di Paolo Di Stefano
Corriere della Sera, 25 febbraio 2021
Ripensando vent'anni dopo ai "fidanzatini" assassini Erika e Omar, non si può negare l'ammirazione all'ingegner Francesco De Nardo, fondamentale per la figlia. Ricorrono in questi giorni i vent'anni dalla strage di Novi Ligure. Forse la più efferata e sconvolgente strage familiare dopo quella di Rina Fort che nel 1946 eliminò la moglie dell'amante con i suoi tre figli piccoli. Anzi, se proprio vogliamo fare una crudele classifica della crudeltà, quello di Novi è un massacro ancora più sconvolgente perché fu una sedicenne, con il suo fidanzato quasi coetaneo, a eliminare la madre e il fratellino undicenne per motivi inaccessibili alla mente umana. E per di più con una ferocia senza pari.
Ne è seguita una lunga bibliografia sulle "disfunzioni" familiari, sulla non comunicazione domestica, sulle debolezze dei genitori e le fragilità dell'adolescenza, sul narcisismo diffuso e le identità liquide. Da allora, si sono moltiplicate le diagnosi soprattutto sulla figura paterna, individuata come evanescente e in fuga: studi, saggi, pamphlet sui papà spiegati alle mamme, sui nuovi padri, su ciò che ogni uomo dovrebbe sapere sulla paternità, sulla famiglia in cerca del padre, su Ettore, su Enea e Anchise, su Ulisse e Telemaco, eccetera. Ma ripensando vent'anni dopo ai "fidanzatini" assassini Erika e Omar, che pare si siano avviati a un futuro normale, non si può negare l'ammirazione massima all'ingegner Francesco De Nardo, per il quale non si è mai usato un sostantivo di cui spesso si abusa: eroe.
È lui l'eroe di questa storia diventata tragicamente mitica. Il Padre che, come ha detto don Antonio Mazzi, assistente morale della ragazza, è stato "fondamentale" nella sua ricostruzione. E mai aggettivo fu più etimologicamente appropriato. Un padre che riscatta tutti i padri (in fuga), essendo sempre stato presente a sua figlia nella stessa misura in cui è stato assente e silenzioso sulla ciarliera e chiassosa scena pubblica. Non è escluso che quel silenzio abbia contribuito ad accrescere in lui la forza e la dolcezza, che nella tradizione classica sono le qualità paterne. Un eroe antico del nostro tempo.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 25 febbraio 2021
Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 7138 depositata il 24 febbraio, e segnalata per il "Massimario". Ai fini del computo del termine per la prescrizione, si deve tener conto dell'aumento massimo di pena previsto per la recidiva qualificata ma con il limite previsto dall'art. 99, comma 6, cod. pen., in base al quale "l'aumento per la recidiva non può superare il cumulo delle pene inflitte con le precedenti condanne".
Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 7138 depositata oggi, segnalata per il "Massimario" e che rafforza un indirizzo già presente in seno alla Suprema corte. Inammissibile dunque il ricorso del Procuratore generale presso la Corte di Appello di Venezia contro la sentenza che aveva dichiarato non doversi procedere nei confronti dell'imputato condannato per sfruttamento della prostituzione essendo il reato estinto per prescrizione.
Secondo l'accusa infatti la Corte territoriale aveva errato nel dichiarare la prescrizione del reato, in quanto non aveva considerato, nella determinazione del tempo necessario a prescrivere, l'aumento di pena derivante dalla recidiva infraquinquennale contestata. Per la Terza Sezione penale però il limite del cumulo delle pene inflitte con le precedenti condanne "vale per determinare non solo l'aumento di pena, ma, evidentemente, anche il tempo necessario a prescrivere, stante la correlazione tra l'art. 161 cod. pen. e l'art. 99 cod. pen. nella sua integralità - e, quindi anche il comma 6 - essendo peraltro del tutto irragionevole calcolare, ai fini del computo della prescrizione, l'aumento massimo di pena astrattamente previsto, ove in concreto esso non potrà mai essere inflitto, se superiore al cumulo delle pene inflitte con le precedenti condanne".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 25 febbraio 2021
Confermati tre mesi di reclusione, per abuso di mezzi di correzione, per l'insegnante di una scuola superiore che alzava il dito medio agli studenti e chiamava "cagna" le ragazze e "marciume" i maschi. Via libera alla condanna ad una pena detentiva per la professoressa che accoglieva in classe gli studenti mostrando il dito medio alzato. Come saluto una serie di insulti che variavano in base al sesso. Gli epiteti ripetibili erano "cagna", "marciume" "deficiente".
