di Errico Novi
Il Dubbio, 9 marzo 2021
Il pacchetto "garantista" di Enrico Costa contro la Maginot dei 5 stelle: da qui la "sintesi" per superare la norma Bonafede. Che, per la ministra, non può prevalere sulla Costituzione.
Appuntamento ore 9,30. La riunione fra Marta Cartabia e i capigruppo Giustizia della maggioranza in programma per stamattina inizia abbastanza presto da lasciare a tutti il tempo di elaborarne il risultato. Anche se, assicurano da via Arenula, è fuori luogo pensare che una prima riunione al ministero possa produrre la formuletta magica per la giustizia. Piuttosto si definiranno un metodo di lavoro, una tempistica e un obiettivo. Innanzitutto, l'idea di un dialogo senza forzature che mettano singoli partiti all'angolo (compresi i 5 stelle rispetto alla prescrizione). Quindi, un orizzonte temporale chiaro: venti giorni per sciogliere i nodi principali, prescrizione inclusa, con il giro di boa delle linee programmatiche che Cartabia esporrà lunedì 15 alle commissioni Giustizia delle Camere e la data spartiacque del 29 marzo, entro cui i singoli partiti potranno presentare emendamenti al ddl penale.
L'obiettivo, infine, dovrebbe essere ormai chiaro, almeno dal punto di vista della guardasigilli: lo ha chiarito l'ordine del giorno condiviso due giorni fa dalle forze di governo a Montecitorio su tempi del processo e prescrizione. Tutto ruota attorno a due articoli della Carta: il 27, che sancisce (anche) il fine rieducativo della pena, e il 111, che impone alla legge di assicurare la durata del processo.
È la base del confronto al via da oggi tra Cartabia, i presidenti delle due commissioni Giustizia Mario Perantoni e Andrea Ostellari (pentastellato il primo, leghista il secondo) e i capigruppo di tutte le forze di governo nelle suddette commissioni. Ma la partita potrebbe risolversi in una dialettica bilaterale: da una parte il deputato di Azione Enrico Costa, il più tenace e creativo avversario della norma Bonafede, dall'altra il Movimento dell'ex ministro. Dai due estremi potrebbe venire una sintesi. Col Pd destinato in una prima fase a fare da arbitro. È vero che Walter Verini, responsabile democratico "ad interim" per la Giustizia, ha avanzato la proposta della prescrizione "per fasi". Ma un partito tuttora alleato coi 5 stelle difficilmente può assumere l'iniziativa sulla norma voluta dall'ex guardasigilli. Può farlo invece Costa, che ha già pronto un articolato restyling dell'intera riforma del processo, destinata a diventare il veicolo dei correttivi sulla prescrizione.
Il probabile punto di arrivo del confronto dipende anche dalla precisa volontà della guardasigilli di indicare nella funzione rieducativa della pena un criterio decisivo anche rispetto alla prescrizione. Non è possibile, si è convenuto nell'ordine del giorno proposto da Cartabia e condiviso da tutti, 5 stelle compresi, che la condanna venga eseguita quando sono trascorsi troppi anni dal fatto, perché nel frattempo la persona ritenuta colpevole sarebbe inevitabilmente "mutata", e perché l'idea del recupero sociale non può essere tradita da un'esecuzione così temporalmente slegata dal reato.
Basta e avanza per pronosticare il superamento della prescrizione di Bonafede: un limite massimo, all'eventuale durata parossistica di un processo va imposto. Anche perché il principio di dignità della persona, sotteso al fine rieducativo, è supremo rispetto ad altri legittimi interessi. E seppure in una logica di bilanciamento, non può essere sacrificato.
Plausibile che il Movimento 5 Stelle suggerisca di porsi il problema solo qualora la più ampia riforma del processo non desse buon esito. Ma qui si farebbe sentire anche il punto di vista di magistrati che tuttora affiancano Cartabia nei ruoli tecnici del ministero, come il capo di gabinetto Raffaele Piccirillo. Che Bonafede aveva voluto a via Arenula ma che non ha mai nascosto il rischio di un vulnus connesso alla prescrizione per eventuali malcapitati condannati in primo grado e stritolati all'infinito da macchina processuale inefficiente. Sarebbe assurdo pensare che lo Stato se ne lavi le mani e dica: proprio a voi è andata male, siete stati sfortunati, ci dispiace.
