varesepress.info, 2 marzo 2021
Una coraggiosa iniziativa per unire con la radio detenuti e famiglie. Domenica 28 febbraio 2021, è stato un momento di grande commozione per gli ascoltatori, quando alcuni detenuti della Casa Circondariale di Varese, alle ore 17,30, si sono collegati sulle frequenze di R.M.F. 91.7 e 94.6. All'altro capo le radio di mogli, figli, parenti, amici, ma non solo, ad ascoltare come si vive in carcere ai tempi del Covid-19.
Cinque racconti fatti da sei detenuti, due di loro hanno lavorato insieme allo stesso racconto, che narrano di come quello che è un momento difficile per tutti e una tragedia per molti, in carcere si sia trasformato in qualcosa quasi di surreale. Alla lontananza da propri cari si unisce un profondo senso di incertezza e di attesa. Se tutti si sentono prigionieri di questa pandemia, immaginiamo come si debba sentire chi in prigione ci sta davvero, con l'unico contatto che si ha all'esterno, solo tramite la televisione.
Visite sospese, i detenuti che temono sia per le proprie famiglie sia per se stessi. La televisione, quell'unico contatto col mondo che spesso al posto di rassicurare ingigantisce le notizie. Sarà tutto vero quanto succede fuori, o forse non è così grave, ma forse è molto peggio di quanto dicono. Tra un racconto e l'altro brani di musica classica e brevi letture dalla pacata voce di Marita Viola. Una bella iniziativa, frutto di collaborazione tra le operatrici dell'Associazione Auser di Varese, Gisella Incerti e Giovanna Ferloni, della stessa Marita Viola, interprete e lettrice, della Direttrice della Casa Circondariale di Varese, Dott.ssa Carla Santandrea e del Funzionario Giuridico Pedagogico Domenico Grieco sempre della Casa Circondariale di Varese.
"Con questa iniziativa si è voluto dare voce ai sentimenti, alle paure, alle emozioni di persone altrimenti invisibili, maturati in un lungo anno segnato da una doppia sofferenza: da un lato l'esecuzione della pena della reclusione e dall'altro il disagio e l'angoscia per le notizie mediatiche sulla pandemia." Scrivere di iniziative come questa è facile, capirle e condividerle meno, anche se il Covid 19 sta insegnando un po' a tutti cosa vuol dire poter essere liberi.
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 2 marzo 2021
Clara Ceccarelli ha pagato il suo funerale mentre stava benissimo, cercando anche di trovare una persona che dopo la sua morte, si occupasse a pagamento, del vecchio padre e del figlio minorato. Subiva i maltrattamenti di un compagno violento. Ma perché non denunciarlo?
Capisco che oggi sia difficile parlare d'altro, ma devo sollecitare l'attenzione di chi legge sulla pericolosa china che sta prendendo la violenza contro le donne. Per tutte vorrei soffermarmi sul caso di Clara Ceccarelli che ha pagato il suo funerale mentre stava benissimo, cercando anche di trovare una persona che dopo la sua morte, si occupasse a pagamento, del vecchio padre e del figlio minorato. Subiva i maltrattamenti di un compagno violento. Ma perché non denunciarlo? Possiamo immaginare che Clara avesse paura di peggiorare la situazione. Il compagno, Renato Scapusi, non tollerava di essere abbandonato e la intimidiva con minacce continue. Ma, oltre la paura, Clara probabilmente non lo denunciava sapendo che spesso le donne non vengono credute. E se lei mente? Se si tratta di mania di persecuzione? Non sarà che lei lo vuole mettere in cattiva luce?
Clara è stata uccisa con trenta furibonde coltellate che le hanno trapassato il fegato, il cuore, la gola, i polmoni. L'uomo prima è scappato, poi si è presentato alla polizia. "Voleva lasciarmi e io non lo sopportavo". Il solito argomento. Come se un abbandono giustificasse quella morte orrenda. Ma se le storie si ripetono sempre uguali, non dovremmo prevedere il disastro e aiutare queste donne prima che perdano la vita? Succede così: i due si sono amati, magari hanno anche dei figli insieme.
Ma ad un certo punto lui comincia a essere geloso della autonomia di lei e a maltrattarla. Lei reagisce, lui aumenta la violenza verbale; lei minaccia di andarsene; lui inizia con le botte. Qualche volta (ma non quanto si vorrebbe) lei lo denuncia. In questo caso lui si tiene alla larga per un poco e poi ricomincia la persecuzione. Infine finge di pentirsi, le dà un appuntamento fuori casa e in quella occasione la uccide.
