di Simona Musco
Il Dubbio, 24 febbraio 2021
La difesa è diritto inviolabile per questo gli avvocati italiani vanno vaccinati al più presto. Considerare tra le categorie prioritarie per il vaccino anche i protagonisti dell'amministrazione della Giustizia, tra i quali pari rango dovrebbe essere riconosciuto alla categoria degli avvocati. È quanto chiesto dal senatore Franco Dal Mas, in quota Forza Italia, al ministro della Giustizia Marta Cartabia e al ministro della Salute Roberto Speranza. Una richiesta inoltrata alla Guardasigilli dal presidente della seconda commissione permanente Giustizia al Senato Andrea Ostellari (Lega), che ha anche chiesto di conoscere lo stato della campagna vaccinale nelle carceri.
L'iniziativa ricalca il sentimento dell'avvocatura, come dimostrato dalle richieste inoltrate dai vari ordini territoriali a governo e Consigli regionali, ottenendo in alcuni casi l'inserimento della categoria tra quelle prioritarie per la vaccinazione. E ciò perché "la Giustizia non può tollerare ulteriori ostacoli e condizionamenti al proprio regolare e corretto funzionamento, né i cittadini ingiustificabili limitazioni ai propri diritti", come si legge nella nota inviata dall'Unione degli ordini forensi della Sicilia al governo e ai vertici dell'avvocatura. Quello che viene chiesto non è una corsia preferenziale, ma un'esigenza concreta. Perché la Giustizia rientra a pieno titolo tra i servizi pubblici essenziali, con la diretta conseguenza che l'attività degli addetti a tale comparto - così come avviene per la sanità e per l'istruzione - sia da ritenere, a pieno titolo tra quelle di rilevante interesse pubblico e generale, destinate alla collettività.
Il punto di partenza di questa discussione, che da mesi tiene banco tra gli addetti ai lavori, non può che essere l'articolo 24 della Costituzione, secondo cui la difesa è diritto inviolabile. E i diritti, anche in tempo di Covid, non possono essere messi tra parentesi in nome della crisi. Tant'è vero che, nonostante le difficoltà, la macchina giudiziaria ha continuato a lavorare: a rilento, dimostrando tutte le sue criticità, ma senza sosta. Almeno per gli avvocati che, anche nel periodo più buio della crisi pandemica, hanno continuato a recarsi in Tribunale, ricominciando a farlo quasi quotidianamente con l'allentamento delle misure. La ragione è una: la Giustizia è un servizio che non può essere messo in stand by. E in particolare per quanto riguarda i "provvedimenti restrittivi della libertà personale e quelli cautelari ed urgenti, nonché i processi penali con imputati in stato di detenzione". Ora che i tribunali sono quasi completamente operativi, sono all'ordine del giorno assembramenti e problemi logistici, che rendono i luoghi della Giustizia, a tutti gli effetti, luoghi a rischio. Al momento, però, non c'è una regola che valga per tutti. Le richieste arrivano da lontano: a gennaio erano stati l'Associazione nazionale magistrati e il Consiglio nazionale forense a chiedere all'allora Guardasigilli Alfonso Bonafede di far vaccinare avvocati e giudici per far ripartire la Giustizia.
Richiesta avanzata, poi, anche da Cassa Forense, che ha contato nel frattempo oltre 10mila avvocati indennizzati causa Covid. Numeri che rendono l'idea dell'effettivo grado di rischio vissuto quotidianamente.
Adesso, però, sono i singoli ordini a muoversi. In Sicilia e in Toscana i risultati sono già arrivati: i rispettivi Consigli regionali hanno, infatti, già provveduto ad inserire gli avvocati tra le categorie prioritarie per il vaccino. Mentre nessuna risposta è arrivata alle uguali richieste formulate dagli Ordini territoriali di Lazio, Lombardia e Calabria. Ad evidenziare l'assurdità di regole diverse per territorio è il presidente dell'ordine degli avvocati di Roma, Antonino Galletti. "Per quanto riguarda l'Avvocatura, siamo all'assurdo oramai di una vaccinazione a macchia di leopardo sul territorio nazionale - ha evidenziato.
Capita così che gli avvocati siano considerati categoria a rischio in Sicilia ed in Toscana e non invece altrove, ad esempio, a Roma e nel Lazio, dove fin da novembre abbiamo chiesto come Coa Roma e come Unione degli Ordini Forensi del Lazio di procedere alla vaccinazione degli iscritti quanto prima per assicurare continuità al servizio primario della Giustizia. Per ora non sono arrivate risposte - ha aggiunto - eppure sia a Palermo, sia a Firenze e sia a Roma, gli avvocati frequentano aule d'udienza affollate, visitano i detenuti, incontrano una pluralità di assistiti, contribuiscono come parte essenziale al funzionamento di un servizio pubblico essenziale quale quello della Giustizia, che non può certo fermarsi, non potendosi sbattere le porta in faccia ai diritti ed alle libertà".
Il punto, ovviamente non è chi vaccinare prima e chi dopo tra coloro che appartengono alle categorie considerate a rischio e all'interno della stessa categoria in zone diverse della Penisola, ha proseguito Galletti, "ma procedere a un intervento organico che riguardi tutto il territorio nazionale, per evitare che almeno su temi delicati come questi, il diritto alla salute e il diritto alla Giustizia, non vi siano sperequazioni e non si riproducano situazioni grottesche come quella dei provvedimenti organizzativi assunti nei Tribunali durante la prima ondata della pandemia, quando ogni sezione, ufficio e ogni singola cancelleria procedevano con disposizioni autonome e del tutto scollegate dalle altre: i famosi dieci chili di carte e burocrazia che pesammo pubblicamente a Roma".
di Errico Novi
Il Dubbio, 24 febbraio 2021
"È un'occasione preziosa. Una svolta. Via il populismo giudiziario. Via il garantismo a intermittenza. Basta con la guerra termonucleare sulla giustizia che dura da vent'anni. Si intervenga sul civile, sul penale, ma poi anche sul carcere e sul Csm. Con lo sguardo rivolto alla Costituzione e all'efficienza del processo. Si può fare: se non ora, quando?". Walter Verini, che nel Pd coordina il lavoro sulla giustizia, oltre ad essere tesoriere, guarda oltre. Parte dal lodo Cartabia e lo considera un passo verso una nuova era. "Serve il contributo di tutti. Si rinunci ai totem degli uni e ai tabù degli altri".
