di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 febbraio 2021
Dopo 27 anni, a seguito della sentenza della Corte costituzionale sul 4 bis, Filippo Graviano ha chiesto un permesso premio. Ogni volta, come nel caso di Graviano, che un detenuto mafioso "eccellente" fa istanza per chiedere un permesso premio, puntualmente arriva il Fatto Quotidiano a ricordare la famosa sentenza della Consulta che ha ritenuto incostituzionale l'articolo 4 bis dell'Ordinamento penitenziario nella parte in cui vieta il permesso premio.
Non solo. Subito in qualche modo si evoca la presunta trattativa Stato-mafia, una tesi giudiziaria che è diventata una spada di Damocle sopra la testa di chiunque ha cuore la nostra Costituzione, nata per arginare qualsiasi forma autoritaria e concezione da Stato di Polizia. Ma fin dai tempi antichi, la paranoia e complottismo sono da sempre andati a braccetto con quei poteri che vogliono soffocare lo Stato di Diritto e avere sempre più potere ricorrendo perfino all'utilizzo dei nomi di quelle persone che hanno seriamente servito lo Stato come, in questo caso specifico, quello di Giovanni Falcone. Per farlo hanno bisogno di chi inconsciamente crea disinformazione, o fa allusioni come quando viene ricordato che tra i giudici della Consulta c'era anche l'attuale ministra della Giustizia Marta Cartabia. La colpa di quest'ultima è quella di essere una fine giurista, che ha come unica via maestra la Costituzione. Una carta che fa da scudo a ogni singolo cittadino dagli abusi di qualsiasi potere, economico, politico o giudiziario che sia.
La dissociazione non è contemplata giuridicamente per i mafiosi - Ora è la volta di Filippo Graviano, il quale assieme al fratello Giuseppe ebbe un ruolo importante nell'organizzazione delle stragi continentali del 1993 a Firenze, Milano e Roma e nell'omicidio di don Pino Puglisi. Dal 1994 è ininterrottamente al 41 bis. Dopo 27 anni, a seguito della sentenza della Consulta, Filippo Graviano ha chiesto il permesso premio. "Si dice dissociato. Basterà?", si chiede l'autore dell'articolo de Il Fatto. No, per la Consulta non basta assolutamente come parametro di valutazione. La dissociazione è un fatto personale, che a differenza di chi è dentro per terrorismo non è contemplato giuridicamente nei confronti dei mafiosi. Per quest'ultimi esiste solo lo status di collaboratore di giustizia per avere diritto a tutti i benefici penitenziari. Basti pensare al pentito Giovanni Brusca, colui che ha sciolto un bambino nell'acido e ha commesso quasi un centinaio di omicidi. Lui da tempo ha usufruito di vari permessi e nessuno si è scandalizzato. Un suo diritto, nulla da obiettare.
Per Falcone il 4 bis non esclude i benefici in assenza di collaborazione - Così come, dal 2019 è un diritto poter richiedere il permesso premio anche da parte di chi non ha collaborato con la giustizia. Si fa il nome di Falcone che ha ideato il 4 bis dell'ordinamento penitenziario per i detenuti mafiosi. Verissimo, peccato che si omette di dire una verità "indicibile" per chi usa l'antimafia come strumento di potere: consapevole che l'ergastolo senza condizionale sarebbe stato incostituzionale, non ha assolutamente escluso la possibilità dei benefici in assenza di collaborazione, ma ha semplicemente allungato i termini per ottenerla.
In soldoni, ciò che aveva ideato Falcone contemplava questa ratio: se non collabori non è preclusa la misura alternativa, devi solo attendere il decorso del tempo per poterla chiedere, sapendo che è stato aumentato. Ebbene sì, la sentenza della Consulta, dove all'epoca - lo ricordiamo con piacere anche noi - c'era anche Marta Cartabia, avvicina il 4 bis al decreto originale ideato da Falcone: l'assenza di collaborazione non deve precludere a vita la possibilità di accedere ai benefici della pena.
Era accaduto che, dopo la strage di Capaci e di Via D'Amelio, lo Stato italiano, non solo non si è giustamente piegato alla mafia, ma per reazione ha approvato il secondo decreto legge, quello del 1992, che introduce nel nostro ordinamento un regime ostativo del tutto differente rispetto a quello voluto da Falcone. Con il decreto legge post strage, senza la collaborazione con la giustizia, è preclusa in ogni caso la possibilità di accedere alle misure alternative. Uscendo, di fatto, dal perimetro costituzionale che Falcone voleva invece salvaguardato. Anche questo episodio dovrebbe far riflettere sul fatto che non c'è stata nessuna trattativa che aveva alleggerito la carcerazione dei mafiosi. Esattamente l'opposto. Una reazione durissima, tanto da approvare il 41 bis e rinchiudervi centinaia e centinaia di persone. Un vero e proprio rastrellamento dettato dall'emergenza del momento che però, oltre ai boss veri, hanno recluso in carcere tantissime persone non appartenenti a cosa nostra. Ci furono numerose istanze presentate dinanzi alla magistratura di sorveglianza che, a sua volta, ha sollevato il problema alla Corte costituzionale. Quest'ultima, con la numero 349 e depositata in cancelleria il 28 luglio del 1993, ha sentenziato che per decidere la proroga del 41 bis, bisogna valutare caso per caso.
