di Angela Stella
Il Riformista, 11 marzo 2021
Sono 50 i detenuti che hanno contratto l'infezione da Covid-19 nel carcere di Volterra, in provincia di Pisa; fortunatamente sono in buone condizioni di salute, molti sono asintomatici al momento. Da stamattina verrà completato il tracciamento interno alla struttura detentiva rivolto anche al personale penitenziario e a chiunque abbia accesso alla casa di reclusione per motivi di lavoro: "Da domani (oggi, ndr) - ha annunciato il sindaco volterrano, Giacomo Santi - scatterà un ulteriore screening a tappeto per tutti i familiari delle persone che accedono al carcere: sono circa 90 famiglie e oltre 200 persone".
Lo screening verrà effettuato impiegando i test antigenici rapidi e in caso di sospetta positività su ciascun individuo sarà ripetuto il tampone molecolare per confermare o escludere il risultato precedente. Nel corso dello screening effettuato all'interno della casa di reclusione sono state individuate anche due positività su persone, una delle quali residente fuori dal Comune di Volterra, che dall'esterno hanno accesso alla struttura per motivi di lavoro e che potrebbero avere innescato il focolaio anche se al momento non ci sono conferme da parte delle autorità sanitarie. Due giorni fa era stata la deputata dem Lucia Ciampi a sollevare il problema della vaccinazione: "La vaccinazione di detenuti e personale delle carceri va accelerata. Il caso di Volterra è emblematico e rischia di creare una situazione incontrollabile".
Eppure priorità per la vaccinazione era stata data al personale degli uffici giudiziari, di età compresa tra i 18 e i 65, inserito dalla Regione tra i servizi pubblici essenziali. Infatti proprio il Procuratore generale presso la Corte d'Appello di Firenze, Marcello Viola, era stato tra i primi a rivolgersi al Presidente della Toscana, Eugenio Giani, per chiedere di integrare l'ammissione al desiderato antidoto anti-Covid per chi svolge un servizio essenziale come i magistrati.
Ed è stato accontentato. Ora, come leggiamo sul sito della Regione Toscana, le dosi di Astrazeneca sono terminate e non è più possibile prenotarsi per questa categoria. E allora quando toccherà ai reclusi toscani, visto che dopo dovrebbe spettare proprio a loro la dose Astrazeneca? Non sarebbe il caso di rivedere la lista di priorità?
di Francesco Campi
Il Gazzettino, 11 marzo 2021
Il Covid si fa strada anche in carcere, con le porte che si chiudono non solo in uscita, ma anche in entrata. Il tutto apparentemente in sintonia con l'adagio popolare che parla di porte, di stalle e di buoi. Perché, se proprio ieri sono iniziate le somministrazioni di vaccino ai detenuti, che saranno seguiti a ruota già nelle prossime ore dal personale della polizia penitenziaria, la scorsa settimana è scoppiato un focolaio all'interno della casa circondariale di Rovigo.
Un focolaio consistente, il cui perimetro sembra essere stato circoscritto a un totale di 26 casi, 21 fra i detenuti e 5 fra gli operatori, più precisamente quattro agenti di polizia penitenziaria e un impiegato amministrativo. Tutti i detenuti con positività sono stati trasferiti nell'apposita area di isolamento, uno però, nei giorni scorsi, aveva presentato un quadro sintomatologico abbastanza preoccupante così da portare al suo ricovero: per alcuni giorni è stato piantonato nel reparto di Malattie infettive all'ospedale di Rovigo, con difficoltà ulteriori visti i ranghi già ridotti a causa dei contagi fra gli agenti di Polizia penitenziaria. A Rovigo l'area di isolamento, prevista dagli appositi protocolli, ha una capienza di 34 posti, ma una così massiccia presenza nelle aree Covid complica le operazioni di filtro che sono attivate nel caso di nuovi ingressi.
Secondo la circolare organizzativa, infatti, all'interno di ogni istituto è stato realizzato un reparto isolamento in cui collocare i detenuti appena arrestati e i detenuti provenienti da altri istituti di pena, in attesa dell'esito del tampone, e anche i detenuti che risultino positivi al Covid. Il fatto che sia stata saturata con la ventina di positivi "interni" ha fatto sì che venisse deciso, come era già successo nei mesi scorsi in altre realtà, come a Venezia, il blocco agli ingressi: al momento nella struttura carceraria rodigina, quindi, non entra più nessuno. In caso di arresti, quindi, la struttura di riferimento diventa il carcere Due Palazzi di Padova o, in alternativa, il carcere di Verona Montorio. In questo momento, con l'ultimo dato aggiornato al 28 febbraio, nella casa circondariale di Rovigo si trovano 200 detenuti, 79 dei quali stranieri.
Sostanzialmente, quasi la capienza massima, prevista a quota 208, e un numero fortunatamente inferiore rispetto a quello dei 258 detenuti che si trovavano reclusi esattamente un anno fa, quando la situazione si era fatta esplosiva. Proprio nel marzo dello scorso anno, al primo dilagare del virus ancora di fatto sconosciuto, su indicazione della direzione dell'Ulss erano state individuate stanze di isolamento nell'area sanitaria, per tenere sotto controllo eventuali detenuti con sintomi sospetti, ed era stata allestita una tensostruttura all'ingresso dove, allora, il personale sanitario dell'Ulss eseguiva un triage con misurazione della febbre a tutte le persone in ingresso.
