di Liana Milella
La Repubblica, 11 marzo 2021
A un anno dalle rivolte scoppiate per la pandemia il direttore descrive un'amministrazione che ha cambiato passo rispetto a quando "era presa da sfiducia e timore, e prendeva decisioni tiepide per paura di sbagliare ed esporsi". Aumentano i contagiati, ma a fronte di più tamponi eseguiti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 marzo 2021
Percentuali da prefisso telefonico per quanto riguarda la vaccinazione per i detenuti e personale penitenziario. Non tutte le Regioni si sono attrezzate per le carceri e il tutto rischia di andare troppo al rilento. Abbiamo i numeri, aggiornati a lunedì 8 marzo, dei vaccinati e siamo ancora in altissimo mare per quanto riguarda la copertura per raggiungere l'immunità di gregge all'interno dei penitenziari.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 11 marzo 2021
Ha richiamato le sconosciutissime "Mandela Rules" che sono state approvate dall'Onu e vietano l'isolamento di un detenuto per più di 15 giorni. Non so se Marta Cartabia riuscirà nei prossimi giorni o mesi a riformare alcuni dei pasticci orrendi combinati dal povero Bonafede nei tre anni passati a far guai a via Arenula.
Non so se riuscirà a reintrodurre in fretta il principio sacrosanto e garantista e costituzionale della prescrizione. Non so se riuscirà a cancellare la "spazza-corrotti" (meglio dire la "spazza-diritti"), cioè la legge che stabilisce che prendere (o essere sospettati di aver preso) o dare una bustarella è reato assai più grave dello stupro.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 marzo 2021
Le detenute del carcere di Torino hanno inviato un appello alla ministra Cartabia la reintegrazione della liberazione anticipata speciale di 75 giorni. "Se indulto e amnistia non sono attuabili a causa delle diverse visioni politiche, la reintegrazione della liberazione anticipata speciale di 75 giorni estesa a tutta la popolazione detenuta compreso il 4bis, è una strada possibile".
di Errico Novi
Il Dubbio, 11 marzo 2021
I gruppi di lavoro tecnici lavoreranno agli emendamenti (anche sulla norma Bonafede) e non si confonderanno coi partiti: lunedì la ministra spiegherà l'alchimia alle Camere. C'è chi come Carlo Nordio definisce la prescrizione "una barbarie" ma propone di aggirare l'ostacolo con un'idea sorprendente, se avanzata da lui: rimandare la riforma del processo penale "a dopo la pandemia". Dopo aver evaso la vera priorità, vale a dire "la giustizia civile".
di Davide Varì
Il Dubbio, 11 marzo 2021
La ministra della giustizia è sotto attacco di chi le chiede di asfaltare la prescrizione di Bonafede. Ma lei la cambierà con la mediazione e la Costituzione. Inutile e ridondante evocare il Rino Formica della "politica è sangue e merda". In queste ore sarebbe forse più appropriato rispolverare il Mandela del compromesso: "Il compromesso è l'arte della leadership e i compromessi si fanno con gli avversari, non con gli amici". E quando Mandela parlava di avversari non aveva esattamente in mente i volti, tutto sommato paciosi, di Vito Crimi e Alfonso Bonafede, ma quelli arcigni di Botha e della sua agghiacciante apartheid. Insomma, tutto questo per dire che chi, in questi primissimi giorni di governo alza il sopracciglio per l'eccessiva prudenza della ministra Cartabia in materia di prescrizione, forse dovrebbe ridare un'occhiata alla composizione di questa larghissima maggioranza. E magari ripensare al richiamo di Mandela.
Oppure fare un salto a via Arenula dove scoprirebbe che 5Stelle e Forza Italia, i due partiti in assoluto più distanti sui temi della giustizia, hanno piazzato due "sentinelle" - una delle quali, Paolo Sisto, preparatissimo - che seguono passo passo i movimenti della ministra.
