di Anna Lisa Antonucci
L'Osservatore Romano, 12 marzo 2021
Non è facile raccontare solo con i numeri un anno, come quello appena trascorso, nelle carceri italiane. Un anno tragico, che ha rivoluzionato il modo di essere delle persone libere e di quelle detenute, ma l'associazione Antigone, che si batte per i diritti negli istituti di pena, ci prova con il suo diciassettesimo rapporto annuale, presentato oggi a Roma.
Le cifre parlano di una diminuzione dei detenuti pari al 12,3% nell'anno del Covid che ha portato la popolazione carceraria dai 61.230 reclusi di febbraio 2020 ai 53.697 di febbraio 2021. Una deflazione importante, dovuta secondo l'associazione "all'attivismo della magistratura di sorveglianza", ma che guardando i posti realmente a disposizione nelle carceri italiane continua a segnare un tasso di sovraffollamento del 115%. Secondo Antigone, infatti, per stare nella legalità degli spazi i reclusi dovrebbero essere 8 mila in meno.
Analizzando poi più da vicino la popolazione detenuta, il rapporto rileva come le regioni più povere producano più detenuti e quanto, ancora, la condizione economica di provenienza influisca sulle possibilità di finire in cella. Solo un detenuto su dieci ha la laurea o una licenza di scuola superiore e tra le regioni più a rischio ci sono la Calabria, la Campania, la Sicilia e la Puglia. Per quanto riguarda gli stranieri, invece, continua a diminuire la loro presenza in cella: sono il 32,5% contro il 37,15% di 11 anni fa. In particolare è diminuito di un terzo, negli ultimi 12 anni, il numero dei detenuti rumeni passati da 2,966 del 2009 ai poco più di 2 mila del 2021. Le nazionalità più presenti, invece, restano quella marocchina e tunisina.
Il rapporto segnala inoltre come gli stranieri subiscano maggiormente la custodia cautelare nonostante siano autori di reati meno gravi. Analizzando i dati più strettamente criminali l'osservatorio di Antigone rileva che ogni detenuto in media compie almeno due delitti, quelli contro il patrimonio i più rappresentati cui seguono quelli contro la persona e i reati di violazione della legge sulle droghe. Aumentano in carcere i condannati a pene lunghe e gli ergastolani che hanno raggiunto la cifra di 1.784 (erano 1.224 nel 2005). Sono 759 i reclusi in regime di 41bis di cui 746 uomini e 13 donne, di questi il 40% è condannato all'ergastolo. Inoltre, A fronte di una diminuzione degli omicidi, passati dai 315 del 2019 ai 271 del 2020, risultano invece in lieve aumento le vittime di sesso femminile e quelle uccise in ambito familiare.
Il lavoro in carcere continua a rappresentare un miraggio, lavora solo una persona su 4 in attività concernenti i servizi di istituto, mentre sono appena 2 mila le persone alle dipendenze di datori di lavoro esterni al carcere. Il Covid, inoltre, ha causato l'interruzione di quasi tutte le attività formative e il troppo tempo passato in cella, senza alcuna occupazione, si riflette sul malessere dei detenuti. Da qui l'aumento dei suicidi: 61 nel 2020, un tasso di 11 casi ogni 10 mila persone, per la maggior parte giovani. "Un numero così alto non si registrava da quasi vent'anni", rileva con preoccupazione l'associazione che segnala anche 23,86 casi di autolesionismo ogni 100 detenuti, registrati in particolare laddove è più alto il tasso di sovraffollamento.
Sono stati infine 18 i detenuti morti per Covid e l'incidenza dei positivi in carcere risulta più alta che fuori: 91,1 in cella, 68,3 fuori. Al primo marzo i positivi tra i detenuti erano 410 e tra la polizia penitenziaria 562. Restano, infine, gravi le carenze per quanto riguarda il personale penitenziario: manca il 12,5% degli agenti e il 18% degli educatori. Solo 3 sono i mediatori culturali presenti a fronte di una dotazione organica prevista di 67.
In compenso il rapporto sottolinea l'importante presenza dei volontari in carcere, 19.550 persone, "una ricchezza tutta italiana" si sottolinea. "Il carcere va modernizzato e umanizzato" ha dichiarato il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella. "È necessario che le istituzioni, con coraggio e senza cedimenti, aderiscano a una visione costituzionale della pena. Si devono usare le risorse del Recovery Fund, non tanto per costruire nuove carceri, ma per dar vita a un nuovo sistema penitenziario, profondamente rispettoso della dignità umana".
di Rita Bernardini
Il Riformista, 12 marzo 2021
Gli proponemmo di girare "Spes contra spem". Non era convinto: "Che speranza può esserci nella vita di un ergastolano ostativo?". Poi ha ascoltato le voci degli uomini ombra e ha realizzato un manifesto contro la mafia. Dolce, intelligente. Ecco chi è Crespi, un innocente appena entrato in carcere. La condanna della Cassazione contro Ambrogio Crespi è un'altra pagina di ingiustizia che non avremmo voluto leggere.
Un incubo per una persona innocente che dovrà entrare in carcere e subire la violenza di un sistema che ogni giorno si rivela un tritacarne che alimenta se stesso. A dispetto di qualsiasi logica e buon senso, anche in questo caso non sono valse a nulla le prove d'innocenza e l'estraneità effettiva ai fatti che gli sono stati contestati.