La prof non mancava di predire il futuro alle ragazze - la cui moralità era messa in dubbio nel modo più esplicito - per le quali vedeva un avvenire da mantenute in cambio di favori sessuali che non si faceva problemi ad elencare. Il tutto anche condito da lanci di oggetti, spintoni, e colpi inferti con i libri e con i registri. Destinatari delle attenzioni dell'"educatrice" gli studenti di un istituito superiore, di età compresa tra i 14 e i 15 anni.
La Cassazione (sentenza 7011) conferma la condanna dell'insegnante a tre mesi di reclusione, per abuso dei mezzi di correzione, valorizzando il fatto che la salute dei ragazzi nella difficile età dell'adolescenza era stata messa a rischio dai continui violenti attacchi, da parte di una figura che nella loro vita doveva avere un ruolo ben diverso.
Ad incastrare la donna, classe 1952, la testimonianza di un collega e le segnalazioni orali e scritte genitori dei ragazzi, oltre che delle stesse giovani vittime. Per lei nessuna attenuante né sospensione del procedimento per messa alla prova, tra l'altro non chiesta in tempo utile. Chiare le ragioni della severità della condanna. Per i giudici era accertato che l'imputata aveva comportamenti che definire non professionali sarebbe un eufemismo.
Una relazione fatta di violenze verbali e fisiche, di umiliazioni "anche con riguardo alla sfera sessuale, che avevano determinato un concreto pericolo per la salute mentale e fisica dei giovani alunni, adolescenti e perciò ancora tendenzialmente fragili sotto l'aspetto psichico". La Suprema corte chiarisce che "nell'abuso di mezzi di correzione o di disciplina la nozione di malattia è più ampia di quelle concernenti l'imputabilità o i fatti di lesione personale, estendendosi fino a comprendere ogni conseguenza traumatica e rilevante sulla salute psichica del soggetto passivo".
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 25 febbraio 2021
"Spetta allo Stato, e non alle Regioni, determinare le misure necessarie al contrasto della pandemia". Sulle reintegre dei lavoratori torna l'obbligo se il fatto è insussistente. "Spetta allo Stato, e non alle Regioni, determinare le misure necessarie al contrasto della pandemia".
E ancora: è obbligatorio reintegrare il lavoratore in caso di "licenziamento economico" se il fatto posto alla base dello stesso è "manifestamente insussistente". A stabilirlo è la Corte Costituzionale, che si espressa con una doppia pronuncia su due questioni dirimenti: restrizioni anti Covid e tutela del lavoro. Nel primo caso, la Consulta ha accolto il ricorso dell'allora Governo Conte contro la legge della Regione Valle d'Aosta, approvata lo scorso dicembre, "limitatamente alle disposizioni con le quali la legge impugnata aveva introdotto misure di contrasto all'epidemia differenti da quelle previste dalla normativa statale".
La decisione dei giudici costituzionali è giunta a termine della camera di consiglio di oggi dopo la discussione di martedì in udienza pubblica. In attesa del deposito delle motivazioni della sentenza che avverrà nelle prossime settimane, la Corte - che lo scorso 14 gennaio aveva sospeso in via cautelare l'efficacia della legge della Valle d'Aosta - ha ritenuto che il "legislatore regionale, anche se dotato di autonomia speciale, non può invadere con una sua propria disciplina una materia avente ad oggetto la pandemia da Covid-19, diffusa a livello globale e perciò affidata interamente alla competenza legislativa esclusiva dello Stato, a titolo di profilassi internazionale".
In merito ai licenziamenti, la Consulta ha esaminato la questione di legittimità sollevata dal tribunale di Ravenna sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori - come modificato dalla cosiddetta legge Fornero (la numero 92 del 2021) - nel punto in cui prevede la facoltà, e non il dovere, del giudice di "reintegrare il lavoratore arbitrariamente licenziato in mancanza di giustificato motivo oggettivo".
