di Simona Santicchia
lamiacittanews.it, 28 febbraio 2021
Il progetto di impresa e di recupero di O.R.T.O. per formare i detenuti in agricoltori. Si chiama O.R.T.O. ed è un'associazione di promozione socio-culturale. L'acronimo sta a rappresentare la sua missione: Organizzazione Recupero Territorio e Ortofrutticole. Con sede a Soriano nel Cimino, opera con l'obiettivo di aiutare le fasce di popolazione forzatamente distanti dal contatto giornaliero con l'ambiente a considerare come l'ambito naturale e rurale possa diventare un'opportunità di di attività produttiva, di riscatto personale e di tutela di un bene comune.
Quello di O.R.T.O. è in sintesi un progetto di inclusione degli appassionati di orticoltura, di chi è portatore di un disagio e dei giovani in cerca di primo impiego nel mondo del lavoro. Ha all'attivo la formazione per l'occupazione, l'inserimento lavorativo e l'inclusione con particolare riguardo alla popolazione carceraria.
Abbiamo incontrato Agnese Inverni, impegnata nell'associazione come socio e operatore. "Il ruolo della formazione professionale - racconta - rappresenta uno strumento di consolidata efficacia sia per l'ingresso che per il rientro al lavoro delle persone detenute. La riduzione delle recidive passano da circa il 70% a meno del 20% con un evidente impatto positivo sulla collettività, nonché risparmi per il sistema di amministrazione penitenziaria".
Il progetto "Semi liberi" realizzato da O.R.T.O. nasce con lo scopo di creare un punto di contatto tra la realtà carceraria e la società civile esterna. È stato ideato nel 2017 per l'attivazione di corsi di formazione professionale in ambito agricolo e vivaistico all'interno della Casa Circondariale di Viterbo. "La particolarità di "Semi liberi" sta proprio nella sua multifunzionalità - continua - Il percorso di rieducazione passa attraverso la promozione di attività che rispettano l'ambiente, la dignità del lavoratore, la qualità dei prodotti e la salute del consumatore. Il progetto non nasce in un'ottica di assistenzialismo ma offre ai partecipanti la possibilità di impiegare al meglio le proprie abilità per costruire una vera e propria impresa commerciale; lo scopo ultimo di "Semi liberi" è che i detenuti imparino a realizzare, trasformare, confezionare e rendere disponibile al pubblico i diversi prodotti in maniera completamente autonoma, sviluppando il proprio senso di responsabilità e di autogestione".
Ad oggi oltre 30 persone hanno beneficiato di questa progettualità, occupandosi della produzione di piante aromatiche e officinali, piccoli frutti, olio extra vergine di oliva, micro-ortaggi e germogli freschi attraverso tecniche di coltivazione ecosostenibili. Elton e Pierpaolo, due tra i beneficiari - prosegue l'operatore dell'associazione - hanno iniziato la loro avventura con O.R.T.O. proprio nel 2017, anno in cui la cooperativa è entrata per la prima volta nella Casa circondariale. Sono i veri e propri veterani del progetto e hanno partecipato a tutte le fasi di sviluppo del programma fino a diventare a tutti gli effetti soci. Nel tempo hanno seguito corsi di formazione sulle tecniche di coltivazione in serra e sui metodi di produzione di germogli freschi, un alimento poco conosciuto in Italia ma che riscuote molto successo negli Usa e nel Nord Europa. Si sono poi dedicati alla coltivazione di diverse varietà di piante aromatiche e officinali, alla manutenzione dell'oliveto della Casa circondariale e alla produzione di micro-ortaggi. Con il tempo e l'esperienza hanno acquisito sempre più dimestichezza nella pratica agricola e si sono indirizzati verso settori specifici".
Parlare con Agnese Inverni racconta di come le attività siano progredite nel tempo, coinvolgendo sempre più detenuti e operatori del territorio sia sotto il profilo lavorativo che relazionale. "Uno dei maggiori benefici che i detenuti ricevono da un progetto di rieducazione e inclusione lavorativa è proprio la possibilità di socializzare tra loro e con gli operatori che gestiscono le attività. Pierpaolo ed Elton ribadiscono che l'incontro con persone provenienti dalla società esterna comporta molti vantaggi da un punto di vista psicologico; il lavoro pratico e la conversazione con i volontari distolgono l'attenzione da pensieri ricorrenti che, nella monotonia della vita in carcere, possono diventare ossessivi. Per loro ogni momento passato al lavoro è un modo per impegnarsi nella praticità e tenere la testa occupata, lontana dai soliti pensieri e dai soliti discorsi". O.R.T.O. ha recentemente intrapreso una collaborazione con la onlus romana "Semi di libertà" per la realizzazione di nuove future iniziative di inclusione sociale e professionale sia dentro che fuori le mura del carcere, anche nella capitale. Per tutte le informazioni www.coopsocialeorto.it.
di Dario Di Vico
Corriere della Sera, 28 febbraio 2021
La nostra società è notoriamente vitale e ci sarebbe molto altro da raccontare e da apprendere sulle strategie di adattamento a quest'inedita situazione. In questo lungo e drammatico anno occupato dall'offensiva del virus e dalle restrizioni della mobilità decise da governo e Regioni la società italiana ha sviluppato come forma di reazione svariati processi di adattamento, che pur coinvolgendo milioni di persone, sono rimasti poco illuminati dai media e dal dibattito politico. La nostra è una società notoriamente vitale, in molti casi anarchica e in altri capace di scavare percorsi carsici, tentare di conoscerla e di mapparla non è un puro esercizio intellettuale bensì una condizione necessaria per cercare di governarla. Ancor di più in una circostanza storica nella quale la spinta alla ricostruzione non potrà venire solo dalle cospicue risorse del Next Generation Eu ma anche da comportamenti coerenti e da un movimento dal basso capace di accompagnare e valorizzare i flussi di denaro dall'alto.
