radiocittafujiko.it, 24 febbraio 2021
È passato quasi un anno da quando nelle carceri italiane si manifestarono rivolte dei detenuti connesse all'inizio della pandemia. Erano infatti i primi giorni di marzo quando, negli istituti di pena di diverse città italiane, le persone recluse iniziarono drammatiche forme di protesta, incendiando materassi, salendo sui tetti e barricandosi all'interno.
di Maurizio Crippa
Il Foglio, 24 febbraio 2021
Il tema le è caro e avrà libertà d'azione (e di lite con Salvini). I provvedimenti necessari (obbligatori) per migliorare il sistema di giustizia civile sono scritti nelle Country specific recommendation per il 2019-20 a cui puntualmente rimanda il Next Generation Eu, come ha indicato Mario Draghi nel discorso per la fiducia.
di Lorenza Pleuteri
osservatoriodiritti.it, 24 febbraio 2021
Arrivano con una circolare riservata firmata dal capo della polizia, Franco Gabrielli, le nuove disposizioni per gestire le rivolte nelle carceri italiane. Ma molti addetti ai lavori sollevano dubbi e critiche sul metodo usato e sul contenuto del documento.
Fanno discutere e dividono, mettendo al centro dell'attenzione il sistema carcerario e il bilanciamento di poteri e prerogative, le linee guida varate dal capo della polizia Franco Gabrielli per pianificare e coordinare gli interventi da attuare in caso di rivolte e in occasione di presidi di solidarietà ai carcerati.
di Vincenzo Maria Siniscalchi
Il Mattino, 24 febbraio 2021
Pareva segnato il destino della Giustizia italiana come "immodificabile" e come paradigma amaro del fallimento di ogni tentativo di ritornare ad una Giustizia fatta di ragionevolezza delle regole, di responsabile riferimento ai diritti della società, pilastro della struttura costituzionale dello Stato repubblicano. Pareva che si spegnesse lentamente l'attesa del recupero elementare di una credibile giurisdizione.
Alla giustizia penale, in particolare, ridotta a mero campo di esercizio di prepotenze contro-riformatrici (riferibili ad esempio allo stravolgimento di un istituto giuridico come quello della prescrizione) ed anche l'abbandono di ogni adeguata riflessione sulle avvilenti condizioni della detenzione documentate con encomiabile fermezza e corretta analisi dal garante Mauro Palma e dai rappresentanti regionali del medesimo istituto di garanzia delle condizioni della carcerazione in Italia. Qualcuno scrive che per la Giustizia occorrerebbe dare vita ad un nuovo "umanesimo" che conferisca senso reale alla lotta per l'affermazione del diritto. È una proposta di alto valore culturale e morale.
È una proposta di indiscutibile responsabilità eppure, senza volare a quote troppo elevate, sta diventando maturo il tempo di riforme anche minimali che scuotino in special modo, per ciò che attiene al processo penale, il vero e proprio blocco di ogni percorso di recupero a fronte della vera e propria sospensione del diritto che si esprime nella irragionevole durata dei processi!
Chiara la violazione dell'art. 111 della Costituzione, la limpida norma che rispecchia la regola europea e delle statuizioni della C.E.D.U. In speciale modo negli ultimi anni, con l'abdicazione completa del dibattito legislativo a favore della decretazione di urgenza (e con l'astratta conflittualità tra "giustizialisti" e "garantisti") si è sostanzialmente aggredito il processo penale ormai garanzia solo simbolica per i cittadini che vi sono coinvolti sia dello Stato repubblicano che da questa deriva oscurantista registra la sconfitta più mortificante della sua credibilità, in una Magistratura sempre più devastata nei suoi fondamentali valori di garanzia costituzionale.
Il Presidente del Consiglio, professor Draghi, nei suoi decisi e chiari interventi programmatici innanzi alle Camere e la professoressa Cartabia Ministra della Giustizia, hanno richiamato l'attenzione sulla necessità di recuperare metodi corretti di accelerazione delle procedure per contenere l'inaccettabile lunghezza del processo penale ma anche sulle altrettanto inaccettabili complicazioni del processo civile ed amministrativo che scontano, tra l'altro, il peso dei lacci e lacciuoli che quelle procedure deprimono.