La questione - fa sapere Palazzo della Consulta in attesa del deposito delle motivazioni - è stata dichiarata fondata dai giudici delle leggi con riferimento all'articolo 3 della Costituzione: la Corte ha ritenuto che è "irragionevole" - in caso di insussistenza del fatto - la "disparità di trattamento" tra il licenziamento economico e quello per giusta causa. Per quest'ultima ipotesi è infatti previsto l'obbligo della reintegra mentre nell'altra è lasciata alla discrezionalità del giudice la scelta tra la stessa reintegra e la corresponsione di un'indennità.
Secondo il rimettente, il Tribunale di Ravenna, "tra il licenziamento per giustificato motivo oggettivo fondato su un fatto (manifestamente) inesistente e il licenziamento per giusta causa fondato su un fatto (semplicemente) inesistente non sussisterebbe una differenza ontologica tale da giustificare un diverso trattamento sanzionatorio". Dal momento che "la qualificazione del licenziamento", secondo i giudici di Ravenna, "dipenderebbe solo dall'individuazione scelta dal datore di lavoro che inciderebbe così sul diritto di azione del lavoratore, causando una lesione dell'articolo 24 della Costituzione" secondo il quale "tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 febbraio 2021
Al Due Palazzi il Terzo Settore sta vivendo un momento di difficoltà. Il Garante: "clima di scarsa serenità nei rapporti tra soggetti istituzionali e non". Rifiuti rovesciati per terra, oggetti e generi alimentari spostati, gli abiti da lavoro sparsi alla rinfusa. È questo lo scenario che, al rientro del lavoro, i detenuti del carcere Due Palazzi di Padova hanno dovuto assistere a ottobre scorso. Parliamo dei locali della pasticceria della Cooperativa Work Crossing - Giotto interni all'istituto penitenziario.
La sera prima è avvenuta una ispezione quando i lavori non erano in corso, e quindi i locali erano vuoti, e senza avvisare nessuno della Cooperativa affinché potesse assistere all'ispezione. Un fatto che ha preoccupato il Garante nazionale delle persone private della libertà per le modalità con cui si è svolto: senza la doverosa informazione degli affidatari dei locali, senza la loro presenza all'operazione, senza la regolare autorizzazione della Direzione e la conseguente reportistica. "La mancanza di una procedura regolare rischia di configurare tale episodio come una attività impropria, simile a una forma di "perquisizione" esclusa dal nostro ordinamento e da ogni accordo di affidamento dei locali", scrive il Garante nella relazione.
Il carcere padovano un modello per le iniziative culturali, lavorative e sociali - Ma è solo uno dei tanti episodi che si sono verificati all'interno del carcere di Padova che rischiano di creare una grave frattura dei rapporti tra il Terzo settore operante in carcere e l'amministrazione penitenziaria. Una problematica che il Garante nazionale ha riscontrato durante la sua visita, avvenuta il 24 e 25 novembre scorso. Il Terzo settore non solo è fondamentale, ma ha reso il carcere padovano un modello per le iniziative culturali, lavorative e sociali che si svolgono al suo interno in una prospettiva di dialogo con il territorio e di reinserimento delle persone detenute. "Una esperienza che va preservata, valorizzata e proposta quale modello positivo", sottolinea il Garante. Com'è noto nel carcere padovano operano le tre cooperative sociali Giotto, AltraCittà e Work Crossing, pienamente inserite nel circuito produttivo e di mercato. Senza dimenticare la redazione di Ristretti orizzonti, diretta da Ornella Favero, che quotidianamente, oltre il ben noto lavoro di selezione della stampa, porta avanti un lavoro di riflessione sul tema della privazione della libertà, in un confronto continuo con la società esterna.
Fiammetta Borsellino ha visitato i detenuti per mafia - Tante le personalità ospitate in questi lunghi anni, come ad esempio Fiammetta Borsellino, figlia del giudice vittima insieme alla sua scorta della strage Via D'Amelio, ordinata da Totò Riina. Significativo il dialogo di Fiammetta Borsellino con i detenuti reclusi per reati di mafia. Quello di Ristretti orizzonti è un impegno che coinvolge in prima persona i detenuti in una prospettiva di responsabilizzazione volta a ricucire la ferita inferta alla società con il proprio reato.
Nella lettera della vicecomandante la scarsa considerazione dei volontari - Il Garante chiede chiarezza anche per altre spiacevoli situazioni. Tra queste c'è l'affermazione contenuta in una missiva della vicecomandante, indirizzata alla Presidente della cooperativa AltraCittà, che esprime una visione distorta dei rapporti tra Amministrazione penitenziaria e Terzo settore, definendo l'attività dei cosiddetti volontari (termine usato anche per indicare responsabili di attività imprenditoriali che operano nell'Istituto) come "attività comunque ancillare".