Nel confronto di maggioranza interverrà inevitabilmente il progetto di Costa: molto articolato, arricchito dal recupero di diverse proposte della commissione Fiorella e in generale così connotato in una chiave garantista opposta a quella dei 5 stelle da obbligarli a una mediazione. Tanto per fare un esempio: nel suo pacchetto Costa prevede la decadenza del procedimento non solo se una fase del giudizio dura troppo, ma persino quando il pm non esercita l'azione penale, non chiede cioè, scaduto il termine per le indagini, né il processo né l'archiviazione. Non solo: si integra la già prevista (nel ddl penale) possibilità per l'imputato di chiedere la conclusione dell'appello entro 3 mesi, in modo che, una volta trascorso addirittura un anno senza che si arrivi alla sentenza di secondo grado, la prescrizione bloccata (in base alla norma Bonafede) dopo la pronuncia del tribunale ricominci a decorrere. Avrà gioco facile, il fronte garantista, nel far notare ai 5 stelle che sono stati sempre loro a dirsi certi delle virtù taumaturgiche del ddl penale (scritto sempre da Bonafede), e che dunque non dovrebbero temere l'impunità per alcuno. Qualunque ulteriore replica dovrebbe a quel punto riferirsi necessariamente a un preteso primato della "certezza della pena" sul giusto processo. Una forzatura che la stessa Cartabia non potrebbe sopportare, e che non potrebbe impedire l'attenuazione degli effetti parossistici della norma Bonafede.
di Liana Milella
La Repubblica, 9 marzo 2021
Oggi vertice al ministero sulle riforme dell'ex Guardasigilli Bonafede. La Guardasigilli ha convocato per le 9.30 i presidenti delle commissioni di Camera e Senato. La ministra vuole accelerare e affrontare la questione della diffamazione e del carcere per i giornalisti. Costa di Azione riapre il dossier intercettazioni.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 marzo 2021
Dal rigore del metodo Falcone all'uso indistinto del pentitismo per combattere i clan mafiosi: funzionamento (e limiti) del programma di protezione testimoni. I criteri del programma di protezione dei collaboratori di giustizia sono fissati da una legge del 1991 scritta su impulso di Giovanni Falcone, che allora era direttore generale degli affari penali del Ministero della giustizia. Con il tempo, poi, il parlamento ha affinato lo strumento più volte, soprattutto sulla distinzione tra chi si pente dopo aver fatto parte dei clan e chi è vittima o testimone dei fatti e decide di parlare. Le dichiarazioni agli inquirenti dei collaboratori di giustizia, ad esempio, devono avvenire entro 180 giorni dalla dichiarazione di volontà di collaborare. Come funziona la protezione?
La prima fase è il trasferimento del "pentito" e dei suoi familiari, che viene allontanato dalla sua zona di origine e residenza. La seconda fase è il trapianto del nucleo familiare in una nuova realtà sociale dove possono sorgere problemi di rapporti umani, di amicizie, di parenti abbandonati (sindrome da sradicamento). I benefici possono riguardare il lavoro, la scuola, l'arredamento e tutto il necessario per una vita decente, a cui si aggiungono i benefici carcerari se il collaboratore deve scontare la pena. Il contributo mensile ai pentiti, che si aggiunge alla disponibilità di un appartamento dignitoso, è parametrato all'indice Istat sul costo della vita, alla misura degli assegni sociale e via discorrendo.
Un patto tra lo Stato e il pentito - In sostanza la collaborazione si fonda su un patto tra lo Stato ed il pentito. Una trattativa: tu fai i nomi e noi ti garantiamo una vita decente. Se da una parte la figura del pentito è sacrosanta per la lotta alla mafia, dall'altra si rischia di trasformarlo in una sorta di "consulente" a vita. Questo perché i pentiti sono sempre considerati imputati di reato connesso. Ecco perché, anche nei processi su episodi recenti, ci ritroviamo pentiti "storici" che non possono conoscere i fatti attuali. Può anche accadere che lo Stato possa diventare inconsapevolmente il braccio armato della lotta tra clan. Non di rado accade che i pentiti siano una testa di legno di un clan che li usa per smantellare i loro rivali senza ricorrere allo spargimento di sangue. Può anche accadere che nel corso del tempo ci siano pentiti che ricordino improvvisamente degli eventi; a volte gli eventi si incastrano con i teoremi giudiziari del momento.
Il "Nano" e gli altri e la strage di Via D'Amelio - In particolare, sulla strage di via d'Amelio, diversi pentiti si sarebbero inseriti nel raccontare le loro verità solo dopo che erano emersi nuovi nomi nelle accuse degli inquirenti. Tra questi, figurerebbero anche pentiti che non erano di Cosa Nostra, come Nino Lo Giudice, che un tempo era a capo di un clan di Reggio Calabria. Il "Nano", così era soprannominato, sapeva, ma non lo aveva mai detto prima, che a fare saltare in aria il giudice Paolo Borsellino sarebbe stato il poliziotto Giovanni Aiello, uomo da qualche anno morto d'infarto, su cui si era concentrato l'imbuto dei misteri. Glielo avrebbe confidato anni prima Pietro Scotto, quando erano insieme in carcere all'Asinara. Non solo, sempre a dire del "Nano", anni dopo lo stesso Aiello avrebbe pure partecipato all'omicidio dell'agente Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio nel 1989. Le sue dichiarazioni, rese a Reggio Calabria, furono trasmesse alle Procure siciliane. Inutile dire che parliamo di un pentito che in diverse occasioni è risultato inattendibile, parla e ritratta a seconda di come tira il vento.