Porre riparo a queste anomalie significherebbe, a parte le ragioni di ripresa di una credibilità della giurisdizione, collegarsi alle ragioni di fondo dei piani europei di sviluppo. In sede parlamentare è stato accantonato conia proposta contenuta per ora in un significativo e vincolante "ordine del giorno", il problema del recupero alla dignità giuridica dell'istituto della prescrizione. Prima dovrà porsi riparo con urgenza alla costruzione di un quadro legislativo organico e compatibile con la situazione generale per una riforma processuale penale con un impianto organizzativo dopo la individuazione dei "tempi morti".
Possiamo indicare tre punti centrali, che ad avviso dei molti esperti, potrebbero cancellare i ritardi che l'esperienza di ogni giorno fa ricadere su difetti strutturali del processo penale. E si tratta in sintesi: a) di intervenire sulla dilatazione dei tempi prodotti da una arcaica sovrabbondanza di notifiche che soprattutto nei processi con pluralità di imputati potrebbero essere contenute con una più intensa applicazione informatica.
La dispersione dei tempi in questi casi produce rinvii che incidono sulla ritardata trattazione delle udienze più utili; quelle per la valutazione delle prove, problema centrale del processo a tendenza accusatoria come il nostro; b) nella fase delle indagini preliminari, vanno rese perentorie le decadenze dei termini di durata delle indagini stabilendo un contenimento delle richieste di proroghe previste per legge individuando un termine per le deleghe alla Polizia Giudiziaria da parte del P.M. In caso di delega alla P.G. (ad esempio per intercettazioni telefoniche o, comunque, per captazioni informatiche) la P.G. dovrà relazionare in sintesi senza operare commenti, interpretazioni, valutazioni che competono al P.M. delegante; c) valorizzare tutti i sistemi informatici, specialmente in fase di giudizio di appello, al fine di potenziare (salvo il caso di rinnovazione del dibattimento) il processo "a distanza".
Ecco, in estrema sintesi, qualche indicazione per un percorso che si ponga lo scopo di iniziare e concludere in termini di tempo ragionevoli il "giusto processo". Dalla Ministra Cartabia che, da costituzionalista di riconosciuto impegno etico e culturale, da componente e poi Presidente della Corte costituzionale, pensiamo che, proprio in attuazione di quel "moderno meccanismo" di cui si parla, possiamo attenderci una attenzione sensibile per quei primi passi che occorrono per risalire la china. E siamo sicuri che dalla Cartabia, di cui tutti ricordiamo, le limpide pagine scritte con i commenti ai Viaggi nelle carceri italiane (pagina di civiltà indimenticabile che onora la Corte Costituzionale), si apra finalmente un percorso di vero recupero in senso umanistico e riformatore per il mondo delle carceri italiane che si nutra del precetto costituzionale riassunto dall'articolo 27, comma 3 della Carta.
di Marco Tassinari
apg23.org, 24 febbraio 2021
53mila persone vivono recluse in promiscuità. Una bomba da disinnescare prima che esploda. Giovedì il webinar. Covid-19 e carcere: una emergenza nell'emergenza. Mentre le varianti del coronavirus mettono a dura prova il piano di contenimento e di cura della pandemia, oltre 53 mila persone vivono rinchiuse nelle carceri italiane in condizioni di promiscuità: un rischio enorme per loro, per i familiari, per il personale che lavora negli istituti penitenziari.
di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 24 febbraio 2021
Sebbene limitati dal coronavirus e costretti a seminari e convegni on line, non si arresta la riflessione sulla legalità e la detenzione. Due sono state le occasioni per sensibilizzare opinione pubblica e addetti ai lavori su questi temi.