Voglio dare ad Ambrogio quell'abbraccio che nel 2013 ci ha fatti conoscere, durante una mia visita ispettiva nel carcere di Opera dove era detenuto e, se allora ci siamo detti tutto in quell'abbraccio, oggi più che mai sono accanto a lui, cammino con lui affinché sappia che non è solo. Allora era già sofferente per l'ingiusta detenzione che doveva subire, posso solo intuire cosa stia passando oggi, dopo questa condanna che lo colpisce insieme alla sua famiglia.
Il mio abbraccio è ancora più forte perché oggi è all'amico, al fratello, ad una persona che stimo e alla quale voglio bene. E non posso dimenticare tutto il bene che gli ha voluto Marco Pannella. A caldo, appresa la notizia della sentenza, ho voluto riascoltare la conferenza stampa del 29 dicembre del 2012 al Partito Radicale. Allora eravamo con Marco Pannella, Luigi Crespi, l'avvocato Giuseppe Rossodivita.
L'intervento di Marco ebbe la forza di raccontarci anche della Storia del nostro Paese e della necessità di pone fine alla mala Giustizia Marco in un passaggio di quel dibattito disse: "Quando non c'è diritto, quando non ci sono valori, quando non c'è Storia, quando non c'è Democrazia, s'impazzisce". Si riferiva all'accusatrice di Ambrogio Crespi, a quel magistrato, Ilda Boccassini, che aveva definito Ambrogio, dopo aver letto sicuramente bene le carte e istruito le indagini "sondaggista di Berlusconi". Peccato che avesse confuso Ambrogio con il fratello Luigi.
Peccato che all'epoca dell'inchiesta nemmeno Luigi Crespi fosse più il sondaggista di Berlusconi. Marco Pannella nel dire che "s'impazzisce" si riferiva ad un altro processo in corso, uno dei tanti Ruby istruiti contro Berlusconi che si svolgeva contemporaneamente con l'inchiesta su Crespi.
Quello che colpì Pannella fu il tenore degli interrogatori d'indagine svolti da Ilda Boccassini che, fissata su Berlusconi, si soffermava sui particolari della vita sessuale dell'allora premier come se fossero contestabili in quanto reati. Ecco, quando non c'è diritto, quando non ci sono valori, quando non c'è democrazia, quando non c'è Storia, si impazzisce. Marco volle esprimere solidarietà a Ilda Boccassini perché capiva il dramma di questa donna, del suo personaggio, la quale aveva urgenza di legare il nome di Ambrogio a quello di Berlusconi, perché in realtà il suo obiettivo fisso era Berlusconi.
Il procuratore generale, non dimentichiamolo, ha chiesto l'annullamento con rinvio perché il processo non aveva né capo né coda e andava rifatto daccapo. I giudici non l'hanno voluto ascoltare. Noi però abbiamo capito e conosciuto ancora più a fondo in questi anni Ambrogio Crespi e la persona che sta per entrare in carcere. Ricordo quando gli venne proposto di girare il film Spes contra spem.
Inizialmente non era convinto: "Come posso trattare un argomento come l'ergastolo ostativo se sono persone che hanno ucciso? Quale speranza ci può essere nella loro vita?". Poi ha compreso perché li ha conosciuti quegli uomini-ombra e quando ha ascoltato le loro storie, di persone che in carcere ci stanno da 25, 30 anni di cui molti al carcere duro, che cosa ha fatto Ambrogio? Lo ha ricordato Sergio D'Elia: ha realizzato un manifesto contro la mafia.
Ecco chi è Ambrogio Crespi. Io conosco Ambrogio, la sua dolcezza, la sua intelligenza fatta di amore e di amicizia. Lo conosco anche attraverso il racconto che ci ha fatto tremare quando ha rischiato di perdere il suo bambino che era svenuto in una piscina. Egli ringrazia ancora la vita per avergli riservato il dono più bello: poter salvare suo figlio.
Io conosco Ambrogio. E oggi il mio abbraccio è più maturo, più profondo di quello che ci fu allora, tanti anni fa. Siamo tutti cambiati. Come Partito Radicale, come Nessuno Tocchi Caino, siamo cambiati. E siamo ancora più consapevoli che anche questo Paese deve cambiare per divenire una democrazia compiuta. Ambrogio e tutti gli italiani hanno il diritto a una Giustizia giusta e a vivere in uno Stato responsabile e autorevole. Lo rivendichiamo ancora con Enzo Tortora insieme a tutto il Partito Radicale. Ambrogio ti abbraccio.
di Vincenzo Imperitura
Il Dubbio, 12 marzo 2021
"Rinato. Dopo la sentenza di ieri mi sento di essere rinato". Ha un sorriso piegato dall'amarezza Rocco Femia, l'ex sindaco di Gioiosa Marina arrestato la notte del 3 maggio del 2011 con la pesantissima accusa di essere parte integrante della cosca dei Mazzaferro, e scagionato mercoledì dalla seconda sezione della corte d'Appello di Reggio Calabria che lo ha mandato assolto al termine del processo bis, "perché il fatto non sussiste".
