di Alberto Rodighiero
Il Gazzettino, 27 febbraio 2021
"Sul Garante dei detenuti serve responsabilità e non possiamo permetterci di perdere tempo". A dirlo è stato ieri il consigliere di Coalizione civica Stefano Ferro che ha voluto rispondere, così, a Luigi Tarzia. Contrariamente alla maggioranza che sostiene la candidatura di Antonio Bincoletto, l'esponente della Lista Giordani, infatti, ha lanciato un appello in favore di Maria Pia Piva.
"La mancanza della figura del Garante dei detenuti a Padova è un problema che va risolto al più presto, soprattutto dopo che negli ultimi anni il lavoro di chi opera in carcere ha incontrato maggiori difficoltà operative rispetto al passato - ha spiegato Ferro. Per questo non capisco la presa di posizione del consigliere Tarzia con cui ho tentato di confrontarmi più volte evidentemente senza successo. Da un parere con chi si confronta ogni giorno con la realtà carceraria di Padova è emersa una candidatura, quella del dottor Bincoletto, ampiamente condivisa".
"Era stato richiesto, a tutti i consiglieri, visto il ritardo della nomina di fare uno sforzo per riuscire a raggiungere la maggioranza dei 2/3 alla prima convocazione del consiglio comunale - ha aggiunto - Visto che la votazione deve essere segreta, bisogna procedere ad un consiglio in presenza e non online. Questo espone i consiglieri a dei rischi, ma nonostante questo, tutta la maggioranza e alcuni esponenti della minoranza hanno dato la loro disponibilità".
"Costringere ora ad effettuare 3 consigli di 10 minuti con i relativi costi di quasi 12.000 euro e con l'incertezza sulla possibilità di un ulteriore inasprimento delle regole che ne potrebbero bloccare la possibilità di essere effettuati - ha concluso l'esponente arancione - porterebbe solo al risultato che il garante per molti mesi non potrebbe essere nominato".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 febbraio 2021
La vicenda dei detenuti psichiatrici del carcere "La Dozza" di Bologna arriva in comune. La risposta dell'assessora Susanna Zaccaria. La vicenda riportata da Il Dubbio a proposito dell'apertura del nuovo reparto di articolazione psichiatrica del carcere della Dozza per i detenuti psichiatrici approda al comune di Bologna grazie alla consigliera Mirka Cocconcelli (Lega nord).
"I sindacati di Polizia Penitenziaria protestano per l'avvio del reparto di salute mentale all'interno della sezione femminile della Casa Circondariale Rocco D'Amato (già "Dozza) senza alcun preavviso e in assenza di figure sanitarie di riferimento, come riportato da articolo di stampa", premette la consigliera, sottolineando che la mancanza del personale dell'Area Sanitaria potrebbe essere vissuta in maniera problematica, con rischi per l'incolumità del personale di Polizia Penitenziaria operante presso quelle sezioni e dei detenuti stessi.
"Queste problematiche - prosegue Cocconcelli - sono già emerse e denunciate dal Sinappe e a tutt'oggi non hanno trovato soluzione. Chiedo al Sindaco e alla Giunta un parere politico-amministrativo nel merito e come intendano ovviare alla problematica esposta dal personale penitenziario".
L'assessora Susanna Zaccaria ha risposto spiegando che il reparto, al momento ospita una sola donna con disagio psichico e che può ospitare al massimo 4 o 5 donne con patologie psichiatriche. "È presente una persona con qualifica di tecnica della riabilitazione psichiatrica.
L'equipe di professionisti della psichiatria operativa in istituto sovrintende alla cura delle pazienti, recandosi in loco quando necessario e a chiamata. È presente personale infermieristico per la somministrazione della terapia psicofarmacologica, con le criticità che però purtroppo lei ha evidenziato", sottolinea l'assessora.
Ha proseguito spiegando che, personalmente, crede che la strada da percorrere sia quella stabilita dalla sentenza della Corte Costituzionale del 2019: stabilisce che, se durante la carcerazione sopravviene una grave infermità psichica, si deve disporre che la persona detenuta venga curata fuori dal carcere, applicando la misura alternativa della detenzione domiciliare o in luogo di cura, così come già accade per le malattie fisiche.