Quei pentiti che il più delle volte hanno l'attitudine a compiacere la pubblica accusa - Ma ogni tanto c'è anche un giudice a Berlino. Nelle motivazioni della sentenza del 2013, che assolse l'ex Ros Mario Mori e Mario Obinu nel processo clone sulla Trattativa, il giudice Mario Fontana puntò il dito contro quei collaboratori di giustizia, che il più delle volte hanno l'attitudine a compiacere la pubblica accusa. Il giudice parla di cautela nelle valutazioni, perché "non consentono, in via astratta, di escludere che le indicazioni fornite siano state indotte dalla volontà di compiacere gli inquirenti, in dipendenza della particolare importanza che alle stesse indicazioni sarebbe stata attribuita". La notazione che si legge nelle motivazioni vale, in particolare, per il pentito Giovanni Brusca "nelle cui dichiarazioni si devono registrare aggiornamenti inediti, seguiti a una nuova inchiesta giudiziaria promossa nei suoi confronti, e svariate oscillazioni, concernenti indicazioni di notevole rilievo, che potrebbero essere state influenzate da improprie interferenze inquinanti, collegate a notizie di stampa relative a pregresse acquisizioni dibattimentali".
Non solo Fontana, ma pure Marina Petruzzella che nelle motivazioni dell'assoluzione di primo grado dell'ex ministro Calogero Mannino (assoluzione - dove smontata il teorema trattativa stato mafia - confermata in cassazione), scrisse che le interpretazioni del collaboratore di giustizia erano state "suggerite dalle molteplici sollecitazioni, ricevute nel corso di interrogativi, a volte anche molto sofisticati, degli inquirenti e dalle contestazioni fattegli durante i suoi esami".
Lo Stato magnanimo con Giovanni Brusca - Eppure con Brusca, proprio perché pentito, lo Stato è stato magnanimo. Ha sciolto nell'acido un bambino, Giuseppe Di Matteo, per zittire il padre che pentito lo era diventato prima di lui. Ha "scannato" tante persone da non ricordare l'esatto numero delle vittime. Forse cento, addirittura centocinquanta. Ha schiacciato il telecomando dando il via all'inferno di Capaci. Niente ergastolo per tutto questo, ma una condanna a trent'anni che finirà di scontare il prossimo novembre nel 2021 e una sfilza di permessi, un'ottantina, alcuni dei quali per trascorrere le festività a casa. Non si saprà mai quanta sincerità ci sia nella richiesta di perdono, peraltro tardiva, rivolta da Brusca ai parenti delle vittime che ha ammazzato. Certe, invece, sono le contraddizioni che hanno da sempre accompagnato i suoi racconti. Il sospetto che dica ciò che i PM vogliono sentirsi dire è abbastanza concreto. Tanti pentiti rischiano di comportarsi così. Il pentitismo è importante, ma pochi Pm seguono le orme di Falcone: vagliare le dichiarazioni dei pentiti, senza assecondarli. E se raccontano menzogne, inquisirli per calunnia.
di Simona Musco
Il Dubbio, 9 marzo 2021
Intervista a Giorgio Spangher: "Per autorizzare l'acquisizione dei tabulati serve un'autorizzazione". La Corte Ue dice basta ai pm "spioni". La semplice richiesta del pm non basta: per acquisire i tabulati è necessaria l'autorizzazione di un giudice terzo. Potrebbe rivoluzionare il modo di fare indagini in Italia la decisione della Corte di Giustizia europea, che lo scorso 2 marzo si è pronunciata negativamente sulle norme dell'Estonia, stabilendo la necessità di un "controllo indipendente" che preceda qualsiasi accesso ai dati personali, salvo situazioni di urgenza debitamente giustificate, "nel qual caso il controllo deve avvenire entro termini brevi". La decisione, spiega al Dubbio Giorgio Spangher, professore emerito di diritto processuale penale alla "Sapienza", richiede ora un adeguamento della legislazione italiana. Perché anche se la sentenza riguarda l'Estonia, i principi della Corte si applicano a tutti i Paesi della Ue. E le prove acquisite con tale metodo, dunque, rischiano di essere illegittime.
Professore, la sentenza apre una discussione interessante dal punto di vista delle garanzie processuali. Ce la spiega?
La Corte di Giustizia, interpretando alcuni articoli del Trattato di Nizza e, soprattutto, alcune direttive europee in tema di tutela della privacy e dei dati personali, si è chiesta entro quali limiti siano acquisibili e da chi i dati esterni del traffico telefonico. Quei dati permettono di sapere quante volte ho parlato al telefono e con chi, dove mi trovassi, dove mi sono spostato eccetera. Dati esterni che dunque descrivono, in qualche modo, la mia persona e i miei comportamenti e che possono essere utilizzati in funzione di prova penale. Nel caso estone, la sentenza della Corte di Giustizia fissa alcuni principi. A partire dal fatto che non può essere il pubblico ministero a disporre l'acquisizione di tali dati.
Per quale motivo?
Per quanto il pm sia un organo imparziale e possa svolgere anche attività a favore dell'imputato, ciò non gli attribuisce quel ruolo di garanzia e di terzietà che invece è necessario in materia di tutela dei dati personali. Accedere ai tabulati significa conoscere tutto di una persona e il pm non è ritenuto, stando a questa sentenza, organo di garanzia. Ciò in quanto, secondo la Corte, l'autorità incaricata di tale controllo non deve essere coinvolta nella conduzione dell'indagine penale, come invece lo è il pubblico ministero. Deve essere quindi un organo indipendente e nel caso del processo penale non può che essere un giudice.
