di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 27 febbraio 2021
Da una settimana la Spagna è scossa da massicce proteste scoppiate all'indomani dell'incarcerazione del rapper Pablo Hasel, condannato per presunta esaltazione del terrorismo e invettive nei suoi testi contro la monarchia dei Borboni, in particolare Juan Carlos. Il caso di Hasel sta sollevando forti dubbi sull'effettiva garanzia della libertà di espressione mette a nudo una profonda divisione nella società spagnola riguardo i valori democratici.
Le manifestazioni hanno costretto il governo guidato dal socialista Pedro Sanchez a doversi confrontare con alcune leggi ancora in vigore e soprattutto il ruolo della magistratura considerato sempre più reazionario.
Lo stesso primo ministro, la scorsa settimana, ha riconosciuto che la democrazia spagnola "ha del lavoro da fare quando si tratta di ampliare e migliorare la tutela della libertà di espressione" anche se ha poi aggiunto che "in una democrazia piena, non c'è posto per la violenza, e non ci sono eccezioni". Le leggi "liberticide" alle quali ha fatto riferimento, pur senza nominarle, sono quelle che considerano in un senso lato il reato di "esaltazione del terrorismo". La giustificazione portata avanti dal mondo della magistratura è che i testi di Hasel potrebbero tradursi in violenza sul campo.
Una tesi sostenuta dal fronte politico conservatore, all'opposizione nel Parlamento. Punire le persone non per i loro atti ma per il proprio pensiero costituisce un pericoloso arretramento democratico. Secondo Srirak Plipat, direttore dell'organizzazione internazionale di difesa delle arti, Freemuse, la "libertà di parola in Spagna ha subito forti attacchi a partire ultimi 10 anni".
Un periodo che coincide con la fortissima crisi economica che ha attraversato tutta l'Europa meridionale e che in Spagna ha visto il riemergere delle mai sopite spinte indipendentiste in Catalogna insieme agli scandali che hanno coinvolto la Casa Reale, a partire dalle tangenti che Juan Carlos avrebbe ricevuto dall'Arabia Saudita.
Una situazione che ha provocato non solo la nascita del movimento dei cosiddetti "Indignados", poi concretizzatosi nel partito Podemos il cui leader Pablo Iglesias è oggi uno dei vicepremier, ma soprattutto uno stato di mobilitazione politica permanente di diversi settori della società. Proprio per fermare questa ondata di rabbia sarebbero state emanate leggi restrittive sulla libertà di parola legandole ai reati di sostegno al terrorismo.
Per Daniel Canales, ricercatore per l'ufficio di Madrid di Amnesty International, i legislatori conservatori hanno cominciato a irrigidire le sentenze a partire dal 2015. È questa una data spartiacque perché è il momento in cui è stata emanata quella che è stata ribattezzata "ley mordaza". Si tratta più precisamente della legge 4/2015 del 30 marzo (poi entrata in vigore il 1 luglio dello stesso anno) sulla protezione della sicurezza cittadina e che ha sostituito la precedente legislazione risalente al 1992. Il provvedimento securitario fu introdotto dall'allora governo di centrodestra presieduto da Mariano Rajoy e fin da subito fu oggetto dei tentativi per abrogarla o almeno riformarla nei suoi aspetti ritenuti incostituzionali e lesivi dei diritti fondamentali dei cittadini.
Il provvedimento si articola in 44 punti che prevedono infrazioni classificate come lievi, gravi e molto gravi. Ai trasgressori vengono comminate ammende che partono dai 100 euro fino ad un tetto massimo di 600mila. Il punto fondamentale è che la legge esautora praticamente la funzione dei giudici affidando la maggior parte della gestione giudiziaria agli organi di polizia.
