di Gigi Di Fiore
Il Mattino, 2 marzo 2021
L'ultimo report è di meno di sette giorni fa. Come ogni settimana, il ministero della Giustizia ha reso pubblici i dati sulla diffusione del Covid nelle carceri. Sugli attuali 52.522 detenuti, 431 risultano positivi. Di questi, 40 sono da poco entrati in carcere. Una realtà preoccupante con 389 asintomatici, 18 sintomatici curati nelle strutture sanitarie carcerarie e 24 ricoverati in ospedali esterni. Resta drammatico anche il quadro dei positivi nel personale di polizia penitenziaria: 537 su 36939 dipendenti. Gli ultimi due casi, in Campania, nel carcere di Carinola. Tra loro, l'ispettore Giuseppe Matano, 50 anni sposato con due figli, secondo agente penitenziario morto in dieci giorni in quella struttura. È un vero allarme.
Non ha dubbi Barbara Greco, la vedova dell'ispettore Matano. Su Facebook, ha scritto senza esitazione: "Mio marito ha contratto il Covid sul posto di lavoro, privo di adeguate protezioni e senza tutele. Lo Stato lo ha fatto morire. Nei tanti documenti di prevenzione sul Covid, non c'è una riga sulla situazione nelle carceri e su chi vi lavora".
Carinola è l'ultima punta di un iceberg su cui il garante per i diritti dei detenuti in Campania, Samuele Ciambriello, continua a richiamare attenzione. Tre agenti morti in pochi giorni, sono in tutto cinque in Campania da inizio pandemia. Dice Ciambriello: "A Carinola si è sviluppato un focolaio di contagi, con 19 detenuti positivi asintomatici e 30 agenti contagiati. Tra loro, i tre morti degli ultimi giorni. Dopo l'ispettore Matano, l'agente Antonio Maiello che era in terapia intensiva".
L'affollamento nelle carceri, le condizioni di promiscuità e di vicinanza con igiene approssimativa, anche per gli agenti diventano bombe per la diffusione del Covid. Un anno fa, esplose la rivolta. Si iniziava a parlare dell'epidemia e tra il 7 e il 9 marzo i detenuti protestarono un po' dappertutto contro la restrizione sui colloqui con i familiari, consentiti solo attraverso i cellulari. Foggia, Venezia, Trieste, Napoli, Rieti, Modena, Trani, Milano, Aversa furono alcune delle città dove si svilupparono le proteste carcerarie. Il bilancio fu di 14 detenuti morti, 19 evasi a Foggia. Una protesta diffusa, su cui si è ipotizzata la regia occulta degli esponenti mafiosi rinchiusi. Ma era un'avvisaglia su come una realtà già difficile si faceva più drammatica per il Covid.
Il Dap, presieduto da Dino Petralia, ha cercato di correre ai ripari. Più indicazioni in circolari, l'ultima dell'11 novembre, per una serie di prescrizioni ai direttori delle carceri: isolamento per i positivi; socialità solo "tra detenuti ristretti nella medesima sezione detentiva"; limitazione di attività formative, scolastiche e sportive, oltre che ricreative. E poi, stop ai trasferimenti, autorizzati solo per "situazioni indispensabili correlate a gravi motivi di salute e a gravissime e documentate ragioni di sicurezza".
Restrizioni che rendono ancora più gravosa la detenzione. Nella sua relazione, Samuele Ciambriello ha messo nero su bianco la radiografia dell'attuale realtà carceraria campana. Scrive: "Il sistema carcerario si è visto aggravare i problemi di sovraffollamento, la mancanza di cure adeguate, l'approccio carcero-centrico del legislatore e dell'apparato giudiziario. La Campania è la seconda regione, dopo la Lombardia per strutture carcerarie e sovraffollamento di detenuti". Con i colloqui e i rapporti con l'esterno limitati a causa dell'epidemia, tutti i garanti per i detenuti hanno sollecitato più autorizzazioni dei giudici di sorveglianza a misure alternative alla detenzione. A maggio, i detenuti con misure alternative in Campania erano 6074. Mentre la radiografia sui mesi della pandemia, illustrata dal garante nazionale Mauro Palma, registra, dopo le misure decise dal Dap, "una forte diminuzione delle attività ordinarie di socializzazione e l'instaurarsi progressivo di una logica di "chiusura" da parte del carcere nei confronti delle iniziative di volontariato sociale che sono alla base di un percorso di recupero dei detenuti".
