girwebtv.it, 25 febbraio 2021
Si chiama "Ri-uscire" il progetto di inclusione sociale per detenuti presentato questa mattina dal parroco del Duomo don Emanuele Ferro, dall'Ufficio Esecuzione Penale Esterna (UEPE) di Taranto, dall'amministrazione Melucci con gli assessori Gabriella Ficocelli (Welfare), Fabrizio Manzulli (Sviluppo Economico, Marketing Territoriale e Turismo) e Paolo Castronovi (Ambiente e Società Partecipate), e da Kyma Ambiente. Il progetto intende dare una nuova opportunità a dieci detenuti, consentendo loro di scontare il debito con la giustizia attraverso misure alternative alla detenzione. Ognuno si occuperà del decoro e della pulizia di una chiesa della Città Vecchia, dintorni compresi, e aiuterà i cittadini più fragili nella gestione della raccolta differenziata. Kyma Ambiente ha messo a loro disposizione anche un proprio deposito.
"Siamo contenti di affiancare don Emanuele Ferro in questo progetto - ha dichiarato l'assessore Castronovi -, che corrisponde all'idea di rivitalizzazione che abbiamo per la Città Vecchia". "Abbiamo avviato questo progetto sfruttando alcune risorse del Comune di Taranto per i Servizi Sociali - ha commentato l'assessore Ficocelli - e siamo davvero felici per questi ragazzi". "Riteniamo che sia fondamentale coinvolgere i residenti in questo processo di crescita culturale - ha evidenziato l'assessore Manzulli - e sono contento che siano questi ragazzi a dare l'esempio".
frosinonetoday.it, 25 febbraio 2021
Una volta terminati verranno portati nelle cappelle delle carceri italiane. Ha avuto inizio qualche giorno fa nel carcere di Paliano, nel nord della provincia di Frosinone il progetto artistico formativo dal titolo "La luce della libertà" con il quale verranno realizzati ceri pasquali dipinti dai detenuti per le cappelle delle carceri italiane.
Iniziativa dell'Ufficio Ispettorato dei cappellani delle carceri italiane in collaborazione dell'associazione Liberi nell'arte (affiliato Acli del Molise) e dell'Associazione Caritas Regina Pacis. L'iniziativa si svolgerà presso la Casa di Reclusione di Paliano (Fr). I ceri, si legge in un comunicato, verranno dipinti interamente a mano da alcuni detenuti del carcere di Paliano che frequenteranno un corso di formazione guidati da un maestro d'arte figurativa.
"Sarà un cammino di reinserimento e di "Luce" - afferma don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei Cappellani e ideatore del progetto - con lo scopo di indicare la strada e annunciare ai detenuti dentro le mura di un carcere, che il Cristo Risorto ha spezzato le catene della schiavitù, ha liberato l'uomo dal suo male, ha rialzato chi è caduto, ha ridonato Misericordia e Tenerezza all'umanità avvolta nelle tenebre. Anche in questo tempo di pandemia, di distanziamento e di solitudine - soggiunge il Capo dei Cappellani - non possiamo ignorare un mondo nascosto e sofferente, dove le persone che hanno sbagliato, stanno pagando il loro errore con la restituzione della pena. Il mondo ha bisogno di essere più umano, libero da pregiudizi che uccidono la speranza e il futuro di uomini già emarginati e macchiati dal reato commesso".
Il percorso di formazione "La luce nella libertà" vedrà, perciò, impegnati i detenuti del carcere di Paliano in attività artistico manipolativo "per perseguire finalità di reinserimento, ma anche come esempio concreto per rilanciare un appello alla giustizia, che non deve essere solo punitiva ma anche capace di sanare le ferite e di colmare il vuoto di tante vittime della società".
L'avvio del progetto artistico formativo, infine, è anche occasione per augurare, da parte dei 230 cappellani, al nuovo Governo, guidato da Mario Draghi, il cammino di rinascita dentro il "sistema di insicurezza sociale per migliorare la condizione delle carceri" da lui indicata. Al nuovo ministro della Giustizia, Marta Cartabia "giunga l'augurio per un appassionato lavoro Istituzionale e di collaborazione". Al Provveditorato del Lazio- Abruzzo -Molise e alla Direzione del Carcere di Paliano vanno i ringraziamenti per aver sostenuto e promosso il progetto.
agensir.it, 25 febbraio 2021
Covid-19 e carcere: una emergenza nell'emergenza. Mentre le varianti del coronavirus mettono a dura prova il piano di contenimento e di cura della pandemia, oltre 53 mila persone vivono rinchiuse nelle carceri italiane in condizioni di promiscuità: un rischio enorme per loro, per i familiari, per il personale che lavora negli istituti penitenziari.