Nello specifico sono considerate gravi "perturbazioni alla sicurezza": manifestazioni davanti ai palazzi del potere politico (Congresso, Senato, Camera delle autonomie) anche se non vi sono in corso sedute. Si rischia una pesante multa solo per essere presenti. Solo la polizia, e non più i giudici, può autorizzare eventuali riunioni di piazza. Nella sua interpretazione più stringente è vietato promuovere mobilitazioni attraverso i social prima della concessione del permesso da parte delle autorità.
Particolarmente importante è il divieto di manifestazione davanti strutture, come ad esempio una centrale nucleare considerata una struttura sensibile. Sull'esempio della contestatissima legge francese per la sicurezza è poi vietata la ripresa e pubblicazioni di foto o video che catturino immagini di abusi da parte della polizia la quale ha ricevuto un'ampia discrezionalità d'intervento per i suoi agenti. Tutto ciò è mischiato a pene più severe per i reati di corruzione e terrorismo ma comprende anche una modificazione del codice penale che ha introdotto, sebbene mascherata, la condanna all'ergastolo.
L'applicazione integrale della legge è stata comunque in parte violata come dimostrano proprio le manifestazioni spontanee per l'arresto di Hasel ma la normativa che doveva durare 5 anni è ancora in vigore. Nonostante le rassicurazioni dell'esecutivo l'Alta corte non si è ancora pronunciata, tra le ragioni lo scontro in atto tra i magistrati del settore progressista e quelli conservatori sui punti più controversi. La pandemia di Covid 19 ha poi ulteriormente bloccato il cambiamento, lo stato di emergenza, emanato la primavera dello scorso anno, non solo ha rinviato l'abrogazione, ma ha rivitalizzato la norma divenuta una chiave essenziale utilizzata dal ministero dell'Interno per punire i trasgressori. I dati infatti dimostrano che tra il 14 marzo e il 1 giugno, le multe e sono state 1.089.197, un aumento del 42% rispetto alle 765.416 registrate tra il 2015 e il 2018.
di Vito Califano
Il Riformista, 27 febbraio 2021
"Nessuna minaccia per la sua salute e la sua vita". Alexei Navalny è stato trasferito in una colonia penale. Questo il nuovo capitolo del caso del dissidente avvocato 44enne russo del Presidente Vladimir Putin. A far sapere del trasferimento il capo dei servizi carcerari russo. Uno degli avvocati del dissidente, Olgo Mikhailova, aveva denunciato proprio l'imminente trasferimento dalla prigione di Mosca.
Navalny è stato condannato a due anni e mezzo di reclusione. "È stato trasferito esattamente nel luogo in cui deve stare in base alla sentenza del tribunale", ha dichiarato il capo del servizio carcerario federale Alexander Kalashnikov, che non ha reso noto il nome dell'istituto dov'è stato trasportato Navalny. "Garantisco che non esistono minacce per la sua vita e la sua salute", ha aggiunto Kalashnikov.
La settimana scorsa il tribunale di mosca ha confermato la pena a quasi tre anni per il blogger dopo il ricorso contro la condanna per violazione dei termini della libertà provvisoria, relativa a una condanna, anche questa controversa, per frode del 2014. Navalny è stato condannato anche per diffamazione per aver definito "traditore" un veterano della Seconda Guerra Mondiale che ha appoggiato pubblicamente la riforma della Costituzione che ha permesso il Presidente Putin di ricandidarsi al Cremlino fino al 2036. La scorsa settimana la Corte europea dei diritti umani aveva ordinato alla Russia di rilasciare Navalny sostenendo che la sua vita fosse in pericolo in prigione, ma Mosca ha respinto la richiesta.
