o costretti a un orario di lavoro ridotto, hanno preso in mano le redini della famiglia, mentre le madri svolgevano mansioni essenziali al di fuori delle mura domestiche.
Una simile rottura dei canoni, se durerà, potrà portare alle donne la libertà di realizzarsi altrove, sul lavoro o nella comunità. Una maggiore partecipazione delle donne al mondo del lavoro, con adeguati servizi per l'assistenza all'infanzia e un'organizzazione flessibile dell'orario di lavoro a favore di donne e uomini, permetterebbe di compiere un grande passo avanti nel colmare il divario retributivo di genere. Nell'UE le donne guadagnano in media all'ora il 14,1% in meno degli uomini. Se i compiti domestici sono ripartiti in modo più equo all'interno della famiglia, i figli crescono con un'idea dei ruoli più paritaria rispetto alle generazioni precedenti.
A questo si aggiungono gli impegni sul posto di lavoro. La pandemia ha posto in risalto il ruolo professionale imprescindibile che le donne svolgono nella società. Rappresentano i tre quarti dei circa 18 milioni di operatori sociosanitari nell'area dell'euro e contribuiscono in misura simile al mondo dell'istruzione. Entrambi i settori si sono rivelati indispensabili durante la pandemia. Ora che abbiamo visto qual è il vero valore di queste figure per la società, è importante che esso sia riconosciuto e retribuito adeguatamente.
C'è bisogno di più donne anche nel campo della scienza, della tecnologia, dell'ingegneria e della matematica. In questi settori caratterizzati da un migliore trattamento economico, una maggiore presenza femminile contribuirà infatti a ridurre il divario retributivo di genere. Inoltre, le professioni scientifiche costituiscono un fattore determinante per l'innovazione e per la transizione verso un'economia più digitale e più sostenibile.
Bisogna quindi guardare oltre le carriere tradizionali: incoraggiamo le donne e le ragazze ad affermarsi in quegli ambiti in cui solo poche di loro si sono ancora spinte. Oggi la BCE dà il via alla nuova edizione del programma di borse di studio per studentesse di economia, finalizzato a colmare la limitata presenza delle donne in questo settore.
Il lavoro impegna anche nella leadership. La pandemia ha dimostrato il valore della leadership femminile, soprattutto in tempi di crisi. Le ricerche condotte durante la pandemia hanno rilevato che le donne sono considerate dai loro collaboratori leader più efficaci rispetto agli uomini. Sono in grado di dialogare e interagire meglio con i dipendenti.
Eppure è donna soltanto il 18,5% dei capi di governo dei paesi dell'UE. Sebbene rappresentino più della metà della popolazione dell'UE (51%), la loro presenza nei parlamenti nazionali non supera un terzo dei membri. Nessuna delle banche centrali dell'area dell'euro, i cui governatori sono nominati dai governi nazionali, è guidata da una donna. La percentuale della rappresentanza femminile è altrettanto bassa negli organi di amministrazione delle imprese. Nelle maggiori società quotate europee le donne occupano soltanto il 7,5% delle posizioni dirigenziali. Alla Bce, tra il 2013 e il 2019, abbiamo più che raddoppiato la presenza femminile nell'alta dirigenza e il nostro obiettivo è ora raggiungere una quota del 40% entro il 2026.
È il momento di ripensare la leadership e apportare maggiore diversità negli organi di amministrazione, nei parlamenti e nelle amministrazioni pubbliche. Una più equa ripartizione dei compiti domestici e maggiori opportunità di carriera permetteranno alle donne di contribuire ancor di più alla società, partecipare attivamente alla vita politica e dare voce alle tante istanze ancora inascoltate. Procediamo con ambizione verso questa meta affinché la nostra società riemerga più forte, più equa e più sostenibile dalla pandemia.
*Presidente della Banca centrale europea
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 8 marzo 2021
I maltrattamenti in famiglia sono il reato che precede i femminicidi: insulti e vessazioni, fino alle botte. Stando tutti più in casa, aumentano. Ma le denunce calano. Facciamo abbastanza per intervenire prima che sia troppo tardi?
Cesare Parodi è un tipo preciso. Procuratore aggiunto di Torino, per anni si è occupato di reati informatici: hacker, server, file di log, spear phishing e privilegi di root. Ad aprile dell'anno scorso, durante il lockdown, è stato messo a capo del pool "fasce deboli", i magistrati che si occupano di reati in danno di donne, anziani, minori, disabili.