"Il personale, sia medico che infermieristico, sta facendo un grande lavoro sia clinico che psicologico, gli infermieri, durante il giro di terapia e quando i detenuti vengono in area sanitaria li sostengono anche a livello umano", aveva sottolineato al tempo l'ormai ex direttore generale dell'Ulss Polesana Antonio Compostella. "Non si sa al momento quale possa essere stato il canale d'ingresso del virus - sottolinea Gianpietro Pegoraro della Fp Cgil penitenziari -, però ora la situazione sembra essere sotto controllo. Tutti sono stati sottoposti a un doppio giro di tamponi. E finalmente sono iniziate anche le vaccinazioni, ma questo focolaio è l'evidente conferma di come il carcere, per le sue caratteristiche, dovesse essere raggiunto prima dalla campagna vaccinale". I contagi aggiungono difficoltà a difficoltà, è un cane che si morde la coda: in un simile momento, per i reati minori bisognava aumentare ulteriormente il ricorso alla detenzione domiciliare".
di Antonio Ianniello*
Il Resto del Carlino, 11 marzo 2021
Si è trattato di un anno molto duro sotto il profilo delle condizioni detentive e anche delle condizioni di lavoro di tutte le professionalità dell'ambito penitenziario. Come noto, la Dozza, fra lunedì 9 marzo e martedì 10 marzo 2020, è stata teatro di violenti disordini nel reparto giudiziario che hanno comportato la devastazione di vari ambienti.
Pesante il bilancio: una persona detenuta morta per eventi legati ai disordini; ferimenti degli operatori; ingenti danni. Ma è doveroso rimarcare che la maggioranza delle persone detenute ha adottato comportamenti orientati al senso di responsabilità. Prevalente è stato anche il numero di coloro che, in quegli stessi spazi in cui si sono consumati i disordini, non vi ha preso parte, risultando tentativi di contrastare gli atti di devastazione.
Dopo c'è stato un drastico peggioramento delle condizioni detentive nel reparto giudiziario: le celle sono rimaste chiuse h24 per almeno un mese, mancando le condizioni strutturali di sicurezza. Permane il sovraffollamento, in crescita, che può aggravare il rischio sanitario, potendo la mancanza di distanziamento fisico fungere da acceleratore della diffusione del contagio. Al 29 febbraio 2020 erano presenti 891 persone per una capienza di 500. Al 30 giugno 2020 674.
Oggi circa 750. Le attività trattamentali hanno risentito dell'emergenza sanitaria - con interruzioni connesse all'andamento del contagio all'interno - ma bisogna riconoscere che il locale livello di gestione penitenziaria ha tentato sempre di preservarne lo svolgimento, pur dovendo essere sensibilmente ricalibrate. Sono stati riaperti i colloqui familiari, pur con limitazioni (fra cui l'impossibilità del contatto fisico) ed è stata data la possibilità di fare videochiamate in aggiunta alle telefonate ordinarie il cui numero è stato ampliato. Ora sono partite le vaccinazioni per gli operatori penitenziari e si spera che a breve possano estendersi alle persone detenute, così che la comunità penitenziaria possa essere messa in sicurezza sanitaria.
*Garante dei detenuti di Bologna
Il Gazzettino, 11 marzo 2021
Positive in 8: tamponi a tutte. Finora il carcere femminile della Giudecca era rimasto estraneo al virus: nessun focolaio, come invece accaduto a dicembre nel penitenziario maschile di Santa Maria Maggiore e la prima dose di vaccini alle detenute conclusa nei giorni scorsi. Ma ieri mattina, la scontro con la realtà più cruda di questi tempi di pandemia: di colpo, uno dietro l'altro, si sono verificati otto casi di positività al nemico invisibile. Sei riguardano altrettante agenti di polizia penitenziaria, mentre due sono detenute, una in regime di semilibertà e una che lavora nella cucina della casa di reclusione della Giudecca. Tutte e otto le contagiate stanno bene e non hanno presentato i sintomi tipici della malattia. Non si sa se le due detenute si fossero vaccinate mentre per le agenti, l'appuntamento era fissato al 18 marzo.
La scoperta della positività ha fatto scattare un giro di vite attorno al carcere che, per disposizione dell'amministrazione penitenziaria del Triveneto, è stato chiuso alle visite mentre eventuali nuove detenute dovranno trascorrere una quarantena in una zona dedicata all'isolamento sanitario, per evitare che il virus si diffonda in maniera ancora più forte e possa, così, dilagare.
Per contrastare il virus e dar vita al tracciamento, gli infermieri della cooperativa che presta servizio medico alla Giudecca hanno iniziato una serie di tamponi alle detenute e al personale della struttura di reclusione, in modo da scovare eventuali nuove positività e così isolarle senza trovarsi a fare i conti da un momento all'altro con un bubbone a quel punto quasi incontrollabile.
