di Federica Cravero
La Repubblica, 26 febbraio 2021
L'aggressione prima di un'udienza: indagine interna. Una sigaretta accesa nelle stanze del tribunale in cui i detenuti attendono l'inizio dei processi avrebbe scatenato la furia di un agente della polizia penitenziaria, che ha malmenato un imputato che cercava di ingannare l'attesa prima dell'udienza. Secondo quanto riferito sono stati gli altri due agenti a separare i due e a prestare al ferito le prime cure, prima che si presentasse davanti al giudice.
La vittima è un trentenne detenuto al carcere Lorusso e Cutugno di Torino. Nei giorni scorsi, assistito dall'avvocato Andrea Stocco, è stato accompagnato in tribunale per un processo in cui era accusato dal pm Paolo Scafi. Nonostante fosse arrivato un po' malconcio in aula, l'imputato non ha riferito nulla e nessuno si è accorto di quello che era appena avvenuto. Al giovane erano stati rotti gli occhiali ed era stato sbattuto con la testa contro il muro, ma soprattutto la sera le sue condizioni sono peggiorate e si sono manifestate vertigini e sintomi di commozione cerebrale.
Il caso è stato subito portato all'attenzione della direzione del carcere e gli agenti che avevano assistito al pestaggio hanno fatto rapporto sull'accaduto, raccontando la loro versione. La direttrice Rosalia Marino - arrivata al Lorusso e Cutugno in sostituzione di Domenico Minervini, dopo l'inchiesta coordinata dal pm Francesco Pelosi su presunte torture e abusi che si erano verificati ai danni di alcuni detenuti da parte di alcuni agenti - ha prestato subito la massima attenzione all'episodio e ha aperto un'indagine interna per verificare i fatti, ma della vicenda si stanno interessando anche gli ispettori e anche la procura generale, poiché l'aggressione è avvenuta all'interno del palazzo di giustizia.
La vicenda è arrivata all'attenzione anche della garante dei detenuti di Torino, Monica Gallo: "Non mi esprimo sul caso specifico - ha detto - ma c'è un clima di grande collaborazione e trasparenza con la direzione del carcere per gestire ogni situazione".
di Ian Bremmer*
Corriere della Sera, 26 febbraio 2021
L'economia globale non riuscirà a tornare ai suoi livelli pre-Covid finché tutti i paesi saranno in grado di controllare la pandemia. A un anno dall'inizio della pandemia, le conseguenze sanitarie del Covid-19 parlano da sole: oltre 110 milioni di persone sono state contagiate in tutto il mondo, e le vittime ammontano a 2,5 milioni. La buona notizia è che finalmente sono disponibili alcuni vaccini di comprovata efficacia. La brutta notizia è che siamo di fronte a una ripresa a singhiozzo che si protrarrà almeno per un altro anno, con tutte le inevitabili complicazioni economiche, politiche e sociali. Certo, alcuni paesi - e alcune fasce sociali al loro interno - sono meglio equipaggiati per affrontare l'avvenire. E qui sta il problema, mentre ci sforziamo di avviarci lentamente verso una nuova normalità: se la "ripresa a K" rappresenta un grattacapo per i mercati, quando si tratta di paesi interi questo genere di ripartenza potrebbe avere conseguenze nefaste. E vi spiego perché.
Innanzitutto, un percorso accidentato verso il risanamento provocherà ulteriori spaccature in seno a questi paesi. Per le economie avanzate, il virus ha colpito in misura sproporzionata le entrate dei lavoratori a basso reddito e degli addetti ai servizi. In molti casi, le conseguenze peggiori della contrazione economica sono andate a penalizzare le donne e la popolazione di colore.
I paesi avanzati, in grado di aiutare i propri cittadini, godono sicuramente di una posizione privilegiata, ma persino negli Stati Uniti - il paese più ricco al mondo - i ripetuti interventi a supporto della popolazione sono stati ostacolati dalle schermaglie politiche. Inoltre, non si può affatto dare per scontato che le nuove misure varate dal presidente Joe Biden e dai democratici, se verranno approvate dal Congresso, saranno sufficienti a soccorrere gli elementi più fragili del paese al di là dei prossimi mesi.