Una mappatura dei cambiamenti intervenuti nella società italiana nell'anno della pandemia non può certo esaurirsi nello spazio di un articolo di giornale, vale la pena però scattare qualche fotografia e incrociarla con gli orientamenti che abbiamo maturato nel frattempo e con i progetti che andiamo stendendo per il futuro. Partiamo, ad esempio, dalla formula della città dei 15 minuti, una suggestione lanciata dal sindaco di Parigi Anne Hidalgo e che sta incontrando un discreto successo in Italia. Nelle grandi città i quartieri si sono dati un loro codice di vitalità.
La circolazione delle persone avviene con sufficiente regolarità a partire dai supermercati diventati il centro della vita di quartiere ma attorno ad essi hanno trovato un proprio ritmo tutta una serie di piccole attività artigianali o di servizio che sono riuscite per questa via a conservare la relazione con i propri clienti e a sviluppare nuove soluzioni per non perderli. Il tutto si dipana con sufficiente regolarità, quasi indipendentemente dal colore delle restrizioni e con una buona osservanza delle norme di sicurezza. Sarebbe interessante sapere quanto questa modalità di funzionamento dei quartieri si sia estesa perché si tratta di un'esperienza di cui far tesoro e da portarsi dietro nel dopo-pandemia. A patto evidentemente di ricondurre nel perimetro dei 15 minuti anche quote significative di lavoro e un decentramento dei servizi amministrativo-burocratici.
Anche il lavoro da remoto va considerato una forma di adattamento alle restrizioni della mobilità che la società ha saputo far propria in un battibaleno. Non avremmo scommesso un euro che le organizzazioni e le persone sarebbero state capaci di delocalizzare i flussi esecutivi con tanta velocità e con le conoscenze tecnologiche necessarie. Invece è avvenuto. E oggi siamo in grado di fare due operazioni in una: apprezzarne i vantaggi in termini di capacità di reazione e di flessibilità e indicarne spietatamente i limiti, a cominciare dal rischio di peggiorare la condizione femminile riportandoci indietro di qualche lustro. Anche in questo caso però a dirimere la querelle sarà la capacità che avremo di operare una sintesi di quest'esperienza, di tenere il bambino e buttare l'acqua sporca. Se la città à la Hidalgo e lo smart working sono riorganizzazioni che hanno avuto come teatro la città, è rimasto in ombra forse il principale adattamento virtuoso avvenuto nel "contado" dove la comunità silenziosa delle imprese e dei lavoratori ha tenuto aperte le fabbriche applicando i migliori standard di sicurezza sanitaria. Questa continuità produttiva ha permesso di arginare la frana, di tenere agganciate le forniture italiane alle grandi catene internazionali del valore, di aumentare le esportazioni del made in Italy (+3,3%, intero 2020 su intero 2019), di modernizzare le aziende per tenerle al passo dell'evoluzione digitale e commerciale. In breve ha consentito a noi consumatori di avere sempre in tavola non solo la pasta ma anche il parmigiano e all'industria italiana di difendere il posizionamento internazionale. Scusate se è poco.
Nella categoria delle strategie dell'adattamento credo che vada incluso anche il successo del generoso eco-bonus (110%). Secondo i dati forniti da Ance sulla base di un monitoraggio congiunto Enea-Mise al 22 febbraio 2021 risultavano protocollati 4.400 interventi con uno stato di avanzamento lavori almeno del 30%. Secondo le stime il tiraggio della misura dovrebbe arrivare nell'anno a 3,6 miliardi, una stima ampiamente per difetto perché non sono ancora partiti i lavori di efficientamento energetico dei grandi condomini. Grazie all'eco-bonus la filiera delle riparazioni edili non solo è ripartita ma sembra aver fatto il pieno di ordini anche per i prossimi mesi vista la difficoltà che in alcune città si trova nel rintracciare ditte con l'agenda libera. È sicuramente grazie a questo revamping e ovviamente alla spettacolare crescita delle spedizioni in e-commerce che le immatricolazioni di autocarri in Italia nel gennaio 2021 hanno fatto segnare un sorprendente +8,5% se paragonato al gennaio 2020, ovvero al pre-pandemia.
Persino nel campo più delicato e considerato esplosivo dai politici e dai commentatori, quello dei licenziamenti post-blocco, c'è bisogno di rimanere legati ai fatti. Incrociando diversi dati di provenienza Inps, Istat e Veneto Lavoro uno dei più attenti esperti di mercato del lavoro, Bruno Anastasia, ha provato su Lavoce.info a formulare qualche analisi e previsione. In primo luogo non è pensabile che si verifichi una corsa a licenziare dal giorno dopo l'eventuale sblocco delle procedure ma caso mai inizierà un flusso destinato a svilupparsi nell'arco di qualche mese, in corrispondenza all'esaurimento delle settimane disponibili di Cig-Covid. Ad esserne colpiti sarebbero nella gran parte i dipendenti delle piccole imprese (sotto i 15 addetti) in crisi di mercato e rimaste fuori dalle filiere di fornitura. E comunque arrivando ai numeri Anastasia ipotizza da aprile circa 200-300 mila licenziamenti. "In concreto per qualche tempo il flusso ordinario di licenziamenti economici, pari a 40-50 mila al mese, potrebbe risultare raddoppiato o triplicato". Un numero evidentemente cospicuo ma che mixando misure di sostegno e politiche attive non è impossibile da fronteggiare.