Detto, fatto. A ben 300 detenuti non è stato rinnovato il carcere duro, ma solo 18 di loro appartenevano alla mafia. Non solo. A seguito di una nuova applicazione, si era ridotto a soli undici soggetti mafiosi. Il mancato rinnovo del 41 bis è frutto di scelta dettata dalla sentenza della Corte costituzionali e altri fattori che nulla c'entrano con la presunta trattativa. Casomai, ancora una volta, il "mostro" è la Consulta, rea di far applicare la Costituzione italiana e quindi difendere lo Stato di Diritto anche in tempi emergenziali. A meno che non si pensi che ci sia stata una trattativa Consulta- mafia. Non diamo limiti all'immaginazione.
La Corte costituzionale ha posto paletti molto rigidi - Ma ritorniamo alla "dissociazione" mafiosa. Un falso problema sul quale, forse per ignoranza, alcuni giornali tentano di specularci sopra. Nonostante la portata "rivoluzionaria" della sentenza, la Consulta dimostra comunque di aver preso attentamente in considerazione le particolari esigenze di tutela alla base della previsione dell'articolo 4 bis. Essa, infatti, si cura di precisare che la presunzione di attualità di collegamenti con la criminalità organizzata - che da assoluta diviene relativa, nei limiti in cui opera la pronuncia in esame - può essere superata solo in base a valutazioni particolarmente rigorose, che non si limitino alla regolare condotta carceraria, alla mera partecipazione al percorso rieducativo o a semplici dichiarazioni di dissociazione del detenuto. Viene messo in rilievo, in proposito, che già la prima versione dell'art. 4-bis comma 1 dell'ordinamento penitenziario prevedeva che l'accesso alle misure alternative e premiali per i reati di prima fascia fosse subordinato all'acquisizione di "elementi tali da escludere l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata o eversiva", requisito tuttora necessario ai sensi del c. 1-bis dell'articolo in parola per i casi di collaborazione inesigibile, impossibile o irrilevante.
La magistratura di sorveglianza, pertanto, secondo quanto indicato dalla Corte, non dovrà solo svolgere una seria verifica della condotta penitenziaria del detenuto, ma dovrà altresì considerare il contesto sociale esterno, acquisendo dettagliate informazioni per il tramite del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica competente. Viene ricordato, poi, che ai sensi del comma 3-bis dello stesso art. 4 bis, tutti i benefici in questione non possono mai essere concessi allorché il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo o il Procuratore distrettuale evidenzino l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata.
In sintesi, la sola "dissociazione" non basta. È uno dei tanti elementi che la magistratura di sorveglianza deve valutare per concedere o meno il permesso premio che può essere richiesto dopo l'espiazione di tantissimi anni. La collaborazione con la giustizia rimane la "via maestra". Esattamente come prevedeva Falcone.
di Giovanni Tizian
Il Domani, 26 febbraio 2021
Il trasferimento del procuratore di Reggio Emilia. Marco Mescolini è stato trasferito dal Csm per incompatibilità ambientale: parteggia per il Pd, è la sintesi. Il provvedimento è un mix di populismo giudiziario e desiderio di vendetta di chi era finito sotto processo. Il procuratore farà ricorso.
Soffia un vento di restaurazione in Emilia. La normalizzazione cavalca la necessità moralizzatrice del Consiglio superiore della magistratura, costretta a rottamare al più presto il passato macchiato dal caso Palamara. Impressioni e turbamenti personali si trasformano così in prove schiaccianti che determinano, per esempio, la caduta di Marco Mescolini, procuratore di Reggio Emilia fino al suo trasferito per incompatibilità ambientale deciso dal Csm. Una decisione influenzata da pressioni mediatiche e politiche di chi era finito in disgrazia a causa di inchieste che hanno cambiato la percezione della mafia nella regione e nel paese.
Per il Csm Mescolini è incompatibile in tutta la regione. Troppo legato al potere politico locale, è l'accusa grave della prima commissione dell'organo di autogoverno delle toghe. Dura meno di due anni, quindi, l'esperienza di Mescolini a Reggio, nel fortino di quell'organizzazione criminale che ha combattuto da sostituto procuratore dell'antimafia di Bologna: la 'ndrangheta emiliana, impasto di imprenditoria, politica e clan che dagli anni Settanta ha messo radici nella pianura padana e che per quasi quarant'anni ha lavorato indisturbata. Con procure immobili e detective impreparati ad affrontare l'avanzata dei clan. Funzionava così. Con fascicoli sui boss che venivano spediti in Calabria o in Campania perché in Emilia nessuno aveva il coraggio di scrivere su una carta bollata della procura "416 bis", reato di associazione mafiosa.
