zoom24.it, 24 febbraio 2021
Il Garante comunale dei detenuti si unisce all' appello per l'inserimento dei detenuti calabresi nel piano vaccini, lanciato dal Garante regionale. Mi unisco e condivido l'appello lanciato ieri dal, Garante regionale dei detenuti per la Calabria avv. Agostino Siviglia sulla richiesta di inserimento nel Piano vaccini regionale calabrese, delle persone recluse e del personale in servizio presso i luoghi di reclusione, soggetti appartenenti alle categorie a maggior rischio di contagio. La questione sollevata riguarda i 12 istituti penitenziari calabresi e dunque anche la Casa Circondariale di Crotone.
Ritengo dunque fondamentale un'attenzione istituzionale in tal senso come questione di somma urgenza. Evidenzio che, nel periodo emergenziale a Crotone, sono stati consegnati fino al novembre del 2020, oltre 2000 dispositivi di protezione individuale per la profilassi e che gli stessi rappresentano una misura solo temporanea per assicurare il diritto alla salute.
Restiamo tutti in attesa della somministrazione vaccinale antiCovid19 per le persone recluse, misura indispensabile per garantire la salute e scongiurare anche un solo contagio a chi vive in situazioni particolari di privazione della propria libertà e dunque in vulnerabilità sociale. Come già sottolineato dal garante regionale, in alcune aree territoriali quali il Lazio vi è già una programmazione in tal senso e pertanto, a metà marzo inizierà la somministrazione del vaccino anti-Covid ai detenuti e al personale carcerario, mi auguro che la nostra realtà regionale e locale non rimanga ultima in quest'azione necessaria e urgente.
di Giusy Santella
mardeisargassi.it, 24 febbraio 2021
Appena qualche settimana fa, in seguito alla prima condanna per tortura per un agente del carcere di Ferrara, parlavamo non solo di quanto fosse stata necessaria la previsione di questa fattispecie di reato nel 2017, ma soprattutto di quanto fosse stato - e tuttora sia - difficile fare luce su ciò che avviene negli istituti penitenziari. Pochi giorni or sono, abbiamo avuto la conferma di quanto affermato: dieci agenti in servizio presso il carcere di San Gimignano sono stati condannati per tortura e lesioni aggravate ai danni di un detenuto tunisino che nell'ottobre 2018 era stato vittima di un brutale pestaggio durante un trasferimento di cella. La vicenda giudiziaria riguarda anche un medico dell'istituto, condannato per rifiuto d'atti d'ufficio, per non aver visitato e refertato il detenuto, nonché altri cinque agenti, rinviati a giudizio ordinario nei prossimi mesi in un procedimento in cui si è costituita parte civile pure l'Associazione Antigone.
Anche in quell'occasione, il detenuto non si era sentito nelle condizioni di denunciare: il fatto di essere straniero lo aveva posto probabilmente in una situazione di marginalità ancora maggiore di quella ordinaria, costringendolo a vivere in una condizione di trauma e terrore per mesi, rifiutandosi addirittura di vedere un medico. È stato solo grazie all'attenzione di un'educatrice e al coraggio di altri detenuti che le atrocità subite sono emerse ed è stato possibile allertare il magistrato di sorveglianza e poi le autorità competenti per le indagini. Ma cosa accade quando questo coraggio manca? Quando prevale la paura di ritorsioni o si hanno di fronte altri complici di un sistema penitenziario repressivo e disumano?
I particolari che stanno venendo fuori riguardo ai fatti di San Gimignano sono ogni giorno che passa più raccapriccianti: gli agenti erano quindici, ognuno con i guanti, semplicemente per trasferire da una cella a un'altra un detenuto del tutto inconsapevole di ciò che stava per accadergli. Stentiamo a capire il motivo di un simile gesto. Di cosa si tratta? Frustrazione, divertimento, cattiveria?