Ci sarebbe molto altro da raccontare e da apprendere sulle strategie di adattamento degli italiani a quest'inedita crisi in diversi campi (sanità, scuola, ecc.) e ovviamente - prevengo l'obiezione - so benissimo che insieme al grano sarà cresciuto in questi mesi anche tanto loglio ma bisogna innanzitutto convincersi che nella difficile opera di ricostruzione post-virus non saranno sufficienti né un Super Piano né un Deus ex machina. Prima viene la società, poi la politica.
di Paolo Mastrolilli
La Stampa, 28 febbraio 2021
L'Onu in Congo indagava sui rapimenti. La strada di Attanasio nel mirino dei banditi. Giallo sulla sicurezza del diplomatico, Kinshasa: "Aveva comunicato di aver annullato il viaggio". I rapimenti a scopo di riscatto, dilaganti nella regione di Rutshuru, erano stati un tema al centro della visita che la delegazione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu aveva fatto il 12 febbraio, nella zona dove poi è stato ucciso Attanasio. Questo conferma la pericolosità dell'area, e quindi la necessità di avere una protezione più forte, ma indica anche la pista che probabilmente gli inquirenti stanno seguendo per trovare i colpevoli. Kinshasa nel frattempo ha detto che l'ambasciatore italiano aveva comunicato di aver annullato il suo viaggio.
La delegazione guidata da Axel Kenes, direttore generale per gli Affari Multilaterali e la Globalizzazione al ministero degli Esteri belga, era arrivata a Goma l'11 febbraio. Durante un incontro, alcune attiviste di North Kivu avevano "sottolineato la necessità di azioni complessive e urgenti per ridurre la violenza nell'Est, orchestrata da gruppi armati, membri delle gang, e anche elementi delle forze di sicurezza della Drc".
Il 12 febbraio la delegazione aveva visitato Rutshuru, dove si dirigeva Attanasio. I diplomatici erano andati nella base di Monusco a Kiwanja, avevano incontrato il capo del Force Central Sector della missione Onu, e tenuto una conferenza. All'incontro c'erano l'amministratore territoriale, le forze armate del Congo Fardc, la polizia nazionale Pnc, l'agenzia di intelligence Anr, e il direttorato generale per le migrazioni Dgm. "I responsabili della sicurezza hanno sottolineato le grandi sfide nella protezione dei civili, poste dai vari gruppi armati operanti nel territorio. Hanno anche sollevato la questione dei rapimenti criminali a scopo di riscatto, dilaganti nella regione".
I diplomatici poi erano andati a Virunga, per vedere i leader del Congolese Institute for the Conservation of Nature (Iccn) che gestisce il parco. "La leadership del Virunga National Park ha spiegato che è minacciato dai gruppi armati, attraverso lo sfruttamento illegale per agricoltura, pesca, produzione di carbonella. L'Iccn ha notato come i residenti nelle vicinanze del parco cercano di sfuggire alla povertà sfruttandone le risorse, cosa che provoca frizioni".
Questa situazione nella zona dell'assalto al convoglio del Pam dimostra due cose. Primo, l'alto livello di insicurezza generale, che però non riguarda tanto i gruppi terroristi islamici, più presenti nell'area settentrionale di Beni, quanto le milizie hutu ruandesi e le bande armate. Ciò conferma che sarebbe servita più protezione, chiunque dovesse fornirla. Secondo, la probabilità che l'attacco fosse un rapimento a scopo di riscatto. A Rutshuru queste attività sono "dilaganti", spesso nemmeno condotte da gruppi armati, ma da bande criminali.
La povertà è molto diffusa, e non si rimedia col traffico di terre rare, minerali o altre iniziative sofisticate, ma anche solo con la produzione illegale di carbonella. Se un gruppo terroristico islamico, magari collegato a Shabab, avesse condotto l'attacco per alzare il proprio profilo politico, avrebbe avuto tutto l'interesse a rivendicarlo. Il silenzio invece si addice di più a criminalità e gang.
di Davide Falcioni
fanpage.it, 28 febbraio 2021
Arfon Jones - commissario di polizia del Galles del Nord - ha proposto di somministrare cannabis ai detenuti nel tentativo di placare la loro dipendenza e frenare le violenze in carcere. L'idea, che ha suscitato ovviamente non poche polemiche, è venuta a Jones sulla scorta di un dossier del Global Drug Policy Observatory della Swansea University, secondo il quale almeno il 13 per cento degli uomini e delle donne dietro le sbarre hanno nella loro vita sviluppato una dipendenza dalle sostanze stupefacenti. Come se non bastasse un'ulteriore indagine ha dimostrato che il 52 per cento dei detenuti riesce comunque a procurarsi droga, soprattutto la cosiddetta Spice, una sostanza sintetica che ricorda la cannabis, ma i cui effetti sono molto più devastanti e le cui conseguenze ancora non sono chiare. Ebbene, diffusione di questa droga nei penitenziari gallesi rappresenta un enorme problema dal momento che si sono moltiplicati gli episodi di violenza.
Alla luce di queste osservazioni Arfon Jones ha ritenuto di dover "affrontare le cause" del crescente disagio dei detenuti e un sistema, secondo lui, potrebbe essere quello di consegnar ad alcuni di loro quantità limitate e controllate di cannabis in modo da ridurre l'approviggionamento di Spice. Quello delle droghe sintetiche nelle carceri rappresenta infatti un serio problema anche per la salute dei reclusi: emblematico, infatti, è il caso di Luke Morris Jones, morto a 22 anni nel 2018 nel penitenziario di Wrexham. Un'inchiesta sulle cause del decesso ha stabilito che a ucciderlo non è stato un malore, bensì un'overdose proprio di Spice.
Il decesso del 22enne ha dimostrato ancora una volta come sia tutt'altro che impossibile introdurre droga in carcere. Come se non bastasse negli ultimi anni è stato registrato un aumento del consumo di antidolorifici tra i prigionieri, in particolare farmaci a base di oppioidi. Da qui la proposta di Arfon Jones: "Se prendono morfina, non vedo perché negargli la cannabis che è molto meno pericolosa. Forniamone in condizioni controllate e osserviamo se i reati si riducono".
di Sergio Segio
rivistapaginauno.it, 28 febbraio 2021
La Storia è conflitto tra verità, interpretazioni e memorie. Chi ha il potere stabilisce ciò che è da considerarsi verità e impone le proprie interpretazioni come universali. Dentro questo interminabile conflitto, i dominati possono contare solo sulla propria memoria e sulla contro-narrazione per poterla comunicare.
