di Enrico Fierro
Il Domani, 7 marzo 2021
Questo processo non si deve vedere. Succede a Lamezia Terme, Calabria, dove è in corso il maxi processo contro la 'ndrangheta e i suoi referenti politici e massonici, scaturito dall'inchiesta Rinascita-Scott della procura di Catanzaro. Un lavoro di indagine enorme coordinato dal procuratore Nicola Gratteri, il magistrato certamente più mediatico sulla scena giudiziaria italiana. Ma non siamo di fronte a una curiosa legge del contrappasso.
Tutti fuori - A dire no alla presenza nell'aula bunker costruita a tempo di record nella desolata area industriale di Lamezia, è il giudice Brigida Cavasino, presidente del collegio giudicante. Il 12 gennaio scorso, a ventiquattr'ore dall'inizio della prima udienza, consegna ai giornalisti l'elenco degli accrediti. "Le riprese audio-video durante la celebrazione delle udienze, non sono autorizzate". Quindi fuori i telegiornali di tutte le reti italiane, quelle delle trasmissioni di approfondimento e dei talk, fuori anche i grandi network internazionali. Esclusa Radio Radicale, che da anni registra integralmente tutti i grandi processi italiani. La decisione della giudice è formalmente inappellabile, può però essere revocata in qualsiasi momento, e provoca discussioni e contestazioni.
Protestano sindacato e ordine dei giornalisti, Usigrai e singole personalità del mondo della cultura e dell'informazione. Nei giorni scorsi Usigrai e Federazione nazionale della stampa sono tornati all'attacco. "Negare la registrazione video e audio vuol dire negare un pilastro del racconto. E vuol dire anche impedire di costruire la memoria di un fatto storico. Questo processo non riguarda solo l'Italia, ma tutta l'Europa, viste anche le infiltrazioni in altri paesi. Anche per questi motivi, il processo ha attirato l'attenzione di giornalisti europei. Ma, nei fatti, la decisione di impedire la ripresa delle udienze limita fortemente il diritto di cronaca. La Federazione europea dei giornalisti, la Federazione nazionale della stampa italiana e l'Usigrai chiedono che il divieto venga cancellato e si consenta ai giornalisti di fare il loro lavoro pienamente e senza limitazioni, nell'interesse dei cittadini europei a essere informati".
Voci di dissenso - Note e lettere di protesta finora non hanno smosso di un millimetro i vertici giudiziari calabresi. Il processo sta andando avanti, e le telecamere sono tenute fuori. Accade a Lamezia per un processo su mafia e politica, succede anche a Locri al processo che vede imputati Mimmo Lucano e il suo "modello Riace", anche in questo caso l'aula è off-limits per le telecamere. "È una decisione che spero possa essere ripensata e rivista. Come si dice in questi casi, ci rimettiamo al buon senso della corte". Alessio Falconio è il direttore di Radio Radicale, l'emittente che fa della registrazione integrale dei grandi eventi (dibattiti parlamentari, convegni e processi) uno dei suoi punti di forza.
"Il nostro lavoro - ci dice - è quello di documentare, affinché tutti i cittadini possano documentarsi. Quando seguiamo un processo lo registriamo integralmente, senza mediazione o interventi giornalistici. Chi vuole farsi un'idea ascolta le registrazioni e poi, se vuole, decide di approfondire ascoltando pareri e leggendo articoli. Ma c'è di più, il nostro lavoro è materiale preziosissimo per gli storici. Mi chiedo perché di questo importante processo non debba rimanere una traccia audio o video. Non riesco a capirlo, spero davvero in un ripensamento".
Un giorno in pretura è un programma di Rai 3 in onda dal 1988. Documentare con le telecamere i grandi processi (Tangentopoli, mafia, il mostro di Firenze, grandi fatti di cronaca) è l'obiettivo della trasmissione. Roberta Petrelluzzi è ideatrice, regista e conduttrice. "È un no davvero strano, quello dei giudici di Vibo Valentia. Nella mia esperienza non è mai esistito un divieto quando c'è una rilevanza sociale forte. Parliamo tanto della forza della 'ndrangheta, e della sua pericolosità, poi quando la portiamo dietro le sbarre spegniamo i fari. I maxi processi hanno sempre centinaia di imputati, accuse che delineano scenari e fatti, migliaia di atti e pagine, spesso l'informazione si perde, l'attenzione dell'opinione pubblica cala, la presenza delle telecamere può aiutarci a evitare che accada. Ma è come se ci fosse un pregiudizio nei confronti delle immagini, si mette sullo stesso piano l'informazione sui giornali di carta e quella televisiva. Due modelli e due funzioni radicalmente diversi: il giornale informa, approfondisce, analizza, la tv mostra, fa vedere. Se vuoi tenere alta l'attenzione sulle mafie, devi far vedere le immagini, se lo impedisci, riporti la giustizia nell'ambito ristretto degli addetti ai lavori. È davvero una scelta di retroguardia e io spero vivamente in un ripensamento. Accettare le telecamere in un processo di tale portata è una forma di garanzia per tutti".