In Europa, benché i pacchetti di aiuti siano stati ratificati con grande celerità, i fondi stessi non verranno erogati se non nella seconda metà dell'anno. Tanto l'Europa che gli Stati Uniti, negli ultimi anni, hanno avuto a che fare con movimenti populisti, alimentati sia dalla politica della classe dirigente che dai timori per un futuro sempre più incerto. La mancanza di risorse per fornire aiuti alle categorie più svantaggiate in questo momento rischia di prolungare lo stato di irrequietezza e di malcontento sociale.
Nei paesi emergenti, la situazione è analoga: le fasce sociali più vulnerabili sono state colpite più duramente dall'instabilità economica, una situazione che rischia di alimentare le tensioni sociali, etniche e religiose già in subbuglio in molti luoghi. Ad aggravare queste criticità concorre la fragilità delle economie emergenti, che non dispongono di risorse sufficienti per offrire sussidi o reti di protezione sociale, come accade nei paesi dell'America Latina, del Medio Oriente e altrove. Questi paesi potrebbero essere tentati di prendere denaro in prestito per sopravvivere nel breve termine alle difficoltà causate dalla pandemia, ma così facendo corrono il rischio di sprofondare in un grave indebitamento, se quei fondi non verranno impiegati saggiamente, oppure se all'economia globale occorrerà più tempo del previsto per risollevarsi. È uno scenario interamente plausibile, se consideriamo le nuove varianti del virus oggi in circolazione.
Le disparità nella ripresa tra i vari paesi, inoltre, faranno sorgere nuove difficoltà molto specifiche. I paesi che non dispongono di impianti di produzione del vaccino - e non sono in grado di acquistarlo dai fornitori - saranno destinati ad aspettare più a lungo degli altri. Il programma Covax lanciato dall'OMS appare promettente, ma potrà accelerare solo quando i paesi ricchi avranno vaccinato una quota importante della loro popolazione. I ritardi nelle vaccinazioni faranno prolungare le restrizioni ai viaggi nei paesi più poveri, ostacolando i loro sforzi per risollevare l'economia, in particolare quei paesi che dipendono dalle rimesse degli emigrati. L'impossibilità di vaccinare celermente i propri cittadini rappresenterà inoltre un ostacolo al turismo in molti di questi paesi, specie quelli del sud-est asiatico, le cui economie dipendono in larga misura dalle entrate turistiche. Si potrebbe essere tentati di sminuire tali preoccupazioni, in quanto le criticità sembrano limitate a paesi specifici e non a livello globale. Non dimentichiamo, però, che in un mondo globalizzato come il nostro le difficoltà in cui si dibattono i paesi in via di sviluppo innescano un effetto a catena su tutti gli altri. L'economia globale non riuscirà a tornare ai suoi livelli pre-Covid finché tutti i paesi saranno in grado di controllare la pandemia.
Per quanto drammatico sia stato il 2020 a causa del coronavirus, la risposta economica si è rivelata robusta in quasi tutti i settori. Ma con il progredire della ripresa, e il calo dell'emergenza sanitaria, le ripercussioni economiche e politiche potrebbero essere fonte di crescente instabilità. Una situazione, questa, che minaccia non solo di complicare la politica interna, ma altresì la geopolitica del pianeta, e la classe politica farebbe meglio a tenerne conto.
*Traduzione di Rita Baldassarre
di Marina Catucci
Il Manifesto, 26 febbraio 2021
Tutto è pronto per la pubblicazione del materiale "esplosivo" della Cia sull'omicidio del giornalista avvenuto a Istanbul. L'amministrazione Biden rilascerà un rapporto dell'intelligence in cui si conclude che il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman nel 2018 ha approvato l'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi.
La valutazione dell'intelligence, basata in gran parte sul lavoro della Cia, non è nuova: già nel 2018 era stata confermata da diverse organizzazioni e testate giornalistiche, ma questo rilascio pubblico segna l'inizio di un nuovo capitolo significativo nelle relazioni Usa-Arabia Saudita e una chiara rottura del presidente Joe Biden con la politica dell'ex presidente Donald Trump, come dimostra la telefonata di Biden a Riad, non a Mbs ma al padre, il re Salman.