Nell'ottica proposta dal neo-presidente del Consiglio Mario Draghi di "trasformare la crisi della pandemia in opportunità", la Comunità Papa Giovanni XXIII ha organizzato per giovedì 25 febbraio alle 10:30 un seminario dal tema "Carcere, Covid-19 e Comunità" che potrà essere seguito sulla pagina Facebook della Papa Giovanni o sul sito www.apg23.org/it/lifeapg23tv/.
Obiettivo, spiegano gli organizzatori, "cogliere gli elementi di crisi del sistema attuale e offrire valide proposte alternative da sottoporre al nuovo Governo". Il confronto prevede gli interventi di Riccardo Turrini Vita, direttore generale della formazione (Dap); Giovanni Paolo Ramonda, presidente Comunità Papa Giovanni XXIII; Patrizio Gonnella, presidente Associazione Antigone; Alfredo Bazoli, deputato Commissione giustizia; Marcello Marighelli, garante dell'Emilia Romagna delle persone private della libertà personale; Bartolomeo Barberis, responsabile Comunità terapeutiche della Giovanni XXIII. Al termine un "question time" con il giornalista di Avvenire Pino Ciociola.
Nel corso dell'incontro Giorgio Pieri, autore del libro "Carcere, l'alternativa è possibile" porterà una testimonianza sul funzionamento delle Comunità educanti con i carcerati (Cec). "Il carcere attuale è superato - afferma -. Oltre a essere pericoloso per la pandemia, non funziona nel suo scopo rieducativo dato che ogni 1000 persone che terminano la pena, in media 750 tornano a commettere reati spesso peggiori.
Nelle comunità invece i delinquenti si pentono davvero e quando escono, tranne una minoranza che non supera il 15%, sono persone nuove, non più un problema ma una risorsa per la società". "Per affrontare l'emergenza Covid - conclude - lo stato è disposto a finanziare l'accoglienza in comunità. È una bellissima notizia. Purtroppo pur avendo molte associazioni dato la propria disponibilità, molte comunità restano vuote; sono stati occupati meno di un quarto dei posti disponibili".
recensione di Alessio Zamboni
semprenews.it, 25 febbraio 2021
Lo Stato italiano mantiene un sistema costoso e inutile. Un libro spiega perché e propone una soluzione. Oltre 52 mila persone vivono nelle carceri italiane. Quando terminano la pena, 3 su 4 tornano a commettere reati anche peggiori. Giorgio Pieri ci fa entrare con lui oltre le sbarre, evidenzia le contraddizioni del sistema attuale, ci dimostra che una soluzione esiste e funziona.
A cosa serve il carcere? A rieducare chi è stato condannato per aver commesso un reato, dice la Costituzione all'articolo 27. A proteggere i cittadini onesti dai delinquenti, è il sentire comune.
In entrambi gli aspetti il carcere è in realtà un vero fallimento: si stima che circa il 75 per cento di chi oggi esce di galera dopo aver scontato la pena torni a commettere reati, spesso perfino più gravi di quelli per cui era stato incriminato. Una vera scuola del crimine finanziata dallo Stato. Con l'aggravante di alcune situazioni assurde, come la pratica di incarcerare i bambini con le loro madri.
Giorgio Pieri, riminese, laureato in Scienze Biologiche, diplomato in Erboristeria e in Scienze Religiose, con il carcere ha un rapporto particolare: da 25 anni, seguendo l'esempio di don Oreste Benzi, va a incontrare i detenuti oltre le sbarre. Un'esperienza che gli ha permesso di scoprire un mondo nascosto, pieno di contraddizioni e di assurdità. Ha quindi cercato delle risposte a tanti perché, e, con la Comunità Papa Giovanni XXIII di cui fa parte, ha sperimentato delle soluzioni.