"Questa soluzione è certamente di maggiore tutela della persona malata - continua l'assessora - questo solleverebbe il personale sanitario dal dover fare degli interventi in un luogo non idoneo e il personale penitenziario che si trova senza una specifica formazione ad affrontare delle situazioni di criticità".
L'assessora Zaccaria ci tiene a sottolineare che come Amministrazione comunale operano attraverso il Garante del comune di Bologna Antonio Ianniello che è molto attivo e su questo tema e si è già molto speso. "Abbiamo ben presente - aggiunge - che è proprio la struttura delle sezioni, così come sono state concepite, a manifestare delle criticità che devono essere compensate con l'adeguata presenza di personale sanitario". Ma conclude con un auspicio: "Secondo me l'obiettivo è che non ci siano pazienti con problemi psichiatrici perché quello non è il luogo dove devono essere".
La Repubblica, 27 febbraio 2021
Tra le accuse sequestro di persona, devastazione e rapina. Lo scorso marzo, durante il primo lockdown e con il blocco dei colloqui, in dodici salirono sul tetto del carcere, tra incendi nei reparti e devastazioni. Il processo si apre il 10 maggio. Per la rivolta avvenuta a marzo dell'anno scorso, nel pieno della prima ondata di Covid, nel carcere di San Vittore a Milano sono stati mandati a processo 9 detenuti accusati, a vario titolo, di sequestro di persona, devastazione, lesioni personali e rapina.
A deciderlo è stato il Gup Alessandra Del Corvo che ha stralciato la posizione di 3 imputati per i quali deciderà il prossimo 28 aprile. Per gli altri, accogliendo la richiesta del pm Paola Pirotta, ha fissato il dibattimento per il 10 maggio davanti alla nona sezione penale del Tribunale. I detenuti rinviati a giudizio, secondo la ricostruzione, un anno fa, durante l'emergenza, hanno devastato alcuni reparti dell'istituto milanese, mettendo fuori uso le telecamere. Tre agenti della polizia penitenziaria, durante i disordini, sarebbero stati anche aggrediti per sottrarre loro le chiavi dei reparti e uno, secondo l'accusa, sarebbe anche stato minacciato con una lametta.
La rivolta di San Vittore è una delle tante di quel giorno, quanto in 22 case di reclusione sparse in tutta Italia, grazie al passaparola, è scoppiata in contemporanea una pesante protesta allo slogan: "amnistia e indulto contro il Coronavirus".
Durante i disordini in certi casi è stato dato fuoco alle suppellettili, i altri le infermerie sono state prese d'assalto, e in quasi tutti i carcerati sono saliti sui tetti degli edifici: il bilancio totale in Italia è stato 7 morti e 34 evasioni. Nel capoluogo lombardo il pm Gaetano Ruta e il responsabile dell'antiterrorismo con una gru erano saliti sul tetto della casa di reclusione per convincere i detenuti a rientrare nelle loro celle.
di Simona Musco
Il Dubbio, 27 febbraio 2021
Il j'accuse dei penalisti romani: "L'esercizio del diritto alla difesa viene mortificato. Chi di dovere lo difenda: ne va della Costituzione". "Intercettiamone uno, intimidiamo tutti gli altri".
La Camera penale di Roma non ci va leggera. Perché quello che riguarda Pier Giorgio Manca, avvocato 75enne del foro capitolino, indagato dalla Procura di Roma con l'accusa di associazione finalizzata allo spaccio di stupefacenti, non è un caso isolato. Il tema è delicato: l'abitudine delle procure di intercettare gli avvocati nelle conversazioni con i propri assistiti. Una violazione dell'articolo 103 del codice di procedura penale, che dispone che i colloqui tra difensore e indagato non solo non siano utilizzabili, ma non possano nemmeno essere intercettati. Il quinto comma dell'articolo, infatti, stabilisce che "non è consentita l'intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori, consulenti tecnici e loro ausiliari né quelle tra i medesimi e le persone da loro assistite".
Il colloquio tra difensore e assistito, dunque, è inviolabile, in quanto mezzo essenziale ai fini dell'attività difensiva, che non può subire alcun tipo di controllo esterno. Se tale libertà non venisse garantita, il rapporto difensivo risulterebbe compromesso, così come il contraddittorio. Un principio sancito anche dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, secondo cui il diritto alla riservatezza dei colloqui tra avvocato e assistito rientra tra le "esigenze elementari del processo equo in una società democratica".
