di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 13 marzo 2021
Un uomo giovanissimo scende in un pozzo della miniera di coltan. Ragazzini e bambini sono molto richiesti per questi lavori perché più agili, più piccoli ed elastici: si muovono meglio in spazi angusti. La mortalità è altissima per la velocità di scavo: il coltan somiglia a scaglie di liquirizia e sta in cunicoli messi di rado in sicurezza, che rovinano sui minatori. Una liquirizia amarissima, che lascia in bocca il sapore del sangue. Sono cresciuto tra minerali, mia madre mineralogista è stata direttrice del Real Museo Mineralogico di Napoli e ha passato tutta la vita a studiarli. Tra quelle mura mi sentivo circondato da qualcosa di eterno. I minerali non mi hanno mai comunicato pericolosità, solo un incredibile fascino che mi pareva però statico rispetto a musica, poesia, filosofia.
La verità delle pietre mi sembrava fredda, scientifica, chimica. Crescendo ho capito che mi sbagliavo: nella potenza dei minerali c'è la storia viva, pulsante, della Terra. L'unica bibliografia del pianeta, la nostra storia di specie, la si può leggere solo nelle profondità abissali. Ricordo che c'era, al Real Museo, un piccolissimo diamante che veniva sistematicamente nascosto per evitare che sfondassero la vetrina per rubarlo. C'erano minerali ben più preziosi, ma l'istinto verso il diamante sarebbe stato diverso e non abbisognava di conoscenze di mercato. Bastava dire: diamante. La sola parola rimandava a qualcosa di inarrivabile. Qualcosa di luminosissimo che si può trovare solo nell'abisso, e che conduce all'abisso. La fotografia di questo articolo l'abisso lo racconta, l'abisso in cui sprofonda l'Africa, ricca di tutto ciò che di più prezioso esista e depredata di quanto di più prezioso esista.
Diamanti, certo. Oro, sempre oro. Ma il nuovo oro generato dalla fame della tecnologia si chiama coltan e cobalto. Senza coltan e cobalto non si potrebbe conservare nessuna energia in nessun dispositivo. Ora mi addentro in una terra che per anni ho attraversato - la terra dei minerali - ma resta un mondo fantastico. Il coltan è una miscela complessa di due minerali dal nome letterario: la columbite e la tantalite. "Nel 1801", mi racconta mia madre, "Charles Hatchett ritenne di aver scoperto un nuovo elemento chimico: chiamò questa "nuova terra" columbium, in onore di Cristoforo Colombo, e il minerale che lo conteneva columbite". Oggi il nome columbium è stato sostituito da niobio, ma il minerale resta la columbite. Anche la tantalite ha un nome letterario: nel 1802, A. G. Ekeberg la chiamò così perché, non sciogliendosi negli acidi, gli ricordò di re Tantalo, gettato nel Tartaro e condannato in eterno ad avere una fame e una sete che nessun cibo né l'acqua avrebbero mai placato.
Nonostante l'unione di due nomi così romantici, il coltan è il vero responsabile, con il cobalto, di conflitti insanabili (anche il cobalto ha un'etimologia affascinante, dal greco kobalos, coboldo: leggenda vuole fosse proprio un coboldo a ingannare i minatori e a far trovare cobalto invece di metalli preziosi). In Congo le fazioni in guerra per cobalto e coltan sono finanziate da società di mezzo mondo: americane, russe, cinesi, francesi, belghe. Una guerra mondiale che combattono le etnie locali. La morte dell'ambasciatore italiano Luca Attanasio ci ha mostrato come la nostra distrazione verso uomini capaci come lui si interrompa solo per eventi tragici. Attanasio conosceva il Congo nel profondo, ma di rado in Italia i conoscitori dell'Africa trovano spazio e attenzione per poter raccontare, ad esempio, le dinamiche di migrazione e sfruttamento, il disinteresse che rende interi Paesi terra di saccheggio.