Un altro aspetto è: si può fare questa attività di acquisizione dei dati per tutti i reati?
Qui entra in campo la logica del bilanciamento. Noi abbiamo diritti individuali, come il diritto alla privacy, che prevale sull'esigenza di accertamento di reati a condizione che ci sia una proporzione. Ovvero: io ho i miei diritti, ma anche lo Stato che vuole accertare dei reati ha i suoi diritti. Quindi, quando si tratta di gravi reati, come criminalità organizzata, terrorismo, eccetera, le esigenze collettive prevalgono sui diritti individuali. Ma se si tratta di reati minori, allora prevale il mio diritto alla privacy e lo Stato deve trovare altri strumenti per accertare eventuali responsabilità. C'è, quindi, un principio di proporzione nell'uso dello strumento ed è necessario capire per quali reati, quali fini, sulla base di quale presupposti e per quali soggetti tali dati vengano acquisiti. Inoltre, un'altra cosa che emerge è che il principio enunciato dalla Corte va rispettato a prescindere dalla quantità di dati acquisita o dal periodo preso in considerazione.
Come funziona attualmente nel nostro Paese?
Nel 1998 le Sezioni Unite avevano stabilito che, effettivamente, per acquisire i tabulati c'era bisogno dell'autorizzazione di un giudice. Nel 2000, invece, le cose sono cambiate: da allora il pm può farlo senza passare da un giudice e può farlo per tutti i reati. Naturalmente ci sono sentenze che fissano qualche limite e qualche criterio, però quello che resta è che non c'è una soglia di legge, non c'è una richiesta al giudice, non c'è nulla di ciò che la sentenza richiede con riferimento all'Estonia.
E ora cosa cambia per noi?
Questa sentenza stabilisce che acquisire i tabulati senza un'autorizzazione terza significa produrre materiale inutilizzabile. È una questione che riguarda l'oggetto della prova, perché quel materiale entra nel processo. Che ne facciamo di questa sentenza? Probabilmente non sarà di immediata applicazione per l'Italia, perché a differenza della giurisprudenza Cedu le sentenze della Corte di Giustizia hanno una portata diversa. Riguardano il caso concreto. Ci sono due alternative: l'Italia, per un verso, dovrebbe cambiare la legge, adeguandosi agli orientamenti della Corte di Giustizia. Quella è un'interpretazione del diritto europeo e non dobbiamo dimenticare che abbiamo una sovranità limitata, abbiamo ceduto una porzione della nostra sovranità all'Europa. Ci sono delle norme che tutelano la privacy e la riservatezza che sono contenute dentro al Trattato di Nizza. Quindi a questo punto quella giurisprudenza, quelle linee che sono state individuate, valgono anche per noi. Se non dovesse intervenire il legislatore, o comunque prima che intervenga, l'alternativa è che qualcuno sollevi una questione di legittimità costituzionale in violazione dell'articolo 117, che ricorda i vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. E si potrebbe chiedere l'applicazione di quella norma, quanto meno per le attività future.
Quale crede che sia la soluzione migliore?
A mio parere sarebbe opportuno un intervento del Parlamento, in quanto al momento ci troviamo in una condizione di violazione del Trattato di Nizza. Però per risolvere il problema è necessario capire quale sia la soglia di gravità che consente di acquisire i tabulati. Parlare di criminalità organizzata o terrorismo significa parlare di categorie.
E come si potrebbe fare?
Probabilmente applicando le norme delle intercettazioni anche ai tabulati. Ovvero: i reati che per i quali sono consentite le intercettazioni saranno quelli per i quali sarà possibile richiedere i tabulati.
Si porrà un problema sulla legittimità delle attività fatte prima della sentenza della Corte...
L'attività svolta prima della sentenza secondo quella modalità non è contra legem, perché era previsto dalle norme. Ma da domani bisognerà proporre una modifica sul punto. Se un'eventuale questione di legittimità venisse accolta, probabilmente potrebbe travolgere quanto fatto prima. Ma c'è bisogno o di una legge o di una sentenza della Corte costituzionale che ne dichiari l'illegalità. E poi c'è anche un'altra questione da porre: come si applica questa norma al procedimento di prevenzione? E all'attività di intelligence? Sono tutte domande alle quali dobbiamo trovare una risposta.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 9 marzo 2021
Monica Cirinnà, Anna Rossomando e Franco Mirabelli hanno presentato un'interrogazione alla ministra della Giustizia per chiedere che vengano interrotte le intercettazioni dei dialoghi tra legali e clienti. Stop alle intercettazioni dei dialoghi tra avvocati e assistiti: lo hanno chiesto i senatori del Partito Democratico Monica Cirinnà, Anna Rossomando e Franco Mirabelli attraverso una interrogazione a risposta orale al Ministro della Giustizia, Marta Cartabia.