Nell'ufficio al settimo piano del palazzo di giustizia sfoglia le ultime denunce per maltrattamenti in famiglia. Insulti, vessazioni, umiliazioni. "Mi fai schifo". "Sei sciatta". "Sei sporca". "Non sei buona nemmeno a cucinare". "Non servi a niente". Impilando le denunce come fa ogni giorno da un anno, il pm Parodi depone gli occhiali e alza lo sguardo: "Per me è stato un bagno drammatico nella realtà". Violenza domestica è ogni forma di violenza fisica, psicologica o sessuale e riguarda tanto soggetti che hanno, hanno avuto o si propongono di avere una relazione intima di coppia, quanto soggetti che all'interno di un nucleo familiare più o meno allargato hanno relazioni di carattere parentale o affettivo.
Non sono parole. Sono reati. Il reato previsto dall'articolo 572 del codice penale punisce i maltrattamenti in ambito familiare. Maltrattamenti sono comportamenti prevaricatori, vessatori e oppressivi ripetuti nel tempo, tali da produrre nella vittima una sofferenza fisica o morale. Sono il rumore di fondo delle violenze domestiche, di cui ci accorgiamo solo quando diventa sangue. Troppo tardi. I femminicidi (dodici nei primi due mesi del 2021) finiscono sui giornali e in televisione. I maltrattamenti, no.
Alla fine di gennaio, come sempre, si sono svolte le cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario. Le relazioni dei più alti magistrati hanno sottolineato le statistiche sui reati, in calo costante. Gli omicidi volontari, per esempio, l'anno scorso sono stati 268, con un calo del 14% rispetto al 2019 e dell'86% rispetto al 1991, anno del picco. Ma la quota di omicidi con vittime donne cresce: era del 35% nel 2017, è arrivata al 42% nel 2020. Allarmante è anche il dato delle donne uccise nell'ambito di relazioni affettive. Detto in termini non statistici, le donne continuano ad essere uccise da coloro che "le amano" e in maniera sempre più intollerabilmente costante.
Il pool "fasce deboli" della Procura di Torino apre dieci fascicoli al giorno. Nel 2020 quelli per maltrattamenti sono stati 1047 (di cui 138 con arresti). Quasi tre al giorno. Seguono stalking (435 casi, con 56 arresti), lesioni (301) e violazione di obblighi di assistenza familiare (300). Spiega il pm Parodi che i maltrattamenti in famiglia non sono solo il reato più diffuso, ma anche quello "tragicamente più trasversale" dal punto di vista etnico, mentre dal punto di vista sociale si concentra ovunque c'è "debolezza economica delle donne".
Nel 2019 la legge denominata "codice rosso" ha creato nuovi reati, aggravato le pene, dedicato un canale preferenziale per le indagini, previsto appositi percorsi di assistenza per le vittime e di riabilitazione per i colpevoli.
Nel 2020 la ridotta mobilità dovuta alle misure anti Covid ha aumentato la conflittualità in famiglia. Secondo il procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, a pagare il prezzo maggiore sono stati "i soggetti vulnerabili, esposti al rischio di esplosione delle tensioni endo-familiari". Donne, bambini.
Ma la pandemia ha anche indebolito tutti i presidi sociali e ridotto la propensione alla denuncia. Inoltre la riabilitazione sociosanitaria "ha effetti non immediati", spiega il pm Parodi, per cui l'intervento repressivo è ancor più importante. In un caso su due la Procura valuta una misura cautelare per impedire un'escalation violenta. Nel corso della cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario, il vertice della magistratura italiana, Pietro Curzio, primo presidente della Cassazione, ha detto: "Numerosi uffici segnalano che nell'anno appena trascorso, in assenza di quella stanza di compensazione che è la scuola e di attività esterne, si è riscontrato un silenzioso aumento dei maltrattamenti in famiglia verso minori".
La parola chiave è "silenzioso". Sinonimo di "sommerso". Così la Procura di Milano spiega la diminuzione di denunce a Milano: 1864 fascicoli aperti per maltrattamenti nell'anno del Covid contro i 2281 dell'anno precedente. Tendenza analoga per le lesioni personali (da 880 a 639), uno dei cosiddetti "reati spia" di una grave situazione di disagio familiare.
"Non si tratta di una ritrovata pace familiare - dice Maria Letizia Mannella, procuratore aggiunto e capo del pool "fasce deboli" a Milano - ma di una diminuzione legata alla paura delle vittime, costrette alla convivenza forzata e isolata con chi le maltratta, a subire una pressione psicologica che impedisce loro di chiedere aiuto".
