di Errico Novi
Il Dubbio, 5 marzo 2021
La Giunta dell'Unione delle Camere penali scrive alla guardasigilli Marta Cartabia: "La situazione attuale mette a repentaglio la possibilità di garantire agli assistiti il corretto rispetto dei termini e delle scadenze processuali". Un "intervento diretto" per "definire quanto prima, in via transitoria, il ripristino anche delle modalità tradizionali di deposito degli atti difensivi e di accesso ai fascicoli processuali" e un "incontro ove illustrare le proposte per una più efficace organizzazione delle modalità di accesso da parte dei difensori ai portali telematici".
È quanto chiede la Giunta dell'Unione delle Camere penali alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, sottolineando, in un documento, che "la situazione attuale genera una crescente incertezza ed una progressiva e sempre maggiore disomogeneità degli strumenti a disposizione nei diversi territori e, come segnalato dalle Camere penali territoriali, mette concretamente a repentaglio l'esercizio del diritto di difesa e la possibilità di garantire agli assistiti il corretto rispetto dei termini e delle scadenze processuali".
Secondo i penalisti, infatti, "le continue problematiche collegate ai depositi telematici", quali "limiti al caricamento dei files, blocchi del sistema, intoppi della procedura di deposito", e la "grande incertezza sulla legittimità del ricorso al deposito degli atti brevi manu - si legge nel documento della Giunta Ucpi - ricadono inevitabilmente sul corretto esercizio delle prerogative difensive che devono essere sempre garantite, in ossequio ai principi costituzionali e che impongono la salvaguardia delle tradizionali modalità di deposito per un periodo di tempo sufficiente a consentire, da un lato, l'adeguamento del sistema alla nuova disciplina telematica, dall'altro la perfetta organizzazione dell'attività professionale. Ora più che mai - concludono i penalisti - occorre garantire la vigenza di un doppio binario".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 5 marzo 2021
Intervista al sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto: "Basta veti, sulla prescrizione modifiche dettate dalla Carta". Il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto in questa intervista al Dubbio traccia una road map su due direttrici: rispetto dei principi costituzionali e semplicità. E aggiunge: "Noi abbiamo l'obbligo di riportare la giustizia nell'ambito del diritto e non delle volubilità della politica del consenso: potrebbe sembrare una banalità ma ahimè non è così. Mi auguro che il diritto del consenso venga cancellato per sempre".
di Serena Termini
redattoresociale.it, 5 marzo 2021
Saranno dentro le sedi di Palermo, Catania, Messina ed Enna. In Italia sono 80 gli istituti in cui viene garantita l'istruzione universitaria, con la collaborazione di 37 atenei (compresi i 4 siciliani). Il garante Fiandaca: "La nascita dei poli universitari permetterà ai detenuti di rimanere nelle carceri dell'Isola".
Anche in Sicilia verrà presto offerta alle persone detenute degli istituti di pena e a coloro che sono in esecuzione penale esterna la possibilità di potere accedere agli studi universitari. Si tratta del riconoscimento dei poli universitari penitenziari stabilito da un accordo-quadro di collaborazione, firmato giovedì scorso, a Palazzo Orleans tra il garante dei diritti dei detenuti della Regione Siciliana Giovanni Fiandaca, il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria in Sicilia Cinzia Calandrino insieme al presidente della regione Nello Musumeci e l'assessore regionale alla formazione e istruzione Roberto Lagalla con i delegati degli atenei delle Università di Palermo, Catania, Messina ed Enna "Kore".
In Italia sono 80 gli istituti penitenziari in cui viene garantita l'istruzione universitaria, con la collaborazione di 37 atenei (compresi i quattro siciliani), per un totale di circa 1000 studenti detenuti iscritti. Per il 60% si tratta di detenuti in regime di media sicurezza, per il 34% di alta sicurezza, per l'1,5% di detenuti con il 41 bis. Solo il 2% degli studenti universitari detenuti è rappresentato da donne.
In particolare le attività svolte dai poli in Sicilia offriranno alle persone detenute percorsi formativi universitari utili alla riabilitazione psico-sociale, con ricadute positive nel percorso di recupero, sia durante che dopo la detenzione. Alle attività formative dei poli, il provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria e le università dedicheranno risorse e professionalità, coinvolgendo enti e istituzioni presenti sul territorio, comprese le associazioni di volontariato e terzo settore che operano nelle carceri dell'Isola. Nello specifico, la regione si impegnerà a contribuire alle spese necessarie attraverso gli strumenti finanziari che daranno il supporto operativo al raggiungimento delle finalità del progetto.
In Sicilia esistono 23 istituti penitenziari per un totale di 6 mila persone detenute. A parlare su come si articoleranno a livello organizzativo i quattro poli è il garante dei detenuti dell'Isola Giovanni Fiandaca. "Essendo stato anche un professore universitario di lungo corso, questo accordo, certamente, realizza un desiderio che avevo da tempo - afferma il garante Giovanni Fiandaca - che in questo caso interagisce anche con il mio ruolo di garante dei diritti.
