di Valeria Pini e Anna Silvia Zippel
La Stampa, 3 marzo 2021
Per la giornata mondiale "Self-injury Awareness Day", pubblichiamo "Niente più cicatrici", di Sara Sartori: un racconto in prima persona, un'immersione nel mondo interiore di due giovanissime che hanno sofferto e poi curato le proprie ferite grazie a un profondo percorso terapeutico. E un'intervista alla neuropsichiatra che le ha aiutate.
"La prima volta è stato un graffio, fatto quasi senza pensarci. Avevo trovato un modo per dire: ecco, io sto soffrendo". Angela e Franca non si conoscono, ma hanno entrambe appena 13 anni quando iniziano a ferirsi. Sole, chiuse in bagno, di nascosto. Spesso quando i genitori sono fuori, senza che ci sia ogni volta una precisa causa scatenante.
Gesti inizialmente inconsapevoli che a poco a poco diventano rituali. Parliamo di autolesionismo, atti compiuti con l'intento di farsi male e affrontare il dolore dell'anima. Un rituale che dà al tempo stesso dipendenza, sicurezza e la momentanea illusione di sentirsi meglio, di emergere dal buio. Un autolesionismo che spesso include anche gravi disturbi alimentari. I corpi sotto assedio di Angela e Franca diventano il diario esteriore del male che provano dentro, il campo di una battaglia che le conduce entrambe, poco più che tredicenni, a tentare il suicidio. Questo è il loro racconto.
Nell'audio documentario "Niente più cicatrici" ascoltiamo le voci di Angela e Franca, raccolte da Sara Sartori, giornalista e autrice radiofonica, in collaborazione con la dottoressa Arianna Terrinoni, dirigente medico nel reparto di Neuropsichiatria Adolescenti dell'Ospedale Policlinico Umberto I di Roma, che ha seguito e sostenuto le due ragazze nei loro percorsi di guarigione.
Un podcast che racconta in prima persona, con sensibilità, cos'è l'autolesionismo, fenomeno in crescita che sempre più spesso conduce i giovanissimi a ricercare la morte.
Ma le voci di Angela e Franca ci dicono soprattutto come entrambe, oggi, possano raccontare quel che hanno attraversato da una prospettiva diversa, raggiunta dopo aver fatto un profondo percorso di terapia durato diversi anni, grazie all'aiuto di specialisti fra i quali la dottoressa Terrinoni, che ci spiega: "Angela arriva in reparto ricoverata d'urgenza a soli 13 anni e mezzo, con una prima diagnosi di grave disturbo d'ansia. Anche Franca è ancora una bambina quando viene ricoverata per tentato suicidio, ma in un'altra struttura. E quando ne ha 17, viene portata nel mio studio per iniziare una nuova terapia".
"Quando ho parlato con la dottoressa Terrinoni della mia idea di fare questo audio documentario - racconta l'autrice del podcast, Sara Sartori - lei ha individuato queste due pazienti poiché le riteneva in grado di esporsi e raccontare con la giusta distanza il loro trascorso, anche perché ne sono ormai fuori. E quando ho incontrato Angela e Franca, mi sono resa conto che per loro era molto naturale parlare di ciò che avevano attraversato. La cosa che mi ha colpito è che entrambe fossero consapevoli del fatto che queste cose possono succedere a tutti, che non ci deve essere un tabù. Parlarne era per loro anche una forma di riscatto, come dire "Ecco, io esisto". Per questo non ci sono esperti o narratori, volevo renderle completamente protagoniste, volevo provare a fare immergere l'ascoltatore nel loro mondo. Le storie di queste due ragazze ci accompagnano in riflessioni e pensieri che sembrano indicarci una strada da percorrere".
Come è stato per Angela e Franca, tantissimi adolescenti hanno bisogno di aiuto e assistenza specialistica, ma in tutta Italia ci sono solamente fra gli 80 e i 92 posti letto di Neuropsichiatria infantile e adolescenziale. Molte regioni non li hanno proprio e si appoggiano ai reparti di pediatria o, peggio ancora, ai reparti psichiatrici per adulti.
Lo stesso Ospedale Policlinico Umberto I di Roma è in attesa da quattro anni che venga finalmente reso operativo il nuovo reparto di Neuropsichiatria Adolescenti, già esistente ma ancora chiuso, con il quale si potrebbero aggiungere otto posti letto agli otto già operativi.
Angela oggi ha 21 anni e, come sentiamo nel podcast, ama molto cantare. Franca di anni ne ha 19, si è trasferita negli Stati Uniti e vuole diventare medico. Entrambe seguono tuttora una terapia di supporto, ma stanno bene e possono raccontarlo. Perché uscirne è possibile se si viene curati e per questi ragazzi e ragazze in difficoltà c'è un modo per costruirsi un futuro. L'importante è trovare la terapia giusta. Il reparto di Neuropsichiatria Adolescenti dell'Ospedale Policlinico Umberto I di Roma, ogni anno aiuta decine di giovani ad affrontare questi disturbi.
Professoressa Terrinoni come aiutate questi ragazzi "fragili". Che tipo di terapia avete scelto?
"Per questa tipologia di pazienti diamo indicazione e adottiamo la DBT-A (Dialectical Behavoiur Therapy for Adolescents), la più usata nei casi di autolesionismo. Il paziente viene inizialmente 'addestrato' a seguire comportamenti non disfunzionali che lo inducano a contrastare l'impulso che lo spinge a farsi male. Il format standard è una terapia individuale con il ragazzo accompagnata da quella di gruppo multifamiliare. Per noi l'obiettivo è mettere il giovane paziente in una situazione di protezione e sopravvivenza imparando a riconoscere le sue emozioni, successivamente se lo vorrà potrà seguire seguire anche altri percorsi psicoterapeutici".
Quali sono i fattori di rischio in questo tipo di patologia? Come accorgerci che l'adolescente sta male?
"Sono malattie subdole e aspecifiche, spesso difficili da riconoscere. Tutte le condotte autolesive costituiscono un serio segnale d'allarme e possono essere o non accompagnate da alterazioni dell'umore improvvise o da un mancato controllo delle emozioni, come dell'impulsività. Ma anche un declino scolastico o un progressivo ritiro sociale vanno tenuti d'occhio".
A volte i genitori non si accorgono delle condotte autolesive
"Spesso i ragazzi nascondono sapientemente il loro corpo con magliette a maniche lunghe in piena estate o con elastici o bracciali sui tagli. Tengono in posti segreti della stanza strumenti contundenti o lasciano pigiami o lenzuola con macchie di sangue. Tutto va osservato e potrebbe essere un indizio di un attacco al corpo. I ragazzi in questa condizione si chiudono a lungo in bagno e rifiutano qualsiasi tipo di incursione dei genitori nelle loro camere".
C'è una definizione scientifica di questo attacco al corpo. In fondo anche nei disturbi alimentari si aggredisce il proprio corpo non mangiando o mangiando troppo.
"Nel 1990, lo psichiatra italo-americano Armando Favazza definì le condotte autolesive (Self-Injurious Behavoiur oggi NSSI) come atti distruttivi e intenzionali rivolti verso diverse parti del corpo, senza intento suicidario. Possono essere distinte in forme dirette, ad esempio, attraverso una lametta o un coltello, oppure in indirette mediante abuso di sostanze o farmaci. Anche il vomito autoindotto può far parte di queste".