Discontinuità con Trump confermata dal blocco della vendita di armi ma probabile continuità della vicinanza geopolitica dei due paesi, pur senza apprezzare la guida di Mbs. Ovvero, il patto di Abramo non è in discussione. Su Kashoggi, Trump aveva voluto coprire il ruolo dello Stato saudita nell'omicidio anche dopo che era stato ampiamente condannato dai membri del Congresso, dai giornalisti e da un investigatore delle Nazioni Unite; secondo il rapporto, invece, il principe ereditario saudita "approvò" l'omicidio. Khashoggi, 59 anni, era un cittadino saudita che lavorava come editorialista del Washington Post: il 2 ottobre 2018 era stato attirato al consolato saudita di Istanbul e ucciso da una squadra di agenti dell'intelligence con stretti legami con il principe ereditario. Il suo corpo è stato smembrato e i resti non sono mai stati trovati.
Dopo aver prima negato l'omicidio, il governo saudita ha cambiato versione ed è passato a sostenere che Khashoggi era stato ucciso per caso, mentre la squadra cercava di estradarlo con la forza, affermando che il principe ereditario non era coinvolto. Otto uomini sono stati condannati, in un processo che gli osservatori internazionali hanno definito "una farsa"; 5 hanno avuto la pena di morte, commutata a 20 anni di detenzione. Agnes Callamard, che aveva indagato sull'omicidio per conto delle Nazioni Unite, ha accusato l'Arabia Saudita di "un'esecuzione deliberata e premeditata, un omicidio extragiudiziale di cui lo Stato dell'Arabia Saudita è responsabile ai sensi del diritto internazionale e dei diritti umani".
Già nel 2018 la Cia aveva presentato alla Casa Bianca la sua valutazione, ma questo non aveva cambiato le relazioni più che amichevoli di Trump con l'Arabia Saudita e con bin Salman in particolare. Nel 2020 il tycoon aveva co-firmato alla Casa Bianca gli "accordi di Abramo", una dichiarazione congiunta tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, per normalizzare i rapporti, segnando la prima normalizzazione delle relazioni tra un Paese arabo e Israele, da quella dell'Egitto nel 1979 e della Giordania nel 1994.
Trump aveva puntato sulla buona riuscita di questo trattato, sia per marcare un precedente storico, sia per isolare ulteriormente l'Iran e pur di portare a termine il suo progetto aveva preferito non ostacolare in nessun modo il principe. Nel 2019 The Donald si era vantato di aver protetto Bin Salman ("Gli ho salvato il culo", aveva detto) dal controllo del Congresso, come si è appreso da Bob Woodward. Quei tempi e quel tipo di relazioni - con Mbs, sono dunque finiti? Durante la campagna elettorale Biden aveva promesso che i sauditi avrebbero pagato, diventando "i paria che sono". La divulgazione del rapporto, però, sembra più esprimere la volontà di emarginare Mbs, più che gli affari geopolitici con i sauditi in funzione anti iraniana.
di Fabio Albanese
La Stampa, 26 febbraio 2021
Il rapporto della Fondazione Ismu fotografa la situazione dell'immigrazione in Italia nel 2020. Sbarchi aumentati, richieste di asilo diminuite così come i nuovi permessi di soggiorno. Ma chi si aspettava che il fenomeno dell'immigrazione sia concentrato nelle immagini dei gommoni che attraversano a fatica il Mediterraneo centrale, resterà deluso perché dei quasi 6 milioni di stranieri residenti in Italia, coloro che arrivano dall'Africa sono meno di quanto si possa pensare. La comunità più numerosa residente in Italia è quella dei rumeni (22,7%), seguita da albanesi (8,4%), marocchini (8,2%), cinesi (5,7%), ucraini, filippini, indiani, bangladesi, egiziani e pachistani.
Sono dati contenuti nel 26esimo rapporto della Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità) sulle migrazioni 2020, presentato nei giorni scorsi a Milano. L'Ismu stima che, al primo gennaio 2020, gli stranieri presenti in Italia siano 5 milioni 923 mila su una popolazione di 59 milioni 641 mila, vale a dire un decimo. Un numero sostanzialmente invariato rispetto all'anno precedente. Gli immigrati residenti sono circa 5 milioni, cioè l'85%, gli irregolari poco meno di mezzo milione, con un calo dell'8% rispetto al 2019.