Ora tutto questo lo racconta nel libro "Carcere, l'alternativa è possibile" (Sempre Editore), disponibile nelle librerie fisiche e on line dal 18 febbraio. L'autore ci fa oltrepassare con lui i cancelli degli istituti di pena rivelandoci cosa succede davvero oltre le sbarre, raccontandoci le storie di alcune delle persone incontrate, mettendo in evidenza elementi che fanno emergere come questo sistema sia inutile, costoso e perfino dannoso.
Ma allo stesso tempo ci dimostra che un'alternativa c'è e funziona: nelle Comunità Educanti con i Carcerati - ispirate al modello APAC brasiliano - il delinquente fa un vero percorso di consapevolezza del proprio errore e di rinascita, per cui alla fine è una persona nuova. Non più un pericolo ma una risorsa per la società. Se la ricetta funziona, viene da chiedersi, perché non modificare l'intero sistema?
Chiude il libro una serie di interviste in cui l'autore interpella esponenti del no profit e delle istituzioni su alcuni temi cruciali: il carcere per i minorenni, i bambini piccoli incarcerati con le loro madri, l'ergastolo ostativo, i diritti delle persone detenute, l'esperienza brasiliana dell'Apac, il ruolo della Chiesa, l'esperienza di chi accoglie i detenuti in famiglia. Un libro indispensabile per chi si occupa di queste tematiche sociali, ma utile per tutti in quanto affronta temi come il perdono, la riconciliazione, il pregiudizio, la relazione con chi, per qualche motivo, si trova ai margini della comunità civile ed ecclesiale.
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 25 febbraio 2021
In certe circostanze l'aggressività può anche tradursi in violenza fisica. In ogni caso, può innescarla e alimentarla. L'aggressione verbale di un professore universitario nei confronti di Giorgia Meloni, con connesso linguaggio da trivio, ci ricorda che la politica, oltre a un lato chiaro e pulito, ha anche un lato oscuro. Tenuto conto dei termini usati e dato che l'insultata è una donna, si può anche ritenere l'aggressione a Meloni un caso di sessismo. Ma sicuramente c'è dell'altro, di stretta attinenza con la politica.
Escludendo tanto i professionisti, coloro che se ne occupano per mestiere, quanto i tantissimi che le prestano poca o nessuna attenzione, ciò che resta è una minoranza di cittadini che si interessa alla politica amatorialmente ma in modo continuo. Questa minoranza va divisa in due categorie. C'è la categoria di quelli che manifestano per la politica un interesse sano, non viziato da morbosità o da turbe di alcun genere. Sono coloro che, legittimamente, si sforzano di comprendere se e come la politica possa avere un influsso, positivo o negativo, sul loro Paese, su loro stessi, sui loro figli.
Hanno ovviamente simpatie e antipatie partitiche o ideologiche. Apprezzano quello e detestano quell'altro. In ciò non c'è nulla da eccepire. C'è però anche una seconda categoria di persone che si interessa alla politica. Ne fanno parte individui, diciamo così, problematici. Sono coloro che usano la violenza verbale contro quelli che ritengono propri nemici politici. Sono gli odiatori in servizio permanente. Rappresentano il lato oscuro della politica. La loro aggressività, in certe circostanze, può anche tradursi in violenza fisica. In ogni caso, può innescarla e alimentarla. È questo il "vivaio" che fornisce la manovalanza che entra in azione tutte le volte che la politica attraversa una fase di forte turbolenza.
Si noti che, talvolta, ci si può anche imbattere in persone che all'inizio danno l'impressione di essere normalissime. Poi, a un certo punto, ti accorgi che c'è qualcosa che non va, il loro cervello, che sembrava ben funzionante, va in tilt appena si mettono a parlare di politica. Ricordo un tale, ad esempio, apparentemente sano di mente, che, alla fine degli anni Novanta, affermava che per lui tutti gli elettori di Forza Italia (stava parlando di milioni di persone) erano dei delinquenti e dei depravati. Egli era uguale in tutto e per tutto ad altri che, ai tempi della Guerra fredda, consideravano farabutti e assassini gli elettori del Partito comunista. Diciamo, per lo meno, che esistono casi borderline (non mi riferisco allo specifico disturbo così chiamato), persone a cavallo fra la categoria dei sani e quella degli insani.