Il sedicesimo rapporto Antigone sul 2020 ha documentato un tasso di affollamento carcerario del 119,4 per cento, che rende "impossibile un'adeguata adozione delle misure necessaria ad evitare la diffusione dei focolai". I dati aggiornati al 31 gennaio scorso, parlano di una popolazione di 53329 detenuti rispetto a una capienza nelle carceri di 50551 reclusi. Nell'esplosiva realtà delle carceri, sono a rischio anche gli agenti penitenziari e tutto il personale sanitario e amministrativo. Dei 537 agenti risultati positivi nell'ultimo report del Ministero, 518 sono in isolamento domiciliare, 11 in isolamento in caserma e 8 ricoverati in ospedale.
Non sono immuni neanche i dipendenti amministrativi: 49 positivi su 4021 dipendenti. Nel carcere di Secondigliano, è morto di Covid il medico sanitario. Nel primo report del Ministero, quello del 22 novembre scorso, venivano contati ben 969 agenti penitenziari risultati positivi e 73 i dipendenti amministrativi. Tre mesi dopo, numeri in calo, ma comunque alti mentre sono diminuiti i detenuti: 52522 rispetto ai 53723 di novembre. E dice Samuele Ciambriello: "Tre agenti morti a Carinola in 10 giorni. In diverse regioni sono partite le vaccinazioni per il personale carcerario, ma non in Campania. Stessa cosa per i detenuti. Da inizio pandemia, abbiamo avuto in Campania 5 agenti, 4 detenuti e il medico del cercare di Secondigliano morti per Covid. Non si può continuare a morire nelle carceri e di carcere".
Il direttore del Dap, Dino Petralia, volle far sentire la sua voce in video in coincidenza con l'avvio dei report settimanali sui positivi nelle carceri. Si rivolse agli agenti penitenziari: "Parlo a chi è sofferente per il virus, per un lavoro che è più difficile e complicato di sempre. Serve passione collettiva in più e solidarietà reciproca, ma bisogna stare attenti ai contatti, ai rapporti".
Una soluzione è sollecitata dal garante nazionale per i detenuti, Mauro Palma: la maggiore concessione di detenzione domiciliare a chi ha residui di pena inferiori a sei mesi senza impedimenti. Si tratta di 1142 detenuti, cui ne vanno aggiunti 2217 con residui di pena tra sei e diciotto mesi. Ma spiega Palma: "Sono in teoria 3.359 persone, ma ci sono preclusioni disciplinari e tra loro ben 1.157 risultano senza fissa dimora". La pandemia mette a nudo difficili situazioni sociali. E le carceri restano pericolosi focolai e luoghi a rischio anche per chi vi lavora. Ancora oggi, come un anno fa.
di Domenico Marino
Avvenire, 2 marzo 2021
L'importanza della testimonianza e dell'esempio. Arriva nelle scuole il progetto "Liberi di scegliere" lanciato negli anni passati dall'allora presidente del Tribunale per i minori di Reggio Calabria, Antonio Di Bella, poi diventato un protocollo sottoscritto dai ministeri della Giustizia, dell'Interno, dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, delle Pari opportunità e della Famiglia; dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, dalla Conferenza episcopale italiana, dal Tribunale per i minorenni di Reggio, dalla Procura presso il tribunale per i minorenni reggino, dalla Procura della Repubblica di Reggio e da Libera.
Sostenuto confondi dell'8xmille alla Chiesa cattolica, è pensato per garantire un'alternativa di vita ai minori provenienti da famiglie inserite in contesti di criminalità organizzata, fornendo una rete di supporto (educativa, psicologica, logistica, scolastica, economica e lavorativa). "Dopo anni d'insulti e minacce, arrivano lettere d'incoraggiamento e gratitudine. Anche da detenuti reclusi al 41bis. Non ci sono destini segnati per sempre. La vita criminale provoca sofferenze, all'interno e all' esterno", raccontava la scorsa estate ad Avvenire il presidente Di Bella.