Tutto cambia a partire dal 2009, alla guida della procura arriva l'esperto procuratore Roberto Alfonso, l'ideologo della lotta sistematica alle mafie in Emilia. È proprio sotto le ceneri della più importante indagine contro la 'ndrangheta al nord, di cui Alfonso è stato la mente e Mescolini il braccio, che ha covato il rancore di chi da quell'operazione mastodontica è stato colpito duramente.
Populismo togato - L'intervento del Csm su Mescolini è una conseguenza indiretta del caso Palamara, istantanea sul funzionamento del mercato delle nomine negli uffici direttivi di procure e tribunali. Palamara, l'uomo che tutto decideva nel Csm, è sotto inchiesta per corruzione: sono bastati pochi mesi perché si trasformasse da carnefice dell'etica a moralizzatore dei costumi giudiziari. Oggi è a tutti gli effetti il fustigatore delle toghe: il suo libro è usato come il vangelo dal quale pescare frasi, messaggi, pizzini, da usare contro quel giudice o quel pm. Da carnefice a eroe, appunto. Il percorso inverso rispetto a quello di Mescolini, da toga antimafia che ha inferto un colpo brutale alle cosche emiliane a appestato in combutta con il Pd che governa la regione da sempre. Dunque più che sulle chat, il trasferimento di Mescolini si fonda su questioni politiche. Mescolini farà comunque ricorso al Tar.
Una storia emiliana - Mescolini inizia da sostituto procuratore, per qualche tempo va da fuori ruolo nel gabinetto del viceministro Roberto Pinza, all'epoca del governo Prodi, di nuovo magistrato sul fronte dell'accusa alla procura di Bologna dove diventa sostituto procuratore nella sezione antimafia, la Dda, ufficio che per molto tempo non ha toccato palla nella lotta ai clan, proliferati a dismisura tra gli anni Settanta e Duemila tra Rimini e Piacenza.
Nel 2009 arriva Roberto Alfonso, considerato di area conservatrice, con grande esperienza nella guerra totale alle cosche. Alfonso rivoluziona il sistema di indagine. Chiede ai suoi sostituti di leggere ogni singolo reato in un quadro complessivo. È la svolta. Punta su Mescolini, al quale affida il delicato fascicolo "Aemilia". "Lo considerava brillante", dice chi ha vissuto in quegli anni il cambio di rotta dell'ufficio giudiziario. Mescolini in realtà non è una toga d'assalto, ha un profilo bassissimo. Eppure con Alfonso e Beatrice Ronchi toccano i livelli più alti della complicità mafiosa tra Modena, Reggio, Parma e Piacenza.
L'inchiesta sui clan calabresi trapiantati in Emilia è per numeri la più imponente mai effettuata al nord. Mai come in quell'indagine il potere politico è stato messo a nudo: l'indagine ha portato allo scioglimento per mafia del consiglio comunale di Brescello, a guida Partito democratico, primo caso nella storia della regione. Ha travolto il municipio di Finale Emilia, sempre governato dai democratici, dove arrivarono i commissari per valutarne il commissariamento.
Le perquisizioni sono arrivate fin dentro la prefettura di Modena coinvolgendo il vice prefetto, contestando al senatore Carlo Giovanardi l'aggravante mafiosa (poi decaduta) per aver tentato, con minacce a due ufficiali dei carabinieri, di salvare un'impresa modenese (accusata di complicità con la 'ndrangheta) dall'esclusione dalle white list, gli elenchi di ditte "pulite" ai quali era obbligatorio iscriversi per lavorare negli appalti della ricostruzione post terremoto. La stessa indagine Aemilia che ha portato a processo consiglieri comunali del centrodestra e rappresentati di Forza Italia, come Giovanni Bernini: pupillo dell'ex ministro Pietro Lunardi, prescritto per il reato di corruzione elettorale, incontri con il boss documentati e agli atti. In un capitolo successivo della stessa inchiesta è finito in carcere e poi condannato a 20 anni per associazione mafiosa l'ex presidente del consiglio comunale di Piacenza: Giuseppe Caruso, Fratelli d'Italia.
Processo alla destra - A scagliarsi contro Mescolini sono i dirigenti dei partiti che in questi anni hanno visto i loro colleghi sfilare nelle aule di tribunale insieme a boss e collusi di vario genere. Interrogazioni parlamentari a pioggia firmate da amici di Giovanardi, di Caruso e di Bernini con cui si chiedevano provvedimenti duri per il procuratore di Reggio alla luce della pubblicazione delle chat con Palamara. Bernini è stato il primo a dichiarare guerra all'indagine Aemilia dopo la pubblicazione delle conversazioni nelle quali Mescolini chiedeva a Palamara informazioni sulla fissazione del plenum per decidere della sua nomina a procuratore di Reggio.