C'è un totem, o tabù, molto ingombrante: la prescrizione. Come si fa?
Basterebbe ragionare così: interveniamo sul ddl penale in modo da ridurre davvero i tempi di tutti i procedimenti. Dopodiché, per garantire a tutti gli imputati le tutele previste dalla Carta costituzionale, si può ricorrere alla prescrizione processuale, cioè a un limite massimo di durata per ciascuna fase del processo, limite oltre il quale non si può andare. Non è poco. Solo che Bonafede, due giorni fa, in un'intervista al Fatto quotidiano, ha detto: non si va oltre il lodo Conte bis. E quindi? E quindi mi chiedo: preferiamo avere un processo interminabile, lunghissimo, e come corollario la prescrizione bloccata, o dall'altro lato la prescrizione che fa morire il processo? Ci siamo innamorati di un modello negativo? Se è così, certo, allora chi come il Movimento 5 Stelle è favorevole al blocco della prescrizione resterà abbarbicato a quella norma.
Così come chi avversa quella norma ne chiederà la rimozione, e basta. Invece io dico: lavoriamo sul testo del ddl penale. Si tratta ormai di giorni: l'8 marzo scade il termine degli emendamenti. Eliminiamo i tempi morti del processo, recepiamo le proposte venute da avvocatura e magistratura. A quel punto a che serve preoccuparsi della prescrizione? Si introduce un limite per fasi, ma nella consapevolezza che con nuove regole, assunzioni, digitalizzazione, non si arriverebbe mai al termine di prescrizione. Il famigerato pomo della discordia verrebbe confinato sullo sfondo.
Tra l'altro la prescrizione processuale evita che un reato si estingua solo perché scoperto tardi, ma nello stesso tempo evita che l'imputato resti stritolato da un primo grado o un appello interminabili...
Vorrebbe dire tenere le regole del processo entro i margini della Costituzione. Risultato a cui servono contributi precisi: innanzitutto ridurre i tempi morti, relativi per esempio alle notifiche. Così si arriva a un processo che può durare 6 anni, con garanzie per l'aspettativa della vittima, certo non interessata ad attendere vent'anni
perché maturi il pieno diritto al risarcimento, così come per l'imputato, che non può esserlo a vita, e del quale si deve presumere la non colpevolezza fino a sentenza definitiva. Siamo sempre lì: i 5 stelle accetteranno la logica?
Mi pare l'abbiano già fatto. Siamo già d'accordo sulla via d'uscita dalla trappola delle bandierine: ridurre i tempi, sia del processo civile che del penale. Nel primo caso il governo è orientato ad anticipare alcune parti della riforma con un decreto. Nel secondo abbiamo la scadenza degli emendamenti dietro l'angolo. Sono leggi delega, d'accordo: ma una volta approvate, davvero credete ci vogliano più di tre mesi, per i decreti legislativi? Fra un anno ne siamo fuori. E possiamo occuparci anche di cambiare il Csm, nel rispetto dello sforzo di autoriforma di cui va dato atto, per esempio, al vicepresidente David Ermini. Vogliamo alzare ulteriormente l'asticella?
E certo, faccia pure...
Credo che una fase politica in grado di andare avanti per due anni possa sciogliere anche il nodo dell'abuso d'ufficio. Sindaci e amministratori devono poter lavorare senza l'ansia di rispondere penalmente per scelte compiute nell'interesse pubblico. Il reato andrebbe circoscritto ai fatti gravi e dolosi. Programma da condividere. Sempre che i 5 stelle si affranchino dal totem prescrizione. Basta concentrarsi sul fine ultimo di tutte le riforme della giustizia: più efficienza nel rispetto della Costituzione. È lo spirito dell'ordine del giorno, predisposto alla Camera con la ministra Marta Cartabia. È anche una preziosissima occasione per smettere di usare la giustizia come una clava. E per lasciarci alle spalle vent'anni di guerre termonucleari. Capisco le tensioni all'interno del Movimento 5 Stelle. Ma credo sia il momento di deporre le bandiere e guardare oltre. Certo, sui giornali leggo editoriali che insinuano il veleno nel fronte dei pentastellati, con messaggi del tipo "vogliono fregarvi sulla vostra riforma della prescrizione". Da sponda opposta c'è chi definisce vergognoso l'accantonamento della prescrizione. Io dico: sotterriamo l'ascia, stipuliamo una tregua e cambiamo definitivamente prospettiva. Senza concentrarci sulla bandierina della prescrizione. L'ordine del giorno è un invito sottoscritto da tutti.
Insomma, lei confida in un passo avanti...
Colgo un segnale. Nella commissione Giustizia di Montecitorio sono relatore di una legge voluta da Paolo Siani, fratello del giornalista ucciso dalla camorra, per superare la vergogna dei bambini in carcere. Ho illustrato il testo oggi (ieri per chi legge, ndr): sono d'accordo tutti, nessuno escluso. Forza Italia ha proposto il ricorso alla procedura deliberante: vorrebbe dire legge approvata senza il passaggio in Aula, in tempi brevissimi. Mi pare il miglior auspicio possibile per liberarci delle discussioni tossiche sulla giustizia. E per andarewverso un'altra importante riforma.
Quale?
