di Giuseppe Alberto Falci
Corriere della Sera, 1 marzo 2021
Magistratura democratica: svende l'Italia. Anche Meloni all'attacco. La ministra lo difende. Non solo la politica, adesso le critiche arrivano anche dalla magistratura. La rivista della corrente di sinistra delle toghe, Magistratura democratica, si chiama Questione Giustizia e ha appena pubblicato un articolo intitolato "Legittimare un despota per un piatto di lenticchie": si parla dei rapporti tra Matteo Renzi e il regime di Riad.
"Si è assistito a una svendita a prezzi di saldo non dell'immagine di Matteo Renzi ma di quella del nostro Paese - si legge nel trimestrale - messo in evidente imbarazzo dalla sconcertante performance televisiva di un suo esponente politico di primo piano". La difesa dell'ex premier è affidata a Elena Bonetti, ministra renziana alla Famiglia: negli studi di SkyTg24 prende le parti del senatore di Rignano, finito sotto accusa per i suoi rapporti con il regime di Riad. "Renzi - per la ministra - ha chiarito con puntualità le questioni poste, non si è sottratto alle responsabilità". E ancora, sempre secondo Bonetti, "siamo consapevoli di come l'Arabia Saudita, Paese del G20, sia un baluardo sul fronte della lotta al terrorismo e abbia iniziato un allargamento dei diritti".
L'ex premier e le sue truppe non intendono retrocedere, quindi, anzi rivendicano i rapporti con il principe Mohammad bin Salman, indicato in un report della Cia come il mandante dell'uccisione del giornalista Jamal Khashoggi. Solo un mese fa Renzi aveva promesso che una volta conclusa la crisi di governo si sarebbe materializzato davanti alla telecamera e avrebbe risposto alle domande dei giornalisti. Ma non c'è stata alcuna conferenza stampa: resta agli atti una e-news nella quale Renzi di fatto si auto-intervista.
Non a caso impazzano le ironie sui social, l'hastag #cinerenzi è nei trend topic. E il diretto interessato come si difende? Pubblica sui social una foto di sé in bicicletta e non sembra intenzionato né a un passo indietro né tantomeno a un mea culpa: "Oggi è una giornata bellissima, con un sole che scalda il cuore. Non è il giorno giusto per fare polemica o per arrabbiarsi".
Va da sé che la discussione non si placa. Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, attacca: "L'intelligence Usa collega direttamente l'atroce omicidio di Khashoggi in Turchia alla famiglia reale saudita e in particolare al principe ereditario Mohammad bin Salman, che avrebbe dato l'ordine di sequestrarlo e farlo a pezzi per le critiche che muoveva al regime saudita. Si tratta dello stesso principe elogiato servilmente da Matteo Renzi come fautore di un nuovo Rinascimento".
Pd, Leu e M5S invitano il leader di Italia viva a fare chiarezza, non ritenendo sufficienti le risposte che lo stesso Renzi ha fornito, sabato sera, con la e-news. Dalle parti del Nazareno interviene Andrea Romano, portavoce di Base riformista, la corrente guidata da Lorenzo Guerini e Luca Lotti: "Ho atteso la risposta per commentare le sue recenti dichiarazioni sul regime saudita.
Una risposta che è venuta sabato e che rende ancora più grave, se possibile, l'irresponsabilità politica dell'aver definito "rinascimentale" un regime ferocemente oppressivo e l'irresponsabilità morale e istituzionale del ricevere un compenso economico da una dittatura straniera mentre si svolgono le funzioni di senatore della Repubblica italiana". Prende di mira l'ex premier anche Nicola Fratoianni, leader di Sinistra italiana: "Caro Renzi, le domande cui devi rispondere hanno a che fare certo con una questione morale importante ma anche con una questione di sicurezza nazionale".
di Sara Perri
La Stampa, 1 marzo 2021
Drammatica escalation della repressione: granate, spari e bastonate sulla folla inerme. Scomparsa Aung San Suu Kyi. Dal colpo di Stato a oggi sono già trenta le vittime tra i civili, oltre mille gli arresti. "Qualcuno di noi morirà, ma alla fine vinceremo". La domenica di Soe S. è iniziata così in Birmania ed è finita con una luna rossa sul cielo di Yangon e una lista di almeno diciotto morti confermati dall'Ufficio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.