Quello di Navalny - una figura comunque controversa, come dimostra la cancellazione da parte di Amnesty Internationale del suo nome tra i prigionieri di coscienza - è diventato un caso internazionale: lo scorso agosto è stato avvelenato. Soltanto un atterraggio di emergenza del suo volo di ritorno dalla Siberia ha impedito la morte. È stato intossicato con il Novichok, gas nervino utilizzato e perfezionato dai servizi dell'Unione Sovietica. Sospettati funzionari dei servizi segreti russi. Il 44enne dissidente è stato trasferito e curato a Berlino. Ha quindi, dopo essersi svegliato, deciso di tornare in patria, cosciente che sarebbe stato arrestato, lo scorso gennaio. La sua rete ha pubblicato intanto un'inchiesta, che ha avuto risonanza mondiale, sulla villa "segreta" di Putin sul Mar Morto. Proteste e manifestazioni come in Russia non se ne vedevano da anni si sono viste negli ultimi mesi a partire dall'avvelenamento e dall'arresto di Navalny.
di Chiara Gentili
sicurezzainternazionale.luiss.it, 27 febbraio 2021
Il capo di una delle gang più potenti di Haiti, Arnel Joseph, è scappato da una prigione nella periferia della capitale, Port-au-Prince, durante una rivolta che ha provocato la morte di almeno 7 detenuti e di un ufficiale di polizia. La notizia è stata riferita dalle autorità ai media locali. "L'ispettore di divisione Paul Hector Joseph, responsabile della prigione civile di Croix des Bouquets, è stato ucciso", ha confermato all'agenzia di stampa, Agence France Presse, Gary Desrosiers, portavoce della polizia nazionale haitiana, giovedì 25 febbraio. "Diversi prigionieri sono fuggiti", ha aggiunto, senza specificare il numero delle persone evase. Desrosiers ha infine precisato che circa 40 prigionieri sarebbero stati arrestati dopo la rivolta scoppiata nel carcere, situato nel Sud del Paese.
Intorno alle 12:00 di giovedì, i detenuti hanno dichiarato di aver cominciato a sentire spari e colpi di arma da fuoco. Foto e video di uomini in fuga dalla prigione sono diventati rapidamente virali sui social media. Dopo qualche ora, una massiccia unità delle forze di polizia è stata mobilitata ed è riuscita a riprendere il controllo dell'edificio, nel pomeriggio.
Per cercare di sedare il caos, gli agenti hanno fatto ampio uso di lacrimogeni e hanno eretto barricate sulle vie di accesso alla prigione, impedendo l'evasione a chi non era ancora riuscito a scappare. Il primo ministro di Haiti, Joseph Jouthe, ha confermato al quotidiano Le Nouvelliste che l'ordine è stato ripristinato nel centro detentivo.
Secondo il portale di notizie InfoHaiti, non è chiaro quale episodio sia all'origine dell'incidente, se un ammutinamento o un attacco armato dall'esterno, ma per il momento è certo che abbia permesso la fuga di numerosi detenuti. La prigione civile di Croix des Bouquets è già stata teatro di una considerevole evasione di massa, nel 2014, durante la quale centinaia di prigionieri sono riusciti a fuggire. Prima del suo arresto, Joseph era uno dei boss più ricercati di Haiti. La sua banda era la famosa 'Village de Dieu', vicino a Port au Prince.
Il Paese centroamericano è già da tempo nel caos per via di una crisi sociale e politica che ha raggiunto il suo punto massimo il 9 febbraio, dopo che il presidente Jovenel Moïse ha denunciato un tentativo di colpo di stato contro di lui e ha confermato la sua intenzione di restare in carica fino a febbraio 2022. La reazione di Moïse è arrivata dopo diverse settimane di violente manifestazioni in molte città del Paese, finalizzate a chiedere le sue dimissioni. Il mandato del presidente sarebbe legalmente terminato circa tre settimane fa.
"C'è stato un attentato alla mia vita", ha detto Moise il 9 febbraio, in riferimento a un presunto complotto iniziato il 20 novembre. Il presidente non si è limitato a denunciare il golpe davanti alla stampa ma ha altresì annunciato l'arresto di 23 persone che ha accusato di aver tentato di assassinarlo. Tra queste, il giudice della Corte suprema, Yvickel Dabrézil, l'uomo sostenuto dall'opposizione per diventare presidente ad interim nel caso in cui Moïse avesse lasciato il potere e fosse rimasto in carica fino alla convocazione delle elezioni. Secondo le autorità, il giudice Dabrézil avrebbe avuto persino una copia del discorso di insediamento.