Nonostante l'emergenza pandemia, nel 2020 sono aumentati gli sbarchi, 34 mila, dopo due anni di diminuzione, ma sono in calo le richieste d'asilo, 28 mila contro le 43 mila del 2019. "Nonostante la ripresa degli sbarchi, il fenomeno migratorio nel nostro Paese mostra i segnali di una fase di relativa stagnazione - rileva il rapporto Ismu -. Tale tendenza potrà verosimilmente accentuarsi anche a seguito della crisi economica che il post-pandemia porterà con sé, rallentando gli arrivi e incentivando la mobilità degli stranieri e naturalizzati verso altri Paesi. In prospettiva una riduzione della consistenza numerica è attesa anche per quanto riguarda la componente irregolare, su cui agiranno sia gli effetti della sanatoria intervenuta nel corso di quest'anno, sia l'eventuale riduzione della forza trainante di un mercato del lavoro che quasi certamente faticherà a recuperare le posizioni, già non brillanti, dell'epoca pre-Covid".
Al 31 dicembre 2020, nelle strutture di accoglienza in Italia risultavano essere presenti 80 mila migranti, dato in netta diminuzione rispetto agli anni passati. Ne ospita di più la Lombardia (13% del totale), seguono Emilia Romagna e Lazio. Per quanto riguarda i minori non accompagnati, il dato negli ultimi 5 anni è in continua crescita e oscilla tra il 13,2% e il 15,1% di tutti i migranti arrivati. La maggior parte sono maschi, a fine 2020 erano 7080.
Il rapporto affronta anche altri temi legati all'immigrazione, come quello del lavoro. Gli occupati stranieri in Italia nel 2019 erano 2 milioni e mezzo su una popolazione in età di lavoro di circa 4 milioni. Il 15,6% di tutti i disoccupati italiani è rappresentato da stranieri. Per quanto riguarda la scuola, il rapporto nota come la didattica a distanza dovuta alla pandemia abbia penalizzato maggiormente i figli dei migranti che, in totale, sono circa 850 mila, il 10% di tutti gli alunni delle scuole italiane. Il numero più alto di alunni stranieri è in Lombardia, 218 mila, seguita da Emilia Romagna (100 mila), Veneto (94 mila), Lazio e Piemonte (79-78 mila), Toscana (71 mila). Al Sud, la Campania supera la Sicilia. Grave il dato sul ritardo scolastico perché, se la media nazionale è del 9%, per gli alunni stranieri raggiunge il 30%.
Nel rapporto della Fondazione Ismu, particolare interesse lo ha il focus sulla relazione tra immigrazione, media e politica che, sebbene il Covid abbia poi modificato i temi del dibattito nazionale, nei primi nove mesi del 2020 fa emergere come i telegiornali abbiano dedicato al tema immigrazione il 6% dei servizi contro il 10,4% del 2019, considerato in questo senso un anno record. "Stesso trend si riscontra per la stampa - fa notare l'Ismu.
L'immigrazione non fa più notizia sulle prime pagine (da marzo a giugno, la media è stata di circa 10 titoli a testata in un mese, contro i 30 nel 2019)". Scarsa la voce data agli stessi protagonisti, cioè i migranti, mentre a parlare del fenomeno sui media sono soprattutto i politici. "Tra gennaio e settembre 2020, la politica nelle notizie sull'immigrazione è presente nel 25-30% dei casi, nei sette principali Tg di prima serata - sottolinea il rapporto -. Un tema quello dell'immigrazione che sembra essere in cima alle priorità più dei politici, soprattutto per motivi di consenso, che dei cittadini, afflitti da ben altri problemi. Secondo un'indagine Ipsos-Iusses 2020, infatti, i principali motivi di preoccupazione per gli italiani sono l'occupazione e l'economia (78%), mentre l'immigrazione preoccupa solo il 14% degli intervistati".
varesenews.it, 26 febbraio 2021
Il giorno 28 febbraio, domenica, alle ore 17,30, sulle frequenze di R.M.F. 91.7 e 94.6 saranno trasmesse alcune testimonianze dei detenuti della casa Circondariale di Varese su come è stato vissuto il periodo del Covid-19 all'interno del penitenziario. Con questa iniziativa, frutto di una collaborazione tra le operatrici dell'associazione Auser di Varese, Gisella Incerti e Giovanna Ferloni, di Marita Viola, interprete lettrice, la direttrice dottoressa Carla Santandrea e il responsabile dell'area Pedagogica dell'Istituto di Detenzione Domenico Grieco, si è voluto dare voce ai sentimenti, alle paure, alle emozioni di persone altrimenti invisibili, maturati in un lungo anno segnato da una doppia sofferenza: da un lato l'esecuzione della pena della reclusione e dall'altro il disagio e l'angoscia per le notizie mediatiche sulla pandemia.
di Mara Cinquepalmi
vita.it, 26 febbraio 2021
Nato durante il lockdown come programma di didattica e intrattenimento, oggi il progetto ambisce a diventare un ponte tra città e carcere. A Bologna c'è un quartiere multietnico e multiculturale che conta quasi 700 persone di cui 55% straniere e 25 etnie diverse. Un quartiere che la pandemia ha isolato ancora di più. Quel quartiere è la casa circondariale "Rocco D'Amato", alla periferia della città, che dalla scorsa primavera è protagonista di un esperimento di comunicazione nato durante i giorni del lockdown.