La speranza "Liberi di scegliere" è diventata prima un film, omonimo, andato in onda su Rai Uno con Alessandro Preziosi nel ruolo del giudice, e poi il documentario "Parola d'onore" della regista reggina Sophia Luvarà. È pure un libro scritto dallo stesso Di Bella con Monica Zappelli per Rizzoli. Nei giorni scorsi il ministero dell'Istruzione ha scritto agli Uffici scolastici regionali, mettendo nero su bianco un'intesa per portare pure in classe la speranza "Liberi di scegliere".
Il ministero ritiene "di grande importanza la promozione di attività di sensibilizzazione, come la visione di film tematici, la lettura commentata di libri, l'organizzazione di incontri con vittime dei reati e imprenditori che sono cadute vittima di estorsione o con ragazzi che sono riusciti ad affrancarsi dalla vita criminale".
Tra le attività possibili, già da quest'anno scolastico scatta il concorso di idee "Liberi di scegliere" per "suscitare nelle giovani generazioni momenti di riflessione sul vero valore della vita e della libertà di scelta, dimostrando che il futuro non è già scritto e che si può essere protagonisti della propria vita nella consapevolezza che la delinquenza appare un destino inesorabile a chi nasce e vive in certe realtà familiari".
primocanale.it, 2 marzo 2021
Un detenuto e quattro agenti della polizia penitenziaria sono risultati positivi al Covid19 nel carcere di Valle Armea, a Sanremo. A darne notizia è Fabio Pagani, segretario regionale del Uilpa polizia penitenziaria, secondo il quale oggi tutti i detenuti e il personale di polizia saranno sottoposti a tampone. Pagani mette sotto accusa il ritardo con cui è stato deciso di somministrare il vaccino alla categoria. "Gli ultimi dati sui contagi da Covid nelle carceri liguri fanno segnare una nuova inversione di tendenza al rialzo ed è il carcere di Valle Armea a Sanremo a registrare nuovi positivi. Dall'8 marzo, i poliziotti penitenziari della Liguria riceveranno la prima dose di Astrazeneca, ma siamo in ritardo. Ciascun agente dovrà stare a riposo tre giorni, dopo la prima dose e quindi la vaccinazione non potrà essere effettuata contemporaneamente su tutti" ha detto Pagani.
di Marco Bisiach
Il Piccolo, 2 marzo 2021
Si tratta di 4 detenuti, 2 agenti penitenziati e un dipendente amministrativo. Martedì al via la vaccinazione con Astrazeneca. Mentre martedì inizierà anche in via Barzellini la campagna vaccinale della popolazione carceraria, il Covid-19 è tornato a bussare, attraversandola, alla porta della casa circondariale goriziana. Lunedì primo marzo, infatti, risultavano sette nuovi casi di positività nella struttura penitenziaria, di cui quattro detenuti, due agenti di polizia e un dipendente civile dell'amministrazione.
Pur alle prese con la febbre, a quanto si è appreso al momento nessuno dei positivi è in condizioni particolarmente critiche: i detenuti si trovano nelle celle riservate ai casi Covid-19 mentre i tre componenti del personale sono ovviamente a casa, in isolamento. A fronte dell'esplosione di questo piccolo "focolaio" nella casa circondariale tutti coloro che si trovano all'interno della struttura - dai carcerati agli agenti, al resto del personale - si sono sottoposti al tampone, e quindi non si può escludere che nelle prossime ore emergano altri casi di positività al coronavirus, magari asintomatici.
Martedì 2 marzo inizierà all'interno dell'edificio di via Barzellini (dove ad oggi si trovano una sessantina di detenuti) la vaccinazione con il vaccino Astrazeneca, che quindi potrà essere somministrato a tutti coloro che non hanno superato i 65 anni. Sicuramente un elemento importante, come ricordano anche i sindacati che avevano già scritto al governatore della Regione, Massimiliano Fedriga, per sensibilizzarlo sull'urgenza di far partire quanto prima la campagna vaccinale e di fornire indicazioni chiare e trasparenti al personale del comparto sicurezza.