La rimozione dei contesti e la riduzione delle complessità e dinamiche della Storia sono la premessa di ogni operazione di riscrittura e revisione di ciò che è stato. Una tecnica in Italia più che collaudata in particolare riguardo le vicende degli anni Settanta, ma che funziona in generale. La miniserie SanPa, che tanto sta facendo discutere, non si è sottratta a questa regola e tendenza.
Al filmato disponibile su Netflix, articolato in cinque puntate per una durata complessiva di 301 minuti, va riconosciuto un indubbio merito: quello di aver riaperto la riflessione e il dibattito non tanto e non solo sulla comunità terapeutica fondata da Vincenzo Muccioli nel 1978 quanto sulla questione delle droghe, da tempo rimossa dall'attenzione pubblica e dall'affrontamento politico e istituzionale. Basti dire che la Conferenza governativa che ha il compito di verificare e indirizzare le politiche in materia non viene più effettuata dal 2009, in violazione della legge che la prevede ogni tre anni.
La tossicodipendenza oggi - Una inadempienza tanto più grave stante la permanenza di drammaticità ed estensione del problema. Secondo le fonti ufficiali, nel 2019 (ultimo dato disponibile) le morti per intossicazione acuta da droghe sono state 373, di cui 169 dovute all'uso di eroina, in aumento del 11% sull'anno precedente, che già aveva visto una crescita del 17% rispetto al 2017. Lo stesso Dipartimento per le politiche antidroga istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, nella propria relazione annuale al Parlamento, specifica peraltro che tale cifra è inferiore alla realtà, in quanto si riferisce solo alle morti attribuite in via diretta all'assunzione di droghe e ai casi per i quali sono state interessate le forze di polizia.
Nel complesso, e con questa avvertenza, negli ultimi vent'anni i decessi correlati agli stupefacenti assommano a 9.718. Si consideri che nel 1985, l'anno del famoso "processo delle catene", ricostruito nel documentario e che vide imputato e condannato in primo grado Muccioli, i decessi per droga erano stati 242. La questione, beninteso, non riguarda solo o particolarmente il nostro paese: secondo l'Osservatorio europeo sulle droghe, nel 2018 i decessi per overdose nell'Unione sono stati 8.300. In Italia, nel corso del 2019, i 6.624 operatori dei 562 Servizi Pubblici per le Dipendenze (SerD) hanno assistito complessivamente 136.320 persone, mentre i servizi gestiti dal cosiddetto "Privato Sociale" - ben 821 quelli registrati - al 31 dicembre 2019 avevano in carico 16.352 persone, la maggior parte (11.117) inseriti in strutture terapeutiche residenziali.
Pur nelle differenze anche significative riguardo le sostanze oggi utilizzate, il loro mercato e le modalità di consumo, il quadro attuale delle droghe e delle dipendenze, insomma, ha dimensioni che dovrebbero allarmare, oltre che indurre adeguate risposte a livello politico e sociale. Eppure, il problema rimane pressoché invisibile e non rilevato nella informazione e consapevolezza pubblica.
Benvenuto, dunque, il documentario SanPa, che ha saputo risvegliare l'attenzione del distratto e omissivo sistema mediatico, se riuscirà davvero provocare una riflessione che vada oltre il soggettivo dosaggio delle "luci" e delle "ombre" e un dibattito che esca dalle personalizzazioni per addentrarsi nella questione droghe (e politiche sulle droghe) in generale e, in specifico, nell'analisi dei modelli e delle culture che presiedevano e presiedono alle risposte terapeutiche.
Di cosa stiamo parlando - Le premesse non rendono però ottimisti, poiché il racconto che SanPa propone non fornisce alcun elemento di contestualizzazione riguardo il periodo storico, le correnti culturali, la situazione politica, gli apparati normativi di riferimento, le diverse filosofie e metodologie di trattamento delle tossicodipendenze.
Uno spettatore giovane o smemorato sarà anzi indotto a ritenere che quella di Muccioli sia stata l'unica struttura preposta alla cura di quanti in quell'epoca fossero stati dediti all'uso di droghe. E, così pure, che l'opera di San Patrignano sia da considerarsi tanto più meritevole stante la latitanza dello Stato e di ogni supporto pubblico.
Una convinzione tanto diffusa quanto errata, come vedremo, da cui non si discosta Carlo Gabardini, che con Paolo Bernardelli è stato coautore della docu-serie ideata e scritta da Gianluca Neri e diretta dalla regista Cosima Spender. In un'intervista parla esplicitamente "dell'assenza dello Stato che bollò la droga come una tematica tabù e creò emarginazione e stigma sociale". Una persuasione ribadita più volte: "È una serie su tutti noi. Su come decidiamo di risolvere i problemi che travolgono la società e su come ci confrontiamo con l'assenza dello Stato" ("Il Fatto Quotidiano", 16 gennaio 2021).
Se ci pensiamo, questo è un concetto cardine che ha invaso e colonizzato il discorso pubblico degli ultimi decenni, a consentire e sorreggere la restaurazione liberista oggi dominante, in una sorta di profezia che si autoadempie. La denuncia dell'assenza e dell'inefficienza dello Stato, culla prima del liberismo e poi del populismo, è stata cavallo di Troia delle privatizzazioni, dell'appropriazione dei beni comuni e della demolizione del welfare.
"Il privato è meglio e funziona meglio" è lo slogan che ci accompagna da decenni. La sindemia del Covid-19, con il corredo di alta mortalità e le diverse problematiche connesse, derivanti dalla decennale penalizzazione e aziendalizzazione del servizio sanitario pubblico e dal depauperamento della medicina territoriale a favore del sistema privato e convenzionato, sta ora rendendo evidente anche ai più ciechi quanto fosse fraudolenta quella ideologia. Un sistema che, tuttavia, non demorde e che sta utilizzando lo shock pandemico per accentrare poteri e moltiplicare profitti, nella logica rapace e consolidata del capitalismo dei disastri.