Quella dell'ordinamento penitenziario. Va recuperato il testo Orlando in tutte le sue parti, con la formazione, il lavoro, le misure alternative. Significa davvero ridurre le recidive, in vista di una maggiore sicurezza. Come Pd ne avevamo già parlato durante i tentativi di non compromettere il Conte bis, con il lodo Orlando. Abbiamo riproposto al presidente Draghi anche la necessità di riformare il carcere. Si può fare. Affrancarsi dalle bandierine sulla giustizia renderà più interessante anche il futuro dell'intesa fra Pd e M5S? Mi limito a dire una cosa. Solo sulla riforma del processo penale abbiamo svolto oltre quaranta sedute di audizione: avvocatura, magistratura, accademia, associazioni. C'è un confronto intenso. Ci sono tutte le condizioni per superare gli aspetti tossici e divisivi, in modo da dedicarsi solo alla pars costruens. Facciamolo: se non ora, quando? Non ci guadagna un'alleanza ma il Paese. Credo sia maturata una consapevolezza nuova anche all'interno della magistratura. Ho letto l'intervista al Dubbio di Giuseppe Santalucia, presidente del'Anm, figura apprezzata, che non fa esercizi di rimozione. A un impegno del genere si deve guardare con rispetto. Vedo uno sguardo rivolto al futuro, da parte di tutti. Libero, finalmente, dagli opposti estremismi.
di Errico Novi
Il Dubbio, 24 febbraio 2021
Intervista a Giuseppe Santalucia, presidente dell'Anm: "Il carcere sia riformato nel rispetto dell'articolo 27 della Costituzione". Chiamatele coincidenze. Da una parte una guardasigilli come Marta Cartabia: costituzionalista, presidente emerita della Consulta, prima vera militante del garantismo alla guida del dicastero di via Arenula dopo anni contrastati. Dall'altra a presiedere l'Anm c'è un signore che si chiama Giuseppe Santalucia, che è una sorpresa, per chi non ne conoscesse già le idee, proprio quanto a cultura delle garanzie. Una convergenza da cui trarre la migliore premessa per la fase nuova della politica giudiziaria. Soprattutto se si pensa alle posizioni non scontate che il dottor Santalucia, magistrato di Cassazione, ha su prescrizione - "serve un meccanismo che governi i tempi del processo" - e carcere - "anche per il più efferato dei criminali vale il principio della pena come rieducazione, e la riforma penitenziaria dovrebbe guardare alla stella polare dell'articolo 27".
Presidente Santalucia, una ministra come Cartabia può aiutare la magistratura nella cosiddetta auto-ricostruzione?
Credo proprio di sì. Non vuol dire che riconosca limiti nei precedenti ministri, non dico questo. Ma mi sento di confidare davvero nell'aiuto che la ministra Marta Cartabia potrà dare alla magistratura nel nuovo e difficile percorso che ci aspetta. Presidente emerita della Consulta, ordinario di Diritto costituzionale: sono titoli che favoriscono evidentemente una dialettica sui problemi dell'ordine giudiziario, su questioni così strutturali. Il profilo della guardasigilli susciterà anche nell'Anm la piena disponibilità a collaborare, nelle forme che la ministra riterrà opportune, al percorso di riforme in arrivo sulla giustizia.
L'ex ministro Bonafede torna a difendere il "lodo Conte bis": ma si può lasciare in vigore la norma dell'ex guardasigilli senza sapere se la riforma del processo, seppure fosse approvata in pochi mesi, produrrà davvero l'accelerazione sperata?
È una domanda a cui credo debba rispondere la politica, non il sottoscritto: per parte mia faccio una considerazione tecnica. Da noi la prescrizione ha assunto una funzione duplice: da una parte presidiare il diritto all'oblio, dall'altra assicurare una durata non irragionevole ai processi. Certo, la seconda funzione è indebita. Però un meccanismo che governi i tempi del processo serve, va trovato, nel momento in cui la prescrizione viene abolita dopo una condanna in primo grado.
Quindi non ci si potrebbe accontentare del "lodo conte bis"?
Chiariamo una cosa: dire che la prescrizione del reato, e ribadisco del reato, debba assicurare il diritto all'oblio anche dopo che sia stato ordinato il rinvio a giudizio, o addirittura dopo una sentenza di condanna in primo grado, è contro la logica.
In che senso?
Non si può più parlare di diritto all'oblio nel senso che non c'è più oblio dal momento che la memoria della vicenda è stata vivificata dall'esercizio dell'azione penale. Però subentra la questione che dicevo, il governo dei tempi, e dunque il meccanismo della cosiddetta prescrizione processuale, per esempio.
Lei condivide l'idea che se una fase processuale dura troppo l'azione penale è improseguibile?
Non entro nel merito delle conseguenze. Non mi interessa dire qual è il meccanismo che preferisco, per il semplice motivo che non è il caso di spostare l'attenzione sul dettaglio. Conta il principio. Una conseguenza per la durata eventualmente irragionevole del processo deve pur esserci, se viene meno l'impropria funzione limitatrice assunta finora, nel nostro ordinamento, dalla prescrizione. In Paesi in cui il termine di estinzione del reato non è previsto nelle forme in cui esisteva da noi, prima della riforma del 2019, c'è sempre e comunque un governo dei tempi processuali.
I magistrati sul carcere sono stati anticipatori coraggiosi, con le ordinanze sui domiciliari anti covid, ma anche critici, in altri casi, su quell'istituto: quale anima prevarrà?
Spero ne prevalga semplicemente una ispirata al principio costituzionale del fine rieducativo della pena. Che naturalmente considera anche i casi particolari, i reati più gravi, ivi compresa la persistente legittimazione, a mio giudizio, del 41 bis. Ne ha parlato su La Stampa il dottor Pignatone. Ma anche nei confronti del più terribile dei criminali va comunque affermato il principio secondo cui il carcere ha una funzione rieducativa. In ogni caso va tenuta come stella polare sempre e comunque l'idea contenuta nell'articolo 27: si deve operare in vista della risocializzazione del condannato.
Quindi ci sarà spazio per una riforma del carcere?
Me lo auguro. La riforma era stata predisposta, poi non se ne sono realizzati alcuni degli aspetti centrali. Credo li si debba recuperare. Innanzitutto la diversificazione delle misure, a seconda del profilo del condannato: non è pensabile che la detenzione in carcere debba rappresentare la sola alternativa alla sanzione pecuniaria. Come ha scritto il professor Fiandaca sul Foglio, non è questione di buonismo ma di utilità sociale: senza una nuova visione dell'esecuzione penale non si riuscirà a ridurre la recidiva. Laddove riuscire a ridurla mi pare sia l'interesse primario della collettività.
Alcuni magistrati dell'Anm rilanciano l'iniziativa per il sorteggio al Csm: perché la maggioranza che si riconosce nella sua presidenza è contro il sorteggio?
C'è una questione costituzionale, innanzitutto: l'articolo 104 parla di magistrati "eletti": da lì non si scappa, è difficile giocare con le parole. A meno che non si modifichi la Costituzione, io credo che anche le ipotesi di sorteggio temperato o qualificato siano fuori dal perimetro della Carta. Poi c'è una considerazione più personale, di cui sono altrettanto convinto.
