di Mario Pierro
Il Manifesto, 13 marzo 2021
Istat. I più colpiti sono le donne, i giovani e i precari. Ma per loro nessuna tutela universale. Dai sindacati e dalle associazioni la richiesta di estendere il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione per il lavoro dipendente fino alla fine del 2021: "Senza i dati dell'occupazione saranno ancora peggiori".
Secondo l'Istat il calo dell'occupazione è "senza precedenti" (-456 mila, -2,0%) nel 2020 ed è stato accompagnato da una forte crescita dei lavoratori inattivi tra 15-64 anni (+403 mila, +3,1% in un anno) che non hanno cercato lavoro perché il lavoro, semplicemente, non c'è. Per la stessa ragione si è registrata una forte diminuzione della disoccupazione (-271 mila, -10,5%). Non lavorando, né cercando il lavoro, anche questo indice diminuisce. Quando il lavoro ricomincerà ad essere venduto, e sfruttato, anche questo indice tornerà ad aumentare.
Per il momento chi è rimasto senza attività svolge un lavoro precario, in particolare nella parasubordinazione, la principale vittima della crisi. La bomba sociale è già esplosa tra i dipendenti a termine non rinnovati (-391 mila, -12,8%) e, in minor misura, gli indipendenti, cioè le partite Iva (-154 mila, -2,9%). La diminuzione ha investito il lavoro a tempo pieno (-251 mila, -1,3%) e, soprattutto, il part time (-205 mila, -4,6%); la quota di part time involontario è salita al 64,6% (+0,4 punti) dell'occupazione a tempo parziale.
I più colpiti sono le donne e i giovani, Sui 456 mila gli occupati persi, nel 249 mila sono lavoratrici. E se si guarda alla fascia di età, i giovani tra i 15 e i 34 anni sono i più colpiti: 264 mila in meno. Al Sud il tasso di disoccupazione ha registrato il calo più pesante: 1,7 punti in meno, contro -0,3 punti nel Nord e -0,6 punti nel Centro. E si conferma il dato strutturale del mercato del lavoro in Italia: l'occupazione a tempo pieno cresce tra gli ultracinquantenni (+113 mila), mentre la generazione di mezzo tra i 35-49enni è massacrata: meno 306 mila.
Nel lavoro dipendente si resta in attesa che tra la fine di giugno e ottobre quando saranno sbloccati i licenziamenti nel lavoro dipendente. Il blocco varrà dunque per altri tre mesi per tutti: da marzo a giugno. Per le piccole imprese che attualmente non hanno la tutela della cassa integrazione ordinaria sarà legato alla riforma degli ammortizzatori sociali. In questo settore i dati dell'Istat attestano che l'aumento del ricorso alla Cig è stato cospicuo: +139,4 ore ogni mille lavorate, ed è stato più marcato nel comparto dei servizi rispetto a quello dell'industria.
"Deve essere rivista la politica degli incentivi che, nonostante si sia concentrata maggiormente su queste fragilità, non ha risolto i problemi della mancata crescita occupazionale. La stesura definitiva del Piano di ripresa dovrà assolutamente tenere conto di queste emergenze e trovare soluzioni" sostiene la segretaria confederale della Cgil, Tania Scacchetti. "Per contrastare queste drammaticità occorrono impegni precisi e interventi mirati del governo. Deve essere rivista la politica degli incentivi che, nonostante si sia concentrata maggiormente su queste fragilità, non ha risolto i problemi della mancata crescita occupazionale". "Vanno messe in campo le indennità per i lavoratori stagionali, intermittenti, autonomi, gli incentivi per i contratti di solidarietà, il potenziamento della Naspi, il superamento dei vincoli per le assunzioni a termine" sostiene il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra. Con il nuovo decreto Sostegno "ci aspettiamo - ha detto la segretaria confederale della Uil, Ivana Veronese - Congedi parentali retribuiti al 100%, altrimenti si andrebbero a colpire maggiormente le donne che hanno già pagato troppo in questa pandemia sia in termini occupazionali che retributivi". Anche il Codacons sostiene la necessità di prorogare "per tutto il 2021 il blocco dei licenziamenti, perché in caso contrario si andrà incontro ad una catastrofe occupazionale ancora peggiore di quella registrata nel 2020".