Ho parlato con coloro che sono stati crocifissi come torturatori, mentre sono onesti lavoratori, che fanno uno dei lavori più difficili del mondo. Ci sono aggressori senza aggrediti, torturatori senza torturati e denunciati senza denuncianti. Gli uomini e le donne in divisa non meritano di essere trattati come delinquenti: queste le parole che furono pronunciate al momento dell'apertura del procedimento dall'allora Ministro dell'Interno Matteo Salvini, che si recò immediatamente a San Gimignano a mostrare la propria solidarietà agli agenti indagati, certo della loro innocenza e chiedendo che il video che li incriminava fosse mostrato pubblicamente, in modo che tutto il popolo italiano potesse farsi un'idea.
Ma la giustizia non è fatta di idee e non si fa né sulle forche nelle piazze né tantomeno dietro a uno schermo, bensì nelle aule dei tribunali e attraverso persone che sono adibite e competenti per una tale funzione. Intanto, il video è stato mostrato: tutti abbiamo potuto vederlo, osservarne la brutalità, la noncuranza degli aggressori, le grida di dolore, il corpo esanime sul pavimento e le voci degli altri reclusi provenienti dalle celle lungo il corridoio, cui viene intimato di stare zitti. Abbiamo visto, ci siamo fatti un'idea e dovremmo vergognarcene.
Se è vero che la presunzione di innocenza vale per chiunque fino a prova contraria, non bisogna neppure essere certi che un uomo, solo perché in divisa, non possa aver sbagliato. Durante l'espiazione della pena, i detenuti sono posti sotto la custodia dello Stato che ha un obbligo positivo di tutela nei loro confronti e di rispetto dei loro diritti fondamentali. Chi indossa una divisa rappresenta lo Stato nell'esercizio delle sue funzioni e non può in alcun modo sottoporre a trattamenti inumani le persone recluse, qualsiasi siano i motivi.
Tra le guardie e i ladri sceglierò sempre le guardie, aggiunse allora Salvini: l'idea per la quale ci siano buoni e cattivi e ai secondi sia sempre possibile attribuire tutte le colpe è una costruzione irrealistica che non trova nessun riscontro nei fatti. Chi ha commesso un reato non ha, soltanto per questo, meno credibilità di un uomo incensurato né meno diritto a vedere tutelata la propria persona. Compito di uno Stato di diritto - quale si propugna l'Italia - non è coccolare e accudire i buoni cittadini, mentre reprime quelli che appartengono alle categorie più marginali della società, che abbiano sbagliato o che non si mostrino figli accondiscendenti e sottomessi. È suo preciso compito schierarsi sempre dalla parte degli oppressi e mai da quella degli oppressori, chiunque essi siano.
Ci sono delle responsabilità istituzionali precise dietro i fatti di San Gimignano e tutte le atrocità commesse in carcere in questi anni: uno Stato che non si ferma a riflettere su un sistema che produce tali brutalità è esso stesso carnefice e il moltiplicarsi di fatti analoghi, nonché le ben due condanne per torture in poche settimane, ci dimostrano che non possiamo nasconderci più dietro singoli cui addossare tutta la responsabilità. Un sistema malsano va rivisto completamente, ne vanno scardinate le basi e le colonne portanti. Solo allora potremo dire di essere uno Stato di diritto che reinserisce in società chi ha commesso un reato e lo fa in maniera umana e dignitosa. Fino ad allora, ci resteranno la vergogna e una lunga strada da percorrere.
di Giulio De Santis
Corriere della Sera, 24 febbraio 2021
La rivolta del 9 marzo 2020. Lenzuola incendiate, insulti e qualche spintone alle agenti. È la protesta inscenata da venti detenute, ora indagate dalla Procura, nell'area femminile del carcere di Rebibbia il 9 marzo del 2020 in seguito all'adozione delle misure per contenere il Covid-19. Disordini avvenuti nelle stesse ore nella zona riservata agli uomini.
Le responsabili della protesta sono indagate per resistenza e danneggiamento. Ai loro "colleghi" sono invece contestati reati più gravi, dal sequestro di persona alla devastazione e saccheggio. Differenze dovute al tipo di protesta.