Vale a dire?
Non credo che la selezione random aiuti la magistratura a superare la crisi in cui si è venuta a trovare. Premesso che dobbiamo riconoscere i fatti, e cioè che la magistratura si è lasciata andare, che serve una profonda ristrutturazione culturale. Premesso che certamente ci saranno ulteriori verifiche disciplinari sui comportamenti che sono emersi, premesso tutto questo io non credo che tornerebbe utile trovarsi con un Csm formato per sorteggio. Noi magistrati non dobbiamo e non possiamo sottrarci, e dico di più: forse la crisi drammatica in cui il Paese si trova potrà, per cosi dire, costringere anche noi magistrati a completare questo processo di ricostruzione. Però mi sento di dire che non si fa tutto con le regole, che le procedure non bastano. Dobbiamo recuperare il senso della nostra funzione, prima di tutto. La vera riforma, che non si può scrivere ma che si deve profondamente realizzare, è questa.
di Giuliano Foschini e Salvo Palazzolo
La Repubblica, 24 febbraio 2021
"Business pandemia. Boom di riciclaggio, corruzione e scambi elettorali". La relazione della direzione investigativa antimafia conferma le denunce di magistrati ed esperti sui rischi in infiltrazione durante il lockdown: raddoppiate le denunce di mafia. Una lista di padrini scarcerati all'attenzione di chi indaga, potrebbero riorganizzarsi. Un nuovo patto criminale Sicilia-Usa. Cade il muro dell'omertà nell'Ndrangheta: aumento nelle collaborazioni.
L'allarme che arriva da Foggia. "Il lockdown ha rappresentato l'ennesima occasione per le consorterie criminali di sfruttare la situazione per espandersi nei circuiti dell'economia legale e negli apparati della pubblica amministrazione". Non è più un sospetto, è una certezza. Gli analisti della Direzione investigativa antimafia hanno ripercorso le statistiche dei reati commessi su tutto il territorio nazionale e hanno scoperto un dato preoccupante che racconta come si è sviluppata la regia dei padrini: "Nei primi sei mesi del 2020, il numero dei reati commessi con l'aggravante del metodo mafioso è il doppio rispetto all'anno precedente". A crescere sono soprattutto i "casi di riciclaggio, di reimpiego di denaro e di corruzione". Anche lo scambio elettorale politico mafioso ha fatto registrare un balzo delle statistiche giudiziarie: "Al Sud, si sono quintuplicati" gli episodi scoperti. Segno del livello di infiltrazione negli enti locali.
L'ultima relazione semestrale della Dia al Parlamento dà sostanza all'allarme di questi mesi arrivato da magistrati ed esperti: "Si prospetta il rischio che le attività imprenditoriali medio-piccole (ossia quel reticolo sociale e commerciale su cui si regge principalmente l'economia del sistema nazionale) vengano fagocitate nel medio tempo dalla criminalità, proprio diventando strumento per riciclare e reimpiegare capitali illeciti".
La chiave della grande aggressione sta nella disponibilità di liquidità che i clan continuano ad offrire: "A privati ed imprese in difficoltà", spiega la Direzione investigativa antimafia oggi diretta da Maurizio Vallone. Indagini, processi e sequestri di beni non sembrano aver fiaccato i padrini. Al contrario: nei primi sei mesi dello scorso anno sono stati denunciati il doppio dei mafiosi rispetto agli anni precedenti. "È la riprova - scrive la Dia - che il lockdown, se da un lato ha determinato una contrazione delle "attività criminali di primo livello" necessariamente condizionate da una minore mobilità sul territorio, dall'altro ha rappresentato l'ennesima occasione per le consorterie criminali di sfruttare la situazione per espandersi nei circuiti dell'economia legale e negli apparati della Pubblica Amministrazione. Non a caso, anche lo scambio elettorale politico mafioso ha fatto registrare un aumento di casi nel 2020".
Sotto osservazione c'è adesso una lista di scarcerati che hanno finito di scontare il loro debito con la giustizia. Boss che hanno conservato un cospicuo portafoglio in questi anni in carcere, e soprattutto il segreto di tante relazioni. Le ultime indagini hanno messo in risalto un gran fermento nelle cosche in giro per l'Italia: la parola chiave per capire oggi è "alleanza". Per fare fronte contro magistrati e forze dell'ordine. Per massimizzare i profitti con investimenti ancora maggiori.
L'alleanza che più preoccupa gli investigatori è il "rinnovato" patto con i "cugini" americani. Nell'ottica di un "superamento" delle divisioni fra vincenti e perdenti del passato. La Dia ricorda che quattro delle cinque famiglie mafiose di New York (Gambino, Genovese, Lucchese e Colombo) sono originarie di Palermo e provincia, la quinta, quella dei Bonanno, ha radici a Castellammare del Golfo, Trapani. Negli ultimi mesi, c'è un stato un gran via vai di ambasciatori per trattare affari, non è ancora chiaro quali. Le indagini della procura di Palermo hanno intercettato due mafiosi agrigentini mentre parlavano della visita di un emissario della famiglia Gambino: era in cerca di una grande azienda in crisi, da riempire di "soldi che vengono da Singapore" e poi fare fallire con un crac. Una grande operazione di riciclaggio, sfruttando in modo eclatante la crisi.
Le crepe nell'Ndrangheta - Affari internazionali continuano a fare i boss dell'Ndrangheta, che resta leader del narcotraffico. Ma l'organizzazione "non appare più così monolitica ed impermeabile a fenomeni quali la collaborazione con la giustizia di affiliati e di imprenditori e commercianti sino a ieri costretti all'omertà dal timore che tale organizzazione mafiosa imponeva loro". È una novità importante messa in risalto dalla Dia: "Un numero sempre maggiore di collaborazioni con la giustizia di soggetti appena tratti in arresto per vari reati sta frantumando quel clima di omertà e di impenetrabilità che aveva contraddistinto l'Ndrangheta".