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 13 marzo 2021
L'australiana Folbigg è in cella da 18 anni per l'omicidio dei 4 figli sulla base di prove indiziarie. Gli esperti: è innocente. Fin dall'antichità il processo a Medea, accusata di aver ucciso i suoi figli, ha visto innocentisti e colpevolisti contrapporsi. Dalla Colchide all'Australia, dal mito alla realtà, ora sulle opposte barricate del tribunale, ci sono giudici e scienziati. Alla sbarra, una madre di quattro figli, nati uno dopo l'altro e tutti morti ancora prima di aver compiuto il secondo anno di vita.
La "Medea" è Kathleen Folbigg, originaria della regione della Hunter Valley del Nuovo Galles del Sud. Condannata a 30 anni nel 2003, quando aveva 35 anni, Folbigg ha già trascorso quasi 18 anni in prigione dopo essere stata giudicata colpevole dell'omicidio colposo del suo primogenito Caleb e dell'omicidio dei suoi tre altri tre figli, Patrick, Sarah e Laura. "Li ha soffocati tutti" ha decretato il tribunale. "È un mostro" è stato il verdetto dell'opinione pubblica che le ha attaccato addosso la lettera scarlatta di "peggior serial killer donna d'Australia".
La scorsa settimana il colpo di scena nel copione della tragedia: una petizione firmata da 90 eminenti scienziati e genetisti ha chiesto la grazia per Folbigg e il suo rilascio immediato. Tra i firmatari, due premi Nobel e il presidente dell'Accademia australiana delle scienze, il professor John Shine. Secondo gli scienziati, a provocare la morte dei bambini è stato un difetto congenito. Gli esperti hanno analizzato il genoma di Folbigg, riscontrando una rara mutazione del gene CALM2. Queste anomalie sono associate a patologie che provocano aritmie cardiache e che, nei bambini, possono causare un arresto cardiaco o la morte improvvisa. Analizzati i campioni, è venuto fuori che Sarah e Laura avevano la stessa mutazione del gene della madre e potrebbero essere morte a causa delle anomalie. Inoltre, gli studi e i test hanno evidenziato che Caleb e Patrick avevano due diverse varianti molto rare del gene BSN, collegato a problemi neurologici e attacchi epilettici letali. A Patrick era poi stata diagnosticata l'epilessia prima della nascita. Difficile dunque non vedere un nesso.
Kathleen - di fatto - è stata condannata sulla base di prove indiziarie. All'epoca fu il marito a denunciarla dopo aver letto il suo diario. Qui aveva trovato scritto frasi inquietanti. Ossia che Sarah era morta "con un po' di aiuto". Un'aiuto che la madre- che si è da sempre proclamata innocente - ha spiegato di aver attribuito a Dio. Poi un'altra frase. "È chiaro che io sia la figlia di mio padre", scriveva Kathleen riferendosi alla morte della madre accoltellata a morte dal compagno, quando Kathleen aveva solo 18 mesi.
Finora il tribunale del Nuovo Galles del Sud ha respinto due appelli contro la condanna di Folbigg - che nel 2005 è passata da 40 a 30 anni- senza possibilità di libertà condizionale. E se oggi il procuratore dello stato, Mark Speakman, ha dichiarato che la petizione degli scienziati verrà valutata con attenzione, è chiaro come ora il sistema giudiziario australiano rischi di finire nella bufera, a causa di quello che potrebbe essere uno dei peggiori errori giudiziari della storia. Una storia che ha sempre condannato Medea. E che ora però potrebbe cambiare.
di Paolo Lepri
Corriere della Sera, 13 marzo 2021
Lo storico marocchino, imprigionato con un pretesto, si batte per la verità. "Sono vittima di una persecuzione per la mia attività in difesa dei diritti umani", denuncia lo storico marocchino Maati Monjib, che ha iniziato una settimana fa uno sciopero della fame nel carcere di Al-Arjat a Salè, la citta che guarda, dall'altra parte del fiume Bou Regreg, la capitale di un regno che Mohammed VI non ha affatto reso più democratico come aveva promesso dieci anni fa quando soffiava il vento delle "primavere arabe".