I messaggi si collocano in un arco temporale preciso: tra gennaio e luglio 2018, mesi caldi del maxi processo alla 'ndrangheta, con una requisitoria di migliaia di pagine da scrivere. "La necessità di Mescolini in quel momento era definire la sua posizione per non creare scompensi organizzativi a un procedimento da tutti considerato storico", spiega una fonte investigativa che ha lavorato fianco a fianco con il pool di magistrati.
Bernini e molti altri del suo partito considerano Aemilia una montatura per colpire solo una parte politica: la destra. L'occasione delle chat era troppo ghiotta, da accusato è diventato il principale accusatore del pm che lo aveva trascinato a processo. La tesi del politico è che i pm hanno salvato il Pd, nonostante gli elementi raccolti su Graziano Delrio, storico sindaco di Reggio Emilia.
Uno di questi indizi era il viaggio di Delrio a Cutro durante la campagna elettorale del 2009 in occasione della processione del Santissimo Crocifisso. Cutro è il paese d'origine della cosca che domina nella provincia reggiana dagli anni Settanta. In gita con Delrio c'era anche il candidato del centrodestra. Entrambi furono ascoltati come persone informate dai magistrati che conducevano Aemilia: un interrogatorio duro, in cui l'ex sindaco Pd palesa la sua inadeguatezza nel comprendere le dinamiche criminali in atto sul proprio territorio. Il pool di magistrati aveva anche chiesto a Delrio come mai avesse accompagnato alcuni imprenditori cutresi dal prefetto di Reggio Emilia, che si sentivano minacciati dalle interdittive emanate da quest'ultima contro aziende legate alle cosche.
I magistrati non hanno cambiato valutazione su di lui: era un testimone, nulla di più. A differenza di altri politici poi processati non era mai stato a cena con mafiosi e né gli investigatori avevano mai documentato incontri con affiliati per chiedere voti, al contrario di quanto emerso su Bernini, per esempio.
"Parziale" - La relazione della prima commissione del Csm firmata da Antonino Di Matteo, il magistrato che ha portato a processo la trattativa stato-mafia, è molto dura nei confronti di Mescolini. Dà ampio risalto ai sospetti di Bernini. "La mia riflessione era che d'ora in avanti qualunque tipo di indagine fosse stata fatta da questa Procura sicuramente avrebbe suscitato in un senso o nell'altro un sospetto, un sospetto di essere conniventi con qualche parte politica", è una delle preoccupazioni esternate da Valentina Salvi, pm da oltre dieci anni a Reggio Emilia, tra le quattro firmatarie dell'esposto nei confronti di Mescolini.
Il motivo? Troppa pressione mediatica aveva causato un turbamento dell'intera attività investigativa. Salvi cita anche un esempio: un'inchiesta in corso sugli appalti al comune di Reggio, con centinaia di indagati. Contesta a Mescolini di aver insistito per posticipare le perquisizioni alcuni giorni dopo le elezioni.
Una scelta che ha indignato Salvi. Eppure quel fascicolo sugli appalti porta il numero di registro 2016, la prima informativa della guardia di finanza è del 2017. Mescolini si insedia a settembre 2018. Perché non era stato fatto niente prima e l'urgenza si presenta nei giorni del voto? Le perquisizioni alla fine si faranno come aveva suggerito Mescolini due giorni dopo le elezioni. Altro elemento del contendere è il sindaco del Pd Luca Vecchi: la pm sostiene che Mescolini aveva impedito l'iscrizione nel registro degli indagati, ma come è emerso durante l'udienza del Csm Vecchi è tuttora indagato. Salvi è la pm che, con a capo Mescolini, ha firmato l'indagine "Angeli e Demoni" sugli affidi illeciti dei minori che ha travolto il sindaco Pd di Bibbiano, arrestato e poi rilasciato.
L'inchiesta stava costando le elezioni regionali di gennaio 2020 ai democratici in una campagna elettorale giocata dalla destra all'attacco sul "Partito di Bibbiano": Salvini aveva scelto di chiudere la campagna a Bibbiano, in quell'occasione Mescolini e la sua procura erano baluardi della legge che non aveva timore di nessuno. Ma nella profonda provincia emiliana nulla è eterno e nulla è come sembra. "Qui è più difficile contrastare il potere mafioso rispetto al sud, bianco e nero si mischiano", fu una delle prime constatazioni di Alfonso da procuratore capo di Bologna. Confondere, la parola chiave per decifrare il caso Mescolini.
di Stefano Feltri
Il Domani, 26 febbraio 2021
Tra i tanti riciclati di governi passati, nelle nuove nomine del governo Draghi c'è almeno una novità rilevante: il capo della polizia Franco Gabrielli che diventa sottosegretario con la delega ai servizi segreti. Quella casella aveva contribuito a innescare la crisi di governo: per due anni l'ex premier Giuseppe Conte aveva rifiutato di nominare una "autorità delegata".
di Simona Musco
Il Dubbio, 26 febbraio 2021
Il 70% delle accuse finisce con un nulla di fatto: sono in tanti a chiederne l'eliminazione. Governatori, sindaci, dirigenti pubblici: chiunque, prima o poi, può incappare nel rischio di finire indagato. E molti evitano di agire per sottrarsi al pericolo.