E' giusto che anche in Sicilia, così come avviene già nelle carceri di altre città italiane, si possano attivare i poli universitari dentro le realtà carcerarie. Tra l'altro è lo stesso ordinamento penitenziario che riconosce l'istruzione come primo elemento del trattamento rieducativo volto al reinserimento sociale delle persone detenute.
In questo caso la promozione di un più elevato livello di cultura costituisce un presupposto importante per generare nella persona detenuta maggiore disponibilità al trattamento rieducativo. Sappiamo anche che le persone che potranno accedere a questi studi sono un numero limitato perché, statisticamente, rispetto all'istruzione media dei detenuti del nord Italia, nelle regioni meridionali, la popolazione carceraria presenta un livello di istruzione e di scolarità più basso".
"La nascita dei poli universitari permetterà soprattutto ai detenuti di rimanere nelle carceri dell'Isola. In passato, infatti, ho ricevuto richieste di detenuti di trasferirsi in altre carceri dove erano presenti dei poli universitari per potere continuare gli studi. In particolare, già due anni fa, in seguito ad una mia richiesta alle direzioni delle carceri siciliane di appurare il numero dei detenuti che volevano continuare gli studi, si erano registrate circa 160 persone. Certamente sarà nostra cura, non appena si concluderà l'emergenza sanitaria, andare nei diversi istituti di pena, insieme ai delegati universitari per informare e sensibilizzare sul progetto tutta la popolazione carceraria".
"Per il momento, tra i corsi che verranno offerti, ci saranno quelli di tipo umanistico: giurisprudenza, scienze politiche e lettere - continua Giovanni Fiandaca -. I delegati universitari nominati dal rettore sono, rispettivamente due a Catania, uno a Palermo, uno a Messina e uno ad Enna. La firma dell'accordo quadro - che ha la durata di 3 anni - rappresenta l'atto costituente del progetto. Dopo questo, successivamente si dovrà procedere alla stipula degli accordi specifici tra le singole università e il provveditorato che stabiliranno che cosa insegnare e dove insegnarlo".
"Per evitare duplicazioni e dispersione di risorse ci si organizzerà in relazione alle richieste. Per esempio se si accertasse che in Sicilia 30 detenuti volessero studiare giurisprudenza, si deciderebbe che uno dei quattro poli universitari verrebbe dedicato alla giurisprudenza - aggiunge ancora il garante -. Il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria penserà a trasferire i detenuti interessati nel carcere dove sarà presente il corso universitario. I quattro poli saranno impegnati, quindi, in ambiti disciplinari diversi. Le università, dal canto loro, metteranno a disposizioni personale amministrativo e docenti dei corsi di studi specifici. Nei prossimi giorni contatterò i delegati universitari per procedere alla fase attuativa del progetto".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 5 marzo 2021
Le offese veicolate su Facebook possono avere "giustificazioni" se contenute ai fatti attribuiti e non se mirano al pubblico disprezzo. La provocazione come attenuante o causa di giustificazione del reato di diffamazione scatta solo se si concretizza in un'azione che prevarica "oggettivamente" la forma della civile convivenza.
Non scatta cioè la provocazione - come prevista dal Codice penale - per la sola percezione soggettiva di essere stati destinatari di atti al di fuori della civile convivenza. Stessa cosa va detta per l'attenuante di aver agito in stato d'ira, che non rileva sempre e comunque, ma solo se oggettivamente si è vittima del "fatto ingiusto" altrui. Così la Corte di cassazione con la sentenza n. 8898/2021 ha escluso le giustificazioni di due coniugi condannati per diffamazione ai danni di un ciclista del team che dirige il marito. Entrambi tramite Facebook avevano utilizzato frasi offensive al riguardo dello sportivo considerandolo un bluffatore in ordine a un caso di sua assenza dalle gare per malattia certificata, cui seguiva - tra l'altro - un ricovero.
I ricorrenti pretendevano fosse loro riconosciuto lo stato d'ira indotto dal tenore di una telefonata occorsa tra il padre dello sportivo e il responsabile della squadra ciclistica. Ma la Cassazione ritiene congruo il ragionamento dei giudici secondo cui la violenza verbale del padre del ciclista era giustificata dall'affermazione del ricorrente che nel criticare l'assenza per malattia del figlio aveva aggiunto che lo avrebbe escluso anche da una seguente e importante gara a prescindere dal suo stato di salute. Quindi la minaccia di una ritorsione che ben poteva giustificare la reazione verbale dell'interlocutore. Mentre, al contrario, la reazione offensiva espressa dai due ricorrenti successivamente su Facebook spezza quella contestualità tra offesa e reazione che può giustificare quest'ultima.
La Cassazione coglie anche l'occasione per spiegare quando affermazioni oggettivamente offensive possano essere giustificate. Nel caso concreto non sarebbe stato diffamatorio che i ricorrenti si appellassero all'organo di disciplina per manifestare le loro critiche al comportamento tenuto dallo sportivo e che loro, a torto o a ragione, ritenevano inaccettabile o contrario alla deontologia sportiva. In tale sede anche una critica sferzante o un'accusa specifica sarebbero rientrate nel perimetro dell'esimente dell'articolo 51 del Codice penale.