La domanda sbagliata da porsi sarebbe: perché la politica esercita effetti così negativi sulla mente di certe persone? La domanda giusta è un'altra: che cosa c'è nella politica che attira irresistibilmente l'attenzione e l'interesse di persone sul cui equilibrio mentale è lecito avere forti dubbi? Ciò che le attira, plausibilmente, è una particolare "qualità" della politica, una qualità che la distingue da altre attività umane. Essa offre alle persone la possibilità di scegliersi una qualsivoglia "nobile causa" il cui perseguimento legittimi ai loro occhi, ma anche di altri che le osservano, l'adozione di comportamenti aggressivi.
In questo simile a certe religioni, la politica ha la caratteristica di permettere alle persone di trasformare le proprie frustrazioni private in violenza contro gli altri nascondendone a se stessi (è una forma di auto-inganno) i veri motivi. Prendete un individuo molto frustrato a causa di vicende private. Se potesse scaricherebbe la frustrazione accumulata prendendo a schiaffi il primo che capita o ricoprendolo di insulti. Ma, in tal caso, non potrebbe giustificare in alcun modo, né davanti a se stesso né davanti agli altri, il proprio comportamento.
Ma se ci mette di mezzo la politica, tutto cambia. Egli potrà accampare nobili ragioni per giustificare se stesso: "Aggredisco il tale non perché mi fa stare meglio scaricare la mia aggressività su altri, ma perché lui, o lei, come dimostra la sua attività politica, è il diavolo, il male assoluto, eccetera". Aggredisse un passante incorrerebbe nella riprovazione generale. Ma prendendosela con il tal politico, e raccontando a se stesso e agli altri che lo fa per ottimi motivi, può contare, per lo meno, sulla solidarietà di quelli come lui, di quelli che gli assomigliano. Quella solidarietà, spesso, lo rende forte e sicuro di sé.
Da quanto sopra detto discendono varie conseguenze. Ne cito due. In primo luogo, in contesti politici con forti divisioni, ad elevata temperatura ideologica (l'Italia), persone come quelle sopra indicate apprezzano della politica soprattutto le posizioni più estremiste. Sia chiaro: non bisogna affatto pensare che tutti gli estremisti appartengano al club dei frustrati. Alcuni scelgono posizioni estreme per calcolo razionale. Altri però trovano nell'estremismo (di qualsiasi colore) un mezzo per dare sfogo all'aggressività.
La seconda considerazione è che spesso la "violenza paga": i frustrati violenti hanno l'aria di essere pericolosi e molti, per paura o per quieto vivere, finiscono per assecondarli. Per fare un solo esempio, si pensi all'arrendevolezza di varie autorità, al momento soprattutto anglosassoni, di fronte alla protervia di quelli che pretendono di riscrivere la storia eliminando statue, cambiando i nomi di Università, eccetera. In molte occasioni, paga, eccome, essere verbalmente violenti. E paga ancor di più dare l'impressione di essere pronti a esercitare la violenza fisica.
La politica ha molti aspetti. Talvolta, è in grado di trasformare "vizi privati" in "pubbliche virtù": una combinazione di atteggiamenti spregiudicati e di ambizione smodata potrebbe fare di una persona un grande criminale ma se egli si dedicasse alla politica forse diventerebbe uno statista di alto rango, capace di fare cose buone per il suo Paese. Non sempre va così. Talvolta, dai vizi privati germogliano solo vizi pubblici.
di Michele Passione
Ristretti Orizzonti, 25 febbraio 2021
1997; invitato a parlare a un convegno su Le migrazioni del terzo millennio, Umberto Eco disse che "noi oggi, dopo un XIX secolo pieno di immigranti, ci troviamo di fronte a fenomeni incerti. Oggi, in un clima di grande mobilità, è molto difficile dire se certi fenomeni sono di immigrazione o di migrazione [...] le immigrazioni sono controllabili politicamente, le migrazioni no; sono come i fenomeni naturali [...] i fenomeni che l'Europa cerca ancora di affrontare come casi di immigrazione sono invece casi di migrazione. Il Terzo Mondo sta bussando alle porte dell'Europa, e vi entra anche se l'Europa non è d'accordo [...] se vi piace, sarà così, e se non vi piace sarà così lo stesso".