Lo spunto, come si legge nel documento di sindacato ispettivo, è arrivato da una comunicato della Camera penale di Roma dello scorso 24 febbraio, nel quale i penalisti hanno fortemente stigmatizzato il "modus operandi che dimostra ancora una volta come le Procure abbiano in spregio la norma dell'art. 103 c.p.p.", il cui comma 5 prevede che "non è consentita l'intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori, degli investigatori privati autorizzati e incaricati in relazione al procedimento, dei consulenti tecnici e loro ausiliari, né a quelle tra i medesimi e le persone da loro assistite".
La nuova riforma delle intercettazioni ha fatto qualche passo avanti quando ha previsto il divieto di trascrizione, anche in forma riassuntiva, delle comunicazioni con il difensore casualmente captate. Eppure la non distruzione automatica delle stesse - in linea teorica - non impedirebbe al pubblico ministero di ascoltare e venire a conoscenza della linea difensiva.
Pertanto, scrivono i tre nell'interrogazione, "al di fuori del caso in cui l'avvocato sia soggetto a intercettazioni nella qualità di indagato per reati in relazione ai quali l'uso di tale strumento di indagine sia consentito, è dunque necessario assicurare l'inviolabilità delle comunicazioni tra avvocato e cliente". I senatori Cirinnà, Rossomando e Mirabelli hanno chiesto quindi al Guardasigilli "se non ritenga opportuno intraprendere iniziative per accertare che sia sempre garantita la riservatezza delle conversazioni tra difensore e indagato e dunque la piena tutela del diritto inviolabile di difesa, costituzionalmente garantito in ogni fase del procedimento penale".
Proprio alla senatrice Cirinnà chiediamo se come partito non intendano intraprendere una iniziativa politica per migliorare ulteriormente la riforma: "l'interrogazione - ci spiega il Segretario della Commissione Giustizia - serve per capire cosa pensi e intenda fare in merito la nostra nuova Ministra della Giustizia. L'azione politica potrebbe essere della stessa Ministra, magari interessando anche le commissioni competenti. Noi al momento ci troviamo in una maggioranza molto larga e molto scomoda. Ma, come Partito Democratico, dobbiamo fortemente connotare la nostra azione ad un ritorno pieno del garantismo. E questo percorso passa attraverso segnali concreti: questo è un segnale concreto sull'inviolabilità del diritto di difesa".
Però la convivenza con i Cinque Stelle potrebbe convertire questo obiettivo in velleità: "la convivenza con i Cinque Stelle - prosegue Cirinnà - l'avevamo già con il Governo Conte. Noi dobbiamo essere in grado di far proseguire al Movimento Cinque Stelle questa trasformazione volta ad abbracciare pienamente tutti i canoni della democrazia previsti dalla nostra Costituzione, tra cui il diritto di difesa. Loro devono in qualche modo abbandonare la visione giustizialista e devono aiutare tutti noi a frenare, a contenere e a regolare in qualche modo questa onnipotenza che troppe Procure hanno in questo periodo e non solo. Su questo si può ricostruire un accordo di maggioranza, almeno della vecchia maggioranza. Io ho in testa di fare questo, spero che in tanti mi seguano".
Il casus belli, come vi avevamo raccontato, all'origine del comunicato della Camera Penale di Roma ha riguardato l'avvocato Piergiorgio Manca, 75 anni, uno dei più noti penalisti del foro romano, indagato dalla Procura di Roma con l'accusa di associazione finalizzata allo spaccio di stupefacenti. Il suo legale, l'avvocato Cinzia Gauttieri, proprio al Dubbio criticò il metodo degli inquirenti, "trattandosi di una imputazione strumentale all'utilizzo di intercettazioni telefoniche e ambientali di un difensore che trovano giustificazione solo con la contestazione di reati contenuti in un preciso catalogo. Si tratta di una concezione distorta della figura del difensore perché lo identifica con il suo assistito e con il reato da questo commesso".
Prima di questo caso, c'era stato quello dell'avvocato Roberta Boccadamo, difensore di Giovanni Castellucci, coinvolto nell'inchiesta sul crollo del Ponte Morandi a Genova: in quel caso l'intercettazione fu addirittura trascritta, utilizzata dal gip, e giustificata dalla non veritiera circostanza per cui la Boccadamo fosse la compagna del suo assistito. Non dimentichiamo anche quanto accaduto all'avvocato Francesco Mazza, sempre del foro di Roma, che si era ritrovato citato in un'informativa di cui era entrato in possesso dopo la notifica della chiusura delle indagini preliminari a carico di tre suoi assistiti. Anni prima era stato l'avvocato Giosuè Naso a denunciare di essere stato intercettato e addirittura pedinato insieme ai suoi clienti nell'ambito dell'inchiesta (ex) Mafia Capitale, condotta dalla Procura di Roma.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 9 marzo 2021
È stato trovato morto nel bagno della comunità dove era stato collocato in seguito a un tentativo di rapina. La vittima è un ragazzo di 16 anni, originario di Boscoreale, comune in provincia di Napoli, deceduto dopo essersi impiccato nei locali della comunità di Villa di Briano (Caserta). Accanto al corpo del giovane, ritrovato in un bagno della struttura, è stato trovato un biglietto.