Come fate a conquistarvi la fiducia di questi ragazzi che spesso vogliono nascondersi?
"Non li giudichiamo. Accettare il sintomo è parte della cura. Se un ragazzo resta completamente in silenzio durante la visita, cerchiamo di fargli capire che siamo lì per aiutarlo, che lui/lei non è una perdita di tempo. È il suo punto di vista che ci porta, ed è un momento che va onorato. Ci capita così di aprire lentamente un varco e di riuscire a dialogare dopo lunghi silenzi".
Covid ha peggiorato le cose o ha solo portato a galla problemi già presenti?
"Il coronavirus è sicuramente stato un potente acceleratore e ha anche peggiorato alcune situazioni. La prima ondata è stata meno problematica. Molti 'ritirati sociali' erano molto felici di stare a casa, ma tanti ragazzi lentamente non hanno accettato la mancanza di socialità. Il secondo lockdown è stato molto più pesante. Gli adolescenti hanno bisogno di Regolatori mentali, quindi la famiglia, le relazioni, le associazioni sportive, che aiutano i ragazzi a costruirsi le giornate e a strutturarsi. Il Covid li ha strattonati dentro ritmi nuovi e alterati, ha abbassato ancora di più le aspettative per il futuro, è aumentata la precarietà e l'incertezza, e per molti quelli più vulnerabili c'è stato anche il problema di una minore possibilità di accesso alle cure".
Come si strutturano le giornate dei ragazzi nel vostro reparto?
"In genere i pazienti arrivano tramite il pronto soccorso al nostro reparto dopo un episodio di autolesionismo o in caso di un TS o di un'acuzie psichiatrica. Cerchiamo di favorire le loro risorse personali che saranno il terreno per una cura. In genere un ricovero dura una media di 15 giorni. Le loro giornate sono scadenzate da varie attività perché non li trattiamo solo come pazienti. Restano innanzitutto adolescenti. Seguono le lezioni scolastiche, vanno in biblioteca, fanno esercizio fisico e vanno anche in piscina. Poi ci sono le passeggiate nel quartiere, i giochi con la Wi e, seguiti da un operatore, possono navigare in rete. Nascono amicizie a volte profonde. Ma ci sono anche le crisi, impetuose, protratte; i momenti difficili. In ogni caso cerchiamo di creare un'alleanza con i ragazzi".
Fra i problemi nei casi di autolesionismo c'è quello dell'emulazione...
"È spesso un fattore d'innesco a cui bisogna fare attenzione ed è un effetto che conosciamo bene anche in reparto. Se arriva un ragazzo che si taglia sappiamo che potrebbe influenzare seriamente anche gli altri. Cerchiamo di spiegare ai ragazzi il pericolo di questi gesti, ma sempre con un approccio non giudicante".
In questo tipo di disturbo psichico si parla molto di familiarità...
"C'è una componente genetica, una maggiore vulnerabilità biologica, ma non è solo questo. Contano diversi fattori e in modo particolare l'ambiente in cui il ragazzo vive. Se al bambino non viene fornito un corretto rispecchiamento emotivo, tra lui e l'ambiente si innescheranno disfunzioni sempre maggiori fino alla strutturazione di un vero disturbo psichico. Anche i traumi hanno un ruolo importante. Va inoltre ricordato che gran parte delle malattie psichiatriche esordiscono proprio in adolescenza. Prima si accede alle cure e prima si può sempre gestire questa malattia".
Quando un ragazzo cerca di togliersi la vita o si provoca volontariamente una lesione si parla spesso di atto dimostrativo. Cosa ne pensa?
"Secondo la mia opinione non esistono atti dimostrativi. Spesso quando gli adulti catalogano in questo modo un episodio di questo tipo, il ragazzo lo ripete e si danneggia anche di più. Bisogna fare attenzione e interpretare queste azioni comunque come un bisogno autentico di attenzione. Non vanno sottovalutate. Bisogna stare accanto a questi adolescenti curarli e sostenerli in un momento critico della loro vita".
Si parla molto anche dell'effetto dei social su questi gesti...
"In passato si diceva che i giovani self-harmer emulassero gli emo, per il loro look particolare, o volevano identificarsi con un Johnny Depp o una Amy Winehouse. La malattia psichiatrica, il personaggio sopra le righe, il "dannato", hanno sempre avuto un fascino perverso sui ragazzi. Oggi la rete offre di tutto: grandi opportunità ma anche modelli 'sbagliati' da seguire, strade pericolose. Gli adulti devono monitorare tutto questo, incuriosirsi con loro verso questo mondo sconosciuto. Gli adolescenti non vanno dimenticati nelle loro stanze, perché la rete può essere insidiosa".
Come aiutate i genitori?
"I genitori vanno educati e supportati. Va data loro una restituzione diagnostica e fornite tutte le informazioni sull'utilità dei farmaci che restano comunque sempre una cornice della cura. Devono interpretare l'atto autolesivo del figlio secondo molteplici significati. Può rappresentare un'autopunizione del ragazzo, l'incapacità di tollerare gioia o tristezza o semplicemente, l'impossibilità di fare i conti con la noia. È difficile fronteggiare il vuoto in una società in cui tutto è organizzato. Spesso svincolarsi dall'infanzia e crescere può causare un grande disorientamento. Quando un adolescente tenta il suicidio lo fa perché ambisce forse ad una seconda vita o ad un'altra possibilità. Devono capire che possono immaginare un futuro possibile anche nelle loro vite. Inoltre va combattuto il fascino del disturbo mentale. L'identità negativa dà uno stigma ma può dare comunque una forma: è attraente sì ma alla lunga è solo distruttiva".
di Riccardo Chiari
Il Manifesto, 3 marzo 2021
Diritti negati. Da 40 giorni in sciopero e da 20 in presidio permanente i lavoratori immigrati, costretti dalla proprietà cinese della stamperia tessile Texprint di Prato a turni di 12 ore per 7 giorni la settimana. Li sostiene il Si Cobas, sabato manifestazione in piazza del Comune.
"Mai più schiavi". Lo striscione appeso alla cancellata della Texprint, stamperia a conduzione cinese nel Macrolotto industriale di Prato, spiega meglio di tante parole l'ennesimo caso di sfruttamento della manodopera immigrata e l'illegalità diffusa nel settore tessile. A protestare da quasi un mese sono operai in maggioranza pakistani, costretti a turni di 12 ore giornaliere per 7 giorni la settimana, più del doppio del monte ore previsto dai contratti di lavoro del settore. Va da sé che non ci sono straordinari, tutto quanto è di fatto imposto dai titolari della stamperia come turno ordinario. Una situazione intollerabile, venuta a galla quando i lavoratori hanno intrapreso uno sciopero a oltranza con presidio permanente davanti alla fabbrica, giorno e notte, con il sostegno del sindacato di base Si Cobas.
A scioperare sono una ventina di operai sui circa 50 addetti della Texsprint, dove lavorano anche una ventina di impiegati per un totale di 70 dipendenti complessivi. Una lotta che ha già portato per due volte all'intervento delle forze dell'ordine, assai sollecite a strattonare, immobilizzare, e anche ammanettare per qualche minuto i lavoratori sdraiati a terra per impedire carichi e scarichi dei tessuti stampati per diverse committenze.