Il dibattito è aperto, come si dice in questi casi. Filmare le fasi, anche le più delicate, di un processo, può essere una forma di lesione dei diritti dell'imputato? L'avvocato Franco Calabrese arriva subito al nocciolo della questione. Nel processo Rinascita-Scott difende l'imputato più importante, Luigi Mancuso, detto 'o supremo, boss di Vibo Valentia e punto di riferimento importante della ' ndrangheta. "Abbiamo discusso col nostro assistito e all'interno del collegio difensivo. In linea generale siamo favorevoli alle riprese audio e televisive. Che si documenti il processo per noi va bene, azzardo una ipotesi, credo che il 90 per cento degli avvocati la pensi allo stesso modo. Il provvedimento di divieto è revocabile in qualsiasi momento e anche a processo iniziato, se venisse riproposto noi saremmo certamente favorevoli".
Animali mediatici - Ma nel dibattito entra anche un altro tema, come i boss usano le telecamere nei processi. La risposta è netta: boss e gregari sono formidabili "animali mediatici". E non è un talento solo delle giovani leve. Michele Greco, il "papa" di Cosa nostra, è stato un precursore degno della interpretazione di Marlon Brando ne Il Padrino. È un uomo potentissimo, nella sua tenuta vanno a caccia mafiosi e personalità della Palermo bene, quando inizia il maxi processo contro Cosa nostra è latitante. Lo arrestano in un casolare di campagna dove vive da solo, unica compagnia un mulo. In aula recita a favore di telecamere da grande attore. "Se non mi fossi chiamato Michele Greco, ma Michele Roccapinnuzza, ora non sarei in quest'aula. Mi accusano perché il mio nome fa cartellone". L'11 novembre 1987 il "papa" è meno ironico. I giudici stanno per riunirsi in camera di consiglio e lui si rivolge così al presidente Alfonso Giordano: "Vi auguro la pace, la serenità dello spirito, e la serenità è la base per giudicare. Signor presidente, le auguro che questa pace vi accompagnerà per il resto della vostra vita". Parole e immagini vengono trasmesse dalle televisioni italiane e straniere. Per la prima volta gli italiani possono vedere il volto di un capo di Cosa nostra. E capire.
Non è da meno Totò Riina, che in un processo a Reggio Calabria nel 1994, a telecamere accese attacca "Violante, Caselli e Arlacchi, tutti un combriccolo di comunisti", lanciando anche un messaggio a Silvio Berlusconi, all'epoca capo del governo. Quello di stare "attento ai comunisti e di cancellare la legge sui pentiti". Più recentemente, in una delle udienze del processo Mafia Capitale, Massimo Carminati, "il cecato", si è esibito nel saluto romano. Era in videoconferenza, sapeva della presenza delle tv, è scattato sull'attenti e ha steso il braccio destro.
Ma il più mediatico di tutti è stato certamente Raffaele Cutolo, il boss della camorra morto qualche settimana fa. Di fronte all'obiettivo sapeva calibrare ogni gesto, ogni parola, trasformare il suo cappotto di cammello in un vero e proprio brand, con l'illusione di diventare un mito. Forse ci è pure riuscito, ma milioni di italiani hanno visto il grande capo, il boss dei boss, sconfitto e dietro le sbarre. Mostrare la realtà, sempre e comunque, è questa la vera forza delle immagini.
di Paola Di Nicola*
Corriere della Sera, 7 marzo 2021
La produzione giuridica, al pari di quella filosofica e religiosa, è, innanzitutto, una produzione culturale: stabilisce i valori su cui poggia la struttura della convivenza civile. Una sentenza non si limita a stabilire la regola del caso concreto, dando torto o ragione, ma stabilisce anche qual è l'ordine sociale, ritenuto legittimo, in nome dello Stato. La magistratura con l'attività interpretativa dà forma alla realtà ed esprime la parola pubblica sino a renderla un modello che si impone nei confronti di tutti. Se l'istituzione replica pregiudizi culturali li rende regola giuridica, se li decostruisce rompe assetti millenari aprendo nuove prospettive. È una scelta che presuppone consapevolezza, formazione e capacità di visione.
di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 7 marzo 2021
Quali dovrebbero essere le caratteristiche e i comportamenti di un'organizzazione a cui per dettato costituzionale viene assegnato il compito di "rieducare"?
In questi giorni compio vent'anni di impegno in carcere; un impegno in larghissima parte volontario e in qualche rara - ma molto piacevole - occasione anche retribuito.
Compio vent'anni, dunque, ed esco proprio dal primo istituto, da quello in cui ho cominciato nella primavera del 2001; tanti ricordi e tanti pensieri nella mia mente, pensieri anche molto intimi con qualche domanda su cui vorrei soffermarmi a partire da quell'art. 27 di cui cito il punto che tanto mi è caro: "...Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
di Francesco Storace
Il Tempo, 7 marzo 2021
È ora che Marta Cartabia, presidente emerito della Corte Costituzionale e ministro della giustizia del governo Draghi, faccia sentire la sua voce. Batta un colpo per stroncare definitivamente il metodo Palamara, per mettere in condizione di non nuocere i manettari di ritorno, di chiudere definitivamente la stagione del fango permanente su chi non è organico ad un sistema che dura da troppi anni.