Inutili i soccorsi da parte dei sanitari del 118. Sul posto anche i carabinieri della Compagnia di Aversa che stanno svolgendo le indagini.
Disposta dal magistrato di turno della procura di Napoli nord l'autopsia. Ogni anno in Campania si contano in media 5mila ragazzi, tra i 12 e i 18 anni, identificati e riaffidati ai genitori o condotti in comunità di recupero per episodi di disagio e devianza, atti di bullismo, risse. Circa 250 sono quelli che affrontano percorsi rieducativi, 150 quelli affidati a comunità, circa 70 quelli detenuti nei centri di accoglienza per minori per accuse relative a reati penalmente rilevanti. Sono un mondo, delicato e complesso al tempo stesso. Dietro ognuno di loro c'è una diversa storia di povertà e disagio, di abbandono e sofferenza, di criminalità e mancanza di alternative.
Nel 40% dei casi hanno abbandonato la scuola troppo in fretta e così la povertà culturale diventa uno dei fattori che alimenta il fenomeno della criminalità minorile. L'altro fattore è la camorra, presente e diffusa anche nelle vite dei più piccoli attraverso legami familiari o amicizie di quartiere. A rischio sono quindi i figli dei camorristi, i figli degli affiliati, i boss in erba, i giovani che si armano per fare stese e rapine a mano armata. A queste realtà se ne affiancano però anche altre, non meno pericolose: sono le cosiddette baby gang, quelli della violenza anche senza motivo, degli accoltellanti e delle risse in strada, delle aggressioni a tutte le ore del giorno ad opera di ragazzini che spesso non hanno nemmeno l'età imputabile.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 9 marzo 2021
Gli ultimi dati forniti dal Dap parlano di 58 persone transessuali detenute in Italia, di cui 8 in Campania. Il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello oggi è stato a trovare i Transessuali ristretti al piano terra del reparto Roma di Poggioreale, regalando loro delle mimose. "Nelle carceri italiane le persone trans detenute sono purtroppo trattate ancora come un fenomeno clandestino, di fronte a cui il Dap non è riuscito a fornire risposte univoche, creando forme di segregazione di tali individui o relegandoli in reparti precauzionali, insieme a sex offenders, collaboratori di giustizia o ex appartenenti delle Forze dell'ordine, con cui non condividono vissuto e bisogni. Solo nelle carceri di Napoli, Roma, Belluno, Firenze e Rimini infatti sono previste sezioni dedicate specificamente alle persone transessuali detenute e solo nel carcere di Rimini queste sono sotto la vigilanza di personale femminile".
"Le condizioni critiche della detenzione sono esasperate dalla separazione cui tali persone sono sottoposte, non potendo partecipare realmente ai percorsi trattamentali e alle attività rieducative previste dagli istituti. Da ciò consegue un disagio di tipo psichico, dovuto spesso anche alla mancanza di relazioni familiari esterne, oltre che fisico per l'impossibilità di rivolgersi a medici specializzati", così il garante Ciambriello all'uscita di Poggioreale. Infine il garante campano dei detenuti lancia un allarme denuncia: "Nelle persone trans diviene ancora più impossibile declinare qualsiasi forma di affettività e sessualità. È chiaro che ciò si risolva in una forte discriminazione, che viola il principio di uguaglianza previsto dalla nostra Costituzione, oltre che l'imprescindibile obbligo rieducativo previsto dall'articolo 27. Occore far di più, per evitare una doppia reclusione. Non per il futuro prossimo, ma per il nostro sobbollente presente". Mercoledì Ciambriello visiterà il carcere femminile di Pozzuoli.
di Francesco Pesante
immediato.net, 9 marzo 2021
Ecco qual è la situazione attuale del penitenziario. Tutti catturati e trasferiti in poche settimane tranne Aghilar, preso quasi 5 mesi dopo. Intanto, non c'è più il reparto di "Alta Sicurezza" per i prigionieri "in odore di mafia". Resta il sovraffollamento.
Un anno dalla folle fuga dal carcere di Foggia. Il 9 marzo 2020, 72 detenuti uscirono dalla porta principale del penitenziario al termine di una rivolta scoppiata per l'emergenza Covid. Il tutto a poche ore dal lockdown che fermò l'Italia intera. Scene da film, riprese dai mass media di tutto il mondo. Molti prigionieri rientrarono in cella il giorno stesso, altri rapinarono alcuni automobilisti per fuggire lontano dalla città. Tra gli evasi anche personaggi di spicco della criminalità locale, ritenuti contigui ai clan della provincia di Foggia.
Alcuni di loro vennero raggiunti e arrestati dalla squadra mobile il 14 aprile successivo in una cava di Apricena. Si erano dati alla latitanza e al momento del blitz stavano partecipando ad un vero e proprio summit malavitoso. Stessa sorte per gli altri evasi, riacciuffati a stretto giro e trasferiti nelle case circondariali di tutta Italia. Cristoforo Aghilar fu l'ultimo ad essere catturato; il killer di Orta Nova venne arrestato dai carabinieri il 29 luglio, mentre si nascondeva in un casolare nella Bat. Fu un fantasma per quasi cinque mesi.