Il primo, un seminario promosso il 5 febbraio da "Capitale Torino" e moderato da Francesco Tresso, vicepresidente della Commissione per la legalità e il contrasto dei fenomeni mafiosi, sul tema "Cittadinanza, legalità e sicurezza", ha chiamato a raccolta tutti gli attori che in città operano per garantire la convivenza civile dai Penitenziari (Simona Vernaglione, direttore del Ferrante Aporti) all'Ufficio di esecuzione Penale (Domenico Arena, direttore Uepe), dai garanti dei detenuti (Monica Cristina Gallo) ai docenti di Giurisprudenza (Miryam Borrello, Davide Petrini, Lorenzo Grignani) dai vigili del Nucleo di Prossimità (Valter Bouqulè) ai mediatori culturali (Giovanni Ghibaudi). Tutti sono stati coinvolti, come ha introdotto Tresso, per fare il punto sulla situazione della legalità e per sensibilizzare la prossima Giunta comunale, che verrà eletta in primavera, sulla necessità che a Torino la legalità si coniughi con la cittadinanza e perché la sicurezza non diventi paura e diffidenza nei confronti di chi è diverso ma si costruisca con i diritti di ogni cittadino.
A questo riguardo - a fronte (secondo i dati Istat) di una diminuzione di omicidi, furti e rapine ma di un aumento di reati informatici e atti persecutori - è in crescita la recidiva di chi ha scontato una pena in carcere: 5 su 8 ex detenuti tornano a delinquere. Un dato preoccupante su cui bisogna riflettere e mettere in atto politiche che prevengano la diffusione dell'illegalità, come hanno sottolineato Monica Gallo, Simona Vernaglione e Domenico Arena perché l'amministrazione è ancora lontana dalle problematiche carcerarie.
"Laddove infatti il tempo della pena è ricco di contenuti formativi e di avviamento al lavoro", ha detto Monica Gallo, "allora la recidiva crolla". Un concetto ribadito dalla direttrice del carcere minorile Ferrante Aporti, Istituto da sempre fiore all'occhiello in Italia per le attività di reinserimento dei ragazzi, che ha presentato l'iniziativa di creare un teatro all'interno dell'Istituto, aperto alla cittadinanza in modo che i ragazzi siano in contatto con "chi è libero": "solo così ti puoi sentire cittadino già quando "sei dentro perché non si può imparare a nuotare senza andare al mare".
Più strettamente inerente all'Amministrazione carceraria, il seminario organizzato da Bruno Mellano, Garante dei detenuti della Regione Piemonte giovedì 11 febbraio, sul tema "Senza casa, senza lavoro gli internati in misura di sicurezza e il caso Piemonte", uno dei tanti drammi "dimenticati" del sistema penitenziario italiano. Si tratta delle "Case-lavoro per gli internati in esecuzione delle misure di sicurezza", un istituto dell'Ordinamento carcerario mai riformato risalente agli anni 30 e che non ha mai raggiunto la finalità dell'inserimento nella società.
A fine gennaio erano 334 le persone internate in colonie agricole o Case-lavoro che in realtà, nel migliore dei casi, sono edifici annessi ai penitenziari, ex strutture carcerarie o ex ospedali psichiatrici se non sezioni all'interno delle galere, tra cui Biella con 53 ristretti (78 sono in Abruzzo, 54 in Emilia Romagna, 35 in Sicilia, 23 in Sardegna e in altre regioni).
Obiettivo dei lavori introdotti da Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della Libertà, portare all'attenzione dell'amministrazione della Giustizia un istituto "obsoleto" al limite della costituzionalità e da cancellare "perché frutto di una cultura penalistica e giuridica del secolo scorso che conteneva la marginalità" se si tiene conto che gli internati in quelle che dovrebbero essere Case lavoro (ma di fatto strutture carcerarie con sbarre e agenti) sono persone considerate socialmente pericolose, non condannate, né processate. "Si tratta di "disperati, malati di mente, tossicodipendenti, infermi, stranieri senza documenti, persone fragili", ha elencato Alessandro Prandi, Garante della Città di Alba, gli scarti della società direbbe Papa Francesco.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 24 febbraio 2021
Nuovo caso in Aula. Poi arriva la mediazione: il governo s'impegna sui tempi del processo. La riforma Bonafede, che congela i tempi di prescrizione dopo il primo grado di giudizio, torna a mietere consensi tra chi non la vuole. E Fratelli d'Italia, per la seconda volta in due giorni, fa riemergere le divisioni nella maggioranza sul tema giustizia.
