di Nicolò Arpinati
dinamopress.it, 27 febbraio 2021
L'arrivo del virus nei penitenziari italiani ha portato allo scoperto tutte le problematiche che già affliggevano il sistema carcerario: se la seconda ondata è stata gestita un poco meglio rispetto alla prima, è ancora troppo poco.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 febbraio 2021
L'allarme dei sindacati degli agenti: sono 401 i detenuti e 603 gli uomini della polizia penitenziaria contagiati dal Covid. Secondo i dati aggiornati alle 20 di giovedì scorso, siamo a 401 detenuti e 603 agenti penitenziari positivi al Covid 19. Il carcere abruzzese di Chieti risulta quello con il focolaio più grande: 52 i detenuti contagiati, tra i quali due in ospedale. A seguire il nuovo complesso di Rebibbia con 25 casi di detenuti infetti, tra i quali 4 ricoverati. Ma, al momento, è il personale penitenziario a essere quello più colpito.
di Claudia Prioreschi
Il Domani, 27 febbraio 2021
La scelta della ministra di salvare - almeno momentaneamente - la riforma Bonafede sembra più una mossa politica che un'organizzazione istituzionale dei lavori del Governo. Ma consentire il perdurare nell'ordinamento di una norma potenzialmente contraria alla Costituzione e ai diritti fondamentali dell'uomo è un errore e una correzione della norma non può non essere una priorità.
di Giulia Merlo
Il Domani, 27 febbraio 2021
Intervista al segretario dell'Associazione nazionale magistrati, Salvatore Casciaro, di Magistratura indipendente. "La lettera a Mattarella contro il procuratore generale Salvi esprime un malessere che è diffuso in magistratura. L'autopromozione non è affatto, a mio avviso, un peccato veniale perché contribuisce ad alimentare quelle dinamiche di degenerazione correntizia da tutti deprecate".
di Giuseppe Legato
La Stampa, 27 febbraio 2021
Lo studio promosso da Area Dg che ha coinvolto 60 tra pm e giudici del Piemonte: "Concentrare le forze su arresti facoltativi per fatti meno gravi distoglie le indagini da quelli complessi".
La premessa è d'obbligo ed è anche politically correct: "Non è una polemica, ma un'analisi che vuole costruire un miglioramento generale del sistema". C'è ancora, prima di entrare nel merito, una richiesta esplicita: "Non creiamo contrapposizioni con la polizia giudiziaria, Non è né l'intento né lo spirito di questo lavoro".
di Marco Lillo
Il Fatto Quotidiano, 27 febbraio 2021
La richiesta del boss della mafia recluso al regime di isolamento del 41bis Filippo Graviano per ottenere il permesso premio non è l'unica. Solo nel carcere di L'Aquila, al Fatto Quotidiano risultano altre tre richieste di permesso premio da parte di boss detenuti al 41bis.
Il primo è Maurizio Capoluongo, 59 anni boss di San Cipriano d'Aversa dalla fine degli anni Ottanta, vicino a Michele Zagaria, recluso al 41bis. Capoluongo ha chiesto un permesso ad agosto, ma pur non avendo avuto risposta sa che comunque uscirà tra sei mesi per fine pena. Più lontana la libertà per Giuseppe D'Agostino, 51 anni, boss della camorra salernitana.
Ha chiesto un permesso di tre giorni il 23 settembre scorso. Dovrebbe uscire comunque per fine pena nel 2023. Pasquale Gallo, 64 anni, detto "'O Bellillo", boss di Torre Annunziata che per anni ha conteso lo scettro a Valentino Gionta, ha fatto richiesta di permesso il 17 ottobre del 2020. Gallo in cella ha preso tre lauree magistrali e l'istanza l'ha scritta da solo.