La quale, anche questo bisogna pur dirlo, non è più, o non è solo, la professoressa di diritto che amava "dialogare" con cardinal Martini sui temi della pena e del recupero dei detenuti (e per chi non lo avesse ancora fatto legga e rilegga il suo libro "Un'altra storia inizia qui") ma è soprattutto, almeno per ora, la ministra della giustizia sostenuta da una maggioranza di governo che include garantisti col pedigree e tifosi del "buttiamo le chiavi delle galere".
E di fronte a questo panorama la ministra Cartabia ha due opzioni: passare come un caterpillar sulle pretese grilline di salvare la prescrizione riformata da Bonafede - un obbrobrio giuridico scritto con la pancia e la bile degli italiani amanti delle manette - col rischio, anzi la certezza, di frantumare il giovanissimo governo Draghi; oppure iniziare un paziente e costante lavoro di mediazione per cercare di limitare gli effetti nefasti di quella legge senza piazzare mine sotto la poltrona del premier.
Insomma, Marta Cartabia è chiamata a scegliere tra la battaglia di principio e la battaglia politica. A noi sembra che abbia vinto quest'ultima e siamo certi che i suoi dialoghi con cardinal Martini, la ministra Cartabia li ha ancora ben scolpiti nella testa e nel cuore e mai e poi mai rinuncerebbe al principio del giusto processo. E un processo è giusto quando rispetta la ragionevole durata. Questo lo sappiamo noi ma lo sa bene anche lei.
di Simona Musco
Il Dubbio, 11 marzo 2021
Continuano le disfunzioni nonostante l'obbligo di deposito telematico. Oggi il conclave della Giunta dell'Ucpi. "Forti iniziative di protesta". La frase è breve, ma racchiude la rabbia accumulata da giorni. Una rabbia che l'Unione delle Camere penali non vuole più tenere per sé, scendendo in campo per pretendere dal ministero della Giustizia un servizio efficiente. Al centro della polemica c'è il portale telematico, sempre più spesso in down.
Il problema più grosso è legato all'esclusività del mezzo, "sancita con decreto ministeriale in spregio alla gerarchia delle fonti", contestano da giorni i penalisti. E se, da un lato, alcune Procure hanno autorizzato metodi alternativi attraverso apposite circolari, dall'altro sono nati protocolli locali per gestire i casi di malfunzionamento. E ciò, secondo l'Ucpi, non fa altro che alimentare il fenomeno del "federalismo giudiziario", che tanto aveva fatto discutere nel periodo più buio della pandemia.
Le disfunzioni, ha evidenziato l'Ucpi, "sono a volte di natura tecnica, molto spesso di natura umana poiché necessariamente il portale si misura con il personale amministrativo, non sempre formato ed indirizzato a correttamente operare - si legge in una nota -. Non è accettabile che la salvezza di atti (alcuni con un portato assai alto in tema di conseguenze possibili) sia rimessa ad un sistema senza rete".
Un tema che oggi la Giunta dell'Ucpi porterà a conclave, per decidere come muoversi di fronte alle centinaia di segnalazioni arrivate da tutta Italia, segnalazioni tutte identiche, che certificano "l'insostenibile disfunzione" del portale, il tutto a danno dell'esercizio del diritto di difesa. "Disfunzioni - afferma l'Unione delle Camere penali - aggravate dalla ingiustificabile disposizione che ne rende obbligatorio l'uso, precludendo la possibilità di depositare gli atti anche con le modalità e nelle forme tradizionali".
La babele regolamentare che si sta determinando in tutti i fori d'Italia, continuano i penalisti, "esige risposte chiare e non più rinviabili. La Giunta valuterà l'adozione di forme di protesta adeguate alla gravità della situazione determinatasi in tutti gli uffici giudiziari italiani, e rileva come sia tuttora rimasta senza riscontro la ragionevole richiesta di ripristinare, in via transitoria, le modalità tradizionali di deposito degli atti difensivi e di accesso ai fascicoli processuali".