Qualcuno si chiede perché, mentre nel paese diminuiscono gli omicidi, i femminicidi aumentano ogni anno. L'ho già scritto ma lo ripeto: a ogni conquista di autonomia femminile corrisponde una perdita di privilegio maschile. Quegli uomini, e sono la maggioranza, che dispongono di un minimo di equilibrio e saggezza, accettano i cambiamenti anche se ci perdono. Altri, i più deboli e impauriti, che identificano la virilità col possesso, non tollerano le nuove autonomie femminili e piuttosto che perdere il controllo e il dominio sulla donna che considerano propria, preferiscono ucciderla.
recensione di Maurizio Bolognetti
ufficiostampabasilicata.it, 2 marzo 2021
"Se dovessi suggerire la lettura di un libro in questo tempo di Quaresima e con l'approssimarsi della Pasqua, non esiterei a dire leggete "Il sociologo detenuto". Inizia così Maurizio Bolognetti la recensione del libro autobiografico con il quale Alessandro Limaccio racconta la sua storia: detenuto dal 1995, insignito nel 2018 del premio nazionale alla cultura "Sulle ali della libertà" patrocinato dalla Presidenza della Repubblica.
"Il libro di Limaccio - afferma Bolognetti - apre una finestra su un mondo rimosso, dimenticato, in cui quotidianamente viene assassinata la Costituzione: quelle patrie galere, per dirla con Marco Pannella, assurte da troppo tempo a luoghi di tortura ma senza torturatori, perché ad essere torturata da uno Stato criminale sul piano tecnico-giuridico è l'intera comunità penitenziaria. Le parole di Enrico Rufi, autore della splendida prefazione, ci ricordano quanto sia urgente occuparsi di una giustizia in bancarotta che a volta diventa giustizia del pentito dire.
Rufi, storica voce notturna di Radio Radicale, - aggiunge Bolognetti - ha tra l'altro scritto: "Presumo che più d'uno siano i sociologi finiti nelle patrie galere, non necessariamente nei cosiddetti anni di piombo, ma uno solo è diventato sociologo in carcere.
Prima con la laurea, poi con un dottorato, rilasciato nel 2017 dall'università di Roma "La Sapienza". E adesso, sociologo "embedded", con questo reportage dai vari gironi del mondo carcerario italiano [...] Alessandro Limaccio, è siciliano, classe 1971, quattro ergastoli per cinque omicidi. A scanso di equivoci, la sua non è una edificante vicenda di riscatto o di riabilitazione attraverso lo studio. Lui non deve restituire niente alla società. È la società che deve restituire tutto a lui: l'onore e venticinque anni di vita, che gli sono stati tolti in nome del popolo italiano. Ma siccome sulle sue condanne c'è scritto "fine pena mai", il debito nei confronti del sociologo detenuto diventa più pesante ogni giorno che passa".
Non so se Alessandro riuscirà a passare all'incasso e se il debito contratto verrà un giorno saldato, ma - afferma Bolognetti - so che sfogliando le pagine di questo libro, leggendo la prefazione di Enrico e l'introduzione di Mauro Palma, Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute e private della libertà, inevitabilmente penso al monito che Marco Pannella rivolgeva alle istituzioni di questa nostra sgangherata Repubblica: "Interrompere la flagranza di reato contro i diritti umani e la Costituzione".
Scrive ancora Rufi: "La via crucis del Sociologo detenuto non è fatta solo di telefonate anonime, ma anche di "voci confidenziali", oltre che di pentiti e pseudo pentiti. Si badi bene: i collaboratori protagonisti dei processi di Alessandro Limaccio non si autoaccusano mai, non sono mai presenti sui luoghi dei delitti, ma riferiscono voci e accuse raccolte qua e là nella migliore delle ipotesi. È una voce confidenziale, ad esempio, quella secondo cui il killer - un certo Sandro diventato attraverso una serie di progressivi aggiustamenti di tiro Alessandro Limaccio - era stato visto salire in macchina con un boss mafioso poco prima che quest'ultimo venisse assassinato. Con una dinamica ufficiale del delitto così rocambolesca, con tanto di salto dalla macchina in corsa un attimo prima che finisse in un dirupo e un attimo dopo che la vittima ricevesse un colpo di pistola alla tempia, da lasciare perplesso anche uno stuntman".