Non è chiaro come il Covid sia potuto entrare all'interno del penitenziario dell'isola: quello che è certo è che la detenuta in regime di semilibertà è diventata positiva per un contatto sul posto di lavoro all'esterno del carcere.
Difficile dire che sia stata lei a trasmettere il virus anche perché, proprio per il regime di detenzione in semilibertà, la detenuta ha una sua entrata e una sua uscita dal carcere ed essendo l'unica che gode del lavoro extra-carcere, vive già in una sorta di distanziamento sociale dalle altre recluse.
Per questo il lavoro di tracciamento sarà fondamentale, come sarà importante anche l'eventuale invio, da parte dell'Ulss 3, dei tamponi del focolaio all'Istituto Zooprofilattico delle Venezie di Legnaro, nel Padovano, per verificare che la diffusione del virus così velocemente, non sia legata alla presenza di una delle varianti al Covid-19 che si dimostrano essere più aggressive rispetto alla forma originaria. Un focolaio era esploso a dicembre, ma nel carcere maschile di Venezia, quando c'erano stati contagi tra detenuti e agenti della polizia penitenziaria.
di Maurizio Papa
agenziadire.com, 11 marzo 2021
Dal carcere della Dozza è partita un'iniziativa di solidarietà per i profughi in viaggio sulla rotta balcanica: "Ci è capitato di vedere in tv la situazione drammatica che stanno vivendo e abbiamo deciso di dare il nostro contributo". Dalla condizione difficile di recluso a quella disperata dei migranti bloccati in Bosnia. È il cuore dell'iniziativa di solidarietà di una cinquantina di detenuti della Dozza di Bologna, che hanno deciso di promuovere una raccolta fondi per mandare un sostegno ai profughi in viaggio sulla rotta balcanica tramite l'associazione La Villetta, una delle realtà che sotto le Due torri sono impegnate nell'invio di aiuti umanitari nei Balcani.
"Solidarietà per le persone bloccate in Bosnia", è il titolo dell'appello che i detenuti delle sezioni penali hanno condiviso per raccogliere il denaro. "In queste settimane, più di una volta, ci è capitato di vedere per televisione la situazione drammatica che stanno vivendo, nel nord della Bosnia, migliaia di migranti (uomini, donne e bambini) in cammino lungo la rotta balcanica", prosegue il testo: "Respinti dalle Polizie di frontiera dei vari confini, sono costretti a sopravvivere al freddo e al gelo, molto spesso senza cibo e acqua, in una situazione di continue violenze e di negazione dei diritti più elementari".
Alla luce di queste scene, "nella nostra particolare contingenza di persone detenute- continua l'appello - ci sentiamo vicini a questi esseri umani che, nel terzo millennio, a meno di 500 chilometri da Bologna, tentano di resistere a condizioni di vita che fanno venire in mente i campi di concentramento delle tante guerre di cui è pieno il mondo. Nel nostro piccolo abbiamo deciso di dare anche noi il nostro contributo con un gesto minimo e semplice".
E così, come "hanno già fatto organizzazioni e movimenti umanitari, con raccolte di fondi, vestiario, generi di prima necessità e alimenti, anche noi vogliamo esprimere solidarietà a tante persone che soffrono", scrivono i detenuti. "Abbiamo scelto perciò di effettuare una donazione in denaro (ciascuno secondo le sue possibilità) - si conclude il testo visionato dalla Dire - all'associazione di solidarietà La Villetta, che da alcune settimane ha avviato una raccolta di aiuti umanitari per le persone migranti bloccate in Bosnia e organizza spedizioni dei materiali raccolti". Il risultato finale della raccolta ammonta a diverse centinaia di euro.
Non è la prima iniziativa di solidarietà nata tra le celle del carcere bolognese in questo periodo. Un'altra, meno di due mesi fa, è stata raccontata dagli attivisti della Colonna solidale autogestita, un progetto che dall'inizio dell'emergenza Covid è impegnato nella raccolta di beni di prima necessità da distribuire alle famiglie che ne hanno bisogno.
"È arrivata una donazione in buoni pasto da parte di un gruppo di detenuti del carcere della Dozza. Questa notizia ci ha naturalmente riempite di gioia ed è la dimostrazione che la solidarietà non conosce muri e sbarre", ha scritto la Colonna solidale, sottolineando che "nelle carceri continua ad esserci una situazione estremante rischiosa. A causa principalmente del sovraffollamento il rischio di ammalarsi di Covid-19 è molto alto, nel solo carcere della Dozza a dicembre 2020 erano 50 i positivi su 700 detenuti, 200 in più rispetto alla capienza massima, questione che rende difficoltoso anche l'isolamento e la cura dei malati".
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 11 marzo 2021
Il ricavato delle mascherine confezionate dalle detenute del carcere di Bergamo destinato alle missioni delle Suore delle poverelle. "Ci è stata consegnata nei giorni scorsi la somma di 3000 euro da parte delle sorelle che operano nella sezione femminile del carcere di Bergamo, frutto del loro lavoro con le detenute, nella produzione di mascherine. È proprio vero che tante gocce formano un mare di bene".