Il giro di vite era partito nelle zone etniche, suggerendo che la capitale commerciale Yangon potesse rimanere la vetrina delle manifestazioni ironiche e variopinte iniziate il primo febbraio contro il colpo di Stato. Ieri anche la capitale commerciale è stata scenario di scene di violenza catturate da foto e filmati estremamente crudi e diffusi in tempo reale.
In serata, l'Associazione per l'Assistenza dei Prigionieri in Birmania ha aggiornato la cifra degli arresti a oltre 1100, e il totale dei morti dall'inizio delle proteste a più di 30. Eppure vittime e feriti non hanno fermato nessuno, né nelle grandi città, né nei cristallini arcipelaghi a Sud, e tantomeno nelle regioni al confine cinese già afflitte da decennali conflitti, come il Kachin. Qui, una suora cattolica si è messa davanti ai poliziotti antisommossa per farli desistere, unendo le mani; altrettanto hanno fatto monaci buddisti in altri angoli del Paese, sedendosi a gambe incrociate davanti agli scudi della polizia. Piena solidarietà ai manifestanti è stata espressa anche dalla comunità musulmana, inclusa la minoranza Rohingya espulsa in Bangladesh.
Le preghiere non sono bastate. Lacrimogeni, granate, spari, bastonate: non è mancato nulla nella drammatica escalation della repressione dell'esercito birmano contro manifestanti perlopiù pacifici che chiedono il ripristino del governo civile di Aung San Suu Kyi e la fine della dittatura del generale Min Aung Hlaing.
Quella di ieri è stata la giornata più violenta, con almeno cinque volte più morti che nelle settimane precedenti. Ci sono anche giovanissimi come il 23enne Nyi Nyi Aung Htet Naing, che lavorava come ingegnere informatico e la cui morte ha lasciato senza parole i colleghi. L'intera scena del suo corpo riverso a terra incapace di muoversi e infine trasportato da un gruppo di coraggiosi amici è stata immortalata da Myanmar Now, un media locale, ed è circolato su Twitter e Facebook per tutta la giornata. Un giornalista di Myanmar Now è stato poi arrestato.
"La nostra anima sarà intrisa del sangue dei nostri compagni. Rosso come non mai. Uniti", scrive la 22enne Yin Moe Aye per ricordare i suoi amici caduti nella capitale commerciale Yangon. Qui le manifestazioni sono state animate soprattutto dalle risorse digitali della generazione Z, ma dietro c'è tutta l'intensa eredità delle lotte dei padri e dei nonni. "Sono sceso in piazza per voi", ha detto un signore di 65 anni ai giovani che lo salutavano fuori dal camioncino della polizia su cui veniva portato via: "Non voglio che anche la vostra generazione viva sotto una dittatura", avrebbe detto secondo quanto postato su Facebook da un testimone.
E fra chi non scende per strada c'è chi si occupa di far conoscere le proteste sui social: "Io distribuisco snack e acqua ai manifestanti e se la situazione si fa pericolosa cerco di dar loro riparo", ci dice ancora Yin Moe Aye su Whatsapp. I cittadini hanno formato un fronte solidale ma senza leadership contro i militari che ha bruscamente interrotto l'assaggio di democrazia iniziato nel 2015 con le prime elezioni libere dopo cinquant'anni di governo militare. Intanto la ex leader Aung San Suu Kyi, secondo quanto riportato sabato da Myanmar Now, è stata portata via dalla residenza nella capitale Naypyitaw dove si trovava agli arresti domiciliari e nemmeno i suoi colleghi di partito sanno dove si trovi.
Mentre emergono nuovi eroi della resistenza, dalla prima vittima 20enne, Mya Thwe Thwe Kaing, all'ambasciatore all'Onu Kyaw Moe Tun, tutti sembrano determinati a subire le conseguenze delle proteste, anche quelle economiche. Piuttosto fredda è stata anche la reazione nei confronti del colpo di Stato dei vicini dell'area Asean, Associazione di Stati del Sudest asiatico. Fioccano invece condanne da Unione Europea, Stati Uniti e Onu.