"Dopo più di cinque lustri, il Sociologo embedded in quella periferia del mondo che è l'universo carcerario italiano - aggiunge il giornalista di Radio Radicale - ha bruciato ogni record di durata di un'inchiesta etnografica sul campo, tutta vissuta in comunione con la sua gente, come facevano certi missionari-antropologi dei secoli scorsi. È ora di chiudere il capitolo, perché c'è un tempo per ogni cosa. Con questo libro, offerto alla comunità scientifica, agli addetti ai lavori, ai suoi compagni e alla società civile, missione compiuta".
Chiudo questa mia breve e probabilmente inadeguata (ma no! - n.d.r.) recensione citando l'autore, Alessandro Limaccio: "Dal 1995 vivo rinchiuso in carcere da innocente, mescolando la mia vita a quella dei detenuti colpevoli, in mezzo a personaggi e situazioni dove norma e devianza coabitano dentro un crogiolo di esistenze bruciate, frutto e testimonianza di una società popolare sempre più contaminata dall'illegalità. Una realtà estremamente complessa come il carcere non può essere conosciuta se non guardandola dall'interno di una cella, dal lato oscuro dove diventano leggibili le sue regole occulte e si fa permeabile il mistero della sua vita. Quindi a parlare sono i detenuti, che con semplicità e senza giri di parole raccontano la loro esperienza di vita, descrivendo la realtà del carcere in cui vivono e che conoscono bene [...] Mi piacerebbe che sulle mura d'ingresso di tutte le carceri italiane vi fosse posta la scritta "Il lavoro rende liberi".
Niente a che vedere con il macabro e beffardo "Arbeit macht frei" che campeggiava all'ingresso dei campi di sterminio nazisti, ma promessa di riscatto, concreta possibilità di imparare un mestiere per potersi guadagnare la vita in modo onesto e dignitoso sia in carcere che fuori, e rendersi così liberi dal giogo della devianza".
Sì, "questa storia etnografica", se volete questa storia di resistenza, resilienza e azione, questa storia che racconta una vita che non si lascia spezzare e travolgere, merita - conclude Bolognetti - di essere letta, divulgata, fatta conoscere. È tempo di Quaresima ed io non posso che tornare una volta di più ad esprimere l'auspicio che la Pasqua che si avvicina diventi anche Pasqua di resurrezione di diritti umani violati e di rispetto di quella Costituzione scritta sostituita, in questo settantennio di metamorfosi del male e di banalità del male, dalla Costituzione materiale.
di Katerina Borisevich**
La Stampa, 2 marzo 2021
Il mio viaggio di lavoro (in prigione) è nobile, ovviamente. Davvero inaspettato, un percorso così ripido, ma andiamo avanti. L'importante è rimanere realistici. E io lo sono. Contatto con la realtà.
Ogni giorno dedico 4-5 ore alle lettere. Scrivo e, se arriva qualcosa, è una domanda. Le lettere provengono da tutto il Paese. E non solo dalla Bielorussia, ma anche dalla Svezia, dall'America. Leggo i miei stessi lettori, i veri eroi delle pubblicazioni. Con questo sostegno - penso - andrà tutto bene. Le immagini intorno stanno cambiando, le persone vicine si spera di no. Sono sicura che i ragazzi sono fantastici, e presto ci riabbracceremo. Oggi, durante le pulizie, a me e alle altre è venuto in mente un piano. Abbiamo discusso della possibilità di lanciare un giornale locale, abbozzato l'indirizzo del mittente di volodarka.net (indirizzo della prigione del Kgb).
Ora posso essere presa in qualsiasi campagna di attivismo. Insegnerò a tagliare una pagnotta con un filo, a fare una cipolla "delicata" da una cipolla "aggressiva", ad asciugare gli oggetti con una bottiglia. Non sono una donna, ma una scoperta. Piango al massimo venti minuti. Per il resto sorrido. Non preoccupatevi per me, non ho iniziato a fumare, ma faccio sport. Oggi è stata una giornata felice: abbiamo camminato per due ore. Durante la passeggiata puoi stare in piedi, ballare e fare esercizio. Sembra come in kindergarten. La vita è movimento.