Lo ha detto anche il presidente Mario Draghi: "Occorre evitare gli effetti paralizzanti della fuga dalla firma". Una fuga dettata dalla paura, perché il rischio di finire sotto indagine per abuso d'ufficio, per chiunque svolga il ruolo di amministratore pubblico, è sempre dietro l'angolo. Così si finisce per rimanere immobili: meglio rallentare la pubblica amministrazione che finire in un vortice che rischia di sballottare il malcapitato per anni. Specie se, alla fine, come in molti casi, risulta essere innocente.
Da nord a sud, il pericolo è uguale per tutti. E le statistiche non mentono: se si considera il periodo 2016- 2017, sono state circa 7.000 le contestazioni di abuso d'ufficio, con provvedimenti definitivi di condanna pari a 100. Una sproporzione che la dice lunga sulla fumosità del reato. Da quanto emerso nel corso dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 2021, risultano circa 500 iscrizioni tra luglio 2019 e giugno 2020, una sessantina in meno rispetto all'anno precedente.
Rimane ancora da capire quali saranno gli effetti delle modifiche intervenute nel frattempo con il decreto-semplificazione del luglio 2020, che ha ristretto l'ambito di applicabilità della norma alle "violazioni di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità". Insomma, un minimo di libertà agli amministratori è stata restituita. Ma tocca fare i conti con i numeri: finora, circa il 70 per cento delle inchieste finisce nel nulla. Nel frattempo, molti amministratori finiscono nel tritacarne, nella gogna giustizialista, magari gettando la spugna.
I casi sono migliaia, molti anche eclatanti. Uno degli ultimi in ordine di tempo è quello dell'ex governatore della Calabria, Mario Oliverio, assolto a gennaio scorso nel processo "Lande desolate".
"Due anni di gogna mediatica", ha commentato dopo la decisione del gup. L'inchiesta, nel 2018, costrinse l'allora presidente della Regione a tre mesi di "confino" forzato nella sua casa di San Giovanni in Fiore. Ma non solo: proprio a causa di quell'indagine fu costretto a rinunciare alla sua ricandidatura, su pressione della segreteria romana del Pd, che per evitare imbarazzi decise di metterlo fuori gioco, decretando, di fatto, la vittoria del centrodestra. Ma i casi sono tantissimi. La grana per Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania, anche lui del Pd, casualmente, era scoppiata proprio alla vigilia della sua ricandidatura a governatore. Ma a pochi mesi da quello scoop, rilanciato a settembre da Repubblica nonostante la notizia fosse ancora coperta da segreto, l'inchiesta è stata archiviata.
L'indagine aveva a che fare con l'assunzione di quattro vigili urbani nella segreteria istituzionale del Presidente della Regione Campania, con l'ipotesi di abuso d'ufficio, falsità ideologica e truffa. Pochi giorni fa è arrivata, dopo otto anni, l'assoluzione piena per 13 ex consiglieri regionali del Lazio, per fatti che risalgono al periodo compreso tra il 2010 e il 2013.
Tra loro anche l'attuale senatore del Pd, Bruno Astorre. "Che vita è se per un avviso di garanzia o un rinvio a giudizio ci si deve dimettere?", aveva dichiarato ricordando la gogna subita, i titoli dei giornali e le accuse degli avversari politici. Il 27 marzo del 2020 ad essere archiviata è stata la posizione del governatore della Lombardia Attilio Fontana, accusato d'abuso d'ufficio per la nomina di Luca Marsico, avvocato ed ex socio del suo studio.
Nel 2015 era toccato al sindaco di Milano Giuseppe Sala, indagato per le vicende Expo. Di mezzo ci sono finiti anche grillini illustri, come il sindaco di Roma Virginia Raggi. I più forti, quelli con la copertura mediatica maggiore, magari resistono alla valanga di fango dopo l'iscrizione sul registro degli indagati. Altri, invece, decidono di deporre le armi e attendere il giudizio. Basta cercare tra gli amministratori locali, infatti, per raccontare storie più drammatiche, come quella dell'ex sindaco di Alcamo, Sebastiano Bonventre, indagato assieme ad alcuni dirigenti comunali e prosciolto dal Gup di Trapani ad ottobre scorso. Dopo, però, aver deciso di dimettersi. Per molti si tratta di una crepa che consente alla magistratura di infilarsi nelle amministrazioni, studiarle da dentro, magari col pretesto di andare a cercare altri reati, come la corruzione.