Ma qual è la situazione oggi nel carcere di Foggia? Prima della "grande fuga", c'era un sovraffollamento record, oltre 600 detenuti rispetto ai 365 posti regolamentari. Oggi i carcerati, anche per via dei trasferimenti post evasione, sono poco più di 500. Una situazione non facile ma meno allarmante rispetto a quella di un anno fa. Scarseggiano, però, i poliziotti penitenziari, dovrebbero essercene 261, ce ne sono circa la metà.
In un 2020 contrassegnato dalla pandemia, il carcere di Foggia ha anche perso il reparto di "Alta Sicurezza", chiuso ancor prima della maxi evasione. L'Alta Sicurezza, detta "As", era riservata ai detenuti "in odore di mafia"; a Foggia erano presenti alcune decine di ristretti ritenuti contigui ai clan locali. Negli anni, l'Alta Sicurezza di via delle Casermette ha ospitato elementi di rilievo della criminalità di Capitanata. In quelle celle, infatti, transitarono esponenti di vertice della Società Foggiana e della mafia garganica e sanseverese, tutti trasferiti altrove.
Ma anche tra i "detenuti comuni" si celavano - e forse si celano ancora - uomini vicini alla malavita organizzata, come quelli arrestati nella cava di Apricena. Personaggi che non avendo condanne per mafia, né accuse di reati aggravati dalla mafiosità, vengono collocati insieme a tutti gli altri.
Dal 9 marzo 2020 ad oggi si sono susseguite le proteste dei sindacati e i sopralluoghi dei vertici del mondo penitenziario italiano per l'annoso problema del sovraffollamento. Lo scorso ottobre il sindacato della penitenziaria Spp è tornato a chiedere interventi seri ed immediati: "È necessario riportare i numeri a quelle che sono le capienze massime della struttura", aveva detto il rappresentante Di Giacomo. Ma nonostante gli appelli, la città di Foggia continua a rappresentare una delle realtà carcerarie più complesse di tutto il paese.
di Marco Aldighieri
Il Gazzettino, 9 marzo 2021
La Casa di reclusione Due Palazzi è teatro dell'ennesimo scandalo: ancora una volta i carcerati hanno introdotto nel penitenziario droga e telefoni cellulari. In dodici sono finiti indagati per spaccio, resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale e accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti. Le indagini, condotte dal pubblico ministero Benedetto Roberti insieme alla polizia penitenziaria, hanno scoperchiato un business illegale tra le celle non senza difficoltà. I reclusi hanno cercato in tutti i modi di impedire agli inquirenti di effettuare le perquisizioni. Il giorno 10 dicembre dell'anno scorso almeno otto carcerati, hanno organizzato una rivolta ostacolando il lavoro degli agenti.
Sull'episodio è intervenuto Nicola Boscoletto legale rappresentante della cooperativa Giotto, capace di dare lavoro dietro alle sbarre a centinaia di detenuti. Il capo della coop, attraverso due email spedite nei giorni 13 e 21 gennaio e indirizzate a Dap, presidente del tribunale di sorveglianza e garante dei detenuti, ha scritto di avere saputo di presunte violenze da parte delle guardie carcerarie ai danni di alcuni reclusi. E ha chiesto di fare luce sul caso. In realtà, come hanno dimostrato le immagini registrate dal sistema di videosorveglianza, quel 10 dicembre sono stati i detenuti a scagliarsi contro i poliziotti della penitenziaria peraltro non in tenuta antisommossa. La Procura su questo incartamento spedito da Boscoletto ha aperto un fascicolo, al momento senza indagati.
L'indagine ha preso corpo il giorno 10 dicembre quando il tunisino di 24 anni Zaharan Salah Ben Mohamed è stato "pizzicato" all'interno del carcere con diversi ovuli di droga (cocaina, hashish e marijuana) e schede telefoniche occultati nell'intestino. Il giovane straniero, nipote di Ben Torch il "re" delle spaccate dell'estate 2019, secondo gli inquirenti si sarebbe approvvigionato della sostanza stupefacente durante il suo permesso premio alla comunità "Piccoli Passi" di via Po.
Qui avrebbe incontrato la madre, Mounira Torch 54 anni, finita anche lei nei guai per avere portato al figlio la merce illegale. I due, ironia della sorte, erano stati "scritturati" come attori nel film documentario "Tutto il mondo fuori" realizzato dalla cooperativa Work Crossing legata a filo diretto con la coop Giotto. Un viaggio all'interno del Due Palazzi, insieme a don Marco Pozza, dove il messaggio è il recupero della persona grazie a numerosi progetti di formazione.