Proprio i sindacati, però, rilanciano preoccupazione e allarme. "Bene che parta la vaccinazione, ma il dato di fatto è che in diverse strutture della regione, così come nel vicino Veneto, i focolai ci sono già, e dunque l'azione è tardiva - sottolinea Leonardo Angiulli, segretario regionale triveneto dell'Uspp -. In tal senso quanto è successo purtroppo nel carcere casertano di Carinola, dove tre colleghi sono morti dopo aver contratto il Covid-19, offre il quadro di una situazione preoccupante. Noi non abbiamo firmato il protocollo Covid proposto dall'amministrazione penitenziaria, ritenendolo troppo carente e inefficace, mancando gli spazi vitali per garantire le distanze di sicurezza adeguate all'interno delle strutture".
di Giulia Parmiggiani Tagliati
modenatoday.it, 2 marzo 2021
Parla il loro difensore. A quasi un anno dai fatti, si torna a parlare delle rivolte al Carcere Sant'Anna del marzo scorso. Lo fa la lista civica Modena Volta Pagina, con un incontro online al quale prende parte, oltre che Claudio Paterniti dell'Associazione Antigone, Alice Miglioli del Comitato Verità e Giustizia per la strage del Sant'Anna, l'On. Stefania Ascari (M5S) e il Sen. Franco Mirabelli (PD); anche l'avvocato Mario Marcuz, difensore di fiducia di due dei cinque detenuti firmatari di un esposto di denuncia nei confronti della Polizia Penitenziaria.
Durante il dibattito, l'Avvocato Marcuz rilascia dichiarazioni forti, in merito a fatti che - seppur sommariamente - è bene riepilogare. Era domenica mattina e c'era il sole, l'8 marzo, quando nuvole di fumo denso e scuro hanno iniziato a farsi spazio nel cielo limpido della periferia modenese. Buona parte della Casa Circondariale Sant'Anna stava andando a fuoco: a posteriori, per contare i danni, sarebbero state necessarie cifre a sei zeri.
La pandemia era da poco esplosa, il da farsi non era chiaro, e ogni genere di visita nelle carceri era stata sospesa in via precauzionale. Una goccia che ha fatto traboccare il vaso - dicono molti -, una scusa per coprire un'azione coordinata negli interessi delle mafie - sostengono altri -: all'evidenza, una violenta rivolta che è costata la vita a nove detenuti. Durante i disordini infatti, è stata svaligiata la farmacia del carcere, e nove detenuti sono morti (cinque a Modena, gli altri dopo o durante il trasferimento), stando alle perizie autoptiche, per overdose di metadone. Ma ci sarebbe di più. Le settimane passano, le acque si calmano, le indagini prendono il via. I filoni di inchiesta paiono essere tre: il principale, legato ai detenuti rivoltosi per le violenze commesse contro agenti e strutture; uno che potremmo chiamare "mediano", che partirebbe da una denuncia del maggio scorso; e il terzo - e più recente - che nasce dall'esposto summenzionato.
Tale dichiarazione, presentata tra gli altri da i due assistiti dall'avvocato Marcuz, denuncia violenze che i detenuti avrebbero subito da parte degli agenti di Polizia Penitenziaria nel corso delle rivolte e dei trasferimenti, resi necessari dal fatto che il Sant'Anna fosse diventato inagibile. "I miei assistiti hanno detto "ci siamo consegnati alle forze dell'ordine pensando di trovare protezione rispetto a quello che stava succedendo intorno a noi" - dichiara Marcuz - e la risposta è stata di essere stati ammanettati, portati all'interno di una stanza. Una dichiarazione pesante, quella dell'Avvocato, che pensa che "gli scritti di questi detenuti vadano comunque appoggiati, non fosse altro per il coraggio che hanno avuto nel fare questa denuncia".
Coraggio o interesse personale? chiederebbe il malpensante. "La loro è una denuncia disinteressata che non aveva l'obiettivo di ottenere scambi, favori o quant'altro per quanto riguarda la loro posizione personale" risponde il difensore "uno sta per uscire, l'altro ha un fine pena abbastanza breve: credo che questa denuncia sia stata fatta per motivi di solidarietà, solidarietà umana". Si riferisce alla solidarietà nei confronti di Salvatore "Sasà" Piscitelli, deceduto nel Carcere di Ascoli il giorno seguente le rivolte, compagno di cella di uno dei suoi assistiti.
"Il Piscitelli era un detenuto che già stava male, e ciò nonostante è stato trasportato in un carcere lontano centinaia di chilometri, pur avendo palesato il suo stato di grave malessere" afferma, e punta il dito contro gli agenti: "al di là dell'obbligo custodiale, è chiaro che la Polizia Penitenziaria abbia anche un obbligo di tutela della persona, della salute e anche della dignità umana". Da ex accademico, Mario Marcuz sostiene di aver rilevato una profonda mancanza di preparazione, e forse anche di cultura, da parte delle forze di polizia coinvolte, e introduce un altro grande tema: quello della possibilità di identificazione delle Forze dell'Ordine che violano i loro doveri istituzionali.