Nei giorni scorsi, l'Unione aveva fatto appello al ministro Cartabia, chiedendo l'introduzione di un regime transitorio, richiesta ribadita ieri dalle colonne del Dubbio anche dalla Camera penale di Roma. Il deposito telematico è, di base, una conquista dei penalisti, che per fronteggiare l'emergenza pandemia e il conseguente rallentamento della macchina della Giustizia avevano chiesto al ministero di autorizzare il deposito degli atti via pec. Ma "fuori da ogni interlocuzione, la burocrazia ministeriale ha predisposto regole per il funzionamento di tale nuova modalità di deposito, alcune delle quali si sono poi rivelate fonti di inutili complicazioni", si legge in una nota di qualche giorno fa. Ed ecco fatto il danno: il portale, nato per consentire l'accesso "da remoto" al fascicolo del pubblico ministero ed il deposito degli atti difensivi relativi alla fase delle indagini preliminari - e che prevede una illogica inammissibilità per il deposito delle impugnazioni - ha finito per complicare la vita agli avvocati.
E in sede di conversione, anziché prevedere un periodo transitorio, è stato ampliato il novero degli atti soggetti ad esclusivo deposito telematico. L'ultima novità è quella del 12 febbraio scorso, quando è stato introdotto il cosiddetto "atto abilitante" con il quale accompagnare il deposito dell'atto di nomina nella fase delle indagini preliminari, sulla cui natura, contesta l'Ucpi, non si sa ancora molto. Elementi che, raggruppati, per i penalisti rappresentano l'ennesimo ostacolo al diritto di difesa.
"La situazione attuale genera una crescente incertezza ed una progressiva e sempre maggiore disomogeneità degli strumenti a disposizione nei diversi territori e, come segnalato dalle Camere penali territoriali, mette concretamente a repentaglio l'esercizio del diritto di difesa e la possibilità di garantire agli assistiti il corretto rispetto dei termini e delle scadenze processuali", protestano. I problemi sono tanti: dai limiti ai files che è possibile caricare a difficoltà ad accedere al sistema, nonché intoppi in fase di caricamento.
E così, spesso, l'unica alternativa è depositare a mano, opzione sulla cui legittimità le cancellerie sollevano più di un dubbio. Per tale motivo l'Ucpi aveva già chiesto a Cartabia "un intervento diretto per definire quanto prima, in via transitoria, il ripristino anche delle modalità tradizionali di deposito degli atti difensivi e di accesso ai fascicoli processuali". Ma ora si passa alla protesta.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 11 marzo 2021
Dopo le numerose proteste degli ultimi giorni, la Camera Penale di Napoli interviene sul caso di Fortuna Bellisario per ribadire che "abbiamo il dovere di non cedere a pulsioni irrazionali e di ricordare che la giustizia non può mai essere vendetta".
"Assistiamo ancora una volta ad una forte pressione mediatica che potrebbe anche involontariamente influire sul corretto esercizio della giurisdizione": a dirlo al Dubbio è l'avvocato Angelo Mastrocola, segretario della Camera Penale di Napoli, in merito ad una vicenda quantomeno originale se non preoccupante per la serena amministrazione della giustizia.
È opportuno che un Presidente di Tribunale rilasci una intervista in cui solleva dubbi su alcuni aspetti della decisione di un Gup in materia cautelare, rispetto ad un fatto di cronaca che ha comportato addirittura manifestazioni di parenti e amici della vittima e sdegno mediatico? Il contesto è il seguente: la giovane Fortuna Bellisario è stata uccisa nel 2019 con una stampella ortopedica dal compagno, che per questo delitto è stato condannato a dieci anni con rito abbreviato, riconosciuto colpevole di omicidio preterintenzionale, come richiesto dallo stesso Pm. Qualche giorno fa, dopo due anni di carcere, l'uomo è andato ai domiciliari, perché il Gup ha accolto il ricorso dell'avvocato e lo ha giudicato non pericoloso socialmente.