L'arresto di questo professore di studi africani, figura importante nel mondo della cultura marocchina, è avvenuto proprio a Rabat, alla fine del 2020. Otto agenti, scesi da due veicoli, lo hanno prelevato all'uscita di un ristorante. Un'accusa pretestuosa, "riciclaggio di denaro" (utilizzata spesso nei regimi illiberali contro gli oppositori), gli ha impedito di essere presente al processo conclusosi il 27 gennaio con una condanna a un anno di reclusione per "attentato alla sicurezza dello Stato" e "frode". "Mettendomi in prigione arbitrariamente - ha detto - mi hanno anche impedito di difendermi".
Cinquantanove anni, nato a Benslimane, Monjib è rientrato in patria dopo un dottorato all'estero nel 1999, in un momento nel quale l'ascesa al trono del figlio di Hassan II aveva fatto sperare nell'avvio di un'epoca nuova. Le illusioni di un tempo sembrano ora finite dopo tante battaglie contro un sistema politico totalmente dominato dalla makhzen, la corte reale. "L'opposizione è oggi rappresentata da intellettuali e giornalisti - ha detto in una intervista pubblicata sul sito del Carnegie Endowment for International Peace - e non dalle forze politiche compromesse con il potere".
"Agli "Islamisti del re" - scrive Adel Abdel Ghafar della Brookings Institution - è consentito governare fino a quando non vengono varcate le linee rosse tracciate dal palazzo. Chi come Monjib le oltrepassa diventa un bersaglio del regime". È accaduto anche al giornalista Omar Radi, in detenzione provvisoria da giugno, perseguito per un tweet critico contro le autorità. Di fronte a tutto questo la comunità internazionale ha il dovere di muoversi. Intanto, il professore di Rabat non sembra avere paura: "Prometto a tutti che dirò la verità in modo risoluto".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 13 marzo 2021
Presentata all'Unhrc una dichiarazione congiunta che condanna le pratiche repressive del Cairo, le detenzioni e il bavaglio alla stampa. Plauso delle ong internazionali. Intanto nel paese il ministero degli interni risponde con le minacce a chi denuncia le torture.
La dichiarazione congiunta di 31 paesi sull'Egitto è stata letta ieri in videoconferenza dall'ambasciatrice finlandese Kauppi durante il dibattito generale del Consiglio Onu per i diritti umani (Unhrc), dedicato ai casi sotto osservazione: una pagina in cui stretti alleati del Cairo, venditori strutturali di aerei, navi e tecnologie militari per l'esercito e armi leggere per la polizia, noti investitori nel regime egiziano hanno messo nero su bianco una serie di gravi violazioni dei diritti umani commesse nella sponda sud del Mediterraneo.
Parole, è vero, ma talmente rare da attirare l'attenzione: è la prima pesa di posizione congiunta sull'Egitto presentata all'Unhrc dal 2014, l'anno successivo al golpe dell'ex generale Abdel Fattah al-Sisi. Parole importanti anche alla luce del peso specifico di chi le esprime: tra i 31 paesi firmatari della dichiarazione congiunta c'è mezza Europa (tra gli altri Italia, Francia, Germania, Spagna, Svezia), ci sono il Canada e il Regno Unito, e ultimi in ordine alfabetico gli Stati uniti.
Nello specifico, si chiede al Cairo di interrompere la persecuzione di attivisti, giornalisti, oppositori politici veri e presunti, di "garantire spazio alla società civile perché lavori senza timore di intimidazioni, vessazioni, arresti, detenzioni". L'elenco è lungo e tocca i tanti ingranaggi con cui il regime fa funzionare la rodata macchina della repressione interna: "restrizione della libertà di espressione e del diritto all'assemblea pacifica", "applicazione della legge anti-terrorismo contro i critici pacifici" e contro "attivisti, persone Lgbti, giornalisti, politici e avvocati", "divieti di espatrio e congelamento dei beni contro i difensori dei diritti umani", "restrizioni alla libertà mediatica e digitale e pratica del blocco dei siti dei media indipendenti".