"Condanniamo con forza la crescente violenza contro i manifestanti in Myanmar e chiediamo ai militari di interrompere immediatamente l'uso della forza contro i manifestanti pacifici", ha detto ieri Ravina Shamdasani, portavoce dell'Ufficio Diritti Umani Onu in un comunicato. L'ambasciata americana a Yangon ha fatto sapere di avere "il cuore spezzato" alla notizia del gran numero di vittime. L'Unione Europea annuncia che prenderà presto "misure in risposta a questi sviluppi". Fra i birmani cresce però la preoccupazione che alle parole, o alle sanzioni, non segua alcun intervento più consistente. "Per favore, aiutateci", in molti scrivono sui social appellandosi direttamente alla comunità internazionale.
di Alessandro Vinci
Corriere della Sera, 1 marzo 2021
Lo hanno rivelato a una radio di Phoenix alcuni insider dell'agenzia governativa che gestisce le carceri dello Stato (che però respinge le accuse). Nel mirino il programma Acis. Delegare alla tecnologia mansioni di grande responsabilità è un'arma a doppio taglio: finché tutto funziona alla perfezione gli errori si azzerano, in caso contrario le conseguenze possono essere molto pesanti. Loro malgrado, ne sanno qualcosa centinaia, forse migliaia di detenuti nelle carceri dell'Arizona, negli Stati Uniti, che negli ultimi mesi sarebbero rimasti ostaggio di un software per il calcolo delle pene difettoso. La denuncia arriva dalla stazione radio di Phoenix Kjzz, alla quale alcuni insider dell'Arizona Department of Corrections (Adc), l'agenzia governativa che gestisce le dieci case circondariali presenti nello Stato, hanno rivelato lunedì che numerosi impiegati sono attualmente al lavoro, armati di carta e penna, per risolvere il problema effettuando i calcoli in prima persona.
Nessuno ha mai mosso un dito - Tutto nasce da una legge promulgata due anni fa dal Senato dell'Arizona in base alla quale alcune tipologie di carcerati per droga, in caso di completamento di determinati programmi di formazione, scolarizzazione o di recupero, possono riacquisire la libertà dopo aver scontato il 70% della pena originaria. Ebbene: il software utilizzato dall'Adc, denominato Acis, secondo gli informatori non solo non sarebbe in grado di identificare i soggetti idonei a partecipare ai programmi, ma non riuscirebbe neppure a quantificare il corretto numero di crediti accumulato dai partecipanti, finendo così per negare loro il diritto a usufruire dello sconto previsto dalla norma. "Lo sapevamo dal primo giorno", hanno raccontato le fonti.
Ma nessuno ha mai mosso un dito per risolvere il problema: "Ci venne detto: "Ormai siamo andati troppo avanti, troppi soldi sono stati investiti, non possiamo tornare indietro adesso". Un modo per nascondere le costose inefficienze del sistema, insomma. Così, stando sempre a quanto dichiarato, dalla sua implementazione (novembre 2019) ad oggi il sistema avrebbe fatto registrare ben 14 mila errori: qualcosa di inaccettabile, a fronte degli oltre 24 milioni di dollari fin qui spesi per il suo mantenimento.
Accuse respinte - La reazione dell'Adc non si è fatta attendere: prima ha oscurato su tutti i suoi computer il sito di Kjzz, poi ha dichiarato alla stampa che sì, effettivamente Acis non è in grado di completare i calcoli "incriminati", ma che tutti i dati necessari vengono inseriti nel software "a mano" dai dipendenti. In questo modo l'agenzia sarebbe stata capace di iscrivere ai programmi di recupero 733 detenuti inizialmente non conteggiati.
A giudizio gli insider, tuttavia, una simile quantità "non scalfisce nemmeno la superficie del numero totale dei soggetti potenzialmente idonei". Quanto invece alle scarcerazioni anticipate, che secondo l'Arizona Mirror dal 2019 ad oggi avrebbero dovuto riguardare circa 7 mila individui, l'Adc sostiene di "non aver ritardato il rilascio di nessun detenuto".
