di Luca Gambardella
Il Foglio, 11 marzo 2021
Ieri la Libia ha compiuto un passo significativo verso l'insediamento di un governo di unità nazionale. Il Parlamento si è riunito a Sirte - città dall'alto significato simbolico perché è qui che si sono attestati gli schieramenti in guerra al momento del cessate il fuoco dello scorso ottobre - e ha votato la fiducia all'esecutivo del premier ad interim Abdulhamid Dbeibeh.
"Con questo voto è chiaro che i libici sono una cosa sola", ha detto il nuovo primo ministro. E Fayez al Serraj, premier del governo di unità nazionale di Tripoli sostenuto dall'Italia, ha dato disponibilità a farsi da parte per una transizione pacifica.
Il voto di ieri è stato celebrato come un successo dalla comunità internazionale, perché è un passaggio cruciale del processo di Berlino, avviato un anno fa fra molte perplessità e che dovrebbe culminare con le elezioni a ridosso di dicembre. Il cammino è ancora lungo e il nuovo governo ad interim è già nato zoppo, con facce nuove su cui però pendono vecchie accuse, prima fra tutte quella della corruzione.
E poi ci sono le forze esterne - Russia, Turchia, Emirati Arabi Uniti- convitate di pietra ai colloqui di pace di Ginevra in questi mesi e artefici della frammentazione sul campo. Le Nazioni Unite e l'Ue inseguono da tempo la prospettiva - da molti considerata utopica - di poter parlare in Libia con un unico interlocutore.
"Il clima qui è cambiato - ci dice una fonte diplomatica a Tripoli- e la fiducia al nuovo governo è un aspetto molto importante, che non era scontato". Uno dei dossier su cui di recente le cancellerie occidentali hanno riscontrato delle novità sorprendenti è quello dell'immigrazione. Tre giorni fa, una della miriade di milizie libiche, quella che appartiene alla 444esima brigata, ha assaltato uno dei tanti centri di detenzione dei migranti di Bani Walid, 150 chilometri a sud di Tripoli, e ha liberato una settantina di persone. Breve premessa. Bani Walid è retta dalla tribù dei Warfalla ed è un punto di transito delle rotte dei trafficanti di uomini. Di fatto è terra di nessuno, contesa dalle milizie e sorvegliata dai mercenari russi.
È qui che si sviluppa parte del business del traffico di essere umani. I carcerieri registrano dei video che mostrano le sevizie cui sono sottoposti i migranti, poi inviano i filmati ai parenti delle vittime e chiedono denaro in cambio della liberazione dei loro cari. Tornando al raid della 444esima brigata di qualche giorno fa, si è trattato di un'operazione diversa da quelle compiute finora: il loro "ufficio stampa" ha condiviso un filmato che mostra il film dell'incursione, con tanto di telecamere GoPro che mostravano l'incursione in soggettiva, stile videogiochi di guerra, e usando un drone che riprendeva dall'alto la liberazione dei migranti e la cattura dei trafficanti.
Un effetto scenico curato nei minimi dettagli, del tutto nuovo per queste operazioni anti trafficanti. Qualcuno pensa che si tratti di un modo per convincere l'occidente che nella "nuova Libia" l'immigrazione è una priorità. Per Jalel Harchaoui, ricercatore del think tank Global Initiative ed esperto di Libia, le cose stanno diversamente: "Siamo nel 2021, non nel 2017. I libici non hanno più bisogno di mandare messaggi all'occidente. Si tratta solo di operazioni per mettere in sicurezza il territorio".
Per farlo, queste milizie si stanno via via emancipando dalle forze occidentali e la storia della 444esima brigata è emblematica perché spiega bene come stanno cambiando le cose sul terreno. "Prima si chiamava Unità 20-20, un corpo d'élite appartenente alla Radaa, le forze speciali di deterrenza. Sono comandati da Mahmoud Hamza, una testa calda di orientamento salafita. Dipendeva direttamente dal ministro dell'Interno Fathi Bashagha. Poi, a giugno 2019, si è fatta notare per avere respinto brillantemente l'avanzata di Haftar a Tarhuna. Così ha cambiato nome e ora dipende dal ministero della Difesa guidato da Ali Namroush, molto più filoturco rispetto a Bashagha". Secondo Harchahoui, da allora la brigata ha assistito a una metamorfosi: "I turchi sono stati molto furbi e l'hanno individuata come unità da sostenere, addestrare, armare. Ora è molto più numerosa".