Una sentenza arrivata dopo cinque anni di carcere preventivo e due condanne - in primo e secondo grado - a dieci anni di reclusione. Poi, nel 2017, la sentenza dei giudici di Cassazione che ha smontano punto per punto l'ipotesi investigativa della distrettuale antimafia dello Stretto e ieri, dopo il nuovo processo in Appello, la tanto attesa sentenza di assoluzione. Un calvario giudiziario durato 10 anni, cinque dei quali trascorsi tra il carcere di Reggio e quello di Palermo.
"I giornali, o almeno quelli che ne hanno parlato, visto che in tanti dopo avermi massacrato in occasione dell'arresto neanche hanno riportato la notizia della mia assoluzione, raccontando la mia storia parlavano di 5 anni di carcere. E invece no: sono 5 anni e 9 giorni; i nove giorni sono quelli che sono pesati di più".
Consigliere dal 1988, poi assessore e candidato alla Provincia, quella di Rocco Femia per la politica è una fissa antica. L'ex sindaco si fa tutta la gavetta amministrativa prima di vincere le elezioni comunali nel 2008 alla guida di una lista civica che verrà poi smontata dall'operazione "circolo formato" che nel 2011, oltre al sindaco, arresta anche tre assessori della sua giunta, anche loro assolti a distanza di anni dai giudici del Palazzaccio perché il fatto non sussiste. "Quando sono stato scarcerato, Gioiosa Marina era completamente diversa da come l'avevo lasciata - racconta Femia seduto a un tavolino del bar gestito dalla moglie dove, all'indomani della sentenza di assoluzione, fanno capolino amici e semplici cittadini per un saluto o per una stretta di mano - Il paese allora era riuscito a ritagliarsi un posto importante nel panorama turistico regionale. Tutte le sere sul nostro lungomare c'erano almeno 10 mila persone a passeggiare o a gustarsi uno degli innumerevoli spettacoli gratuiti che avevamo organizzato. Stavamo lavorando bene, lo dicono i cittadini che a distanza di tanti anni si ricordano con fierezza dell'amministrazione di Rocco Femia. Guardi ora in che condizioni si trova il paese".
Poi gli arresti, lo scioglimento dell'amministrazione per infiltrazioni mafiose e il lungo commissariamento prefettizio che cambiano completamente la situazione. "Davamo gli appalti alla Suap (la stazione unica appaltante, ndr) prima ancora che diventasse obbligatorio farlo. Abbiamo abbattuto strutture abusive, alcune delle quali appartenenti proprio ai Mazzaferro e poi mi dite che faccio parte del clan? Ma che state dicendo?
Tra tutte le pratiche che gli inquirenti hanno passato al setaccio, non hanno trovato niente di irregolare, niente di associabile agli interessi della 'ndrangheta. Mi sono sentito spesso un capro espiatorio. Ho sempre amministrato con la massima trasparenza, si vede che a qualcuno non andava bene. E ora la mia comunità chi la risarcisce? Chi risarcirà i danni per questa splendida comunità che ha subito per anni l'onta della mafia?".
Ex calciatore, professore di educazione fisica in un liceo della zona e molto attivo nell'associazionismo, l'arresto del 2011 stravolge completamente la vita di Femia. "La mia è una famiglia di sportivi, ma quale 'ndrangheta? La 'ndrangheta non è mai entrata nella mia famiglia e non ci entrerà mai. Io ho quattro figli - racconta indicando uno di loro che lavora dietro il bancone del bar - uno di loro giocava a calcio a Livorno.
Dopo il mio arresto la sua carriera è finita ad appena 17 anni. Un altro dei miei figli invece voleva fare carriera nelle forze armate. Intendeva entrare in Marina ma non gli hanno consentito di partecipare al concorso perché suo padre era in carcere con l'accusa di essere un mafioso. Ora hanno superato l'età per i loro sogni. Ma i giudici non ci pensano, ti sbattono in galera perché devono occupare le prime pagine, devono dimostrare che hanno fatto 100, 200, 300, 400 arresti. E poi diamo anche le medaglie a queste persone".
La famiglia dell'ex amministratore, nonostante la situazione, si compatta nel momento più buio, stringendosi ancora di più attorno a Femia. "L'unica nota positiva di questa storia è la mia famiglia; mi ha dato la serenità necessaria a superare tutto questo. Non mi ha mai fatto mancare il suo sostegno, la sua presenza. Mia moglie non ha mai mancato un colloquio, è stata sempre presente. E anche i ragazzi, non hanno saltato un'udienza. Molti in carcere non hanno avuto la mia stessa fortuna e sono caduti in depressione".
Filo comune di tutto il calvario giudiziario resta la voglia e la necessità di chiarire la situazione e in più di un'occasione, sia durante le indagini preliminari sia poi all'interno del dibattimento, ha chiesto di essere ascoltato dai magistrati. "Io non sono mai stato in silenzio. Mai. Ho chiesto innumerevoli volte di essere interrogato da Gratteri (all'epoca dei fatti Procuratore aggiunto dell'ufficio retto da Giuseppe Pignatone, poi divenuto capo della Procura di Roma, ndr) che non mi ha mai ascoltato, e mi ha mandato una sua collaboratrice.
Avrei voluto chiedergli i motivi per cui ero finito in carcere, ma non è stato possibile, non ha voluto ascoltarmi, diceva di essere sempre impegnato. Anche durante il processo (assistito dagli avvocati Eugenio Minniti e Marco Martino, ndr), ho fatto quasi due ore e mezzo di dichiarazioni spontanee rispondendo alle tante domande che mi faceva il presidente della Corte.