Finalmente comincio a mangiare. Ho apprezzato la zuppa di cavolo. Volevo correre a Roma. Cosa mi ha fermato? Ora immagino con la testa. Sicuramente nella mia città preferita la mattina inizierei con la colazione al bar. In Italia c'è sempre un'atmosfera di rumore, musica ad alto volume, caffettiere che sibilano, gente che grida. Supero la folla al bar e mi butto sulla vetrina dei dolci. Bene, cosa ordiniamo? Cappuccino, succo d'arancia o un piatto di croissant? Mi siedo a un tavolino per strada, indosso gli occhiali da sole e la "dolce vita" ha inizio.
Il pubblico in cella è diverso, alcune detenute leggono Cechov e Dovlatov, altre "Schiavo della passione". Ma leggono lo stesso! In questo momento c'è un silenzio totale: tutte scrivono lettere, leggono, disegnano, risolvono problemi. Ma poi inizierà un tale casino che ogni pagina andrà riletta dieci volte. Qualcuno ha cercato di citare i testi di "Schiavo della Passione", ma abbiamo protestato.
*Giornalista bielorussa
La Repubblica, 2 marzo 2021
Il leader della Lega è tornato sul suo cavallo di battaglia: "Quando ero al ministero dell'Interno c'erano stati 260 sbarchi di immigrati, ora nello stesso periodo ce ne sono stati quasi cinquemila: è chiaro che bisogna arginare questo fenomeno".
Incassata la sostituzione del commissario Arcuri, Matteo Salvini torna alla carica sull'altro suo cavallo di battaglia: gli sbarchi. "Come si è cambiata strategia sull'emergenza sanitaria e il piano dei vaccini, con la Lega al governo occorrerà cambiare la strategia anche su porti aperti e porti spalancati" ha detto il leader della Lega ospite di 'Quarta Repubblica' in onda su Rete 4. E ha aggiunto: "Il primo gennaio 2019 quando ero al ministero dell'Interno c'erano stati 260 sbarchi di immigrati, ora nello stesso periodo ci sono quasi 5000 sbarchi e 10 poliziotti positivi al Covid nel centro di Lampedusa. È chiaro che bisogna arginare" questo fenomeno.
"Venerdì sarò a Catania e il 19 marzo sarò a Palermo" per le udienze dei processi nei suoi confronti in cui è imputato per sequestro di persona per non aver consentito lo sbarco di migranti ha spiegato il leader della Lega che ha indicato le altre sue priorità: "Sorteggio per il Csm", poi "ci sono 5 milioni di processi che attendono di essere svolti, bisogna assumere cancellieri, stabilizzare i magistrati ordinari e decidere che chi indaga indaga e chi giudica giudica. Sarà questo il governo che farà la riforma? Difficile vista la composizione ma noi ci proveremo, così come ci proveremo sulla pace fiscale". Salvini ha inoltre ribadito la necessità di sbloccare "i circa 700 cantieri fermi in tutta Italia", aggiungendo un altro sblocco da fare: "quello degli sfratti per circa 4 milioni di proprietari che non si vedono pagare l'affitto da tempo e che continuano a pagano le tasse sulle case".
di Jacopo Iacoboni
La Stampa, 2 marzo 2021
Violenze e arresti contro le oppositrici bielorusse. I detenuti politici sono 258. Ma la protesta va avanti. C'è una cosa impressionante che va molto oltre la "rivolta delle donne", in Bielorussia. Ha a che fare con un numero, quante leader donne siano in carcere a Misk, e un mood: quello che queste donne stanno insegnando, in termini di modalità di lotta contro Lukashenko.
Completamente un altro angolo visuale, rispetto all'autocrate, vecchio, maschio, triste, fotografato a Sochi assieme a Vladimir Putin, come due tiranni destinati al tramonto. Nel giorno in cui l'amministrazione Biden comunica alla Cnn di esser pronta a emettere sanzioni mirate alla Russia per l'avvelenamento di Alexej Navalny (saranno decise in coordinamento con l'Ue), La Stampa è in grado di raccontare un pezzo della rivolta in Bielorussia attraverso le lettere dal carcere di un gruppo di giornaliste che stanno lottando contro il regime. I detenuti politici (reporter e attivisti) salgono di ora in ora: sono arrivati a 258.
"Ogni giorno mi dedico 4-5 ore alle lettere, scrivo, le lettere provengono da tutto il Paese. Faccio l'esercizio di leggere i nostri stessi lettori, i veri eroi delle pubblicazioni. Ricevo lettere non solo dalla Bielorussia, dalla Svezia, dall'America. In generale, non preoccuparti. Con questo sostegno, andrà tutto bene".