Ma il più delle volte finisce con un unico risultato: la distruzione di un'esperienza amministrativa che, buona o meno, era il risultato di una scelta democratica compiuta dai cittadini. Le voci che si alzano contro questo reato, ora, sono tante. Per Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto a Venezia, andrebbe eliminato. Della stessa opinione l'ex giudice costituzionale Sabino Cassese. L'ex premier Silvio Berlusconi è meno duro: per lo meno, andrebbe rivisto, a fronte di una società in continua evoluzione e un diritto non al passo coi tempi.
Le motivazioni sono chiare: non c'è amministratore che non abbia paura di incappare, un domani, in una denuncia. "I tempi si triplicano, nel migliore dei casi: si chiama amministrazione difensiva. Ma il risultato è la paralisi delle amministrazioni, che sono l'alter ego delle imprese", denunciava Nordio al Dubbio. Un concetto condiviso anche da Maria Masi, presidente facente funzione del Cnf, nel corso dell'inaugurazione dell'anno giudiziario della Corte dei Conti: "Anche la mera prospettiva della sanzione blocca l'iniziativa di dipendenti e amministratori, impedendo interventi incisivi e tempestivi dell'Amministrazione".
Eliminare totalmente il reato dal codice penale, secondo Nico D'Ascola, ex presidente della Commissione giustizia al Senato e ordinario di diritto penale, sarebbe insensato e metterebbe a rischio la tutela dei cittadini di fronte all'azione della pubblica amministrazione, spiegava lo scorso anno al Dubbio. La norma "dovrebbe mirare alla giusta criminalizzazione ma solo come extrema ratio, per evitare di incrementare la conflittualità tra politica e magistratura e non bloccare la pubblica amministrazione, punendo solo i comportamenti pienamente dolosi, che violano i poteri conferiti. La mia idea - aveva aggiunto - è che bisogna punire quei comportamenti che producono effetti del tutto contrari ai principi previsti dalla legge violata".
Giornale di Sicilia, 26 febbraio 2021
Nascono in Sicilia i poli universitari penitenziari. Lo stabilisce l'accordo quadro di collaborazione tra il Garante dei diritti dei detenuti della Sicilia Giovanni Fiandaca, il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria Cinzia Calandrino, le Università di Palermo, Catania, Messina ed Enna "Kore", con l'intervento della Regione tramite l'assessorato dell'Istruzione guidato da Roberto Lagalla.
L'intesa è stata sottoscritta a Palazzo Orléans, alla presenza del governatore Nello Musumeci, di Fiandaca, Calandrino, dei delegati degli atenei Fabio Mazzola (Palermo), Fabrizio Siracusano (Catania), Anna Maria Citrigno (Messina), Agata Ciavola (Enna), e del presidente della Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari, Franco Prina.
La Regione Siciliana, dopo la Toscana, è la seconda istituzione locale che si inserisce a pieno, fornendo un supporto economico, nel dialogo fra atenei e Provveditorato. "È un evento al quale attribuisco un alto valore morale - afferma Musumeci - La Sicilia si intesta una battaglia, che diventa punto di riferimento per altre regioni e per il futuro. In questi tre anni, come governo regionale, abbiamo dedicato particolare attenzione a tutta la popolazione penitenziaria".
Fiandaca evidenzia che "l'ordinamento penitenziario prevede espressamente una sorta di obbligo di promozione e agevolazione dell'istruzione universitaria negli istituti penitenziari. Inoltre, riconosce l'istruzione come primo elemento del trattamento rieducativo. Questo vale specialmente nelle regioni meridionali, dove la popolazione carceraria statisticamente presenta un livello di istruzione e di scolarità più basso".
In Italia sono 80 gli istituti penitenziari in cui viene garantita l'istruzione universitaria, con la collaborazione di 37 atenei (compresi i quattro siciliani), per un totale di circa 1.000 studenti-detenuti iscritti. Per il 60 per cento si tratta di detenuti in regime di media sicurezza (delinquenza comune), per il 34% di alta sicurezza, per l'1,5% di detenuti al 41 bis. Solo il 2% degli studenti universitari detenuti è rappresentato da donne.
assemblea.emr.it, 26 febbraio 2021
"Affollamento nell'affollamento, emergenza nell'emergenza, l'amplificarsi dei problemi e non la loro soluzione sembra essere il paradigma del carcere, emerso in tutta la sua enormità quando, all'inizio del 2020, con l'evidenza della pandemia e delle sue drammatiche conseguenze sono state emanate le prime raccomandazioni di carattere igienicosanitario per prevenire i possibili contagi". Marcello Marighelli, Garante delle persone private della libertà personale, è intervenuto in mattinata all'iniziativa "Carcere, Covid-19 e Comunità" promossa dall'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII per approfondire la situazione degli istituti penitenziari della nostra regione in relazione all'emergenza sanitaria.