Non mi sono mai tirato indietro, io non sono un mafioso. Ma non è servito a niente, visto che prima della pronuncia della Cassazione ero stato condannato sia in primo che in secondo grado". Sentenze che hanno dell'incredibile alla luce delle ultime decisioni del Tribunale. Un ribaltamento che però non è bastato a ricucire lo strappo profondo che si è creato tra lui e il sistema giustizia: "Ho grande rabbia, sono rimasto traumatizzato da tutto quello che è successo. Uno che passa tutto quello che ho passato io, come può avere ancora fiducia nella giustizia"?
di Simona Musco
Il Dubbio, 12 marzo 2021
Intervista all'ex presidente della Camera Luciano Violante: inevitabile la sentenza della Consulta sulla legge Severino, ma il tic anticasta va rimosso. La legge Severino non contrasta con l'articolo 3 del protocollo addizionale alla Cedu sulla tutela del diritto di voto attivo e passivo, come interpretato dalla Corte di Strasburgo. Non è dunque illegittima, secondo la Corte costituzionale, la sospensione automatica dalla carica per chi sia stato condannato in via non definitiva per reati di particolare gravità o commessi contro la pubblica amministrazione. Una decisione, quella presa ieri dalla Consulta, che complica la vita degli amministratori pubblici. Ma il problema più grande, per l'ex presidente della Camera Luciano Violante, è un altro: "I partiti hanno ormai demandato alla magistratura il compito di stabilire il proprio codice etico". Il tutto in un clima di costante criminalizzazione di chiunque eserciti una funzione pubblica.
Presidente, la legge Severino dunque non è in contrasto con la Convenzione Edu?
No, perché la convenzione lascia liberi gli Stati di stabilire se fissare una volta per tutte, in astratto, gli effetti di questo tipo di condanne o lasciarli alla discrezione dei giudici. La legge Severino fa una valutazione in astratto uguale per tutti, senza lasciare al giudice la scelta, caso per caso. La sentenza, da questo punto di vista, è ineccepibile.
Come valuta questa norma?
Ho sempre avuto qualche perplessità, ma non per la legge in sé, ma per la delega sull'onestà che i partiti hanno affidato alla magistratura. Il giudizio sulla moralità di una personalità politica dovrebbe essere pronunciato sulla base di canoni etici non del canone penale. e il livello di reputazione dei propri componenti. Credo sia il segno di una difficoltà ad avere un codice etico autonomo. E così la società diventa una comunità penalmente orientata.
La sospensione vale anche con una condanna non definitiva, in questo modo viene meno il principio di non colpevolezza...
Certamente, un domani la condanna potrebbe essere rivista. Ma oggi quella persona gode di una reputazione ridotta rispetto alle funzioni che deve svolgere. Perché la politica non si dà regole chiare e oneste per distinguere ciò che immorale da ciò che è penale? Il tema va oltre questa vicenda e naturalmente non ha nulla a che fare con la rivendicazione di impunità per i politici.
La legge Severino si applica, naturalmente, anche a reati come l'abuso d'ufficio. Sul punto c'è stata una grande mobilitazione, con la richiesta di abolire la norma, che spazza via esperienze amministrative anche coraggiose, creando, dall'altro lato, una forma di inerzia per via della cosiddetta "paura della firma". Sa, gli amministratori si dividono in due categorie: quelli che hanno avuto una comunicazione per abuso d'atti d'ufficio e quelli che l'avranno. Perché non si sfugge.
Chiunque faccia l'amministratore, dunque, anche il più virtuoso, prima o poi avrà problemi?
La norma è ancora vaga, e la lotta politica spesso si riduce ridotta ai minimi termini dal punto di vista della dignità; così la denuncia penale finisce per prendere il posto della critica politica.
Così, alla fine, chi rimarrà ad amministrare o a volerci provare?
Questo è uno dei punti più delicati: oggi la confusione di leggi è enorme, il sospetto nei confronti di chiunque amministri è altrettanto ampio, il concorso tra procure della Corte dei conti e procure della Repubblica è rilevante. I mezzi di comunicazione, poi, esaltano l'avvio dei processi, con danni gravi per la reputazione delle persone, anche se poi la notizia dell'assoluzione non è mai una notizia.
Questa pronuncia della Consulta complica ulteriormente le cose per gli amministratori pubblici?
Sicuramente. Per questo occorre attenzione e prudenza per gli effetti diretti e indiretti delle condanne. Non conosco la questione affrontata nello specifico dalla Consulta, ma tutta la vicenda dei fondi dei Gruppi è assai complicata. Andrebbe vista con una maggiore conoscenza delle dinamiche proprie di un gruppo politico. Una cosa è comprare, ad esempio, dei capi d'abbigliamento; ma c'è stato un caso, in una città italiana, in cui i fiori comprati per il matrimonio di una dipendente del gruppo sono stati considerati peculato.
Gli effetti della Severino sono però automatici. In questo modo non si configura un'aggressione alla democrazia?
Le norme incriminatrici devono essere chiare e precise. Anche la professoressa Severino, uno dei maggiori penalisti italiani, è molto critica sull'abuso d'ufficio, ma è il Parlamento che ha deciso. E ricordo che la riforma di quella figura di reato rientrava tra i progetti del Governo Conte 2.