In mancanza di un'approfondita indagine della magistratura, impossibile al momento stabilire da che parte stia la ragione. Intanto ci si augura che tali sospette criticità non finiscano per riguardare altri Stati. L'infrastruttura di Acis, infatti, è utilizzata anche nelle prigioni del Maryland e dell'Indiana. Urge fare chiarezza.
di Paolo Mastrolilli
La Stampa, 1 marzo 2021
Il segretario generale dell'Onu: "Serve una riforma dell'organizzazione, entro il 2021 un'alleanza globale per raggiungere la neutralità climatica". Antonio Guterres prende questo impegno: "Condurremo un'analisi approfondita della sicurezza", sulla missione in cui sono stati uccisi Attanasio, Iacovacci e Milambo. Quindi il segretario generale dell'Onu promette: "Lavoreremo fianco a fianco con le autorità congolesi e italiane, mentre conducono le indagini penali per garantire che i responsabili di questo crimine siano assicurati alla giustizia".
Cosa sa l'Onu dell'attacco e cosa intende fare?
"Ho condannato in modo inequivocabile il brutale attentato nella Repubblica democratica del Congo alla missione congiunta, che ha visto la brutale uccisione dell'ambasciatore italiano Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci, e del nostro collega, Mustapha Milambo, autista di lunga data per il Programma alimentare mondiale. Le mie condoglianze vanno alle loro famiglie, amici e colleghi in tutto il mondo. Condurremo un'analisi approfondita della sicurezza di questo incidente, e lavoreremo fianco a fianco con le autorità congolesi e italiane, mentre conducono le indagini penali per garantire che i responsabili di questo crimine siano assicurati alla giustizia".
Nella sua ultima enciclica "Fratelli Tutti", papa Francesco discute la riforma dell'Onu. Dice che "è necessario impedire che questa Organizzazione venga delegittimata, poiché i suoi problemi e le sue carenze possono essere affrontati e risolti congiuntamente". Qual è la sua visione del futuro e della riforma dell'Onu?
"Sono convinto che le Nazioni Unite siano l'unica organizzazione che può aiutare a riunire i Paesi del mondo per affrontare insieme le principali minacce che fronteggiamo, dal Covid-19 al cambiamento climatico, al sostegno finanziario verso le nazioni che soffrono. Ma anche la nostra organizzazione ha bisogno di una riforma. Abbiamo bisogno del multilateralismo in cui si sentano voci diverse. Multilateralismo che produca risultati, e una riforma delle strutture di governance basata sulle realtà del presente, e orientata verso il futuro, non bloccata nel mondo di 75 anni fa. Gli Stati membri devono concentrarsi sulla riforma del Consiglio di sicurezza, che va al cuore della credibilità dell'Onu. Ho avvertito che stiamo affrontando una crescente ondata di nazionalismo, in un momento in cui dovremmo concentrarci sulle soluzioni multilaterali ai problemi che fronteggiamo. Insieme a papa Francesco, voglio che i governi e i popoli del mondo lavorino in armonia tra loro come una famiglia di nazioni; questo è l'unico modo in cui saremo in grado di affrontare i problemi che abbiamo davanti e risolverli".
Il presidente Biden è tornato nell'accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, ma molto tempo è stato perso. Lei ha affermato che "ogni Paese dovrebbe migliorare i propri contributi determinati a livello nazionale, con largo anticipo rispetto alla Cop26 del prossimo novembre a Glasgow". Cosa dovrebbero fare gli Stati membri allo scopo di intensificare gli sforzi per affrontare l'emergenza del cambiamento climatico, e porre fine a quella che lei ha definito "la guerra suicida con il nostro pianeta"?
"Quest'anno sarà decisivo per affrontare l'emergenza climatica globale. Il nostro obiettivo centrale nel 2021 è costruire una coalizione globale per la neutralità delle emissioni di carbonio entro il 2050. Ogni Paese, città, istituto finanziario e azienda deve adottare piani credibili e ambiziosi, per la transizione a zero emissioni nette entro il 2050, e intraprendere azioni decisive ora per mettersi sulla retta via. I Paesi devono rivedere i loro contributi determinati a livello nazionale prima della Cop26 di Glasgow, per ridurre le emissioni globali di gas serra del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010. E dobbiamo accrescere le ambizioni su tutta la linea: nella mitigazione, ma anche nell'adattamento e nella finanza. Questi sono i passi che esorto tutte le nazioni a compiere, mentre ci muoviamo lungo la strada per Glasgow. Devo rendere onore alla leadership costante e vitale del Santo Padre, in particolare attraverso la sua fondamentale enciclica "Laudato Sì", nella lotta al cambiamento climatico e alle ingiustizie che esso comporta".