Le donne, apprese le restrizioni dovute al coronavirus, hanno cominciato a fare rumore e gettare dall'interno delle celle nel corridoio antistante lenzuola e cartoni in fiamme. I poliziotti penitenziari hanno provato a dissuaderle, ma ne è nato qualche tafferuglio animato da insulti e spintoni. Al contrario degli uomini che hanno fatto finire lo stesso 9 marzo di un anno fa un ispettore in ospedale.
anteprima24.it, 24 febbraio 2021
"La prevista e temuta terza ondata della pandemia da Covid-19 sta investendo a largo raggio anche la nostra regione con effetti devastanti e, in particolar modo, il carcere di Carinola (Caserta), laddove si sta registrando un pericoloso focolaio con un aumento quotidiano e vertiginoso del contagio, tanto da rimanere pericolosamente sguarnito".
È quanto fanno sapere, in una nota congiunta, i sindacati polizia penitenziaria Si.N.A.P.Pe, Osapp, Uil P.A. Pp, Uspp, Fns Cisl, Cnpp E Fp Cgil, rispettivamente con i segretari Gallo, Palmieri, De Benedictis, Auricchio, Strino, Napoletano e Scocca, che hanno inviato una lettera, tra gli altri, il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, al prefetto di Caserta Raffaele Ruberto e al provveditore regionale Antonio Fullone. Su 130 unità in servizio nell'istituto penitenziario, quasi trenta sono malati e altri dieci sono in quarantena.
"Nell'istituto in questione - aggiungono i sindacalisti - in un turno pomeridiano si è registrata addirittura la presenza di sole 2 unità in confronto alle 13, numero già al di sotto della soglia minima di sicurezza. È di pochi giorni fa la triste e sconvolgente notizia inerente alla scomparsa di due servitori dello Stato, entrambi vittime del virus, la cui colpa è stata quella di prestare servizio presso l'istituto di Carinola e quello di Napoli Poggioreale.
È evidente che l'evoluzione della pandemia richiede un contenimento immediato ed incisivo teso a salvaguardare la salute di quegli uomini e di quelle donne che con spirito di abnegazione servono lo Stato, nonché la sicurezza stessa degli istituti penitenziari.
Nello specifico, infatti, presso l'istituto in questione la carenza di personale dovuta ai numerosi contagi sta causando enormi problemi di carattere organizzativo e gestionale con inevitabile ripercussione negative sia sulla sicurezza interna, che sull'ordine pubblico. Purtroppo, i provvedimenti adottati nell'immediato dall'amministrazione Penitenziaria, ai vari livelli interessati, come era già prevedibile, sono risultati inefficaci, inefficienti e fallimentari come dimostrato dallo stato dei fatti".
I sindacati, "al fine di fronteggiare e contenere ai minimi rischi l'emergenza in atto", chiedono "l'immediato invio di personale di polizia penitenziaria in missione con provvedimenti di carattere stabile con tutti gli istituti giuridici ed economici che prevede la normativa, oltre alla chiusura di tutti i locali di aggregazione presenti in istituto che possano comportare pericolosi assembramenti. Si chiede altresì una tempestiva ispezione delle autorità sanitarie ed amministrative finalizzata a valutare l'idoneità, la salubrità ed igiene dei luoghi di lavoro ed il rispetto dei protocolli Covid sottoscritti sia a livello centrale che periferico.
Per i fatti sopraesposti, le scriventi organizzazioni sindacali regionali proclamano sin da ora lo stato di agitazione del personale di Polizia Penitenziaria dell'istituto di Carinola fino a quando non saranno presi concreti provvedimenti finalizzati a risolvere le questioni rappresentate". "In assenza di risposte concrete da parte degli organi in indirizzo, si valuteranno altre e più incisive forme di protesta informandone costantemente i superiori uffici, le rispettive segreterie nazionali e locali, le autorità competenti e gli organi di stampa", conclude la nota congiunta dei sindacati.
di Cristina Pastore
La Stampa, 24 febbraio 2021
La produzione della "Banda Biscotti" è cresciuta molto in 15 anni: ora la cooperativa Divieto di sosta dà lavoro a dieci soci. Una lista di oltre venti dolci, in vendita anche all'Ipercoop e nei negozi di commercio equo e solidale. La produzione della Banda Biscotti, e la distribuzione, è cresciuta molto in 15 anni. Era il 2006 quando, nel carcere di Verbania, l'ente di formazione Casa della carità arte e mestieri insieme a quella che da lì a poco sarebbe diventata la cooperativa sociale "Divieto di sosta, organizzò il primo corso di pasticceria. Il primo laboratorio venne ricavato in una cella. Oggi i dieci soci lavoratori che di media sono occupati con la Banda Biscotti hanno forno e attrezzature alla scuola di polizia penitenziaria, a poca di stanza dal carcere. Vengono selezionati secondo attitudine e motivazione.