Durante il lockdown, il 78% dei centri anti violenza ha dichiarato di aver registrato una diminuzione nel numero di nuovi contatti. Dai dati del Telefono Rosa risulta che le telefonate nelle prime due settimane di marzo sono diminuite del 55,1% rispetto al 2019. La casa non è sempre un posto sicuro. Tra gli omicidi che riguardano donne, otto su dieci sono commessi in ambito familiare e affettivo: quindici anni fa erano sei su dieci. Analizzando i dati sulle vittime di violenze domestiche, si scopre che il 60% ha meno di 45 anni. Le vittime sono minorenni in sette casi su 100. Gli autori delle violenze sono minorenni in 2 casi su 100.
I maltrattamenti "sommersi" hanno una specificità per i bambini, troppo piccoli per chiedere aiuto. Per tutelarli, un ruolo decisivo è affidato alla scuola. Ma nell'ultimo anno la possibilità di essere salvati è diminuita proporzionalmente alla presenza fisica nelle scuole. Il pool di magistrati milanesi ha riscontrato un aumento di ragazzi adescati sul web e di denunce di abbandono di minori.
Lontani da maestri, educatori, da chi "sorveglia" la loro crescita hanno subìto e basta. In molte famiglie, non potendosi permettere babysitter, per accudire i figli i genitori si rivolgono a vicini di casa e conoscenti. Non sempre persone idonee. Rimpiangeremo a lungo di non aver evitato questi disastri I dati delle denunce di maltrattamenti in ambito familiare non sono omogenei nei diversi periodi del 2020. Nei mesi del lockdown (marzo-maggio) sono diminuite. Poi sono tornate ai livelli abituali.
Chi lavora sul campo, spiega Alessandra Simone, dirigente della sezione anticrimine della Questura di Milano, ha constatato "l'esplosione di aggressività, atteggiamenti prevaricatori e pieni di rabbia, violenza psicologica oltre che fisica: quindi minacce, insulti e botte". Valutare le segnalazioni di maltrattamenti in famiglia richiede una specifica preparazione. Anche perché la tempistica e la tipologia dell'intervento sono decisivi: se si agisce troppo tardi o senza proteggere adeguatamente la vittima, si rischiano conseguenze irreparabili. Sia nella magistratura che nelle forze di polizia, si sono create figure ad hoc per questo tipo di reati. Ma l'isolamento sociale causato dalle misure restrittive anti Covid ha reso più problematico anche questo lavoro di "pronto soccorso".
"Il timore di far entrare estranei in casa ha coinvolto anche noi poliziotti", dice Alessandra Simone. Primi giorni di aprile. All'alba arriva una telefonata alla Questura di Milano. A chiamare una donna di 78 anni in lacrime. Dice che non ce la fa più con il figlio di 42 anni, tossicodipendente che vive con lei. Nella notte la situazione è degenerata: le ha impedito di andare in camera da letto, costringendola a guardarlo mentre, sul divano del soggiorno, continuava a scolarsi birre. Poi ha minacciato di ucciderla, l'ha spinta sulla poltrona, l'ha presa per il collo, le ha tirato i capelli, l'ha tenuta a testa in giù. Dopo averla lasciata, ha ripreso a bere. Solo quando s'è addormentato completamente ubriaco, la mamma ha trovato la forza di comporre il 112.
La polizia ha arrestato l'uomo, poi sottoposto a sorveglianza speciale. In passato, di fronte alle prime intemperanze verbali, era stato destinatario di un ammonimento del questore. Un provvedimento introdotto nel 2009 dalla legge sullo stalking, per consentire un intervento (una specie di ultimatum) anche nei casi in cui la vittima è restia a denunciare, facendo emergere fenomeni altrimenti "sommersi".
Storie come queste sono all'ordine del giorno, anche se passano inosservate alla cronaca. Spie di un fenomeno - i maltrattamenti di figli sui genitori - in crescita nel 2020 ed "erroneamente trascurato sebbene sia una piaga sociale", sostiene il pm torinese Parodi snocciolando la casistica che arriva sulla sua scrivania: vessazioni, botte, richieste di denaro accompagnate da rifiuto di assistenza, danneggiamenti di arredi domestici, umiliazioni verbali con frasi tipo "Sei un fallito" o "Guarda che vita di merda che fai".
La pandemia ha rotto alcuni argini sociali. Con un'aggravante: raramente i genitori trovano la forza di denunciare i figli e in ogni caso, quando vengono sentiti da magistrati e forze dell'ordine, tendono a sottovalutare, complicando la reale comprensione della situazione. Le situazioni di disagio non vengono più compensate da strutture esterne come medici e servizi sociali. La mancanza di un monitoraggio costante ha portato a sfoghi di rabbia incontrollata sui genitori.