Dopo la bocciatura, lunedì, dell'emendamento a firma Delmastro Delle Vedove, che chiedeva di bloccare la riforma, ieri è stato respinto anche l'ordine del giorno, dello stesso deputato di FdI, che invocava un impegno del governo "ad adottare ogni iniziativa necessaria al fine di superare, quanto prima, la riforma della prescrizione". Forza Italia, Italia viva e Lega si sono astenuti. Azione non ha partecipato al voto e il Pd, per evitare che l'odg venisse approvato, ha votato in favore dell'avversata riforma, assieme al M5S. "Il governo Draghi sembra sempre più una prosecuzione del Conte bis, anche nei suoi aspetti più critici fra cui quello di trasformare i cittadini in sudditi sottoposti a processi a vita", ha rimarcato il meloniano Delmastro, spingendo la maggioranza alla difesa.
"Ci asteniamo come atto di fiducia nei confronti della ministra Cartabia e di una forte discontinuità rispetto al recente periodo di oscurantismo giuridico e manettaro", spiega il forzista Pierantonio Zanettin. Ed Enrico Costa, di Azione, ammette: "Da FdI arriva una sollecitazione verso una direzione che avevamo intrapreso. Ma nel rispetto del nuovo ministro abbiamo trovato una sintesi".
Una sintesi che, come per il blocco degli sfratti, è stata trovata con un rinvio a data da destinarsi. Ad ottenerlo la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, grazie a un richiamo ai principi costituzionali e ai valori di riferimento dell'Unione europea. Già lo chiamano "metodo Cartabia". Applicato alla giustizia si è condensato in un ordine del giorno, approvato ieri, che "impegna il governo ad adottare le necessarie iniziative di modifica normativa e le misure organizzative volte a migliorare l'efficacia e l'efficienza della giustizia penale, in modo da assicurare la capacità dello Stato di accertare fatti e responsabilità penali in tempi ragionevoli (art. 111 Costituzione), assicurando al procedimento penale una durata media in linea con quella europea, nel pieno rispetto della Carta, dei principi del giusto processo, dei diritti fondamentali della persona e della funzione rieducativa della pena".
Soddisfatti i Cinque Stelle che, con Mario Perantoni, rivendicano: "Mi pare evidente che il clima politico sia cambiato sul tema della riforma del processo penale. Qualcuno sembra non voglia prenderne atto e continui a fare crociate". Mentre il dem Alfredo Bazoli fa notare che l'odg "consente finalmente di deporre le armi della polemica, e di concentrarsi sul merito dei problemi".
Ma è proprio nel merito che sorgono le divergenze. Anche fra i tecnici. Secondo il presidente dell'Unione Camere penali, Giandomenico Caiazza, "la soluzione è la riscrittura della legge delega". Per Bazoli, invece, ripartire da zero "comporterebbe una ulteriore rilevante dilatazione dei tempi". Mentre, sostiene, il "dl Bonafede sarà l'occasione per misurarci su una riforma di sistema che affronti il tema in modo coerente, superando forzature e le contraddizioni della riforma della prescrizione approvata da M5S e Lega".
di Bartolomeo Romano*
Il Dubbio, 24 febbraio 2021
I primi passi del Governo Draghi, in materia di giustizia, sono nel segno dell'agrodolce. Si percepiscono buoni propositi e impaludamenti possibili. Certo, è ancora presto: ma abbiamo materiale per riflettere, sia per quel che attiene quanto detto dal Presidente del Consiglio, sia per le iniziative prese dalla Ministra Cartabia.