Ma troppo spesso tale regola viene bypassata. E nonostante gli esposti al Csm e alla procura generale della Corte di Cassazione, di cui la stessa Camera penale capitolina si è fatta promotrice, nessuna sembra fornire risposte. Il caso Manca riguarda un'inchiesta relativa ad un traffico di droga proveniente dalla Colombia, gestito da un'organizzazione di tredici persone, ai cui vertici ci sarebbero tre militari e il penalista romano, accusato di aver consentito la circolazione d'informazioni tra i componenti dell'organizzazione criminale e di aver fornito assistenza morale e materiale ai detenuti del clan. Ciò sulla base di due anni di intercettazioni video e audio all'interno del suo studio legale e sul suo cellulare.
Un modus operandi che ha spinto la Camera penale "a esprimere sdegno e preoccupazione", in quanto mina alla base "il ruolo fondamentale che la Costituzione assegna al difensore nel quadro degli equilibri processuali insiti nel concetto di giusto processo e di Stato di diritto". La questione è delicata. Per i giustizialisti, la "pretesa" garantita dalla legge - di sfuggire ai sistemi di intercettazione significherebbe aspirare all'impunità.
Ma la realtà è che le strategie difensive, a tutela del contraddittorio, principio sacrosanto del giusto processo, non dovrebbero essere violate. "Lo studio di un avvocato è luogo dove ogni giorno decine di clienti elaborano strategie difensive e scambiano con il proprio difensore notizie coperte da segreto professionale che la legge protegge da ogni tipo di intromissione o di interferenza indebita", afferma la Camera penale.
Che proprio recentemente, a seguito delle intercettazioni a carico dell'avvocata Roberta Boccadamo, difensore di Giovanni Castellucci, coinvolto nell'inchiesta sul crollo del Ponte Morandi a Genova, ha presentato un esposto al Csm e alla procura generale della Corte di Cassazione per denunciare la violazione della norma che tutela la segretezza delle conversazioni tra difensore e indagato.
"Riteniamo che sia giunto il momento di una forte presa di posizione dell'avvocatura, che non può vedere violato un luogo che deve invece rimanere inviolabile a garanzia di tutti e a fronte del necessario e corretto bilanciamento degli interessi in gioco", continua la Camera penale, ribadendo la centralità del ruolo del difensore nel processo "e l'esigenza che esso venga garantito in tutte le sue espressioni, contro ogni forma di indebita compressione". Una posizione per la quale chiama in causa anche la magistratura, riservando ulteriori iniziative a tutela delle garanzie difensive.
"Non vogliamo entrare nel merito della vicenda giudiziaria - spiega al Dubbio Vincenzo Comi, presidente della Camera penale - ma prendere posizione su una pratica che va assolutamente stigmatizzata. L'esercizio del diritto di difesa, seppure con i limiti previsti dalla normativa vigente, deve essere pienamente consentito nell'interesse degli avvocati, ma principalmente nell'interesse dei cittadini che sono coinvolti in un processo".
Secondo Comi, eventi del genere rischiano di intimidire l'azione degli avvocati, soprattutto dei più giovani. "La nostra presa di posizione non è a favore di un singolo caso sottolinea -, ma a difesa della funzione. Se queste sono le premesse, sono evidenti le difficoltà ad esercitare il nostro ruolo con la schiena dritta. La nostra è una professione difficile, il diritto alla difesa deve essere sempre garantito". Gli esposti della Camera penale, al momento, non hanno ricevuto risposta. Ma i penalisti romani continuano a sollecitare una verifica, con una vera e propria presa di posizione politica per rivendicare il diritto alla difesa.
di Ilaria Urbani
La Repubblica, 27 febbraio 2021
Dalle carceri di Secondigliano, Santa Maria Capua Vetere, Salerno e dagli istituti penali minorili di Nisida, Airola e tanti altri istituti penitenziari nasce il brano "E 'mmò". Ecco il video della canzone nata nel progetto delle carceri del collettivo Gli Ultimi Saranno composto da Maurizio Capone alla voce, percussioni e tubolophon, dalle voci recitanti Raffaele Bruno, autore fondatore dell'ensemble e parlamentare, e Federica Palo, Enzo Luk Colursi alla voce e piano elettrico, Carla Grimaldi al violino e Massimo De Vita alla chitarra elettrica e percussioni.