In rete girano le foto di militari turchi che addestrano questa forza speciale durante esercitazioni di tiro, mirando alle sagome di Haftar e del leader di al Qaida Ayman al Zawahiri. Per non parlare delle armi in dotazione: fucili d'assalto MPT- 55 e di precisione JNG-90, entrambi forniti proprio dai turchi. Se la più efficiente brigata libica dipende dai turchi - che da tempo addestrano anche la Guardia costiera a pilotare le motovedette italiane - allora le operazioni anti trafficanti come quella di Bani Walid assumono un sapore agrodolce per l'Europa e per l'Italia in particolare.
Estirpare le reti criminali che gestiscono i flussi migratori e i centri di detenzione dei migranti è una precondizione indispensabile per rendere la Libia "porto sicuro" e legittimare, anche legalmente, quelli che oggi sono invece dei respingimenti illegali. Ma se questo avviene con la firma di Erdogan, scalzandoci dal paese, è segno che qualcosa nella strategia italiana è andato storto.
di Vittorio Longhi
La Repubblica, 11 marzo 2021
L'accusa della Commissaria per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic. I superstiti del naufragio a largo delle coste tunisine aggrappati a quel che resta del gommone. Il monito è arrivato nelle stesse ore, ieri mattina, in cui si ripescavano i corpi senza vita dei 39 migranti subsahariani, al largo delle coste tunisine.
"L'approccio dei Paesi europei alla migrazione sta causando migliaia di morti ogni anno, morti che si potrebbero evitare." La condanna della Commissaria per i diritti umani al Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic, è arrivata nelle stesse ore, ieri mattina, in cui si ripescavano i corpi senza vita dei 39 migranti subsahariani, al largo delle coste tunisine. Sulle due imbarcazioni partite dal porto di Sfax, in direzione Lampedusa, a salvarsi sono stati in 165, secondo la Guardia costiera. Sarebbe l'ennesima dimostrazione di quanto le politiche migratorie attuali siano inadeguate e colpevoli delle continue tragedie del mare, stando al nuovo rapporto del Consiglio. Sono più di 2.600 i morti nel periodo considerato dalla ricerca, che ha un titolo disperato e allarmante: "A distress call for human rights", ovvero "S.o.s. per i diritti umani".
Il primo monito. Già due anni fa Mijatovic aveva lanciato un primo monito: "L'approccio degli Stati europei alla migrazione nel Mar Mediterraneo si è concentrato eccessivamente nell'impedire a rifugiati e migranti di raggiungere le coste europee e troppo poco sugli aspetti umanitari, sul rispetto dei diritti". Ne era seguita una lista di 35 raccomandazioni articolate in cinque aree: dal coordinamento di ricerca e soccorso alla garanzia di sbarchi sicuri e tempestivi, dalla cooperazione con le Ong alla vigilanza sugli abusi nei paesi terzi e, ovviamente, la predisposizione di vie legali di ingresso in Europa.
Oltre 20mila respinti in Libia. Con questo aggiornamento arriva la conferma che la situazione non è affatto cambiata, anzi è destinata solo a peggiorare se non si inverte subito la rotta. Complice è l'indifferenza generale verso i migranti, data l'emergenza Covid19 e la decisione di alcuni Paesi, come l'Italia e Malta, di tenere a lungo i mezzi di soccorso fermi in porto. Eppure - dice il rapporto - nonostante la pandemia avremmo tutti gli strumenti per fermare i naufragi. A mancare, inutile dirlo, è la volontà politica. Basti guardare a quanto avviene sulla rotta del Mediterraneo centrale, con il ricorso ormai continuo alla Guardia costiera libica. Si contano oltre 20mila persone intercettate e riportate indietro tra 2019 e 2020, persone esposte ai peggiori abusi e alle violenze note di quelle carceri.