La pandemia ha reso più problematiche anche le misure a tutela delle vittime come la collocazione in strutture protette. Allontanamenti necessari in casi come quello capitato a Milano durante il lockdown: un uomo aveva smesso di prendere farmaci e frequentare il Cps (Centro psico-sociale), prendendosela con moglie e due figli adolescenti: bamboline impiccate in camera, foto scarabocchiate, scritte con insulti sui muri.
"Le storie più penose - dice il pm Parodi - sono quelle delle donne che ci spiegano di aver deciso, nonostante i maltrattamenti, di fare un altro figlio con lo stesso uomo". Per queste vittime è fondamentale l'assistenza psicologica. Ma la Procura di Torino, che ha competenza su un territorio con circa 2 milioni di abitanti, ha solo due assistenti sociali. Tanto che ha dovuto sottoscrivere una convenzione con l'associazione carabinieri in pensione per farsi dare una mano.
Le donne ridimensionano i maltrattamenti e giustificano gli uomini in diversi modi. "Da quando mio marito ha perso il lavoro...". "Il fatto di stare in casa...". "Dopo la nascita di nostro figlio...".
La minaccia di ritorsione sui parenti della donna è un fattore di freno alle denunce. Vicende che sembrano tutte uguali, fatte di sofferenza acuita dall'assenza di contatti con l'esterno, dalla perdita di punti di riferimento cui rivolgersi per chiedere aiuto
Per questo, come ha scritto il capo della polizia Franco Gabrielli nel dossier "Un anno di codice rosso" pubblicato nel novembre scorso, "gli esperti parlano di approccio olistico, capace di coinvolgere tutti gli attori sociali". A livello internazionale si parla di 5 P: prevenire le violenze, proteggere le vittime, punire i colpevoli, procurare i risarcimenti, promuovere una cultura nonviolenta.
Un aumento di maltrattamenti in famiglia è stato registrato in tutti i Paesi durante la pandemia. Il Portogallo ha registrato un aumento del 180% delle richieste di aiuto telefonico nel periodo marzo-giugno. Negli Stati Uniti le violenze domestiche sono cresciute fino al 30%. La Francia ha varato un piano per assistere le vittime, finanziando 20mila prenotazioni alberghiere, dotando i centri anti violenza con 1 milione di euro e creando punti di assistenza nei supermercati e nelle farmacie. L'Olanda ha creato un codice specifico per la richiesta di farmaci a domicilio, da cui le farmacie deducono una richiesta di aiuto da girare alle autorità.
E noi, in Italia, stiamo facendo abbastanza? A fine aprile 2020 il governo ha pubblicato un bando per rimborsare con 5,5 milioni di euro Case rifugio e Centri antiviolenza, 553 strutture riconosciute dalle Regioni in tutta Italia, per interventi di adeguamento sanitario ai protocolli di sicurezza anti Covid. Ogni Casa rifugio poteva chiedere fino a 15mila euro, ogni Centro anti violenza fino a 2500 euro. La richiesta di una fideiussione ha impedito la partecipazione ai centri non in grado di avere una tale garanzia dalle banche. Dieci mesi dopo, solo il 13% delle strutture che hanno chiesto il contributo l'ha ottenuto. Il 12% ha ottenuto un acconto. Il 50% non ha ancora ottenuto un euro. Molte non sanno nemmeno se la domanda è stata accolta o no.
Su circa 700 centri di assistenza attivi in Italia, poco più di cento hanno avuto effettivamente accesso ai finanziamenti pubblici. Secondo l'associazione D.i.Re "Donne in Rete contro la violenza", il bilancio dell'iniziativa è "sconcertante" e significativo della "poca considerazione che le istituzioni hanno nei confronti delle organizzazioni che sono ogni giorno attive per contrastare la violenza contro le donne e per sostenere nei percorsi di uscita quelle che la vivono". No, non stiamo facendo abbastanza.
di Luisa Grion
La Repubblica, 8 marzo 2021
Sono tre volte più degli uomini quelle rimaste disoccupate. E il gender gap costa 88 miliardi. Novantanovemila donne disoccupate da una parte, duemila uomini disoccupati dall'altra. Basta questo dato sui posti di lavoro persi nel solo mese di dicembre per capire cos'ha rappresentato il Covid per il lavoro femminile. Un tornado che le ha travolte e riportate indietro di almeno quattro anni, mettendo a nudo la fragilità del traguardo raggiunto solo un anno prima: nel 2019 il loro tasso di occupazione aveva toccato per la prima volta il 50,1 per cento - sempre poco rispetto alla media europea del 62,3 - ma nell'anno della pandemia è di nuovo crollato al 48,6 per cento, 19 punti sotto quello maschile.