Per quel che concerne Draghi, mentre il discorso di mercoledì al Senato mi aveva deluso, sui temi legati al "pianeta giustizia", la sua replica alla Camera dei Deputati in occasione del voto di fiducia, nel tardo pomeriggio di giovedì, sembra aver fatto segnare, finalmente, un positivo salto qualitativo. Ho percepito una attenzione, sia pur necessariamente sintetica, ai temi della giustizia e una consapevolezza dei relativi problemi che alimenta ragionevoli aspettative. Con il coraggio di affrontare le questioni, che prima era mancato, e con analisi e conclusioni in gran parte, dal mio punto di vista, condivisibili.
Il primo punto toccato, in materia, dal Presidente del Consiglio ha riguardato il tema della corruzione. Qui il Presidente ha dapprima utilizzato argomentazioni consuete. Ha affermato, certo a ragione, che un Paese capace di attrarre investitori deve difendersi dai fenomeni corruttivi, veicolo di ingerenza criminale anche da parte delle mafie e fattore disincentivante sul piano economico per gli effetti depressivi sulla competitività e sulla libera concorrenza. Inoltre, in riferimento allo sviluppo nel meridione, ha sottolineato che legalità e sicurezza sono una precondizione per la crescita economica. Anche qui, affermazioni corrette; ma ovvie.
Poi il tono è cresciuto e Draghi ha avuto lungimiranza e coraggio. Infatti, riferendosi al settore degli appalti pubblici, dopo aver riaffermato la centralità del ruolo dell'Anac, e sottolineato l'importanza dei presidi di prevenzione per combattere la corruzione, è andato in profondità. Il Presidente ha notato come occorra superare i controlli troppo formali, che richiedono gravosi adempimenti per i cittadini e le imprese, e che finiscono per alimentare la corruzione. E ha proseguito invocando una semplificazione con funzione anti-corruttiva, uno snellimento e una accelerazione dei processi decisionali pubblici, nei quali si annidano gli illeciti. E una reale trasparenza della pubblica amministrazione, con un virtuoso rapporto di collaborazione tra istituzioni e collettività amministrate.
Questo è un aspetto centrale. Ho dedicato due recenti volumi ai delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione e all'abuso di ufficio e, proprio da penalista, non posso che concordare in toto. Occorre superare la "burocrazia del non fare"; occorre impedire che lo Stato e tutte le pubbliche amministrazioni siano, o sembrino essere, nemici o avversari dei cittadini e delle imprese; occorre che i pubblici funzionari ci spieghino perché dobbiamo fare certe cose o non ne possiamo fare di altre, anziché, semplicemente ed autoritativamente, imporcele. Questa, sì, Presidente, che sarebbe una rivoluzione, con significative ricadute sulla giustizia amministrativa, su quella penale e sullo sviluppo del Paese. Che ci potrebbe trasformare, realmente, da sudditi a cittadini. Ma occorre sempre stare attenti alle cadute demagogiche. Draghi ha infatti proseguito sostenendo che, seppure i dati quantitativi sulla criminalità nel corso degli anni sono andati migliorando, non è tuttavia migliorata la "percezione" che ne hanno i cittadini. Per concludere che "deve essere la percezione a guidare l'azione, a stimolare una azione sempre, sempre più efficace". No, Presidente: di populismo penale e giudiziario, di "criminalità percepita", non ne abbiamo veramente bisogno. Occorre stare ai dati; lavorare sui numeri. Come ha dimostrato di saper fare in passato. Tanto più che Lei è lontano dai social, sarebbe opportuno evitare venti mutevoli e mode passeggere.
Ma, forse, è stato solo un momento. Perché poi il Presidente del Consiglio ha concluso il suo intervento sulla giustizia con veri e propri giochi di artificio, fragorosi e festosi, almeno per le mie orecchie. Ha detto, Draghi, che occorrono azioni innovative per migliorare la giustizia civile e penale quale servizio pubblico fondamentale, nel rispetto delle garanzie costituzionali, mirando ad un processo giusto e di durata ragionevole, in linea con la media degli altri Paesi europei. Esattamente quello che avevo auspicato in articoli e interviste radiofoniche.