"Questi operai chiedono la regolarizzazione dei rapporti di lavoro - spiegano Luca Toscano e Sarah Caudiero dei Si Cobas - cioè la fine dell'utilizzo illecito dei contratti di apprendistato, un classico escamotage per pagare meno e mantenere la precarietà, con la trasformazione in rapporti a tempo indeterminato. Poi il rispetto del contratto collettivo nazionale e quindi degli orari di 8 ore per 5 giorni la settimana. E ancora il riconoscimento di due giorni di riposo, la possibilità di avere le ferie, e la regolarizzazione del personale che lavora senza contratto". Un fatto quest'ultimo certificato a gennaio dall'Ispettorato del Lavoro di Prato, che non ha impedito però all'azienda cinese, convocata in Prefettura per un tentativo di mediazione, di alzare un muro, rifiutando ogni trattativa sulle posizioni contrattuali dei lavoratori.
"Come unica possibilità di soluzione della vertenza - puntualizzano Toscano e Caudiero - la Texprint si è detta disposta a riconoscere dei soldi a tutti gli iscritti al sindacato, in cambio della risoluzione dei rapporti di lavoro. È evidente la volontà di far fuori il sindacato e i lavoratori che hanno avuto il coraggio di denunciare lo sfruttamento. Un operaio recentemente ha perso una falange delle dita, e ci sono altri infortuni gravi nascosti dall'azienda che, accompagnando i feriti al pronto soccorso, ha fatto pressioni perché dichiarassero diverse circostanze dell'infortunio".
In questo patologico contesto, l'anno scorso la Texprint ha comunque avuto un finanziamento pubblico di 354mila euro per la produzione di mascherine antivirus, con un investimento dell'azienda di 472mila euro. Ma anche questa produzione, ricordano i lavoratori, si è basata sullo sfruttamento. Mentre in autunno, appena ricevute le deleghe, tutti i lavoratori sindacalizzati sono stati posti di cig. Con causale Covid.
Sabato il Si Cobas manifesterà in piazza del Comune: "Dopo 40 giorni di sciopero e 20 di picchetto permanente - chiudono Caudiero e Toscano - abbiamo avuto il sostegno di decine di cittadini, che hanno portato aiuti concreti: cibo, tende, mascherine, disinfettante, gazebo, batterie, legna, ombrelloni, frutta, brandine e coperte. Dimostrando che i lavoratori non sono soli nella loro battaglia per la dignità, e il rispetto delle leggi sul lavoro e del contratto nazionale".
di Piera Laurenza
sicurezzainternazionale.luiss.it, 3 marzo 2021
Un rapporto delle Nazioni Unite ha rivelato che decine di migliaia di siriani, detenuti "arbitrariamente" nel corso del conflitto, sono scomparsi e il loro destino è al momento ignoto. Il rapporto, che si prevede verrà presentato al Consiglio dei Diritti Umani dell'Onu l'11 marzo prossimo, si basa su più di 2500 interviste condotte nel corso degli ultimi dieci anni. Il quadro presentato, definito "orribile", include violazioni dei diritti umani, torture sistematiche, stupri e altri crimini perpetrati all'interno di circa 100 strutture di detenzione in Siria sin dallo scoppio del conflitto, il cui inizio risale al 15 marzo 2011. A detta degli autori della relazione, ovvero "investigatori" delle Nazioni Unite, molte di queste violazioni sono paragonabili a crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Quanto raccontato è stato poi definito un "trauma" che influenzerà la società siriana per decenni.
Stando a quanto riferito da un membro della commissione onusiana, Hanny Megally, la detenzione arbitraria ha rappresentato una forma di punizione impiegata contro oppositori e voci critiche legate ad entrambe le parti belligeranti, sebbene sia stata utilizzata soprattutto dal governo di Damasco affiliato al presidente siriano Bashar al-Assad. Come precisato da Megally, scopo delle autorità siriane era intimidire e terrorizzare la nazione e, per fare ciò, i siriani detenuti sono stati vittima di "trattamenti brutali". Sono migliaia i cittadini scomparsi con la forza, per mano del governo damasceno, i quali si pensa siano morti o giustiziati, mentre altri sono tuttora trattenuti in condizioni definite "disumane".
Tali azioni, è stato poi affermato, sono state perpetrate nonostante gli alleati e gli attori terzi che sostengono le parti impegnate nel conflitto fossero a conoscenza di quanto accaduto. Motivo per cui, secondo Megally, sono proprio tali Stati terzi a doversi impegnare per scoraggiare comportamenti simili, dalla tortura alla detenzione arbitraria, all'uccisione o sparizione forzata di detenuti, fino alla violenza di genere contro prigionieri. Al contempo, è stato evidenziato come dovrebbero essere gli stessi sostenitori a porre fine alle forme di sostegno, sia finanziario sia in termini di armi, contro i diversi gruppi armati. "Le sofferenze di centinaia di migliaia di familiari devono terminare" è stato ribadito, esortando le parti coinvolte a rivelare il destino dei prigionieri, al momento ignoto, attraverso la creazione di un meccanismo internazionale, con cui localizzare le persone scomparse e i loro resti.
Parallelamente, è stata messa in luce la necessità di rilasciare coloro che sono ancora detenuti, viste le minacce derivanti dalla diffusione della pandemia di Covid-19 in prigioni sovraffollate, altresì caratterizzate da condizioni igienico-sanitarie precarie. Il rischio è che il virus si diffonda, in un secondo momento, anche nelle aree circostanti, divenendo, in tal modo, una seria minaccia per l'intero Paese. Alla luce di un quadro simile, è stato chiesto che gli autori dei crimini denunciati siano portati dinanzi alla giustizia e che gli Stati membri delle Nazioni Unite mettano in atto quella legislazione che consenta loro di perseguire i singoli responsabili, così come accaduto di recente in Germania. Sebbene sia stato messo particolarmente in rilievo il ruolo del governo di Damasco nel perpetrare quelli che sono stati definiti crimini, anche altri gruppi armati attivi in Siria sono stati ritenuti responsabili di sparizioni forzate e abusi. Tra questi, le forze congiunte di Free Syrian Army (FSA), Syrian National Army (SNA) e le Syrian Democratic Forces (SDF). Non da ultimo, sono state incluse le azioni perpetrate dai gruppi terroristici quali Hay'at Tahrir al-Sham e lo Stato Islamico.
Il perdurante conflitto siriano è oramai in corso da circa dieci anni. L'esercito del regime siriano è coadiuvato da Mosca, mentre sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. Sono diverse le regioni tuttora oggetto di un clima teso. Tra queste, il governatorato Nord-occidentale di Idlib, il quale rappresenta l'ultima roccaforte posta ancora sotto il controllo delle forze di opposizione, al centro di una violenta offensiva fino al 5 marzo 2020. In tale data, il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, hanno concordato una tregua, volta a favorire il ritorno degli sfollati e rifugiati siriani. Tuttavia, le violazioni, seppur sporadiche, hanno spesso fatto temere il riaccendersi di tensioni.
di Paolo Naso
Avvenire, 3 marzo 2021
Cinque anni fa - era il 29 febbraio 2016 - arrivavano in Italia i primi beneficiari dei Corridoi Umanitari promossi dalla Federazione delle Chiese Evangeliche (Fcei), dalla Comunità di Sant'Egidio e dalla Tavola valdese: 24 famiglie per quasi cento persone, uomini, donne e bambini che in poche ore erano passati da un campo profughi in Libano alla richiesta d'asilo all'aeroporto di Fiumicino. In cinque anni oltre duemila profughi, in massima parte siriani, hanno potuto beneficiare di questa procedura grazie a protocolli sottoscritti dagli enti promotori con i Ministeri dell'Interno e degli Esteri.