Cosa dovrebbero fare gli Stati membri per assicurare che i vaccini contro il virus Covid-19 siano, come lei ha detto, "un bene pubblico globale disponibile per tutti, ovunque" e per affrontare "gli aspetti devastanti socio-economici, umanitari e dei diritti umani di questa crisi"?
"La cosa che dobbiamo fare più di tutto è trattare i vaccini come un bene pubblico globale, piuttosto che abbracciare il nazionalismo dei vaccini, come abbiamo visto fare da parte di troppi governi negli ultimi tempi. Come ho avvertito gli Stati membri, un divario immunitario globale mette tutti a rischio. Se il virus continuerà a circolare nel Sud del mondo, inevitabilmente muterà e metterà a rischio più persone, e diventando pronto a tornare a perseguitare il Nord del mondo. Trattare il vaccino come un bene pubblico globale non è solo la cosa giusta da fare moralmente, ma è anche nell'interesse personale di tutti. E il nazionalismo del vaccino è anche un fallimento economico, oltre che morale. L'ultima ricerca della Camera di Commercio Internazionale mostra che, senza il sostegno al mondo in via di sviluppo, questa crisi potrebbe costare all'economia globale fino a 9,2 trilioni di dollari. Ma la pandemia è più di un semplice problema di salute. Come ho detto, è chiaro che questa crisi si è rapidamente trasformata in una crisi economica e sociale, e anche in una crisi dei diritti umani. La pandemia ha rivelato ciò che abbiamo sempre saputo, ma ora è molto chiaro: l'interconnessione della nostra famiglia umana".
La questione delle migrazioni è stata al centro della sua azione sin da quando era Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, tuttavia rimane un'emergenza, in particolare nel mar Mediterraneo. Cosa pensa del "Pact on Migration and Asylum", il Patto sulla migrazione e l'asilo approvato di recente dalla Commissione europea?
"È fondamentale che tutti gli Stati, che siano Paesi di accoglienza e di transito, o Paesi d'origine, adottino misure per garantire che i rifugiati e i migranti siano trattati nel rispetto della loro sicurezza e dignità. Loro sono noi; sono la nostra comunità, e chiunque di noi potrebbe diventare un rifugiato o un migrante, se le nostre circostanze cambiassero. È anche chiaro che migranti e rifugiati sono stati particolarmente colpiti dall'impatto del virus. Nel complesso, la migrazione deve essere vista e gestita come un saldo netto positivo per le economie e le società, sia in termini di Paesi di origine che di Paesi di destinazione".
Cosa si dovrebbe fare per stabilizzare la Libia, epicentro di pericolose rotte migratorie irregolari dall'Africa all'Europa, anche alla luce dei recenti progressi nel dialogo politico?
"Per quanto riguarda la Libia, abbiamo avuto una svolta recente nel nostro lavoro per ripristinare la stabilità in quel Paese. Ho recentemente parlato con il primo ministro e il presidente del Consiglio di presidenza designati, e ho augurato loro ogni successo nel mandato di guidare il Paese per il resto della fase preparatoria, che porta alle elezioni nazionali del 24 dicembre 2021. Per consolidare questi risultati, anche il cessate il fuoco a livello nazionale deve essere rispettato e tutti i combattenti stranieri devono lasciare la Libia. Accolgo con favore gli impegni assunti dalla nuova autorità esecutiva di formare un governo che rifletta il pluralismo politico, la rappresentanza geografica, e il suo impegno a includere non meno del 30% di donne in posizioni dirigenziali, nonché garantire la partecipazione dei giovani. Dopo anni di conflitto, il popolo libico merita un'opportunità per ricostruire le proprie vite e il proprio futuro. I suoi leader, e tutti gli Stati membri, devono mettere al primo posto l'interesse delle donne, dei bambini e degli uomini libici"
di Francesco Grillo
Il Mattino, 1 marzo 2021
Non molti lo ricordano ma "Apocalypse Now", uno dei film che, maggiormente, hanno segnato gli anni ottanta, è ispirato a "Cuore di Tenebra", il racconto della risalita del fiume Congo che fece Joseph Conrad alla fine dell'Ottocento. In quel libro, il narratore cerca il commerciante di avorio Kurtz e tratteggia un parallelismo improbabile e geniale tra il centro dell'Occidente - Londra - e il cuore dell'Africa.