L'origine politica del conflitto è nelle convulse elezioni del 2017. Un anno prima, Michel Martelly aveva concluso il suo mandato, ma lo svolgimento caotico del voto (tre turni elettorali in 9 mesi) lo aveva costretto a nominare un presidente provvisorio per un anno, fino a quando Moïse sarebbe entrato in carica. Secondo Francisco Fernández, consigliere del presidente, "la piazza è sobillata da gruppi violenti che non superano le 30 persone e che generano violenza e incertezza". "È in corso un tentativo di colpo di stato. L'opposizione vuole contare il primo anno, ma quel primo anno un altro presidente in condizioni provvisorie era al timone ed era anche lui dell'opposizione", ha detto il consigliere politico di Moïse. Il "grande dialogo nazionale" voluto dal governo per cercare di placare la situazione, inizialmente previsto per il 7 febbraio, è stato rimandato a data da destinarsi, secondo quanto riporta la stampa haitiana.
L'opposizione ha denunciato anche la svolta autoritaria del presidente da quando ha sciolto il Parlamento un anno fa e governa per decreto. Allo stesso tempo, violenze e rapimenti sono esplosi nel Paese e sono il principale timore di una popolazione soggetta a bande violente, con un numero record di armi illegali che circolano tra la popolazione. Ad Haiti, secondo gli osservatori internazionali, ci sono almeno 76 bande armate, non su basi politiche o ideologiche, ma create per rapinare e rapire per pochi soldi, composte da membri di gang considerate più potenti dello Stato stesso.
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 27 febbraio 2021
La giunta ha invalidato le elezioni vinte dal partito di Aung San Suu Kyi. Continuano le proteste contro il golpe. Fermato e rilasciato reporter giapponese. Contro il regime scritte con la "pasta tanaka" e colpi di pentole. Il capo della nuova Commissione elettorale nominata dalla giunta militare golpista del Myanmar ha dichiarato "invalidi" i risultati del voto plebiscitario che ha assegnato l'83 per cento dei consensi alla Lega nazionale della democrazia di Aung San Suu Kyi l'8 novembre 2020.
L'annullamento ufficiale comunicato a Naypyidaw dal rappresentante dell'esercito Thein Soe a un gruppo di politici è solo un passo burocratico ed è parte della stessa farsa usata per giustificare il colpo di stato del primo febbraio. Proprio i presunti e mai dimostrati brogli denunciati dal comandante generale dell'esercito Min Aung Hlaing sono stati alla base del colpo di stato e dell'arresto della ex consigliera di Stato e de facto capo del governo civile, ancora detenuta nella nuova capitale assieme al presidente e un numero imprecisato di parlamentari e capi delle assemblee regionali.
La notizia circolata attraverso il quotidiano The Irrawaddy non ha fatto che aumentare la rabbia delle migliaia di persone scese nuovamente in strada anche oggi contro i militari in tutto il paese dove aumentano le repressioni, ferimenti, spari in aria o ad altezza d'uomo e arresti, compreso quello del primo giornalista straniero, il giapponese Yuki Kitazumi di Yangon Media Professionals, già corrispondente del quotidiano economico Nikkei, colpito sul casco con dei bastoni, ma senza gravi conseguenze. Kitazumi è stato rilasciato poco dopo il fermo, probabilmente su pressione dell'ambasciata del suo Paese, che continua a mantenere forti relazioni diplomatiche ed economiche con il Myanmar, anche se alcune aziende hanno annunciato il ritiro dei loro investimenti e il governo sta studiando eventuali misure contro la giunta.