La galassia della Camorra - "La Camorra napoletana, invece, può oggi facilmente suddividersi in varie classi - scrive la Dia - In prima classe, sicuramente appaiono cartelli di famiglie che hanno saputo resistere nel tempo anche a momenti di grave crisi legate alle vicende delle guerre di camorra che si sono combattute nell'area nord e centro di Napoli. Attualmente risultano salde le posizioni dell'Alleanza di Secondigliano in un'area che va dal centro di Napoli sino a Giugliano, le attività criminali spaziano dai traffici di stupefacenti al commercio internazionale di prodotti con marchi contraffatti (di cui sono indiscussi leader a livello europeo) alla gestione di appalti pubblici. Sullo stesso piano la giungla di famiglie generalmente riconducibili al nucleo familiare dei Mazzarella, oggi egemoni nel centro est di Napoli". Preoccupano anche gli altri "micro clan operanti in città e provincia che vivono per lo più di traffico di stupefacenti ed estorsioni". La scarcerazione di un boss o di un "soggetto particolarmente determinato" può anche creare conflitti "che possono sfociare pure in omicidi per il riposizionamento sul territorio", avverte la Dia.
La mafia foggiana - Se mai ce ne fosse bisogno, la relazione della Dia evidenzia anche l'altra nuova emergenza criminale con cui il nostro Paese deve fare i conti ormai da tempo: la mafia foggiana. "Ormai da qualche anno - scrive la Dia, citando le parole del procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho - si ha la consapevolezza che esiste una quarta mafia, una mafia forte, sanguinaria, arrogante, che crede di poter combattere con lo Stato".
"Un quadro evolutivo sempre più spregiudicato, tale da creare un serio allarme sociale, con ripercussioni sul locale tessuto socio-economico", scrive la Dia. In un quadro in cui è sempre più chiaro uno scambio tra "mafia degli affari e quella che indichiamo come la borghesia mafiosa, punto d'incontro tra gli interessi dei clan e di certa parte del mondo imprenditoriale e della politica. Le organizzazioni mafiose foggiane stanno crescendo, si stanno evolvendo, stanno passando da un modello sempre più tradizionale di mafia militare ad un modello più evoluto di mafia degli affari, e questo sta modificando gli assetti, i rapporti di alleanze perchè quanto più gli obiettivi sono ambiziosi, tanto più le relazioni, le cointeressenze si fanno strutturate".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 24 febbraio 2021
Sicilia e Toscana hanno inserito i legali nel piano vaccinale, nessuna risposta alle richieste degli Ordini territoriali nel Lazio, Lombardia e Calabria. Forza Italia si fa promotrice di una interrogazione al Ministro. Vaccinazione senza regole omogenee per gli avvocati. Mentre alcune Regioni, come la Sicilia e la Toscana, hanno inserito i legali tra le categorie a rischio, includendoli nella profilassi prevista per gli uffici giudiziari, altri Ordini territoriali che pure ne avevano fatto richiesta non hanno avuto risposte.
A lanciare l'allarme è Antonino Galletti, Presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma, il più grande d'Italia, che ha rivolto un appello al neo Ministro Cartabia, perché "riporti un minimo di razionalità in un procedere finora abbastanza schizofrenico".
La questione monta nel corso della giornata e nel tardo pomeriggio, il senatore di Forza Italia Franco Dal Mas rende noto che, su richiesta del suo gruppo, la Commissione Giustizia del Senato ha dato mandato al presidente Andrea Ostellari di richiedere al ministro competente "di introdurre criteri omogenei sul territorio nazionale, e di specificare formalmente che il settore giustizia oltre al personale della giustizia, comprende anche gli avvocati per la funzione che viene quotidianamente esercitata secondo quanto esposto in premessa".
"Per quanto riguarda l'Avvocatura - spiega Galletti - siamo all'assurdo oramai di una vaccinazione a macchia di leopardo sul territorio nazionale. Capita così che gli avvocati siano considerati categoria a rischio a Palermo ed in Firenze e non invece altrove, ad esempio, a Roma e nel Lazio, dove fin da novembre abbiamo chiesto come COA Roma e come Unione degli Ordini Forensi del Lazio di procedere alla vaccinazione degli iscritti quanto prima per assicurare continuità al servizio primario della Giustizia".
"Per ora non sono arrivate risposte - prosegue Galletti - eppure sia in Sicilia, sia in Toscana e sia nel Lazio, gli avvocati frequentano aule d'udienza affollate, visitano i detenuti, incontrano una pluralità di assistiti, contribuiscono come parte essenziale al funzionamento di un servizio pubblico essenziale quale quello della Giustizia, che non può certo fermarsi, non potendosi sbattere le porta in faccia ai diritti ed alle libertà".
"Siamo così al paradosso - prosegue - che un avvocato romano, che pure potrebbe essere chiamato a partecipare un'udienza in presenza a Firenze non è vaccinato, a differenza dei colleghi di quella città". Secondo Galletti dunque è necessario procedere a un "intervento organico che riguardi tutto il territorio nazionale". A richiedere il riconoscimento come categoria a rischio è anche il presidente dell'Ordine degli avvocati di Catanzaro Antonello Talerico con una lettera inviata al presidente facente funzioni della Regione Nino Spirlì.
E un intervento prioritario per la categoria è stato chiesto nella giornata di ieri dal Presidente del Coa Napoli nord, Gianfranco Mallardo.
Il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Palermo, invece, come detto, ha ricevuto comunicazione dell'inserimento degli Avvocati tra le categorie con priorità del programma di vaccinazione. Il Presidente del COA, avv. Giovanni Immordino, ha commentato: "Gli avvocati hanno continuato a lavorare, mettendo sempre a rischio la propria salute".
Polemiche in Toscana dopo che l'Ordine degli avvocati di Firenze ha comunicato agli iscritti: "La Regione ha accolto la richiesta di inserire nella campagna di vaccinazione anti Covid il personale dell'amministrazione giudiziaria e gli avvocati". Legali dunque inclusi insieme alle forze dell'ordine, al personale scolastico e ai membri del sistema giudiziario fra i destinatari delle dosi AstraZeneca. A gettare acqua sul fuoco l'assessore regionale alla Sanità, Simone Bezzini, che ha spiegato che siccome le dosi "possono essere somministrate solo a persone fra i 18 e i 55 anni, in buono stato di salute", non verrebbero sottratte né agli anziani né ad altri i soggetti con fragili.