Per smentire ogni dubbio circa l'identità dei suoi assistiti, l'avvocato Marcuz tiene poi a precisare che siano "completamente estranei ai fatti della prima inchiesta" e che "non appartengono ad alcun circuito organizzato o associazioni". A verificare la veridicità di questi accadimenti sarà la Magistratura: essendo l'inchiesta ancora in una fase di indagini preliminari, non è possibile, ad oggi, emettere sentenza. Certo è che, come afferma Marcuz, a chiusura del suo intervento, "quella carceraria è una situazione grave, deficitaria sotto molti aspetti, che ha avuto un epilogo drammatico nei fatti di Modena. È chiaro che se non c'è un intervento della politica e non c'è un interesse dei cittadini, situazioni come queste rimangono latenti per poi esplodere in modo tragico".
La Nazione, 2 marzo 2021
Al via, nella Casa circondariale senese, un progetto per favorire il reinserimento delle persone detenute attraverso nuove competenze professionali. Dotare i detenuti di nuove competenze professionali per favorire il loro reinserimento una volta tornati in libertà. È l'obiettivo del progetto formativo IN.SI.d.E - Interventi e soluzioni idraulici ed edili, realizzato nella Casa circondariale di Siena (il carcere di Santo Spirito) con il concorso finanziario dell'Unione Europea, della Repubblica Italiana e della Regione Toscana.
A presentare il progetto è stata Toscana Formazione (come da avviso pubblico, positivamente valutato con apposita graduatoria) attraverso la sede territoriale di Chiusi (Siena) che per l'occasione si è avvalsa del partenariato con l'Istituto statale di istruzione superiore "G. Caselli" di Siena. Il progetto, inoltre, è stato fortemente sostenuto dall'area pedagogica della direzione della Casa circondariale. Il corso è rivolto a 8 detenuti della Casa circondariale (di cui 4 di nazionalità straniera) i quali parteciperanno a un percorso di 250 ore riguardanti la manutenzione di impianti termoidraulici e la realizzazione di lavori edili. È inoltre previsto uno stage di 80 ore presso aziende di settore del territorio che si sono rese disponibili a contribuire alla buona riuscita dell'attività.
di Nicolò Rubeis
agenziadire.com, 2 marzo 2021
L'Istituto Beccaria, che ospita al momento 29 ragazzi, ha avuto solo due falsi positivi e sta continuando con colloqui, lezioni e momenti ricreativi. "La criticità maggiore che riscontriamo nel carcere minorile Beccaria di Milano è legata ai ritardi del sistema sanitario relativi ai disagi psicologici, spesso connessi alla dipendenza di sostanze stupefacenti. È su questi interventi, preclusi dalla mancanza di adeguati supporti terapeutici, che dobbiamo lavorare".
L'allarme viene lanciato durante la commissione consiliare Carceri-Pene-Restrizioni del Comune di Milano da Maria Carla Gatto, presidente del Tribunale dei Minori meneghino. Per il resto l'istituto, che ora ospita 29 ragazzi (la metà di questi appellati o imputati), come sottolinea la direttrice del carcere minorile Beccaria e della casa circondariale di Bollate Cosima Buccoliero, ha retto bene all'urto della pandemia: "Non abbiamo registrato troppi problemi, né casi di contagio, se non per due falsi positivi e un numero ridotto di persone che hanno contratto il Covid-19 tra il personale", assicura Buccoliero.
Gli accorgimenti più importanti, l'istituto ha dovuto prenderli dal punto di vista della logistica. Al momento infatti, sono ancora due le stanze destinate all'isolamento di eventuali positivi. "Abbiamo dovuto bilanciare le esigenze di tutela della salute con la necessità di mantenere un minimo di attività all'interno del carcere minorile- prosegue- nel periodo più duro dell'emergenza sanitaria abbiamo subito attivato, per esempio, le lezioni scolastiche da remoto".
La scuola, anche grazie all'utilizzo di tablet arrivati appositamente all'istituto, è proseguita senza mai interrompersi, così come i colloqui in presenza tra i ragazzi e i familiari, "ma ci siamo organizzati però - sottolinea Buccoliero - anche per quelli da remoto".