La lettera di ringraziamento arrivata nei giorni scorsi alle ospiti dell'istituto orobico è firmata da suor Madeleine Tanoh, religiosa delle Suore delle poverelle - Istituto Palazzolo, che a nome dei bambini di Repubblica Democratica del Congo, Malawi, Costa d'Avorio e Kenya ha voluto così ringraziare per questo gesto di generosità che consentirà ai piccoli di "vivere sani e sereni". Tutto è nato all'inizio di marzo dello scorso anno. "Con il dilagare della pandemia e la necessità impellente di reperire mascherine omologate in larga misura, è arrivata la richiesta da parte della direzione della Casa circondariale di Bergamo di ovviare alla presente necessità attraverso la possibilità di una produzione interna utile a soddisfare i bisogni di detenuti e detenute, corpo di polizia penitenziaria e personale dell'istituto", racconta suor Anna Pinton, una delle tre religiose che vive all'interno del carcere dove, peraltro, gestisce una lavanderia e consente alle ragazze di lavorare. "Questa è la nostra casa e qui si svolge la nostra missione.
Ci aiutano nel servizio quotidiano quattro ospiti che si alternano ogni mese", spiega la religiosa. "Offriamo così la possibilità a più ragazze di guadagnare qualcosa anche perché questo lavoro viene direttamente retribuito dal ministero della Giustizia. Quando non siamo occupate - continua suor Anna - trascorriamo il tempo con loro e cerchiamo di assicurare costantemente il nostro supporto materiale e spirituale. Questo avviene regolarmente, ma in tempo di pandemia ancora di più, tenuto conto che non hanno potuto più vedere né familiari, né amici. Per fortuna non sono mai state con le mani in mano".
Suor Anna manifesta apertamente la sua gratitudine nei confronti della direttrice del carcere, Maria Teresa Mazzotta, che, grazie alla sua sensibilità, ha contribuito a migliorare la qualità dei servizi, portando un significativo supporto alle detenute, ascoltando i loro problemi e dando sostegno morale e psicologico. Una piccola rivoluzione culturale sul concetto di detenzione, finalizzata, nel rispetto del principio della certezza della pena, a una maggiore umanizzazione e al perseguimento degli obiettivi di rieducazione e reinserimento contenuti anche nella Costituzione. "È stata lei ad avere l'idea di coinvolgerle nel confezionamento delle mascherine. All'inizio ne giravano poche e quindi c'era assolutamente bisogno di questa fondamentale protezione. Soprattutto in carcere. Hanno cominciato in tre, coordinate da una delle nostre sorelle, e la produzione ha ottenuto immediatamente il consenso dei destinatari. Tra questi, anche il personale amministrativo e gli agenti di polizia penitenziaria".
Visto l'esito positivo della produzione, l'entusiasmo e la creatività, la tenacia, la costanza e l'impegno delle partecipanti, è sorto il desiderio di un'ulteriore produzione che potesse raggiungere l'esterno del carcere e diventare possibilità buona e concreta di un aiuto personale per la drammatica situazione in corso. Da qui la proposta di devolvere il ricavato delle offerte ottenute a una realtà di maggiore povertà.
"In accordo con la direzione tutto il ricavato è stato donato a favore di quattro comunità per bambini in diversi Paesi dell'Africa", riprende la religiosa, sottolineando che, "considerati i risultati, le ragazze hanno voluto mettersi a disposizione per aiutare chi, più di altri, era stato colto di sorpresa dal Covid e non aveva i mezzi per poter contenere la diffusione del virus. Si è pensato, così, di raccogliere fondi attraverso un'offerta volontaria e da lì è partita una vera e propria gara di solidarietà".
L'iniziativa rientra nel progetto denominato "Dà vita alla vita", che contribuisce a sostenere le comunità di accoglienza dei bambini rimasti orfani in attesa di essere adottati o di ricongiungersi ai propri familiari. "Le ragazze sono al settimo cielo. Nonostante il loro stato di detenzione, si sono sentite utili e il ringraziamento dei piccoli è stato un balsamo per le loro sofferenze", evidenzia Pinton.
Quella delle Suore delle poverelle è l'ennesima testimonianza che progetti come questi servono a far capire come i detenuti possano essere recuperati, soprattutto perché spesso l'unica alternativa che resta a chi esce dopo un periodo di detenzione è il reclutamento nelle file della criminalità proprio perché rifiutato dalla società. Anche se sembra poca cosa, l'accogliere nelle istituzioni persone che hanno rotto il patto sociale serve a molto. Serve a seminare risultati, lavorando sulla prevenzione piuttosto che sulla repressione, che saranno raccolti magari tra qualche anno. O, in casi come questi, anche immediatamente.
Le Suore delle poverelle sono presenti, oltre che in Italia, in Africa e in America latina (Brasile e Perù). Svolgono attività, in collaborazione con le Chiese locali, nei contesti educativi a vario livello, in strutture sanitarie, nell'assistenza e promozione di quanti sono nel bisogno, con predilezione a favore dei più poveri.