Quindi di subordinazione. Una definizione, denuncia il Garante, "che non riconosce il ruolo che la società esterna, anche nelle sue espressioni dell'associazionismo e dell'imprenditoria sociale, può in generale svolgere in una prospettiva trattamentale e di reinserimento e che, peraltro, effettivamente svolge nella Casa di reclusione di Padova". Colpiscono anche i toni e le parole usate nella stessa lettera da cui traspare una scarsa considerazione degli operatori del Terzo settore, una volontà di ridimensionare il loro contributo, di controllo del loro operato definito "al limite della legalità".
Anche quando si tratta - come nel caso specifico - di una lettera aperta alla più alta Autorità dello Stato e al Papa, scritta da alcune persone detenute e sottoscritta da molte altre. "Sono segnali di un clima di scarsa serenità nei rapporti tra soggetti istituzionali e non, rapporti che negli anni precedenti erano caratterizzati, al contrario, da uno spirito di forte collaborazione", denuncia il Garante nazionale. Il Dap ha recepito le osservazioni del Garante e ha fatto sapere che il 25 e 26 gennaio ha inviato il vice capo del Dipartimento e il direttore generale del personale. L'obiettivo? Quello di richiamare il direttore affinché si attivi nel coinvolgere e valorizzare i rappresentanti del Terzo settore.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 febbraio 2021
Il parere negativo del Gruppo di Osservazione Interno alla "declassificazione" del detenuto basato sulle informazioni della procura antimafia. Nel carcere Due Palazzi di Padova c'è un detenuto, T. R., che da anni è nel circuito di Alta sicurezza. Sulla carta ha tutti requisiti per accedere alla "declassificazione", ma il gruppo di osservazione interno ha dato parere negativo sulla base delle informazioni giunte dalla Procura antimafia. Per i non addetti ai lavori ciò non crea nessun sobbalzo dalla sedia, ma in realtà è una vera e propria anomalia. Un caso che il Garante nazionale ha rilevato durante la sua visita.
Ma che cos'è la declassificazione? Come prevede l'ordinamento penitenziario, ogni sei mesi viene svolta una verifica su ogni recluso nel regime di Alta sorveglianza per valutare se abbia raggiunto i requisiti per avere una carcerazione più tenue. Come sottolinea il Garante nazionale, parliamo di una valutazione che soltanto chi opera a contatto con la persona può esprimere, avendone riscontrato e sperimentato direttamente la partecipazione al percorso definito, senza essere influenzata da informazioni esterne che serviranno solo successivamente per una decisione finale che spetta all'amministrazione centrale. Il detenuto T.R. dal 2014 partecipa alle attività della redazione di Ristretti orizzonti insieme a persone appartenenti al circuito dei detenuti comuni. Il Garante nazionale, per far comprendere meglio il paradosso che si è verificato, ha ricordato che nel corso di un incontro promosso dalla redazione il 24 gennaio 2020, il suo caso è stato oggetto di un confronto con il Sostituto procuratore distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Stefano Musolino.
Il detenuto perseguitato dal suo stigma - È stato lo stesso direttore della Casa di reclusione a presentare la situazione di T.R. come il caso tipico di una persona vittima di ciò che rappresenta: "Lo stigma si chiama T.R. Lo perseguita sempre". Ha quindi definito "un'ipocrisia a livello amministrativo e a livello del sistema" il fatto che T.R. partecipi ad attività con i detenuti comuni, ma rimanga nel circuito As1.Ma cosa è accaduto? Qualche mese dopo, il 16 giugno, si è svolta una riunione del Gruppo di osservazione e trattamento (Got), in vista della richiesta di declassificazione di T.R., riunione alla quale era stata invitata anche la responsabile della redazione di Ristretti orizzonti. È stato riferito al Garante che nel corso della riunione era emerso un giudizio complessivamente positivo sul percorso fatto in questi anni da T.R. Eppure il Got, in contrasto con le valutazioni emerse nel citato incontro di pochi mesi prima, ha emesso parere negativo all'istanza di declassificazione. Perché? Lo ha fatto sulla base delle informazioni giunte dalla Procura antimafia. Ma non funziona così. Il parere del Got deve essere autonomo, non può basarsi su quello della procura: sono due valutazioni separate che poi spetta all'amministrazione centrale farne una sintesi. Questo non è accaduto e si è verificato, come osserva il Garante, una situazione paradossale: la persona che non è ritenuta idonea alla declassificazione, viene proposta come testimone davanti agli studenti di Reggio Calabria.