A rivolgersi al Presidente della Regione Lombardia, l'avvocato Attilio Fontana, ed all'Assessore al Welfare, Letizia Moratti, l'Unione lombarda degli Ordini forensi: "Avuto notizia - si legge nella missiva - che il personale degli Uffici Giudiziari è stato inserito nella somministrazione prioritaria prevista dal Piano Vaccini fase 2 della Regione Lombardia", e ritenuta l'iniziativa "lodevole e di grande interesse per il sistema giudiziario", prosegue il Presidente Angelo Proserpio, "mi permetto di rilevare che il piano di prevenzione potrà essere più utile ed efficace se la somministrazione prioritaria dei vaccini coinvolgerà anche gli Avvocati". Ricordando che "nei giorni scorsi" anche la rappresentanza istituzionale dell'avvocatura aveva espresso il medesimo suggerimento, condiviso peraltro dall'Anm.
di Niccolò Nisivoccia
Il Sole 24 Ore, 24 febbraio 2021
La riforma del processo civile è uno dei capitoli più importanti del programma di riforma della giustizia. I processi civili sono lenti, troppo lenti, si osserva; ed è convinzione diffusa che questa lentezza sia una delle cause principali degli scarsi investimenti esteri nel nostro Paese.
Una riforma è indispensabile, se ne deduce, perché il funzionamento dei processi dipende in ultima analisi dalle leggi che li regolano. Il ragionamento ha la forza di un sillogismo, almeno in apparenza, perché è un dato che i processi civili siano lentissimi; così come sono gli stessi investitori esteri a dare spesso atto delle loro ritrosie, motivandole alla luce di questo dato. Ma è altrettanto vero che il funzionamento dei processi dipende in ultima analisi dalle leggi che li regolano? In parte sicuramente lo è.
Negarlo significherebbe disconoscere la funzione stessa della legge, che è quella di regolamentare il vivere comune; ed equivarrebbe, come giuristi, ad abdicare al proprio molo, se non alla propria essenza. È quindi sempre vero, senza dubbio, che lo svolgimento di un processo è anche il frutto della legge che lo disciplina e lo scandisce, essendo il processo a sua volta una delle dimensioni nelle quali il vivere comune si realizza e si manifesta (Salvatore Satta sosteneva addirittura che nel processo l'esistenza umana sfiora una dimensione divina).
E per quanto riguarda il processo civile, in particolare, sono molti i profili sotto i quali una riflessione avrebbe una sua ragion d'essere, a cominciare dall'intoccabilità del triplice grado di giudizio. La realtà è che alla moltiplicazione dei gradi di giudizio non corrispondono, di per sé, maggiori garanzie che una sentenza sia giusta, perché i modelli processuali dipendono piuttosto dai modelli di organizzazione dello Stato.
Lo aveva spiegato benissimo Mirjan Damaska, ad esempio, in un suo saggio fondamentale del 1986 ("I volti della giustizia e del potere", il Mulino): quanto più è radicata la fiducia nello Stato, nello Stato di diritto, tanto meno sarà necessaria la moltiplicazione dei gradi. Da questo punto di vista potrebbe allora valere la pena quantomeno di ragionare sull'ipotesi dell'eliminazione del giudizio d'appello, sulla quale si discute da anni: considerando fra l'altro che l'eliminazione di un grado potrebbe forse finire perfino per contribuire, se immaginata nel contesto di una riforma più generale, a generare o ad aumentare, per effetto di un circolo virtuoso, quella medesima fiducia verso lo Stato intorno alla quale il discorso è centrato.
Ma la legge non basta. Pensare che una buona legge, da sola, possa produrre giustizia ed equilibrio non è semplicemente illusorio: è anche controproducente, nella misura in cui può tradursi in un alibi deresponsabilizzante. Le leggi non vivono solo delle proprie prescrizioni, ma - al contrario - hanno bisogno di comportamenti che alle prescrizioni conferiscano un senso, riempiendole di contenuti. Di più: come notava già Gustavo Zagrebelsky in un libro di una decina d'anni fa (Intorno alla legge, Einaudi) proprio l'eccesso di leggi tipico del nostro tempo ha rovesciato ormai quasi del tutto la situazione.
"La silenziosa sacralità del diritto è stata soppiantata dalla verbosa esteriorità del diritto", scriveva Zagrebelsky, aggiungendo che "lo Stato è da tempo una machina legislatoria". Ed è proprio per via di questa "verbosa esteriorità" e di questa trasformazione dello Stato in una "machina legislatoria" che la legge sembra aver smarrito ormai molta della sua forza, ammesso che per certi versi non abbia fallito tout court, secondo la tesi sostenuta di recente da Carla Benedetti nel suo "La letteratura ci salverà dall'estinzione" (Einaudi).
Tutto ciò non può non valere anche in relazione al processo civile, della cui funzionalità, o disfunzionalità, dovrebbero farsi carico, prima di chiunque altro, coloro che del processo fruiscono e che il diritto sono chiamati ad applicarlo, in concreto: parti, avvocati, giudici, ciascuno per la propria parte. È soprattutto da loro, oltre che naturalmente dalla dotazione di maggiori risorse (di persone e di mezzi), che dipende il funzionamento del sistema, aldilà di qualunque riforma presente o futura.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 24 febbraio 2021
Il giornalista deve dimostrare di aver valutato il diritto alla dignità umana in rapporto alla rilevanza di dare la notizia con le generalità. Il Codice della privacy esclude la divulgazione dei nomi delle vittime di violenza sessuale, a meno che sia necessaria ai fini della corretta informazione sulla vicenda e che tale informazione corrisponda a un essenziale interesse pubblico. La Corte di cassazione con la sentenza n. 4690/2021 ha accolto il ricorso di una moglie che, violentata dal marito in un ambito di maltrattamenti in famiglia, lamentava la pubblicazione da parte di un giornalista delle proprie generalità. Il rinvio è stato giustificato dalla carenza della motivazione del giudice di merito che, nel respingere la domanda della donna di risarcimento danni, ha ritenuto legittima la condotta del giornalista. La prima difesa dell'autore dell'articolo - che emerge tra le righe della sentenza di legittimità - si attagliava sulla piena riconoscibilità della vittima a causa della doverosa divulgazione delle generalità del marito autore del reato.