Ieri è toccato a Giorgia Meloni subire calunnie e attacchi. La deposizione di un pentito, accuse ridicole su affissioni di manifesti, una specie di giallo senza alcuna prospettiva di successo. Ma con le solite iene rosse pronte a colpire: basta leggere che cosa è arrivato a dichiarare l'uomo del Pd in commissione antimafia, il senatore Franco Mirabelli. Quello che però non vuole l'ex magistrato Luca Palamara in antimafia chiede alla Meloni di smentire ciò che è smentito dai fatti e dalla sua personalità onesta senza ombra di dubbio.
In antimafia, visto che parliamo di clan operanti con metodo mafioso nella provincia pontina, bande di rom in prima fila, Mirabelli ci porti semmai il giornalista di Repubblica che ha scritto un articolo senza preoccuparsi di sentire la versione della Meloni; il pentito ciarliero; e chi ne ha raccolto le parole. Magari si scoprirà anche chi è che diffonde calunnie su fatti che si presume essersi svolti otto anni fa. Se ne ricordano quando leggono i sondaggi.
"Ha ragione ma dobbiamo attaccarlo", disse Palamara riferito a Matteo Salvini, che è a processo per sequestro di persona. Oggi si può usare la stessa frase contro Giorgia Meloni. E anche contro Silvio Berlusconi, che si torna ad accoppiare ai pentiti di cosa nostra, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Oltre il centrodestra, c'è la frase orrenda del magistrato Nello Rossi sul "cordone sanitario" con cui annullare Matteo Renzi.
Il ministro Cartabia non può restare indifferente rispetto a quello che sembra un vero e proprio assedio ad una politica che non sta zitta. "Ha ragione ma bisogna attaccarlo" vale per tutti quelli che non obbediscono alla sinistra. Ne va del valore di una democrazia ridotta a pezzi. La giustizia al servizio di certa politica non va affatto bene.
Nel suo caso, la Meloni vede anche la propria collocazione attuale all'opposizione. I "fatti" che si riferiscono al 2013, sono davvero surreali. Un ex deputato, Pasquale Majetta, che dice alla Meloni di dare i soldi ad una banda di rom. Chi conosce la leader di Fdi può solo immaginare la risposta se il "colloquio" fosse stato davvero reale: "Perché non glieli dai tu...".
Già, perché la pretesa di sborsare 35mila euro per manifesti affissi avrebbe significato riempire Latina e tutta l'intera provincia di materiale elettorale. Poi, i dettagli ridicoli. Un segretario che non ha mai avuto - come sanno tutti quelli che frequentano la Meloni - una Volskwagen nera che non ha mai posseduto e una mitica busta del pane per incartare i quattrini.
Purtroppo, non è una barzelletta, ma un verbale di interrogatorio ad un signore che non ha nulla da perdere e che magari spera di ricevere il grazie di Stato per il favore fatto; e non c'è traccia di un solo inquirente che abbia bussato a casa Meloni per farle qualche domanda. No, solo fango, abilmente pilotato sulla stampa amica. A Palazzo di Giustizia non manca mai.
Ecco, da un ministro serio come la Cartabia ci si attende un rigoroso accertamento delle procedure seguite. E una riforma che consenta di non dover più temere per le proprie opinioni politiche. Perché se via via si infangano Berlusconi, Salvini e ora Meloni; e se si pretende di mettere la mordacchia anche a Renzi per le attuali inimicizie a sinistra, non va affatto bene. Basta parole. Chi ha ragione, si difende e non si criminalizza. Sennò vuol dire che è ancora in vigore il metodo Palamara.
di Cristina Giuliano
Il Sole 24 Ore, 7 marzo 2021
La giustizia italiana, non è un mistero, è lenta e farraginosa. Il civile a rallentatore scoraggia gli investimenti. Il penale ha anche un vizio di fondo: "L'emotività del momento che ha segnato tutte le riforme, dopo l'entrata in vigore nel 1989 di quello che ci ostiniamo a definire dopo 32 anni, il nuovo codice di procedura penale, ha fatto sì che venisse varata una serie di norme di segno opposto che hanno reso questo codice, una sorta di vestito di Arlecchino, tutto toppe e rammendi". Così Luigi Riello, procuratore generale della Corte d'Appello di Napoli, che in questa intervista spiega quello che lui stesso definisce "pendolarismo normativo".
di Rosalba Emiliozzi
Il Messaggero, 7 marzo 2021
Aveva 50 anni il magrebino che si è impiccato nel carcere di Vasto, in provincia di Chieti, dove non stava scontando una pena, ma era in cella a causa di una misura di sicurezza disposta perché dichiarato "socialmente pericoloso".
Il 50enne aveva chiesto più volte l'estradizione che gli era stata negata dal magistrato anche per un problema di identità: aveva cinque o sei alias che impedivano, di fatto, una sua certa e corretta identificazione. Da circa tre anni era ospite della Casa lavoro di Vasto.
Il suo decesso ha provocato una serie di dure riflessioni del Sappe sulle condizioni carcerarie, la carenza annosa di personale e l'assenza di un programma di lavoro che porta i detenuti - fa sapere una nota del sindacato di polizia penitenziaria più rappresentativo - a un disagio crescente nelle carceri italiane. "Un internato ristretto nella prima sezione del carcere di Vasto si è tolto la vita ieri impiccandosi nella sua cella - dice Giovanni Notarangelo, segretario abruzzese del Sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe - L'ennesimo suicidio di una persona detenuta in carcere dimostra come i problemi sociali e umani permangono, eccome, nei penitenziari.
Negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della polizia penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 23mila tentati suicidi e impedito che quasi 190mila atti di autolesionismo potessero avere conseguenze irreparabili. Purtroppo, a Vasto, il pur tempestivo intervento degli agenti di servizio non ha potuto impedire il decesso dell'uomo".
La Segreteria Sappe di Vasto denuncia anche "le condizioni operative della polizia penitenziaria caratterizzate dalle gravissime condizioni di carenza organica del personale della casa lavoro con annessa sezione circondariale. Il personale di polizia penitenziaria è allo stremo delle proprie forze: il turno notturno, quando va bene, è assicurato da cinque agenti, numero assai esiguo. Mancano anche progetti affinché gli internati in carcere (per la maggior parte soggetti psichiatrici), socialmente pericolosi che nel contempo vivono un senso di frustrazione e abbandono, siano impegnati a livello lavorativo, visto che oggi passano il proprio tempo oziando per la maggior parte del tempo in cella".
Donato Capece, segretario generale del Sappe, richiama una pronuncia del Comitato nazionale per la bioetica che ha sottolineato come "il suicidio costituisce solo un aspetto di quella più ampia e complessa crisi di identità che il carcere determina, alterando i rapporti e le relazioni, disgregando le prospettive esistenziali, affievolendo progetti e speranze. La via più netta e radicale per eliminare tutti questi disagi sarebbe quella di un ripensamento complessivo della funzione della pena e, al suo interno, del ruolo del carcere. Proprio il suicidio è spesso la causa più comune di morte nelle carceri. Gli istituti penitenziari hanno l'obbligo di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti, e l'Italia è certamente all'avanguardia per quanto concerne la normativa finalizzata a prevenire questi gravi eventi critici. Ma il suicidio di un detenuto rappresenta un forte agente stressogeno per il personale di polizia e per gli altri detenuti. Fondamentale è eliminare l'ozio nelle celle. Altro che vigilanza dinamica.
L'Amministrazione penitenziaria non ha affatto migliorato le condizioni di vivibilità nelle celle, perché, ad esempio, il numero dei detenuti che lavorano è irrisorio rispetto ai presenti, quasi tutti alle dipendenze del Dap in lavori di pulizia o comunque interni al carcere, poche ore a settimana". Si chiede al ministro Marta Cartabia di trovare una soluzione ai problemi penitenziari di Vasto e di tutto il Paese.
estense.com, 7 marzo 2021
Eseguite la tac e l'autopsia sul corpo del 31enne trovato morto. È stato trovato senza vita martedì sera intorno alle 20 nella sua cella del carcere di Modena. Il giorno successivo doveva presentarsi in videoconferenza davanti al tribunale per un processo a suo carico per un episodio di furto di lieve entità.
Ma quell'udienza lui, Zacaria Baba, 31enne di nazionalità marocchina residente da anni a Pilastri di Bondeno, non si è potuta svolgere. Secondo quanto riferito al suo avvocato da fonti carcerarie, il 31enne avrebbe inalato il gas della bombola del fornelletto per cucinare. Eppure quando il suo difensore, l'avvocato Salvatore Mirabile, gli aveva parlato il giorno prima l'aveva trovato "normale, tranquillo". Anzi, "stavamo preparando strategie processuali per ottenere benefici e poterlo far uscire prima del tempo dal carcere".
Zacaria era evaso a Ferragosto dal carcere di Ferrara e per quel reato era stato condannato a sei mesi. Il suo difensore sperava di poterlo assegnare ai servizi sociali. Nell'udienza di mercoledì invece doveva rispondere di resistenza a pubblico ufficiale e inosservanza del divieto di far rientro nel comune. Ora invece ha dovuto riferire alla famiglia cosa è successo: "sono distrutti - afferma Mirabile a Estense.com - e vogliono capire cosa sia successo".
L'avvocato fa presente che Baba condivideva la cella con altri tre detenuti ed "è difficile pensare che possa aver compiuto un gesto simile senza esser visto dai compagni". Intanto la pm Claudia Ferrari della procura di Modena ha disposto una tac full body - esame utile a rivelare eventuali ferite o microfratture invisibili ad occhio nudo - che è stata eseguita mercoledì e l'autopsia, effettuati ieri. All'esame autoptico, oltre al consulente della procura, ha partecipato anche un medico legale incaricato dalla famiglia.
di Francesco Donnici
Corriere della Calabria, 7 marzo 2021
"Priorità vaccinale per i detenuti e sblocco della Rems di Girifalco". Al Garante regionale fa eco il ministro Cartabia. Bloccato l'iter per la messa in funzione della "struttura d'avanguardia" finanziata sei milioni. "Senza un immediato intervento rischiamo di perdere il controllo di una situazione potenzialmente pericolosa". Il Garante regionale per i diritti dei detenuti, l'avvocato Agostino Siviglia, rilancia il suo appello alle Istituzioni ed autorità competenti per "inserire nel "Piano vaccini regionale per la Calabria", fra le categorie prioritarie, le persone detenute nei dodici Istituti penitenziari nonché il personale ad altro titolo operante nelle carceri in quanto rientranti tra le categorie a rischio".