Cobalto e coltan sono sistematicamente saccheggiati e hanno messo il Congo al centro del mondo della guerriglia: fazioni di volta in volta sostenute e armate dagli interessi di tutte le restanti aree del pianeta, tutti parimenti coinvolti nella infinita guerra mondiale congolese. Forse è proprio questa la parola che bisognerebbe usare per i conflitti africani: mondiali. La foto mostra un uomo giovanissimo che scende in un pozzo della miniera di coltan. Spesso sono impiegati bambini e ragazzini, soprattutto nelle gallerie a cielo coperto. Sono molto richiesti perché più agili, più piccoli ed elastici, adatti a spazi angusti. La mortalità è altissima per la velocità di scavo: il coltan somiglia a scaglie di liquirizia ed è in cunicoli raramente messi in sicurezza, che rovinano addosso ai minatori. Liquirizia amarissima, che lascia in bocca il sapore del sangue.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 12 marzo 2021
È stato presentato questa mattina in diretta Facebook e YouTube il XVII Rapporto di Antigone sulle carceri italiane. Il Rapporto è ogni anno frutto dell'Osservatorio sulle condizioni di detenzione in Italia, una struttura cui Antigone ha dato vita nel lontano 1998 e che coinvolge circa cento collaboratori volontari autorizzati dal ministero della Giustizia a visitare tutte le carceri italiane per adulti e per minori. Alla presentazione hanno preso parte il Capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Bernardo Petralia, il Capo Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità Gemma Tuccillo e il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà Mauro Palma.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 marzo 2021
Presentato il XVII rapporto dell'associazione Antigone, intitolato "Oltre il virus". Il garante Palma: "Bisogna intervenire su detenuti e trattamento".
"Le risorse del Recovery Fund non devono essere utilizzate per nuove carceri, ma per un nuovo sistema penitenziario". È la parola d'ordine di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, che ha introdotto durante la presentazione del XVII rapporto sulle carceri dal nome "Oltre il virus". "Bisogna investire in risorse sulle misure di comunità - ha osservato Gonnella - perché hanno solo un terzo delle risorse che ha a disposizione l'amministrazione penitenziaria. È strategico visto l'impatto che ha sulla lotta alla recidiva e su prospettive di integrazione sociale. Bisogna investire anche in termini di risorse umane, sia perché c'è bisogno quantitativamente di direttori, educatori, poliziotti, mediatori, sia perché c'è bisogno di giovani, nuova energia umana nell'amministrazione penitenziaria che proviene dai luoghi dello studio e delle passioni". Sempre il presidente di Antigone aggiunge la terza risorsa che deve essere investita: "C'è bisogno di modernizzazione, non è possibile che in alcuni casi, ancora oggi, non vengano garantiti i diritti allo studio o all'affettività per mancanza di strumenti. Il carcere non può essere premoderno, mentre il mondo di fuori viaggia verso la post modernità".
di Marta Rizzo
La Repubblica, 12 marzo 2021
Il XVII Rapporto Antigone segnala che i 189 istituti penali hanno bisogno di essere ancora spopolati e non solo per fronteggiare il virus. Crescono i suicidi, le donne detenute sono solo il 4,2%, gli stranieri non aumentano, mentre risultano buoni i sistemi e la gestione dell'epidemia nella giustizia minorile. Il Rapporto ci dice inoltre che Il numero di positivi oltre le sbarre è più alto di quello che sta fuori. Dentro le mura degli istituti di pena italiani sono morte 18 persone detenute e 10 guardie penitenziarie. I tassi medi di positivi, stando ai dati aggiornati al febbraio 2021, mostrano che su 10.000 reclusi, il numero di positivi era di 91 persone, mentre nel resto della popolazione 68.