La decisione ha scatenato numerose proteste e anche un flash mob dinanzi al Palazzo di Giustizia con uno striscione "In-Giustizia per Fortuna". Quanto accaduto è stato commentato anche in una intervista fatta su Repubblica alla dottoressa Elisabetta Garzo, da un anno al vertice del Tribunale di Napoli, e dal titolo "Garzo: Caso Fortuna, inopportuni i domiciliari nella casa del massacro": "premessa importante - dice la dottoressa Garzo - non posso entrare in alcuna valutazione sul provvedimento" ma, sollecitata dalla giornalista, prosegue: "ecco, forse doveva essere valutata con ancora ulteriore rigore, rispetto a quello che il giudice avrà adottato, dove e come concedere i domiciliari. Questo mi sento di dirlo. Magari, non avrei destinato quell'uomo nella stessa casa dove era avvenuto il massacro della donna".
Queste dichiarazioni insieme alla campagna mediatica e ai sit-in di protesta sotto il Tribunale hanno suscitato una reazione critica da parte della Camera Penale di Napoli che ha elaborato un lungo documento, siglato dal Presidente Marco Campora e dal segretario Mastrocola, per stigmatizzare quel corto circuito che si è creato tra media, magistrati e tribunale del popolo intorno al caso della donna uccisa. "Siamo vicini ai familiari ed agli amici della sventurata Fortuna Bellisario - scrive la Camera Penale - ne comprendiamo il dolore sordo ed insopportabile, la rabbia e finanche una - per loro comprensibile - volontà di vendetta". Tuttavia, proseguono i penalisti, "noi - e cioè tutti quelli che non hanno perso una persona cara in questa vicenda - abbiamo il dovere di non cedere a pulsioni irrazionali, di ricordare che la giustizia non può mai essere vendetta e che la qualità della funzione giurisdizionale non si misura sulla base degli anni di galera che vengono inflitti. Concetti basilari che, tuttavia, negli ultimi anni sono costantemente messi in discussione da un populismo penale che sembra ormai aver smarrito anche un qualsivoglia sub-strato ideologico per degradare a mero istinto o riflesso di maniera. Allo stesso modo, occorre sempre ribadire che i processi non si occupano mai dei fenomeni ma solo ed esclusivamente di singoli casi, ognuno diverso dall'altro". Il tema "femminicidio" è meramente culturale prima che penale: "Nessun ergastolo, infatti, eviterà un nuovo femminicidio in futuro. Nessuna pena esemplare potrà avere efficacia dissuasiva di condotte che sfuggono completamente allo schema del rapporto costi/benefici; solo una nuova struttura materiale e culturale della società (che sia pur in tempi lunghissimi sta evolvendo nei termini auspicati) consentirà davvero alle donne di allontanarsi in tempo dai propri aguzzini".
E comunque, ricordano gli avvocati, la decisione è stata emessa rispettando quello che prevede il codice: "Dunque, nessuno scandalo, nessuna "eccentricità" ma una sentenza assolutamente coerente ed in linea con la produzione giurisprudenziale quotidianamente emessa. E, ciononostante, a seguito della lettura del dispositivo sono partite le solite proteste: la pena è troppo bassa, l'imputato uscirà di galera dopo pochi anni, anzi è già libero perché il Gup gli ha concesso gli arresti domiciliari! È un format che si autoalimenta e che sta inesorabilmente avvelenando la qualità della nostra democrazia". Aggiungiamo: sta immolando il garantismo sull'altare di una presunta sicurezza collettiva.
Ma l'aspetto forse più importante che mette in evidenza la Camera Penale è che questa ondata di indignazione popolare a cui la stampa ha dato ampia eco, senza minimamente dare conto dei meccanismi del giusto processo, avrebbe spinto persino il Presidente del Tribunale di Napoli a sollevare obiezioni su un aspetto della decisione del Gup: "Le spinte provenienti dall'esterno sono talmente forti che ormai travolgono, talvolta, anche i protagonisti della giurisdizione, tanto che finanche il Presidente del Tribunale si è lasciato andare, in un'intervista pubblica, a valutazioni critiche in ordine ai provvedimenti emessi dal Gup.