Il caso di Facebook pone poi un problema di insita maggiore offensività per l'ampia platea di chi viene a conoscenza delle opinioni espresse contro qualcuno. Sulla piazza virtuale, dice la Cassazione rileva - ai fini dell'inquadramento delle espressioni usate nella fattispecie della diffamazione - l'aver esposto non solo al pubblico ludibrio, ma addirittura al pubblico disprezzo, la persona messa nel mirino da chi scrive.
Inoltre, nel caso specifico, oggetto dei post dei ricorrenti - al di là del limite della continenza delle espressioni nel caso concreto ampiamente superato - non era il fatto che aveva originato il disappunto cioè l'assenza per malattia, ma la persona stessa del ciclista, definito "suonato", "uomo di merda" e "ubriaco in bicicletta" con diretta lesione della reputazione e della considerazione sociale nei suoi riguardi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 marzo 2021
Stesso modus operandi a Sollicciano, denuncia l'associazione "L'Altro diritto", dove 9 agenti sono stati raggiunti a gennaio da una misura cautelare. È notizia recente che nove agenti penitenziari, tra i quali un'ispettrice, sono stati raggiunti dalle misure cautelari perché avrebbero pestato due detenuti in momenti differenti nel carcere di Sollicciano. Uno nel 2018 e l'altro a maggio del 2020. Ora però emerge, grazie alla segnalazione alla procura di Firenze da parte dell'associazione L'Altro Diritto, che si sarebbero verificati altri tre casi di abusi con lo stesso modus operandi che confermerebbe il clima di terrore perdurato nel tempo a Sollicciano.
Parliamo di casi che ovviamente saranno vagliati dalla magistratura inquirente, ma colpisce il fatto che a compiere i presunti pestaggi e umiliazioni, con tanto di minaccia per ottenere il ritiro della denuncia, sarebbero state le stesse persone raggiunte dalla custodia cautelare.
Il ruolo fondamentale dell'associazione "L'Altro Diritto" - Ma andiamo con ordine. L'Altro Diritto, fondata nel 1996 presso il Dipartimento di Teoria e storia del diritto dell'Università di Firenze, si occupa principalmente dei diritti delle persone in esecuzione penale. Grazie alla Convenzione firmata con il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, da anni ha esteso la sua attività all'intero territorio nazionale.
La convenzione con il Dap ha l'obiettivo di consentire che "ogni detenuto possa esercitare i diritti stabiliti dalle vigenti leggi" e autorizza tutti gli operatori del Centro a mettere in atto ogni forma di sostegno utile a tal fine. Non è un caso che è la prima associazione chiamata a ricoprire un incarico di Garante dei detenuti, per il carcere di San Gimignano. Ora, a seguito della notizia dell'inchiesta relativa a fatti qualificati come tortura nel carcere di Sollicciano, l'associazione ha segnalato alla procura competente tre casi di cui è venuta a conoscenza nel corso dei colloqui settimanali con le persone detenute nel carcere di Sollicciano.
Il primo caso l'8 ottobre scorso "invitato" a rimettere la querela - Il primo caso riguarda un detenuto che, l'8 ottobre scorso, a colloquio con Giuseppe Caputo, coordinatore del Centro di Informazione giuridica de L'Altro Diritto, ha raccontato di un episodio avvenuto il 12 agosto. Ha riferito di essere stato vittima di un "pestaggio" da parte di agenti di polizia penitenziaria e ha mostrato copia della denuncia-querela da lui sporta. Cosa gli sarebbe accaduto?
Dopo aver ricevuto notizie negative circa la propria istanza di trasferimento al carcere di Massa (per riavvicinamento con la famiglia e in particolare con il figlio minore), è andato in escandescenze ribaltando un tavolo. Subito dopo, però, si è calmato e ha messo a posto il tavolo e terminato tranquillamente il colloquio. Dopodiché, i due agenti che lo stavano riaccompagnando in sezione lo avrebbero portato in bagno e cominciato a colpirlo per punirlo. Nel corso dello stesso colloquio con Caputo, ha mostrato una copia della propria cartella clinica da cui si desume che, il giorno del presunto pestaggio, il detenuto si è recato in infermeria dove ha chiesto di essere sottoposto a visita medica riferendo di essere stato percosso.
Il referto, però, ha riportato la dicitura per la quale "allo stato degli atti non è possibile esprimere una valutazione circa la compatibilità della lesione con le circostanze di tempo, modo e luogo riferite". Il medico stesso ha prescritto i raggi x da cui è risultata una frattura delle ossa nasali. A seguito della denuncia, il detenuto però racconta che avrebbe subito pressioni volte a fargliela ritirare.
Secondo quanto segnala L'Altro Diritto, sembra che al detenuto venisse prospettato, in mancanza di remissione di detta querela, il rigetto della nuova istanza di trasferimento. Di fronte ad agenti e ufficiali di Polizia giudiziaria all'interno dell'Istituto di Sollicciano, ha rimesso la querela dichiarando testualmente: "nelle condizioni in cui ero, non escludo che possa avere avuto anche io una reazione scomposta verso operatori della polizia penitenziaria".