Si chiama "Liberi dentro - Eduradio" ed è il progetto pilota di un'esperienza che fa da ponte tra la città e il carcere. "Vogliamo che diventi un servizio pubblico che parli alla città e al carcere", spiega Caterina Bombarda, giornalista, volontaria carceraria dell'associazione Avoc e curatrice del progetto insieme a Ignazio De Francesco, che da aprile dà voce al progetto che fa di Bologna città apripista, visto che alla fine della prima stagione del programma, verso fine giugno, volontari e operatori carcerari da altre città emiliano-romagnole hanno chiesto di entrare a far parte del collettivo Eduradio con puntate autoprodotte, poi trasmesse sul canale televisivo RTR 292. Così Eduradio si è allargata a Modena, Parma, Ferrara, Faenza e Reggio Emilia. "L'intenzione - spiega Bombarda - è di farne un progetto regionale. Speriamo di farcela e creare una rete, ma a livello tecnico non è facile".
Facciamo, però, un passo indietro. "Eduradio" comincia a trasmettere il 13 aprile 2020 su Radio Fujiko, emittente radiofonica bolognese. Nasce come programma di didattica, informazione e cultura dentro e fuori il carcere, in onda dal lunedì al venerdì per trenta minuti. Meno di un mese prima, tra il 9 e il 10 marzo, il carcere di Bologna è teatro di una rivolta, come altri istituti di pena in diverse città d'Italia, a causa della pandemia. Il bilancio, come riferirà qualche tempo dopo il garante per i Diritti delle persone private della Libertà personale del Comune di Bologna Antonio Ianniello in una relazione, è stato "pesante" con un decesso a seguito dei disordini, ma "si è davvero temuto, da più parti, che la situazione, a un certo punto, potesse andare fuori controllo". Con l'emergenza sanitaria e le misure restrittive adottate dopo le rivolte, le attività educative sono sospese e così Eduradio prova a recuperare quei momenti di formazione.
"In quel contesto - ricorda Bombarda - ci siamo chiesti in quale modo "varcare" le mura di quel quartiere cittadino, il carcere, mentre dappertutto l'emergenza imponeva la chiusura di qualsiasi luogo di incontro tra le persone e la sospensione di ogni attività "non necessaria". Eduradio nasce "come tentativo di dare una "risposta d'emergenza" a un'emergenza che, dentro al carcere, è anche profondamente umana e sociale". Un tentativo messo in piedi da Centro per l'istruzione adulti (CPIA), Associazione volontari per il carcere (A.Vo.C), Il Poggeschi per il carcere, Associazione Zikkaron, Cappellania della Casa Circondariale 'Rocco D'Amato' di Bologna, il Garante comunale dei detenuti Antonio Ianniello e quello regionale Marcello Marighelli e che ha ricevuto il plauso anche di papa Francesco, il quale ha incoraggiato - come scrive in una lettera del 26 maggio scorso "i volontari, i collaboratori e tutte le realtà coinvolte nel significativo progetto, a proseguire l'apprezzata opera di prossimità e di sostegno alle persone carcerate ed ai loro familiari".