Oggi come allora, il Congo riesce ad essere, contemporaneamente, il luogo nel quale più da vicino si toccano un passato ancestrale ed una strana porta sul futuro. Il cobalto è, infatti, il minerale più importante per realizzare quella transizione ecologica e digitale che il mondo sta cercando e per più della metà le sue riserve sono nella terra della Repubblica Democratica del Congo.
Forse, questo contesto può aiutare a capire meglio la straordinaria avventura di Luca Attanasio conclusasi qualche giorno fa nella giungla, al centro del continente più antico. Duecento miliardi di dollari: questo è il valore ai prezzi attuali delle riserve di cobalto che il Congo - un Paese di cento milioni di abitanti e con una superficie superiore alla metà dell'intera Unione Europea- conserva nelle proprie miniere. In realtà, tuttavia, il patrimonio sul quale il popolo più povero della terra vive, potrebbe essere molto superiore.
Il cobalto è, infatti, nonostante i tentativi della Tesla di ridurne la dipendenza, un materiale assolutamente indispensabile per le batterie ricaricabili di oggetti elettrici come i telefoni intelligenti, dei pacemaker cardiaci e delle automobili elettriche che, ormai, sembrano destinate a dover progressivamente soppiantare quelle alimentate da combustibili fossili.
Il cobalto -proprio come le quotazioni della Tesla o delle Bitcoin - è, infatti, uno dei grandi trend finanziari che - al di là delle bolle speculative - possono cambiare il mondo: in soli due mesi dall'inizio dell'anno le sue quotazioni sono quasi raddoppiate alla borsa di Londra dove si scambiano metalli (Lme).
È il cobalto - dice qualcuno - il petrolio del XXI secolo e, tuttavia, sopra il petrolio del futuro si continua a morire di fame e a sgozzarsi con il machete. Nel cuore dell'Africa si trovano più facilmente proiettili che acqua potabile. La Repubblica Democratica del Congo è praticamente nelle tenebre da quando il re Leopoldo se ne proclamò proprietario e l'unico periodo di relativa pace, come spesso avviene da queste parti, fu assicurato per 30 anni da un dittatore.
Mobutu riuscì, persino, a portare a Kinshasa il più famoso incontro della storia del pugilato, quello tra George Foreman e Muhammad Alì. Ma dalla sua morte, il Paese è ininterrottamente in uno stato di guerra (qualche anno fa fu invaso dagli eserciti di ben sei nazioni confinanti) e di guerra civile tra etnie diverse: una specie di tutti contro tutti alla ricerca del Santo Graal del cobalto, ma anche del coltan, del rame e dei diamanti.
Un po' come succede nella lontana Libia dove avrebbero sufficiente petrolio per poter vivere bene e dove, invece, nessuno controlla ormai più niente. Nel Congo, però, come nel resto dell'Africa, il ritiro dell'Europa (e degli Stati Uniti) ha funzionato come quando sparisce un gas; il suo posto, da tempo, è stato occupato dalla nuova superpotenza.
La Cina, del resto, aveva già il vantaggio di controllare il 90% dell'offerta dei minerali rari che fanno girare l'economia verde e digitale ed è anche grazie ad un vantaggio di esperienza, che una multinazionale controlla da Zhejiang le miniere nel sud del Paese. Miserabili sono le condizioni di vita dei congolesi (il reddito medio non arriva a due dollari al giorno), ma ancora peggiori sono quelli dei lavoratori nelle miniere che chiamano scavatori (creuseurs nella lingua dei primi colonizzatori): gli scavatori umani sono quasi tutti bambini e i loro corpi - nella narrazione che ne fanno gli avvocati che hanno lanciato azioni legali nelle corti federali degli Stati Uniti contro i giganti che usano il minerale nei processori-raccontano di indicibili sofferenze.