Ma tanto il giornalista quanto il giudice - chiamato a valutarne il comportamento - non possono limitarsi a una tale constatazione, che non è spendibile de plano. La divulgazione di nome e cognome della vittima va, infatti, comunque valutata in rapporto alla circostanza che siano essenziali alla notizia e che questa sia di interesse generale. ma soprattutto, che tali dati coperti da privacy non siano "eccedenti" rispetto al fine di rendere una corretta informazione di un fatto che per le sue peculiarità coinvolge la dignità umana della vittima.
L'articolo 137 del Codice Privacy mira a tutelare la riservatezza delle persone offese dalla commissione di alcuni gravi reati, segnatamente di natura sessuale. Ma la verità del fatto, la rilevanza dell'interesse pubblico a conoscerlo e la continenza nell'esporlo, da parte del giornalista, sono fattori che lasciano sopravanzare il diritto di cronaca sull'interesse alla privacy della persona offesa dal reato sessuale. Cioè la tutela di rilievo costituzionale della dignità della persona può essere superata da una puntuale valutazione giornalistica - oggetto dell'esame del giudice, in caso di lite - sull'essenzialità dell'interesse a divulgare la notizia. Quindi la bilancia può ben pendere dal lato della libertà di espressione in merito a un fatto che coinvolge la privacy individuale. Nel caso concreto la Corte annulla la sentenza per la carente motivazione fornita sul punto di tale bilanciamento.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 febbraio 2021
Il magistrato di Sorveglianza ha respinto l'istanza per i domiciliari dei difensori di Carmine Alfano, affetto da "broncopatia cronica asmatiforme". È affetto da una grave malattia respiratoria, tanto che per i due processi pendenti i giudici hanno dato il via libera ai domiciliari perché "esposto a pericolo di vita". Ha anche un residuo pena di 8 mesi ancora da scontare, ma la magistratura di sorveglianza ha rigettato l'istanza.
Una vicenda non isolata, ma di "ordinaria amministrazione", utile a capire quanto sia tuttora difficoltoso garantire il diritto alla salute nonostante che il periodo pandemico ne richiede maggiore urgenza. In questo caso parliamo di Carmine Alfano, detenuto attualmente nel carcere di Siracusa, affetto, come si evince dalla sua cartella clinica, da "broncopatia cronica asmatiforme" e da "enfisema bolloso parasettale", vale a dire da "bolle d'aria sulla superficie pleurica del polmone", tali da determinare il collasso dell'organo e, quindi, "l'interruzione della funzione ventilatoria che garantisce l'ossigenazione sanguigna". Il problema è che è stato già colpito da due attacchi di pneumotorace spontaneo "a carico del polmone sinistro, che ha determinato insufficienza respiratoria acuta che ha richiesto il drenaggio in emergenza del cavo pleurico".
Ha una severa patologia e rischia la vita in caso di Covid 19 - In sede di consulenza tecnica, all'esito di un accurato esame clinico, il dottore ha formulato una prognosi "quoad vitam infausta", rappresentando che, nell'ipotesi in cui il pneumotorace "si verificasse contemporaneamente nell'emitorace destro e in quello sinistro, il soggetto andrebbe incontro a morte certa per insufficienza respiratoria acuta". In considerazione della severa patologia e del rischio esponenziale in caso di contagio da Covid-19, il medico ha sollecitato "la Direzione Sanitaria della Casa Circondariale di Siracusa ad effettuare una visita specialistica pneumologica", in realtà già richiesta dal mese di agosto del 2019.
La stessa Area Sanitaria della Casa circondariale di Siracusa, con nota del 19 marzo 2020, ha segnalato che il detenuto Alfano "ha avuto un pneumotorace spontaneo ed alla Tac sono state evidenziate bolle di enfisema a carico del lobo superiore di destra e sinistra. (...) Alla visita odierna ha riferito dispnea notturna ed obiettivamente erano presenti lievi sibili respiratori. (...) In atto le sue condizioni sono apparentemente buone, ma non si può escludere che un eventuale contagio con Covid 19 possa cagionare un pregiudizio alla salute"; sempre nella nota il medico del carcere ha rilevato che Alfano "è in attesa di effettuare visita pneumologica e test di bronco dilatazione e Dlcop presso l'Ospedale Umberto I di Siracusa, inoltre, poiché ha lamentato disturbi urinari ed è stata richiesta ecografia vescica e prostata".
Sia il Gip sia la Corte d'Assise di Salerno hanno evidenziato la pericolosità della carcerazione - A tutt'oggi, però, nonostante i reiterati solleciti, non è stato effettuato alcun accertamento clinico.Com'è detto, Carmine Alfano ha due processi pendenti. In uno, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Salerno ha sostituito la misura di massimo rigore con quella degli arresti domiciliari, reputando il protrarsi della carcerazione particolarmente pericoloso per il detenuto e ritenendo addirittura superflua un'eventuale perizia.
Il Gip ha evidenziato la necessità di costanti contatti con le strutture sanitarie esterne e la correlata difficoltà a causa dell'epidemia da Covid 19. Tale provvedimento viene assunto a seguito di una nota trasmessa, il 28 dicembre 2020, dall'Area Sanitaria della Casa circondariale di Siracusa, dove viene rimarcata la criticità delle condizioni di salute di Alfano. Analoga decisione di concessione degli arresti domiciliari in luogo della carcerazione, adottata il 12 gennaio scorso, è giunta anche dalla Corte di Assise di Salerno.
Ha rilevato come "nel caso di specie si è proprio in presenza di una valutazione in concreto, operata dalla stessa casa circondariale, secondo cui la necessità di contatti e trasferimenti continui del detenuto presso strutture esterne, indispensabile per la cura della patologia è resa oltremodo difficoltosa dalla attuale situazione emergenziale degli Ospedali, sicché diviene effettivo il rischio che il detenuto non possa essere curato o soccorso con la tempestività necessaria e sia, perciò, esposto a pericolo di vita".