"Si è palesato il paradosso del distanziamento tra le persone nel carcere, della promiscuità, dell'uso delle mascherine, del frequente lavaggio delle mani, dell'uso dei disinfettanti nel carcere, della penuria di tutto e delle docce e dei servizi igienici inadeguati", ha poi proseguito il Garante.
Al 31 dicembre 2019 i detenuti presenti nelle carceri emiliano romagnole erano 3.834 e grazie al grande lavoro della magistratura di sorveglianza al 31 dicembre 2020 sono scesi a 3.139. L'emergenza però non è affatto finita, ancora una volta il carcere si sta chiudendo alla presenza della comunità esterna, anche la mobilità dei detenuti all'interno per svolgere attività, scuola, sport è difficoltosa e limitata. l'articolo 27 della Costituzione rischia uno stato di "sospensione" per quanto riguarda il senso rieducativo del carcere.
Cosa potrebbe sostituire il carcere? "Un maggior ricorso alla misura alternativa, una misura parallela al carcere, certamente - ha concluso il Garante -non premiale ma fatta comunque di rinunce e impegno, una misura che, come la detenzione, va nella direzione dell'estinzione della colpa ma può aiutare il detenuto a iniziare il suo percorso di reinserimento nella società e attenuare il rischio di recidiva. L'esperienza ci insegna che se la comunità funziona e opera su principi condivisi che portano tutti a lavorare insieme e ognuno si sente parte attiva il cambiamento è possibile e il diritto alla speranza si realizza". Sulla pagina Facebook dell'associazione (https://it-it.facebook.com/apg23) è disponibile la registrazione dell'evento.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 26 febbraio 2021
Non si tratta di abuso dei mezzi di correzione in quanto le botte e il sistematico clima di paura non rientrano nell'educazione. L'uso della violenza verso i figli conduce diretti all'imputazione per maltrattamenti in famiglia in danno di minori e non alla fattispecie tra virgolette meno grave dell'abuso dei mezzi di correzione. Infatti, la violenza non è contemplata tra i metodi educativi leciti. Così la Corte di cassazione, con la sentenza n. 7518/2021, ha confermato la condanna di entrambi i genitori per il reato di maltrattamenti in danno della figlia dodicenne e di riflesso nei confronti della più piccola di tre anni, che assisteva al clima di paura e violenze riparandosi dietro la figura della sorella "più grande".
Il contesto famigliare era connotato da disagi sociali gravi dovuti in primis allo stato di alcolismo del padre e alle cattive condizioni di salute della madre. Il punto centrale della difesa dei due ricorrenti sta nel puntare il dito contro la capacità di testimoniare della loro figlia dodicenne e la sua attendibilità. In pratica una palese richiesta di riconsiderare nel merito la vicenda, ciò che non può avvenire in sede di legittimità. La Cassazione ha comunque fatto rilevare che l'attendibilità della testimonianza della ragazzina era semmai supportata e non smentita dal fatto che ella avesse riportato anche fatti non negativi sulla condotta dei genitori.
E con lo stesso argomento la Cassazione chiarisce che, dove la bambina ha dimostrato di comprendere lo stato di difficoltà in cui si trovavano i propri genitori, non viene meno la veridicità delle accuse di violenza contenute nella sua testimonianza, anzi ciò dimostrerebbe l'equilibrio emotivo e quindi l'attendibilità della piccola testimone. Dal narrato riportato nella sentenza emerge un atteggiamento di duro regime verso la bambina cui non sarebbero stati concessi i giusti tempi di svago e di serenità a fronte della prospettazione genitoriale di un suo obbligo quotidiano di occuparsi della casa e della sorella minore a meno di venire punita o malmenata.
La vicenda prende luce dalle confidenze fatte dalla bambina alla propria insegnante. E anche sul punto la Cassazione contrasta il ricorso che voleva far rilevare discrepanze tra tali confidenze e quanto dichiarato in sede di incidente probatorio: un narrato praticamente sovrapponibile, a meno di poche irrilevanti differenze. Lo stesso discorso per le altre testimonianze, non oculari, dove tra la conferma delle accuse vi erano anche passaggi favorevoli al giudizio sugli imputati. Ma senza che venisse meno l'accertamento del reato.