"Denudato e obbligato a fare delle flessioni" - Il secondo caso riguarda un detenuto italiano il quale, sempre in un colloquio con lo Sportello Documenti e Tutele di L'Altro Diritto, ha raccontato di un pestaggio avvenuto il 12 dicembre del 2019: sarebbe stato sottoposto a colpi, calci, schiaffi e sputi durante il trasferimento verso la sezione Transito in seguito a un colloquio con "l'ispettrice del reparto Penale" in cui il detenuto affermava di non voler essere collocato in cella con detenuti non italiani ("di etnia nordafricana"), stante anche le condizioni di sporcizia e abbandono della cella.In particolare, il detenuto sarebbe stato convocato nell'ufficio dell'Ispettrice dove ha riferito di non voler essere trasferito al reparto Penale e ha chiesto di essere accompagnato in reparto Accoglienza o Isolamento, minacciando atti anticonservativi nell'ipotesi di trasferimento in reparto Penale e nella cella a lui assegnata.
A quel punto, il detenuto sarebbe stato allontanato dall'ufficio e fatto attendere nell'atrio, dove successivamente lo avrebbero perquisito, fatto denudare e obbligato a fare flessioni sulle gambe alla presenza dell'ispettrice e di 4 agenti di polizia penitenziaria. A quel punto due agenti lo avrebbero preso sotto braccio e trasferito al Transito: durante il tragitto lo avrebbero preso a calci, schiaffi e sputi. Arrivato alla sezione Transito, lo hanno accompagnato in infermeria dove ha riferito al medico di guardia di essere stato sottoposto a percosse e lesioni durante il tragitto. Il medico ha riscontrato le lesioni e le ha ritenute compatibili con quanto riferito.
Dopodiché, il detenuto sarebbe stato richiamato nell'ufficio dell'Ispettrice che ha provveduto ad informarlo del rinvenimento, durante la perquisizione degli effetti personali, di un telefono cellulare. Il detenuto ha riferito all'operatore de L'Altro Diritto di aver provveduto, il 27 gennaio scorso, a sporgere denuncia presso un ispettore che gli avrebbe però consigliato di astenersi dal farlo per evitare di "avere ulteriori problemi all'interno dell'istituto".
Ammanettato "mani e piedi" e messo in posizione prona - Il terzo caso riguarda un altro detenuto straniero che ha riferito all'operatrice dello Sportello Documenti e Tutele di L'Altro Diritto di essere stato oggetto di maltrattamenti il 28 dicembre scorso. Nello specifico, il detenuto ha riferito che durante una perquisizione della propria cella (perquisizione motivata dalla presenza di alcool in un detersivo) sarebbe stato fatto uscire per recarsi al piano inferiore davanti alla Sezione, ossia in un luogo di passaggio per agenti, detenuti e operatori.
Il detenuto racconta che si è rifiutato di entrare nella stanza dell'ispettrice In ragione della mancanza di telecamere. In seguito a tale rifiuto, gli agenti avrebbero proceduto alla perquisizione personale in luogo aperto al passaggio di persone, quindi inadatto all'operazione di perquisizione stessa. Il detenuto è stato spogliato dei propri abiti. A quel punto, dietro pretesto del rinvenimento di una lametta nei vestiti del detenuto (lametta che il detenuto non ha riconosciuto come propria), lo stesso sarebbe stato ammanettato "mani e piedi" e messo in posizione prona.
Un agente di polizia penitenziaria si sarebbe seduto sulla sua schiena. A quel punto, due agenti lo avrebbero sollevato e trasportato in reparto isolamento. Durante questo trasferimento, al detenuto gli sarebbero stati inferti calci nelle parti intime. Sarebbe rimasto in isolamento per otto giorni. Come se non bastasse, il detenuto è stato messo a conoscenza, dal proprio educatore, del fatto che era stata sporta denuncia-querela nei suoi confronti per gli eventi del 28 dicembre da parte degli agenti coinvolti. Non è stato convocato per il consiglio di disciplina ed è quindi ignaro del contenuto della denuncia.
Il detenuto, vittima del presunto pestaggio, ha riferito all'associazione L'Altro Diritto di avere parlato dei fatti con il Comandante, e di averli comunicati al proprio legale tramite lettera. Tre casi da vagliare, ma molto simili a ciò che emerso dalle indagini della Procura per quanto riguarda due detenuti dello stesso carcere di Sollicciano.
Nel frattempo, per quanto riguarda i morti del carcere di Modena durante la rivolta di marzo, giunge notizia che la Procura ha chiesto l'archiviazione. Secondo la magistratura, i decessi sono da attribuire a overdose da metadone e altri farmaci dopo il saccheggio dell'infermeria del Sant'Anna. Resta aperto, invece, il fascicolo sulla morte di Salvatore Piscitelli, il 40enne deceduto in carcere ad Ascoli Piceno dopo essere stato trasferito già in condizioni critiche da Modena, in merito al quale cinque detenuti hanno presentato, lo scorso novembre, un esposto in cui si denuncia un'omissione di soccorso nei suoi confronti.
agensir.it, 5 marzo 2021
La Croce della Misericordia benedetta da Papa Francesco il 14 settembre 2019 si fa "pellegrina di speranza" nelle carceri della regione Campania dal 1° marzo al 4 aprile. "Questo evento di grazia e di fede - afferma don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane - vuole aiutare il mondo penitenziario a vivere nella gioia il tempo della Quaresima e a non sentirsi né solo né abbandonato specialmente in questo tempo di distanziamento e di angoscia".