Poi, nuovamente, un messaggio rassicurante, nel solco del consueto, forse per preparare il passaggio conclusivo: il Presidente del Consiglio ha tenuto a ribadire che occorre tutelare il sistema economico contro il rischio di infiltrazioni criminali conseguente a immissione di denaro pubblico anche proveniente dall'Unione europea. Infine, e qui il "botto" è stato fortissimo, il Presidente Draghi ha affermato che non deve essere trascurata la condizione di tutti coloro che lavorano e vivono nelle carceri, spesso sovraffollate, i quali sono esposti al rischio e alla paura del contagio e sono particolarmente colpiti dalle misure necessarie a contrastare la diffusione del virus. Parole sagge, non scontate e che pongono questioni delicate e complesse.
E che, a mio modo di vedere, aprono certamente al tema della vaccinazione per soggetti oggettivamente a rischio, forse anche ad un rafforzamento delle misure alternative al carcere, e persino alla opportunità di amnistia o indulto in tempi eccezionali, quali quelli che stiamo vivendo. Apparentemente, la Ministra Cartabia sembra aver toccato temi simili. Da un lato, ha avuto una prima riunione alla Camera con i capigruppo della maggioranza, nella quale pare abbia usato parole ragionevoli, per poi, tuttavia, legare la riforma della prescrizione ad una più ampia riforma del processo penale. Non dubito della buona volontà (stavo per scrivere "buona fede") della nuova Guardasigilli.
Ma chi, come me, ha firmato più appelli per il rispetto dell'art. 111 della Costituzione e il conseguente riallineamento della prescrizione ai princìpi di civiltà giuridica, ha sentito puzza di bruciato, odore di inciucio, sentore di melassa e di rinvii alle calende greche. Tanto più se si sceglie la via della delega al governo, asseritamente sulla base della considerazione che sulla questione della prescrizione gli effetti della riforma Bonafede si vedranno in tempi non brevi e dunque, non vi sarebbe particolare fretta. Spero di sbagliare; ma un mio insegnante di una vita fa, mi avvertiva: "la via del poi porta alla piazza del mai".
Del resto, l'intransigenza dell'ex guardasigilli Bonafede, disposto solo ad accettare il c. d. lodo Conte-bis, che incide solo sulle assoluzioni in primo grado, non preannunzia giorni facili e soluzioni condivise. E la Camera ha già respinto l'emendamento di Fratelli d'Italia che prevedeva di congelare la riforma Bonafede fino al 31 dicembre 2023, con 29 favorevoli allo stop, 227 contrari (Pd, M5s e Leu) e 162 astenuti (Lega, Forza Italia e Italia Viva).
L'altra iniziativa della Ministra Cartabia, la visita a sorpresa al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, lascia ben sperare. Ma, anche qui, al segnale, certo positivo, occorre far seguire i fatti. Non bastano alte testimonianze; occorrono provvedimenti concreti. Il Presidente Draghi è, certamente, persona seria e di altissimo profilo; come la Ministra della giustizia Cartabia. Ma, almeno per quel che attiene ai temi della giustizia, il Governo ha una maggioranza persino troppo ampia. Il rischio, allora, mi sembra sia quello che ai buoni propositi non seguano fatti corrispondenti e che tutto finisca in "melina". Perché neppure un Presidente del Consiglio e una Guardasigilli possono far tutto se le forze politiche presenti in Parlamento non traducono le idee in fatti.