di Olga Beha
deanotizie.it, 26 febbraio 2021
Al via il quarto appuntamento culturale dal titolo "Leggere Dentro" promosso da AIB Campania, nell'ambito di "Parole in Circolazione. LiberiAmo la cultura", l'iniziativa di bookcrossing a favore della promozione alla lettura diventata negli ultimi mesi una agorà virtuale per una condivisione sui temi legati alla valorizzazione bibliotecaria in tutti i suoi aspetti. Oggi venerdì 26 febbraio dalle ore 18:00 in diretta streaming sulla pagina Facebook di "Parole in Circolazione" interverranno importanti ospiti: il dr. Samuele Ciambriello - Garante dei diritti dei detenuti della Regione Campania; la dr.ssa Francesca Cadeddu Concas - Associazione Italiana Biblioteche - già membro del comitato esecutivo nazionale e referente del gruppo di studio #AIB per le Biblioteche carcerarie e la
Dott.ssa Cinzia Rosaria Baldi, Psicologa Età Evolutiva. Ad accompagnare i lavori la Dott.ssa Maria Pia Cacace, Bibliotecaria e Presidente di AibCampania, che ha posto in essere una convenzione per le Biblioteche del Polo Carcerario della Regione Campania. Si tratta all'incirca di 18 istituti penitenziari sparsi per il territorio che saranno al centro di un'azione volta ad attivare spazi di lettura e biblioteche in ogni istituto e, laddove sia possibile, metterle in rete.
"L'obiettivo si evince dal tema della discussione "Leggere Dentro" - dichiara Maria Pia Cacace - per creare forme di reinserimento sociale puntando sulla formazione dei detenuti, e offrendo loro nuovi stimoli e nuove prospettive. La lettura si riscopre dall'interno e all'interno di un circuito virtuoso come uno strumento cardine per attivare in uno spazio di reclusione percorsi ed incontri culturali, occasioni di dialogo e confronto, momenti di crescita interpersonale e, soprattutto, diventa asset di riabilitazione sociale. La discussione nello specifico sarà affrontata da Samuele Ciambriello, Garante delle persone private della libertà per la Regione Campania.
di Andrea Gianni
Il Giorno, 26 febbraio 2021
Pene fra 4 mesi e 2 anni e mezzo: disordini scoppiati a Opera dopo la sospensione dei colloqui. Sono arrivate le prime sentenze, nella serie di procedimenti aperti dopo le rivolte scoppiate nella prima fase dell'emergenza sanitaria nelle carceri lombarde, sfociate in disordini e devastazioni. Dodici condanne con rito abbreviato e cinque patteggiamenti. Pene comprese fra 4 mesi e 2 anni e 6 mesi di reclusione per i 17 imputati, nel marzo scorso detenuti nel carcere di Opera, accusati a vario titolo di resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e incendio.
Lo ha deciso il gup di Milano Daniela Cardamone, a seguito dell'inchiesta coordinata dal capo del pool antiterrorismo milanese Alberto Nobili e dal pm Enrico Pavone. Il giudice ha anche mandato a processo altri quattro detenuti con prima udienza fissata per l'11 maggio. Le indagini, condotte dalla polizia penitenziaria, avevano portato inizialmente a 92 denunce e, dopo la chiusura delle indagini a luglio scorso, era arrivata la richiesta di processo per 22 (una posizione è stata poi stralciata).
Tra le contestazioni a carico di alcuni detenuti anche quelle di aver tentato "di sfondare" un cancello di una sezione del carcere e di aver minacciato "di morte" alcuni agenti della polizia penitenziaria. E i detenuti il 9 marzo avrebbero anche provocato "un incendio" dando fuoco a materassi, distruggendo sedie e tavoli. In quei giorni di emergenza Covid varie rivolte erano scoppiate in diverse carceri italiane. Sono stati condannati a pene tra un anno e 8 mesi e 2 anni e mezzo i tre imputati accusati anche di incendio, mentre per gli altri pene tra 1 anno e 2 mesi e 1 anno e 1 mese e 4 mesi per il detenuto imputato solo per danneggiamento.
Il Giornale, 26 febbraio 2021
La piattaforma di "Triennale Upside Down" accende i riflettori oggi sul carcere di San Vittore, con uno "spazio alla bellezza". Alle 18.30 sul sito e sul canale You Tube di Triennale Milano, l'incontro online racconterà l'avanzamento del concorso d'idee San Vittore, spazio alla bellezza promosso a dicembre 2020 da Triennale e dalla Casa Circondariale San Vittore, con il coinvolgimento di Fondazione Maimeri e con il supporto di Shifton e dell'Associazione Amici della Nave.
Stefano Boeri, Giacinto Siciliano, Direttore della Casa Circondariale, Lorenza Baroncelli, Direttore artistico di Triennale Milano, e Emanuel Ingrao, Founder e Cco di Shifton, discuteranno di come è nato il progetto e delle fasi che verranno sviluppate nei prossimi mesi. Durante l'incontro verranno inoltre illustrati i dati emersi dalla ricerca sul campo realizzata da Fondazione Maimeri, Shifton e Associazione Amici della Nave che ha permesso di individuare i bisogni della Casa Circondariale, intercettando nuove esigenze per poi immaginare le funzionalità da destinare agli spazi da riprogettare. Il concorso, rivolto a progettisti, architetti, designer, urbanisti, è stato aperto per promuovere una nuova concezione di casa circondariale attraverso la riprogettazione di alcuni spazi del carcere, per cambiarne la percezione e migliorarne la funzionalità.
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