Al di là del picco di fine anno, l'intero 2020 è stato disastroso: su quattro lavoratori che hanno perso il lavoro tre sono donne (312 mila contro 132 mila). Percentuale più o meno uguale fra gli inattivi, ovvero fra le persone che non hanno un'occupazione e che ormai non fanno più nulla per cercarla: nel 2020 sono state 482 mila in più rispetto all'anno pre-Covid, 388 mila donne, 144 mila uomini. L'analisi del crollo è presto fatta: la crisi, più che sull'industria, ha picchiato sui servizi. Cura, assistenza, ristorazione, turismo: lavori a termine, precari per definizione, spesso part-time involontari, massacrati dalle restrizioni e dal lockdown ed esclusi anche dal blocco dei licenziamenti che ha "salvato" solo i posti di chi poteva contare su un contratto a tempo indeterminato. Sono i settori che, con istruzione e sanità, danno lavoro a otto donne occupate su dieci. E ciò spiega l'enormità del prezzo pagato.
Ora si tratta di non considerare più questi dati come un problema femminile, ma di vedervi una emergenza nazionale e come tale aggredirla: è questa la motivazione di fondo per la quale è nato "Donne per la salvezza-Half of it" il movimento che chiede di utilizzare almeno metà dei fondi del Next Generation Eu per realizzare parità di genere e infrastrutture sociali, dando uno scossone ad una questione di cui si parla da decenni senza che vi sia mai stata la volontà politica di affrontarla.
"Senza risolvere questo problema l'Italia non ne esce - dice Paola Mascaro, presidente di Valore D, l'associazione d'imprese impegnata nella promozione della parità - Tanti studi, fra i quali uno di Bloomberg basato su dati Eurostat, dicono che il raggiungimento da parte dell'Italia della media europea dell'occupazione femminile determinerebbe un aumento del Pil di circa 88 miliardi di euro. Non possiamo più permetterci di far finta di nulla".
Ci sono almeno tre cose che si possono fare subito, dice Susanna Camusso, ex segretaria generale Cgil e responsabile del sindacato per la parità di genere. "Inserire norme che impediscano il part time involontario, visto che è a part time un posto di lavoro femminile su tre e di questi il 60% non lo è per scelta. Introdurre la paternità obbligatoria, in modo da scardinare la discriminazione femminile d'ingresso e il preconcetto che di cura si debbano occupare solo le donne. Collegare le diverse forme di incentivo e sostegni, in particolare su green e digitale, alla valorizzazione della presenza femminile nelle aziende: basta con i bonus a pioggia".
Gli asili nido, certo, sono fondamentali: "La pandemia ha portato alla luce l'arretratezza delle nostre infrastrutture sociali, che creano occupazione femminile e migliorano la qualità di vita del paese. Dobbiamo cominciare da lì". Interventi sui quali sono d'accordo anche le imprese di Valore D, che chiedono in più incentivi alle aziende che fanno formazione alle donne aiutandone la riqualificazione e una sorta di micro-credito per salvare le imprese femminili. Perché nel 2020 il Covid ne ha spazzate via 4 mila, soprattutto fra quelle guidate da donne con meno di 35 anni.
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 8 marzo 2021
Le autorità senegalesi hanno promesso di "ristabilire l'ordine", dopo le scene di guerriglia urbana tra la polizia e centinaia di giovani, con 4 vittime tra i manifestanti, che ha vissuto in questi due giorni la capitale Dakar. Diversi distretti della capitale hanno vissuto scontri di portata sconosciuta da diversi anni: nel popolare quartiere della Medina, nel cuore della capitale senegalese, a Place de la Nation, nella vicina università Cheyk Anta Diop e in quartieri periferici come quello di Mbao dove, oltre agli scontri tra manifestanti e forze anti-sommossa, si sono registrati numerosi saccheggi nei supermercati. Le tensioni di questi giorni, in un paese solitamente considerato "un'isola di stabilità nell'Africa occidentale", sono causate dall'arresto di questo mercoledì di uno dei principali politici dell'opposizione, Ousmane Sonko, leader del partito di opposizione Pastef - Les Patriotes.