Sono passati ventiquattro anni da allora, Umberto Eco non c'è più: lo Stato (e l'Unione
europea) non sembra(no) aver preso sul serio le osservazioni del semiologo piemontese, e ancora si ostina(no) a rispondere con ciabatte e manganelli, per citare l'incipit di un bel libro di Maurizio Veglio (La malapena), uscito in questi giorni.
Li vedo i migranti, mentre l'estate attraverso a piedi il confine tra Piemonte e Francia, dove sono nato, dove ogni anno incontro boschi di larici e dove poi anche la vegetazione si fa più rada, quando si sale di quota; li vedevo anche d'inverno, quando ancora si poteva sciare, mentre in ciabatte (di nuovo loro) affondavano furtivi nella neve, e spesso ci crepavano. A volte qualcuno li aiuta, in altri casi c'è chi avvisa la gendarmerie.
La rotta alpina, quella che separa Claviere (ultimo Comune italiano prima del confine) da Briançon, attraverso il passo del Monginevro. Ne ha scritto Maurizio Pagliassotti nel 2019 (Ancora dodici chilometri); un libro necessario.
Conosciamo i nomi di chi negli anni si è dato da fare, ha scritto o ha fatto; uno che non si è fermato mai si chiama Cédric Herrou, agricoltore che ha fatto a spallate con l'(in)giustizia francese. Nel 2018 il Conseil constitutionnel ha escluso l'applicabilità di disposizioni del Ceseda nel caso di atti compiuti per fini umanitari e disinteressati. Proprio qui su Ristretti a luglio di quell'anno un bel documento dell'UCPI ricordò quel caso, il ruolo delle Corti costituzionali per la difesa dei Diritti, non solo del Diritto, gli opportuni distinguo eurounitari tra soccorso, assistenza e favoreggiamento. All'epoca, il Ministro dell'Interno era Matteo Salvini.
Dicembre 2018, in sala (ancora si andava al cinema) esce Dove bisogna stare, uno straordinario docufilm di Daniele Gaglianone, che attraverso le testimonianze di donne (anticonfine per eccellenza e costituzione), diverse per età e percorsi di vita, ci mostra il volto di un Paese che non si gira dall'altra parte, e praticando (non solo predicando) solidarietà prova ad affrontare i tanti problemi che un fenomeno come la migrazione produce.
In quella storia, bellissima, ci sono anche Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, marito e moglie; lui ha 84 anni, è un ex insegnate di filosofia, lei ne ha 67, ed è psicoterapeuta. Sono i fondatori della Linea d'Ombra Odv, associazione triestina nata nel settembre 2019 per aiutare i migranti della rotta balcanica e portare aiuti ogni mese anche in Bosnia.
E siamo all'oggi. All'alba del 23 febbraio la Digos triestina perquisisce l'abitazione della coppia, sequestrando telefoni, computer, e documentazione della Onlus; contemporaneamente, vengono eseguiti numerosi arresti, a carico di cittadini stranieri. Per quanto si legge dalle pagine de Il Piccolo, si procederebbe per associazione finalizzata al favoreggiamento a fine di lucro dell'immigrazione clandestina.
Non conosco le carte, e mi guardo bene dal dire, ma alcune osservazioni possono farsi, sul metodo.
La prima; in tempo di notte si fanno gli arresti (si pensa che serva ad impedire la fuga...); ma se non si procede in tal senso, era necessario agire così per due persone anziane e del posto, che certamente non sarebbero fuggite, e che tutto quel che fanno promuovono e rendono pubblico?
Ed ancora (e ancor più grave), leggiamo sul giornale triestino un virgolettato del Procuratore De Nicolo, che speriamo smentisca, secondo cui "la Procura criminalizza i comportamenti che rivestono reato, cioè il favoreggiamento all'immigrazione clandestina con finalità di lucro. Se tra gli indagati c'è chi dimostrerà che ha operato non a scopo di lucro, ma umanitario, e non sapeva che dietro al proprio lavoro volontario di assistenza filantropica si svolgevano attività illecite la posizione sarà ovviamente archiviata".
Così, par di capire, si usa un mezzo di ricerca della prova onerando gli indagati di dimostrare
la loro estraneità agli addebiti provvisori, che pure si ipotizzano nei loro confronti.