Sostegno alle Ong e solidarietà. Per questo motivo la Commissaria rinnova una serie di richieste ancora più specifiche agli Stati membri del Consiglio d'Europa. Innanzitutto urge il potenziamento delle operazioni di soccorso in mare con la supervisione statale e con una reale rapidità di intervento, prima condizione per evitare altre stragi. È indispensabile, a questo proposito, sostenere e non più criminalizzare le Ong impegnate nel soccorso e nel monitoraggio dei diritti umani. D'altra parte sembra che non stia servendo a molto l'operazione militare Irini, lanciata a metà 2020 per controllare l'embargo Onu sulle armi in Libia e per contrastare il traffico di esseri umani. Uno dei punti più dolenti toccati dal rapporto è la redistribuzione dei rifugiati tra i Paesi dell'Unione. È passato un anno e mezzo dalla "Dichiarazione di Malta", l'accordo sottoscritto da Italia, Malta, Francia e Germania ma ci si rende conto solo oggi degli scarsi risultati in termini di collaborazione e ricollocamento. È opinione diffusa che quel documento sia stato vago e contraddittorio, che solo una profonda riforma del trattato di Dublino possa davvero portare a una redistribuzione dei richiedenti asilo solidale, equa.
No alla Libia, sì ai corridoi umanitari. Riguardo ai respingimenti, la Commissaria torna a chiedere che migranti e rifugiati siano portati in aree sicure, al riparo da ulteriori violenze, e la Libia non lo è di certo. Per questo motivo critica apertamente il rinnovo del finanziamento alla Guardia costiera libica come parte dell'operazione Irini e in generale mette in discussione il Trust Fund europeo per l'Africa, che non prevede misure adeguate di protezione nei Paesi di transito. Infine, vanno aperti quanto prima canali d'ingresso legali, a cominciare da chi ha diritto a una forma di tutela. Mijatovic plaude ai corridoi umanitari avviati dalla Comunità di Sant'Egidio, dalla Caritas Italiana, dalla Chiesa Evangelica e dalla Tavola Valdese, che hanno assicurato il passaggio a oltre tremila persone verso Italia, Belgio, Francia e Andorra. Si tratta però di iniziative private e limitate nei numeri. A mancare, di nuovo, è il ruolo attivo e risolutivo dei governi.
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 10 marzo 2021
La richiesta del Garante dei detenuti Samuele Ciambriello. Tre giorni terribili quasi un anno fa nelle carceri italiane. Molta approssimazione, poca preventiva informazione portarono a proteste, anche non pacifiche dei detenuti. Tra il 7 e il 9 marzo scoppiarono le rivolte in ventisette carceri italiane, tra cui Salerno, Carinola, Poggioreale. Tre giorni drammatici, che provocarono tredici morti, per overdose da farmaci prelevati dai detenuti nelle infermerie. Nemmeno il beneficio del dubbio che non volevano suicidarsi, visto che alcuni sarebbero usciti dopo un mese o alcuni mesi. Erano le prime settimane della pandemia e il Covid-19 fu proprio la motivazione di quelle gravi proteste. "È reato chiedere una commissione d'inchiesta sulla strage? È lecito chiedere giustizia e verità per tutti i morti in carcere e di carcere al tempo del Coronavirus? Oggi in Campania abbiamo registrato due suicidi, un ragazzo di sedici anni in una comunità e un detenuto a Santa Maria Capua Vetere, entrato da pochi giorni. Giustizia e verità. É lecito chiedersi perché, o qualcuno potrebbe offendersi, o definire questa domanda di giustizia una lesa maestà nei confronti di chi invoca sicurezza. Io vi confesso che mi sento amareggiato per queste morti e un po' colpevole".