L'arresto di Sonko, terzo alle elezioni presidenziali del 2019 e uno dei principali concorrenti di quelle del 2024, ha spinto centinaia di suoi sostenitori a scendere nelle strade a protestare ed ha acuito ancora di più la frustrazione della popolazione senegalese, messa in grave difficoltà dalla profonda crisi economica e dall'aumento della povertà causato, nell'ultimo anno, dalla pandemia di Covid-19. Sonko è stato ufficialmente arrestato "per disturbo dell'ordine pubblico" questo mercoledì con un provvedimento di fermo che si conclude oggi, mentre si recava in tribunale per rispondere "delle accuse di stupro", mosse contro di lui da una dipendente di un salone di bellezza.
"Accuse infondate e strumento ormai consolidato per rimuovere dalle prossime elezioni i principali competitors del presidente Macky Sall" ha dichiarato il suo avvocato Abdoulaye Tal. La denuncia contro Sonko, che ha scatenato una tempesta nel mondo politico e mediatico, si va ad aggiungere ai guai giudiziari di Karim Wade, figlio ed ex ministro dell'ex presidente Abdoulaye Wade, e Khalifa Sall, sindaco di Dakar, entrambi colpiti da condanne "per appropriazione indebita finanziaria" e compromessi per le prossime elezioni del 2024.
Macky Sall, eletto nel 2012 e rieletto nel 2019, rimane "incerto sulla possibilità di una candidatura per un terzo mandato", nonostante il limite di due introdotto dopo una revisione costituzionale approvata nel 2016. Numerosi gli appelli internazionali per evitare un possibile peggioramento della situazione nel paese, a causa anche delle proteste legate al mantenimento delle misure di contenimento della pandemia, alle pulsioni indipendentiste del Movimento delle Forze Democratiche (Mfdc) nella regione del Casamance e della scoperta di alcune cellule jihadiste dopo che il presidente Sall aveva recentemente denunciato la volontà dello Stato Islamico di "volersi espandere fino all'oceano Atlantico, attraverso il Senegal".
Venerdì sera il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, si è detto "molto preoccupato" e ha chiamato il presidente Sall per chiedergli di "evitare un'escalation, invitando il governo alla moderazione". Reporters sans Frontières e Amnesty International hanno denunciato "un'ondata senza precedenti di violazioni della libertà di stampa", come le restrizioni di questi giorni sui social network e sulle applicazioni di messaggistica, e hanno richiesto alle autorità "di fermare gli arresti arbitrari di oppositori e attivisti e di rispettare la libertà di manifestare e la libertà di espressione".
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 8 marzo 2021
Gli ultimi esponenti di una comunità perseguitata: noi in una terra senza legge. "Per noi cristiani la paura dei rapimenti iniziò molto presto. Già pochi mesi dopo l'invasione americana del marzo 2003 bande criminali si organizzarono nel mercato dei riscatti. Agli inizi del 2004 sequestrarono mio padre a Bagdad per un mese. Ci mandarono i video delle torture. Alla fine, pagammo 12.000 dollari, lo liberammo e scappammo a Zakho, nel nord curdo. In quel periodo almeno una decina di miei conoscenti, tutti caldei, vennero rapiti con le stesse modalità", racconta la trentenne Marina Khairy, incontrata ieri a Erbil sugli spalti dello stadio Franso Hariri (guarda caso in memoria di un notabile cristiano assiro assassinato nel 2001 da estremisti islamici) mentre Papa Francesco celebrava l'ultima messa del suo tour iracheno.
Vicino a lei il 58enne Emmanuel Danka, proprietario della catena di supermercati "Warda", ammette che proprio per evitare i rapimenti ha mandato sua moglie e i figli a vivere a Beirut. "Io giro armato e con guardie del corpo. Questo rimane un Paese estremamente pericoloso", ci spiega sbandierando i volantini di benvenuto a papa Francesco.
Ma sono soprattutto i racconti di coloro che hanno perso case e proprietà nei villaggi della piana di Niniveh e Mosulche aiutano a comprendere il significato della visita del Papa. Ieri la sua tappa è stata il pellegrinaggio del dolore: Mosul, l'ex capitale del Califfato; Qaraqosh uno dei villaggi devastati; Erbil la città curda rifugio dei cristiani in fuga. "Ci siamo salvati per il rotto della cuffia. La sera dell'8 agosto 2014 i militari curdi hanno abbandonato le prime linee senza avvisarci. L'Isis aveva sfondato. Uno dei soldati cristiani passò a dirci trafelato che avevamo meno di due ore di tempo. Dopodiché Qaraqosh sarebbe stata catturata dai tagliagole", ricorda Rafet Daho, 58enne venditore di spezie, che due anni fa è tornato trovando la sua abitazione completamente saccheggiata e bruciata.