Il documento chiude con un focus sulle pratiche giudiziarie del regime, dall'estensione continua della detenzione cautelare (è il caso di Patrick Zaki) al sistema delle porte scorrevoli, ovvero nuovi casi giudiziari con cui mantenere dietro le sbarre prigionieri politici che hanno terminato la loro pena, come Alaa Abdel Fattah. Proprio l'attivista, nuovamente imprigionato a settembre 2019 dopo il rilascio pochi mesi prima, a inizio marzo ha denunciato l'uso della tortura con l'elettrochoc nella prigione di Tora, ma - hanno fatto sapere mercoledì diverse organizzazioni egiziane - la procura generale non ha indagato. Anzi: il ministero degli interni ha minacciato Mona Seif, la sorella di Alaa di procedimenti penali nei suoi confronti per accuse false.
Immediata la reazione delle ong internazionali, dopo che oltre 100 di loro all'inizio dell'anno avevano scritto agli Stati membri dell'Onu avvertendo del tentativo egiziano di "annientare le organizzazioni locali" e "sradicare il movimento per i diritti umani". Ieri 20 di loro hanno risposto con un comunicato congiunto - firmato tra gli altri da Human Rights Watch, Amnesty, Dignity e diverse associazioni egiziane - per "esprimere forte sostegno" alla dichiarazione: "Pone fine ad anni di assenza di azioni collettive sull'Egitto da parte del Consiglio Onu per i diritti umani - il commento di Bahey Hassan, direttore del Cairo Institute for Human Rights Studies - Si deve continuare a dire al governo egiziano che non ha più carta bianca".
Ora è da capire se alle parole seguiranno i fatti. Che non sono affatto promettenti: appena un mese fa l'amministrazione Biden, dopo aver promesso di tirare il freno ad al-Sisi, gli ha venduto 168 missili tattici Raytheon, valore totale 197 milioni di dollari. Dell'Italia abbiamo parlato in abbondanza, dell'Europa anche: vale la pena ricordare che - dati Ue alla mano - nel 2019 gli Stati membri hanno autorizzato l'export di 16 miliardi di euro in armi al Cairo, quasi due terzi in più del 2014.
E poi c'è la Turchia che ieri ha annunciato la ripresa di contatti diplomatici con Il Cairo dopo otto anni di rottura, dovuta alla repressione della Fratellanza musulmana (di cui l'Akp di Erdogan è espressione) da parte di al-Sisi. Tantissimi i membri dei Fratelli fuggiti in territorio turco in cerca di protezione dopo il golpe che nel luglio 2013 portò alla rimozione del presidente islamista Morsi e all'inizio di una persecuzione sia legale che giudiziaria. Senza contare la rivalità intorno alla questione libica - i due paesi stanno ai poli opposti - Ankara con la Tripoli di Sarraj, Il Cairo con la Bengasi di Haftar. Proprio la definizione dei confini marittimi, unilateralmente dichiarati da Sarraj ed Erdogan, sarebbe al centro delle discussioni tra i due paesi.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 13 marzo 2021
Un uomo giovanissimo scende in un pozzo della miniera di coltan. Ragazzini e bambini sono molto richiesti per questi lavori perché più agili, più piccoli ed elastici: si muovono meglio in spazi angusti. La mortalità è altissima per la velocità di scavo: il coltan somiglia a scaglie di liquirizia e sta in cunicoli messi di rado in sicurezza, che rovinano sui minatori. Una liquirizia amarissima, che lascia in bocca il sapore del sangue. Sono cresciuto tra minerali, mia madre mineralogista è stata direttrice del Real Museo Mineralogico di Napoli e ha passato tutta la vita a studiarli. Tra quelle mura mi sentivo circondato da qualcosa di eterno. I minerali non mi hanno mai comunicato pericolosità, solo un incredibile fascino che mi pareva però statico rispetto a musica, poesia, filosofia.