Si accontenterebbe di 8 ore di permesso. L'Aquila è l'epicentro del 41bis: sono167 in tutto i reclusi con questo regime. Ma anche a Sassari, dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha di fatto eliminato l'articolo 4 bis che prima vietava i permessi ai boss, si sta alzando l'onda delle richieste. Come è noto non è andata bene a Pasquale Apicella, 52 anni, detto "'o Bellomm", vicino al clan dei Casalesi. Anche lui, nonostante sia detenuto al 41bis, ha chiesto il permesso, negato dal tribunale. Apicella ha fatto ricorso in Cassazione e la Suprema Corte ha riconosciuto che la motivazione del Tribunale era sbagliata.
Non si può escludere il permesso per i boss al 41bis automaticamente solo perché quel regime "sarebbe stato vanificato da un permesso-premio". Ci vuole qualcosa di più per dire no. Così a Sassari, un altro 'casalese, cioè Vincenzo Zagaria (non parente di Michele) recluso al 41bis, ci ha riprovato, ma il Tribunale di Sorveglianza di Sassari non ha cambiato linea. Il 41bis "non avrebbe più alcun senso - per i giudici di Sassari - se il detenuto sottoposto al regime penitenziario differenziato potesse uscire dal carcere per tenere rapporti anche fisici con i propri familiari e conviventi (...) ne discende che fin tanto che Vincenzo Zagaria rimarrà sottoposto al regime sanzionatorio differenziato di fatto non potrà mai avere accesso al beneficio premiale invocato".
Le richieste sono basate sul cambiamento di personalità e sul comportamento corretto in carcere. La dissociazione è la nuova frontiera. Per ora compare nella richiesta di Filippo Graviano, classe 1961, recluso dal 1994. Il boss palermitano ha presentato la sua richiesta, scritta dall'avvocato Carla Archilei, il 5 gennaio del 2021. Graviano chiede un giorno di permesso.
Il boss (condannato come mandante per le stragi del 1992 e del 1993 e per l'uccisione del beato don Pino Puglisi) come gli altri boss fa leva sulla sentenza della Corte costituzionale n. 253 del 2019, presidente Giorgio Lattanzi, redattore Nicolò Zanon, membro della Corte, con Giuliano Amato e altri anche Marta Cartabia.
La sentenza ha dichiarato incostituzionale l'articolo dell'Ordinamento penitenziario nel punto in cui di fatto I impedisce che un mafioso possa accedere ai permessi premio se non collabora. Marta Cartabia, poi presidente della Corte, ora è ministro della Giustizia e per uno dei suoi primi appuntamenti istituzionali ha incontrato il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, lanciando un segnale preciso.
Filippo Graviano cita la sentenza ma nell'istanza si autocita con un passo della sua dichiarazione del 6 maggio 2010, quando era detenuto a Parma. Già allora vantava con i magistrati il suo cambiamento e scriveva che "la conclusione del suddetto percorso è la mia dissociazione dall'organizzazione criminale". Filippo Graviano si dice cambiato. "Le motivazioni del mio miglioramento - scrive il boss - possono essere attribuite alla mia predisposizione al cambiamento".
di Ilaria Proietti
Il Fatto Quotidiano, 27 febbraio 2021
Disarcionato nel passaggio dal governo Conte a quelle di Mario Draghi, l'ex ministro M5S della Giustizia, Alfonso Bonafede, almeno un fiore all'occhiello può appuntarselo con orgoglio: quello dei risparmi alle spese per le intercettazioni sostenute dagli uffici giudiziari italiani degli ultimi due anni. E, soprattutto, quelli previsti per il futuro dopo il varo del nuovo tariffario messo a punto da una commissione insediata negli uffici romani di Via Arenula.
Iniziamo dalle spese recenti. La relazione tecnica stilata dal dirigente ministeriale Massimiliano Micheletti che accompagna lo schema di decreto recante "disposizioni per l'individuazione delle prestazioni funzionali alle operazioni di intercettazione e per la determinazione delle relative tariffe" (trasmesso alla presidenza del Senato 1'8 febbraio scorso), parla chiaro. Dall'analisi dei dati a consuntivo del relativo capitolo di bilancio, emerge infatti un andamento dei costi per intercettazioni variabile tra il 72% e il 75% rispetto alle risorse stanziate in bilancio.