Integrazione e inclusione sono le parole chiave dell'impegno quotidiano di Divieto di sosta e del Sogno: le due cooperative stanno per fondersi, per portare avanti un'attività che nel tempo si è ampliata. La Banda Biscotti ora sforna baci di dama, lingue di gatto, margheritine, damotti e tante altre paste secche insieme a dolci al cucchiaio, muffin, croissant e crostate. Parte finisce in un circuito di negozi, il resto viene servito alla mensa sociale Gattabuia, che a villa Olimpia a Pallanza è gestita dal Sogno, così come la caffetteria sociale Casa Ceretti a Intra.
"Banda Biscotti oggi propone una linea convenzionale e una biologica. Per la seconda vengono utilizzati prodotti di una filiera corta, locale e regionale" spiega Erika Bardi, che per il Sogno si occupa delle attività di reinserimento dei detenuti. Il lavoro tra creme, farciture e impasti è seguito dalla pasticcera Chiara Spigolon con la supervisione di Alessandro Ghitti e il coordinamento, per acquisti, certificazioni e confezionamento, di Alice Brignone. Il progetto di economia carceraria (lo stipendio ai soci lavoratori è pagato con le vendite) s'incrocia con altre iniziative provinciali di carattere sociale, come La cura è di casa per il mantenimento di anziani soli nelle loro abitazione. La Banda Biscotti - con la consulenza dello chef Max Celeste - ha anche creato il "biscotto di Emma" dedicato alla supercentenaria di Verbania, scomparsa a 117 anni nel 2017.
di Francesco Ricupero
L'Osservatore Romano, 24 febbraio 2021
La recente violenta rivolta nel carcere di Tacumbú, che ha causato la morte di sette persone e molti feriti, "ci mostra, ancora una volta, le terribili condizioni in cui si trovano le nostre carceri e l'intero sistema carcerario paraguaiano": è quanto si legge in una dichiarazione della Conferenza episcopale del Paraguay, in seguito ai sanguinosi disordini avvenuti nei giorni scorsi nel penitenziario di Tacumbú, il più grande del Paese, con circa 4.100 detenuti, il doppio della capienza prevista. Centinaia di carcerati, armati di coltello, hanno scatenato caos per 24 ore prendendo il controllo di uno dei padiglioni della prigione, dove c'erano otto guardie. Le forze antisommossa hanno ripreso il controllo dell'istituto di pena, ma la rivolta ha causato almeno sette morti.
Il ministro della giustizia, Cecilia Pérez ha assicurato che "non si tratta di uno scontro tra clan", dopo che alcuni media locali avevano fatto accenno ad una lite tra detenuti della mafia paraguaiana. Secondo il governo di Asunción, la rivolta sarebbe iniziata in seguito al trasferimento di un detenuto affiliato a un clan che distribuiva droga all'interno della prigione.
L'episcopato non nasconde la propria amarezza e preoccupazione per quanto accaduto e per le difficili condizioni nelle quali vivono migliaia di detenuti nel Paese sudamericano.