La Peregrinatio Crucis vuole toccare le "periferie esistenziali" affinché "il carcere non sia solo una periferia da emarginare. La Croce è un segno di vicinanza della Chiesa, verso i ristretti privati della loro libertà personale a causa di errori commessi. Essa rappresenta, inoltre, un incoraggiamento verso gli operatori pastorali che offrono il loro servizio nelle carceri e una sollecitudine a spalancare il cuore per guardare con speranza la sfiducia sociale che il mondo sta vivendo".
"La Croce, segno dell'amore di Dio che varca le prigioni, è un invito a non cedere alla disperazione di fronte alle miserie e cadute umane. Gesù, dalla Croce, rivolge il suo sguardo e la sua attenzione ai disperati - ricorda il sacerdote -, agli smarriti di cuore e, dalla Croce 'cattedra silenziosa di Dio', Egli parla all'umanità di perdono, di misericordia, di accoglienza. Da quella stessa Croce Gesù tende la sua mano e salva il Ladrone pentito accogliendo il suo estremo atto di pentimento perché nulla è impossibile a Dio".
Anche "davanti ai macigni del peccato - aggiunge don Grimaldi - Dio non ha paura di perdonare e rischia con la sua infinita Misericordia. Perciò, Gesù, il condannato a morte, pur essendo innocente ci dona uno sguardo nuovo e indica la direzione della nostra vita. Il Suo sguardo è anche l'invito a rivolgere attenzione all'altro e a non dimenticare gli innocenti imprigionati e ingabbiati che, a causa di errori e accanimenti giudiziari, sono in fiduciosa attesa. L'errore umano del giudicante, oltre a distruggere la vita sociale di alcuni di essi, rischia di marchiare a vita molti uomini e donne".
Pertanto, la Croce della Misericordia che nella prima tappa toccherà le carceri della Campania per proseguire il suo pellegrinaggio negli istituti di pena di altre regioni d'Italia, "vuole far rifiorire la pace e la fiducia riconciliando il cuore dei detenuti come un invito a porre dinanzi al Crocifisso la propria vita con la sincerità di cuore, consegnando con la fiducia dei figli il proprio peccato e il male seminato nel passato". La Croce che entra in carcere "vuole liberare il condannato della giustizia umana indicando la strada per non lasciarsi imprigionare nella cella buia della disperazione". La Peregrinatio Crucis è, dunque, "un pellegrinaggio simbolico nei luoghi della pena, ma anche di riconciliazione, per affermare che tutti hanno diritto alla speranza".
di Clara D'Acunto
intoscana.it, 5 marzo 2021
La conferma nel corso della firma del protocollo per la tutela dei diritti dei detenuti tra il Provveditore dell'amministrazione penitenziaria e i garanti della Toscana. Partiranno da metà marzo le vaccinazioni nelle carceri della Toscana. Ad annunciarlo il Provveditore regionale dell'Amministrazione Penitenziaria, Carmelo Cantone.
"Ormai è ufficiale, partiremo a metà mese con la somministrazione ai detenuti e al personale. Gli istituti sono fortemente penalizzati dalla pandemia, è stato difficile. Ci auguriamo che questo sia un deciso passo in avanti per il superamento dell'emergenza".
La conferma dell'avvio delle vaccinazioni è arrivata oggi nel corso della firma di un accordo, in Consiglio Regionale, volto a tutelare i diritti dei detenuti e a migliorare la qualità della vita negli istituti, oltre che a potenziare i percorsi di reinserimento sociale. Hanno firmato, alla presenza del presidente dell'Assemblea toscana, Antonio Mazzeo, oltre al Provveditore, il Garante dei detenuti per la Regione Toscana, Giuseppe Fanfani, e i garanti dei comuni di Firenze, Livorno, Lucca, Prato, Porto Azzurro, Pisa, San Gimignano e Siena.
Un protocollo per migliorare la qualità della vita negli istituti - "Con questo atto diamo piena attuazione ai principi e alle garanzie costituzionali - ha detto il Garante - Rinnoviamo dunque l'impegno di leale collaborazione tra poteri dello stato". Grazie a questo accordo ci sarà maggiore comunicazione e coordinamento, oltre a un più continuo scambio di informazioni, tra garanti e istituti anche per incentivare azioni comuni volte al miglioramento della qualità degli standard di vita nelle carceri.
"Vorrei che il Consiglio regionale fosse sempre più il luogo per dare voce a chi ha meno voce - ha ricordato il presidente Antonio Mazzeo - In visita a Sollicciano, ho chiesto di valutare la possibilità di vaccinare da subito polizia penitenziaria e detenuti. Sono contento che questa strada sia stata intrapresa. Questa firma è un inizio di un percorso che faremo insieme. Ci sarà sempre il nostro appoggio".
di Luca Preziusi
Il Mattino di Padova, 5 marzo 2021
Indignazione bipartisan per il voto a Messina Denaro dato in segreto da un consigliere Alain Luciani (Lega): "Faremo una segnalazione all'Antimafia". Bisognerà aspettare ancora per avere un garante dei diritti dei detenuti a Padova. Non il tempo che ci vorrà a catturare il latitante Matteo Messina Denaro, ma almeno un'altra settimana per riprovare ad eleggerlo dopo l'esito negativo del voto di mercoledì sera.