Un altro straniero, Sean Turnell, consulente economico di Lady Suu Kyi, è invece ancora in carcere dai primi di febbraio, ma le Nazioni Unite stanno cercando di capire la sorte di almeno 900 birmani e membri delle etnie di minoranza tra i quali politici, funzionari statali, attivisti, giornalisti e studenti, compresi diversi monaci contrari al regime presumibilmente agli arresti.
Alla repressione di soldati e polizia si aggiungono gli attacchi contro le manifestazioni pacifiche da parte di sostenitori dei militari tra i quali militano - a pagamento - almeno una parte dei 23 mila criminali comuni liberati recentemente con un'amnistia, destinata a fare posto nelle celle per i nuovi detenuti politici. Diverse immagini diffuse nei giorni scorsi via social media mostrano uomini armati di coltello e teppisti, mentre assaltano i dimostranti anche a calci, pugni e bastonate.
Nonostante tutto, le proteste continuano ovunque nell'Unione del Myanmar, dove il movimento di disobbedienza civile contro la dittatura tenta di usare ogni mezzo per attirare l'attenzione internazionale appellandosi alla stessa celebre alleanza del "Tè al latte" che lo scorso anno ha unito gli studenti di Hong Kong e quelli thailandesi (invitati oggi a sostenere i birmani virtualmente via social media) nella sfida contro i regimi totalitari dei rispettivi paesi.
Nel Myanmar molti ribelli hanno anche usato la pasta della "tanaka", spalmata tradizionalmente come crema protettiva, per scrivere sul volto la parola Cdm (sigla della "disobbedienza"), oltre al suono metallico delle ormai popolari pentole e padelle che rimbomba di casa in casa dopo il coprifuoco delle 8 di sera, quando viene interrotto anche Internet. A colpi di pentole hanno protestato anche gli abitanti di Sagaing, Magwe, Ayeyarwady e dello stato di Karen davanti agli uffici delle amministrazioni di rione dove sono stati nominati nuovi rappresentanti scelti dai militari.
Si tratta perlopiù di una resistenza non violenta e disperata contro un numero impressionante di militari - oltre mezzo milione armati di tutto punto - e quasi altrettanti poliziotti dei quali solo una minima parte si è schierata con le proteste. A Yangon un drammatico video mostra la folla in fuga dalle pattuglie di agenti che sparano colpi d'arma da fuoco nel distretto di Hledan vicino all'Università di Yangon. Si sentono le grida di terrore per la paura che si trattasse di proiettili veri, come quelli che hanno ucciso nei giorni scorsi una 19enne a Naypyidaw e due altri giovani nella seconda città del paese, Mandalay.
La stessa Mandalay è scesa nuovamente in piazza oggi nonostante la pesante presenza di uomini e mezzi della polizia e dell'esercito che hanno sparato - a quanto pare - proiettili di gomma ferendo almeno uno dei dimostranti che si sono dispersi per poi tornare sulla 62esima strada dove è stato effettuato un numero imprecisato di arresti.
Almeno venti persone sono finite in cella anche a Naypyidaw dove i soldati hanno sparato in aria e lanciato perfino granate senza fortunosamente ferire nessuno, mentre ad Hakha, capitale dello stato Chin sono stati usati potenti getti d'acqua degli idranti. La comunità internazionale continua a minacciare (come ha fatto l'Unione europea) ed annunciare sanzioni (le prime dagli Stati Uniti e - proprio oggi - dall'Inghilterra), anche se non tutti concordano sulla loro efficacia, vista la drammatica situazione economica del paese che colpisce ogni giorno che passa le classi più deboli.