A seguire, iniziative analoghe sono state realizzate ancora in Italia promosse dalla Cei attraverso la Caritas, ma anche in Francia, Belgio e Andora. Un esperimento esplicitamente ispirato al modello dei corridoi umanitari 'italiani' è stato avviato in Germania. In Italia i promotori dei Corridoi Umanitari sono stati evangelici e cattolici che, insieme, hanno cercato di reagire alle ripetute notizie delle stragi in mare.
La data del 3 ottobre 2013 quando a largo di Lampedusa morirono 368 migranti era ancora ben impressa nella mente, così come l'immagine delle centinaia di bare ordinatamente disposte nell'hangar dell'aeroporto dell'isola. In quell'occasione il cordoglio fu più unanime di quanto non sarebbe oggi, e i Corridoi Umanitari furono una delle risposte più concrete e immediatamente praticabili che si potessero immaginare. Il regolamento visti del Trattato di Schengen, infatti, prevede il rilascio di 'visti umanitari' che consentono a persone in condizione di documentata vulnerabilità di accedere a uno dei Paesi dell'Area di libera circolazione. Grazie alla collaborazione dei Ministeri interessati, ricorrendo per la prima volta a questa procedura, si attivò un meccanismo che coinvolgeva attori istituzionali ed espressioni della società civile.
Gli operatori delle Chiese evangeliche e della Comunità di Sant'Egidio si attivarono in Libano per individuare casi di evidente vulnerabilità che venivano segnalati alle autorità consolari che, dopo le verifiche di sicurezza, concedevano il visto che consentiva ai beneficiari di imbarcarsi su un aereo e di arrivare legalmente in Italia. Ma questa è solo la prima parte del modello dei Corridoi; l'altra, forse la più importante, è quella dell'inserimento in Italia, un vero e proprio processo di integrazione che prevede, tra l'altro, l'apprendimento dell'italiano, la formazione al lavoro, l'inserimento dei figli a scuola.
Le storie di beneficiari che hanno aperto attività commerciali, che si sono laureati nelle nostre università, che hanno trovato lavoro sono molte e ben documentate: vite spezzate che si sono ricomposte, persone uccise dalla disperazione che sono risorte grazie a una mano che è stata tesa loro da gruppi locali, parrocchie, chiese, associazioni anche laiche che si sono messe insieme per sostenere il progetto dei Corridoi Umanitari. Concluso anche il secondo protocollo, superati i problemi determinati dalla pandemia, ora è tempo di ripartire con un'iniziativa più coraggiosa da attuarsi a livello sia nazionale che europeo: un nuovo accordo che preveda l'accoglienza di beneficiari provenienti anche da altri Paesi oltre al Libano e la possibilità di iniziative umanitarie di emergenza: ad esempio accogliendo con la stessa procedura profughi dalla Bosnia.
Ma anche un'azione in sede europea per aprire un corridoio umanitario dalla Libia a difesa dei diritti umani e per attuare un serio contrasto allo human trafficking. La retorica anticostituzionale e disumana dei respingimenti in mare non ci ha portato lontano. E neanche quella degli accordi capestro con Paesi che non garantiscono diritti umani fondamentali. Occorre altro, certamente piani di cooperazione e di stabilizzazioni dei Paesi dove si raccolgono i migranti, ma anche vie d'accesso sostenibili, legali e sicure per i Paesi dell'Unione Europea. Probabilmente non è una proposta popolare né politicamente remunerativa. Ma, come diceva Martin Luther King, alcune cose non vanno fatte né perché vantaggiose né perché ci portano consenso, ma semplicemente perché sono giuste.
di Simona Musco
Il Dubbio, 3 marzo 2021
La pronuncia della Corte di giustizia europea, che critica le riforme polacche. Il meccanismo di nomina dei giudici presso la Corte suprema polacca "è passibile di violazione del diritto comunitario". Lo ha stabilito la Corte di Giustizia europea, secondo cui le modifiche legislative relative all'ordinamento giuridico nazionale polacco avrebbero privato un giudice della propria competenza a decidere su ricorsi proposti da candidati a posti di giudice presso la Corte suprema, avverso le decisioni con cui il Consiglio nazionale della magistratura, che non ha presentato la loro candidatura, ha sottoposto quella di altri candidati al Presidente della Repubblica polacca, escludendo la prosecuzione dell'esame dei medesimi o la possibilità di riproporli. Secondo la Corte di Giustizia, i giudici in corsa per la Corte suprema polacca dovrebbero poter fare ricorso contro i pareri dell'organo che valuta i candidati, ovvero il Consiglio nazionale della magistratura (Krs). La sentenza è stata criticata dal viceministro della giustizia Sebastian Kaleta, secondo cui la Corte ha stabilito che "i giudici possono bypassare l'ordine costituzionale polacco con il pretesto di una mancanza di indipendenza, benché in linea con la costituzione questa sia preservata", ha scritto su Twitter. "Lo ha stabilito nonostante i trattati non diano all'Ue nessuna attribuzione in merito all'organizzazione dell'ordinamento giudiziario", ha continuato il viceministro. "Sotto i nostri occhi sta avvenendo un tentativo di federalizzazione europea da parte dei giudici della Cgue in violazione dei trattati e un tentativo di distruggere la sovranità degli Stati membri". La sentenza riguarda questioni preliminari sollevate dalla Corte suprema nel novembre 2018, mentre era in corso l'esame dei ricorsi dei giudici che hanno presentato domanda per ricoprire alcuni posti vacanti presso la Corte suprema. Il tribunale polacco ha chiesto alla Corte di Giustizia se vi fosse una violazione dei principi costituzionali laddove era di fatto impossibile prendere in considerazione i ricorsi contro le risoluzioni del Consiglio nazionale della magistratura. Secondo alcune modifiche legislative introdotte nel 2018, affinché la nomina dei candidati proposti dal krs non fosse giudicata definitiva era necessario che tutti gli altri partecipanti impugnassero la delibera. Un suo eventuale annullamento, in ogni caso, non avrebbe comportato una nuova valutazione del singolo candidato escluso, che in ogni caso non avrebbe potuto contestare un'eventuale erronea valutazione del rispetto, da parte dei candidati, dei criteri. Un regime, secondo il giudice del rinvio, che escludeva qualsiasi effettività del ricorso, motivo per cui ha interrogato la Corte sulla conformità con il diritto dell'Unione. La legge, però, è stata ulteriormente modificata nel 2019, rendendo, di fatto, impossibile proporre ricorsi contro le decisioni del Krs, privando così il giudice del rinvio della propria competenza a pronunciarsi, nonché di ottenere una risposta alle questioni pregiudiziali che aveva sottoposto alla Corte di giustizia. Con una domanda di pronuncia pregiudiziale supplementare, il giudice ha quindi chiesto ai giudici europei se tale nuovo regime sia conforme al diritto dell'Unione. La risposta è stata negativa: tali modifiche, secondo la Corte, sarebbero contrarie al principio di leale cooperazione del Trattato sull'Unione, in quanto escludono qualsiasi possibilità che un giudice nazionale ripresenti in futuro questioni analoghe e che la Corte si pronunci su questioni pregiudiziali. "Simili modifiche - ha affermato la Corte - potrebbero condurre a una mancanza di apparenza di indipendenza o di imparzialità di detti giudici, tale da ledere la fiducia che la giustizia deve ispirare ai singoli in una società democratica e in uno Stato di diritto". E ciò in quanto minerebbero i principi di indipendenza e di imparzialità, soprattutto nei confronti del potere esecutivo. Proprio per questo "l'esistenza di un ricorso giurisdizionale a disposizione dei candidati non selezionati risulterebbe necessaria per contribuire a preservare il processo di nomina dei giudici interessati da influenze dirette o indirette ed evitare, in definitiva, che possano sorgere i dubbi summenzionati". Infine, la Corte ha dichiarato che, se il giudice del rinvio dovesse giungere alla conclusione che l'adozione delle modifiche legislative del 2019 è avvenuta in violazione del diritto dell'Unione, il principio del primato di tale diritto impone a quest'ultimo giudice di disapplicare tali modifiche, siano esse di origine legislativa o costituzionale, e di continuare ad esercitare la competenza, di cui era titolare, a pronunciarsi sulle controversie di cui era investito prima dell'intervento di dette modifiche.