di Sandra Figliuolo
palermotoday.it, 25 febbraio 2021
Massimo Bottino, 52 anni era recluso al carcere Pagliarelli. Sarebbe stato messo in isolamento per diversi giorni col sospetto che fosse stato contagiato dal virus. Invece la sua patologia era un'altra ed è spirato al Buccheri La Ferla. Non era Covid come si sarebbe sospettato al carcere Pagliarelli, ma leucemia fulminante. Massimo Bottino, 52 anni, condannato a 12 anni con il rito abbreviato perché ritenuto appartenente al clan della Noce e detenuto nella struttura penitenziaria, è morto all'ospedale Buccheri La Ferla, dove era arrivato dal Civico in coma. Il decesso risale a più di un mese fa, il 24 gennaio, ma la notizia si è appresa solo ora.
Al Pagliarelli dall'inizio della pandemia si sono sviluppati diversi focolai di Covid e, nelle ultime settimane, si sono toccate anche punte di 60 contagiati. Una situazione che ha avuto ripercussione sui processi e anche sull'udienze di convalida: in certi casi, per sicurezza, non è stato possibile neppure trasferire i detenuti nella saletta per i video-collegamenti.
Anche nel caso di Bottino si sarebbe ipotizzato un caso di Coronavirus. Il detenuto era stato arrestato il 22 maggio del 2018 con l'operazione "Settimo Quartiere" della squadra mobile, coordinata dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sostituti Amelia Luise e Annamaria Picozzi (oggi aggiunto). A gennaio dell'anno scorso il gup Cristina Lo Bue gli aveva inflitto 12 anni di reclusione. Secondo l'accusa, sarebbe stato particolarmente vicino al capo della cosca, Giovanni Musso, condannato a sua volta a 15 anni. Il processo è pendente in appello.
Ed è proprio in relazione ad una delle udienze del secondo grado di giudizio che, intorno al 10 gennaio, è emerso che Bottino non sarebbe stato bene. Avrebbe avuto la febbre abbastanza alta e sarebbe stato per questo messo in isolamento all'interno del Pagliarelli. Si sarebbe ipotizzato un caso di Covid. Il 14 gennaio, giorno del processo, Bottino non aveva partecipato all'udienza e era giunta alla Corte d'Appello una rinuncia da parte sua. Due giorni dopo le sue condizioni si sarebbero però aggravate e per questo Bottino era stato trasferito dal carcere al Civico.
I medici avrebbero capito subito che non avevano davanti un caso di Coronavirus, ma invece una leucemia fulminante di cui nessuno però fino a quel momento si era accorto. Nonostante le cure, lo stato di salute del detenuto sarebbe ulteriormente peggiorato e dopo qualche giorno, ormai in coma, Bottino era stato trasferito al Buccheri La Ferla, dove poi è deceduto il 24 gennaio.
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 25 febbraio 2021
Ha 83 anni e nel carcere di Poggioreale, a Napoli, è stato portato direttamente in ambulanza lo scorso 3 febbraio. Soffre di numerose patologie ma nonostante ciò il gip del Tribunale di Salerno ha accolto la richiesta della Procura acconsentendo all'aggravamento della misura cautelare di Giovanni Marandino, già sottoposto all'obbligo di dimora nel comune di Capaccio (Salerno) e accusato di usura ed esercizio abusivo di attività finanziarie.
Niente arresti domiciliari perché la sua abitazione è ritenuta "un vero e proprio centro logistico di finanziamento. Di così eccezionale rilevanza il pericolo di reiterazione del reato - si leggeva nella nota della procura di Salerno del 3 febbraio scorso - che lo stesso giudice ha ritenuto necessaria la custodia cautelare in carcere, pur trattandosi di un ultraottantenne". Così da Capaccio a Napoli in ambulanza nel carcere più sovraffollato d'Europa e con diversi casi di coronavirus registrati nelle ultime settimane che hanno stroncato la vita a una guardia penitenziaria.