Le stesse Nazioni Unite hanno sostenuto che cercheranno di garantire l'assistenza umanitaria per quanto possibile, viste le restrizioni imposte anche ai gruppi umanitari, e lo stesso tentano di fare molte Ong tra le quali alcune anche italiane, come "Asia onlus". Secondo un documento trapelato dalla Banca mondiale sarebbero però stati sospesi tutti i pagamenti dei numerosi progetti "di sviluppo" del paese mettendo a ulteriore rischio l'occupazione, considerando che per boicottare i colpisti molti dipendenti di servizi pubblici come strutture sanitarie e vari dipartimenti, dai trasporti all'ingegneristica e l'elettricità sono in sciopero incuranti delle minacce di licenziamento.
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 27 febbraio 2021
L'istruzione o la vita. Pressioni su Buhari perché dichiari lo "stato d'emergenza". Amnesty: "Diritto allo studio negato". Aumentano stragi e sequestri, inutili i raid aerei contro Boko Haram e le bande criminali. Diventa sempre più difficile la situazione sicurezza in Nigeria. Martedì pomeriggio, i miliziani di Boko Haram si sono infiltrati nella città di Maiduguri, capitale dello stato del Borno, e hanno lanciato diversi colpi di mortaio e bombe che hanno provocato la morte di 18 persone e dozzine di feriti. I video ripresi dai residenti e pubblicati sui social network testimoniano la violenza degli attentati, con centinaia di persone che corrono sconvolte nelle strade della città colpite dall'attacco, visto che alcuni colpi sono caduti nei quartieri densamente popolati di Adamkole e Gwange, uccidendo anche 9 ragazzi su un campo di calcio.
Secondo quanto riporta Al Jazeera, ci sono stati altri due attacchi compiuti dai gruppi di "banditi" che imperversano nelle regioni settentrionali del paese: il primo lunedì nello stato di Katsina con 18 vittime e il secondo martedì nello stato di Kaduna con altri 16 morti. In entrambe gli attacchi uomini pesantemente armati e in moto avrebbero bruciato numerose case, rubato bestiame e sequestrato diversi abitanti. Riguardo ai rapimenti di civili, la situazione sembra essersi aggravata molto nell'ultimo mese. Se un gruppo di 53 ostaggi (tra cui 20 donne e 9 bambini), rapiti su un autobus la scorsa settimana nei pressi del villaggio di Kundu, sono stati rilasciati questa domenica dai loro rapitori, le 42 persone (insegnanti, studenti e loro familiari) rapite la scorsa settimana al liceo di Kagara, sono ancora disperse.
A questo si aggiunge il rapimento di diverse centinaia di ragazze nello stato centrale di Zamfara. Il quotidiano nigeriano The Guardian indica che "almeno 300 ragazze sono scomparse" dopo che una cinquantina di uomini armati hanno fatto irruzione nella notte tra mercoledì e giovedì nel dormitorio della Government Girls Secondary School di Jangebe. "I rapitori sono arrivati su numerosi veicoli e hanno portato via le studentesse - ha riferito all'Afp il capo della polizia di Zamfara, Suleiman Tanau Anka - molto probabilmente i criminali si sono nascosti nella foresta di Rugu, che si estende su quattro stati della Nigeria settentrionale e centrale: Katsina, Zamfara, Kaduna e Niger".
Nonostante alcuni raid aerei e numerose operazioni di ricerca da parte dell'esercito, i gruppi armati locali restano una minaccia costante in queste regioni a tal punto che, secondo la stampa locale, alcuni governatori locali avrebbero firmato "accordi per fornire assistenza e materiali o avrebbero pagato cospicui riscatti in cambio di una tregua". La scorsa settimana i partiti politici delle opposizioni e diverse associazioni della società civile nigeriana hanno richiesto al presidente Muhammadu Buhari di dichiarare lo "stato di emergenza, in maniera da poter arginare le violenze nel paese". A causa delle proteste da parte di numerosi governatori, Buhari aveva sostituito, a inizio mese, i quattro generali a capo dei vari rami dell'esercito (Aviazione, Marina, Esercito di terra e Capo di Stato Maggiore) come segnale di discontinuità con le fallimentari campagne militari del passato.