di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 3 marzo 2021
L'oppositore russo è rinchiuso nel campo Ik-2: sveglia alle 6 e lavori forzati. Bruxelles ha decretato nuove sanzioni per 4 funzionari coinvolti nell'arresto, Washington ha colpito 7 persone e 13 entità economiche. La decisione delle autorità russe di trasferire il dissidente Aleksej Navalny in una durissima colonia penale ha forse spinto Europa e Stati Uniti ad accelerare i tempi. L'Ue ha decretato ieri le sanzioni per quattro alti funzionari dell'amministrazione statale coinvolti nell'arresto e nella condanna del principale oppositore di Vladimir Putin. Gli Stati Uniti hanno deciso di colpire sette persone che in parte potrebbero essere le stesse prese di mira dalla Ue visto che le misure adottate sulle due sponde dell'Atlantico sono state coordinate. Nella lista potrebbero esser finiti anche alcuni oligarchi, come aveva chiesto a gran voce lo stesso Navalny.
Washington ha anche messo nel mirino 13 entità economiche coinvolte nella fabbricazione illecita di agenti biologici e chimici. Si tratta del primo atto della nuova amministrazione nei confronti del Cremlino, segno che i rapporti sono decisamente cambiati dai tempi di Donald Trump e della sua luna di miele con Vladimir Putin. All'epoca il presidente americano era arrivato al punto di dare più credito alle affermazioni del leader russo che a quelle dei capi dei suoi servizi di sicurezza.
Il campo Ik-2 nella cittadina di Pokrov si trova a 110 chilometri da Mosca ed è costituito da un assieme di edifici isolati in mezzo alla campagna. Non è di quelli destinati a criminali pericolosi, ma è riservato a prigionieri "normali". Però è uno dei più duri di tutto il paese, secondo le testimonianze di chi c'è passato. Di primo mattino, in qualsiasi giorno dell'anno, con la pioggia e con la neve, con il freddo che può raggiungere facilmente i 25 gradi sotto zero, si ripete una scena che fa pensare a un viaggio nel tempo. Fa tornare in mente i lager del famigerato arcipelago Gulag di staliniana memoria, se non addirittura i campi tedeschi.
Sull'attenti, in fila con le mani dietro la schiena, tutti i reclusi partecipano all'appello, che può durare anche un'ora, secondo i racconti raccolti dal quotidiano britannico The Independent. Gli uomini sono in piedi già dalle sei, si sono lavati e vestiti, sono già stati fuori per ascoltare l'inno nazionale. Poi, dopo la colazione, di nuovo all'aperto per l'appello. Quindi tutti al lavoro, in falegnameria, nel reparto meccanico o in sartoria.
All'arrivo Navalny è stato posto in isolamento per due settimane, come da norma (la chiamano "quarantena"). E lì non si parla con nessuno e bisogna tenere gli occhi sempre bassi. Lui poi è stato classificato come detenuto "propenso alla fuga" secondo i giornali russi. E quindi ogni due ore una guardia lo fa mettere sull'attenti e gli fa ripetere una specie di litania: nome, cognome e patronimico; articolo penale in base al quale è stato condannato; data di inizio pena e data di fine pena.
Il blogger è stato mandato in carcere perché non si era presentato ai controlli penitenziari mentre si trovava in libertà condizionale per una condanna subìta nel 2014. Solo che quella pena è stata definita ingiusta dal Tribunale europeo per i diritti umani che ha obbligato lo Stato a pagare più di 70 mila euro di danni (e la Russia li ha versati). Lui poi ha saltato i controlli perché era ancora in Germania trattenuto per i postumi del terribile avvelenamento con il Novichok col quale avevano tentato di ucciderlo in Siberia ad agosto.
A tutto l'Occidente è quindi sembrato totalmente pretestuoso il fatto che Navalny sia stato arrestato appena tornato in patria e abbia subìto una condanna a scontare in carcere due anni e mezzo di quella vecchia e ingiusta sentenza. L'Europa, su fortissima pressione del governo di Berlino, ha però deciso di non colpire Mosca nei suoi interessi economici, andando a bloccare il progetto che oggi sta più a cuore al Cremlino; il raddoppio del gasdotto Nord Stream che porta il metano russo direttamente in Germania.
Si è preferito sanzionare quattro funzionari: il capo del Servizio carcerario Kalashnikov, quello del Comitato investigativo Bastrikhin, il procuratore generale Krasnov e il comandante della Guardia nazionale Zolotov. Si tratta in ogni caso di personaggi che appartengono all'élite governativa russa e che da tempo, secondo le direttive del numero uno, evitano di andare all'estero o di avere proprietà e conti in banca oltrefrontiera. Almeno ufficialmente.
Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver approvato una lista di sanzionati, ma non hanno ancora comunicato i nomi delle persone coinvolte. Le 13 entità economiche, più forse un istituto statale di ricerca, sono state colpite in base alle norme stabilite dalla legge degli Stati Uniti sul Controllo e sull'eliminazione delle armi chimiche e biologiche. Il ministro degli Esteri Lavrov ha già fatto sapere che Mosca risponderà per le rime. Ma anche in questo caso è difficile che funzionari del governo Usa possano avere intenzione di recarsi in Russia o in paesi "amici" di Mosca. E tanto meno che posseggano conti in banche russe o proprietà in questo paese. Per Washington questa è la prima di una serie di misure volte a rispondere a quelle che sono state definite "azioni di destabilizzazione" compiute dalla Russia. A cominciare dalle interferenze nelle elezioni presidenziali.
di Sebastiano Canetta
Il Manifesto, 3 marzo 2021
L'iniziativa di Reporters sans Fronieres. Il principe ereditario e quattro suoi consiglieri dovranno rispondere anche alla Corte suprema di Karlsruhe dell'omicidio del giornalista saudita e della persecuzione di altri 34 reporter. Denunciato penalmente alla Corte suprema di Karlsruhe per l'omicidio di Jamal Khashoggi e la persecuzione di altri 34 giornalisti. Reporter senza Frontiere trascina alla sbarra del più importante tribunale tedesco il principe ereditario Mohammad bin Salman (Mbs), capo del regime wahabita di Ryad, e quattro suoi stretti collaboratori: il primo consigliere, il numero due dell'intelligence, il console generale in Turchia e il comandante dei killer che fecero letteralmente a pezzi l'oppositore del monarca nell'ambasciata saudita a Istanbul.