A fornire l'elenco delle oltre venti patologie di cui soffre l'83enne è Samuele Ciambriello, garante dei Detenuti della Campania, che ne sta seguendo gli sviluppi sanitari. Marandino soffre di "severa vasculopatia cerebrale con disturbi mnesici e disorientamento temporo-spaziale, depressione maggiore, ateromasia carotidea, distiroidismo, bpco, apnee notturne, diabete mellito scompensato e complicato, pregresso intervento per sostituzione valvola aortica, anuloplastica mitralica e rivascolarizzazione miocardica con bypass, postumi deiescenza ferita sternale tratta con vac terapy, cardiopatia sclero-ipertensiva-ischemia con pregresso ima, aritmia cardiaca da fibrillazione atriale cronica, postumi pancreatite, ipb, incontinenza neurogena, i.r.c da rene policistico, deficit visus, ipoacusia, laparocele, reflusso gastroesofageo, diverticolosi colon, severa artrosi polidistrettuale con gravi limitazioni funzionali". "Sabato scorso, 22 febbraio 2021 - aggiunge Ciambriello - è stato colto da un malore ed trasportato all'ospedale dei Pellegrini dove è rimasto in osservazione per tutta la notte e domenica ha fatto ritorno in carcere".
"Sono in contatto quotidiano con la Direzione sanitaria del carcere di Poggioreale che mi aggiorna sui trattamenti sanitari in corso" spiega. "Credo che il diritto alla salute e alla vita debba godere di adeguata tutela anche rispetto alle esigenze di giustizia e di accertamento da parte dell'autorità giudiziaria. Pur nel rispetto del sistema cautelare in caso di gravi reati, ritengo che ciò debba essere attuato attraverso la gradazione della misura con l'applicazione di una restrizione più adeguata allorquando la persona coinvolta si trovi in condizioni psico fisiche precarie, come nel caso del signor Marandino".
Il garante infine stigmatizza le tante polemiche in corso sui giornali e nei dibattiti televisivi rispetto ai reati ostativi, alla certezza della pena: "È la Costituzione italiana all'art 32 che definisce la salute come diritto fondamentale dell'individuo. Significa che tutto ciò non riguarda solo il singolo ma si riflette sulla collettività. La tutela della salute è un valore costituzionale supremo di ogni cittadino, libero o diversamente libero, lo voglio dire anche a tanti pennivendoli e giornalisti televisivi giustizialisti e a quanti, anche tra i politici, disconoscono gli articoli della Costituzione sul tema "Carcere e salute". Nello svolgimento della mia funzione, nei continui colloqui che ho con i detenuti e con gli uffici giudiziari, mi occupo personalmente di centinaia di casi analoghi"
Sulla vicenda, così come anticipato dal Riformista, è intervenuto anche il garante napoletano dei detenuti Pietro Ioia che ha lanciato un appello alla ministra della Giustizia Marta Cartabia. "Signora ministra, io non so se le arriverà questo messaggio - dice Ioia nel video - Sono il Garante dei detenuti del Comune Napoli, sono appena uscito dal carcere di Poggioreale. Ho visto un detenuto di 85 anni, mi creda, sulla sedia a rotelle. Una larva umana. Mi creda, faccia qualcosa. La prego e la supplico, faccia qualcosa. Per la Giustizia italiana, grazie". "Signora ministra, io non so se le arriverà questo messaggio - dice Ioia nel video - Sono il Garante dei detenuti del Comune Napoli, sono appena uscito dal carcere di Poggioreale. Ho visto un detenuto di 85 anni, mi creda, sulla sedia a rotelle. Una larva umana. Mi creda, faccia qualcosa. La prego e la supplico, faccia qualcosa. Per la Giustizia italiana, grazie".
Corriere di Rieti, 25 febbraio 2021
Si amplia il focolaio Covid nel carcere di Rieti "Nuovo Complesso" di Vazia. I detenuti contagiati sono una ventina e sono risultati allo screening di massa a cui sono stati sottoposti insieme al personale e ai vari collaboratori che frequentano i laboratori del carcere per un totale di 480 persone. Le loro condizioni non destano preoccupazioni anche se il timore è che il focolaio sia destinato ad aumentare visto che nella giornata di ieri sono stati eseguiti altri tamponi di cui si attende l'esito.