Un'omissione, quella della Regione, derivante dal mancato rispetto delle linee guida dettate dall'ex commissario straordinario all'emergenza Covid, Domenico Arcuri, e ribadite dalla neoministro della Giustizia, Marta Cartabia, dopo l'incontro col capo del Dap, Bernardo Petralia. "Oggi - ha dichiarato la Guardasigilli - è urgente che la somministrazione delle vaccinazioni, iniziata in alcune realtà carcerarie già da settimane, prosegua velocemente. Il primo bisogno di chi lavora e vive in carcere è quello di proteggersi contro il virus, che porta malattia nel corpo e genera tensioni, ansie e preoccupazioni nello spirito". Infatti, mentre nel piano della Regione Calabria detenuti e operatori non sono stati inseriti, altre regioni, come ad esempio il Lazio, hanno loro riconosciuto la priorità vaccinale.
L'appello era stato lanciato dal Garante calabrese già lo scorso 22 febbraio, data della missiva indirizzata al presidente facente funzioni Spirlì, al commissario ad acta Guido Longo e a tutti i soggetti competenti. A livello locale, era stato raccolto dal Garante cittadino di Crotone Federico Ferraro per richiamare "l'attenzione istituzionale, in tal senso, come questione di somma urgenza".
Nella stessa missiva, Siviglia evidenziava anche un altro aspetto parimenti importante, chiedendo alla Regione (nella specie all'Asp di Catanzaro) di attivarsi al fine di ultimare l'iter per la messa in funzione della Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) di Girifalco" affinché "possa cessare l'illecita detenzione di soggetti prosciolti in quanto incapaci di intendere e di volere, ma attualmente in carcere per l'assenza di idonee strutture".
"Ho ritenuto - racconta Agostino Siviglia al Corriere della Calabria - sollevare l'attenzione delle autorità ed Istituzioni competenti sulla necessità di inserire tra le categorie ad alto rischio i soggetti privati della libertà personale, come già avvenuto in altre regioni dov'è iniziata la somministrazione dei vaccini". Ad oggi, nel cronoprogramma della Regione sono stati inseriti (solo) gli agenti di polizia penitenziaria, quali organi di pubblica sicurezza, "ma nelle carceri entrano anche docenti, operatori, assistenti sociali e la possibilità di contagio è sempre molto alta. La Regione Calabria avrebbe dovuto agire in conformità alle linee guida del commissario e invece si è completamente dimenticata del sistema penitenziario".
La popolazione carceraria calabrese è divisa in dodici istituti. In base all'ultimo censimento, risalente al 31 gennaio 2021, in Calabria sono presenti 2.457 detenuti a fronte di una capienza di 2.704 posti. Di questi 58 sono donne e 448 sono cittadini stranieri. Sono invece 53.329 i detenuti presenti nelle carceri di tutta Italia, a fronte di una capienza regolamentare di 50.551 posti sparsi nei 189 istituti del Paese. Numeri che raccontano, ancora oggi, di un sovraffollamento che dà la dimensione della necessità di scongiurare un'eventuale propagazione del virus anche per sedare eventuali tensioni ed insofferenze rispetto alle ulteriori restrizioni imposte dal periodo. Nei penitenziari della regione "ci sono stati casi sporadici di persone risultate positive, ma asintomatiche, senza rischio di contagio per il resto della popolazione detenuta. Per la quarantena sono stati destinati alcuni spazi "ad hoc" dove le persone vengono isolate e vengono distaccate dal resto della comunità. Solo allorquando il secondo tampone risulta negativo, vengono fatte rientrare in contatto con gli altri detenuti".
Circa un anno fa le rivolte nelle carceri, scaturite anche a seguito dell'interruzione dei colloqui. "In Calabria, per fortuna, abbiamo avuto solo qualche "battitura" ma non vere e proprie proteste. - racconta il Garante - Nel frattempo l'amministrazione penitenziaria è intervenuta mettendo a disposizione tablet e telefoni cellulari per fare chiamate e colloqui da remoto, così da sopperire all'impossibilità indotta dalle restrizioni. In alcuni casi i colloqui sono ripresi in presenza, ma nella misura più tollerabile possibile e in modo controllato".
Altro tema caldo era stato quello di alcune "scarcerazioni eccellenti" che avevano suscitato molte polemiche innescando un dibattito a tratti dannoso e fuorviante. "Gli interventi operati dalla magistratura di sorveglianza nulla hanno avuto a che vedere col decreto "Cura Italia", emanato dal precedente governo, come sostenuto da alcuni".
Il nostro ordinamento, infatti, riconosce già di per sé l'obbligo o la facoltà di differire la pena qualora ci siano condizioni di incompatibilità con la detenzione. "In questo senso la pandemia ha influito in relazione al fatto che, laddove qualcuno avesse altre co-morbilità (specificamente indicate nella "famosa" circolare del Dap al tempo guidato da Basentini, ndr) con un eventuale contagio avrebbero potuto risultare letali". Tuttavia, il vero problema di fondo, dice Siviglia, "è che in questo Paese non c'è una vera volontà di parlare e guardare all'interno del carcere". "Sono oltre cinquanta, ancora oggi, le persone in lista d'attesa per essere collocate all'interno di strutture idonee alla loro condizione".