Nell'anno 2018, per dire, a fronte di uno stanziamento pari a 230 milioni e 718 mila euro, sono state registrate spese per complessivi 180 milioni. Mentre nel 2019, rispetto ai 215 milioni stanziati, ne sono stati spesi solo 191. E non è poco, vistele polemiche passate sulle risorse impegnate per questo tipo di attività dalle procure. Quanto invece alle buone notizie previste per il futuro, vengono appunto dalle proiezioni di spesa fatte dal ministero sulla base del nuovo tariffario previsto per ogni singola attività investigativa: intercettazioni telefoniche, informatiche e telematiche, ambientali audio e video, veicolari, eccetera.
Per cominciare, non è stato stabilito un importo fisso peri costi che gli uffici giudiziari dovranno liquidare per queste prestazioni, ma un range tra un minimo e un massimo che non dovrà comunque essere superiore al costo medio rilevato presso i cinque centri distrettuali con maggior indice di spesa. Cioè le Procure di Palermo, Roma, Napoli, Milano e Reggio Calabria.
Dall'analisi dei dati a disposizione della direzione generale di statistica del ministero della Giustizia, risulta intanto che i "bersagli intercettati" negli ultimi cinque anni sono stati mediamente 130 mila l'anno, di cui 1'85% sono state intercettazioni di tipo telefonico, il 12% ambientali e il 3% di tipo telematico.
Il nuovo listino prezzi ministeriale stabilisce una tariffa massima giornaliera di 2,42 euro per gli ascolti telefonici, 75 euro per le intercettazioni delle comunicazioni di tipo ambientale, 120 euro per quelle telematiche. Considerando che la durata media di queste operazioni è stata negli ultimi anni di circa 57 giorni per le intercettazioni telefoniche, di 72 giorni per quelle ambientali e di 73 giorni per quelle di tipo telematico, "moltiplicando la durata complessiva con la tariffa giornaliera massima di ogni prestazione come da (nuovo) listino", scrivono i tecnici ministeriali, "si ottiene il totale della spesa complessiva annua per categorie di prestazione funzionale alle intercettazioni". In totale circa 134 milioni di euro, il 7% in meno rispetto all'anno scorso. Facendo il confronto "tra il risultato ultimo con la spesa sostenuta perle prestazioni funzionali dell'anno 2019 (oltre 144 milioni, ndr) si evidenziano possibili risparmi di spesa dell'ammontare complessivo annuo di 9,9 milioni di euro". Naturalmente, da verificare a consuntivo.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2021
Le Sezioni Unite precisano inoltre che nell'abbreviato non è rimessa all'apprezzamento del giudice la misura della decurtazione del trattamento sanzionatorio. La diminuzione della metà della pena inflitta per il reato contravvenzionale, prevista dal rito abbreviato, deve essere operata dal giudice di appello anche se la pena comminata in primo grado risulti per errore favorevole all'imputato perché inferiore ai minimi edittali della fattispecie per cui si doveva procedere.
Così le sezioni Unite penali della Corte di cassazione con la sentenza n. 7578/2021, nel risolvere il conflitto tra orientamenti contrapposti, hanno affermato il seguente principio di diritto: "Il giudice di appello investito della sola impugnazione dell'imputato che, giudicato con rito abbreviato per un reato contravvenzionale, lamenti l'illegittima riduzione della pena ai sensi dell'articolo 442 del Codice di procedura penale nella misura di un terzo anziché della metà, deve applicare detta diminuente nella misura di legge, pur quando la pena irrogata dal giudice di primo grado non rispetti le previsioni edittali e sia di favore per l'imputato".
La Cassazione ribadisce l'immutabilità della pena che per errore sia favorevole all'imputato, al contrario del caso in cui sia sfavorevole. La diminuente risponde, infatti, all'applicazione di un automatismo a cui il giudice non può sottrarsi in ragione di non amplificare l'errore - favorevole all'imputato - commesso dal giudice di primo grado.