di Andrea Carli
Il Sole 24 Ore, 12 marzo 2021
Le persone che lavorano per datori di lavori esterni sono circa 2mila, di cui la maggior parte è impiegata all'interno del carcere. L'emergenza sanitaria Covid ha riportato sotto i riflettori il tema del sovraffollamento delle carceri italiane. Il 29 febbraio di un anno fa, pochi giorni dopo la scoperta del paziente zero di Codogno, con un'Italia che non era ancora in lockdown le persone detenute erano 61.230. Un anno dopo, al 28 febbraio 2021 sono rimasti in 53.697. In dodici mesi 7.533 persone in meno, il 12,3% del totale.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 12 marzo 2021
61 persone si sono tolte la vita. L'anno della grande paura per il virus che si diffondeva, e ancora si diffonde, in cella, ma anche l'anno dell'introduzione della tecnologia per garantire, nei mesi più duri della pandemia, ai detenuti di poter sentire i familiari. L'anno della riduzione (indispensabile per fronteggiare il contagio) del sovraffollamento, che persiste ma non è più drammatico come negli anni scorsi. Ma anche l'anno in cui si è registrato un numero altissimo di suicidi nei penitenziari. Sessantuno persone si sono tolte la vita in prigione. Un numero così alto non si registrava da un ventennio. Questo è stato, in estrema sintesi, il 2020 per le carceri italiane. L'Associazione Antigone lo ha descritto nel report annuale, presentato oggi online. "Oltre il virus" è il titolo del lavoro. E oltre il virus sperano di andare le carceri, e il Paese tutto, anche grazie alla campagna di vaccinazione, iniziata anche nei penitenziari.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 12 marzo 2021
Si riduce di un terzo la componente rumena ma i non italiani sono sempre più penalizzati. Meno omicidi ma aumentano gli ergastoli. Presentato il rapporto Antigone "Oltre il virus". Ancora al 115% il sovraffollamento. A dare un'occhiata dentro le carceri italiane - tramite il XVII rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione dal titolo "Oltre il virus" presentato ieri alla presenza del capo del Dap Dino Petralia, della sua omologa Gemma Tuccillo, capo Dipartimento per la giustizia minorile, e del Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma - si ha l'impressione che sia passata un'intera era geologica da quando "l'identità nazionale rumena veniva considerata un'aggravante", per usare le parole di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.
E da quando, nell'ottobre 2007 (proprio mentre nasceva il Pd), a Roma l'orribile stupro e omicidio della signora Giovanna Reggiani convinse l'allora sindaco dem Walter Veltroni a lanciare dal Campidoglio una campagna d'odio contro i migranti provenienti dalla Romania. "Mentre la popolazione carceraria è aumentata - ha spiegato ieri Gonnella - negli ultimi anni la componente rumena è diminuita di un terzo, passando da quasi 3 mila del 2009 a circa 2 mila del febbraio 2021". L'integrazione ha viaggiato più velocemente del populismo penale.
È un punto questo su cui giustamente insiste il rapporto Antigone. Se nell'ultimo anno la popolazione carceraria è diminuita del 12,3% (53.697 detenuti attuali) - "esito più di attivismo della magistratura di sorveglianza che non dei provvedimenti legislativi in materia di detenzione domiciliare" - riportando l'Italia vicina ai livelli del 2015, quando dopo le condanne europee intervennero misure deflattive, il numero di stranieri detenuti rimane invece stabile al 32,5%. Succede però che "il 16,1% degli stranieri si trova in carcere con una condanna non ancora definitiva", mentre "gli italiani nella stessa condizione sono il 14,7%". E che i detenuti stranieri, "confinati" in massa in Sardegna, finiscano per scontare l'intera pena in carcere, usufruendo delle pene alternative molto meno degli italiani. Senza parlare del fatto che dei 67 mediatori culturali previsti in pianta organica, in servizio in tutta Italia ce ne sono solo 3 (tre).
Il tasso di sovraffollamento - che "è diventato non solo una condizione degradante per l'internato ma anche un problema di salute pubblica", come fa notare Susanna Marietti - è oggi pari a 115% se si considerano i posti realmente disponibili (50.551), e deve ancora scendere. Per stare nella legalità ci vorrebbero almeno 8 mila detenuti in meno.
La buona notizia è che il capo del Dap Petralia ha annunciato che è finita l'era dell'edilizia penitenziaria e che si punta piuttosto all'"architettura carceraria". La cattiva notizia - come ha fatto notare il Garante Mauro Palma che presenterà la sua relazione al Parlamento il 15 giugno prossimo - è che il nuovo corso assomiglia molto al vecchio, perché "spesso il restauro architettonico degli istituti per ottenere un ampliamento degli spazi detentivi è a detrimento delle aree verdi, dei campi di calcio e degli spazi dedicati al trattamento dei detenuti".
Palma insiste poi in particolare sulle misure alternative di cui si parla molto ma senza agire di conseguenza (61.589 le persone che scontano una pena non detentiva, ma in carcere ci sono 19.040 detenuti con un residuo pena inferiore ai tre anni, dunque potenzialmente ammissibili a misure alternative). "Chiunque presenti un'ipotesi legislativa per potenziare le misure alternative - sottolinea il Garante - dica quanti soldi ci mette, quanto personale e come rafforza il tribunale di sorveglianza. Altrimenti taccia, è preferibile".