Non si sono mai fermate nemmeno le altre attività, come i laboratori di musica, cinema e teatro. Intanto proseguono i lavori di ristrutturazione dell'istituto che porterà la casa circondariale a una capienza massima a regime di 60-70 giovani detenuti, come ha annunciato Francesca Perrini, dirigente del Centro per la Giustizia Minorile della Lombardia, con la speranza però "di non dover mai arrivare" a quelle cifre di presenze registrate.
di Marco Demarco
Corriere del Mezzogiorno, 2 marzo 2021
Un saggio dello studioso napoletano Giovanni Verde sull'attuale crisi della giustizia. Da dove origina la crisi della giustizia? Dal conflitto con la politica, d'accordo; e qualcosa di determinante è sicuramente successo in Italia negli anni di Tangentopoli.
Ma come e perché si arrivò a quel punto? Per caso? Per un capriccio della storia? Giovanni Verde, magistrato per dodici anni, avvocato e docente universitario, vicepresidente del Csm e tra i massimi esperti del processo civile, nonché editorialista prima de "Il Mattino" e poi del "Corriere del Mezzogiorno", ha scritto un libro per dire che così non è. E per chiamare in causa la cultura giuridica e politica di questo Paese. In "Giustizia, politica, democrazia. Viaggio nel paese e nella Costituzione" (Rubbettino), Verde spiega infatti che sì, ora c'è anche il caso del Csm, esploso come una bomba nella vetrina buona dello Stato, ma che non tutto si può ricondurre, semplificando, oggi a Palamara e ieri a Mario Chiesa e Bettino Craxi.
La crisi della giustizia viene da un accumulo di idee, compromessi e pregiudizi, più che da singoli eventi. E viene, a dirla tutta, da una cultura "del sospetto" che ha contaminato in parte anche la Costituzione, ad esempio quando ipocritamente, non fidandosi delle scelte del pm, ha previsto l'obbligatorietà dell'azione penale. Una cultura che successivamente si è fatta scudo proprio della Costituzione per autoaffermarsi. Un esempio? Il fenomeno del giustizialismo ("nostra camicia quotidiana"), tema che Verde affronta a partire da un fatto concreto che riferisce con evidente emozione: la sofferenza a lungo patita dall'amico Roberto Racinaro, arrestato quando era rettore a Salerno, tenuto sotto processo per quindici anni e infine assolto.
La crisi della giustizia di cui Verde parla comincia a manifestarsi quando il diritto oggettivo "torna" in scena evocando i valori e non le leggi. E la differenza tra i primi e le seconde è abissale, perché nell'antico regime i valori venivano gestiti dai sapienti in rapporto fiduciario con il potere, mentre le leggi, cioè "lo stampo in cui cola il magma dei valori", vengono amministrate da tecnici esperti e imparziali. Non a caso, si ricorda che "a differenza di altre Costituzioni, nella nostra non è mai menzionato il diritto obiettivo; si parla sempre della legge e delle norme di legge, mentre il termine diritto viene adoperato solo per indicare posizioni soggettive meritevoli di tutela". I guai, insomma, vengono dopo, quando per il cedimento dei guardiani della Costituzione, per ragioni storiche legate alla fine della Guerra fredda e alla globalizzazione, e per il progressivo ritirarsi della politica, lo Stato non è più in grado di esercitare in maniera effettiva la sovranità. È a questo punto che il giudice accede a una nuova dimensione, diventa il mediatore tra le libertà e le dignità dei singoli, cerca il consenso per farsi forza, e si legittima appellandosi direttamente ai valori. Tuttavia è proprio nel momento in cui va oltre la legge - sottolinea Verde - che la giustizia si espone al rischio di una pericolosa involuzione. Quella "di tipo autoritario, quale è tipica dello Stato etico". Ecco il punto centrale del libro. Non a caso, Biagio de Giovanni, che firma la prefazione (la postfazione è di Gerardo Bianco), lo segnala con particolare enfasi. "Ah, i valori! Non dimenticherò mai - scrive - come li definiva, nella testimonianza di Antonio Labriola, un professore di storia e filosofia dei licei napoletani parlandone ai propri studenti in un divertente dialetto che non oso riprodurre. I valori? Tanti 'caciocavalli appesi', ognuno ne sceglie uno e si acquieta la coscienza". Per de Giovanni come per Verde è impossibile nutrire dubbi in proposito. I valori vanno esclusi dalle valutazioni del giurista, perché "interpretare testi è altro da intuire valori, per quanto sociali e costituzionali si vogliano dichiarare".