Secondo il documentario, dunque, già allora e anche nel campo delle tossicodipendenze l'iniziativa privata colmava il vuoto dovuto alla latitanza e disinteresse delle autorità pubbliche e "salvava" tanti giovani altrimenti condannati. Diversamente, già la legge n. 685 del 1975 aveva istituito i servizi pubblici territoriali, man mano cresciuti di numero, esperienza e di professionalità. Il confronto non era tra un'assenza e una supplenza, ma tra impostazioni diverse e talvolta opposte. Nel pensiero di Muccioli, in realtà, ciò di cui si lamentava la mancanza non era tanto dello Stato in sé, bensì dello Stato forte, dello Stato penale non di quello sociale. Non per niente le forze politiche maggiormente e per prime tifose di San Patrignano sono state quelle con medesima e dichiarata convinzione e con qualche nostalgia per passati regimi.
La linea guida della docu-serie - Fatta salva la bontà delle intenzioni e l'indubbia perfezione tecnica, scontata l'evidente e preventiva ricerca di equilibrio (rivendicata da Gabardini: "Le luci ci sono e le abbiamo mostrate in maniera profonda e senza filtri"), quel che risulta ab origine discutibile è l'architrave, l'assunto fondante sul quale è costruito l'intero documentario. Quello di cui ha espressamente riferito il produttore Gianluca Neri: "La frase che ci eravamo dati noi autori come linea guida era: quanto male sei disposto a giustificare, per fare del bene? Era la chiusura del trailer che proponemmo a Netflix per farci prendere la storia" (intervista realizzata da Selvaggia Lucarelli per TPI.it, 3 gennaio 2021).
Si introduce in questo modo un'affermazione apodittica e fattualmente indimostrabile, ovvero che l'esito di quei trattamenti, pur violenti, sia stato "il bene" dei soggetti in quel modo trattati. La cui alternativa sarebbe stata il permanere nella "schiavitù" della droga e la morte. Un male relativo e contingente per un bene assoluto e definitivo. E qui, a puntello dell'assunto, entra in campo non semplicemente un aspetto non comprovato, ma una vera e propria falsa memoria, una credenza e una disinformazione riguardo ai fatti e ai dati dell'epoca.
Dice ancora il produttore: "Alcuni montatori che avevano 18 anni ci guardavano basiti chiedendo "Ma davvero si facevano con le siringhe?". Gli dovevamo spiegare che i tossicodipendenti li trovavi nei parchi, morti sulle panchine, per spiegare quanto fosse un'emergenza nazionale". Eppure, questa descrizione non corrisponde alla realtà di quel periodo, ma semmai a quella di un decennio successivo, allorché la risposta politica alle tossicodipendenze era divenuta marcatamente punitiva, anche sulla scia e per risultato dell'approccio e del verbo muccioliniano.
La fotografia che più è rimasta nell'immaginario, condizionandolo, è, in effetti, degli ultimi giorni del 1979: un ragazzo riverso su una panchina di Milano, alla Bovisa, con un prete che ne benedice la salma. Si chiamava Dario Rizzi, aveva 16 anni. Ma, dopo le suggestioni e i fotogrammi rimasti maggiormente impressi, occorre tornare al quadro nel suo insieme e all'obiettività dei numeri e alla corretta datazione degli avvenimenti e del loro sviluppo, guardando in parallelo ai cambiamenti nelle politiche e nelle legislazioni antidroga.
di Domenico Quirico
La Stampa, 28 febbraio 2021
Il "califfo" Shekau ha spinto il gruppo jihadista nigeriano verso il terrorismo puro. E i rapimenti finanziano gli attacchi. All'inizio è stato niente: soltanto un giovane predicatore, Mohamed Yusuf, che nel 2002 torna a casa dall'Arabia, dalle scuole coraniche salafite, ed è colmo e ribolle della gioia e della rabbia di chi sente dio dentro di sé. Poi una piccola città, Kanama, alla frontiera tra il Niger e la Nigeria, il Nord, il parente povero del boom petrolifero nigeriano, quello che vedi ad Abuja, a Lagos. Ancora niente. Immaginiamo il suo ritorno: i piccoli bus sgangherati e stracolmi. Botteghe capanne. Lunghe file nei mercati con le poche merci sdraiate per terra tra le mosche, la polvere, le immondizie, il sudore. Miseria, voci. La umili matita dei mille piccoli minareti di sabbia, e le rare chiese cristiane, che sembrano magazzini sbarrati da truci catenacci. E dietro la savana, gli alberi, il silenzio, il sole che scortica.
L'eredità dei coloni - Yusuf si guarda intorno, è il suo mondo che scorre. Qui dovrebbe regnare la sharia, dal 1989, teoricamente ciò che è vietato dal Libro dovrebbe essere subito bandito. Teoricamente. Avviene sempre così: la rabbia deve trovare qualcosa di semplice che riassuma lo scandalo del tutto. E Yusuf la trova: "la scuola occidentale", eredità dei colonizzatori britannici. Tutto quello che lo indigna e gli sembra una bestemmia contro dio: la povertà del Nord musulmano, l'acqua e la corrente elettrica rare, la sanità primitiva, la corruzione, il malgoverno, le elezioni truccate, la polizia brutale, il saccheggio dei beni pubblici, i cattivi costumi che offendono il Corano, tutto è colpa di quella scuola dimenticata in mezzo al buon popolo di dio come un bacillo dagli occidentali.
Yusuf comincia a predicare, nella polvere nel caldo nella puzza di Kanama. È antica tradizione nigeriana, i predicatori possono occupare uno spazio pubblico, spiegare il Corano, maledire la depravazione dei costumi. Prima sono dieci poi cento poi mille ad ascoltarlo, poi così tanti che decide di spostarsi a Gaidam, una città più grande. E poi a Maiduguri, la capitale del Bornou. Nessuna autorità bada a loro, hanno altro da fare, rubare, che occuparsi dei quei pezzenti invasati da dio. E poi non predicano la violenza, convincono con le idee.