Il Garante riporta l'attenzione anche sul tema dell'esecuzione delle "misure di sicurezza" dove l'inerzia delle parti in causa si traduce: nell'immediato, in un abuso nei confronti di soggetti "illegalmente detenuti"; in prospettiva, in un possibile spreco di risorse. "Nel momento in cui una persona viene prosciolta perché incapace di intendere e di volere - spiega - gli si applica una misura di sicurezza e dev'essere collocata in una Rems, strutture che nel tempo sono andate a sostituire gli ex ospedali psichiatrici".
L'unica struttura simile, in Calabria, gestita dalla cooperativa cosentina "Il Delfino", si trova a Santa Sofia d'Epiro e conta solo 20 posti (esauriti ormai da qualche anno). "Persone che non dovrebbero stare in carcere rimangono detenute illegalmente perché non ci sono più posti nella Rems".
Per questo motivo, da tempo è stato attivato un lungo iter per riqualificare anche la struttura presente sul territorio comunale di Girifalco, nel Catanzarese, che potrebbe ospitare oltre 40 persone.
Il 9 ottobre 2013 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che prevedeva, tra l'altro, il "programma definitivo per gli interventi" sulle "strutture sanitarie extra-ospedaliere". Per quella di Girifalco veniva previsto un finanziamento di 5 milioni e 890 mila euro a carico dello Stato. I lavori per la riqualificazione della struttura partono dall'aggiudicazione del 16 settembre 2015, ma vengono nel tempo rallentanti da peripezie giudiziarie e materiali, come il crollo della strada nei pressi del cantiere.
Lo scorso febbraio 2020, in un comunicato, il comitato cittadino "Emergenza sanità", in prima linea per vedere realizzata ed operativa la struttura, annunciava che, dopo un'interlocuzione positiva, l'Asp del capoluogo aveva indicato fine maggio come data ufficiosa "per il completamento dei lavori, la consegna della struttura e il trasporto degli arredi". Nel frattempo il direttore dell'Ufficio "attività tecniche" finisce coinvolto nell'inchiesta "Cartellino Rosso". L'evenienza ritarda l'iter, sebbene risulti che alla data del 31 dicembre 2020 la struttura sia stata completata. Di questo, ci dà conferma il sindaco di Girifalco, Pietrantonio Cristofaro: "L'Ufficio tecnico dell'Asp è stato in stand-by, ma a quanto riferitomi, lo scorso 1 marzo è stato individuato il nuovo responsabile. Auspichiamo che si attivino nell'immediatezza. La struttura è completa in ogni sua parte, mancano solo gli arredi. La struttura - sottolinea - è all'avanguardia, un'eccellenza unica in Calabria".
Il problema, piuttosto, sarà quello "di individuare gli operatori che dovrebbero gestire la struttura". "Nell'ultimo incontro avvenuto circa due settimane fa, - dice il sindaco - l'Asp sosteneva di non aver avuto ancora mandato dal commissario a stilare i bandi necessari a procedere a nuove assunzioni". Sempre il sindaco sottolinea che sono diversi gli incontri avuti con l'Asp per cercare di tenere alta l'attenzione sulla questione. "Il nostro ruolo è quello di sollecitare a tutti i livelli sia il commissario sia l'Asp per attivarsi subito per le dovute procedure concorsuali". La richiesta espressa fatta dal Comune al commissario dell'azienda sanitaria e al prefetto è quella di un sopralluogo. "Spero quanto prima di avere un colloquio anche con il commissario Longo così che possa sbloccarsi la situazione e la struttura possa essere attivata".
Di fatti, nella sua missiva formale del 22 febbraio, il Garante elenca gli adempimenti per le autorità competenti, da attuarsi "con urgenza e tempestività": "bandire la procedura ad evidenza pubblica per l'acquisto degli arredi e delle attrezzature; perfezionare il procedimento di autorizzazione e/o accreditamento della Rems; definire la forma di gestione della struttura stessa (pubblica e/o a gestione privata)". "È necessario - spiega il Garante - che in regione vi sia un centro capace di ospitare le persone socialmente pericolose a cui è stata applicata una misura di sicurezza. Inoltre, una simile struttura potrebbe diventare un indotto importante perché si può assumere personale sanitario e medico".
E conclude: "Spetta alla Regione Calabria e nello specifico all'Asp assolvere agli adempimenti accantonati. Tale inazione, se perdura, può diventare una grave colpa di scienza e coscienza per chi ha il dovere di agire. La struttura è completa e sono stati spesi molti soldi quindi non c'è più giustificazione per aspettare col rischio di ritrovarci l'ennesima cattedrale nel deserto".
modenatoday.it, 7 marzo 2021
Un gruppo di un centinaio di manifestanti ha tenuto un sit-in davanti alle mura del Sant'Anna, circondato da cordoni di polizia. Viabilità bloccata su via Lamarmora". Come annunciato alcuni giorni fa, un gruppo composto da circa un centinaio di attivisti si è radunato oggi pomeriggio dalle 14.30 davanti al carcere di Modena: una manifestazione nata in corrispondenza dell'anniversario della strage dello scorso anno, che ha radunato diversi attivisti - provenienti da varie province - e afferenti alla galassia dell'associazionismo della sinistra radicale. I manifestanti si sono portati fino all'accesso dell'ex Cie, lungo via Lamarmora e qui hanno dato vita al presidio, con striscioni, musica e interventi al microfono.