di Simona Musco
Il Dubbio, 10 marzo 2021
Marta Cartabia interviene così al XIV Congresso delle Nazioni Unite su Prevenzione del crimine e giustizia penale che si è aperto a Kyoto, in Giappone. La ministra della Giustizia ha definito fondamentale, per prevenire i crimini, che il trattamento dei detenuti in carcere sia improntato sull'idea della giustizia come riconciliazione. Puntare solo sulla repressione, sulla separazione tra detenuti e società, dunque, non serve. Anzi, rischia di essere dannoso e controproducente. È necessario, dunque, puntare sulla "attività riabilitativa necessaria al loro reinserimento nella società".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 marzo 2021
La psicosi del Covid e gli errori di comunicazione del ministero alla base della tragedia. Rivolte in decine carceri con 13 detenuti morti, 40 agenti feriti e presunti pestaggi come rappresaglia verso i rivoltosi. Sembra ieri, ma è passato un anno dagli eventi avvenuti tra il 7 e l'11 marzo del 2020. Fatti senza precedenti nella storia repubblicana che l'allora ministro della giustizia Bonafede aveva tentato, almeno inizialmente, di minimizzare.
camerepenali.it, 10 marzo 2021
L'Osservatorio carcere Ucpi interviene sui divieti imposti ai familiari dei detenuti nell'esercizio del diritto di visita. Un anno di convivenza con questo "maledetto" virus è passato ed il carcere resta uno dei settori tra i più colpiti. La "congiura del silenzio" ed il regime della disinformazione impongono - contro obblighi morali e normativi - di rivolgere altrove ogni più opportuna attenzione pubblica. Al sovraffollamento cronico, alle deficienze della sanità penitenziaria, alla cancellazione della già esigua attività trattamentale si è aggiunta, da subito, l'affievolimento dei rapporti tra i detenuti e i loro familiari. Le visite ai detenuti, parte insopprimibile di un più ampio diritto fondamentale all'affettività, hanno rappresentato la spia più evidente della virulenza pandemica.
di Denise Amerini
sinistrasindacale.it, 10 marzo 2021
Un webinar della Cgil a sostegno del disegno di legge dei Garanti per la tutela delle relazioni affettive intime delle persone detenute. In tempi di giustizialismo imperante, parlare di affettività in carcere rischia di apparire quantomeno velleitario: a nessuno sfugge lo stato in cui versano le carceri, anche dal punto di vista organizzativo e strutturale, i problemi legati al sovraffollamento, alle carenze di personale. È argomento che si presta a facili ironie da parte dei paladini della 'giustizia giusta', della certezza della pena. Ma è tema che, per umanità e civiltà, non può essere banalizzato e sottovalutato.
di Liana Milella
La Repubblica, 10 marzo 2021
Primo vertice in via Arenula per la Guardasigilli: "Stop alle divisioni perché l'intransigenza finisce in tragedia". No alle fughe in avanti, ma migliorare le riforme dell'ex ministro Bonafede. Via ai concorsi per avvocati e magistrati. Dai partiti: "Coinvolgere subito il Parlamento".
"La giustizia è stata da sempre un tema divisivo. Non solo con il governo Conte uno e con il Conte due. Le più grandi rotture si sono consumate sulla giustizia. Ho imparato la lezione dalle tragedie dell'Antigone e delle Eumenidi: quando l'affermazione di principi pur giusti arriva alle forme dell'intransigenza, lì finisce in una tragedia per tutti". Esordisce così Marta Cartabia nel primo vertice sulla giustizia in via Arenula. Per fissare una "road map" e stabilire un "metodo". Parte da qui il suo invito ai partner della maggioranza a superare le questioni di principio e di bandiera rispetto alle singole battaglie, andare oltre l'intransigenza, oltre le questioni ideologiche e di principio, che alla fine rischiano solo di bloccare il compromesso necessario per tutti. Per questo, ai partiti, Cartabia rivolge un esplicito invito: "Veniamoci incontro tutti perché dobbiamo avere la disponibilità e l'umiltà per comprendere le ragioni dell'altro".