Il palinsesto di quelle prime settimane alterna le lezioni, pillole di 10 minuti che permettono agli oltre 150 detenuti iscritti ai percorsi scolastici di continuare a studiare, a rubriche di cultura araba, diritto costituzionale, letteratura dal mondo, proposte di letture, sport, teatro ed anche d'informazione sui servizi sanitari e sui percorsi accessori per favorire il ritorno in libertà dei detenuti. Da settembre, però, Eduradio fa un passo avanti: è parte di Insight, associazione di promozione sociale nata a Bologna per studi, formazione e servizi al territorio nel campo interculturale e interreligioso. Oggi al progetto partecipa anche ASP Città di Bologna, che sta lavorando insieme al Comune di Bologna e alla Regione Emilia-Romagna per dare continuità al progetto. Le trasmissioni, infatti, per ora sono previste fino al 18 aprile e in questa terza nuova stagione il palinsesto si è arricchito accogliendo anche le richieste dei detenuti. Oggi tra le rubriche ci sono anche i "Laboratori di Eduradio", per far ripartire via tv/radio le tante attività educative che non è possibile ancora svolgere in presenza. "A fine ottobre, alla fine della seconda stagione, - racconta ancora Bombarda - abbiamo fatto un sondaggio e sono stati i detenuti a chiedere delle rubriche. Ci hanno chiesto qualcosa di diverso perché ci hanno scritto che 'i programmi che parlano di carcere fanno venire l'ansia".
di Lucia Cappelluzzo
bergamonews.it, 26 febbraio 2021
Il museo bergamasco, la casa circondariale e l'ITCTS Vittorio Emanuele II di Bergamo insieme per un percorso narrativo e visuale alla scoperta delle opere in mostra. "Ti Bergamo - Una comunità", non è una mostra su Arte e Covid, ma una riflessione sul senso di comunità. L'esposizione trae il titolo dal disegno realizzato e donato al museo dall'artista rumeno Dan Perjovschi per sostenere la campagna di raccolta fondi per l'Ospedale Papa Giovanni XXIII che la GAMeC ha promosso attraverso i propri canali nel corso dell'emergenza sanitaria in città.
Attraverso opere d'arte e produzioni dal basso, immagini fotografiche, filmati, gesti e pensieri di quegli autori che, in tempi diversi - e in particolare di recente - hanno interagito con la comunità Bergamo, entrando così a farne parte, il progetto restituisce il cortocircuito emotivo innescato dalla convergenza di eventi drammatici e gesti di solidarietà scaturitisi durante la fase più acuta della crisi, adottando un punto di vista che dal presente volge lo sguardo al passato, per immaginare il futuro.
Una mostra che affonda le proprie radici nel dolore del territorio più colpito dalla pandemia di Covid, quello bergamasco. Ma che trova la sua linfa vitale nell'unione e nella collettività. Con questi presupposti e con questa mission, la mostra Ti Bergamo - Una comunità della Gamec (possibile visitarla ancora fino al 27 febbraio) ha dato vita ad un percorso chiamato "Individually Together" dove è stato coinvolto il mondo della scuola bergamasco con la partecipazione degli studenti e delle studentesse dell'ITCTS Vittorio Emanuele II e dei detenuti della Casa circondariale a Bergamo.
"Siamo distanti, ma vicini. Siamo una comunità, così come scuola, casa circondariale e museo sono tutti e tre parti della città", si legge del depliant consegnato ai detenuti del carcere bergamasco con racchiusi i pensieri di studenti e studentesse e delle persone detenute. Sì, perché ad entrambe le "parti" è stato chiesto di elaborare un proprio pensiero e commento attorno alle opere messe in mostra. E, così, è nato un lavoro corale di parole, racconti, pensieri ed emozioni in grado di oltrepassare pesanti mura e porte sbarrate: alla scoperta delle opere in mostra attraverso narrazioni legate al vissuto di ciascuno. Così diverso, eppure così unito agli altri.
Grazie alla guida sapiente di Maria Grazia Panigada, direttrice della stagione di prosa del Teatro Donizetti che, con il gruppo "Patrimonio di storie", ha messo a punto un metodo di narrazione, nato in Gamec, ma poi sviluppatosi anche agli Uffizi e in altri musei e istituzioni culturali. Marta Begna, Educatrice Museale GAMeC, ha guidato i detenuti nella realizzazione di elaborati nati da una riflessione sul disegno Individually Together di Dan Perjovschi, parte della serie Virus Diary: tante case separate, ma in cui le lettere contenute in ciascuna creano la parola "collective".