Rimane, tuttavia, la domanda che si poneva ieri, da queste colonne, Romano Prodi e che certamente si sarà posto Luca Ananas io mille volte. Cosa fare? Cosa possiamo fare per consolidare processi di sviluppo che ci sono anche se non stabili, e di democratizzazione che sono sempre fragili? Una strada è quella dell'aiuto cercato, del resto, dei programmi del World Food Program che Attanasio accompagnava nel cuore della giungla: su questo fronte, tuttavia, sarebbe efficiente valorizzare, ancora di più, le organizzazioni non governative di medici e volontari che in Africa ci vanno anche a prescindere dalla protezione dei caschi blu.
Certamente c'è anche l'assistenza tecnica, nessuno ne fa tanta come la Commissione Europea, a governi che cercano di costruire infrastrutture minime. E, tuttavia, ritengo che il vero banco di prova per l'Europa del futuro sia quello di trovare leve per una "messa in sicurezza" senza la quale l'energia di tanti può finire ingoiata dalle tenebre. Nessuno può pensare di ripetere il tentativo di esportare la democrazia finito male qualche anno fa nei deserti del Medio Oriente.
Ma l'Europa deve poter affiancare i governi più coraggiosi anche con i propri apparati di polizia e di intelligence; e dobbiamo, invece, isolare commercialmente quelli che, invece, si rendono responsabili di abusi su larga scala. Il futuro delle nostre sicurezze e delle carte dei diritti umani non si costruisce solo con le retoriche e le conferenze più o meno inutili. Difendere valori e noi stessi significa prendersi rischi ed assumere decisioni. Credo che solo così si possa onorare il coraggio di chi rischia la vita nei luoghi, dove la vita è nata. In fondo, è nelle ore più buie che si riescono a immaginare prospettive nuove.
di Errico Novi
Il Dubbio, 28 febbraio 2021
All'inaugurazione dell'anno giudiziario presso la sezione del Lazio, la lezione del presidente della Corte Tommaso Miele: "Oggi prevale un giustizialismo alimentato da odio e voglia di vendetta".
Sono vent'anni che il Paese è lacerato dalle divisioni attorno alla giustizia. E forse si è sempre sottovalutato il contributo che la magistratura può offrire sul piano culturale, in termini positivi, per superare una simile frattura. Ebbene ieri, all'inaugurazione dell'anno giudiziario presso la sezione Lazio della Corte dei Conti, si è avuto uno straordinario esempio di quanto sia prezioso il messaggio positivo dei magistrati. In particolare da parte del presidente Tommaso Miele, che su tutti ha voluto scolpire un principio: "Siamo noi magistrati a dover affermare la cultura delle garanzie". Un intervento lucidissimo, davvero esemplare.
di Thomas Mackinson
Il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2021
Non solo prescrizione e processo civile. Il 2020 ha travolto l'attività dei tribunali amministrativi dove tra udienze saltate, rallentamenti e lockdown tre italiani su dieci hanno rinunciato a farsi valere. Nel Lazio, dove si materializza un terzo di tutti i ricorsi d'Italia, situazione critica: ad affrontare un boom di ricorsi per Dcpm ed emergenza solo 61 magistrati (il 27% della pianta organica). Per stare al passo ciascuno dovrebbe decidere un ricorso al giorno.
di Liana Milella
La Repubblica, 28 febbraio 2021
A causa della pandemia la Guardasigilli scrive al Cts per verificare la fattibilità di prove scritte, a cui parteciperebbero 26mila candidati costretti a stare nello stesso ambiente per molte ore. Marta Cartabia, la neo Guardasigilli, prova a evitare che esploda, di qui a poco, la bomba dei giovani praticanti avvocati.
di Franco Corleone
L'Espresso, 28 febbraio 2021
Per fortuna, ma non per caso, è stata assicurata la presenza nel Governo Draghi di Marta Cartabia e che rappresenta un valore indiscutibile per rigore scientifico ma soprattutto per il legame profondo con i valori fondamentali della Costituzione.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 28 febbraio 2021
Per il magistrato Giorgio Fidelbo, presidente di Sezione della Corte di Cassazione, la normativa emergenziale dell'ultimo periodo ha prodotto una "politica criminale all'impronta". Quasi schizofrenica. O meglio, "strabica". Prendiamo il reato di abuso d'ufficio: secondo Fidelbo, l'intervento riformatore del legislatore ha finito soltanto per "depotenziarlo", realizzando di fatto "un arretramento nel contrasto alla illegalità amministrativa". Al punto che "eliminarlo del tutto potrebbe essere più coerente...".
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