Si sta aprendo una stagione di discussione su queste norme, che molti etichettano come giustizialiste. I tempi sono maturi?
Non è tanto una questione di giustizialismo, il punto è la denigrazione di chi svolge funzioni pubbliche. È qualcosa di più profondo: c'è una critica pregiudiziale nei confronti di chiunque eserciti funzioni pubbliche; c'è il sospetto diffuso che si abbia a che fare con un criminale. Siamo al di là del giustizialismo, siamo in una società divisa fra i buoni, che siamo noi, e i cattivi, che sono tutti gli altri.
È un fattore culturale che la politica ha cavalcato, a partire dal M5S, salvo poi scoprire sulla propria pelle che una denuncia per abuso d'ufficio è un rischio che corrono tutti...
Non tutta, ma ci sono settori della politica sostengono questo tipo di crociate. E i 5 stelle devono uscire dall'età dell'innocenza, nella quale i peccati sono solo quelli degli altri.: ormai sono sufficientemente adulti per cominciare a tener conto dei propri peccati
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 12 marzo 2021
Non possono essere questi due magistrati contro-riformatori a dirigere le carceri italiane: scelti dal ministro Bonafede non rispettano l'articolo 27 della Costituzione.
Dino Petralia e Roberto Tartaglia non possono proprio restare ai loro posti di capo e vice del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria (Dap). Sono incompatibili. Il fatto è sotto gli occhi di tutti e non può esser sfuggito alla lungimiranza della ministra Marta Cartabia. Ma soprattutto alla memoria della Presidente emerita della Corte Costituzionale.
Potremmo fare un discorso generale sulla stranezza del fatto che due magistrati che si definiscono "antimafia" siano chiamati ad applicare l'articolo 27 della Costituzione. Per avere a cuore il reinserimento dei detenuti non bisogna essere "anti" ma "per", e non si deve ritenere che solo i "pentiti" abbiano il diritto ad avere diritti. Cosa del resto ribadita poche settimane fa nella relazione annuale della Direzione nazionale antimafia, alla cui cultura i due magistrati sono decisamente affini, e che auspica un rafforzamento dell'articolo 41bis. La mentalità è quella.
E basterebbe ricordare l'articolo entusiastico di Repubblica (quella che spacciava bufale su centinaia di boss scarcerati) all'indomani delle due nomine, dopo la cacciata di Franco Basentini. È "un segnale contro chi addebita al governo la responsabilità di aver messo ai domiciliari dei boss", scriveva Liana Milella. Più chiaro dì così.
Il precedente capo del Dap era stato costretto alle dimissioni per una circolare in cui invitava i direttori delle carceri a segnalare, in piena epidemia Covid, le condizioni dei detenuti anziani e malati. Petralia e Tartaglia vengono scelti subito dopo dall'ex ministro Bonafede come "segnale" affinché governino le carceri con pugno di ferro e soprattutto le rendano impermeabili a qualsiasi speranza di futuro per i detenuti. Il contrario di quanto dice la Costituzione, quel librettino che, ci piace immaginare, Marta Cartabia tiene anche sul comodino.
La neo-ministra li ha già incontrati, non prima però di aver parlato con il Garante dei detenuti Mauro Palma. Quindi sa già con chi ha a che fare. Sono due contro-riformatori, prima di tutto. Ne sa qualcosa Roberto Giachetti, il deputato di Italia Viva che segue più di ogni altro parlamentare la politica sul carcere e che ha atteso invano le risposte dell'ex ministro Bonafede alle proprie interrogazioni.
"Spero proprio - dice adesso - che nella discontinuità con il passato ci sia anche maggiore rapidità nella risposta alle interrogazioni, in particolare a quelle che riguardano i diritti di coloro che sono detenuti in regimi carcerati durissimi come il 41bis. Come quella al detenuto di Viterbo cui è stato vietato di acquistare i libri di Cartabia e Manconi".
Sull'articolo 41bis i capi del Dap Petralia e Tartaglia hanno già avuto occasione di mostrare il pugno di ferro su una vicenda importante, una di quelle rispetto alle quali il deputato Giachetti (e soprattutto i detenuti) è ancora in attesa di risposta dal mese di ottobre 2020.1129 settembre precedente il direttore generale del Dap, Turrini Vita, aveva emanato una circolare in cui ordinava alle direzioni degli istituti penitenziari di rispettare ordinanze dei giudici in applicazione delle sentenze della Corte costituzionale e della cassazione in tema di 41bis.
Si trattava di quattro ordinanze. La prima aveva a che fare con il divieto di cottura dei cibi, superato da una sentenza della Corte Costituzionale nel 2018. La seconda il divieto di scambi di oggetti tra detenuti nel medesimo gruppo di socialità.
Anche questo superato da una sentenza dell'Alta Corte del maggio 2020. Le altre due consistono nell'azzeramento del divieto di saluto tra detenuti al 41bis di diversi gruppi di socialità e della possibilità di avere due ore (invece di una) di aria al giorno, seguendo il dettato di sentenze di Cassazione. Tutte questioni ragionevoli, piccoli diritti di vita quotidiana cui si erano attenute le ordinanze dei giudici e in seguito la circolare del direttore generale, come riferito in quei giorni dal quotidiano Il Dubbio. Ma la circolare due giorni dopo fu revocata con decisione dei capi Petralia e Tartaglia. Il che ha un significato molto chiaro.