La classe IV F dell'ITCTS Vittorio Emanuele II, guidata dall'Educatrice museale Sabrina Tomasoni e con l'aiuto del regista Davide Cavalleri, ha realizzato una visita guidata virtuale alla mostra composta dagli interventi degli studenti registrati su Google Meet. Una visita guidata senza voce, racchiusa in poche pagine. "Queste narrazioni, che avreste dovuto ascoltare dalla voce delle protagoniste e dei protagonisti, girando per le scale, sono racchiuse in queste pagine - si legge. La classe non può uscire, i detenuti nemmeno, ma qui ci sono le loro voci, offerte in dono al vostro sguardo e alla vostra attenzione".
di Alberto Rodighiero
Il Gazzettino, 26 febbraio 2021
La maggioranza rischia di spaccarsi anche sul garante dei detenuti. Nonostante la compagine che sostiene il sindaco Sergio Giordani abbia già trovato un'intesa sul nome di Antonio Bincoletto, ieri a sparigliare le carte ha provveduto il consigliere della lista Giordani Luigi Tarzia che ha lanciato il sasso in piccionaia: "Dal momento che di recente abbiamo votato il nuovo regolamento sulla parità di genere, questa è la volta buona per passare dalle parole ai fatti e, quindi di nominare una donna".
Mercoledì prossimo il Consiglio comunale si riunirà per votare il "garante dei diritti delle persone private o limitate nella libertà personale". A seguito del bando pubblicato dal Comune sono state dichiarate ammissibili 7 candidature (5 donne e 2 uomini). Di fatto, però, la maggioranza avrebbe già trovato un'intesa. Su "suggerimento" di Coalizione civica, infatti, a spuntarla sarebbe stato Bincoletto, scrittore, docente negli istituti superiori, con alle spalle corsi di Perfezionamento e di Alta formazione al Centro Diritti Umani dell'Università di Padova.
Non solo. Il "Garante in pectore" collabora con "Ristretti Orizzonti" la rivista bimestrale del carcere Due Palazzi. A mettersi di traverso, però, ieri ha provveduto Tarzia. "Ho esaminato i curriculum e inequivocabilmente il migliore per titoli e competenze per ricoprire questo delicato e complesso incarico è quello della dottoressa Maria Pia Piva - ha suonato la carica l'esponete della lista Giordani - Anche se sono sempre le competenze che accreditano e accrescono i ruoli nelle società, siamo in questo caso specifico di fronte a una netta prevalenza di curriculum con sensibilità femminile, una circostanza che non dovremo deludere.
La nomina, infatti, è un'occasione importante anche per quanto concerne la parità uomo/donna, tematica ribadita dal Presidente Draghi e ben evidenziata in città con il loro lavoro e la loro passione dalle componenti della commissione per le pari opportunità, le politiche di genere e i diritti civili".
"La parità di genere ha interessato i lavori dell'ultimo consiglio comunale con una discussione importante dentro e fuori dall'aula che ha coinvolto anche l'opinione pubblica e le diverse realtà cittadine patavine. Come ha ben detto la scrittrice padovana Antonia Arslan le donne si affermano per le competenze e i titoli e non in quanto donne e sono questi requisiti che devono guidarci e mai come in questa circostanza le competenze, facilmente riscontrabili nel curriculum della dottoressa Piva, sono indubbiamente le migliori e non sono confrontabili con quelle degli altri candidati".
"Questa nomina costituisce un'opportunità per l'implementazione delle politiche di genere. Si tratta infatti di una candidatura indipendente, non legata ad alcuno partito o movimento politico, in possesso di titoli di studio e di un curriculum strutturato e dettagliato. Il tutto unito ad un background formativo attinente alla delicatezza e alla complessità della funzione carceraria. Sono sicuro che anche il Pd padovano farà una riflessione accurata sul mio appello, visto anche quanto ha sostenuto in questi giorni il segretario nazionale Zingaretti rispetto alla parità di genere".
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 26 febbraio 2021
Portato molto probabilmente in una colonia penale dove sarà costretto ai lavori forzati per due anni e mezzo. La sua condanna al carcere era stata confermata in appello lo scorso sabato. L'oppositore russo Aleksej Navalnyj è stato trasferito dal carcere moscovita Mitrosskaja Tishina, dov'era detenuto da metà gennaio, verso una destinazione ignota. Molto probabilmente verso una colonia penale, eredità dell'Unione Sovietica, dove sconterà una pena di due anni e mezzo e sarà obbligato ai lavori forzati. "Non hanno detto a nessuno dove è stato trasferito", hanno riferito i suoi avvocati.