Il nome del boss mafioso ha creato un caso in consiglio comunale. Il garante non è stato eletto infatti per un solo voto, che qualche consigliere ha pensato di dare proprio a Matteo Messina Denaro, condannato a più ergastoli e ricercato dal 1993, lasciando così agli atti di Palazzo Moroni un sarcasmo del tutto fuori luogo. E senza l'attenuante della superficialità, considerando la delicatezza del tema affrontato in consiglio comunale.
Quando il nome del latitante siciliano è stato letto in aula, dai banchi il dissenso e il malcontento si è sentito. Ma il voto di lunedì era segreto, e quindi nonostante non sia complicato farsi due conti, il "colpevole" rimarrà impunito.
Le reazioni però il giorno dopo sono arrivate da tutti i fronti: "Perché a Padova dobbiamo avere sempre il deficiente di turno? - si chiede il pentastellato Giacomo Cusumano senza mezzi termini - Paragonare la figura di un mafioso al garante per i diritti dei carcerati è semplicemente da deficienti, non ci sono altri termini per descrive l'ignoranza e l'incapacità di pesare i propri gesti di alcune persone. Ma è stato facile per lui scriverlo perché tanto il voto era segreto. Se ha il coraggio delle sue azioni esca allo scoperto".
Ancora più dura è la consigliera della civica di Arturo Lorenzoni, Stefania Moschetti: "Dopo mesi il consiglio comunale si è riunito in presenza per nominare il garante dei diritti delle persone private o limitate nella libertà personale. Un consigliere ha votato, scrivendo il nome di Matteo Messina Denaro: un mafioso italiano, legato a Cosa nostra, tra i latitanti più pericolosi e ricercati al mondo. Imbarazza avere colleghi di tale miseria morale", scrive sulla sua pagina Facebook. A condividere il post è il leghista Alain Luciani, solitamente su posizioni decisamente contrapposte a quella di Moschetti: "Non solo concordo con la collega, ma sinceramente io sto valutando un esposto alla Procura della Repubblica, oltre che all'Antimafia".
Nel frattempo la designazione del Garante dei detenuti slitta probabilmente alla prossima settimana. La frattura emersa nei giorni scorsi in maggioranza ha avuto i suoi effetti, e quindi non sono bastati i 21 voti per raggiungere i due terzi dei voti dei consiglieri, necessari ad incaricare Antonio Bincoletto. Ne servivano 22. Quando si tornerà in aula servirà ancora la maggioranza qualificata (i due terzi del consiglio), mentre qualora fossero inevitabile una terza convocazione basterà quella semplice.
di Simona Musco
Il Dubbio, 5 marzo 2021
Per le Procure, i salvataggi dei disperati che attraversano il Mediterraneo avverrebbero a seguito di cospicui pagamenti. Ma gli elementi a supporto di tali tesi scarseggiano. Sembra di fare un tuffo nel passato. A quando, per intenderci, le ong venivano viste come il male assoluto. L'ultimo capitolo della guerra alla solidarietà è quello scritto dalla procura di Ragusa, che ha deciso di indagare su quanto accadde nel Mediterraneo l'11 settembre scorso.
Ma non per chiarire come sia stato possibile tenere la vita di 27 persone sospesa per più di un mese, dopo il terrore di un viaggio verso la salvezza. Ma per criminalizzare chi quelle persone le ha portate in salvo, a dispetto di leggi ciniche e contraddittorie. La procura ha iscritto sul registro degli indagati l'ex assessore di Venezia Beppe Caccia, l'attivista Luca Casarini, il regista Alessandro Metz e il comandante Pietro Marrone, destinatari di un decreto di perquisizione e sequestro, con l'accusa, a vario titolo, di trasferimento dei migranti dalla nave Etienne Maersk alla ong Mare Jonio, sulla base di un "accordo commerciale" tra le società armatrici.
La vicenda riguarda il soccorso di quei naufraghi rimasti bloccati per 38 giorni in mezzo al mare tra Malta e Lampedusa, a bordo della portacontainer che li aveva tratti in salvo. Un abbandono ribattezzato la "vergogna d'Europa". Gli atti d'accusa sono poco chiari. In attesa di avere pieno accesso agli atti, spiega Serena Romano, difensore di Mediterranea Saving Humans, ciò su cui ci si può basare sono dei brogliacci, utilizzati dai pm per contestare un passaggio di denaro che, in teoria, costituirebbe l'aggravante del reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, ma che in realtà rappresenta il centro dell'accusa.
"L'accusa di favoreggiamento spiega Romano al Dubbio - viene affrontata solo nelle pagine finali, dando per scontato il reato, ma non si comprende sulla base di quali elementi, dal momento che l'ingresso dei migranti in Italia è avvenuto sulla base dell'assegnazione del pos (Place of safety, ndr) da parte delle autorità. Mi chiedo, data questa premessa, come sia configurabile il reato, dal momento che nel decreto di perquisizione e sequestro non viene indicato".