"I fatti mostrano che non serve una super-struttura dove confinare le persone che hanno conti pendenti con la giustizia, se nelle carceri continua a regna-re un'elevata corruzione e se non viene attuata una profonda riforma carceraria. Ci rammarichiamo - aggiungono i vescovi - per la mancanza di azione e di una gestione efficace e corretta per ridurre la popolazione carceraria in attesa di giudizio per evitare il sovraffollamento, che nuoce ai diritti fondamentali di ogni persona umana. Siamo anche preoccupati per l'estrema violenza con cui agiscono i gruppi criminali che ricattano le autorità nazionali e hanno il controllo sulla popolazione carceraria. Sono sempre più numerosi e violenti". Le rivolte nelle carceri non sono una novità. Purtroppo, si susseguono quasi con triste regolarità in molti Paesi del mondo, testimoniando problemi di sopravvivenza e di dignità umana in questi ambienti spesso segnati dal degrado. Problemi aggravati, nell'ultimo anno, dalle restrizioni provocate dalla pandemia
La prigione di Tacumbú, per esempio, ospita il doppio dei detenuti rispetto alla capienza. Per diverso tempo gli istituti di pena del Paese di fatto sono stati a lungo "governati" dalle mafie o dalla corruzione, alcune prigioni sono dominate da vari gruppi malavitosi. Sia i clan che le mafie sono cresciute e si sono rafforzate nelle carceri paraguaiane a causa delle pessime condizioni in cui vivono i detenuti, con un livello molto alto di sovraffollamento, la mancanza di accesso adeguato ai servizi sanitari, alimentari e anche igienici.
Per questa ragione i presuli paraguaiani hanno lanciato l'ennesimo appello esortando il governo nazionale, la magistratura e il parlamento a "raddoppiare i loro sforzi e a maturare una visione molto più umana e umanizzante a favore delle persone private della libertà che meritano veramente una seconda possibilità". Cosa che, sottolineano i vescovi, "dopo tutto, è un vantaggio per tutta la popolazione".
Nella dichiarazione, inoltre, l'episcopato sottolinea come Papa Francesco non perda mai l'occasione di visitare carceri e persone private della loro libertà, esprimendo solidarietà e dedicando parole di conforto. E facendo riferimento alla visita del Santo Padre, prima presso l'istituto di correzione di Curran-Fromhold a Philadelphia, negli Stati Uniti, (27 settembre 2015), e successivamente in Paraguay, l'episcopato ha ricordato che in quell'occasione il Papa li ha esortati a tornare sulle strade, alla vita. Il Santo Padre "vuole - concludono i presuli - che questo tempo di reclusione non sia sinonimo di espulsione".
Corriere della Sera, 24 febbraio 2021
In aumento gli sbarchi nell'anno della pandemia ma secondo l'analisi di Fondazione Ismu si va incontro a una stagnazione del fenomeno migratorio. Dei 5 milioni di stranieri residenti, la metà lavora. Ma la crisi mette in difficoltà giovani e donne. In Italia è straniero poco meno di un residente su dieci. La stima è di Fondazione Ismu (al 1° gennaio 2020). Tra i presenti (5.923.000 su una popolazione di 59.641.488), i regolari e residenti sono 5 milioni, i regolari non iscritti in anagrafe 366mila, mentre gli irregolari sono poco più di mezzo milione.
In sostanza, rispetto alla stessa data del 2019, il numero di stranieri presenti è sostanzialmente invariato con un calo pari a -0,7%. Nel 2020, l'anno della pandemia Covid-19, si è registrato un aumento degli sbarchi (34mila), dopo due anni di diminuzione (23mila nel 2018 e 11mila nel 2019). Mentre sono calate le richieste d'asilo (28mila nel 2020 contro le 43.783 dell'anno precedente). Nonostante la ripresa degli sbarchi, il fenomeno migratorio nel nostro Paese mostra i segnali di una fase di relativa stagnazione. Tendenza che potrebbe accentuarsi anche a seguito della crisi economica che il post-pandemia porterà con sé.
In prospettiva, Ismu prevede una riduzione della consistenza numerica anche per quanto riguarda la componente irregolare, su cui agiranno "sia gli effetti della sanatoria intervenuta nel corso di quest'anno, sia l'eventuale riduzione della forza trainante di un mercato del lavoro che quasi certamente faticherà a recuperare le posizioni, già non brillanti, dell'epoca pre-Covid". Sono i principali dati del XXVI Rapporto sulle migrazioni di Fondazione Ismu (Iniziative e Studi sulla Multietnicità), presentato martedì mattina in collaborazione con la Fondazione Cariplo e con la Rappresentanza a Milano della Commissione Europea. Tra gli ospiti Mariella Enoc, presidente di Fondazione Ismu; Giovanni Fosti, presidente di Fondazione Cariplo; Patrick Doelle, capo della Rappresentanza a Milano della Commissione europea.