Il videoclip del brano che vuole sensibilizzare la società civile sul tema della creatività in carcere è diretto da Alessandro Freschi (Frè) e interpretato da Cosimo Rega, ergastolano al carcere di Rebibbia, ex camorrista, diventato attore professionista proprio dietro le sbarre: Rega è il protagonista del film "Cesare deve morire" dei fratelli Taviani e capocomico della storica compagnia "Stabile assai" di cui quest'anno ricorre il quarantennale.
"E 'mmò" nasce da un percorso laboratoriale in più di venti carceri italiane. Il testo del brano è di Raffaele Bruno, la musica è firmata da Emanuele Giovanni Aprile, Maurizio Capone, Enzo Colursi e Massimo De Vita, il pezzo è masterizzato da Luca Stefanelli e distribuito dall'etichetta discografica Soundfly.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 27 febbraio 2021
La denuncia dell'avvocato Michele Capano che ha discusso il reclamo contro la proroga del carcere duro. La vendetta di Stato consumata nei confronti di Raffaele Cutolo, lasciato morire da solo al 41bis, ha riaperto la discussione sul carcere duro: è ancora necessario? E se sì, si trasforma spesso in una tortura, andando oltre la sua prerogativa che è semplicemente quella di isolare il detenuto dal contesto criminale?
Lasciamo ai giuristi il compito di rispondere a questa domanda. Noi, invece, vi raccontiamo la storia di Francesco Guttadauro, nipote del super boss latitante Matteo Messina Denaro. L'uomo, classe 1984, è stato condannato definitivamente nel 2016 a 16 anni di carcere per associazione di stampo mafioso. Attualmente sta scontando la sua pena in regime di 41bis presso il carcere di Nuoro. Proprio il giorno in cui è morto Cutolo, il suo legale, l'avvocato Michele Capano, consigliere generale del Partito Radicale, ha discusso dinanzi al Tribunale di Sorveglianza di Roma il reclamo contro la proroga del 41bis per Francesco Guttadauro, disposta dal ministero della Giustizia il 7 gennaio 2020. Come è avvenuto con Cutolo, l'udienza è stata calendarizzata oltre un anno dopo dal reclamo difensivo: eppure l'ordinamento penitenziario prevede, sia pure in termini meramente ordinatori, il termine di 10 giorni per la decisione del reclamo da parte del Tribunale di Sorveglianza, per non vanificare la portata dell'eventuale rimedio giurisdizionale che deve intervenire su un provvedimento avente la durata di due anni.
Secondo l'avvocato Capano, "nei confronti di Guttadauro, come ho cercato di illustrare al Tribunale di Sorveglianza di Roma, il ministero della Giustizia e l'amministrazione penitenziaria hanno da tempo assunto un atteggiamento persecutorio che nulla ha a che vedere con le questioni di sicurezza e con le finalità che presiedono alla stessa applicazione del "41bis". Ho posto all'attenzione dei giudici come la condotta del Dap evidenzi l'intento di "potenziare", in modo indebito, la portata afflittiva della pena in esecuzione. È emblematico e decisivo, a riguardo, il caso della fede nuziale: che per anni non è stato consentito al detenuto di indossare".
E infatti ha dell'incredibile questo episodio relativo alla fede nuziale. Ve lo riassumiamo così: nel 2018 Guttadauro era recluso nel carcere di Sassari, la cui direzione decide che non può tenere la fede per vari motivi: tutti gli oggetti di valore vengono ritirati appena si entra in carcere e inoltre quell'anello con un brillantino incastonato sarebbe potuto essere un oggetto attraverso cui Francesco Guttadauro avrebbe potuto manifestare superiorità nella sezione detentiva di appartenenza.