Nonostante il garbo e la cautela delle affermazioni, infatti, dalla intervista emerge chiaramente - allorquando si afferma che "forse la vicenda doveva essere valutata con ancora ulteriore rigore" o "magari, non avrei destinato quell'uomo nella stessa casa dove era avvenuto il massacro della donna" - una presa di distanza dalle valutazioni del Gup. Ma non solo: simili dichiarazioni rischiano di condizionare inconsciamente anche i giudici che si occuperanno in futuro della vicenda e, in particolare, i giudici del riesame che a breve saranno chiamati a rivalutare, a seguito di ricorso della Procura, la situazione cautelare dell'imputato".
Non ravvisate qualcosa di completamente stonato nel connubio tra pressione mediatica e esercizio della giurisdizione? "Per carità, le sentenze sono sempre criticabili - dicono Campora e Mastrocola - ed ognuno può legittimamente ritenere - previo ovviamente adeguato e consapevole studio dell'incartamento processuale - che la pena comminata sia troppo bassa o che il titolo di reato sia sbagliato. [...] E, tuttavia, occorre registrare che la critica è sempre unidirezionale e colpisce unicamente le sentenze di assoluzione o le sentenze di condanna ad una pena non draconiana. Nessuno mai si azzarda a criticare una sentenza che commina un ergastolo, mentre costituiscono ormai un topos le grida - di solito: "Vergogna, Vergogna!" -delle vittime, spalleggiate sovente da "agitatori" politici o dell'informazione, alla lettura dei dispositivi che assolvono l'imputato o che lo condannano ad una pena non ritenuta abbastanza severa".
Ci piace concludere con quanto scritto in "A furor di popolo" (Donzelli Editore), dal professore e avvocato Ennio Amodio, secondo cui oggi la giustizia è caratterizzata da fenomeni anti-costituzionali e anti-illuministi: "alla razionalità si sostituisce l'emotività delle vittime di reati; al rispetto della dignità umana subentra la collera, che spinge a vedere nel delinquente un nemico da eliminare; la proporzionalità della pena cede il posto a un estremismo sanzionatorio che pretende dal giudice pene sempre più aspre; il carcere, infine, diventa il luogo elettivo per segregare chi ha sbagliato, al fine di garantire al massimo la sicurezza collettiva".
di Angela Stella
Il Riformista, 11 marzo 2021
Gli strani giri della vita sono tutti qui: a breve per Ambrogio Crespi si apriranno le porte del carcere milanese di Opera. Lo stesso carcere dove aveva scontato 200 giorni di carcerazione preventiva, di cui 65 in isolamento, con l'accusa di concorso esterno in associazione di stampo mafioso e voto di scambio, e dove era tornato da uomo libero per girare il docu-film "Spes contra Spem - Liberi dentro".
Due giorni fa il regista, che ha iniziato la sua carriera collaborando alle produzioni televisive e teatrali di Gianfranco Funari, è stato condannato dalla Cassazione in via definitiva a sei anni di reclusione, perché accusato di aver procurato voti a Domenico Zambetti, assessore alla Casa della giunta Formigoni, per le regionali del 2010, servendosi di conoscenze in ambienti della 'ndrangheta.
Eppure la Procura Generale aveva chiesto l'annullamento con rinvio della sentenza d'appello. "Sono sconcertato dall'esito del ricorso" ha detto all'Adnkronos l'avvocato Riccardo Olivo, difensore insieme a Marcello Elia: "Crespi non si è reso responsabile di alcun illecito, la lettura degli atti non lascia dubbi. È quindi grandissimo il rammarico di vedere dichiarata la colpevolezza di un innocente quale è Ambrogio".