La migrazione in Italia - Tra i 5 milioni di residenti stranieri i maschi rappresentano il 48,2% del totale e le femmine il 51,8% (tra la popolazione italiana le donne sono il 51,2% del totale), i minorenni il 20,2% (sono il 14,8% di quelli di cittadinanza italiana) e gli ultrasessantacinquenni sono il 4,9% (contro il 24,9% tra gli italiani).
Gli irregolari - La dinamica dell'irregolarità registra un'inversione di tendenza: le persone prive di un valido titolo di soggiorno scendono in un anno da 562mila a 517mila (-8,0%). Le restrizioni alla mobilità causate dalla pandemia hanno influito sugli spostamenti finalizzati alla richiesta di asilo o protezione umanitaria che avvengono attraverso le frontiere aeroportuali. Negli ultimi dieci anni, le richieste d'asilo sono state 608.225.
Durante il 2020 le richieste d'asilo sono state 28mila, quasi dimezzate rispetto all'anno precedente. In calo anche il numero di nuovi permessi di soggiorno concessi nei primi 6 mesi 2020: circa 43mila nuovi permessi di soggiorno, meno della metà del primo semestre 2019. Il calo maggiore ha riguardato le concessioni per richiesta di asilo, passate da 51mila nel 2018 a 27mila nel 2019 (-47,4%). Al 1° gennaio 2020 si contano in totale 3 milioni e 616mila cittadini non comunitari con un permesso di soggiorno, di cui i lungo-soggiornati costituiscono il 63,1%.
Gli sbarchi - Passando agli ingressi via mare i dati sono in controtendenza rispetto a quelli della mobilità generale: le persone sbarcate in Italia nel 2020 sono state 34mila, in aumento dopo due anni di diminuzione (23mila nel 2018 e 11mila nel 2019). Tra gli altri canali di ingresso che alimentano potenzialmente le richieste di asilo c'è quello degli arrivi irregolari via terra che dall'inizio dell'anno al 26 novembre 2020 sono stati 5.032 (nel 79% dei casi provenienti dalla Slovenia).
Le provenienze - Il 22,7% dei residenti stranieri proviene dalla Romania, il gruppo nazionale più numeroso con un milione e 146mila residenti, il 22,7% del totale degli stranieri residenti in Italia. Seguono circa 422mila albanesi (8,4%) e 414mila marocchini (8,2%). Al quarto posto si collocano i cinesi con quasi 289mila unità (5,7% del totale stranieri in Italia), poi gli ucraini con quasi 229mila unità, i filippini (quasi 158mila), gli indiani (poco più di 153mila), i bangladeshi (quasi 139mila), gli egiziani (circa 128mila) e i pakistani (meno di 122mila). Le prime tre nazionalità rappresentano da sole quasi il 39,3% del fenomeno migratorio complessivo, mentre in totale le prime dieci raggiungono il 63,5%.
Nelle strutture di accoglienza - In Italia al 31 dicembre 2020 risultavano accolte in strutture di accoglienza (negli hotspot, nei Siproimi - Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati - e nei centri di accoglienza straordinari) 80mila migranti, in netta diminuzione rispetto agli anni precedenti.
La Lombardia - La Lombardia è la Regione che al 31 dicembre 2020 ospita il maggior numero di migranti, 10.494 (13% sul totale), seguita da Emilia Romagna (8.392) e Lazio (7.491). Minori stranieri non accompagnati. Negli ultimi cinque anni la quota di minori stranieri non accompagnati (Msna) sul totale degli sbarcati è stata sempre superiore alla media decennale, oscillando fra il 13,2% e il 15,1%. Sul fronte dell'accoglienza dei minori stranieri soli, al 31 dicembre 2020 risultavano presenti e censiti nelle strutture di accoglienza italiane 7.080 Msna, in grande maggioranza maschi (96,4%) e soprattutto giovani quasi-adulti (il 67% di loro ha 17 anni).