A seguito di reclamo il magistrato di Sorveglianza di Sassari, Riccardo De Vito, accogliendo, motiva così: "il diritto a tenere la fede nuziale con sé trova base legale nell'articolo 15 dell'Ordinamento penitenziario e nell'articolo 28 del medesimo Ordinamento, dedicato alla particolare cura a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti con le famiglie. Più a monte si colloca l'articolo 29 della Costituzione, che costituisce norma intesa alla tutela della famiglia e del matrimonio anche perché il detenuto trascorre 22 ore in camera detentiva da solo. Proprio in tali momenti di solitudine il valore del possesso dell'oggetto emerge in tutta la sua dimensione morale ed affettiva, non essendo possibile alcun ostentamento".
Intanto il detenuto viene trasferito nel carcere romano di Rebibbia, ma comunque la fede nuziale non gli viene restituita e l'avvocato è costretto a chiedere un giudizio di ottemperanza: "Secondo un costume consueto, di inquietante portata eversiva, anche quando la magistratura di sorveglianza accoglie i reclami dei detenuti si registrano una resistenza pervicace e, talora, escamotage truffaldini come lo spostamento ritorsivo da un istituto all'altro. Si è costretti così, con l'ulteriore perdita di tempo (che è il tempo dell'esercizio negato di diritti), quale ulteriore tappa della "via crucis", a ricorrere a giudizi di ottemperanza per consentire che avvenga l'effettiva esecuzione di quanto statuito in sede giurisdizionale".
Ma la teoria di "punture di spillo" persecutorie nei confronti di Guttadauro Francesco, spiega l'avvocato Capano, non finisce qui: "L'Amministrazione penitenziaria ha impedito al detenuto di godere del suo diritto alle due ore d'aria al giorno riducendola in maniera del tutto arbitraria e pretestuosa ad una sola, con grave pregiudizio alla socialità del Guttadauro".
A tal proposito il Tribunale di Sorveglianza di Sassari ha riconosciuto l'illegittimità della decurtazione dell'ora d'aria riconoscendo che le ore d'aria, esclusa quella della socialità, erano due al giorno per un totale giornaliero di tre ore. In questo caso il Dap e il ministero della Giustizia si sono impegnati in un ricorso in Cassazione per ribaltare, senza successo, il provvedimento della magistratura di sorveglianza; solo dopo la sentenza del 2018 della I sezione della Cassazione è stata scritta la parola fine su tale ulteriore e indebita, privazione.
Stesso discorso per l'uso del televisore nel corso della 24 ore giornaliere, nonostante il magistrato di Sorveglianza di Sassari avesse accolto il reclamo della difesa scrivendo che quel divieto pregiudicava "il diritto all'informazione di ogni detenuto e il diritto a quel poco di trattamento residuo posto in essere nei confronti dei detenuti costretti in camera singola 22 ore su 24". La morale sottesa al racconto è per l'avvocato Capano che "a fronte delle già rilevantissime limitazioni di diritti fondamentali connesse al regime del carcere duro, si succedono ulteriori restrizioni motivate, con evidenza solare, da puri intenti persecutori, che in uno Stato di diritto non dovrebbero avere cittadinanza.
All'udienza del 18 febbraio, i cui esiti non sono giunti ma su cui non ci facciamo troppe illusioni, ho segnalato come il ministero e il Dap avessero "esibito" lo stesso profilo del caso di Raffaele Cutolo. La presidente Cimmino mi ha chiesto se mi rendessi conto di ciò che affermavo: le ho risposto che mi assumevo volentieri la responsabilità delle mie dichiarazioni. Mi chiedo se nella nostra povera Repubblica eguale assunzione di responsabilità ci sia per atti che compiuti come sono "in nome del popolo italiano" manifestano troppo spesso un disprezzo per le norme poste a salvaguardia delle prerogative fondamentali della persona, e quindi un disprezzo di quello stesso "popolo italiano" da cui promanano".
di Elisabetta Zamparutti
Il Riformista, 27 febbraio 2021
All'alba di mercoledì 17 febbraio, nel carcere di Rajaei Shahr, a Karaj città che dista una ventina di chilometri da Teheran, è accaduto qualche cosa di inimmaginabile. Una donna, Zahra Esmaili, ha avuto un attacco di cuore dopo aver assistito all'impiccagione di un gruppo di uomini. C'è chi parla di sei, altre fonti riferiscono di 8, altre ancora di 16. Fatto sta che uno dopo l'altro sono stati giustiziati mentre lei aspettava il suo turno per salire sul patibolo. Il suo cuore non ha retto. È crollata. Il verdetto è stato però eseguito lo stesso. Il capo della donna è stato infilato nel cappio ed il suo corpo, ormai morto, fatto penzolare dalla corda. Secondo l'avvocato Omid Moradi infatti il certificato ufficiale attesta come causa del decesso l'arresto cardiaco.