Indagato è poi finito Nizar Boughanmi tunisino di 35 anni, insieme al connazionale Wissem Talbi di 24 anni. I due, secondo l'accusa, avrebbero aiutato Zaharan a portare in carcere la droga e i telefoni cellulari. L'apparecchio del nipote di Torch, un telefonino minuscolo, è stato anche "salvato" dalla perquisizione degli agenti: con una sorta di carrucola è stato portato dal secondo al quarto piano del penitenziario. Non solo, sarebbe stato utilizzato da diversi detenuti per comunicare: come avrebbe fatto lo stesso Zaharan (il pm per lui ha già chiesto il rinvio a giudizio) con spacciatori di Padova e Venezia. La vendita di droga in carcere, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, rende moltissimo. Se sulla strada una dose di cocaina viene spacciata a 70 euro, dietro alle sbarre ne costa 300. Ad essere sfruttati sono i carcerati più deboli, quelli dipendenti dalle sostanze stupefacenti e con il portafoglio imbottito.
Infine nel registro degli indagati ci sono finiti altri otto detenuti, tra cui ancora Boughanmi e Talbi, per resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale. Grazie a "radio" carcere, quel 10 dicembre sono venuti a sapere dell'arresto di Zaharan e di una immediata perquisizione nelle celle al secondo piano del Due Palazzi. In pochi minuti si sono organizzati per mettere in piedi una sommossa. Gli agenti sono stati bersagliati con lanci di pezzi di legno, frutta e altro materiale.
Inoltre sono state date alle fiamme numerose lenzuola. Gli altri finiti nei guai sono Sami Rouini 40 anni, Adleni Al Hmidi 36 anni, Ahmed Chouchoui 22 anni, Naim Landolsi 39 anni, Minamine Zidi 29 anni e il marocchino Radouan El Madkouri di 26 anni. Nicola Boscoletto, il capo della cooperativa Giotto, in merito alle due email spedite per chiedere delucidazioni su eventuali abusi subiti dai detenuti quel 10 dicembre, è stato sentito a sommarie informazioni dagli inquirenti.
Non ha fornito i nomi dei carcerati che gli avrebbero segnalato le presunte violenze per mano degli agenti. Sul caso è stato aperto un fascicolo al momento senza indagati. La Procura ha fatto sapere che durante le indagini c'è stata la piena collaborazione da parte del direttore del carcere e della polizia penitenziaria.
Il Resto del Carlino, 9 marzo 2021
Sarebbero una ventina i contagiati nel penitenziario, permessi allungati ai detenuti vicini alla scarcerazione Giulia Torbidoni, presidente di Antigone Marche: "Ricorso più ampio alle misure alternative". Focolaio all'interno del carcere di Villa Fastiggi, una ventina di detenuti sarebbero risultati positivi al Covid. Preoccupano in particolare le condizioni di uno di loro, un 64enne ricoverato in terapia intensiva.
Il cluster all'interno della struttura carceraria che ad oggi ospita 183 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 143 è scoppiato la settimana scorsa e il numero dei positivi è in continuo aggiornamento. Difficile avere un quadro preciso, in quanto tutte le attività sono state interrotte e le sezioni chiuse, tra quarantene e isolamenti e la richiesta di svolgere una capillare attività di tamponi.
"La nostra attività di volontariato in carcere è ripresa a settembre e non ha mai avuto interruzioni fino a sabato scorso, quando l'istituto ci ha comunicato la chiusura in seguito a casi Covid - spiega la presidente di Antigone Marche, Giulia Torbidoni. Ora stiamo raccogliendo quante più informazioni possibili anche per provare a dare una mano alle famiglie che ci contattano per avere notizie". A causa del rischio contagio, la direzione dell'istituto ha deciso di applicare una misura preventiva. A parte dei detenuti, quelli che godevano di permessi di lavoro esterno e quindi prossimi alla scarcerazione, è stata concessa la possibilità di soggiornare a casa invece di rientrare in carcere dalla sera al mattino successivo.
Altro segnale che dimostra come la situazione all'interno dell'istituto sia davvero a rischio: "Quello che sta avvenendo lì dentro dimostra quanto l'equilibrio delle carceri sia fragile - aggiunge la Torbidoni. In strutture sovraffollate, a Pesaro il fenomeno c'è e riguarda una quarantina di unità in eccesso, è impossibile mantenere il distanziamento, per cui la diffusione del contagio è velocissima. Sarebbe prioritario vaccinare detenuti e personale.
La gestione della pandemia riguarda la sanità regionale e ci aspettiamo anche dal Garante (Giancarlo Giulianelli, entrato in ruolo il 16 febbraio scorso e pochi giorni fa risultato positivo al Covid, ndr) un intervento che faccia chiarezza su quanto è avvenuto. Inoltre, auspichiamo che la magistratura di sorveglianza faccia il ricorso più ampio possibile alle misure alternative, in modo tale da evitare, laddove possibile, ingressi in carcere".
A proposito dei vaccini, le prime dosi al personale in servizio a Villa Fastiggi sono state somministrate mercoledì scorso, proprio nel momento in cui scoppiava il focolaio Covid. Per i detenuti non esiste ancora una data di avvio delle vaccinazioni". Oggi in Regione, il consigliere di minoranza Antonio Mastrovincenzo (Pd) dovrebbe presentare un'interrogazione sulla vicenda all'assessore alla sanità Filippo Saltamartini.
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