Nella Casa circondariale lombarda hanno scelto di vivere appieno il carisma del fondatore, il beato Luigi Palazzolo, attraverso la convivenza con chi, pur avendo commesso errori, intende proiettarsi all'interno di nuovi circuiti virtuosi, convinte che il reinserimento sociale delle persone detenute passa attraverso atti concreti in grado di produrre un autentico legame tra mondo del carcere e società civile.
di Ilaria Solari
Elle, 11 marzo 2021
Sei donne sedute su un palco rispondono alle domande del pubblico. L'ultima arriva come una stilettata: la vostra vita avrebbe potuto essere diversa? A rispondere è una donna bionda, l'unica tra loro con un accento del Nord. Lo sguardo è duro, dietro si intuisce un carico pesante di dolore: con voce ferma risponde di no.
Pochi minuti dopo la polizia riporta lei e le altre nel carcere di alta sicurezza di Vigevano, che ospita le detenute appartenenti alla criminalità organizzata, a cui è assegnato un regime detentivo separato da quello dei carcerati comuni. Alcune di loro hanno alle spalle famiglie dai nomi pesanti, pezzi di storia delle organizzazioni criminali.
"Donne Caino", le definisce Mimmo Sorrentino, drammaturgo e regista, che le ha accompagnate nel progetto teatrale Educare alla libertà, aiutandole a scrivere e mettere in scena l'origine del male di cui si sono rese responsabili secondo la giustizia: un viaggio di scavo che le ha portate a esibirsi nelle aule magne delle università, nelle accademie e nei teatri. Le ha soprattutto aiutate a spezzare le catene di un destino familiare che a molte sembrava irrevocabile. Un'esperienza ora raccontata in Cattività, documentario di Bruno Oliviero su Prime Video e dal 12 marzo su Chili, Cgdigital e itunes. "Ho raccolto le loro storie", ricorda Sorrentino, "ciò che mi hanno detto e anche ciò che non sapevano di avermi detto.
E infine ho chiesto loro di recitare le testimonianze di altre compagne". "Quando ho sentito la mia storia pronunciata da un'altra mi sono pietrificata", confessa Carla, che ha scontato la pena e s'è rifatta una vita lontano da Napoli coi figli, ma ancora non riesce a pronunciare parole come carcere, o cella. "La psicologa dice che ho un blocco, ma il lavoro di rimozione più potente è cominciato là dentro: ed è solo nelle parole di un'altra che realizzi che quella vita era vera". "Ascoltarle è scioccante", continua Sorrentino.
"La droga, le armi, i morti ammazzati, le sparatorie: snocciolano vissuti traumatici come se non si fossero mai davvero viste, non fossero mai riuscite ad adottare uno sguardo esterno. E quando si vedono riflesse nelle parole delle altre crollano. L'affidare a un'altra la propria storia ha prima di tutto un valore drammaturgico. Ma ha anche insegnato loro a condividere, a vedere che il tuo dolore è anche il dolore dell'altra".
Come ricorda Nando Dalla Chiesa, docente di Sociologia e metodi di educazione alla legalità (figlio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vittima di mafia), che le ha invitate alla Statale di Milano, all'origine di quasi tutte le storie c'è la figura di un padre: "Irrompe il bisogno di fare i conti con questa tempesta di affetto e di potere", scrive in un'appendice a Il teatro in alta sicurezza (Titivillus) il libro in cui Sorrentino ha raccolto i testi e la storia di questa esperienza. "Sono contesti familistici patriarcali", continua il drammaturgo, "dentro cui l'universo femminile è schiacciato, non ci sono modelli femminili che non siano succubi.
Immaginatevi che forza dirompente ha la detenuta che scrive al marito, recluso al 41bis, e ai familiari per chiedere di continuare a fare teatro fuori". Fuori, dove tutto è nuovo, "dove donne abituate a maneggiare milioni si ritrovano fare le badanti, le operaie e sono contente: perché col teatro hanno incorporato un metodo, sanno che le cose si possono vedere da prospettive diverse".
O, come ha spiegato loro lo psicoanalista Massimo Recalcati partecipando al progetto, hanno imparano il lavoro lento del perdono, che assomiglia a quella tecnica giapponese che usa l'oro per riparare i vasi rotti: "così le crepe, le ferite diventano preziose e il perdono diventa la possibilità di fare della ferita una poesia. È una specie di resurrezione".
di Luca Liverani
Avvenire, 11 marzo 2021
Alessandro Limaccio, da 26 anni in carcere per crimini di mafia (che lui sostiene di non avere mai commesso), si è laureato in Sociologia dietro le sbarre. Così il racconto del suo viaggio attraverso le carceri italiane riapre il dibattito sulla disumanità della "condanna a vita".
Un sociologo detenuto non fa notizia. In carcere cene sono finiti diversi, quando negli "annidi piombo" abbandonavano i libri per la P38. Ma un detenuto che si laurea in Sociologia dietro le sbarre, nel 2017, scegliendo di studiare la condizione dei condannati tra cui vive, è un caso unico. Soprattutto perché il suo studio non prevede una conclusione.