Dopo quasi un mese e mezzo il detenuto si è visto rigettare dalla magistratura di sorveglianza l'istanza per la detenzione domiciliare. Il problema è che, essendo affetto da enfisema bolloso bilaterale, nella malaugurata e sfortunatissima eventualità che il pneumotorace si verificasse contemporaneamente nell'emitorace destro e in quello sinistro, andrebbe incontro a morte certa per insufficienza respiratoria acuta. La questione diventa ancora più pericolosa nel momento in cui rischia di contrarre il Covid. Problematica recepita da ben due giudici, tranne dalla magistratura di sorveglianza che ha disposto il trasferimento presso il carcere sardo di Cagliari.
di Riccardo Lo Verso
livesicilia.it, 24 febbraio 2021
Avrebbero dato il via libera a un trasferimento singolo. "Rispettate sempre le linea guida". Ci sono due imputati per la morte di Samuele Bua, che nel novembre 2018 si suicidò all'interno del carcere Pagliarelli di Palermo. Aveva 29 anni. Il procuratore aggiunto Ennio Petrigni e il sostituto Renza Cescon hanno chiesto il rinvio a giudizio per omicidio di colposo nei confronti dei medici in servizio nel penitenziario. Il 20 aprile prossimo sapranno dal giudice per l'udienza preliminare Stefania Brambille se deciderà di mandarli o meno sotto processo.
Samuele era un soggetto affetto da "schizofrenia grave". Un giorno i vicini sentirono delle urla provenire dalla casa e avvertirono i carabinieri. Samuele finì in carcere. "Non è lì che doveva stare", hanno sempre detto i familiari, che hanno presentato una denuncia tramite l'avvocato Giorgio Bisagna. Una volta in cella Samuele Bua si tolse la vita impiccandosi con in lacci delle scarpe. Era stato posto in isolamento.
Secondo l'accusa, i due imputati non avrebbero tenuto conto della certificazione di un altro medico che aveva disposto le dimissioni dal reparto di psichiatria e il trasferimento in una cella del reparto "grande sorveglianza" in compagnia di un altro detenuto che potesse controllarlo. Ed invece Bua finì in una cella da solo. Gli furono pure riconsegnati gli oggetti di uso comune, fra cui rasoi, lenzuola e lacci delle scarpe. Quei lacci che il detenuto avrebbe poi usato, un mese dopo, per mettere fine alla sua vita.
I due imputati, assistiti dagli avvocati Claudio Gallina Montana, Valeria Minà e Gianluca Corsino, hanno sempre professato la loro innocenza, escludendo qualsiasi colpa nel loro operato, approntato sempre al rispetto delle linee guida. C'è un ulteriore giallo in questa strana storia. L'autopsia svelò che Bua aveva tracce di alcol nel sangue. Davvero strano per un soggetto che si trovava in isolamento in carcere.
perugiatoday.it, 24 febbraio 2021
Approvata una mozione per l'istituzione di una Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza come quella in cui è rinchiuso Luigi Chiatti. La chiusura degli istituti psichiatrici per detenuti ha aperto la strada alle Rems, le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, cioè quelle strutture dove rinchiudere persone condannate o non giudicabili, ma per le quali è necessario un regime detentivo. L'Umbria ne è sprovvista e invia le persone soggette a questo tipo di misura in Sardegna (come Luigi Chiatti, condannato per il duplice omicidio di bambini a Foligno) oppure in Toscana. Il costo per un detenuto in Rems, a carico dello Stato e delle Regioni, è di 350 euro giornalieri.
Nel Carcere perugino di Capanne risultano 120 degli attuali 360 detenuti presentano problemi psichiatrici certificati e, anche se non tutti necessitano del ricovero in una Rems, costituiscono un problema per la gestione quotidiana da parte degli agenti di Polizia penitenziaria, spesso costretti ad affrontare atti di autolesionismo e aggressioni da parte dei detenuti.
Della condizione dei detenuti con problemi psichiatrici si è occupato anche il Garante dei detenuti nella relazione 2019, a conferma che il carcere non è il luogo adatto per questi soggetti: aumento degli eventi critici, spesso innescati da soggetti affetti da patologie psichiatriche, tentativi di suicidio, rivolte, scioperi della fame, atti di autolesionismo, aggressioni al personale, baratto dei medicinali. Analoghe difficoltà seppur in numero inferiore, sono state rilevate anche nel carcere di Terni e in quello di Orvieto.
La soluzione potrebbe essere quella di realizzare una Rems in Umbria, così come chiesto dalla mozione promossa dai consiglieri della Lega Francesca Peppucci, Eugenio Rondini, Valerio Mancini, Daniele Carissimi, Daniele Nicchi e dal Gruppo di Fratelli d'Italia, con Eleonora Pace e Marco Squarta. Un atto con il quale si chiede di "rivedere l'accordo interregionale con la Regione Toscana relativo alla realizzazione e gestione di residenze comuni per detenuti con patologie psichiatriche e di dotare l'Umbria di una struttura propria Rems".
L'Umbria non aveva mai realizzato una propria Rems in quanto al momento dell'istituzione di tali strutture si trovavano ristretti solo sette detenuti, rientranti nei criteri previsti. Da qui l'accordo con Liguria, Sardegna e Toscana per ospitare, nelle proprie strutture, gli internati provenienti dal territorio umbro, "fermo restando l'impegno reciproco di favorire la dimissibilità, con presa in carico dei Dipartimenti di salute mentale del territorio di provenienza, delle persone che cessano di essere socialmente pericolose" ha ricordato la consigliera Peppucci.
Nonostante l'accordo, ad oggi i posti riconosciuti all'Umbria risultano, però, insufficienti, con difficoltà di gestione dei detenuti ritenuti pericolosi e bisognosi del servizio, ma anche una lunga lista di attesa per usufruire dei posti. "Ci siamo attivati dopo l'incontro con la Procura che ha posto questa necessità. I numeri sono notevolmente aumentati, servirebbero 10 posti più altri 10, per altrettanti pazienti maschi e femmine, che dopo adeguate valutazioni mediche e di percorso in relazione ai reati commessi dovrebbero gradualmente essere reimmessi nella società - ha detto in aula l'assessore Coletto - Proprio per questo c'è necessità di una Rems, e con la delibera dello scorso 16 dicembre è stato approntato un gruppo di lavoro per determinare la collocazione e la costruzione della residenza. Quindi sono stati aggiunti dei tecnici per arrivare in tre mesi a definire collocazione e tipo di struttura".
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