Il lavoro - Nel 2019 gli occupati stranieri hanno superato i 2 milioni e mezzo, su una popolazione in età da lavoro di oltre 4 milioni Gli stranieri rappresentano il 10,4% della popolazione in età attiva, l'11,2% delle forze di lavoro, il 10,7% degli occupati e ben il 15,6% dei disoccupati totali. Nel 2019 il tasso di occupazione degli stranieri è del 61% e subisce una lieve flessione, a causa dell'andamento negativo di quello femminile. Il tasso di disoccupazione è del 13,8% (contro il 9,5% degli italiani), con punte più alte tra la componente femminile (16,3%) e i giovani extracomunitari (24%).
Migrazione e pandemia - L'impatto della pandemia e scenari post Covid-19. L'emergenza determinata dal Covid-19 ha posto in evidenza l'elevata percentuale dei migranti tra i key-workers, impegnati nella produzione dei servizi essenziali, quali la filiera agroalimentare, il settore sanitario e della cura, la logistica. In particolare è emersa la dipendenza dei sistemi di produzione alimentare dei paesi sviluppati dai lavoratori immigrati. Inoltre la crisi sanitaria ha avuto l'effetto non soltanto di rivelare la precarietà e la vulnerabilità dei migranti sul mercato del lavoro, ma anche di rafforzarle. Su questo quadro si è innestata la regolarizzazione che ha portato in totale a 207.542 domande di emersione, di cui 176.848 per lavoro domestico e assistenza alla persona e 30.694 per lavoro nel settore primario (agricoltura e pesca): un esito importante ma in grado di incidere solo in parte sul problema dell'irregolarità dei rapporti di impiego.
La regolarizzazione: luci e ombre - Pur senza toglierle il merito di aver permesso l'emersione di migliaia di lavoratori irregolari, questa regolarizzazione ha una volta di più ribadito la distanza tra la legge e la realtà. Il XXVI Rapporto sulle migrazioni 2020 di Fondazione Ismu tratta anche altre tematiche di attualità: razzismo e discriminazione ai tempi della pandemia; i rifugiati e l'azione umanitaria; Unione europea, Africa e migrazioni, le novità legislative.
Anche in questa edizione è riservato uno sguardo all'Europa, in particolare alle nuove prospettive per le politiche migratorie europee (opinione pubblica e budget dell'Unione) e all'evoluzione del quadro normativo. Il XXVI Rapporto sulle migrazioni 2020 di Fondazione Ismu: www.ismu.org/presentazione-xxvi-rapporto-sulle-migrazioni-2020. Se volete leggere storie di energie positive e buone pratiche ed essere informati sui temi che riguardano il Terzo settore iscrivetevi qui alla newsletter gratuita di Buone Notizie: la riceverete dal 22 febbraio ogni lunedì alle 12.
adnkronos.com, 24 febbraio 2021
Almeno 50 persone sono rimaste uccise nel corso di diverse rivolte scoppiate nelle carceri dell'Ecuador. "Le organizzazioni criminali stanno portando avanti contemporaneamente una serie di atti violenti in un certo numero di centri di detenzione", ha scritto il presidente Lenin Moreno su Twitter, riferendo che "la polizia e il ministero dell'Interno stanno lavorando per riprendere il controllo delle carceri di Guayaquil, Cuenca e Latacunga".
di Marco Boccitto
Il Manifesto, 24 febbraio 2021
Il gruppo accusato dal governo congolese nega e contrattacca. Silenzio dalla Monusco. In Italia è il triste giorno del rientro delle salme. Il giorno dopo l'agguato nel nord-est della Repubblica democratica del Congo in cui hanno perso la vita l'ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci, insieme al loro autista Mustapha Milambo, il ricordo di chi conosceva le vittime, le bandiere a mezz'asta, lo stringersi intorno alle famiglie ha fatto da preludio dolente al rientro in serata delle salme, con un volo di stato, all'aeroporto di Ciampino.
A Kinshasa l'ufficio della presidenza ha diffuso ieri una prima ricostruzione di quanto accaduto sulla RN2 nei pressi di Goma. Gli aggressori "erano in 6, armati con 5 Kalashnikov e un machete". Avrebbero freddato quasi subito l'autista, mentre su Attanasio e Iacovacci avrebbero sparato a bruciapelo successivamente, quando erano già lontani dalla strada, durante l'intervento delle guardie forestali e di un'unità dell'esercito che "si è mobilitata per inseguire il nemico". L'inchiesta per catturare i colpevoli "è già in corso", vi faremo sapere. Niente sul resto, neanche l'identità delle tre persone - dipendenti locali del Programma alimentare mondiale (Pam) - che viaggiavano sul piccolo convoglio e che erano date per scomparse insieme ai rapitori.