La verità delle pietre mi sembrava fredda, scientifica, chimica. Crescendo ho capito che mi sbagliavo: nella potenza dei minerali c'è la storia viva, pulsante, della Terra. L'unica bibliografia del pianeta, la nostra storia di specie, la si può leggere solo nelle profondità abissali. Ricordo che c'era, al Real Museo, un piccolissimo diamante che veniva sistematicamente nascosto per evitare che sfondassero la vetrina per rubarlo. C'erano minerali ben più preziosi, ma l'istinto verso il diamante sarebbe stato diverso e non abbisognava di conoscenze di mercato. Bastava dire: diamante. La sola parola rimandava a qualcosa di inarrivabile. Qualcosa di luminosissimo che si può trovare solo nell'abisso, e che conduce all'abisso. La fotografia di questo articolo l'abisso lo racconta, l'abisso in cui sprofonda l'Africa, ricca di tutto ciò che di più prezioso esista e depredata di quanto di più prezioso esista.
Diamanti, certo. Oro, sempre oro. Ma il nuovo oro generato dalla fame della tecnologia si chiama coltan e cobalto. Senza coltan e cobalto non si potrebbe conservare nessuna energia in nessun dispositivo. Ora mi addentro in una terra che per anni ho attraversato - la terra dei minerali - ma resta un mondo fantastico. Il coltan è una miscela complessa di due minerali dal nome letterario: la columbite e la tantalite. "Nel 1801", mi racconta mia madre, "Charles Hatchett ritenne di aver scoperto un nuovo elemento chimico: chiamò questa "nuova terra" columbium, in onore di Cristoforo Colombo, e il minerale che lo conteneva columbite". Oggi il nome columbium è stato sostituito da niobio, ma il minerale resta la columbite. Anche la tantalite ha un nome letterario: nel 1802, A. G. Ekeberg la chiamò così perché, non sciogliendosi negli acidi, gli ricordò di re Tantalo, gettato nel Tartaro e condannato in eterno ad avere una fame e una sete che nessun cibo né l'acqua avrebbero mai placato.
Nonostante l'unione di due nomi così romantici, il coltan è il vero responsabile, con il cobalto, di conflitti insanabili (anche il cobalto ha un'etimologia affascinante, dal greco kobalos, coboldo: leggenda vuole fosse proprio un coboldo a ingannare i minatori e a far trovare cobalto invece di metalli preziosi). In Congo le fazioni in guerra per cobalto e coltan sono finanziate da società di mezzo mondo: americane, russe, cinesi, francesi, belghe. Una guerra mondiale che combattono le etnie locali. La morte dell'ambasciatore italiano Luca Attanasio ci ha mostrato come la nostra distrazione verso uomini capaci come lui si interrompa solo per eventi tragici. Attanasio conosceva il Congo nel profondo, ma di rado in Italia i conoscitori dell'Africa trovano spazio e attenzione per poter raccontare, ad esempio, le dinamiche di migrazione e sfruttamento, il disinteresse che rende interi Paesi terra di saccheggio.
Cobalto e coltan sono sistematicamente saccheggiati e hanno messo il Congo al centro del mondo della guerriglia: fazioni di volta in volta sostenute e armate dagli interessi di tutte le restanti aree del pianeta, tutti parimenti coinvolti nella infinita guerra mondiale congolese. Forse è proprio questa la parola che bisognerebbe usare per i conflitti africani: mondiali. La foto mostra un uomo giovanissimo che scende in un pozzo della miniera di coltan. Spesso sono impiegati bambini e ragazzini, soprattutto nelle gallerie a cielo coperto. Sono molto richiesti perché più agili, più piccoli ed elastici, adatti a spazi angusti. La mortalità è altissima per la velocità di scavo: il coltan somiglia a scaglie di liquirizia ed è in cunicoli raramente messi in sicurezza, che rovinano addosso ai minatori. Liquirizia amarissima, che lascia in bocca il sapore del sangue.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 12 marzo 2021
È stato presentato questa mattina in diretta Facebook e YouTube il XVII Rapporto di Antigone sulle carceri italiane. Il Rapporto è ogni anno frutto dell'Osservatorio sulle condizioni di detenzione in Italia, una struttura cui Antigone ha dato vita nel lontano 1998 e che coinvolge circa cento collaboratori volontari autorizzati dal ministero della Giustizia a visitare tutte le carceri italiane per adulti e per minori. Alla presentazione hanno preso parte il Capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Bernardo Petralia, il Capo Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità Gemma Tuccillo e il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà Mauro Palma.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 marzo 2021
Presentato il XVII rapporto dell'associazione Antigone, intitolato "Oltre il virus". Il garante Palma: "Bisogna intervenire su detenuti e trattamento".