Ecco: i Boko Haram, "la scuola occidentale è peccato", il castigo nella storia della Nigeria. Yusuf è stato ucciso nel 2009 dai soldati, 800 seguaci furono massacrati nel villaggio di Waidil. Eccoli i martiri necessari ad ogni fanatismo totalitario. Ci sono incendi che ardono dentro, fiamme che divampano negli individui. Queste ultime sono le più pericolose, le uniche, le eterne. I talebani d'Africa sono diventati da allora il più sanguinario gruppo terroristico del mondo, quarantamila morti, con le loro grida che ti strappano all'indifferenza. Morti che parlano in incubi senza sonno. Ora annichiliscono ampi territori tra la Nigeria il lago Ciad il Niger e il Camerun, schierano tra diecimila e quarantamila lanzichenecchi arruolati tra i kanuri del Nord Nigeria, ma anche tra haussa, peul, buduma. Non gli eserciti in perenne ritirata ma feroci faide interne talora sfoltiscono i ranghi. Dal 2015 sono "la provincia dello stato islamico dell'Africa dell'Ovest", un altro Califfato legato agli emiri di Siria e Iraq, ennesima schiera della Grande Minaccia islamista, del genocidio utopico in nome del paradiso in terra.
L'economia del riscatto - Uomini nefasti, fautori di un fanatismo primordiale, che non credono nel valore del dubbio, nel rammarico per il ripetersi del proprio delitto. Gestiscono una florida economia criminale in quattro Paesi: tasse dai commercianti e dalle città che devono contribuire "al lavoro di dio", milioni di euro di tangenti sulla esportazione di tonnellate del pesce del lago Ciad, i sequestri. Già: una economia del riscatto. Commercianti, studenti, funzionari, autisti, ognuno ha la sua tariffa. Nella sola regione di Dicca, in Niger, nel 2020 si è calcolato abbiano ottenuto un milione di euro. I Boko Haram muovono il commercio di intere regioni dall'economia derelitta, comprano cibo veicoli carburante carte telefoniche. Imprenditori si arricchiscono ripulendo il denaro dei riscatti. Ufficiali corrotti fanno finta di non vedere, di non sapere. Per decifrarne i troppi misteri bisogna addentrarsi nella foresta di Sambissa, feudo di Abubakar Shekau, il pazzo di dio, alla frontiera tra Camerun e Nigeria. O avere il coraggio di esplorare la geografia di "tounboun", centinaia di isole che il progressivo ritrarsi del lago Ciad ha fatto emergere in quello che un tempo era "il mare d'Africa".
Non c'è nel continente un luogo più bello del lago; all'alba l'acqua è di una immobilità che sembra rendere minimi i dolori e le miserie degli uomini. E la fitta foresta delle piroghe indigene, ferme in riposo sulle rive, sembra attendere qualche avvenimento straordinario. Ma adesso tutto è finito e si respira l'aria di tristezza dei luoghi che un tempo floridi vivono di ricordi. Il lago si spegne come una creatura vivente, grandi cerchi di terreno secco, polveroso segnano lo spazio dove un tempo era l'acqua, simili agli anelli di vita di un albero abbattuto. Un popolo di profughi si aggrappa all'acqua che resta, la prosciuga, la uccide.
Sulle isole più grandi i jihadisti hanno sistemato "caserme" e depositi di armi. A Tounboun-Kournawa un campo di addestramento ospita 500 reclute dell'emiro Abdulaye, uno dei capi della fazione vicina al califfato siriano. Qui, raccontano, ci siano soldati-bambini, dodici anni, iniziati alla crudeltà attraverso la tortura e la uccisione degli ostaggi. L'uomo? Buono per uccidere, buono per crepare. L'addestramento si svolge con proiettili veri, chi sbaglia riceve dieci colpi di frusta.
Il precipizio - Ma chi comanda i Boko Haram? Ancora un mistero.
Tutto ruota attorno a Abubakar Shekau, che fece rapire le studentesse di Chibok nel 2014, ("ho preso le vostre figlie, le venderò al mercato in nome di dio... " gridava in un video, a tratti imbambolato, a tratti furente, nello sguardo assente il marchio di indelebile ferocia), numero di matricola negli elenchi dei terroristi Onu QI.S.322.14, taglia (americana) sette milioni di dollari. Non si sa dove è nato alcuni lo dicono nigeriano, altri del Niger; dubbia la data di nascita, il 1965... no forse il 1975. I governativi sostengono che Shekau che nei video minaccia come un invasato non è Shekau perché quello vero lo hanno ammazzato nel 2012! Dopo la morte di Yussuf di cui era mediocre allievo si è impadronito della setta, uno Stalin della boscaglia feroce e astuto, e l'ha convertita al terrorismo puro, che concima con il sangue. Il suo potere non era indiscusso, la violenza assoluta era criticata da un'ala "politica".
Le purghe del califfo - Nel 2016 quando si proclamò califfo dell'Africa occidentale una parte dissidente di Boko Haram si trasferì nel bacino del lago Ciad. Problemi gravi: chi controllava il denaro e le armi? Quanta violenza era produttiva contro le popolazioni? Una feroce purga ha spezzato subito i dissidenti. Su ordine alla Shura, il supremo tribunale, di Raqqa due capi, Maman Nur, influente ideologo, e al Barnawi sono stati giustiziati, accusati di moderatismo. Avrebbero tenuto contatti con il governo nigeriano che aveva lanciato la proposta "pentimento in cambio del perdono" a cui hanno aderito alcune centinaia di miliziani. Ora Shekau sembra aver ripreso potere. C'è la sua mano dietro l'ennesimo sequestro di quaranta studenti e insegnanti a Kagara, nell'Est. Ha sempre mantenuto infatti contatti con il banditismo, piccoli criminali e trafficanti a cui invia "consiglieri" e appalta i sequestri. I banditi hanno trovato una causa, fanno carriera.
di Dimitri Deliolanes
Il Manifesto, 28 febbraio 2021
Trasferimento in un carcere lontano dalla famiglia e divieto di lavorare in prigione, per la legale è la vendetta della famiglia Mitsotakis. I medici avvertono: rischia di morire. Dimitris Koufontinas è un ex terrorista di 63 anni. È l'esponente di punta del gruppo armato 17 Novembre, attivo per 27 anni senza subire un arresto. Nel 2002, quando alla fine la polizia riuscì a sgominare l'organizzazione, Koufontinas evitò l'arresto ma dopo poche settimane si consegnò spontaneamente alla polizia, mettendo implicitamente la firma sulla fine della 17 Novembre.