Chi scrive è Katerina Borisevich, la reporter investigativa di Tut.by arrestata il 19 novembre a Minsk per aver fatto il suo lavoro: non credere alle verità di regime. La accusano di aver smascherato le bugie di Lukashenko sulla morte di Roman Bondarenko, un giovane manifestante di Minsk, 31 anni, morto in ospedale dopo esser stato picchiato a sangue da sconosciuti a volto coperto, probabilmente uomini dei servizi segreti oppure "tikhar", para-milizie civili che appoggiano la polizia del regime. Bondarenko era intervenuto per difendere alcuni manifestanti dagli uomini dei servizi, che volevano rimuovere dei simboli della protesta. Il regime, alla sua morte, disse: era ubriaco, quando è morto. Borisevich dimostrò, con i referti medici e testimonianze, che era falso: non c'era traccia di alcol nel suo sangue. Era stato picchiato e assassinato senza aver fatto nulla di male.
In questi giorni è in corso il processo: Kateryna Borisevich è in galera, come Katerina Bakhvalova e Daria Chultsova, condannate a due anni per aver filmato le proteste. In carcere leggono Dovlatov, il maestro di ogni resistenza post-sovietica. Si fanno brevi passeggiate come in un kindergarten. Ci si trucca per sopravvivere. Si sogna Roma (l'Italia è amatissima). Si dipinge. Si preserva l'essere donne contro un potere maschio e stolto.
"Durante le pulizie - scrive Borisevich - è venuto fuori spontaneamente una specie di piano. Abbiamo discusso che avremmo potuto lanciare un giornale locale, abbozzato l'indirizzo del mittente di volodarka.net. Continuate a scriverci". L'indirizzo è quello della prigione del Kgb dove sono tenute.
C'è un manuale di resistenza ideologica e pratica: "Ora posso essere presa in qualsiasi campagna di protesta, sul serio. Posso insegnare a tagliare una pagnotta e il burro con un filo, a fare una cipolla "delicata" da una cipolla "aggressiva", ad asciugare le cose con una bottiglia. Non una donna, ma una scoperta". Il movimento bielorusso chiede a tutta Europa di scrivere a queste detenute, attraverso "Viasna". L'Europa può scegliere se esserci, o disertare.
di Alfredo Marsala
Il Manifesto, 2 marzo 2021
Inchiesta della procura di Ragusa per lo sbarco dei naufraghi che si trovavano da un mese sul mercantile danese Etienne. L'accusa della Procura di Ragusa è gravissima: la nave italiana Mare Jonio della ong Mediterranea saving humans avrebbe preso a bordo migranti in cambio di denaro. Tanti soldi. A pagare sarebbe stato l'armatore della petroliera danese Maersk Etienne con lo scopo di "liberarsi" dei naufraghi che aveva soccorso e che teneva a bordo da 38 giorni perdendo centinaia di migliaia di euro perché Malta non concedeva il porto sicuro per l'approdo. Gli inquirenti sostengono di avere le prove documentali che dimostrerebbero lo "scambio".
Quattro le persone indagate per il ruolo che avevano nella nave Jonio rispetto ai fatti contestati dalla Procura: l'ex disobbediente Luca Casarini, l'ex assessore comunale di Venezia Beppe Caccia, Alessandro Metz e il comandante Pietro Marrone. Sono accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e violazione delle norme del codice della navigazione. Ieri guardia di finanza, guardia costiera e polizia - coordinati dal procuratore Fabio D'Anna - hanno eseguito perquisizioni e sequestri nei confronti della società armatrice del rimorchiatore e dei quattro indagati: i blitz sono scattati a Trieste, Venezia, Palermo, Mazara del Vallo (Tp), Augusta (Sr), Bologna, Lapedona e Montedinove nelle Marche. Sequestrati smartphone e pc.
Estranea all'inchiesta la ong. Che però non ci sta e reagisce in modo netto: "È un vero e proprio 'teorema giudiziario', in cui si ipotizza che le attività di soccorso e salvataggio siano preordinate allo scopo di lucro". Per Mediterranea "la macchinazione ipotizzata è talmente surreale da rendere evidente quale sia il primo e vero obbiettivo di questa operazione: creare quella 'macchina del fango' che tante volte abbiamo visto in azione nel nostro Paese, dal caso di Mimmo Lucano alle inchieste di questi giorni contro chi pratica la solidarietà ai migranti che attraversano la rotta balcanica, e sparare ad alzo zero contro chi come noi non si rassegna al fatto che da inizio gennaio ad oggi siano già centinaia le donne, gli uomini e i bambini lasciati morire nel Mediterraneo, e si contino già a migliaia i catturati in mare e deportati nei campi di concentramento libici, finanziati con i soldi dell'Unione Europea e dell'Italia".