Prima di tutto che le decisioni della Corte Costituzionale e della Cassazione in tema di diritti (anche dei Caino al 41bis, certo) sono ininfluenti per i due capi del Dap. Cioè, per parlare con chiarezza, ai magistrati "antimafia" Petralia e Tartaglia dell'attività della presidente Cartabia e dei suoi colleghi dell'Alta Corte importa poco. In secondo luogo, si stabilisce che anche delle ordinanze dei giudici di sorveglianza è possibile farsi un baffo. In conclusione: possono questi due contro-riformatori, ostili all'articolo 27 della Costituzione, dirigere le carceri italiane? Certo che no, sono incompatibili.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 marzo 2021
Il bilancio del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria è cresciuto del 18,2%, passando da 2,6 a 3,1 miliardi: una cifra che batte tutti i record degli ultimi 14 anni, e che rappresenta il 35% del bilancio del ministero della Giustizia. Questo emerge dal rapporto di Antigone "Oltre il virus".
Il bilancio del Dipartimento di Giustizia Minorile e di Comunità (Dgmc) è molto più contenuto: ad esso vengono assegnate meno di un decimo delle risorse del Dap. E si tratta di un sistema che deve occuparsi di minori, giovani adulti e dell'area penale esterna. Il bilancio ammonta tratta di 283,8 milioni, 10 milioni in più rispetto all'anno scorso - e quasi 50 rispetto al 2017. Ed è proprio il carcere minorile (Ipm) ad essere un esempio virtuoso anche ai tempi del Covid 19. Non conosce il sovraffollamento, il massimo esempio dell'utilizzo del carcere come extrema ratio e non a caso ha avuto casi di Covid prossimi allo zero. All'interno dei penitenziari minorili c'è spazio per applicare il protocollo sanitario.
Tra i 281 ragazzi presenti in carcere alla metà del mese di gennaio 2021 si contano 15 infrasedicenni, 104 minorenni nella fascia di età 16-17 anni, 118 giovani adulti nella fascia 18- 20 e 44 in quella 21- 24. I detenuti italiani sono 158 e gli stranieri 123.
Le ragazze sono 13 (4 italiane e 9 straniere) e sono ospitate nelle sezioni femminili di Nisida e Roma e nell'unico Ipm interamente femminile di Pontremoli che ospita attualmente 8 donne. Sono 148 i ragazzi che hanno una sentenza definitiva, il 52,7% del totale, mentre 58 tra i rimanenti, pari al 20,6% del totale delle presenze in carcere, sono in attesa di primo giudizio.
I 119 minorenni e i 162 giovani adulti pesano su queste percentuali in maniera estremamente diseguale: se tra i primi solo il 23% ha una sentenza definitiva e il 40,3% è in attesa di primo giudizio, tra i secondi il 74,1% ha una sentenza definitiva mentre il 6,2% è in attesa di primo giudizio. Come sottolinea il rapporto Antigone, questo è indice della capacità del sistema di trovare percorsi di esecuzione della pena alternativi al carcere per i ragazzi più giovani.
laquilablog.it, 12 marzo 2021
La nota di Giulio Petrilli, portavoce comitato per il risarcimento per ingiusta detenzione a tutti gli assolti. "Alla fine tutte le battaglie anche le più' difficili, se giuste, si possono affermare. Dopo tante iniziative a Strasburgo, con iniziative insieme ai parlamentari europei e di fronte la Corte europea dei diritti umani dove sollecitai l'attenzione contro una norma anticostituzionale che vieta il risarcimento per ingiusta detenzione per comportamenti che non hanno nulla a che vedere con il giudizio penale, accade che per la prima volta nelle sua storia la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo dà ragione a una persona, Fernandos Pedroso, condannando il Portogallo a risarcirlo, procedimento n. 59133, che non è stata risarcita per ingiusta detenzione con le stesse motivazioni che in Italia hanno usato per non concedermela, ho scontato sei anni di carcere speciale con l'accusa di appartenere alla "banda armata Prima Linea" prima di essere assolto con sentenza definitiva.
Sono stato a Strasburgo più' di un anno fa per protestare contro questa ingiustizia, sia davanti al parlamento europeo che la corte europea, ho fatto petizioni e tante iniziative lì e ora per la prima volta un risultato importante.
Penso che ho contribuito in qualche modo a questo successo in quanto la responsabile diritti e presidente delle petizioni la deputata svedese Cecilia Wikstrom mi rispose dicendomi che avevo ragione e di aver avuto la forza di portarlo all'attenzione di organi europei.
Ora invierò la sentenza alla ministra della giustizia Marta Cartabia e al presidente del consiglio Mario Draghi, sperando ne prendano atto e decidano di cambiare la norma che dà la possibilità ai magistrati di stabilire un giudizio sul comportamento per chi è stato assolto, per non risarcire sulla ingiusta detenzione. La Corte europea con la sentenza stabilisce che chi è stato ingiustamente detenuto va sempre risarcito altrimenti si va contro l'articolo 5 della convenzione europea sui diritti umani. Non sono consentiti per non risarcire, giudizi morali, frequentazioni sbagliate o se ti sei avvalso della facoltà' di non rispondere oltretutto consentita dalla legge. Anche le frequentazioni, puoi frequentare chi vuoi, l'importante non commettere reati".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 12 marzo 2021
Un Dpcm non può limitare la libertà personale, misura incostituzionale Non ha rilevanza penale la compilazione di una falsa autocertificazione. E di conseguenza deve essere prosciolto perché il fatto non costituisce reato chi, un anno fa, in violazione alle prescrizioni del Dpcm dell'8 marzo 2020 si era fatto sorprendere in strada con un modello di autocertificazione che riportava ragioni prive di fondamento, asserendo la necessità di una visita in ospedale.