Il decreto, infatti, si focalizza interamente sul presunto accordo economico, del quale comunque, spiega ancora Romano, "non c'è prova". La procura di Ragusa, guidata da Fabio D'Anna, si affida infatti ai tabulati telefonici e non alle intercettazioni, che sono successive al salvataggio dei migranti. La procura individua un numero di telefono danese, contattato da Caccia tra l' 8 e l' 11 settembre, senza individuarne, però, l'intestatario.
L'assunto della procura è che quel numero sia riconducibile alla Etienne Maersk, per una pura questione di bandiera. Ma quel numero, in realtà, è riconducibile alla Danish Shipping, organizzazione che raggruppa oltre 90 armatori e società offshore. Il quadro descritto dalla procura è dunque incerto: il teorema è basato su un presunto profitto legato al salvataggio dei migranti, "che sappiamo essere aggravante del favoreggiamento - spiega ancora Romano - ma non punto costitutivo. Ma chi ci dice che c'è stato favoreggiamento?
Questo dato, nel decreto, non emerge". Così come non vengono affrontate, in nessun passaggio, le condizioni dei migranti salvati dall'ong Mare Jonio. "Si tratta di elementi assolutamente non secondari per contestare il reato - spiega ancora Romano. Si trattava di persone in condizioni di vulnerabilità estrema, provenienti da Eritrea, Sudan, Ciad, quindi tutti potenziali richiedenti asilo, che avevano attraversato la Libia, dove è noto che i migranti vengono seviziati e torturati in veri e propri campi di concentramento. I segni di violenza sui loro corpi erano evidenti e non si può pensare che abbiano trascorso in condizioni di sicurezza più di un mese sul ponte di una petroliera, senza assistenza medica e dopo un viaggio così traumatico. Ci sono stati ben tre tentativi di suicidio: non si trattava di certo di una crociera".
La difesa della ong presenterà, nei prossimi giorni, istanza di Riesame. "Speriamo di avere un quadro più chiaro attraverso una visione completa del fascicolo - ha aggiunto Romano - per poter evidenziare quelli che, già adesso, appaiono come macroscopici errori".
La procura, dal canto suo, contesta l'esistenza di un bonifico di 125mila euro da parte della Etienne Maersk a favore della Mediterranea, "una donazione", si legge in una nota a firma di Kis Soegaard, portavoce della compagnia danese di navigazione. "Mesi dopo l'operazione di salvataggio (a novembre, ndr), Maersk Tankers ha incontrato i rappresentanti di Mediterranea per ringraziarli della loro assistenza umanitaria.
In seguito a questo incontro, abbiamo deciso di dare un contributo di 125 mila euro a Mediterranea per coprire alcuni dei costi sostenuti in seguito all'operazione". La compagnia, ad oggi, non è stata contattata dalla procura di Ragusa, un altro punto oscuro dell'intera vicenda, secondo l'avvocato Romano. "Il 5 agosto 2020 l'equipaggio della Maersk Etienne - ha spiegato la compagnia danese - ha salvato 27 persone in difficoltà in mare su richiesta delle autorità maltesi. Una volta tratti in salvo, migranti ed equipaggio sono stati lasciati in situazione di stand- off per un periodo senza precedenti: 38 giorni, senza che nessuna autorità fosse disposta a permettere alla nave di fare scalo né autorizzasse lo sbarco sicuro delle persone salvate.
Dopo diverse richieste di assistenza rimaste senza risposta, la situazione è diventata terribile dal punto di vista umanitario". Mediterranea, dopo una valutazione sanitaria effettuata dal proprio team medico, ha quindi trasferito le persone a bordo della propria nave. "Era una situazione umanitaria - continua la nota di Soegaard - e vogliamo chiarire che in nessun momento prima o durante l'operazione è stato discusso o concordato un compenso o un sostegno finanziario".
Il contributo di 125 mila euro, da parte della società danese, è stato versato alla ong "mesi dopo". Ma quella della Mare Jonio non è l'unica vicenda giudiziaria che riguarda l'accoglienza. L'avvocato Romano non vuole sbilanciarsi. "Ma non posso fare a meno di osservare una serie di notizie simili, in questi giorni, relative a procedimenti aperti, a vario titolo, in diverse città d'Italia sull'accoglienza", commenta.
Mercoledì, Medici senza frontiere ha ricevuto un avviso di conclusione delle indagini per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina insieme ad altre navi umanitarie, e dal Gup di Catania la decisione di rinvio a giudizio per traffico illecito di rifiuti. "Si apre un altro lungo periodo di fango e di sospetti sull'operato delle organizzazioni in mare, insieme all'ennesimo inaccettabile attacco al diritto al soccorso", ha commentato Msf. "Le decisioni della magistratura, arrivate a poche ore di distanza, allungano l'elenco dei numerosi tentativi di criminalizzare il soccorso in mare, che a oggi non hanno confermato alcuna accusa, ma che insieme alle ciniche politiche dell'Italia e dell'Europa hanno pericolosamente indebolito la capacità di soccorso nel Mediterraneo centrale, al drammatico costo di migliaia di vite umane".
di Venanzio Postiglione
Corriere della Sera, 5 marzo 2021
Ci serve la riappropriazione del tempo. Dopo dodici mesi in cui la vita è stata scandita dai Dpcm e dai lockdown, e ancora di più dalla tragedia delle vittime e dei ricoveri, ora dobbiamo immaginare un unico, grande orologio nazionale. Soltanto due parole.