"Le risorse del Recovery Fund non devono essere utilizzate per nuove carceri, ma per un nuovo sistema penitenziario". È la parola d'ordine di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, che ha introdotto durante la presentazione del XVII rapporto sulle carceri dal nome "Oltre il virus". "Bisogna investire in risorse sulle misure di comunità - ha osservato Gonnella - perché hanno solo un terzo delle risorse che ha a disposizione l'amministrazione penitenziaria. È strategico visto l'impatto che ha sulla lotta alla recidiva e su prospettive di integrazione sociale. Bisogna investire anche in termini di risorse umane, sia perché c'è bisogno quantitativamente di direttori, educatori, poliziotti, mediatori, sia perché c'è bisogno di giovani, nuova energia umana nell'amministrazione penitenziaria che proviene dai luoghi dello studio e delle passioni". Sempre il presidente di Antigone aggiunge la terza risorsa che deve essere investita: "C'è bisogno di modernizzazione, non è possibile che in alcuni casi, ancora oggi, non vengano garantiti i diritti allo studio o all'affettività per mancanza di strumenti. Il carcere non può essere premoderno, mentre il mondo di fuori viaggia verso la post modernità".
di Marta Rizzo
La Repubblica, 12 marzo 2021
Il XVII Rapporto Antigone segnala che i 189 istituti penali hanno bisogno di essere ancora spopolati e non solo per fronteggiare il virus. Crescono i suicidi, le donne detenute sono solo il 4,2%, gli stranieri non aumentano, mentre risultano buoni i sistemi e la gestione dell'epidemia nella giustizia minorile. Il Rapporto ci dice inoltre che Il numero di positivi oltre le sbarre è più alto di quello che sta fuori. Dentro le mura degli istituti di pena italiani sono morte 18 persone detenute e 10 guardie penitenziarie. I tassi medi di positivi, stando ai dati aggiornati al febbraio 2021, mostrano che su 10.000 reclusi, il numero di positivi era di 91 persone, mentre nel resto della popolazione 68.
di Andrea Carli
Il Sole 24 Ore, 12 marzo 2021
Le persone che lavorano per datori di lavori esterni sono circa 2mila, di cui la maggior parte è impiegata all'interno del carcere. L'emergenza sanitaria Covid ha riportato sotto i riflettori il tema del sovraffollamento delle carceri italiane. Il 29 febbraio di un anno fa, pochi giorni dopo la scoperta del paziente zero di Codogno, con un'Italia che non era ancora in lockdown le persone detenute erano 61.230. Un anno dopo, al 28 febbraio 2021 sono rimasti in 53.697. In dodici mesi 7.533 persone in meno, il 12,3% del totale.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 12 marzo 2021
61 persone si sono tolte la vita. L'anno della grande paura per il virus che si diffondeva, e ancora si diffonde, in cella, ma anche l'anno dell'introduzione della tecnologia per garantire, nei mesi più duri della pandemia, ai detenuti di poter sentire i familiari. L'anno della riduzione (indispensabile per fronteggiare il contagio) del sovraffollamento, che persiste ma non è più drammatico come negli anni scorsi. Ma anche l'anno in cui si è registrato un numero altissimo di suicidi nei penitenziari. Sessantuno persone si sono tolte la vita in prigione. Un numero così alto non si registrava da un ventennio. Questo è stato, in estrema sintesi, il 2020 per le carceri italiane. L'Associazione Antigone lo ha descritto nel report annuale, presentato oggi online. "Oltre il virus" è il titolo del lavoro. E oltre il virus sperano di andare le carceri, e il Paese tutto, anche grazie alla campagna di vaccinazione, iniziata anche nei penitenziari.