Forse la Corte EDU potrà dire qualcosa; intanto lo diciamo noi. Nessuno dubita della possibilità di utilizzo dello strumento, legalmente previsto, ma forse l'ingerenza nella vita privata degli indagati non era davvero in questo caso necessaria in una Società democratica, per usare le parole del giudice alsaziano; senza forse, invertire l'onere probatorio è semplicemente contrario alle regole processuali, giacché così si sovverte l'assiologia del sistema su cui si regge il codice di rito e, ancor prima, il precetto costituzionale di cui all'art.27, comma 2.
Allora stiamo dove bisogna stare, foss'anche in minoranza, e pazienza se qualcuno se ne avrà a male.
Del resto anche Giorgia Meloni (non esattamente una fan di chi assiste gli immigrati, ma molto di moda di questi tempi), citando Brecht, ha di recente giustificato la sua scelta politica controcorrente al mainstream, affermando che "ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati"; con la speranza che ci siano ancora sedie vuote e libere, dove appoggiare il Diritto e i Diritti, sappiamo andare controcorrente, anche se qualcuno suona all'alba alla porta di casa.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 25 febbraio 2021
La tragedia sabato scorso. Il gommone trasportava 120 persone. Tra i dispersi anche tre bambini e quattro donne, una delle quali incinta. Dall'inizio dell'anno le vittime sono state 160. Il Mediterraneo si conferma sempre più come una fossa comune per i disperati che tentano di attraversarlo per raggiungere l'Europa. Le ultime vittime, 41, sono di sabato scorso e di loro si è saputo solo grazie alle testimonianze raccolte dai funzionari dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) che si trovavano a Porto Empedocle per attendere 77 migranti che si trovavano sul mercantile Von Triton. Tra i sopravvissuti anche il corpo senza vita di una delle vittime del naufragio. "Salvare la vita di rifugiati e migranti alla deriva nel Mediterraneo deve tornare a essere una priorità dell'Unione europea e della comunità internazionale", hanno chiesto ieri, in un appello comune, Unhcr e l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim).
L'imbarcazione della quale no si hanno più notizie era partita giovedì scorso, 18 febbraio, dalla Libia con a bordo 120 persone tra le quali sei donne, una incinta, e quattro bambini. "Dopo circa 15 ore il gommone ha cominciato ad imbarcare acqua e le persone a bordo hanno provato in ogni modo a chiedere soccorso. In quelle ore, sei persone sono morte cadendo in acqua mentre altre due, avendo avvistato un'imbarcazione in lontananza hanno provato a raggiungerla a nuoto, annegando", spiegano Unhcr e Oim. "Dopo circa tre ore la Vos Triton si è avvicinata per effettuare un salvataggio ma nella difficile e delicata operazione moltissime persone hanno perso la vita in mare. Solo un corpo è stato recuperato. Fra i dispersi ci sarebbero, 3 bambini e 4 donne, di cui una lascia un neonato attualmente accolto a Lampedusa".
Dall'inizio dell'anno sono già 160 le persone che hanno perso la vita nel mediterraneo centrale, che con quella delle Canarie è una delle rotte più pericolose al mondo, ma sono decine di migliaia quelle che sono vittime della violenza delle milizie. Secondo i dati dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati, infatti, su un totale di oltre 3.800 persone arrivate in Italia via mare dal 1 gennaio al 21 febbraio, 2.527 sono partite dalle coste libiche.
A queste vanno aggiunte oltre 3.580 persone che nello steso periodo per l'Oim sono state intercettate in mare e riportate in Libia, dove - costrette a subire una condizione di detenzione arbitraria - corrono il rischio di diventare vittime di abusi, violenze e gravi violazioni di diritti umani.
"La Libia non è da considerarsi un porto sicuro e deve essere fatto ogni sforzo affinché le persone recuperate in mare non vi vengano riportate", hanno ribadito anche ieri le due organizzazioni delle Nazioni unite. "In linea con gli obblighi internazionali il dovere di salvare persone alla deriva in mare deve sempre essere rispettato, indipendentemente dalla loro nazionalità e dello status giuridico".
"Il fatto che rifugiati e migranti continuino nel tentativo disperato di raggiungere l'Europa attraverso il Mediterraneo centrale è la riprova della necessità di uno sforzo internazionale immediato per offrire ad essi alternative valide", hanno aggiunto Oim e Unhcr. Che poi hanno concluso: "Le soluzioni ci sono, ciò che serve è un cambio di passo per rafforzare l'accesso all'istruzione e per aumentare i mezzi di sostentamento disponibili nei Paesi lungo la rotta".