In questo senso conclude la Sezione Gip-Gup del tribunale di Reggio Emilia con la sentenza n. 54 del 2021. La pronuncia mette in evidenza come non si configura un falso ideologico in atto pubblico per effetto della trasgressione di un Dpcm che è intervenuto a istituire un obbligo di permanenza domiciliare che, per giurisprudenza consolidata anche della Corte costituzionale, rappresenta una limitazione della libertà personale che può essere disposta dall'autorità giudiziaria o comunque dall'autorità giudiziaria deve essere valutata.
Così peraltro dispone l'articolo 13 della Costituzione con il quale si stabilisce che le limitazioni della libertà personale possono essere adottate solo su atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei casi e modi stabiliti dalla legge. E allora, sottolinea la sentenza, è evidente che un Dpcm, atto regolamentare di rango secondario nella gerarchia delle fonti di natura giuridica, non può intervenire a disporre un obbligo di permanenza in casa.
Ma il Gip-Gup di Reggio Emilia si spinge anche oltre e osserva che neppure una legge o un decreto legge potrebbe prevedere in via generale e astratta, nel nostro ordinamento, l'obbligo della permanenza domiciliare disposto nei confronti di una pluralità indeterminata di cittadini, "posto che l'articolo 13 della Costituzione postula una doppia riserva, di legge e di giurisdizione, implicando necessariamente un provvedimento individuale, diretto dunque nei confronti di uno specifico soggetto".
La pronuncia ricorda poi che, trattandosi di un atto amministrativo come il Dpcm, non è necessario un rinvio della questione alla Consulta perché ne venga dichiarata l'illegittimità. A disapplicarlo basta l'intervento della magistratura. A nulla serve poi il passaggio del divieto dall'area della libertà personale a quello della libertà di circolazione, circoscrivendo solo a quest'ultimo la prescrizione del Dpcm.
Per la sentenza infatti la libertà di circolazione, come affermato dalla Corte costituzionale, può trovare limitazione con riferimento all'accesso a determinati luoghi, magari perché giudicati infetti, ma non può essere confusa con una vera e propria limitazione della libertà personale.
Per il giudice di Reggio Emilia quindi il Dpcm è illegittimo per violazione dell'articolo 13 della Costituzione e la redazione dell'autocertificazione rappresenta una costrizione "incompatibile con lo stato di diritto del nostro paese". Per questo la falsità del documento, provata negli atti, non ha i connotati dell'antigiuridicità e non deve essere punita sul piano penale. Si configura infatti il caso di un falso inutile perché incide su un documento irrilevante.
di Gianluca Amadori
Il Gazzettino, 12 marzo 2021
Una legge dello Stato stabilisce che a mafiosi e terroristi devono essere revocate le prestazioni assistenziali erogate dall'Inps. Ma la Corte d'appello di Venezia ha deciso di investire la Consulta per sapere se sia costituzionalmente legittimo applicare tale revoca anche in relazione a fatti commessi e a sentenze di condanna penale pronunciate prima dell'entrata in vigore della norma.
Il singolare caso è stato sollevato qualche giorno fa dalla Sezione lavoro della Corte lagunare, presieduta da Gianluca Alessio, nel corso di un procedimento che riguarda un collaboratore di giustizia, condannato per omicidio, associazione per delinquere di stampo mafioso ed altri reati, il quale usufruisce di un assegno di invalidità civile.
Sulla base di quanto prevede la legge Fornero, approvata nel 2012, l'Inps ha deciso di revocare tale prestazione in quanto l'articolo 2, comma 58, così stabilisce a carico delle persone condannate per reati gravi, collegati in particolare al terrorismo o ad associazione di stampo mafioso.
Il pentito, assistito dallo studio Borile, si è prima opposto in via amministrativa, senza risultato; quindi ha impugnato il provvedimento dell'Istituto di previdenza di fronte al Tribunale competente per territorio, quello di Rovigo, il quale ha accolto il suo ricorso ritenendo "che la prestazione in godimento all'assistito, prevista dall'art.13 della legge n.118 del 1971 non fosse fra quelle oggetto della prevista revoca". Contro la decisione dei giudici polesani ha fatto ricorso a sua volta l'Inps, patrocinato dall'avvocato Aldo Tagliente, con l'obiettivo di ottenere una decisione favorevole all'Istituto di previdenza. Il legale ha ammesso che la legge Fornero fa esplicito riferimento a indennità di disoccupazione, assegno sociale, pensione sociale e pensione per gli invalidi civili tra le prestazioni che devono essere revocate nel caso di persone condannate per gravi reati, aggiungendo però che per estensione deve essere ricompreso anche l'assegno di invalidità civile perché rientra nella logica della norma.