"L'avvio in Germania di un'indagine per i crimini contro l'Umanità di Mbs rappresenta una "prima" a livello mondiale. Gli accusati sono tutti responsabili, perciò chiediamo al procuratore generale di procedere con i mandati di arresto" riassume Christian Mihr, portavoce nazionale di Rsf, che lunedì ha depositato l'atto in tribunale. Ai sensi della legge federale i giudici tedeschi possono perseguire i reati previsti dal diritto internazionale (tra cui omicidio, tortura, violenza sessuale e rapimento) anche se commessi fuori dai confini e senza collegamenti con la Germania, come dimostra la recente sentenza di condanna della Procura di Coblenza contro l'agente dei servizi segreti siriani Eyad A.
"Finora c'è stata completa impunità per i crimini contro i giornalisti. La nostra denuncia svela un sistema che minaccia la vita e la libertà di chi osa esprimersi pubblicamente contro il governo saudita. Se l'azione legale avrà successo sarà il segnale per Ryad, ma non solo, che i criminali possono sottrarsi alla giustizia nel loro Paese ma ci sono altri mezzi per inchiodarli alle loro responsabilità penali" sottolinea Rebecca Vincent, direttrice delle campagne internazionali di Rsf.
Vale per il mandante Mbs, come per il suo consigliere Saud al-Kathani, pianificatore dell'omicidio Khashoggi, Ahmad Moahammed Asiri, vice capo dell'intelligence, Mohammad al-Otaibi, console generale in Turchia, e Maher Abdulasis Mutreb, ufficiale del commando che uccise l'oppositore e ne fece sparire il cadavere nell'ottobre 2018. Dal punto di vista strettamente giuridico i magistrati di Karlsruhe devono stabilire se gli accusati sono colpevoli di "crimini commessi nel corso di un attacco sistematico contro i civili": il capo di accusa previsto dalla legge tedesca.
Per Rsf i giornalisti detenuti in Arabia Saudita "rappresentano a pieno titolo un gruppo della popolazione perseguitato per l'attività che svolge. Il numero di professionisti imprigionati da Ryad resta tra i più alti al mondo. In pratica ai media viene impedita la funzione di controllo indipendente" spiega Mihr. E l'omicidio Khashoggi resta il caso più sintomatico. "Non solo è stato attirato in una trappola, torturato e smembrato, ma il crimine è stato commesso in una sede diplomatica. Se nemmeno un reato così grave verrà perseguito allora i cronisti rimarranno un facile bersaglio per i dittatori senza scrupoli" avvertono a Rsf.
di Alessandra Muglia
Corriere della Sera, 3 marzo 2021
Più che l'ideologia, alimentata dal fondamentalismo islamico, hanno pesato i nostri tweet se gli attacchi agli studenti si sono intensificati dopo il caso di Chibok. Ora che anche le studentesse di Zamfara sono state liberate (l'annuncio del governo è di stamattina, dopo le indiscrezioni di domenica), la domanda, purtroppo, è: chi saranno le prossime vittime? Perché nel Nord del Paese gli attacchi alle scuole con convitto si sono intensificati in questi mesi e l'"industria dei sequestri" è in crescita: uno ogni tre settimane, indica un rapporto sull'economia dei rapimenti in Nigeria. La settimana precedente all'attacco di Zamfara, si era verificato un altro sequestro a un collegio in una regione vicina, Niger: poi la (buona) notizia del rilascio di quei ragazzi era arrivata mentre si diffondeva quella (brutta) del sequestro a Zamfara.
Ogni rapimento di massa è di ispirazione per i colpi successivi, ma a fare da modello e come da apripista è stato sequestro delle 300 studentesse di Chibok, considera il rapporto. Con quel colpo, nel 2014 il mondo si è accorto dei jihadisti di Boko Haram e della loro avversione all'"educazione occidentale". Ma più che l'ideologia, alimentata dal fondamentalismo islamico, hanno pesato i nostri tweet se da allora gli attacchi alle scuole si sono intensificati. Questo è in sintesi quello che sostengono Joe Parkinson e Drew Hinshaw nel libro "Bring Back Our Girl", fresco di pubblicazione (in inglese): la pressione internazionale indusse il governo a pagare milioni di euro per il loro rilascio, un ministro lo avrebbe pure ammesso, scrivono.
Come molti governi, anche le autorità nigeriane spesso negano di aver pagato, salvo poi essere smentiti dai rapiti e dagli stessi banditi. Anche in questo caso: il governatore locale di Zamfara ha escluso passaggio di soldi: "Oggi abbiamo ricevuto le ragazze che erano ostaggio da venerdì - ha detto Bello Matawalle - Ho avviato un negoziato, che si è concluso positivamente. Non è stato pagato alcun riscatto, ho insistito perché non si desse nulla" ai rapitori, ha assicurato.
Almeno 18 milioni di dollari sono stati pagati ai rapitori fino allo scorso marzo, stima il rapporto. Molti nigeriani ovviamente preferirebbero che quei soldi fossero spesi per proteggerli piuttosto che per i riscatti. "Con questi sequestri di bambini su larga scala, il riscatto è alto a causa della pressione internazionale a salvarli" ha detto al New York Times Confidence McHarry, analista della sicurezza che ha lavorato al rapporto. Così come le vittime dei sequestri non sono più soltanto i ricchi e famosi, allo stesso modo non sempre gli aggressori sono identificabili come gruppo jihadista: a volte sono semplici banditi a caccia di soldi.
di Pietro Del Re
La Repubblica, 3 marzo 2021
Centrafrica, Mozambico, Nigeria: lo Stato islamico e Al Qaeda stanno colonizzando il Continente. Le ultime nazioni dove stanno espandendosi sono il Benin e la Costa d'Avorio. C'è chi li considera responsabili anche dell'agguato nel Parco Virunga.
Nelle inchieste sull'agguato contro il nostro ambasciatore a Kinshasa, Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista Mustapha Milambo, c'è già chi punta il dito contro un gruppo jihadista affiliato allo Stato islamico, che con quel gesto dimostrativo avrebbe rivendicato la sua fedeltà alla più importante e sanguinaria organizzazione terrorista del pianeta. È l'Islamic State Central Africa Province, sempre più potente in Congo Orientale dove, approfittando del caos che regna nella regione, da qualche mese ha moltiplicato gli attacchi sia contro le città dove svaligia le banche sia contro le caserme per rubare armi.