La sua è la storia di tutti: centinaia di migliaia di famiglie hanno dovuto fuggire, terrorizzate da un'orda di fanatici decisi a derubarli e persino ucciderli in nome di Allah. In questa luce, le parole di Francesco ricordano molto da vicino quelle "lettere" degli Apostoli alle comunità dei "confratelli perseguitati" che tanto fortemente segnarono i primi anni della storia della Chiesa.
Di fronte a vicende così drammatiche passano in secondo piano le preoccupazioni di chi in Occidente mette in guardia contro il rischio pandemia o di attentati. In oltre due settimane non abbiamo trovato una sola critica, o anche solo velata preoccupazione, in questo senso tra i cristiani locali. Tutto il contrario. "Grazie Papa, grazie Francesco per il tuo coraggio, per la generosità e per l'attenzione dedicata alle nostre comunità che soffrono", cantano in ringraziamento.
Discordano tuttavia le valutazioni sul risultato del tour papale. "L'Isis è sconfitto. Il Papa ha fatto benissimo ad incontrare l'ayatollah Sistani, perché ciò faciliterà la nostra convivenza con gli sciiti. Ho fiducia in un futuro di pace. Non ho alcuna intenzione di andarmene", dice ferma Dalia, una trentenne madre di due bambine, sposata con un poliziotto della caserma di Mosul e residente presso la basilica di Qaraqosh. Ma sembra una delle poche a dimostrarsi ottimista. Tre suore domenicane dell'Ordine di Santa Caterina da Siena elencano le loro chiese, scuole e cliniche devastate. "Spesso gli arabi musulmani trattano i cristiani come agenti dell'Occidente. Non sanno che noi eravamo qui prima di loro", osservano.
Tanti non nascondono le proprie paure e il desiderio di emigrare alla prima opportunità. "Il fanatismo islamico è stato sconfitto, però non battuto per sempre. Mosul rimane un centro di jihadisti agguerriti. Torneranno ad aggredire i cristiani, magari con un altro nome, però cercheranno di mandarci via. Ci stanno riuscendo. A Qaraqosh eravamo in 50.000 cristiani nel 2013, ora neppure 15.000", dicono Feraz Barbaui e Adra Durdur, due fidanzati trentenni che stanno cercando di raggiungere le famiglie già emigrate in Australia. Attorno gli amici concordano. Non solo resta forte la paura per i radicali islamici. Ma soprattutto la crisi economica e la corruzione imperanti spingono a cercare una vita migliore all'estero.
di Antonio Ferrari
Corriere della Sera, 8 marzo 2021
Ora si celebra in mezzo mondo. Le resistenze dei tradizionalisti. Papa Francesco in Iraq per un mondo "inclusivo" senza muri. Il mondo è già radicalmente cambiato. Una mutazione inevitabile, accentuata non soltanto dal virus mortale della pandemia, ma dalla necessità di ripensare complessivamente la nostra vita, che non sarà mai più come prima. Ci sono i resistenti, inchiodati alle certezze e alle prigioni ideologiche del passato. Ma ci sono anche coloro che guardano avanti e rifiutano i più decrepiti luoghi comuni. Dico questo perché si è appena celebrata la Giornata dei Giusti nel mondo, approvata dall'Unione europea.
Una Festa che dobbiamo ad un uomo ostinato e coraggioso, Gabriele Nissim, che ne è stato il vero creatore. Nissim non è stato esaltato da tutti. Da ebreo coraggioso ha denunciato, sin dall'inizio, errori e pregiudizi. Soprattutto nel suo mondo, dove gli ebrei tradizionalisti, nazionalisti, ottusi e bacchettoni non sopportano, anzi odiano l'idea che ci siano altri Giusti nel mondo. Per loro i Giusti sono soltanto i gentili che salvarono la vita degli ebrei durante la Shoah, l'Olocausto, la tragedia più terribile del secolo scorso.
Nissim sostiene invece che Giusti sono anche coloro che hanno lottato e lottano per la difesa dei diritti umani, contro tutti i totalitarismi. Idea forte, anzi fortissima. Perché in questo mondo che non ama il coraggio delle proprie idee, vengono invece premiati i quaquaraquà, come ricordava il grande Leonardo Sciascia. Insomma si celebrano i reclusi, soprattutto nell'estrema destra, nella prigione delle loro certezze. Al Giardino dei Giusti di Gerusalemme, l'ostinazione ha vinto per anni. Per chi conosce sufficientemente bene Israele, per esperienza vissuta in decenni, anche allo Yad Vashem, come chi vi parla, è la triste verità.