Al processo si è assunto l'intera responsabilità politica per la storia dell'organizzazione clandestina. È stato condannato a 11 ergastoli per concorso a 11 omicidi e altri atti di terrorismo. Ora Koufontinas rischia di diventare il primo detenuto politico europeo che perde la vita dopo uno sciopero della fame dopo il 1981, quando il militante dell'Ira Bobby Sands morì in carcere mentre a Londra regnava Thatcher. Ora ad Atene regna un convinto thatcheriano, Kyriakos Mitsotakis.
Koufontinas è in sciopero della fame da 50 giorni. Negli ultimi giorni ha deciso di procedere anche allo sciopero della sete. Da 11 giorni è ricoverato al reparto di terapia intensiva dell'ospedale di Lamia. Secondo il suo medico Thodoris Zdoukos, il suo fisico sta allo stremo, rischia il coma, c'è pericolo che non arrivi a lunedì. Koufontinas protesta perché la destra al governo lo ha preso di mira. Mitsotakis prima ha affidato la gestione del sistema carcerario al ministero dell'Ordine pubblico e subito dopo ha sancito una legge ad hoc che nega ai condannati per terrorismo una serie di diritti riconosciuti agli altri detenuti: brevi permessi premio e la possibilità di eseguire la pena lavorando nelle carceri agricole. Questo malgrado le autorità abbiano sempre riconosciuto al detenuto un comportamento esemplare.
L'ultimo provvedimento, quello che ha portato Koufontinas all'estrema forma di lotta, è stata la decisione del ministero di polizia di spostarlo da Atene e internarlo in un carcere speciale collocato a Domokos, località montagnosa della Grecia centrale. Carcere non solo difficilmente raggiungibile dalla moglie e dal figlio di Koufontinas ma anche noto per il sovraffollamento e le pessime condizioni di detenzione. Una decisione del tutto irregolare e illegale, che la responsabile del ministero Sofia Nikolaou ha tentato invano di giustificare ricorrendo alla pandemia, mentre metteva in campo grossolani trucchetti burocratici pur di impedire al detenuto di agire per via legale.
"È evidente che si tratta di un'azione di natura vendicativa", spiega al manifesto l'avvocata Ioanna Kourtovik, difensore di Koufontinas. L'ex terrorista è ritenuto l'uomo che ha schiacciato il grilletto nell'assassinio di Pavlos Bakoyannis nel 1989. Un'azione terroristica difficilmente comprensibile. La vittima era un coraggioso giornalista schierato contro i colonnelli e poi eletto deputato di Nuova Democrazia. Ma era anche cognato dell'attuale premier, marito della sorella Dora Bakoyannis, ex sindaca di Atene ed ex ministra degli Esteri. Il figlio, Kostas Bakoyannis, è attualmente sindaco di Atene. "Sicuramente il premier ha in mente un'azione esemplare nel nome della sua dinastia politica - continua Kourtovik - ma dietro vi è anche una strategia da legge e ordine che ha scatenato dinamiche da guerra civile: distruggere il nemico o renderlo inoffensivo, per affermare la potenza dello schieramento conservatore e soffocare qualsiasi voce di protesta".
Questo malgrado alcuni esponenti del governo, l'Ordine degli Avvocati, Amnesty e molti altri abbiano chiesto che i diritti del detenuto siano rispettati. Al momento il governo sembra orientato a imporre allo scioperante l'alimentazione forzata, una pratica vietata dalle convenzioni internazionali, che i medici dell'ospedale di Lamia hanno già rigettato.
di Davide Varì
Il Dubbio, 28 febbraio 2021
Dopo la pubblicazione del rapporto Usa sull'implicazione diretta di Mohammed Bin Salman nell'uccisione del giornalista Khashoggi, Pd, M5S e Si chiedono chiarimenti. Matteo Renzi deve chiarire la natura dei suoi rapporti col principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman. A chiederlo, a più voci, sono gli ex alleati del Conte due - Pd, M5S e Sinistra italiana - dopo la la pubblicazione del rapporto dell'Intelligence nazionale degli Stati Uniti che dimostrerebbe l'implicazione diretta del principe ereditario saudita nella pianificazione dell'uccisione di Jamal Khashoggi, giornalista del Washington Post, avvenuta il 2 ottobre del 2018 nel consolato saudita di Istanbul. Il leader di Italia viva, infatti, è membro del consiglio dei garanti della Future Investment Initiative, un'organismo controllato dalla famiglia reale saudita per conto del quale Renzi si è recato più volte a Riad per tenere delle conferenze dietro compenso.
"È un grande piacere e un grande onore essere qui con il grande principe Mohammad Bin Salman. Per me è un privilegio poter parlare con te di Rinascimento", dichiarava Renzi nel corso di colloquio col principe ereditario avvenuto nei giorni in cui in Italia il suo partito apriva la crisi di governo. "Credo che l'Arabia Saudita possa essere il luogo per un nuovo Rinascimento", proseguiva il senatore membro, tra l'altro, della commissione Difesa.