Ad aggiungere ulteriore ribrezzo c'è un altro dettaglio raccontato sempre dall'avvocato. Quello per cui Fatemeh Asal-Mahi, la madre della vittima, avrebbe preso personalmente a calci lo sgabello da sotto i suoi piedi in modo da poter vedere il cadavere di sua nuora pendere dalla forca, anche se per pochi secondi.
L'avvocato ha anche raccontato che Zahra Esmaili, aveva 42 anni e due figli ed era stata condannata a morte per l'omicidio del marito, Alireza Zaman, un alto funzionario del Ministero dell'Intelligence. In realtà l'omicidio lo avrebbe confessato per salvare la figlia adolescente. Sarebbe stata lei infatti a sparare al padre che picchiava e maltrattava regolarmente sia la moglie che i figli. Portava a casa donne sotto i loro occhi. Aveva persino minacciato di uccidere la moglie e aveva tentato di violentare la figlia.
Dall'inferno di casa, Zahra Esmaili, si era così ritrovata nell'inferno del carcere. Perché la sua pena l'ha scontata nel famigerato istituto penitenziario femminile di Qarchak dove sono stipate assieme circa 2000 donne che siano detenute per ragioni politiche o per reati d'altra natura, che siano condannate definitive o in attesa di giudizio, che siano giovani o anziane.
I letti non bastano per tutte e le detenute sono costrette a dormire per terra. Ci sono descrizioni di celle di 9 metri quadri con 11 detenute. Acquitrini e paludi circondano questo carcere infestato così da ratti e insetti. Per ogni 100 detenute ci sono 10 toilette ma di queste ne funzionano tre, ben che vada quattro. Secondo alcuni rapporti, le detenute subiscono ogni forma di tortura, compreso lo stupro. Chi si lamenta o protesta per le condizioni inumane e degradanti viene spedito all'isolamento. Le condizioni sono tali che la minaccia di trasferimento a Qarchak è usata spesso come mezzo di pressione nei confronti delle detenute politiche secondo Iran - Human Rights Monitor. Insomma una realtà che molti di noi riterrebbero plausibile solo in un film dell'orrore.
Il 15 febbraio, Zahra Esmaili era stata trasferita da questo penitenziario nella sezione di isolamento a Rajaei Shahr, insieme ad altri dieci condannati a morte. La consuetudine iraniana vuole che gli ultimi giorni di un condannato a morte siano trascorsi in isolamento. Zahra Esmaili aveva così trascorso le sue ultime ore a Rajaei Shahr, chiamato anche Gohardasht, una galera altrettanto infausta se penso che qui sono avvenute gran parte delle esecuzioni di massa del 1988 quando oltre 30.000 prigionieri politici appartenenti ai mujaheddin del popolo iraniano sono stati giustiziati nel giro di pochi giorni dal regime dei Mullah.
Lo stesso regime che pochi giorni fa ha impiccato Zahra Esmaili nonostante fosse già morta, portando a 114 il numero di donne giustiziate sotto la Presidenza Rouhani, cioè dall'estate del 2013. È una cifra impressionante.
Come impressionante è il fatto che in Iran la discriminazione di genere assuma forme parossistiche: nei procedimenti legali, la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo e la versione iraniana del "prezzo del sangue" stabilisce che per una vittima donna esso sia la metà di quello di un uomo. Se uccide una donna, un uomo non potrà essere giustiziato, anche se condannato a morte, senza che la famiglia della donna abbia prima pagato a quella dell'assassino la metà del suo "prezzo del sangue". E poi, l'età minima per la responsabilità penale è di poco meno di nove anni per le donne, di poco meno di 15 anni per gli uomini.