Partire dal "metodo". È questo il senso della riunione. Senza strappi tra il passato di Bonafede e il presente di Cartabia. Perché - come dice la Guardasigilli nel primo vertice in via Arenula con i protagonisti delle leggi sulla giustizia di Camera e Senato - la maggioranza precedente è dentro la nuova. Quindi sì alle novità, ma senza rotture, né strappi con il passato. A partire, immediatamente, dal Recovery plan dove la ministra vuole aumentare gli investimenti sul personale e sulla digitalizzazione, ma darne anche altri all'edilizia carceraria, vantando il lavoro della commissione Zevi sull'edilizia penitenziaria, un'invenzione dell'ex sottosegretario Pd alla Giustizia Andrea Giorgis.
E le riforme di Bonafede sul civile e sul penale, nonché sulla prescrizione e sul Csm? Su quelle Cartabia chiede tempo. Da qui a fine aprile. Per far partire al ministero gruppi di lavoro di tecnici che lavoreranno agli emendamenti. Ce ne saranno quattro, sul processo civile, su quello penale, sull'ordinamento giudiziario e il Csm, e in collaborazione con il Mef anche uno sulla gestione dell'arretrato tributario in Cassazione. Dai partiti - i Pd del Senato Franco Mirabelli e della Camera Alfredo Bazoli - le arriva la richiesta di coinvolgere subito anche il Parlamento, per lavorare insieme alle forze politiche e raggiungere subito un risultato condiviso. L'obiettivo di Cartabia, sui tempi, è di chiudere poi entro l'estate.
Il suo metodo passa e anche M5S, con il presidente della commissione Giustizia della Camera Mario Perantoni, è d'accordo. Insomma, si cambia, ma nella continuità. E la prescrizione? Enrico Costa di Azione chiede di modificarla prima di affrontare il processo penale, come vorrebbero anche Lucia Annibali di Italia viva e Pierantonio Zanettin di Forza Italia, ma Cartabia insiste sulla sua formula, la prescrizione fa parte del processo penale, e con questo va trattata. Nel suo insieme, senza strappi, né premesse e impuntature ideologiche.
Dura tre ore l'incontro tra la ministra della Giustizia, Federico D'Incà per i Rapporti col Parlamento (che invita all'unità e a far cadere gli steccati ideologici), i presidenti delle commissioni Giustizia di Camera e Senato, tutti i capigruppo. Una carrellata sui dossier aperti, a partire dal Recovery, ma soprattutto sul "metodo" che sarà seguito per aggiornarli e migliorarli. Alla fine non si registrano screzi. Addirittura un ormai ex falco come il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, avvocato di Berlusconi ed ex responsabile Giustizia di Forza Italia, fa un appello "all'unità e al lavoro comune".
Come sanno tutti la Guardasigilli ama la montagna. E utilizza questa metafora per dire che "chi sale in vetta fa gli ultimi 200 metri da solo, ma prima serve la collaborazione di tutti". Questo vale per il giudice che porta avanti il suo processo, ma va anche per la politica e per chi fa le riforme.
Sul tavolo della ministra il primo dossier aperto è quello del Recovery plan, i 2,7 miliardi di euro da spendere per la giustizia. Partendo dal piano di Bonafede, Cartabia sta lavorando per garantire più fondi alla digitalizzazione e all'edilizia carceraria, ma anche all'ufficio del processo lanciato dal ministro di M5S di cui elogia la struttura e i dettagli. Tant'è che parla di "un enorme lavoro già fatto" e usa la metafora della montagna, perché per accelerare i tempi serve una squadra, anche se poi "gli ultimi 200 metri per arrivare in vetta il giudice li fa da solo". Spiega che i tempi del processo non possono essere ridotti solo con dei ritocchi ai codici, ma anche dal punto di vista organizzativo, recuperando le best practice.