D'altronde la contraddizione è palese: se l'omicidio volontario è al minimo storico (271 casi nel 2020, -14% rispetto all'anno precedente), crescono invece le pene lunghe e aumenta il numero degli ergastolani (1.784, rispetto a 5 anni prima sono 560 in più; solo 112 stranieri). A questo proposito vale la pena ricordare che tra pochi giorni - il 23 marzo - la Consulta deciderà sulla costituzionalità dell'ergastolo ostativo e del divieto di concedere la liberazione a chi non collabora con la giustizia.
BEN 851 sono poi gli ultrasettantenni che rimangono in carcere, a fronte di 9.497 infra-trentenni. Da notare anche il dato delle persone sottoposte al carcere duro del 41bis: 759, di cui 746 uomini e 13 donne. "Una crescita contenuta ma continua negli ultimi anni", fa notare Gonnella. Nel corso dell'anno scorso sono stati 25 i provvedimenti di prima applicazione del carcere duro, il 15% in meno rispetto al 2019.
Eppure il dato pare eccessivo perfino a Franco Mirabelli, capogruppo Pd nella commissione Antimafia: "L'istituto del 41bis va difeso - scrive in una nota il vicepresidente dei senatori dem - è un istituto straordinario che ha funzionato e funziona. Ma pensare che in Italia ci siano oltre 700 capomafia da sottoporre a quel trattamento appare spropositato. L'eccessivo utilizzo del 41bis è certamente legato alla inefficienza delle attuali strutture di Alta Sicurezza".
Va detto però che è nelle celle di detenzione comune che si registra il maggior aumento di malattie psichiche, di episodi di autolesionismo (23,86 ogni 100 detenuti), e soprattutto di suicidi: 61 nel 2020, un numero tra i più alti degli ultimi venti anni. E sono sempre più giovani, i detenuti che si tolgono la vita: la media dell'anno scorso è stata di 39,6 anni.
Il totale dei morti è 154, di cui 18 di Covid, deceduti insieme a 10 poliziotti penitenziari. In un anno di pandemia non molta strada è stata fatta: da qualche giorno è cominciata la campagna vaccinale con circa mille reclusi e 5 mila agenti che, ad oggi, hanno ottenuto la prima dose. Ed è passato un anno anche da quelle rivolte scoppiate in alcune carceri in risposta alle prime restrizioni anti-Covid. Rivolte durante le quali - o subito dopo - sono morti 12 detenuti. In molti si chiedono ancora perché.
Vincenzo M. Siniscalchi
Il Mattino, 12 marzo 2021
Di questi giorni la notizia del contagio da Covid-19 che ha aggredito, anche con esito letale, agenti della Polizia penitenziaria in servizio nella casa detentiva di Carinola. Ancora: appena rientrato nella struttura minorile di Villa di Briano un minore si è tolto la vita.
Così, con una drammatica sequenza quasi quotidiana torna alla ribalta, pur con motivazioni differenti, il problema della sicurezza dei luoghi di detenzione in Italia, un problema che lo scorso anno era esploso con le azioni dimostrative dei detenuti di molte carceri italiane e con il bilancio sinistro di tredici detenuti morti.
La nomina a ministra della Giustizia della costituzionalista Marta Cartabia è certamente un segnale confortante per chi crede che vada data una diversa e maggiore attenzione a questo problema. Basterebbe, a conferma della fiducia che va riposta nella ministra, il ricordo delle approfondite analisi che la Guardasigilli ha fatto, allorché si impegnò, in occasione della serie di percorsi di visite e di approfondite analisi delle realtà carcerarie iniziati con la presidenza del magistrato e giurista Giorgio Lattanzi.
Indubbiamente quei percorsi hanno consentito di radiografare in profondità la realtà della detenzione di uomini e donne sottoposti a regime di custodia in carcere. C'è una sorta di lume che si accende ogni qual volta si scandaglia la realtà della visibilità carceraria ed il lume è rappresentato dagli articoli 27 Cost. ("funzione rieducativa della pena" e "valore umano della pena") e articolo 32 Cost. ("tutela della salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività").