Il sociologo è condannato all'ergastolo. A raccontare questa storia, singolare e drammatica, è il protagonista, Alessandro Limaccio, classe 1971, siciliano di Lentini, nel suo libro "Il Sociologo detenuto - una storia etnografica", edito da H.E. Herald Editore.
A firmare le prefazioni il suo amico Enrico Rufi, di Radio Radicale, e il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma. Limaccio è condannato all'ergastolo ostativo. Fine pena mai. Da 26 anni in carcere, deve scontare quattro ergastoli per cinque omicidi di mafia. Reati orribili, di cui l'uomo si dichiara innocente. All'epoca dei crimini è un ventenne in una famiglia di piccoli commercianti, estranea agli ambienti criminali. I suoi votano Pci, lui invece da cattolico diventa attivista nella Dc. Il suo mito è Bernardo Mattarella, papà di Piersanti e Sergio. Ma improvvisa lo travolge un'accusa enorme.
I processi, le condanne, il viaggio nelle carceri di Catania, Napoli, Roma. L'amicizia con Enrico Rufi nasce quando Limaccio e altri da Rebibbia gli scrivono una lettera di vicinanza. Rufi è il padre della ragazza italiana che non è tornata dalla Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia del 2016: una meningite l'ha stroncata sulla via del ritorno.
"Nessuno più di chi sconta una lunga pena detentiva - confessa Rufi - è in grado di capire la pena di chi perde per sempre una figlia". Alessandro Limaccio ha perso per sempre la sua di vita, in un processo fondato su dichiarazioni di pentiti. Un clamoroso abbaglio processuale, sostiene. La pensa così anche il suo amico Rufi. Per resistere a un destino soffocante, il sociologo scandisce la sua vita a Rebibbia tra attività fisica, studio, preghiera. Limaccio è un credente convinto. Colpevole o innocente che sia, però, interessa relativamente.
Non per cinismo disumano, ma perché il suo caso - e la sua analisi "da dentro" dell'universo detentivo come nessun sociologo ha mai fatto - riapre il dibattito sulla disumanità della "condanna a vita", pena che confligge col dettato costituzionale.
Quello dell'articolo 27 ("Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione"), e del 13 ("È punita ogni violenza fisica e morale" sui detenuti). La Costituzione non parla di vendetta di Stato. Ma la condanna a vita non apre a prospettive di vita nuova, solo a disperazione, rabbia e cupa depressione. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha bocciato l'ergastolo ostativo perché viola l'articolo 3 della Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo sui trattamenti inumani e degradanti.
Ben prima, nel 1976, Aldo Moro - ricorda il Garante Palma - sosteneva che "la pena perpetua, priva com'è di qualsiasi speranza, prospettiva, sollecitazione al pentimento, appare crudele e disumana non meno della pena di morte". Lo ha detto più volte anche Papa Francesco. Nel 2019 aveva invitato i penalisti a "ripensare sul serio l'ergastolo", affermando che "se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società".
Già nel 2014, aveva definito l'ergastolo una "pena di morte nascosta", abolita l'anno prima in Vaticano. E nell'ordinamento italiano? Beccaria nel 1764 si scagliava contro tortura e pena di morte, entrambe abolite nel 1786 - per la prima volta nella storia - nel Granducato di Toscana. Davvero non sono ancora maturi i tempi perché anche il "fine pena mai" scompaia dal codice di procedura penale?
di Oxfam ed Emergency
Il Manifesto, 11 marzo 2021
Usa, Unione europea e Regno Unito si stanno opponendo alle proposte avanzate da oltre 100 Paesi in via di sviluppo per la sospensione dei brevetti dei vaccini, in discussione oggi all'Organizzazione mondiale del commercio Ad oggi i Paesi a basso reddito saranno in grado di vaccinare solo il 3% della popolazione entro metà anno e il 20% entro la fine del 2021.
A un anno esatto dalla dichiarazione di pandemia da Covid-19 da parte dell'OMS, la disuguaglianza tra Paesi ricchi e poveri nell' accesso ai vaccini è più acuta e drammatica che mai. Le nazioni più ricche nell'ultimo mese hanno vaccinato in media una persona al secondo, mentre la stragrande maggioranza dei Paesi in via di sviluppo ancora non è stata in grado di somministrare una singola dose, con una carenza strutturale di forniture mediche e scorte di ossigeno. Ma anche tra i paesi più ricchi le differenze sono enormi: negli Usa ogni secondo si vaccinano 35 persone, nel Regno Unito 9, in Germania, Spagna, Francia e Italia solo 2, in Belgio, Svezia e Danimarca poco più di 20 persone ogni minuto.
È l'allarme lanciato da Oxfam e Emergency, membri della People's Vaccine Alliance, insieme tra gli altri a Unaids e Yunus Center, in occasione dell'incontro dell'Organizzazione mondiale del commercio in programma oggi. Riunione che vede la contrapposizione di molti Paesi ricchi - inclusi USA, Unione europea e Regno Unito - alla proposta di oltre 100 Paesi in via di sviluppo di superare l'attuale monopolio detenuto dalle aziende farmaceutiche sui brevetti dei vaccini. Una proposta, che se venisse approvata, consentirebbe di aumentare la produzione mondiale e avviare la distribuzione in tutti i Paesi poveri che ne hanno immediato bisogno.