La prescrizione resta sempre il nodo più caldo per "nemici storici" come Enrico Costa di Azione. Ma la sua richiesta - "La prescrizione così com'è crea confusione togliamola di mezzo subito" - non viene condivisa da Cartabia che invece parla della riforma del processo penale nel suo complesso, con la necessaria connessione con il tema della prescrizione. È la linea che aveva già annunciato nel primo incontro a Montecitorio con l'ordine del giorno sul Mille-proroghe.
La prescrizione sarà cambiata quando si definiranno le linee e soprattutto i tempi del processo. E proprio sui tempi Cartabia annuncia la sua intenzione di lavorare ai decreti attuativi delle leggi delega delle riforme del penale e del civile contemporaneamente all'analisi del Parlamento, in modo da chiudere poi rapidamente. Quanto al Csm, dice Cartabia, non ci si può permettere di perdere l'appuntamento con il prossimo voto per eleggere quello nuovo e questo lascia intendere che il capitolo della riforma della legge elettorale avrà una priorità, visto che si vota a settembre del 2022.
Cartabia conferma che per i futuri avvocati ci saranno due prove, entrambe orali. La prima sostituirà l'esame scritto, reso impossibile dal Covid. Quanto alla magistratura onoraria il dossier sarà aperto non appena la Consulta si pronuncerà su un'ordinanza di un giudice di pace di Lanciano che chiede sostanzialmente di parificare le figure dei giudici onorari a quelli ordinari.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 marzo 2021
"Nelle carceri italiane le persone trans detenute sono trattate ancora come un fenomeno clandestino, di fronte a cui il Dap non è riuscito a fornire risposte univoche". Queste le parole del garante campano delle persone private della libertà Samuele Ciambriello, dopo aver visitato le detenute trans ristrette nel piano terra del reparto "Roma" del carcere di Poggioreale.
Il Garante denuncia le forme di segregazione nei reparti precauzionali, insieme a sex offenders, collaboratori di giustizia o ex appartenenti delle Forze dell'ordine, con cui non condividono vissuto e bisogni. Solo nelle carceri di Napoli, Roma, Belluno, Firenze e Rimini sono previste sezioni dedicate alle persone transessuali detenute e solo nel carcere di Rimini queste sono sotto la vigilanza di personale femminile.
"Le condizioni critiche della detenzione - spiega il garante - sono esasperate dalla separazione cui tali persone sono sottoposte, non potendo partecipare ai percorsi trattamentali e alle attività rieducative previste dagli istituti. Da ciò consegue un disagio di tipo psichico, dovuto anche alla mancanza di relazioni familiari esterne, oltre che fisico per l'impossibilità di rivolgersi a medici specializzati". Infine lancia un allarme: "Nelle persone trans diviene ancora più impossibile declinare qualsiasi forma di affettività e sessualità. È una forte discriminazione, che viola il principio di uguaglianza previsto dalla Costituzione, oltre che l'imprescindibile obbligo rieducativo previsto dall'articolo 27. Occorre far di più, per evitare una doppia reclusione. Non per il futuro prossimo, ma per il nostro sobbollente presente".
Attualmente, secondo gli ultimi dati forniti dal Dap, risultano 58 persone transessuali detenute nelle nostro patrie galere. Fu a partire dagli anni 80, con il riconoscimento giuridico della persona transessuale e del diritto all'identità sessuale, che il penitenziario si trovò a fronteggiare una situazione "nuova". Ciò nonostante si assistette per quasi un ventennio ad una sostanziale indifferenza del legislatore per una disciplina normativa idonea a regolamentare l'identificazione e l'assegnazione dei reclusi transessuali, silenzio che confermava la sua predilezione verso la differenziazione binaria dello spazio sociale in relazione al sesso.
Solo nei primi anni del XXI secolo, a fronte della reiterata inerzia legislativa nel rispondere alle esigenze di tutela avanzate dai detenuti in argomento, si svilupparono prassi che tennero conto della specificità della condizione transessuale nel contesto carcerario: in particolare, vennero disposte all'interno di alcuni istituti penitenziari dei "circuiti riservati" con lo specifico scopo di garantire, come recita il Dpr 230/2000, art. 32 comma 3, "la collocazione più idonea per quei reclusi ed internati che per motivi oggettivamente esistenti ancorché talora connessi alle loro caratteristiche soggettive potevano temere aggressioni e sopraffazioni da parte dei compagni (ad esempio, perché transessuali)".