Risale al 1975 la legge n. 354 di riforma dell'ordinamento penitenziario ma, anche con gli interventi che si sono succeduti nel tempo questa normativa, a parte il valore dei precetti costituzionali, nella applicazione pratica e nella concreta interpretazione giurisprudenziale ha fatto registrare molte censure ad opera della Cedu (Commissione europea per i diritti umani).
A richiamare l'attenzione dei governi vi sono state sempre prese di posizione della Unione delle Camere Penali e della Magistratura associata, in particolar modo, di quella che svolge le funzioni di Tribunali e giudici di Sorveglianza.
Tra gli altri, è intervenuto sulla questione della doverosa trasparenza in tema di accertamento delle cause della morte dei detenuti nello scorso anno il magistrato Riccardo de Vito, giudice di sorveglianza, presidente di Magistratura Democratica. Proprio sul punto della necessità di una doverosa trasparenza De Vito aveva sollecitato al predecessore della Cartabia una chiarificazione su quanto accaduto nelle carceri italiane nella estate dello scorso anno con l'impressionante bilancio di tanti decessi.
In effetti, si chiede - e la richiesta è stata reiterata in sede parlamentare - di conoscere con completezza di riferimenti quali sono le cause di quelle morti tra detenuti. Dal precedente ministro della Giustizia era stato comunicato solamente che si era avviata una inchiesta ma gli esiti non risultano noti. Si sa soltanto che il vertice del Dipartimento amministrazione penitenziaria rappresentato dal magistrato Basentini era stato rimosso e sostituito con il procuratore della Repubblica Dino Petralia già autorevole componente del Consiglio superiore della Magistratura. Va subito detto, per doverosa chiarezza, che le speranze di interventi che si pongono sull'esercizio delle sue funzioni da parte della ministra Cartabia, hanno già ricevuto un confortante segnale in occasione della interlocuzione che la professoressa Cartabia ha stabilito con il Garante dei detenuti professor Mauro Palma.
Importante diviene il riferimento (essenziale per una reale riforma dell'ordinamento penitenziario) all'attività dell'Autorità di garanzia che di recente ha depositato la relazione annuale, di per se stessa ricca di inoppugnabili ed approfonditi passaggi che analizzano minuziosamente le riduzioni di ogni garanzia reale di vivibilità e di sicurezza delle carceri italiane (significative anche le analisi che formulano le autorità regionali di garanzia con particolare riguardo alle carceri della Campania).
Ora è tempo di concentrare l'attenzione sull'imponente documentazione che questa Autorità di garanzia unitamente alle ispezioni ministeriali offre alla riflessione e allo studio del legislatore affinché si possa finalmente passare dalle enunciazioni astrattamente umanitarie alle riforme necessarie anche per assicurare trasparenza e conoscenza sullo stato delle inchieste giudiziarie che dovrebbero fare luce soprattutto sugli eventi conseguenti alle manifestazioni di protesta.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 12 marzo 2021
La questione carceraria è una questione giuridica, politica, sociale, economica, architettonica, ma anche culturale e più genericamente educativa. Nei giorni scorsi ho incontrato Zerocalcare nel corso di un evento organizzato dal Museo Storico della Liberazione a Roma, in quegli edifici di via Tasso dove tra il settembre 1943 e il giugno del 1944 i nazisti imprigionarono e torturarono circa duemila partigiani, militari e cittadini comuni.
Zerocalcare ricordava come lo scorso settembre avesse pubblicato su Internazionale un suo reportage a fumetti sulle rivolte in carcere. Tra lo stupito e l'amareggiato spiegava come, mentre su altri temi i lettori si erano mostrati solidali ed empatici, a proposito del carcere invece questo non era accaduto e qualcuno gli avesse finanche scritto che l'unica giusta fine per i detenuti fosse quella di marcire in galera.
Parole di questo tenore, fino a poco tempo fa, le abbiamo sentite dire da chi rivestiva alti incarichi istituzionali. Non ci si può dunque sorprendere se i sentimenti diffusi tra la gente degenerino in impulsi truci di vendetta ed espressioni di odio. Basta farsi un giro in alcuni siti web specializzati per leggere frasi piene di volgarità rivolte al sottoscritto o a Mauro Palma, Garante nazionale, accusati di stare dalla parte dei detenuti e quindi, di converso, di essere contro i poliziotti, come se stessimo in uno stadio a tifare per una squadra o l'altra in una partita di calcio.