Allo stato attuale infatti la distribuzione di vaccini, che nei Paesi a basso reddito inizierà nelle prossime settimane tramite il sistema Covax, porterà a coprire appena il 3% della popolazione entro la metà dell'anno e il 20% entro la fine del 2021. I primi a farne le spese saranno i Paesi già distrutti da anni di guerra e messi in ginocchio dalla crisi climatica - come Sud Sudan, Yemen, Malawi - che senza strutture sanitarie, strumenti di protezione, cure e vaccini hanno subito un aumento esponenziale dei contagi negli ultimi mesi. In Malawi, per esempio, la variante sudafricana del virus si è diffusa molto rapidamente, facendo registrare un aumento dei casi del 9.500% in pochissimo tempo.
Le conseguenze del monopolio sui vaccini anche in Europa e in Italia - La disuguaglianza nell'accesso ai vaccini non risparmia alcuni dei Paesi più ricchi: in Israele il 57% della popolazione ha ricevuto almeno una dose di vaccino, nel Regno Unito il 32%, negli Stati Uniti il 16,6%, in Francia, Germania e Italia meno del 6%. Tale situazione è dovuta dalla limitata capacità di produzione a livello globale, che trova la sua origine nel sistema di monopoli con cui operano le case farmaceutiche, che al momento, con brevetti esclusivi, non condividono tecnologia e know-how, azzerando di fatto la possibilità di concorrenza nel mercato. É per questo che in un Paese come l'Italia, complice anche le difficoltà organizzative e logistiche interne, si determinano dinamiche analoghe a quelle che portano i Paesi a basso reddito ad essere esclusi dall'accesso ai vaccini, sebbene con conseguenze di gran lunga inferiori.
Una mobilitazione globale per chiedere un immediato cambio di rotta - Quasi 1 milione di persone in tutto il mondo ha firmato l'appello della People's Vaccine Alliance, per chiedere ai Paesi ricchi di smettere di proteggere il monopolio dei colossi farmaceutici, che antepongono i profitti alla vita delle persone, liberalizzando i brevetti dei vaccini anti-Covid,
"Nel mondo il Covid-19 ha già ucciso 2 milioni e mezzo di persone, mentre gran parte dei Paesi non ha letteralmente mezzi per combattere il virus - ha detto Sara Albiani, policy advisor per la salute globale di Oxfam Italia - Consegnando il potere di decidere della vita e della morte di milioni di persone a un ristretto numero di case farmaceutiche, le nazioni ricche non fanno altro che prolungare l'emergenza sanitaria globale, mettendo a rischio altre innumerevoli vite. In questo momento cruciale della lotta contro la pandemia, tutti, Paesi ricchi e Paesi in via di sviluppo devono agire compatti e intraprendere azioni coraggiose, perché nessun Paese potrà vincere questa battaglia da solo".
Il 10 e 11 marzo, più di 100 Paesi in via di sviluppo, con in testa Sud Africa e India, torneranno a chiedere all'Organizzazione mondiale del commercio una sospensione della proprietà intellettuale dei vaccini regolata dall'Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale (Trips). Tale sospensione rimuoverebbe le barriere legali e permetterebbe a più Paesi e industrie di produrre i vaccini, aumentando la disponibilità di dosi e dando così inizio ad un processo di ripresa, anche economica.
"La situazione reale in tanti Paesi a basso reddito in cui operiamo è che la campagna vaccinale contro il Covid-19 non solo non è ancora iniziata, ma nemmeno pianificata, a causa della mancata disponibilità dei vaccini- ha dichiarato Rossella Miccio, presidente di Emergency - In Afghanistan la somministrazione è iniziata solo una decina di giorni fa grazie a una donazione di mezzo milione di dosi fatta dal governo indiano su base totalmente volontaristica. Con questa dotazione si possono vaccinare 250.000 persone, ovvero lo tra lo 0,6 e lo 0,7% di tutta la popolazione. Addirittura ci troviamo al paradosso che alcuni Paesi come l'Uganda avrebbero acquistato i vaccini ad un costo di molto superiore a quello pagato dall'Unione europea. Se non invertiamo la rotta non riusciremo mai a mettere fine a questa pandemia". Nonostante abbiano beneficiato di miliardi di euro in aiuti pubblici, le industrie farmaceutiche mantengono comunque il monopolio della produzione per ottimizzare al massimo i loro profitti. A fronte di più di circa 100 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici destinati alla ricerca e allo sviluppo di vaccini contro il Covid, si stima che Pfizer, Moderna e Astrazeneca da sole realizzeranno entrate per 30 miliardi di dollari.
Allo stesso tempo, industrie qualificate per produrre i vaccini in tutto il mondo sono pronte a iniziare una produzione di massa non appena verrà loro garantito l'accesso alla tecnologia e al know-how, al momento ben difesi da un pugno di industrie. Se queste li condividessero, un aumento della produzione potrebbe essere ottenuto nel giro di pochi mesi. Suhaib Siddiqi, ex direttore chimico di Moderna, che attualmente produce uno dei vaccini autorizzati, ha dichiarato che, una volta ottenuta la formula e il necessario supporto tecnico, uno stabilimento adeguatamente attrezzato può iniziare la produzione di vaccini nel giro di tre o quattro mesi.