Dalla Relazione al Parlamento del 2018, il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, ha affermato come "sia più congruo ospitare tali sezioni specifiche in Istituti femminili, dando maggior rilevanza al genere, in quanto vissuto soggettivo, piuttosto che alla contingente situazione anatomica".
Lo stesso, nel 2017, aveva valutato "con soddisfazione la stesura di un decreto del ministro che, almeno in via sperimentale, andava in questa direzione e ridefiniva le sezioni destinare alle persone transessuali. Purtroppo il decreto non è stato più emanato e il tema sembra sparito dall'agenda delle urgenze. Per questo raccomanda che sia almeno riaperta la discussione, anche al fine di considerare le perplessità che possano aver frenato il percorso".
Vale la pena ricordare che la maggior parte della popolazione transessuale nei penitenziari proviene dal Sud America (Argentina, Brasile, Colombia, Perù), mentre la parte restante principalmente dal Sud Italia. Sono persone che si trovano in carcere quasi sempre per prostituzione, spaccio di droga e/ o reati contro il patrimonio, commessi a causa della discriminazione messa in atto dalle famiglie e dalla società, che portano all'isolamento sociale e al bisogno di reperire denaro necessario al proprio sostentamento.
di Errico Novi
Il Dubbio, 10 marzo 2021
Nel vertice di ieri Marta Cartabia ha indicato anche la road map per superare la prescrizione di Bonafede. La road map sulla giustizia esposta ieri dalla ministra nel vertice di via Arenula: "Termine per gli emendamenti al ddl penale rinviato di un mese, nel frattempo gruppi di studio formati da tecnici valuteranno d'intesa coi partiti le modifiche, che entro fine aprile andranno presentate". In estate via libera in Parlamento anche alle riforme del civile e del Csm.
Finora c'era un solo baluardo: la Costituzione. Al vertice di ieri mattina fra Marta Cartabia e i partiti si sono rimaterializzati due protagonisti: la magistratura e l'avvocatura. Ebbene sì, la chiave è anche questa: la guardasigilli che viene dalla Consulta ridarà la parola ai tecnici del diritto. Lo farà per poche settimane, con "gruppi di studio" agili, ai quali chiederà di rivedere le tre riforme di Alfonso Bonafede: penale, Csm (alla Camera) e civile (al Senato).
Come chiesto da Alfredo Bazoli e Franco Mirabelli del Pd e da Federico Conte di Leu, i "tecnici" insediati al ministero (ma scelti all'esterno) dovranno essere in costante contatto con le commissioni Giustizia di Montecitorio e Palazzo Madama. Proprio nella sinergia fra esperti e Parlamento si dovrà individuare la correzione di rotta. Che non risparmierà la prescrizione di Bonafede.
Il tutto "per la fine di aprile". Entro quella data si dovrà trovare la sintesi, certamente sulla riforma del processo penale e sulla norma cara ai 5 stelle. Verrà dunque prorogato di un mese esatto il termine per gli emendamenti al ddl, ora fissato al 29 marzo. Le modifiche saranno fatte proprie dalla guardasigilli. Qualora sulla prescrizione non ci fosse completo accordo, com'è assai probabile, sarà lei a procedere in una chiave che sia coerente "con la Costituzione". L'auspicio è che "per l'estate vengano approvate tutte e tre le leggi delega". In prima lettura, quanto meno.
"Modifiche alla prescrizione in chiave costituzionale" - Nella partecipatissima riunione di via Arenula con presidenti e capigruppo di maggioranza delle due commissioni Giustizia non si è arrivati ai dettagli, anche se sono stati fissati gli obiettivi del Recovery: "Interventi migliorativi su edilizia carceraria, digitalizzazione e ufficio del processo". Ma sul capitolo più delicato, la prescrizione, la ministra è stata chiara.