Ma è ormai l'Africa intera preda ambita della Jihad, dalla Somalia, dove da oltre un decennio imperversano gli shabab, alla regione mozambicana di Cabo Delgado con le più recenti infiltrazioni dello Stato islamico in Nigeria, Camerun e Ciad che dagli anni Novanta subiscono le sanguinarie razzie di Boko Haram. Ora, mentre gli shabab del Mozambico hanno giurato fedeltà alla branca centrafricana dello Stato islamico, piccole cellule jihadiste sono apparse alle Isole Comore, in Madagascar, in Ghana, Togo e Sierra Leone.
Adesso le feroci milizie di Al Qaeda nel Sahel sono impegnate in un progetto espansivo verso il Golfo di Guinea, in particolare verso la Costa d'Avorio e il Benin. A lanciare l'allarme di questo nuovo piano di conquista africano è il capo dei servizi segreti francesi, Bernard Émié, pubblicando un video che mostra riuniti i leader dei principali gruppi armati di quella regione desertica, grande una volta e mezzo l'Europa. "Il meeting s'è tenuto nel centro del Mali nel febbraio 2020, e li ritrae mentre stanno preparando offensive militari di grande portata verso Sud", dice Émié. "Cercano uno sbocco destinato ad alleggerire la pressione che manteniamo su di loro. In quei Paesi, i terroristi stanno già investendo per piazzarvi i loro uomini".
Nel video si riconoscono gli eredi diretti di Bin Laden, da Abdelmalek Droukdel, capo storico di Al Qaeda nel Maghreb islamico, a Iyad ag-Ghaly, leader del Gruppo del sostegno all'Islam e ai musulmani e ad Amadou Koufa, capo della milizia Macina. Ora, dopo la morte di Droukdel, ucciso lo scorso giugno dalle forze francesi in Mali, è Iyad ag-Ghaly a incarnare la strategia di Al Qaeda nel Sahel. "Non si tratta soltanto di un uomo che pensa il terrorismo: lo pratica anche, quotidianamente, e non esita a imbracciare lui stesso il kalashnikov", aggiunge il capo degli 007 d'Oltralpe, sottolineando come nel progetto politico dei jihadisti vi sia anche la preparazione di attentati in Europa, soprattutto in Francia.
Secondo un recente rapporto dell'Unione africana, i loro effettivi complessivi avrebbero raggiunto sul continente le 15mila unità, il che significa che, se avessero un comando centralizzato, sarebbero il primo esercito jihadista del pianeta. Per Jacob Zenn, che per conto della Fondazione Jamestown di Washington studia da anni le ramificazioni jihadiste in Africa, "finché lo Stato islamico conquista nuove regioni sul continente nero, il sogno di un "califfato" non muore". Nella Repubblica democratica del Congo, i jihadisti lanciano offensive sempre più incisive anche grazie a una maggiore sinergia con la filiale somala dell'Isis, che avrebbe fornito alla "sorella" congolese finanziamenti e addestratori militari. Il che ha consentito al gruppo centrafricano di attaccare quattro mesi fa il carcere di Beni, liberando più di 1300 detenuti 240 dei quali avrebbero rinforzato le fila del gruppo.
Lo sconfinato Sahel è invece preda di una miriade di gruppi estremisti, legati sia ad Al Qaeda sia allo Stato islamico, che funestano regioni abbandonate dalle autorità e dai poteri centrali. Le popolazioni locali di quelle terre senza Stato non li amano ma quando questi forniscono una sia pur elementare forma di amministrazione sono anche disposte a pagare loro le tasse. In quell'area la Francia è presente dal 2014 con l'Operazione Barkhane che conta oltre cinquemila uomini a Gao, in una base militare del Mali orientale. Un dispiegamento molto dispendioso che, al summit G5 del Sahel (Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad) s'è tenuto due settimane fa a N'Djamena, il presidente Emmanuel Macron ha promesso di mantenere, pur sperando nell'aiuto di altri partner europei.
È vero, nel corso della missione "Eclipse" lanciata tra il 2 e il 31 gennaio dalle forze di Barkhane sono stati "eliminati" circa 200 jihadisti. Ma trovandosi con le spalle al muro, i nemici cambiano strategie, ricorrendo sempre di più ai "campi di battaglia immateriale", ossia alle guerre d'informazione e propaganda. Aumentano i loro video, sempre più sofisticati, come quelli diffusi in Siria e in Iraq tra il 2014 e il 2017. La strategia del terrore in Africa consiste nel controllare il più gran numero di province e regioni, apparendo il meno possibile, nell'intento di amministrarle apertamente in un prossimo futuro. Anche perché, sebbene le forze francesi pattuglino tutti i Paesi del G5 avventurandosi talvolta fino alla Libia, all'Algeria e al Nord della Nigeria, i risultati sul terreno rimangono modesti, mentre il mostro islamista continua a condurre la sua efferata guerriglia asimmetrica.
Al momento, in Costa d'Avorio e Benin i jihadisti possono trovare rifugio e rifornirsi in armi e carburante. Ma oltre all'espansione territoriale, un corridoio aperto sul mare avrà un grande vantaggio logistico per ogni tipo di traffico. Il Benin è già sotto attacco jihadista dal maggio 2019, quando furono rapiti due francesi e uccisa la loro guida in un parco al confine con il Burkina e il Niger. Quanto alla Costa d'Avorio, per via dei numerosi interessi francesi, dal porto di Abidjan alla telefonia e alle banche, è il luogo ideale dove colpire.
di Luca Martinelli
La Repubblica, 3 marzo 2021
La leader indigena, premio Goldman per l'ambiente, fu uccisa cinque anni fa in Honduras. In un libro inchiesta la giornalista inglese Nina Lakhani indaga sui mandanti. Il ricordo di un giornalista che la conosceva bene. Giovedì 4 marzo Berta Cáceres compie cinquant'anni. Tempo presente, perché per tanti la leader indigena hondureña è viva, nonostante sia stata assassinata nella sua casa nella notte tra il 2 e il 3 marzo del 2016, cinque anni fa. "Berta no murió, se multiplicó", Berta non è morta, si è moltiplicata è lo slogan che viene scandito durante le manifestazioni per chiedere giustizia, per "esigere" (il verbo che usano le figlie, Bertita e Laura) di individuare i mandanti del suo omicidio. "Berta fue semilla", dicono anche: Berta come un seme interrato a primavera e destinato a dar nuovamente frutti meravigliosi durante l'estate.
Cinque anni fa, alle 12.17 del 3 marzo 2016, ero seduto alla mia scrivania, di fronte al laptop, nella redazione di Altreconomia. L'icona di Messanger si accese: "Luca, mi spiace molto contattarti con questa orribile notizia... querida Berta... se me parte el corazon, Luca... no tenemos mas info por el momento". Daniela scriveva dalla Spagna, dove lavora per l'Atlante della giustizia ambientale, un progetto dell'Università di Barcellona. Condivideva il link di un articolo di TeleSur, tra i media internazionali il primo a dare la notizia: "La coordinatrice de Consiglio civico dei Popoli Indigeni di Honduras (Copinh), Berta Cáceres, è stata uccisa nella notte di giovedì da soggetti sconosciuti". Gli sconosciuti erano entrati in casa sua, a La Esperanza, nel dipartimento di Intibucá, la cittadina dov'era nata e cresciuta. Violando la sua intimità, l'avevano sorpresa in camera da letto e uccisa con tre colpi di pistola. La notizia avrebbe fatto il giro del mondo: in Italia il giorno dopo finì in prima pagina su Il manifesto e l'Unità, mentre la Repubblica dedicò alla vicenda un lungo articolo di Daniele Mastrogiacomo e l'Amaca di Michele Serra.