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 11 marzo 2021
Decine di migliaia di domande in attesa di esame da parte delle prefetture. Il "popolo degli irregolari" costretto a restare tale. Ma quel "popolo" è entrato ieri a Montecitorio, grazie all'interrogazione al ministro dell'Interno presentata da Riccardo Magi, deputato di Più Europa.
"Dai risultati della ricognizione svolta dalla campagna Ero straniero - rimarca l'interpellanza - sullo stato di avanzamento dell'esame delle domande di regolarizzazione dei lavoratori stranieri presenti in Italia emerge che, a sei mesi dalla chiusura della finestra per accedere alla misura, ad agosto 2020, il numero delle domande finalizzate è inferiore all'1 per cento del totale di quelle presentate; dai dati forniti dal Ministero dell'interno, in risposta ad un accesso agli atti da parte delle associazioni promotrici della campagna, al 31 dicembre 2020, a fronte delle oltre 207.000 domande presentate dal datore di lavoro per l'emersione di un rapporto di lavoro irregolare o l'instaurazione di un nuovo rapporto con un cittadino straniero (articolo 103, comma 1, del decreto-legge n. 34 del 2020), in tutta Italia erano stati rilasciati dalle questure solo 1.480 permessi di soggiorno; inoltre, al 16 febbraio 2021, il 5 per cento delle domande era giunto nella fase finale della procedura, mentre il 6 per cento era nella fase precedente della convocazione di datore di lavoro e lavoratore per la firma del contratto in prefettura e successivo rilascio del permesso di soggiorno. In circa 40 prefetture, a quella data, non risultavano nemmeno avviate le convocazioni... tale enorme ritardo appare grave anche nella prospettiva della campagna vaccinale anti-Covid in corso nel Paese: anche a tutela della salute pubblica, è fondamentale che il maggior numero possibile di persone in possesso dei requisiti venga regolarizzato per garantire una più efficace programmazione vaccinale e una quanto più ampia copertura della popolazione".
La risposta del Viminale è in un documento di tre pagine, dalla prosa soporifera letto con velocità supersonica dal sottosegretario all'Interno Carlo Sibilia (5Stelle) con il quale si comunica che 800 unità selezionate, su 20.061 candidati, "svolgeranno attività amministrativa di supporto agli Sportelli Unici per l'Immigrazione e che saranno assegnate a ciascuna sede proporzionalmente al numero delle istanze pervenute". Per concludere con: "Si confida che entro questo mese i lavoratori selezionati potranno essere operativi e così contribuire ad accelerare le procedure di regolarizzazione". Nei dettagli, in questo caso nei verbi, spesso si cela il "diavolo". E così, si "confida" ma non si dà certezza. Si scrive di "accelerazione" delle procedure di regolarizzazione, ma non si definiscono i tempi né si quantizzano gli obiettivi. Se non è "ammuina", ci siamo vicini.
"La situazione è drammatica - commenta Magi con il Riformista. Noi ci troviamo, a sei mesi dalla chiusura della finestra per la regolarizzazione, in una situazione in cui di fatto la lavorazione di queste domande da parte delle prefetture non è iniziato, solo lo 0,7 è stato trattato. La regolarizzazione era motivata principalmente da due ragioni: quella dell'emergenza sanitaria, per cui noi dovevamo garantire a cittadini "fantasma", sconosciuti, anche l'assistenza sanitaria adeguata e quindi ora anche l'inserimento nei piani vaccinali. E l'altra motivazione è la crisi di alcuni settori, a partire da quello agroalimentare". "È evidente - sottolinea ancora Magi - che un ritardo tale su un provvedimento che era di emergenza, rischia di vanificare gli obiettivi principali, tanto è vero che la Coldiretti ha già lanciato un allarme rispetto, di nuovo, alla carenza di lavoratori nel settore agricolo alimentare".
Qui la tecnicalità lascia il passo alla politica. "Non voglio pensare - dice il deputato di Più Europa - che ci sia una motivazione politica in questo ritardo. Poiché c'è stato uno scontro acceso su questo provvedimento, in qualche modo lo si finisca per non attuare. Perché questo sarebbe gravissimo, significherebbe non dare applicazione a una norma di legge. Quello che servirebbe non è un provvedimento emergenziale, peraltro limitato solo ai lavoratori domestici e a quelli dell'agricoltura. A noi servirebbe un meccanismo stabile di regolarizzazione degli stranieri irregolari quando hanno un posto di lavoro dimostrabile". Lo prevede, tra l'altro, la legge di iniziativa popolare Ero straniero per il superamento della Bossi-Fini di cui Magi è relatore in Commissione Affari costituzionali. Questa sarebbe la soluzione migliore. Ma già sarebbe qualcosa, conclude il deputato, "riuscire ad attuare un provvedimento emergenziale".
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