Crespi, tirato in ballo da alcune intercettazioni, si è sempre dichiarato innocente. Il processo ha fatto molto discutere per le tantissime incongruenze, raccolte anche nel libro di Marco Del Freo Il Caso Crespi. Il caso giudiziario del regista Ambrogio Crespi. L'analisi di tutti i documenti (Male Edizioni, 2019). Come ha scritto il Presidente onorario di Cassazione, Alfonso Giordano, nella prefazione "anche per chi non abbia una approfondita conoscenza della personalità del Crespi, qualcosa stride nei due documenti giudiziari; e soprattutto poco convincenti appaiono certe credulità che hanno costituito i plinti dell'edificio usato per condannarlo in primo grado a dodici anni di reclusione, ridotti a sei in fase d'appello".
Ripercorriamo brevemente la vicenda giudiziaria: Ambrogio Crespi viene arrestato il 12 ottobre 2012. Ore 4:30, la famiglia - Ambrogio, la moglie Helene, e il figlioletto di 4 mesi - dorme, ma improvvisamente il campanello comincia a suonare, insistente e violento. Il risveglio all'improvviso, la paura, la corsa ad aprire: i carabinieri invadono casa, la mettono a soqquadro, svuotano i cassetti, ribaltano i letti. È l'inizio di un incubo, è l'incredulità che si impossessa di tutti, è il primo doloroso capitolo della storia vera di un uomo che per la giustizia è uno 'Ndranghetista, mentre per altri, come diceva Marco Pannella, era ed è un nuovo Enzo Tortora. Crespi viene portato ad Opera, dove trascorrerà circa sette mesi di carcerazione preventiva, definita dal leader radicale "vergognosa e ignobile".
L'8 febbraio 2017 il Tribunale di Milano lo condannerà a 12 anni di reclusione, per concorso esterno in associazione mafiosa, dandogli sei anni in più di quelli richiesti dal pm. Per il Tribunale l'uomo, forte delle sue conoscenze in ambito malavitoso, aveva contribuito a far convergere circa 3 mila voti su Domenico Zambetti, condannato nello stesso processo a 13 anni e 6 mesi per aver acquistato questi e altri voti, durante le elezioni regionali lombarde del 2010.
Il pm aveva indagato Crespi perché aveva sentito fare il suo nome nel corso di svariate intercettazioni effettuate nel 2011 tra personaggi legati alla criminalità organizzata. Le uniche prove a suo carico sono infatti le intercettazioni tra due uomini, uno dei quali, E. C., accuserà Crespi per poi ritrattare: "La storia dei voti procurati da Crespi Ambrogio a Zambetti me la sono inventata di sana pianta. Ho iniziato all'età di sedici anni a millantare su tutta la mia vita. Il motivo non glielo so dire. Non ero contento della mia vita e mi sono creato una identità parallela. Dicevo di essere un commercialista, avvocato, architetto, ingegnere. È qualcosa di insito nella mia natura. Nell'ultimo periodo mi sono vantato di essere 'ndranghetista" (Fonte, Il Giornale 2014).
Successivamente una perizia del giudice appurerà che l'uomo era affetto da disturbi mentali. Tutto questo non servirà a sottrarre dalla tenaglia della giustizia Ambrogio Crespi, seppur in appello, il 23 maggio 2018, la pena verrà ridotta a sei anni. Ora l'uomo, che intanto è diventato papà di un secondo bambino, ha davanti a sé oltre cinque anni di carcere, dovendo sottrarre ai 6 anni definitivi i circa 7 mesi di carcerazione preventiva. Questa decisione ha provocato molto turbamento perché chi conosce Ambrogio Crespi, da sempre sostenitore delle lotte del Partito Radicale, non riesce a credere in questa "ingiustizia", a partire da suo fratello Luigi: "Con Nessuno Tocchi Caino, mio fratello ha realizzato il film Spes contra spem-Liberi dentro menzionato al Festival di Venezia, per cui tra gli altri, il già Ministro della giustizia Andrea Orlando, Santi Consolo, ex capo del Dap, il procuratore generale di Napoli, Giovanni Melillo, e l'ex direttore del carcere di Opera, oggi a San Vittore, Giacinto Siciliano, hanno affermato che quel film rappresenta un lenzuolo bianco contro le mafie perché capace di destabilizzarne la cultura".