*Ordinario di Diritto penale nell'Università di Palermo. Ex componente Consiglio Superiore della Magistratura
di Errico Novi
Il Dubbio, 24 febbraio 2021
L'ordine del giorno preannuncia l'addio alla prescrizione 5S. Respinto il testo di FdI. A marzo resa dei conti nel ddl penale. La tregua nella maggioranza regge. La tregua sulla prescrizione, s'intende. Non vuol dire che già sia stata riscritta la norma, ma che fronte garantista e Movimento 5 Stelle aderiscono entrambi, almeno per ora, alla logica indicata nell'ordine del giorno Cartabia. Ieri alla Camera, al termine dell'esame sul decreto Milleproroghe, il governo ovviamente lo ha accolto, mentre l'Aula ha respinto quello di Fratelli d'Italia, che impegnava in modo esplicito l'esecutivo a "superare quanto prima" la legge Bonafede. Ma lo stesso obiettivo è contenuto, di fatto, anche nel "lodo" della guardasigilli.
Secondo cui si deve "raggiungere un punto di equilibrio, che assicuri il contemperamento" fra "effettività nell'accertamento dei reati e delle responsabilità personali" e "tutela dei diritti fondamentali della persona, attuazione dei principi del giusto processo e della funzione rieducativa della pena". E la pena non può essere rieducativa se "inflitta ad eccessiva distanza dai fatti", oppure si "rischia di veder vanificata la funzione che le assegna l'articolo 27 della Costituzione", giacché si andrebbe a incidere "su una personalità mutata o per la quale diventa impossibile la costruzione di un percorso rieducativo". Marta Cartabia, costituzionalista e guardasigilli, lo sa. E ha tracciato, con quel sottile richiamo, una linea chiarissima.
Ieri, dopo il voto sul testo di Fratelli d'Italia, il tabellone luminoso ha riportato numeri quasi identici a quelli mostrati il giorno prima, quando era stato bocciato l'analogo emendamento del partito di Giorgia Meloni: 241 voti contrari, quelli di Pd, M5S e Leu, 27 favorevoli, una caterva di astensioni, 189, espresse dai gruppi di FI, Lega e Italia viva, l'uscita dall'Aula di Azione. Enrico Costa chiarisce: "Non partecipo perché per coerenza avrei dovuto approvare il testo di FdI. Abbiamo trovato un equilibrio di maggioranza nell'ordine del giorno condiviso con la ministra Cartabia. Certo, se i tempi si allungassero, tornerei a proporre il congelamento della prescrizione di Bonafede".
Al di là dell'arlecchino di posizioni, prevalgono gli indizi di un intervento che vada ben oltre il lodo Conte bis. Basta ascoltare il capogruppo dem in commissione Giustizia Alfredo Bazoli: "Sarà il ddl Bonafede sul processo penale l'occasione per misurarci su una riforma di sistema che superi" tra l'altro "le forzature e le contraddizioni della riforma della prescrizione approvata da M5S e Lega. Una disciplina che necessita certamente di essere migliorata". Il Pd sembra ormai convinto di convergere verso l'ipotesi della prescrizione per fasi, o prescrizione processuale (come dice con chiarezza il responsabile Giustizia Walter Verini in un'intervista pubblicata in altra parte del giornale, ndr).
Non piacerà ai 5 Stelle. In parte lo ribadisce Mario Perantoni, deputato del Movimento e presidente della commissione Giustizia: nell'intesa di maggioranza vede ribaditi i "principi cardine della efficienza del sistema, dei giusti tempi di durata dei processi e della esclusione di scappatoie per l'impunità". Bonafede era stato ancora più netto nel definire invalicabile "il perimetro del lodo Conte bis". In realtà, del suo ddl penale non solo verrà cambiato quel controverso aggiustamento della prescrizione, ma anche varie ritrosie, come quelle sul patteggiamento.