Al centro dell'inchiesta c'è lo sbarco di 27 migranti, avvenuto il 12 settembre del 2020 nel porto di Pozzallo, dalla Mare Jonio: il giorno prima la nave aveva trasbordato i naufraghi dalla Maersk Etienne. Subito dopo l'attracco scattarono i controlli di routine: gli investigatori analizzarono il diario di bordo della Mare Jonio da cui sarebbero emersi contatti, ritenuti sospetti, tra il rimorchiatore italiano e il cargo danese avvenuti nei giorni precedenti.
Per la Procura, da indagini "corroborate da intercettazioni telefoniche, finanziarie e riscontri documentali", è "emerso che il trasbordo dei migranti" sarebbe avvenuto "senza nessun raccordo con le autorità" maltesi e italiane e "apparentemente giustificato da una situazione emergenziale di natura sanitaria, 'documentata' da un report medico stilato dal team di soccorritori imbarcatosi illegittimamente sul rimorchiatore".
Il trasbordo, sostiene l'accusa, sarebbe stato "effettuato solo dopo la conclusione di un accordo di natura commerciale tra le società armatrici delle due navi", con "la Mare Jonio che ha percepito un ingente somma quale corrispettivo per il servizio reso". Per il procuratore la vicenda non riguarda la gestione delle ong nei soccorsi in mare, ma "soltanto un episodio in cui sono coinvolte due società commerciali". Secondo Mediterranea con le perquisizioni gli inquirenti hanno cercato prove "perché in realtà l'accusa, nonostante migliaia di ore di intercettazioni telefoniche e ambientali, si fonda solo su congetture che si scioglieranno presto come neve al sole".
E ricorda che "fu definito la vergogna d'Europa quel disumano abbandono, il più lungo stand-off che si ricordi per dei naufraghi che in teoria, secondo ciò che impongono le convenzioni internazionali, avrebbero dovuto raggiungere tempestivamente un porto sicuro".
"Idra social shipping non ha mai fatto nulla di illegale e lo dimostrerà presto nelle sedi competenti - rilancia la Ong. E Mediterranea non si fermerà a causa di questo attacco, triste e prevedibile, e continuerà ad essere in mare, lì dove i crimini che vengono commessi e sono quelli di strage, tortura, stupri, sevizie".
di Sara Creta
La Repubblica, 2 marzo 2021
I volti del caos libico. La città governata dal clan dei Kanyat, una sorta di impresa familiare del terrore, che obbedisce a dinamiche locali responsabile di crimini brutali. Sono passati più di otto mesi da quando le forze affiliate al Governo di Accordo Nazionale (Gna) di Tripoli hanno riconquistato la città di Tarhouna, ultima roccaforte del generale Khalifa Haftar, capo militare e politico della Cirenaica. Centinaia di corpi sono stati trovati accatastati nell'obitorio dell'ospedale locale, compresi quelli di donne e bambini. Le fosse comuni trovate a Tarhouna negli ultimi mesi illustrano alcune delle dinamiche meno discusse della Libia ed incarnano una verità importante su questi anni di conflitto in Libia.
Base strategica di Haftar. Diventata una base strategica per le forze fedeli al generale Khalifa Haftar, comandante del sedicente Esercito nazionale libico, per anni, Tarhouna é stata governata dal clan dei Kanyat. Una sorta di impresa familiare del terrore, che obbedisce a dinamiche locali ed é oggi responsabile di una serie di crimini brutali tra cui torture, uccisioni e sparizioni forzate. Circa 16.000 persone sono fuggite da Tarhouna, per cercare rifugio nella capitale, e dai suoi dintorni.
I racconti dei familiari degli scomparsi sono inquietanti. Nell'ultimo rapporto di Human Rights Watch, si parla di almeno 338 residenti dati per dispersi dalle autorità locali in seguito al ritiro delle forze di Haftar. "Le persone sono state sepolte vive. Intere famiglie sono state eliminate ", racconta Tareq Ibrahim Mohamed Dhaw Al-Amri, un padre di 48 anni che è stato detenuto per oltre sette mesi in una cella angusta nella prigione di al-Daam, la sede della Direzione generale della sicurezza centrale, un luogo controllato dalla milizia Al-Kanyat, oggi abbandonato. Sono state trovate fosse comuni anche nella prigione di Al-Daam. "Di tanto in tanto prendevano le persone dalle celle e le uccidevano. Sentivamo il suono degli spari", racconta Tareq Ibrahim.