Movimentato da continue incursioni nell'attualità (le polemiche sulla responsabilità penale per colpa, sugli effetti paralizzanti dell'abuso d'ufficio, sul ruolo della difesa nel processo e sui vari aspetti dei progetti di riforma in discussione in parlamento) il libro di Verde è tutt'altro che un pamphlet. È un saggio - se non addirittura un manuale, ma scritto con grande finezza - che va ben oltre l'emergenza. Indica strade, suggerisce proposte. E la conclusione è questa: "Dobbiamo soltanto prendere atto di ciò che è avvenuto e chiederci se, essendo inevitabile che la magistratura partecipi al governo del paese sempre più condizionando le scelte e le decisioni del potere esecutivo, si possa continuare a ritenere che essa possa essere un corpo del tutto autonomo e indipendente". Tuttavia, se questo sarà il punto di arrivo, diverse sono le traiettorie per arrivarci. E il primo a saperlo è proprio Verde.
iltamtam.it, 2 marzo 2021
Gli studenti delle classi quinte, martedì 2 marzo incontrano Armando Punzo, il regista che ha portato il teatro nelle carceri. Il Liceo "Jacopone da Todi" è lieto di annunciare che, martedì 2 marzo 2021, le classi quinte degli indirizzi classico, linguistico, scientifico e scienze umane parteciperanno ad un incontro con Armando Punzo, drammaturgo e regista teatrale italiano. Direttore artistico del Teatro di San Pietro di Volterra e del Festival "Volterra Teatro", è noto soprattutto per l'attività teatrale svolta con i detenuti nel carcere di Volterra.
L'incontro, che si terrà in modalità esclusivamente telematica su piattaforma Meet, va a coronare un progetto, "Giovani, legalità e cittadinanza", intrapreso da qualche anno dall'insegnante di religione, Prof.ssa Silvia Massetti, e mirato a sensibilizzare i giovani all'educazione alla legalità. Si parte dall'esame della parola "carcere", da cosa significhi non rispettare la legge e perdere la propria libertà. Gli studenti visionano film e/o documentari, realizzano elaborati di scrittura creativa e visitano, alla fine, il carcere per incontrare i detenuti e accogliere la loro testimonianza. Quest'anno non è stato possibile condurre gli studenti nel carcere, ma avranno la possibilità di incontrare e confrontarsi con questo autorevole personaggio che è stato intervistato da Domenico Iannacone nel programma televisivo di approfondimento giornalistico "I dieci comandamenti".
"Mi ha colpito - afferma la Prof.ssa Silvia Massetti - quando ha detto che occorre prendere consapevolezza delle possibilità di libertà che abbiamo come essere umani. Questo non vale solo per i detenuti, vale anche per tutte le persone che intendono fare un processo di consapevolezza. E queste parole mi hanno fatto pensare ai miei studenti, alla necessità di far capir loro che, anche quando si sbaglia, possiamo attingere alle nostre attitudini interiori".
Armando Punzo ha fondato nel 1988 la "Compagnia della Fortezza", uno dei primi progetti di teatro in carcere in Italia, e ha scritto un libro, "Un'idea più grande di me. Conversazione con Rossella Menna", nel quale racconta il primo approccio con la fortezza del carcere di Volterra, più di trenta anni fa, quando propose all'istituzione penitenziaria un laboratorio di alcune centinaia di ore che poi si moltiplicò fino a presentare uno spettacolo inatteso. "Punzo non era uno psicologo, un terapeuta, un operatore, un esperto di quello che poi si sarebbe chiamato teatro sociale, Punzo voleva fare ricerca teatrale e aveva intuito le potenzialità delle persone che forzatamente abitavano quel luogo" ("Teatro e Critica").