Le forze dell'ordine, Polizia e Carabinieri, sono state schierate in forze, con una serie di cordoni in tenuta antisommossa sia su via Lamarmora che su strada Sant'Anna, mentre Polizia Locale e PolStrada hanno chiuso tutte le vie di accesso all'area della struttura penitenziaria, di fatto isolata e non raggiungibile. Anche all'interno del penitenziario la Polizia era presente in forze.
Emblematico della protesta è stato uno degli striscioni esposti: "Marzo 2020, 14 morti nelle carceri. Sappiamo chi è Stato". Gli interventi al microfono hanno infatti ripercorso i fatti dell'8 marzo scorso, con la linea comune di una negazione di quanto finora emerso nell'inchiesta - ovvero i decessi per overdose per i quali è stata chiesta l'archiviazione - ed imputando agli agenti della Polizia Penitenziaria la responsabilità delle morti. Tra i cori "Fuoco alle carceri", "libertà libertà" e numerosi insulti alle forze dell'ordine. Intorno alle ore 16 i manifestanti hanno lasciato il presidio sulla strada per avventurarsi nel campo antistante alla recinzione del carcere, dove sono intervenuti anche gli agenti antisommossa. A parte gli sfottò e gli slogan, tutto si è svolto senza scontro fisico.
di Stefania Valbonesi
stamptoscana.it, 7 marzo 2021
Sembrerebbero emergere altre violenze nel carcere fiorentino di Sollicciano, dopo l'inchiesta choc emersa l'8 gennaio 2021, nel giorno in cui scattarono le misure cautelari emesse dal gip del tribunale di Firenze nei confronti di 9 agenti di polizia penitenziaria, tre dei quali furono posti agli arresti domiciliari, mentre sei furono interdetti dalla professione.
I nove sono accusati di aver dato luogo a due pestaggi, uno avvenuto nel 2018 e uno nel maggio 2019, a carico di detenuti che avrebbero riportato varie lesioni, fra cui la rottura di un timpano e delle costole. L'inchiesta ipotizza i reati di tortura e falso ideologico, in quanto, secondo le ricostruzioni dell'accusa, per coprire il pestaggio avvenuto nell'ufficio di un'ispettrice, quest'ultima avrebbe redatto una relazione in cui dichiarava che i colleghi erano stati costretti a intervenire perché il detenuto aveva cercato di aggredirla sessualmente. Il 29 gennaio scorso i giudici del Tribunale del Riesame di Firenze hanno accolto le richieste della difesa e hanno disposto per i tre la misura dell'interdizione dall'incarico per 12 mesi. Il Tribunale del Riesame ha anche revocato la misura dell'obbligo di dimora per gli altri sei, e ridotto quella dell'interdizione dall'incarico da 12 a 6 mesi. Le nuove violenze che sarebbero emerse nel carcere fiorentino sono state rese note da un articolo del quotidiano Il Dubbio a firma di Damiano Aliprandi.
A segnalare con un esposto alla magistratura quelle che si configurerebbero, se confermate, come altrettante gravissime violazioni dei diritti dei detenuti, il Centro di documentazione L'altro diritto, che dal 1996 opera all'interno delle carceri toscane. Il Centro di Documentazione è nato presso il Dipartimento di Teoria e storia del diritto dell'Università di Firenze e svolge attività di riflessione teorica e di ricerca sociologica sui temi dell'emarginazione sociale, della devianza, delle istituzioni penali e del carcere.
In seno all'associazione, nel 1997, ha preso vita il Centro di informazione giuridica. L'esigenza principale a cui questa struttura ha cercato di rispondere è stata quella della effettività dei (pochi) diritti dei soggetti detenuti e della loro eguaglianza, della garanzia condizioni minime della vita penitenziaria che sovente, per la fascia più debole della popolazione penitenziaria, vengono meno.
Ciò che emerge infatti da varie fonti, ma anche e soprattutto dalle ricerche sul campo, è che spesso i detenuti meno informati sui propri diritti e sui benefici previsti dall'ordinamento penitenziario, incappano in circuiti penitenziari, come spiegano dal Centro, più lunghi, più duri e con minori prospettive di reinserimento. Per cui, come spiega il dottor Giuseppe Caputo, ricercatore universitario, membro del Centro, coordinatore della clinica legale sulla "protezione dei diritti delle persone in esecuzione penale", autore di diverse pubblicazioni sul tema della sicurezza sociale e del trattamento penale della povertà, la mission è in primo luogo quella di informare le persone detenute dei loro diritti ed eventualmente di aiutarli ad accedervi in tutte le circostanze in cui non è indispensabile la mediazione di un avvocato.
Attività di tutela dei diritti e di informazione giuridica a favore dei soggetti detenuti che ha portato l'associazione interuniversitaria a stipulare una convenzione con il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria della Toscana, e poi, dato l'estendersi della sua attività, con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, il che consente ai volontari di svolgere la loro attività in tutti gli istituti penitenziari italiani.