Nello scrivermi su messanger, però, Daniela sapeva che quella storia mi avrebbe toccato non solo come giornalista: per me, e per tanti in Italia, Berta era un'amica e non solo la leader indigena lenca, l'attivista per i diritti umani, premio Nobel alternativo per l'ambiente nel 2015. Dopo aver aperto il link telefonai subito a Thomas Viehweider, presidente del Collettivo Italia Centro America, l'associazione cui avevamo dato vita con una decina di anni prima, quando molti di noi erano tornati da esperienze di lavoro e volontariato internazionale nel Sud-est del Messico, in Guatemala, in Nicaragua, in Honduras. Piangemmo insieme, pensando a lei, ai suoi figli, al Copinh e all'Honduras. Senza nemmeno bisogno di esplicitarlo ci dicemmo qualcosa di terribile: "Questo omicidio è un messaggio", perché "si matan ella, pueden llegar a matar quien quieran" ci dicemmo: se hanno ucciso lei, possono arrivare a uccidere chi vogliono. Ammazzando Berta - che l'anno prima aveva vinto il Goldman Environmental Prize ed era riconosciuta in tutto il mondo - vogliono cancellare ogni speranza per un Honduras più equo e meno razzista, per un Paese capace di riconoscere e tutelare i diritti umani e l'ambiente, annichilendo le lotte.
La giornalista inglese Nina Lakhani descrive magistralmente questa condizione in un passaggio del libro Chi ha ucciso Berta Cáceres?, uscito finalmente in Italia a metà febbraio grazie a un prezioso lavoro di Capovolte, piccolo editore di Alessandria. Lo fa ricostruendo quella che è nei fatti la biografia di uno Stato criminale e raccontando un episodio che vede protagoniste Berta e l'amica Miriam Miranda, leader di Ofraneh, l'organizzazione del popolo garifuna, afrodiscendenti che vivono sulla costa caraibica dell'Honduras. Era il 2009 e una settimana prima un colpo di Stato aveva messo fine alla presidenza di Manuel Zelaja, "Mel". L'uomo aveva tentato di tornare nel Paese ma l'aereo presidenziale non era potuto atterrare all'aeroporto di Toncontín, nei pressi di Tegucigalpa, la capitale del Paese. Miriam e Berta erano lì, insieme, e piansero: non erano sostenitrici di Zelaja (nel novembre del 2005, quando venne eletto, ero in Honduras, in visita al Copinh e a Ofraneh, e le due organizzazioni non appoggiavano senz'altro un presidente espressione di una famiglia di latifondisti, grandi proprietari terrieri), ma sapevano che quel momento avrebbe marcato un prima e un dopo nella storia dell'Honduras. E così è stato.
Lakhani, oggi inviata negli Stati Uniti per il quotidiano The Guardian dopo anni in Messico e Centro America ha incontrato Berta solo una volta, nel 2013. Da quell'incontro annota nel libro la sua frase di commiato: "L'esercito ha una lista di persone da uccidere, contenente i nomi di sedici difensori dei diritti umani, e il mio è in cima. Io voglio vivere, ci sono tante cose che voglio ancora fare in questo mondo. Prendo precauzioni, ma in fondo in questo Paese, dove l'impunità è totale, sono vulnerabile. Quando vorranno ammazzarmi, lo faranno"
Quando Berta è morta, per me è stato naturale tornare all'ultima notte che avevamo passato insieme, a Milano, a casa mia. Era la fine di ottobre o l'inizio di novembre del 2014. Pochi giorni prima lei era a Città del Vaticano, invitata a prender parte al primo Incontro mondiale dei movimenti popolari voluto da Papa Francesco. Quando ci incontrammo in stazione era felice di aver potuto avvicinare il Santo Padre. Sul desktop del mio laptop da quella sera c'è un file, "La Palabra del Pueblo Lenca ante el Papa": è la lettera che a nome del Copinh Berta presentò a Francesco. "La criminalizzazione delle lotte sociali, dei lottatori e delle lottatrici è una politica sistematica del governo dell'Honduras, come lo sono anche le persecuzioni giudiziarie in uno stato di completa impunità [...]. Santo Padre, stiamo parlando per conto degli invisibili della storia. Il potere dei mezzi di comunicazione nega e rende invisibile l'esistenza dei popoli indigeni e negri dell'Honduras. Stanno cercando di far sparire per sempre i nostri popoli, giustificando così la mancanza di volontà politica di rispettare i nostri diritti umani e collettivi". Berta firma la lettera con affetto e rispetto.
La mattina dopo la accompagnai a Linate, dove avrebbe preso un aereo per l'Argentina: andava a trovare i figli, Laura e Salvador, che grazie ad alcuni amici solidali aveva mandato in quel Paese adolescenti, dopo il colpo di Stato del 2009. Temeva che non la lasciassero partire: aveva un biglietto di sola andata da Milano a Buenos Aires e in fondo era una donna, una donna indigena, una donna indigena e povera nata in un piccolo Paese del Centro America da cui ogni anno fuggono centinaia di migliaia di persone. Mi faranno entrare in Argentina?, si chiedeva.
Nel suo libro Nina Lakhani cita un'amica d'infanzia di Berta, Ivy, compagna di scuola a La Esperanza: "Berta era popolare, felice e amava la vita, e questo non è mai cambiato negli oltre trent'anni in cui siamo stare amiche, anche quando alla fine le cose diventarono davvero difficili". È così: la ricordo nel 2006, in una delle sue prime visite in Italia, con una delegazione di quattro attivisti hondureñi (due uomini, due donne) che poi accompagnammo a Vienna, all'incontro tra la società civile europea e quella latino-americana. Incarnava l'idea dell'alegre rebeldia, una ribellione giocosa, capace di sorridere e di non prendersi sempre sul serio.
A cinque anni dal 2 marzo 2016, mentre è ancora in corso il processo nei confronti di colui che è stato individuato come il mandante dell'omicidio, sette persone sono state condannate per la morte di Berta e per aver ferito Gustavo Castro, l'amico che era in casa con lei, attivista e ambientalista messicano, arrivato a La Esperanza per partecipare a un seminario sulle energie rinnovabili promosso dal Copinh, unico testimone oculare del delitto.
Sono tutte persone legate a DESA, l'impresa che stava costruendo una centrale idroelettrica in territorio lenca, sul fiume Gualquarque. Le dighe per Berta e "Gus" erano da tempo oggetto di campagne: dalla fine degli anni Novanta avevano iniziato a far pressione sulle istituzioni finanziarie internazionali per denunciare il furto dei beni comuni, lo sfruttamento idroelettrico e quello minerario del Sud del Messico e dell'America Centrale.
Nel 2003 avevano portato decina di migliaia di indigeni da tutto il Centro America a Cancun, per protestare contro il vertice dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Berta morì tra le sua braccia. Ci aveva avvisati, in un certo modo, nel discorso con cui a San Francisco nell'aprile del 2015 aveva ricevuto il Goldman Prize, dedicato "ai martiri che danno la propria vità per difendere le risorse naturali". O forse no, Berta non è morta: si è moltiplicata e la sua voce risplende in tutto il mondo, un invito a scuoterci.
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