Dire di più diventava superfluo. "Rapido peggioramento". A quel punto si è capito: un anno dopo, marzo allora e marzo adesso, l'orologio segna la stessa ora. La Regione ha messo la Lombardia in arancione rafforzato, tutte le scuole chiuse e niente più visite ai parenti, le famiglie strette di nuovo tra il lavoro e i figli a casa. Mentre mezza Italia si avvia verso la fascia rossa. Il termine lockdown è già fuori moda, ma la sostanza non appare così lontana. Le sfumature di colore addolciscono, non cambiano, la realtà.
Fermare le scuole in presenza è una sospensione della vita. Di tutti. Anche di chi non è alunno e non è insegnante. Le giornate stesse sono scandite dallo spettacolo (spettacolo, certo) dei ragazzi che si avviano a piedi verso le classi o salgono sui bus o arrivano in bicicletta e dopo le lezioni se ne tornano a casa tra risate e inseguimenti: differenza tra una città viva e una città morta. Le famiglie di Milano, ieri, raccontavano che molti adolescenti sono arrivati a pranzo più tardi: un saluto agli amici, ci vediamo su Zoom.
La politica del lamento non dorme mai, lasciamola sveglia. Ma c'è un'intera generazione di ragazzi che sta costruendo il proprio futuro davanti allo schermo, in condizioni mai viste, con l'aiuto di professoresse e professori che (in buona parte) ce la mettono tutta. Massimo rispetto.
Le varianti del virus sono aggressive, l'età dei contagiati si abbassa, le scuole stesse possono diventare focolai. Purtroppo. Si parla sempre di "sacrifici necessari": non è una frase fatta. La Lombardia ha visto ancora aumentare i ricoveri e, in particolare, gli ingressi nelle terapie intensive, quel numero che abbiamo imparato a guardare da un anno. Il passaggio in arancione scuro sembrava scritto da giorni. In altre regioni non va meglio. La stanchezza collettiva è un dato di fatto, la sofferenza di intere categorie si fa drammatica (e va capita e risarcita), la didattica a distanza diventa pesante, si aggiunge il problema (enorme) dei genitori che lavorano con i bambini che restano a casa: ma a breve termine continueranno le chiusure, i divieti, le limitazioni. La Germania stessa è semi-prigioniera fino al 28 marzo.
Il nuovo governo di Mario Draghi ha due obiettivi su tutti. Il piano dei vaccini e i fondi europei. Il sostegno parlamentare è molto ampio e la maggioranza sembra destinata a reggere, nonostante le battaglie all'interno del Pd e dei Cinque Stelle e una Lega rumorosamente in bilico tra populisti e popolari (i partiti a volte si dimenticano che c'è la pandemia, un dettaglio).
Sembra marzo 2020 e invece la differenza è evidente. Un governo solido, un premier che ha salvato l'euro, un programma per i vaccini che potrebbe proteggere le vite e il Paese stesso. È il punto chiave, al di là delle chiusure che tornano e dei colori che si susseguono: quando arrivano le dosi, quali saranno le scadenze e i criteri, come si rispetterà l'anagrafe e chi va inserito nei "servizi essenziali". Parleranno gli scienziati senza protagonismi e poi magari deciderà la politica senza tentennamenti.
Se negli ultimi dodici mesi la nostra vita è stata scandita dai Dpcm e dai lockdown, e ancora di più dalla tragedia delle vittime e dei ricoveri, ora dobbiamo immaginare un unico, grande orologio nazionale. "Nulla ci appartiene, solo il tempo è nostro", ha scritto Seneca. Ecco: ci serve la riappropriazione del tempo. Con le tappe dei vaccini. Con le caserme o le tende o le piazze o quello che sarà per accogliere le persone.
Con un sistema di prenotazioni civile in un Paese civile, visto che il web ha conquistato il mondo ma non ancora il sistema sanitario (e le burocrazie locali). Con un clima di concordia generale che non è buonismo ma soprattutto convenienza. I contrasti tra Stato e Regioni si sono rivelati inutili e avvilenti, hanno anche offuscato l'immagine delle autonomie: se è così che funzionano, nessuno riuscirà a fermare la nostalgia del centralismo. Sulle vaccinazioni non si potrà andare in ordine sparso. Le macerie si tolgono assieme, poi ognuno avrà il suo progetto per ricominciare.
Stamattina, senza i ragazzi che si trascinano gli zaini e ridono con gli amici, Milano tornerà a svegliarsi in una favola al contrario. Dove arriva la primavera e scompaiono i bambini. Posso andare al parco? La mia bicicletta? E i nonni? Una società stremata, ma nella stragrande maggioranza dei casi rispettosa delle regole e ancora fiduciosa, aspetta il giorno del vaccino e della ripartenza. La famosa fiaccola che bisogna scorgere alla fine della galleria, fosse pure lunga e sconnessa. Anche il marciatore più forte del mondo ha bisogno di vedere il traguardo.
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