La Corte di appello di Venezia, con un'ordinanza emessa nei giorni scorsi, premette di non essere d'accordo con la decisione del giudice di Rovigo, in quanto la legge Fornero, nello stesso comma 58, precisa che la revoca riguarda tutti i trattamenti previdenziali a carico degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza, ovvero di forme sostitutive, esclusive ed esonerative delle stesse. E dunque anche l'assegno di invalidità civile deve essere ricompreso.
I giudici, però, si sono posti un ulteriore problema: ovvero se sia costituzionalmente legittimo applicare una norma di legge in relazione a reati e condanne penali (presupposto che la sanzione accessoria) che risalgono ad un periodo precedente all'entrata in vigore della legge. Secondo la Corte lagunare una tale applicazione retroattiva potrebbe porsi in violazione degli articoli 25, comma 2, e 117 comma 1 della Costituzione. Di conseguenza hanno sospeso la definizione del giudizio in corso, in attesa che la Consulta si pronunci. Il collaboratore di giustizia, un tempo appartenente al clan dei casalesi, è stato condannato in via definitiva a 30 anni di reclusione per gravi reati di mafia.
di Marco Aldighieri
Il Gazzettino, 12 marzo 2021
Imbarazzo, pur con la certezza che l'autore non sia un "complice della mafia". Sconcerto, perché non si aspettava proprio che il parlamentino che presiede da tre anni e mezzo finisse alla ribalta della cronaca per un episodio così increscioso.
Ma anche dispiacere, per "l'errore" commesso da un collega. Giovanni Tagliavini, numero uno del consiglio comunale mai avrebbe ipotizzato che nella votazione a Palazzo Moroni per la nomina del garante dei detenuti qualcuno indicasse il nome del boss Matteo Messina Denaro. Un caso spinoso e inquietante che nel frattempo è finito sul tavolo del procuratore capo Antonino Cappelleri: gli uomini della Digos, infatti, proprio ieri mattina hanno depositato una dettagliata relazione sull'episodio.
Non è invece ancora giunto, almeno per ora, nessun esposto al quarto piano del palazzo di giustizia. Al momento non è stata vagliata alcuna ipotesi di reato. E sarebbe stato anche individuato l'autore della "bravata", ma per avere certezza sulla sua identità dovrebbe essere disposta una consulenza calligrafica sulla scheda elettorale, che però non può essere effettuata in assenza di un'indagine penale. La scritta in stampatello è stata vergata con una grafia ferma, senza incertezze da parte di chi stava facendo un gesto eclatante e quasi sicuramente premeditato, con le lettere riportate esattamente entro la riga prestampata, proprio come se si trattasse del nominativo di uno dei candidati effettivi.
Tagliavini, quindi, nel fare il punto sulla situazione, spiega: "In questo momento si sta cercando di approfondire con la massima attenzione ogni aspetto, ai fini della presentazione di un esposto e per capire eventualmente quale reato possa essere ravvisato. E nel caso in cui ce ne fosse uno perseguibile, la Procura potrebbe disporre un approfondimento calligrafico. Il Comune, essendo il voto segreto, non ha poteri per fare verifiche. Ci sono implicazioni istituzionali, politiche e giuridiche molto gravi e ritengo che l'autore non si sia reso conto delle conseguenze che avrebbe provocato. Ho preso contatti con il presidente nazionale dei garanti Marzio Palma, con quello regionale Mirella Gallinaro, oltre che con il referente regionale di Libera, Roberto Tommasi, esternando loro il mio rincrescimento e l'auspicio che il responsabile avvii una riflessione su di sè, per capire la sua adeguatezza rispetto alla carica che ricopre". Il presidente, poi, ha aggiunto: "Però, anche nelle circostanze più problematiche va valorizzato un segnale positivo e cioè che nel luglio scorso il regolamento sul Garante era stato approvato all'unanimità dalle forze politiche presenti all'assise". Quanto poi all'identità del consigliere, Tagliavini ha osservato: "Di fronte a fatti gravi è opportuno contenere la reazione emozionale e cercare invece di capire il perché di questa scelta. L'autore, magari tra un po', farebbe bene a iscriversi a un'associazione di volontariato che opera in carcere: sarebbe questo un modo per riparare. Resta, comunque, la necessità di appurare le motivazioni di un gesto assurdo, anche se escluderei che il protagonista sia uno "sponsor" consapevole della mafia e lo voglio assicurare a tutela della collettività. Solo chi ha indicato Matteo Messina Denaro sa perché l'ha fatto e se è un errore rimediabile. L'episodio non deve ripetersi, perché il mandato politico va affrontato con serietà. Il nostro consiglio ha dimostrato di saper fare politica di alto livello e questo incidente auspico serva a sviluppare "anticorpi" per il futuro".
Intanto i garanti comunali dei detenuti di Belluno, Rovigo, Venezia, Verona, Vicenza, e quello regionale dei diritti della persona, Mirella Gallinaro hanno espresso in una nota "amarezza per l'incredibile designazione". "L'episodio - sottolineano - che pure ha subito ricevuto la reazione bipartisan del consiglio comunale e su cui si è già espresso autorevolmente il Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, lascia l'amaro in bocca. Nell'esprimere la solidarietà al Comune di Padova per l'insulto istituzionale ricevuto, restiamo fiduciosi in una rapida presenza del futuro Garante patavino nel nostro coordinamento".
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