Un appello alle "autorità nazionali e sovranazionali" perché vengano riattivati i soccorsi nel mediterraneo è stata lanciato anche dal Centro Astalli: "Non soccorrere i naufraghi e rimandare i migranti in Libia - ha ricordato il centro - è contrario alle convenzioni internazionali in vigore in tutti i paesi Ue oltre che ai basilari principi di umana solidarietà".
di Tonia Mastrobuoni
La Repubblica, 25 febbraio 2021
Quattro anni e mezzo di carcere per Eyad al-Gharib. Il tribunale di Coblenza lo ha riconosciuto colpevole di complicità in crimini contro l'umanità. È il primo procedimento al mondo sui misfatti del regime di Damasco. Quattro anni e mezzo per essere stato complice nelle sistematiche torture del regime siriano: Eyad al-Gharib non era solo una rotella nel sadico ingranaggio della dittatura di Bashar al-Assad, un agnellino che commetteva atrocità perché costretto, come aveva tentato di dimostrare la difesa. La Corte regionale di Coblenza lo ritiene colpevole e lo ha condannato per complicità nei crimini contro l'umanità. La procura aveva chiesto cinque anni e mezzo; la difesa, l'assoluzione.
Il verdetto è storico: la Germania è il primo Paese ad assumersi il compito di processare gli aguzzini di Assad. In mancanza di un Tribunale internazionale che giudichi anni di prigioni segrete, di sistematiche sevizie e persecuzioni, è a Coblenza che si tiene in questi mesi una Norimberga della Siria. Un procedimento unico al mondo che, forte della legge sulla giurisdizione universale, sta cercando di mettere alla sbarra alcuni uomini dei servizi che si macchiarono di crimini indicibili. E di mandare un segnale chiaro ai tanti torturatori e assassini che negli anni scorsi cercarono riparo in Europa e in Germania, mescolati tra i profughi.
La sentenza si è concentrata in particolare su un giorno dell'autunno del 2011, quando migliaia di persone manifestano a Douma contro il regime. Hafez Makhlouf, capo della famigerata sezione 40 dei servizi segreti e cugino di Assad, monta in macchina e spara raffiche di mitra sulla folla. Almeno tre persone muoiono sul colpo, altre due più tardi, per le ferite. Trenta manifestanti vengono arrestati, ed Eyad al-Gharib, che lavora per Makhlouf, è sul mezzo di trasporto con cui vengono trasferiti nelle carceri segrete dei servizi e dove vengono già picchiati. Un antipasto delle torture con bastoni, elettroshock e altre atrocità che subiranno più tardi. Al-Gharib, secondo l'accusa e secondo la corte di Coblenza sapeva, era complice. Il processo di Coblenza prosegue, ora, contro l'accusato principale, Anwar R., un ex capo dei servizi accusato di 58 omicidi avvenuti in una prigione segreta di Damasco dove furono torturati almeno 4.000 oppositori tra il 2011 e il 2012.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 25 febbraio 2021
Una famiglia sterminata nel 2016 da un ordigno prodotto a Domusnovas, il gip di Roma rigetta l'archiviazione per l'azienda sarda e l'Autorità della Farnesina. I nuovi dati: 233mila vittime di guerra, 83 miliardi in armi dall'Europa all'Arabia saudita. L'8 ottobre 2016 gli yemeniti sapevano già riconoscere il fischio delle bombe sganciate da un caccia. Era trascorso ormai un anno e mezzo dall'inizio dell'operazione a guida saudita contro lo Yemen. L'avevano ribattezzata "Tempesta decisiva", si aspettavano una guerra lampo, ma Riyadh e i suoi alleati (dagli Emirati all'Egitto) hanno trovato - così dicono in tanti - il loro Vietnam.
Quel giorno, alle 3 di notte, il villaggio di Deir Al-Hajari, nel nord-ovest del paese, vide cadersi sopra le bombe sganciate da un caccia saudita. Una casa rasa al suolo, una famiglia sterminata: la madre incinta, il padre e i quattro figli. Sul luogo della strage di civili (testimoni raccontarono che vicino non c'erano postazioni militari dei ribelli Houthi), furono trovati resti di una bomba prodotta negli stabilimenti di Rwm Italia, la filiale sarda della tedesca Rheinmetall, riconoscibile dal numero di serie. Quella bomba, come tantissime altre prima e dopo, era stata venduta da Rwm all'Arabia saudita grazie a una licenza concessa dal governo italiano, tramite Uama, l'Autorità nazionale per l'esportazione di armamenti.