La vicenda origina da un caso di porto d'armi abusivo che per errore il giudice di primo grado aveva fatto rientrare nella previsione del reato contravvenzionale del primo comma dell'articolo 699 del Codice penale di chi conduce un'arma oggetto di licenza di cui è, invece, sprovvisto.
Ma in tal caso l'arma non era oggetto di licenza, ma rientrava tra quelle conducibili all'esterno solo con giustificato motivo a norma dell'articolo 4 della legge 110/1975. Dall'accoglimento della corretta configurazione del reato si determinava uno sfasamento dell'applicazione della pena per i diversi limiti edittali. Da ciò il giudice di appello aveva rilevato che l'errore del primo giudice - per la riduzione errata di un terzo e non della metà - non fosse errore da correggere in quanto il risultato era favorevole all'imputato.
di Monica Riccio
Il Messaggero, 27 febbraio 2021
Continua a salire il numero dei positivi al Covid-19 relativi al focolaio scoppiato all'interno del carcere di via Roma a Orvieto. Sono infatti 32 le persone, ad oggi venerdì 26 febbraio, risultate positive dopo il responso dei test eseguiti con i tamponi molecolari.
Intorno al cluster del carcere di Orvieto ruotano le positività di 14 agenti della polizia penitenziaria, 14 sono i detenuti contagiati, 3 i civili del reparto amministrazione e 1 medico del servizio sanitario interno. A confermare questi numeri, che iniziano a farsi preoccupanti, la stessa sindaca di Orvieto, Roberta Tardani.
Relativamente ai 14 agenti positivi, 7 sono cittadini orvietani e compresi nel dato di oggi rilasciato dal Regione Umbria, dati che portano a 46 positivi attuali la città di Orvieto. Secondo quanto riferito dalla stessa sindaca Tardani, tra i 6 cluster familiari attualmente presenti sul territorio comunale, 2 sarebbero da ricondurre proprio al focolaio interno al carcere.
Il Centro, 27 febbraio 2021
Proseguono, da parte della Asl, le operazioni di screening di massa e vaccinazioni ai detenuti e agli agenti della polizia penitenziaria del carcere San Donato di Pescara.
Secondo i dati dell'azienda sanitaria sono 12 i detenuti risultati positivi ai tamponi, di cui 1 ricoverato al Covid Hospital di Pescara. "L'unità operativa di Medicina penitenziaria della Asl", si legge in una nota, negli ultimi giorni "ha eseguito 35 test, con risultato negativo. Ieri sono stati effettuati altri 24 tamponi di sorveglianza, di cui si attende l'esito, e domani (oggi) si svolgeranno 38 tamponi di sorveglianza al personale di polizia".
Invece "sono concluse le vaccinazioni di personale e detenuti". Il Sinappe, il sindacato degli agenti penitenziari, in questi giorni ha lamentato carenza di organizzazione e di dispositivi di sicurezza (mascherine Ffp2 e tute) per gestire il focolaio Covid all'interno della casa circondariale nel quartiere San Donato.
La replica della Asl: "Le "tute anti-contagio" sono regolarmente in uso alla polizia che accede alle celle dei detenuti Covid positivi, si indossano correttamente le mascherine FFP2 ed i guanti monouso: l'assistenza alla persona (vitto e biancheria) è assicurata dal personale Oss assegnato dalla Protezione civile e l'assistenza sanitaria è assicurata da personale infermieristico dedicato per ogni turno di servizio".
- Padova. "Garante dei detenuti? Non perdiamo altro tempo"
- Bologna. "L'obiettivo è di mandare i detenuti psichiatrici in luoghi diversi dal carcere"
- Milano. Rivolta a San Vittore per le norme anti-Covid, nove detenuti a processo
- Roma. "Le procure intercettano gli avvocati". L'allarme dei penalisti
- Napoli. "E 'mmò", la canzone nata nelle carceri con Maurizio Capone & gli Ultimi Saranno