Centanaia i residenti scomparsi o rapiti. Sono 139 i corpi ritrovati in 27 fosse comuni secondo Kamal Al-Siwi, capo dell'Autorità pubblica per la ricerca e l'identificazione delle persone scomparse. Ma i numeri non raccontano la vera storia di ciò che è accaduto dentro e fuori la città, dove i fratelli del clan dei Kanyat sono accusati di aver riservato un trattamento crudele a coloro che opponevano al loro governo. I residenti di Tarhouna raccontano come parenti e familiari siano stati rapiti e uccisi, "presi di mira perché si opponevano alle logiche infernali del clan dei Kanyat, o perché la loro famiglia aveva sostenuto la rivoluzione del 2011", dice Ahmed.
Nessun sostegno. Mohammed Ali al-Kosher, è stato incaricato di gestire un Consiglio comunale temporaneo. "Senza alcun sostegno finanziario dal bilancio di emergenza dello Stato e le mie richieste di sopporto del consiglio direttivo rimangono senza risposta", ribadisce. E mentre gli esperti forensi continuano a recuperare i resti umani, i parenti delle vittime forniscono il Dna per l'identificazione, ma l'Autorità pubblica per la ricerca e l'identificazione delle persone scomparse fatica a trovare i fondi per realizzare le analisi delle tracce biologiche nel laboratorio di Tripoli. Dei 139 corpi ritrovati a Tarhouna, solo 23 sono stati identificati, grazie ai vestiti o altri segni sui corpi delle vittime.
Verità e giustizia non possono aspettare. I combattimenti sono in gran parte terminati, ma la violenza a Tarhouna ha costretto alla fuga almeno 16mila persone, secondo le stime missione Onu in Libia. "Ho bisogno di trovare il corpo di mio marito", ha detto Zainab al-Ganouti, una madre di 35 anni di 6 bambini che vive in una casa improvvisata a Tarhouna. "È stato rapito davanti a casa nostra. Mia figlia aveva solo 4 mesi", racconta. "I miei figli mi chiedono ogni giorno se sono orfani. Cosa dovrei rispondere loro?", Ha aggiunto. Il conflitto armato, le spaccature politiche e la divisione del paese, hanno impedito i processi di costruzione delle istituzioni.
L'impunità di massa. Secondo gli esperti, cercare di voltare pagina senza maggiori sforzi per riconciliare con il passato è un errore. Ogni processo futuro, "deve includere un impegno chiaro per cercare i responsabili di questi gravi crimini; il mancato rispetto della giustizia ostacolerà le prospettive di una pace duratura", conclude Hanan Salah, ricercatrice di Human Rights Watch. L'effetto è devastante sui civili. "Le persone accusate di crimini di guerra dovrebbero essere sospese da posizioni di autorità in attesa dell'esito di indagini indipendenti ed efficaci", ha sottolineato Eltahawy di Amnesty International.
di Paolo Mastrolilli
La Stampa, 2 marzo 2021
L'ex compagna del giornalista e il Washington Post. "L'America non rinunci alla difesa dei propri valori". "Non sono solo gli elettori americani che stanno guardando strettamente se Biden mantiene le sue promesse. Amici e nemici in tutto il mondo monitorano con attenzione le sue azioni, giudicando la forza delle sue convinzioni e calcolando le circostanze in cui la convenienza potrebbe spingerlo a rinunciare ai nostri valori e abbandonarli".
È il monito che Fred Ryan, editore del "Washington Post" per cui lavorava Jamal Khashoggi, ha lanciato al capo della Casa Bianca, chiarendo come la sua stessa credibilità sia già in gioco per il trattamento del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Perché "se altri tiranni del Medio Oriente, o altrove, vedranno Mohammed sfuggire a questo comportamento brutale senza conseguenze, non solo la sua mano verrà rafforzata, ma anche gli altri si sentiranno incoraggiati a fare altrettanto".