Lo stupro coniugale e la violenza domestica non sono considerati reati penali. Tutto questo deve indurci ad impegnarci per liberare l'Iran da un regime misogino e sanguinario. A non dare la nostra condizione di vita, per quello che di buono ha, per scontata. A riconsiderare le priorità nelle relazioni bilaterali e multilaterali con l'Iran, ponendo al primo punto, sempre e comunque, il rispetto dei diritti umani.
di Giorgio Bernardini
Corriere della Sera, 27 febbraio 2021
Daniel Zaccaro ha 29 anni e ha passato la sua adolescenza in un carcere e poi in comunità. Ora fa l'educatore e racconta la sua storia: "Ad un certo punto qualcuno ha trasformato la mia rabbia e io ho intrapreso il percorso del bene".
"La tendenza degli adulti è trovare un metodo per farsi ascoltare dai più giovani, però in realtà la vera fatica è ascoltare, interessarsi realmente agli altri. Solo dopo si può educare. Io chiedo verità se la so offrire". Non è da tutti pensare con questo equilibrio a 29 anni. A meno che l'educatore che pronuncia queste parole non sia l'autore di pestaggi, violenze, numerose rapine, uno che ha passato la propria adolescenza nel carcere minorile e una volta uscito in quello di San Vittore. Oggi tuttavia Daniel Zaccaro pare essere una persona diversa. Ed è per questo che dopo essersi laureato fa l'educatore nella comunità 'Kairos', la stessa che lo aveva accolto per scontare una delle sue pene.
La videoconferenza che ha tenuto venerdì, per i ragazzi delle le tre classi terze della scuola media "Salvemini - La Pira" di Montemurlo, è una sorta di lectio magistralis contro il bullismo. "Un fenomeno che ha cambiato solo il vestito, ma che ha sempre la stessa radice. I problemi - spiega Daniel a margine della lezione - è la grande distanza fra gli adulti e i giovani, oltre che la mancanza di proposte che siano affascinanti quanto il male.
Il male è più concreto, il male è subito, affiliarsi è più facile. Il bene invece è un percorso, quindi si presenta spesso in modo noioso e strutturato". A detta dell'educatore milanese la chiave risiede nella qualità delle relazioni che si costruiscono.
"Il carcere - racconta riportando quanto è stato affrontato con gli studenti montemurlesi - è stata la prima parte del cambiamento, il mio stop. Io e le agenzie educative avevamo fallito, c'era solo il conflitto per me. Le regole del carcere sono state un punto. Poi quando sono andato in comunità ho cominciato a sperimentare uno stile di vita diverso, più sano, fatto di adulti responsabili che leggevano la rabbia nei miei occhi che hanno saputo trasformare, invece di mettermi ai margini".
Alla fine della lezione l'assessore alla pubblica istruzione del Comune di Montemurlo, Antonella Baiano, ha spiegato che "le testimonianze dirette sono le più importanti perché arrivano al cuore dei ragazzi. Daniel ci ha fatto capire che per cercare di affrontare e risolvere il problema del bullismo la chiave di tutto è l'ascolto.
I nostri ragazzi - ha concluso Baiano - hanno bisogno di adulti che li sappiano guardare ed accogliere nelle loro fragilità senza essere giudicati. Bulli e bullizzati hanno bisogno di essere presi per mano e riuscire a liberarsi da un ruolo che li imprigiona".
Ma come si fa a credere al cambiamento di un ragazzo che all'apice del suo curriculum criminale ha 4 rapine in banca? "Non sono uno che pretende di essere creduto, ma una persona che aspira a essere credibile: tutti i gesti quotidiani della mia vita - dice Zaccaro - sono orientati alla coerenza dei valori che voglio trasmettere. Questo vale per un educatore, ma anche per un genitore". Un consiglio che vale una cattedra.
di Sabino Cassese
Corriere della Sera, 27 febbraio 2021
Si deve cambiare la rotta: il servizio sanitario da nazionale è divenuto confederale, scoordinato, non comunicante. Per affrontare la pandemia, governo centrale e Regioni devono cambiare rotta. Hanno finora agito come se operassero nella materia della sanità, che è ripartita tra Stato e Regioni. Invece si tratta della materia "profilassi internazionale", che spetta solo allo Stato. Questo ha stabilito la Corte costituzionale con due pronunce a breve distanza l'una dall'altra, ambedue relative a una legge della Regione a statuto speciale Valle d'Aosta, impugnata dal governo. La prima pronuncia, del 14 gennaio scorso, ha sospeso in via cautelare l'efficacia della legge. Essa ha disposto che "la pandemia in corso ha richiesto e richiede interventi rientranti nella materia della profilassi internazionale di competenza esclusiva dello Stato ai sensi dell'articolo 117, secondo comma, lettera q), Costituzione".