Ad ora, l'Altro diritto è presente nelle carceri toscane e in quella di Bologna. Chi sono gli operatori che svolgono la loro attività in L'Atro diritto? "Si tratta di studenti delle facoltà di Giurisprudenza di Firenze, Pisa e Bologna, a cui si affiancano anche professionisti volontari, che magari hanno cominciato ad operare nell'associazione come studenti, oltre ad alcuni ricercatori, assegnisti di ricerca e dottorandi".
Attività che entra dunque nel profondo del carcere, mondo sconosciuto a chi non è addetto ai lavori, tanto che spesso assume la ribalta solo quando emergono casi particolari, sovente violenze, sia in forma di rivolte, che di risse fra detenuti, che di violenze sui detenuti da parte di agenti della polizia penitenziaria. Sotto quest'ultima voce, i casi in Toscana, a partire da quello che ha coinvolto il carcere di San Gimignano in cui l'associazione si è costituita parte civile, sembrano aver subito un'accelerazione inquietante.
"Alcuni numeri possono intanto dare l'idea della composizione sociale di un carcere - spiega Caputo - un detenuto su tre è dipendente da sostanze stupefacenti, o da dipendenze di altro genere, come l'alcol. Moltissimi detenuti manifestano disagi psichici, o pregressi all'entrata in carcere, o indotti dalla permanenza in carcerare. A livello nazionale, 1 detenuto su 3 è straniero, media che diventa 2 su 3 in Toscana".
La media dell'età è nella fascia giovanile della popolazione e se si assommano dipendenze, giovane età, disagio psichico, provenienza da altri paesi che ovviamente complica sia la comunicazione che l'interrelazione fra detenuti stessi e polizia penitenziaria, è comprensibile che la gestione della situazione diventi piuttosto complessa. Il problema è quello, antico e universale, che in mancanza di risposte alla marginalità che spesso deriva dalla povertà, il carcere rappresenta l'unica risposta. Ma non certo la soluzione.
"La mancanza di prospettiva è un'altra delle grandi molle della violenza - dice Caputo - la maggioranza di chi si ritrova in carcere è spesso proveniente da quella manovalanza di piccola criminalità, spesso straniera, che non ha alcuna speranza di accesso alle misure alternative alla detenzione e di reinserimento sociale a fine pena, anche per le limitazioni imposte dalla legge sull'immigrazione. E che non ha niente da perdere. Questo ingenera un circuito di violenze che non si riverbera solo nel rapporto fra agenti penitenziari e detenuti, ma anche fra gli stessi detenuti o gruppi di detenuti, magari divisi per provenienza etnica. Anni fa proprio Sollicciano fu teatro di una maxi rissa con feriti fra il gruppo albanese e marocchino".
Del resto, continua Caputo, "dal 1999 entro negli istituti penitenziari e credo di potere affermare che, per quanto riguarda la violenza nel rapporto fra detenuto e agente penitenziario, non sia la regola. Posso affermare che la maggioranza degli agenti si comportano con professionalità.
Il vero punto è che il carcere è pervaso da una sottocultura in cui il paradigma che regola le relazioni umane è quello della violenza psicologica e fisica, fra detenuti e polizia e fra detenuti e detenuti. Si tratta però di un aspetto su cui l'introduzione del reato di tortura ad esempio, ma anche lo stesso fatto che i casi di abusi emergano e se ne parli sui media, in particolare la televisione, si comincino a raccontare, può avere senz'altro una ricaduta positiva".
Insomma, la sensazione è che, in particolare quando si tratta di abusi violenti sui detenuti da parte degli agenti ma anche quando emergono storie di violenza fra reclusi, il fatto che non si faccia finta di niente, che la società "civile" non volga più gli occhi da un'altra parte e che ci siano giudici ad interessarsi, dia in qualche modo il coraggio ai detenuti di parlare e di esporsi.
Anche se la battaglia è lunga, e non riguarda solo gli attori principali. Un ruolo determinante ad esempio lo hanno i medici che lavorano dentro le carceri. Del resto, è spesso proprio dal referto medico che si parte per accertare un abuso, "e spesso questo è il primo scoglio - dice Caputo - ma anche in questo ci sono segnali di rinnovamento. Per fare un caso noto, il caso di San Gimignano è nato dal referto di un medico che non si è fatto intimidire da pressioni e minacce. Ricordiamo che ora i medici operativi dentro le carceri non appartengono più all'amministrazione penitenziaria, ma sono medici delle Asl, e sono più slegati dalle logiche di omertà proprie del carcere. Ora si parla e se si parla si sgretola quel clima di impunità che fino ad oggi è stato dominante".
Segnali che potrebbero rendere i detenuti più determinati a parlare per segnalare casi di abusi provengono dalle stesse notizie di stampa che hanno riguardato il caso ricordato all'inizio dell'articolo, prima delle segnalazioni più recenti di cui parla Aliprandi nel suo pezzo su Il Dubbio, che dovranno ovviamente essere verificate dalla magistratura.
"Sembra di evincere - dice Caputo - da quanto pubblicato sui quotidiani che ci sia stata una grossa collaborazione all'indagine da parte dell'amministrazione e della stessa Polizia penitenziaria. Insomma, sembra che a Sollicciano non si sia voluto nascondere la polvere sotto il tappeto".
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