Governare è più complicato di fare campagna elettorale, e il nuovo presidente lo sta già toccando con mano. Mentre correva per la Casa Bianca, accusava Trump di aver barattato i valori della democrazia americana con l'appoggio di Riad. Ossia abbandono dell'accordo nucleare con l'Iran, e occhi chiusi sulle brutalità di MBS contro gli oppositori, in cambio del sostegno al ritiro americano dal Medio Oriente, e al piano di pace tra israeliani e palestinesi scritto dal genero Jared Kushner. Biden invece prometteva di rimettere i diritti umani al centro della politica estera, e quindi di fare i conti con l'Arabia, che definiva un "pariah".
Ora che è presidente, ha mantenuto la promessa di pubblicare il rapporto dell'intelligence americana che accusa il principe ereditario di aver ordinato il barbaro omicidio di Khashoggi a Istanbul, ma ha evitato di punirlo. Perché vuole "ricalibrare" il rapporto con Riad, parlando col re Salman invece del figlio, ma non può permettersi di perdere un alleato così importante, come aveva quasi fatto Obama.
Gli Usa hanno bisogno dei sauditi, non solo per le forniture di energia, ma soprattutto per gli equilibri regionali. Stabilizzare il Medio Oriente, tenere a bada i terroristi, favorire la ripresa del dialogo tra israeliani e palestinesi per tornare alla soluzione dei due stati, sarebbe impossibile senza di loro. Così come maneggiare la Siria dopo la sostanziale vittoria di Assad nella guerra civile, e soprattutto l'Iran. È vero infatti che Washington vuole riaprire il discorso sull'accordo nucleare, ma Teheran frena, e per avere successo Biden ha bisogno di inserire nel negoziato altri punti come le ingerenze degli ayatollah nella regione o il programma missilistico.
Il presidente è rimasto colpito dalle accuse di ipocrisia, lanciate ora anche dalla compagna di Khashoggi Hatice Cengiz, col messaggio in cui ha chiesto agli Usa di punire MBS. Quindi aveva annunciato nuove iniziative per ieri, ma la Casa Bianca ha chiarito che si riferiva solo ai dettagli per l'applicazione delle misure già decise dal dipartimento di Stato. Tre nomi, nel frattempo, sono stati misteriosamente cancellati dal rapporto dell'intelligence Usa. Ora Biden dovrà trovare il modo di far convivere principi e realismo.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 2 marzo 2021
Il dramma del sovraffollamento nonostante il lockdown. In Francia è in aumento il numero di detenuti nelle carceri, provocando un sovraffollamento pari al 105% di occupazione dei posti disponibili, un dato in controtendenza rispetto ai mesi di calo durante il lockdown della scorsa primavera. Le scarcerazioni dello scorso anno, dovute a ragioni sanitarie e di semplice buon senso davanti alla pandemia di Covid 19 sembrano oggi in ricordo del passato, Con la macchina penale transalpina che è tornata a fabbricare nuovi detenuti e a riportare alla ribalta il drammatico tema del sovraffollamento carcerari. Secondo i dati diffusi ieri dal ministero della Giustizia di Parigi, nel mese di gennaio altre 1.129 persone sono state incarcerate, per un totale al 1 febbraio di 76.999 individui agli arresti, di cui 13.197 sotto sorveglianza elettronica o trattenuti in altre strutture detentive. Il tasso di occupazione delle 188 carceri su scala nazionale, per un totale di 60.7883 posti, è quindi passato al 105%, contro 103,4% registrato il mese precedente.
Di conseguenza dallo scorso primo febbraio almeno 740 detenuti sono stati costretti a dormire su un materasso per terra, letteralmente privi di un posto letto. Tra i dati più significativi riscontrati c'è la crescita del numero di donne arrestate e incarcerate - + 4% a gennaio - e di minori, in aumento del 2,2%. Nell'analizzare le statistiche ministeriali, i media d'Oltralpe hanno sottolineato il costante aumento della popolazione carcerale a partire da giugno 2020, dopo il calo significativo registrato durante il confinamento per la pandemia di Covid- 19, tra marzo e maggio.
La diminuzione dei detenuti è stata la conseguenza di un'inflessione dei reati ma soprattutto delle misure di scarcerazione anticipata varate dal governo per evitare il propagarsi del virus in prigione. Il 16 marzo 2020, all'inizio del lockdown, c'erano 72.575 detenuti, passati a ' solì 59.463 due mesi dopo, la diminuzione più rapida e significativa degli ultimi decenni nel paese che conta il più alto numero di persone dietro le sbarre tra quelli dell'Unione europea.
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