Primo: "La durata deve essere ragionevole". Nessun processo potrà dunque avere durata potenzialmente infinita. Secondo: "Si deve rispettare l'articolo 111 anche riguardo al principio del giusto processo". Vuol dire che il giudizio non può celebrarsi a distanza eccessiva dal fatto altrimenti la difesa non trova neppure i testimoni a proprio favore. Terzo: "Va assicurata coerenza con il fine rieducativo della pena". Quindi nessuna condanna può essere eseguita quando il colpevole è una persona "ormai mutata". Tre mazzate alla prescrizione di Bonafede.
E va bene la "centralità del Parlamento". Ma gli emendamenti arriveranno anche se il Parlamento non si metterà d'accordo. Se i 5 stelle contesteranno le soluzioni altrui. In quel caso provvederà il governo. Punto e a capo.
Costa (Azione): "Intesa tra i partiti o nostra funzione sarà notarile" - Sono indicative le parole di Enrico Costa, deputato di Azione e anti Bonafede per eccellenza: "Ci sono norme approvate dal governo Conte, come la riforma della prescrizione, che rischiano di influenzare negativamente il processo legislativo sul penale". È vero per due motivi. Come dice Costa, la prescrizione di Bonafede è una di quelle "pericolose bandierine che, se non rimosse, ostacoleranno il lavoro parlamentare".
Ma è vero pure perché proprio per dimostrare che i processi sarebbero stati così fulminei da rendere irrilevante la forzatura sulla prescrizione, si era arrivati a prendersela con giudici (sanzionati per i processi lenti) e avvocati (ridotti a terminali di notifiche per indagati irreperibili o trattati come impostori che propongono appello anche se l'imputato non vuole). Ora invece saranno proprio magistrati e avvocati, insieme con l'accademia, a rivedere il ddl penale e la prescrizione di Bonafede.
È il contrappasso virtuoso della nuova giustizia targata Cartabia. Che in apparenza mette tutti d'accordo. Ma in pratica porterà, come dice Costa, a significativi interventi sui ddl del vecchio governo. "La maggioranza dovrà essere in grado di raggiungere una sintesi e discutere le proposte con l'esecutivo", avverte ancora l'ex viceministro, "altrimenti sarà relegata a un ruolo notarile". Chiarissimo.
Prime schermaglie fra 5 stelle e Italia viva - Al vertice di ieri, i rappresentanti del Movimento 5 Stelle, in particolare la senatrice Grazia D'Angelo e il presidente della commissione di Montecitorio Mario Perantoni, hanno espresso il loro punto di vista: "La norma Bonafede non va eliminata". Hanno ribattuto di nuovo Costa e Lucia Annibali, la deputata di Italia viva che ha prestato il cognome al "lodo": "Invece va cambiata". Il punto di caduta è sempre lo stesso: se non si arriva alla sintesi, come pare già evidente, provvede Cartabia.
La guardasigilli naturalmente dedica una parte notevole dell'incontro mattutino ai capitoli del Recovery relativi alla giustizia e alle altre priorità imposte dall'emergenza, come il concorso per magistrati e l'esame da avvocato (di cui si riferisce in altro servizio, ndr). Accenna alla possibilità di un tavolo tecnico con il Mef per riformare anche il processo tributario e agli ultimi passi da compiere sulla Procura europea, prospettati nel recente incontro col vicepresidente del Csm David Ermini.
Il vertice della commissione Giustizia del Senato Andrea Ostellari assicura "la disponibilità della Lega e mia personale, a partire dal metodo basato sul dialogo". È il dem Mirabelli ad apprezzare "l'attenzione che la ministra ha dimostrato sulla necessità di migliorare la situazione nelle carceri, sulle pene alternative e sul trattamento esterno: obiettivi che condividiamo e su cui daremo il nostro contributo". L'ordinamento penitenziario non è imposto dall'Ue. Ma si può scommettere che, entro la fine della legislatura, Cartabia riporterà in vita anche quella riforma.
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