Hanno accusato Nissim di tutto e di più, ma lui ha resistito e ha voluto creare il primo Giardino dei Giusti aperto e inclusivo, proprio sul Montestella di Milano. Mi è stato facile avvicinarmi a lui e difenderlo fin dove possibile, accettando con gioia di diventare uno degli ambasciatori di Gariwo. Ma la gigantesca notizia di quest'anno è che tra gli ambasciatori è entrato Mordecai Paldiel, per 23 anni capo del dipartimento dei Giusti di Yad Vashem, che ha deciso negli Stati Uniti di sposare la causa dei Giusti, allargando il campo e inneggiando all'inclusione, quindi ben oltre i confini di coloro che hanno salvato gli ebrei durante la persecuzione che si concludeva nei campi di sterminio. È un passo storico e già immagino le critiche dei nazionalisti e dal solito codazzo servile.
Ma anche i nuovi Giusti, che sono stati celebrati sul Montestella e che abbiamo scelto per questo 2021 con voto unanime, ci riempiono di gioia. Penso a chi andrà a far compagnia a Nelson Mandela e a Vaclav Havel. E cioè all'ebrea americana Ruth Bader Ginsburg, al cinese Liu Xiaobo e alla moglie Liu Xia, e in particolare allo svedese Dag Hammarskjold, ex segretario generale delle Nazioni Unite, morto in un misterioso incidente aereo nel 1961.
E poi a coloro che verranno ricordati nei tanti Giardini virtuali in giro per il mondo. Un mondo che cambia profondamente, come dicevamo. Con un Papa straordinario come Francesco che è arrivato in Iraq, dove incontrerà, a Najaf, il leader spirituale sciita Al Sistani. Siamo alla realizzazione, con poche parole ma con tanti fatti quel "Fratelli tutti", che riflette alla perfezione la coraggiosa linea del pontefice, molto legato alla Comunità di S.Egidio, che per prima ha voluto sostenere, in decine di incontri, che siamo tutti umani e che non ci sono differenze. So quanto la linea della Comunità di S.Egidio abbia spesso scatenato la rabbia e il profondo fastidio dei tradizionalisti. Ma i risultati sono davvero importanti.
A parte qualche diplomatico bacchettone, che rifiuta di riconoscere, per pigrizia o semplice ignoranza, dal verbo ignorare, il lavoro che viene fatto in favore di deboli, diseredati e profughi, l'avanzata inarrestabile del dialogo fra tutte le religioni e i laici non si fermerà. Davvero straordinaria l'iniziativa di tre congregazioni locali, decisa a Berlino, di costruire una chiesa per tre fedi, che guarda al futuro, accogliendo assieme cattolici, ebrei e musulmani.
La chiesa si chiamerà "churmosquagoga", cioè la sigla- sintesi di chiesa, moschea e sinagoga. Fantastica idea. Questo è il nuovo mondo, che mi riempie di entusiasmo. Non ho mai nascosto la mia attrazione per la grande collega Rula Jebreal: araba israeliana, quindi musulmana; sposata con un ebreo, e madre di una ragazza battezzata cattolica. Crediamoci. Il futuro inclusivo e senza più muri sarà sicuramente migliore.
di Andrea Pasini
ticinonotizie.it, 7 marzo 2021
"La mafia teme la scuola più della giustizia, l'istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa". Non a caso, per iniziare questo articolo ho scelto una citazione di Antonino Caponnetto. Il magistrato che è stato uno dei personaggi simbolo della lotta contro il crimine organizzato in Italia. Nella sua carriera, a fianco di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta, consegnò alla giustizia oltre 400 criminali legati a Cosa Nostra.
Così, partendo dall'impegno di un uomo che ha dedicato la vita al suo Paese, voglio rivolgermi al nuovo governo, dal suo premier Mario Draghi ai suoi ministri Luciana Lamorgese e Patrizio Bianchi chiedendo loro di assumere un impegno concreto nella lotta contro la mafia e l'Ndrangheta partendo proprio dai nostri giovani.
di Tiziana Rosania*
Il Dubbio, 7 marzo 2021
L'Unam, Unione nazionale avvocati per la mediazione, ha scritto alla nuova Guardasigilli Marta Cartabia congratulandosi per il prestigioso incarico e formulando alcune proposte sulla riforma della giustizia civile, con particolare riguardo agli strumenti Adr e con l'auspicio di un confronto costruttivo sul tema dell'implementazione degli strumenti di risoluzione delle controversie.
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