Ieri è stato ufficializzato il bollettino sull'emergenza coronavirus. All'esito delle indagini eseguite nelle ultime 24 ore si registrano 34 nuovi soggetti positivi al test Covid 19. Si registrano 46 nuovi guariti. Il numero dei tamponi eseguiti è stato di 434, quello totale di 54.187. Si registra un decesso: un uomo di 77 anni, ricoverato in Terapia Intensiva al De Lellis. Il totale dei positivi è di 575.
La Asl lunedì avvierà la vaccinazione per le persone estremamente vulnerabili con gravi fragilità e la vaccinazione del personale docente e non docente della scuola e dell'università nati nell'anno 1956 (65 anni). I vaccini per le persone estremamente vulnerabili con gravi fragilità verranno somministrati presso il centro ex Bosi ogni lunedì. L'accesso alla vaccinazione avverrà attraverso una chiamata diretta effettuata dai Centri della Asl di Rieti che hanno in cura i pazienti stessi. Prosegue la campagna vaccinale dedicata al personale delle Forze dell'ordine e al personale docente e non docente della Scuola e dell'Università. Oltre agli under 55, dal 1 marzo il vaccino verrà somministrato anche ai nati nell'anno 1956 (65 anni). Il centro di riferimento sarà sempre il Distretto 1 di via delle Ortensie a Rieti, mentre le prenotazioni avverranno attraverso il link della Regione Lazio.
di Mitia Chiarin
La Nuova Venezia, 25 febbraio 2021
Mentre il carcere di Venezia torna Covid-free, si muovono i primi passi per la campagna di vaccinazione dei detenuti e degli operatori di polizia penitenziaria. Proprio in questi giorni sta iniziando la raccolta dei consensi informati e delle adesioni tra chi intende sottoporsi al vaccino. Analoga operazione al via anche in Questura di Venezia. Visto l'alto numero di agenti e di uffici in terraferma, centro storico e nelle specialità, dalla postale al porto ed aeroporto alla ferroviaria, la macchina dei vaccini appare più complessa. Si parla in queste ore di un via alle vaccinazioni per i poliziotti dal 5 marzo con un hub della polizia al Tronchetto.
"Nell'ultimo incontro con la Regione abbiamo avuto delle rassicurazioni importanti", dice il Coordinatore regionale Cgil Polizia Penitenziaria Gianpietro Pegoraro, "da qui a qualche giorno saremo informati sul calendario vaccinale. Merito va al garante nazionale dei diritti dei detenuti e al dialogo tra istituzioni e rappresentanti delle forze dell'ordine".
Tra i problemi segnalati alla Regione a fine gennaio, c'era ad esempio anche la mancanza di comunicazioni tra sanità penitenziaria e direzioni delle Carceri: "Ciascuno segue la propria strada, come dimostrano gli ordini di servizio emanati dalle direzioni, che non sono controfirmati dai dirigenti sanitari". Nel frattempo, la situazione contagi sembra essere tornata alla normalità. Nei mesi scorsi, importanti focolai avevano fatto preoccupare non poco direzione e operatori con 54 positivi, tra agenti e detenuti. "Stando all'ultimo bollettino ufficiale di mercoledì scorso", continua Pegoraro, "la situazione è tornata alla normalità. Ora la speranza è che si possa continuare con questo trend". Situazione tranquilla anche nel carcere femminile della Giudecca, dove si era registrato qualche caso di Covid prima della fine del 2020.
"La partenza del 5 marzo per le vaccinazioni ai poliziotti della provincia di Venezia è una buona notizia", dice Franco Maccari, vicepresidente nazionale FSP Polizia di Stato. "Meglio sarebbe se fosse anche stata condivisa con i colleghi, tra i quali rimangono molti incerti e contrari all'adesione alla campagna vaccinale, a causa anche delle opinioni contrastanti degli esperti, tanto che ad oggi l'adesione dei poliziotti a livello nazionale è circa del 80%". Mauro Armelao, Ugl, conferma l'incertezza rispetto all'utilizzo del vaccino AstraZeneca.
"Sarebbe stato utile poter scegliere il tipo di vaccino da fare", ammette. "Attendiamo a giorni la comunicazione del calendario per partire", dice Diego Brentani del Siulp. Maccari si rivolge al Questore. "Certamente il Questore Masciopinto si adopererà per informare adeguatamente anche sul personale over 55 sulla possibilità di aderire alla campagna vaccinale, ma va invitato caldamente a fare presto. Non abbiamo tempo da perdere".
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