Ieri è tornato a chiederlo il presidente dell'Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza: "Non è chiaro qual è la riforma che dovrà superare la norma sulla prescrizione: se è il ddl Bonafede, Dio ce ne scampi e liberi". Il destino è segnato: l'8 marzo scade il termine degli emendamenti su quella riforma del processo penale. Il limite potrebbe slittare di altre due settimane al massimo, non di più. È in quel passaggio che Cartabia potrebbe presentare un proprio schema correttivo sulla prescrizione. Ed è lì forse che potrebbe svanire l'idillio nella maggioranza. Anche sew sembra presto per dire che a quel punto il Movimento 5 Stelle deciderebbe di non farne più parte.
di Simona Musco
Il Dubbio, 24 febbraio 2021
Il Segretario Maurizio Turco in prima linea nel ricorso presentato al tribunale di Lecce. La nuova norma sulla prescrizione è incostituzionale. Lo grida a gran voce il segretario del Partito Radicale Maurizio Turco, che si è rivolto al Tribunale civile di Lecce chiedendo di mandare alla Corte Costituzionale "la legge sul "fine processo mai"" dell'ex ministro Alfonso Bonafede. Turco, assistito dagli avvocati Giuseppe Talò e Felice Besostri, ha sollevato una questione semplicissima: il diritto di ogni cittadino ad un processo dalla ragionevole durata.
Ed è per questo che chiede al ministro della Giustizia Marta Cartabia di attendere la pronuncia del giudice Katia Pinto prima di decidere il da farsi sulla prescrizione. "Sulla titolarità a ricorrere in assenza di un processo in corso - hanno sottolineato Turco, Besostri e Talò -, è stata di recente la stessa Corte costituzionale (sentenza 278/ 2020) a riconoscere che tutti i cittadini hanno diritto a conoscere preventivamente la "tabella" del tempo che manca a proscioglierli da una eventuale accusa".
Nel loro ricorso, i due legali pugliesi hanno denunciato la violazione degli articoli 3, 24, 25, 27, 111 e 117 primo comma della Costituzione, rivendicando l'esigenza di accertare il "diritto ad una ragionevole durata del processo, così come attribuito e garantito nel suo esercizio dalla Costituzione italiana, dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e dai vigenti Trattati sull'Unione Europea e il suo funzionamento e dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell'unione, e di difendersi in ogni stato e grado del giudizio mediante proposizione di ricorso efficace anche nei confronti degli organi dello Stato e della pubblica amministrazione".
In quanto istituto sostanziale, sostengono Talò e Besostri, il legislatore non può intervenire sulla norma della prescrizione "in contrasto con i principi costituzionali, convenzionali ed unionali europei che tutelano le parti processuali da un'ottusa applicazione del principio tempus regit actum".
La norma deve dunque rispettare il principio del giusto processo. Ma non solo: il legislatore, laddove utilizza l'istituto della sospensione, violerebbe la semantica giuridica. "Non di sospensione si tratta - contestano i due avvocati -, ma di vera e propria abrogazione, in quanto non vi è una causa definita al cessare della quale cessi la stessa sospensione. L'unico orizzonte temporale è il passaggio in giudicato della sentenza di condanna".
Ma tale "artificio semantico" servirebbe ad ignorare la possibilità dell'assoluzione, violando il principio di non colpevolezza sancito dalla Costituzione, che dura fino al giudizio di Cassazione e non cessa, dunque, al termine del primo grado. Inoltre, tale violazione risulterebbe aggravata dal fatto che neppure una sentenza di appello confermativa dell'assoluzione di primo grado potrebbe sventare la sospensione, lasciando l'imputato in balia dell'eccessiva durata del processo, pur essendo risultato, nel merito, innocente.
Senza contare, poi, la "dilatazione infinita dei termini". E ciò vale non solo per l'imputato, ma anche per le parti offese, che rischiano di vedere l'accertamento dei fatti rimandato sine die. "Senza più determinatezza - sottolineano i due avvocati - il cittadino non sa più se e quando potrà dirsi ripristinata la certezza della sua situazione giuridica, se e quando potrà godere del risarcimento del danno da reato, se e quando potrà dirsi accertata definitivamente la sua estraneità ad una ipotesi di reato. Sono tutti elementi che inducono i sottoscritti a richiedere l'accertamento del loro diritto ad un giudizio di durata ragionevole, ai sensi dell'articolo 111 della Costituzione".
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