La prima cosa di cui oggi abbiamo tutti bisogno è una rivoluzione del linguaggio nel nome della gentilezza e del rispetto. Non sapevo che esistesse una giornata internazionale della gentilezza, il 13 novembre, indetta dall'Onu. Andrebbe festeggiata l'anno prossimo in un carcere, simbolicamente.
Quando si parla di temi sensibili che possono alimentare emozioni forti o reazioni esasperate, è necessario che si adotti un linguaggio sobrio, mite, riguardoso e, dunque, gentile. Mai più vorremmo sentire, da chi ha incarichi politici istituzionali, frasi che lasciano trasparire la voglia di vendetta, che associano i detenuti alle bestie o invocano il gettare la chiave della cella per sempre. Mai più vorremmo che i media mainstream offrano occasioni o palcoscenico a chi usa un linguaggio profondamente distonico rispetto a quanto scolpito nell'articolo 27 della nostra Costituzione che, ricordo, è frutto anche dell'esperienza di prigionia di tanti antifascisti durante il ventennio. E su questa visione costituzionale devono convergere tutti gli attori del sistema pubblico, dal poliziotto al volontario, dal direttore al magistrato, dall'avvocato al giornalista. Questa, e non altra, deve essere la visione della pena promossa dalle autorità di Governo.
Per questo siamo confortati, a proposito del carcere, dalle parole miti, rispettose e gentili della ministra della Giustizia Marta Cartabia. Perché solo quando verrà recuperata una funzione pedagogica da parte di chi ha ruoli di governo, allora ci si potrà attendere, a cascata, una frenata nella cultura dell'odio e della vendetta.
*Presidente Antigone
di Claudio Paterniti Martello
Il Riformista, 12 marzo 2021
Nelle prigioni italiane ci si ammazza dieci volte di più che all'esterno. La popolazione detenuta è composta per il 32,5% da stranieri. Uno su 3 è rinchiuso per reati legati alle droghe. Nelle carceri italiane ci sono oggi 759 prigionieri in regime di 41bis, cioè di carcere duro.
Pensate che nel momento di massimo allarme antiterrorismo, mentre erano in corso le guerre di Iraq e di Afghanistan, e Bush aveva scelto la linea dura, repressiva - condannata da moltissimi governi e da tutte le organizzazioni di difesa dei diritti umani - nella famigerata Guantánamo, carcere duro per eccellenza, erano stati rinchiusi, secondo le stime più sfavorevoli, circa 500 detenuti sospettati di terrorismo internazionale.
Il 41bis è un regime carcerario, italiano, sicuramente in contrasto con la Costituzione e con le norme internazionali, previsto allo scopo di impedire ai capi della mafia (o ai sospetti) di comunicare con l'esterno. Per ottenere questo risultato, molto spesso, si impedisce ai detenuti al 41bis di vestirsi come vogliono, e di cucinare i propri cibi, di leggere quel che gli interessa, di avere alcun contatto fisico coi propri familiari, di parlare con altri detenuti o con altre persone umane, escluse le guardie carcerarie. Domanda: possibile che i capimafia siano addirittura 759? Se lo è chiesto persino un esponente politico del Pd molto moderato come Franco Mirabelli.
Chissà se gli daranno qualche risposta. Del resto è stata proprio la ministra Cartabia che l'altra sera, parlando a un convegno internazionale, ha invocato il rispetto delle norme scritte nelle cosiddette "Mandela Rules", che proibiscono il 41bis per una durata superiore ai 15 giorni (oggi il 41bis dura un numero imprecisato di anni: anche più di 20). Questi dati sul 41bis vengono dal rapporto annuale dell'associazione Antigone sulla situazione nelle carceri.
Dal rapporto risulta anche che ci sono in prigione 851 persone sopra i 70 anni (la legge prevede che possano essere mandate a casa) 500 in più rispetto al 2005. Nel 2005 forse la criminalità era meno pericolosa? No, oggi è molto meno pericolosa. Gli omicidi sono scesi sotto la soglia dei 300 all'anno, (erano più di 2000 alla fine del secolo scorso), tutti in costante diminuzione tranne i femminicidi. Anche gli ergastolani sono in aumento, 1784 (500 più del 2005). Ci sono 9000 persone nelle celle di massima sicurezza. I suicidi sono in aumento (61: circa 10 volte sopra la media nazionale).