Per questo tre organizzazioni (Ecchr - Centro europeo per i diritti costituzionali e umani, Rete italiana Pace e Disarmo e la ong yemenita Mwatana) nell'aprile 2018 avevano presentato denuncia alla Procura di Roma perché indagasse le responsabilità dell'azienda di Domusnovas e i vertici di Uama. Un anno e mezzo dopo, nell'ottobre 2019, la Procura aveva chiesto l'archiviazione, una decisione appellata dalle tre organizzazioni.
E ora è arrivata la risposta: il giudice per le indagini preliminari ha rigettato l'archiviazione, la Procura dovrà continuare a indagare penalmente Rwm e Uama per il ruolo svolto nella strage di Deir al-Hajari, una delle tante di cui in questi anni si è macchiata la coalizione anti-Houthi ma che diviene simbolo, prova concreta della globalità di una guerra che ha avuto come principali obiettivi zone residenziali, infrastrutture civili, ospedali, scuole, nel chiaro obiettivo di devastare la rete economica, sociale e civile dello Yemen. "Accogliamo con favore la decisione di continuare l'indagine penale relativa all'attacco mortale a Deir al-Hajari - hanno scritto ieri in una nota le tre organizzazioni - Questa decisione dà speranza a tutti i sopravvissuti agli attacchi aerei mortali senza un obiettivo militare identificabile e che hanno invece ucciso e ferito civili". Centinaia di migliaia di persone. Lo scorso dicembre l'agenzia dell'Onu Ocha aggiornava i dati sulle vittime del conflitto iniziato nel marzo 2015, numeri molto più alti di quanto finora calcolato: 233mila morti, di cui 131mila per cause indirette, ovvero fame e malattie.
Ora l'indagine italiana potrebbe dimostrare il nesso, denunciato da anni dalle società civili europee, tra le armi vendute con l'avallo dei governi occidentali e la catastrofe umanitaria yemenita. Le prove non mancano, i dati dell'export sono pubblici (vi invitiamo a navigare nel database dell'Unione europea, dove è possibile sapere quali armi e di quale valore ogni paese membro ha venduto a uno Stato estero): nel caso italiano 105 milioni in armi nel 2019, 13 nel 2018, 52 nel 2017 e così via. In totale l'Europa, dal 2013 al 2019, ha concesso licenze a Riyadh per 83,3 miliardi di euro.
È in tale contesto che lo scorso 29 gennaio il governo italiano ha deciso di revocare le licenze, già autorizzate ma non consegnate, a Riyadh e Abu Dhabi. Una decisione storica, in linea con la legge 185 del 1990 che vieta la vendita di armi a paesi coinvolti in conflitti o violatori dei diritti umani. Tra le celebrazioni di chi da anni si batte per fermare il business militare, si è sollevata la voce contraria dell'azienda che ha fatto ottimi affari con le petromonarchie, la Rwm.
"Provvedimento ad aziendam", aveva protestato l'ad Sgarzi. Rwm, già nei mesi passati, aveva giustificato casse integrazioni e mancati rinnovi dei contratti con la temporanea sospensione delle vendite ordinata dal governo nel luglio 2019. Eppure, come abbiamo scritto su queste pagine, ha lavorato: in cantiere c'erano commesse da centinaia di milioni di euro per Qatar e Turchia. E anche per Riyadh, vecchie licenze non ancora consegnate. Altro che crisi.
di Sofia Ciuffoletti*
Il Manifesto, 24 febbraio 2021
Con sentenza del 17 febbraio 2019, il Gup di Siena, Jacopo Rocchi, ha condannato con rito abbreviato dieci agenti di polizia penitenziaria per fatti qualificati come tortura, commessi nella Casa di Reclusione di Ranza, San Gimignano, nell'ottobre 2018. Le condanne vanno dai 2 anni e 8 mesi ai 2 anni e 3 mesi (con la riduzione per il rito abbreviato).
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