Luigi Crespi ha anche aggiunto in un video su Facebook che adesso "avrà inizio un percorso nel quale non solo chiederò la revisione del processo, ma chiederò, sulla base dell'ingiustizia subita, la grazia al Presidente della Repubblica Mattarella". Gli fa eco proprio il Segretario di Nessuno Tocchi Caino, Sergio D'Elia, con cui Ambrogio stava girando il seguito di Spes contra Spem: "È stato condannato un innocente. Umanamente, oltre che giuridicamente, è paradossale che l'autore di questo manifesto della lotta alla mafia, ma anche un capolavoro artistico, politico, umano e civile, sia stato condannato per associazione di stampo mafioso a sei anni di carcere".
Sta tutta qui per molti la bizzarria di questa vicenda: come può un uomo impegnato in prima linea per la legalità, per il rispetto dei diritti degli ultimi, che con la sua opera è andato a dare speranza a chi speranza non ha - come i reclusi al fine pena mai - che don Luigi Merola ha definito "esempio di lotta alla criminalità" mentre lavoravano insieme al progetto Terra Mia, film denuncia della criminalità ed alla canzone Ora Basta creata per Noemi, la piccola di soli 4 anni colpita da una pallottola durante un agguato di camorra a piazza Nazionale a Napoli, come può essere proprio lui l'origine di quel male che infetta la parte buona della nostra società?
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 11 marzo 2021
Il diniego all'istanza di applicazione della massima riduzione della pena deve essere esplicitato anche sommariamente. La Cassazione accoglie in parte il ricorso di un uomo condannato per atti sessuali verso un minore infraquattordicenne, il quale - a fronte del riconoscimento delle attenuanti generiche sia in primo sia in secondo grado - lamentava la mancata riduzione massima della pena, pari a un terzo.
In particolare, la Cassazione aderisce al rilievo del ricorrente, perché nell'esercizio del suo potere discrezionale (in ordine alla riduzione della pena conseguente al riconoscimento delle attenuanti) il giudice di appello, nel caso specifico, avrebbe mancato di motivare puntualmente sull'espressa richiesta dell'appellante.
Con la sentenza n. 9408/2021 la Cassazione, infatti, ricorda che se non è necessaria una motivazione puntuale del giudice sulla misurazione della pena in applicazione delle attenuanti è, invece, necessaria una specifica risposta del giudice a fronte di richiesta dell'imputato circostanziata sul calcolo della pena "attenuata".
Il giudice, quindi, nello stabilire la pena a fronte della ricorrenza di circostanze attenuanti il reato, non deve di regola ribattere - punto per punto - gli elementi favorevoli all'imputatole e ben può valorizzare quelli sfavorevoli o ostativi al riconoscimento della massima riduzione. Però trattandosi di esercizio di un potere discrezionale da parte del giudice, è necessario che dal contesto della decisione emerga una compiuta valutazione complessiva che garantisca il raggiungimento di un giudizio equo e proporzionato rispetto alla pena "individualizzata".
La Cassazione, nel rinviare al giudice di merito la questione, detta il principio da seguire: "Sebbene il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche nella massima estensione di un terzo possa giustificarsi in base al rilievo implicito conferito a dati significativi emergenti dal tenore complessivo della motivazione, nondimeno, a fronte di specifica richiesta dell'imputato, volta all'ottenimento della più ampia riduzione, il giudice di merito non può esimersi dall'esplicitare anche sommariamente, le plausibili ragioni a sostegno del rigetto di detta richiesta, dando così conto del corretto uso del potere discrezionale affidatogli dalla legge".
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