Ma da dove nasce questo rapporto particolare tra Renzi e il principe ereditario adesso accusato di essere il responsabile di un atroce omicidio politico? È quello che vogliono sapere molti esponenti politici che adesso invitano il capo di Italia viva a fare chiarezza. "Matteo Renzi aveva detto che dopo la crisi avrebbe chiarito i suoi rapporti con l'Arabia Saudita e il "grande principe ereditario". Lui non ha ancora detto nulla, ma ci ha pensato Joe Biden. Chiarire ora non è solo questione di opportunità, ma di interesse nazionale", dice l'ex ministro dem per il Sud Peppe Provenzano, seguito a ruota da altri compagni di partito. Come il deputato Michele Bordo che rincara: "Renzi ci dica anche se è ancora convinto che in Arabia Saudita sia in atto un nuovo Rinascimento e che il principe ne sia addirittura l'interprete. Da quello che emerge in queste ore non mi pare proprio. Verificheremo se sia il caso di assumere una iniziativa parlamentare: dobbiamo chiarire questa vicenda. Si tratta di un tema di sicurezza nazionale ed è utile che un senatore della Repubblica, che ha avuto un ruolo importante nella nascita di questo governo, chiarisca realmente i suoi rapporti". Anche Gianni Cuperlo invoca chiarezza su Facebook: "Renzi aveva annunciato che, una volta archiviata la crisi di governo, avrebbe offerto le motivazioni di quella sua iniziativa. È opportuno che lo faccia. Se possibile presto".
Per il Movimento 5 Stelle è il capogruppo nella commissione Esteri del Senato, Gianluca Ferrara, a prendere posizione: "Roba degna del più buio Medioevo, altro che Rinascimento. Mentre lui andava in Arabia Saudita a tessere le lodi di un regime assassino, il governo di Giuseppe Conte e la Farnesina guidata da Luigi Di Maio bloccavano ogni vendita di armi verso quello stesso regime. Tra cui le bombe usate in Yemen che Renzi aveva deciso di vendere all'Arabia Saudita nel 2016".
Durissime critiche anche dal segretario di Sinistra italiana Nicola Fratoianni: "Renzi aveva promesso di rispondere sui suoi rapporti con quel regime dopo la fine della crisi di governo, è arrivato quel momento. Ora chiarisca per trasparenza e per dovere di onestà nei confronti dei cittadini italiani". E una presa di posizione netta arriva anche da Amnesty International, convinta che sia "inopportuno essere invitati in forum internazionali che sono emanazione diretta della monarchia saudita e tacere sul sistema di violazioni dei diritti umani". Per il momento da Italia viva tutto tace, ma c'è da scommettere l'omicidio Khashoggi riaprirà un regolamento di conti interno alla sinistra tra Renzi e il resto degli ex alleati.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 28 febbraio 2021
Adel Lofti era a capo di una ong che si occupava di microcredito, è morto accoltellato da un agente. La famiglia e la comunità chiedono giustizia. Oggi nuovo capitolo della lunga prigionia (senza processo) dello studente dell'Università di Bologna. Adel Lofti aveva 31 anni e viveva a Minya, nell'alto Egitto. Era il responsabile di una ong locale, "I am the Egyptian", impegnata nel microcredito a piccole imprese. È stato ucciso a coltellate mercoledì scorso da un poliziotto che doveva restituire un prestito, racconta il portale di informazione Middle East Eye: Lofti era andato con alcuni colleghi a casa di Ayman Selim (che aveva chiesto un prestito per lanciare una piccola attività), per trovarsi di fronte un secco rifiuto e poi l'aggressione. Il poliziotto lo ha colpito al cuore con un coltello. Lofti è morto poco dopo nell'ospedale pubblico di Minya.
Un caso, dunque, che non segue il copione ormai noto delle violenze strutturali della polizia su attivisti o semplici cittadini, ma che contiene abbastanza elementi da far temere alla famiglia e alla sua comunità che alla fine il caso venga archiviato, senza punizione per il responsabile.
Per questo mercoledì fuori dall'obitorio in centinaia hanno manifestato chiedendo giustizia, per poi marciare verso i funerali nella chiesa cattolica della città (Lofti era copto). Di nuovo venerdì, durante il ricordo in chiesa, la famiglia ha ribadito di essere in attesa di spiegazioni ufficiali dalle autorità, mentre sui social in tanti partecipavano virtualmente alla protesta.
Limitata nei numeri, ma comunque significativa in un paese in cui la repressione capillare del dissenso - vero e presunto, realizzato o intenzionale - è divenuto il metro che misura l'anormalità della vita politica e sociale. A preoccupare è l'appartenenza dell'agente, membro di un'unità nota nel paese per la corruzione che la attraversa, le violenze sui civili e i legami con la malavita, spiega il portale Mee. Al momento Selim è in custodia per quattro giorni in attesa della decisione della procura. E si difende: il coltello era di Lofti, ha detto, ci è caduto sopra.
Intanto a 250 km di distanza, al Cairo, oggi si svolgerà una nuova udienza per la convalida della detenzione cautelare o il rilascio di Patrick Zaki, lo studente dell'Università di Bologna detenuto da oltre un anno. "Presenteremo alla corte documenti che provano le condizioni di salute di suo padre", hanno riferito i legali alla pagina Fb "Patrick Libero", nella speranza che possa spingere verso un po' di clemenza. Il padre di Patrick è ricoverato da mercoledì in ospedale dopo un peggioramento delle sue già fragili condizioni: una brutta infezione si è aggiunta a malattie croniche, una situazione che gli attivisti imputano al dolore e la preoccupazione per il figlio.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 27 febbraio 2021
Così il Garante Nazionale, Mauro Palma, definisce il Volontariato e il Terzo Settore nelle carceri e in area penale esterna. Una storia comune a tante realtà del Volontariato e del Terzo Settore è che oggi si opera in carcere contando però sempre meno, in un mondo che, invece di aprirsi, con il diffondersi della pandemia sta ulteriormente accentuando una tendenza, che era già in atto da tempo, a chiudersi ogni giorno di più, in una visione "autarchica" in cui si pensa che l'Amministrazione possa fare tutto da sola, dando lavoro, rieducando, contenendo.
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