In una dichiarazione ufficiale Amnesty International ha esortato il governo "a migliorare la situazione nel paese", visto che le connivenze tra i diversi gruppi di "banditi" e Boko Haram mettono in pericolo sia il diritto ad "una vita normale per i civili", ma soprattutto "il diritto allo studio dei giovani nigeriani", principale obiettivo dei miliziani jihadisti che identificano le istituzioni scolastiche di tipo occidentale come "il nemico da combattere".
Amnesty ha evidenziato, infatti, come a causa dei continui attacchi contro le scuole numerosi studenti siano stati costretti ad abbandonare gli studi e gli stessi insegnanti siano stati costretti a fuggire, danneggiando di conseguenza il sistema educativo in gran parte del paese. "Le scuole dovrebbero essere luoghi sicuri e nessun bambino o ragazzo dovrebbe scegliere tra la sua istruzione e la vita - ha dichiarato Osai Ojigho, direttore di Amnesty in Nigeria - quello che chiediamo è che il governo intervenga per garantire il diritto all'istruzione di migliaia di studenti nel nord della Nigeria".
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 26 febbraio 2021
Così il Garante Nazionale, Mauro Palma, definisce il Volontariato e il Terzo Settore nelle carceri e in area penale esterna. Una storia comune a tante realtà del Volontariato e del Terzo Settore è che oggi si opera in carcere contando però sempre meno, in un mondo che, invece di aprirsi, con il diffondersi della pandemia sta ulteriormente accentuando una tendenza, che era già in atto da tempo, a chiudersi ogni giorno di più, in una visione "autarchica" in cui si pensa che l'Amministrazione possa fare tutto da sola, dando lavoro, rieducando, contenendo.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 26 febbraio 2021
Rendere più civile la giustizia italiana non è questione di dottrina, così come a farla incivile non è la sprovvedutezza di chi l'amministra. Il caso esemplare è quello dei cosiddetti mafiosi: è il furor di popolo che ne pretende la morte in cella, e a rintuzzarlo non serve erudizione ma la forza di essere impopolari. La morte in carcere di un mafioso, infatti, continua a essere una mostrina sul petto dello Stato che fa il suo malinteso dovere.
di Francesco Antonio Maisano
Il Dubbio, 26 febbraio 2021
Il bilancio di gestione dell'amministrazione della Giustizia penale nell'epoca Bonafede, evidenzia forti lacerazioni del sistema penale e di quello processuale- penale. Nel primo abbiamo assistito alla proliferazione di nuove figure di reato e leggi speciali seguendo una chiara ispirazione pan- penalistica; tutto deve essere perseguito, tutto deve essere (maggiormente) punito. La moltitudine dei bersagli, come sempre accade, mette a nudo solo la velleità che li ispira ma pochi sono i risultati migliorativi delle prestazioni.
di Giulia Merlo
Il Domani, 26 febbraio 2021
I Sottosegretari alla giustizia Anna Macina e Francesco Paolo Sisto, entrambi avvocati pugliesi, hanno posizioni opposte sulla prescrizione e si daranno battaglia. Uno dei ministeri chiave di questo esecutivo è quello della Giustizia. Non a caso al vertice è stata scelta la costituzionalista e fedelissima del Quirinale Marta Cartabia, una tecnica illustre chiamata a raffreddare il fronte tra i più divisivi tra le forze di maggioranza. Al suo fianco, il gioco a incastri che è stato la nomina dei sottosegretari ha collocato due personalità inedite e contrapposte.
di Guido De Maio*
Il Mattino, 26 febbraio 2021
Con la formazione del nuovo Governo ha ripreso vigore la querelle sulla riforma dei processi, sia civile che penale, e dell'istituto della prescrizione in particolare. Tutto, o quasi, bene, sui tempi inammissibilmente lunghi dei nostri processi.
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