L'avvocato quarantaquattrenne era stato arrestato il 17 gennaio al suo rientro a Russia dopo cinque mesi in Germania dove era stato trasferito e curato dopo essere finito in coma su un volo Tomsk-Mosca a causa di quello che diversi laboratori occidentali hanno definito avvelenamento da agente nervino Novichok. Navalnyj era stato condannato a tre anni e mezzo di carcere con sospensione della pena e cinque anni di libertà vigilata il 30 dicembre del 2014 per frode ai danni di Yves Roches: processo giudicato "politico" dalla Corte europea per i diritti umani (Cedu). Il periodo di libertà vigilata era stato successivamente esteso di un anno e scadeva lo scorso 30 dicembre.
Alla vigilia della scadenza, il Servizio penitenziario federale (Fsin) aveva accusato Navalnyj di non essersi presentato al giudice di sorveglianza durante la convalescenza, benché lo stesso presidente Vladimir Putin avesse autorizzato il suo trasferimento all'estero in deroga alle restrizioni sui suoi spostamenti. Su richiesta del Fsin, il 2 febbraio un tribunale moscovita ha convertito la sospensione della pena in detenzione e lo scorso sabato ha respinto l'appello condannando Navalnyj a tre anni e sei mesi di carcere che, scontato il periodo già trascorso ai domiciliari, si sono ridotti a due anni e mezzo. "Ricordo ancora una volta che in virtù di una decisione vincolante della Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu), Aleksej Navalnyj dovrebbe essere immediatamente rilasciato", ha detto il suo stretto collaboratore Leonid Volkov precisando che neppure la famiglia è stata informata del trasferimento.
La polemica su Amnesty che ha revocato lo status di prigioniero di coscienza - Mercoledì Amnesty International ha annunciato di non considerare più Aleksej Navalnyj un "prigioniero di coscienza" a causa di suoi passati commenti xenofobi. I sostenitori di Navalnyj avevano accusato l'ong di avere ceduto a una compagna organizzata per screditare l'oppositore.
La polemica si è riaccesa oggi giovedì dopo che il duo specializzato in burle telefoniche, Vovan e Lexus, ha chiamato via Zoom i leader di Amnesty spacciandosi per Volkov, il braccio destro di Navalnyj. "Siamo consapevoli che quanto accaduto ha causato molti danni", ha detto Denis Krivocheev, vicedirettore di Amnesty International per l'Europa e l'Asia centrale, durante la telefonata. "Francamente - e mi dispiace dirlo - questa chiamata Zoom è a mio parere sufficiente per qualificare la leadership di Amnesty come inadatta", ha reagito Volkov.
di Giulia Borgese
Corriere della Sera, 26 febbraio 2021
Perché non sono mai lì a condividere dolore, orrore e paura con quelle loro compagne? Perché non sono capaci di dire "Siamo con voi, la pensiamo come voi"? L'altro giorno in televisione lo scrittore Maurizio de Giovanni ha detto proprio quello che io e tante, tantissime donne giovani o anche vecchiette come me pensano: ma dove sono gli uomini, dove restano nascosti, non hanno la fantasia - o la forza - sufficiente per chiedere una mattina di libertà dal lavoro per unirsi alle donne quando ci sono - ormai quasi ogni giorno - i funerali delle povere vittime quei tremendi assassinii, oggi ribattezzati con la parola femminicidi che mi pare così brutta nel voler distinguere per genere perfino delitti?
Ogni volta vediamo sui giornali le fotografie di ragazze di tutte le età con i loro fazzoletti rosa, le loro scarpette rosse, le magliette con il nome di quella poveretta chiusa nella bara coperta di fiori, con i lenzuoli con su scritto "Mai più", "Basta con la violenza sulle donne", "Libere tutte", "Non una di più". E sono donne sole, abbandonate su quelle strade affollate all'improvviso dal dolore e da una giustissima rabbia. Ma dove sono i compagni buoni, gli uomini forti e veri, gli amici, anche quelli gentili e perfino amabili? Perché non sono mai lì a condividere dolore, orrore e paura con quelle loro compagne dal volto rigato di lacrime? Perché non sono capaci di dire "Siamo con voi, la pensiamo come voi, siamo anche pronti difendervi"?
E non venitemi a dire che è per una questione di femminismo che i maschi non se la sentano di mescolarsi a quei gruppi di donne desolate, non ci credo che hanno ancora in mente il vecchio cliché delle ardite manifestanti che animavano le piazze degli anni Settanta, e un po' li spaventavano. Io credo che sia invece soltanto per una questione di cultura e e di umanità; e forse anche di quella educazione che manca nelle scuole, nella nostra vita civile e purtroppo anche nelle famiglie.
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