Con la seconda decisione, del 24 febbraio scorso, la cui motivazione non è stata ancora pubblicata, il ricorso governativo è stato accolto, limitatamente alle disposizioni con le quali la legge impugnata ha introdotto misure di contrasto all'epidemia differenti da quelle previste dalla normativa statale. Per la Corte, la Regione, anche nell'ambito della propria autonomia speciale, non può invadere con una sua disciplina una materia come quella avente ad oggetto il contenimento della pandemia da Covid 19, diffusa a livello globale e perciò affidata interamente alla competenza legislativa esclusiva dello Stato, a titolo di profilassi internazionale.
La genesi e gli effetti di queste due decisioni della Corte costituzionale sono singolari. Il governo Conte aveva impugnato la legge regionale della Valle d'Aosta per far valere la propria competenza. Ma, più che la Regione, è stato "bocciato" il governo stesso. Esso aveva imboccato dall'inizio la strada sbagliata, dimenticando - nonostante fosse stato anche messo sull'avviso - che la Costituzione riserva alla competenza esclusiva dello Stato la profilassi internazionale. Si può dire che il governo, impugnando la legge regionale, si è dato la zappa sui piedi.
L'errore iniziale dello Stato nell'imboccare la strada sbagliata ha prodotto una cacofonia di voci, un tira e molla tra centro e periferia, più tardi anche un gioco a scaricabarile, producendo una confusione che ha stupito l'opinione pubblica. Il servizio sanitario, da nazionale è divenuto confederale, scoordinato, non comunicante. Basta notare con quale diversità di passo si sta procedendo nella vaccinazione, da Regione a Regione.
Al primo errore si è sommato un altro errore. Alla sconcertante dimenticanza di una propria competenza esclusiva, da parte dello Stato, si poteva porre rimedio rafforzando le funzioni della conferenza Stato-Regioni, valorizzandone il compito, portandola al centro del contrasto alla pandemia, facendone un piccolo Senato delle Regioni "in nuce". Ma anche in questo si è proceduto alla giornata, con alti e bassi, momenti di collaborazione e giornate di tensione o di conflitti.
Il nuovo governo, per rimediare agli errori compiuti e seguire l'interpretazione della Costituzione data dalla Corte costituzionale, ha un unico modo: quello di assicurare la maggior collaborazione possibile governo centrale-Regioni, nella conferenza Stato-Regioni, condividendo dati e valutazioni, preparando insieme le decisioni e monitorando congiuntamente la loro esecuzione. Infatti, la Costituzione consacra il principio di leale collaborazione e ad esso collega la disposizione per cui il governo può sostituirsi a organi delle Regioni, nel caso di pericolo grave per l'incolumità e quando lo richiedono la tutela dell'unità giuridica o dell'unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 27 febbraio 2021
Ieri, mentre stava arrivando il momento dell'esame del loro ricorso, il giudice dell'Alta corte di Lahore ha deciso di chiudere l'udienza. Era successo anche la volta precedente, il 15 febbraio. Così, Shagufta Kausar e Shafqat Emmanuel, due cristiani arrestati nel 2013, continuano a rimanere nel braccio della morte, a rischio di esecuzione della condanna a morte emessa nell'aprile 2014.
Le leggi contro la blasfemia in vigore in Pakistan rischiano dunque di fare altre due vittime (la più illustre, salvata alla fine dal patibolo, è stata Aasia Bibi): la coppia è stata giudicata colpevole di aver inviato all'imam di una moschea dei messaggi offensivi nei confronti del profeta Maometto.
Entrambi hanno negato l'accusa sin dall'inizio, sostenendo che la sim del telefono dal quale erano partiti i messaggi era stata acquistata da qualcun altro usando una fotocopia della carta d'identità di Shagufta. Questa è l'ennesima storia emblematica dei rischi che corrono le minoranze religiose in Pakistan, cristiane e non, e che continueranno a correre fino a quando le leggi contro la blasfemia rimarranno in vigore.
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