Nell'incontro di martedì prossimo, il regista racconterà la sua esperienza agli studenti, essendo impegnato da alcuni anni nel progetto di creare un teatro stabile all'interno del carcere di Volterra, e si confronterà con loro sul concetto di libertà e sulla possibilità di viverla nonostante il carcere. Una possibilità data dal teatro, che è arte, spettacolo, ma è anche salvezza.
di Serena Costa
quotidianodipuglia.it, 2 marzo 2021
Il lavoro come forma di reintegro sociale ed emancipazione da un passato che ci si vuole lasciare alle spalle. Tredici vite che riprendono un percorso di speranza che profuma di futuro. È così che, all'interno del carcere di Lecce, è nato il progetto pilota del laboratorio tecnologico di rigenerazione dei router in collaborazione con Linkem, un operatore 5G leader in Italia nel settore della banda ultra-larga wireless. Da qualche mese il posto fisso: 13 detenuti sono stati assunti a tempo indeterminato dall'azienda delle telecomunicazioni con la qualifica di riparatori di router a seguito di un percorso di formazione durato tre mesi e regolarmente retribuito. Alcuni di loro lavoreranno anche come antennisti.
Ora i router danneggiati o restituiti dai clienti che hanno cessato il contratto con Linkem passano dal carcere Borgo San Nicola per tornare a nuova vita ed essere reimmessi sul mercato, grazie alle competenze meccaniche e informatiche acquisite dagli ospiti della casa circondariale. Tra gli assunti sono 11 quelli che lavorano all'interno degli spazi allestiti nel carcere, mentre altri due sono stati impiegati all'esterno, nei centri Linkem di Lecce e Taranto.
La selezione dei destinatari del progetto sperimentale è stata portata avanti dall'amministrazione penitenziaria di Lecce diretta da Rita Russo: una scelta non casuale, dettata dal percorso di risalita, come si dice in questi casi, di ciascun detenuto e dalle sue propensioni all'apprendimento di nuovi saperi.
Eppure, Davide Rota, l'imprenditore di Linkem, assicura di non aver mai letto le schede sulla fedina penale delle persone scelte: "Ho solo cercato di capire quanta voglia ci fosse di cambiare percorso da parte loro e inoltre ho percepito una forte volontà da parte dell'amministrazione penitenziaria di dare loro una chance per cambiare vita". Il progetto, avviato un anno fa, è partito con una semplice mail dell'ad di Linkem alla direttrice Russo: "Abbiamo scelto la Puglia perché è qui che sono presenti il 70% dei nostri centri gestionali, che servono la maggior parte dei nostri clienti: abbiamo individuato un'area più svantaggiata dal punto di vista occupazionale, in cui portare nuovi posti di lavoro.
Solo in Puglia negli anni abbiamo occupato 520 persone a tempo indeterminato. E abbiamo puntato su una delle professioni più richieste, i tecnici installatori, affinché risolvessero uno dei problemi più grossi per noi, ovvero i router di ritorno: invece di smaltirli, abbiamo affidato a questi ragazzi il compito di rivitalizzarli, coniugando conoscenze meccaniche, elettroniche e di software. Questi ragazzi sono nostri dipendenti e alcuni di loro non sono lontanissimi dal percorso di uscita dal carcere. Una grande soddisfazione, che non è un semplice investimento economico, ma anche emotivo: una volta che hai iniziato un progetto simile, non puoi lasciarlo a metà, ma lo porti avanti con il cuore".
Qualche cifra, dunque. "Ogni settimana escono dalla casa circondariale 200 router rigenerati aggiunge la direttrice Rita Russo e il fatto che i nostri ospiti siano stati assunti vuol dire che, non appena avranno terminato di scontare la pena e dopo i sei mesi di prova, potranno continuare a costruire una propria vita fuori da qui. Il laboratorio è stato visitato qualche giorno fa dal capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia, e sarà un punto di riferimento a livello nazionale. Loro stessi hanno creato un'app per le videochiamate tra detenuti e familiari". Senza dimenticare che, in tempi di lockdown, sono stati gli stessi detenuti a installare le nuove antenne del carcere per incrementare la connessione.
- Varese. Alle carceri dei Miogni di un attimo di libertà
- Gli uomini che non vogliono perdere
- "Sociologo detenuto", di Alessandro Limaccio
- Bielorussia. "Scrivo, leggo, imparo e piango poco: il mondo è con me e tutto andrà bene"
- Migranti. Salvini: "Con la Lega al governo occorre cambiare la strategia dei porti aperti"