Solo in serata l'organismo umanitario dell'Onu rivelava che si trattava dell'"assistente del Pam per i progetti di mense scolastiche Fidele Zabandora, il responsabile della sicurezza del Pam Mansour Rwagaza e il secondo autista del convoglio Claude Mukata". E che erano tutti sani e salvi. Come d'altro canto Rocco Leone, l'altro italiano uscito illeso dalla vicenda, che viaggiava sulla seconda auto e che del Pam in Congo è il vicedirettore. In questa frammentazione caotica e contraddittoria di elementi il team investigativo dei Ros che è già al lavoro sul terreno deve contare molto sul suo racconto per ricostruire almeno i fatti.
Secondo alcuni testimoni gli uomini armati parlavano kinyarwanda, un dettaglio a sostegno della tesi del governo, che poche ore dopo l'attacco accusava senza esitazioni le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr). Nati in territorio congolese come ultima frontiera del cosiddetto hutu power, che del genocidio ruandese è stato un motore, già attivi nella Seconda guerra del Congo e oltre, i "ribelli ruandesi" hanno replicato ieri con un comunicato ufficiale degno del più moderato dei governi, in cui si condanna fermamente l'"ignobile gesto" e si esprime vicinanza all'Italia e alle famiglie delle vittime. Già che ci sono, oltre a declinare ogni implicazione e a invocare l'accertamento della verità da parte dell'Onu, i ribelli fanno notare come il convoglio dell'ambasciatore sia stato attaccato "nella zona detta delle 'Tre Antennè, sulla frontiera con il Ruanda, non lontano da una postazione delle Forze armate della Repubblica democratica del Congo e delle Forze di difesa ruandesi: le responsabilità vanno cercate nei ranghi di questi due eserciti".
Sia come sia - le ipotesi plausibili al momento non escludono la matrice di altri gruppi tra i troppi che infestano la zona, un'intricata genealogia di formazioni vicine e lontane ai miliziani hutu - l'occasione era a suo modo ghiotta per denunciare il recente patto tra Kinshasa e Kigali, una forza congiunta (un'altra) creata allo scopo di eradicare l'Fdlr, che qui ha la sua roccaforte anche per la tolleranza di cui ha goduto durante il regno di Joseph Kabila (2001-2018) nell'ex Congo belga. Il vecchio capo di stato, sopravvissuto anche alla sconfitta elettorale, proprio in questi giorni è dato in viaggio negli Emirati arabi uniti. Ufficialmente per rispondere a un vecchio invito, ma c'è chi non esita a collegare l'ospitalità emiratina con la situazione politica che sta maturando a Kinshasa: l'attuale presidente Felix Tshisekedi prova a svincolarsi dall'abbraccio di Kabila che finora gli è stato indispensabile per governare, rifondando a suo vantaggio la maggioranza. E qualche giudice potrebbe presto presentare il conto di presunti illeciti finanziari all'ex presidente.
di Monica Serra
La Stampa, 24 febbraio 2021
La denuncia di Exodus e della comunità La Casa del giovane di Pavia: "I ragazzi soffrono la fatica di vivere". Cocaina, eroina, pasticche già alle scuole medie. La percentuale è bassa, siamo intorno all'un per cento degli studenti (1, 7 a Pavia, 1, 4 a Milano che scende a 0, 21 in Sicilia), ma l'età media è allarmante: 12 anni. Dati che aumentano fino al 4, 68 per cento di Pavia, 2, 8 di Milano e 0, 74 della Sicilia quando si parla di hashish e marijuana. I numeri, per il momento parziali, vengono fuori da una ricerca sull'adolescenza condotta nel 2020 dal centro studi "Semi di melo" nato dalla collaborazione della fondazione Exodus di don Antonio Mazzi, con la Casa del giovane di Pavia, l'unica comunità del Nord Italia per minori con dipendenze certificate dal Servizio sanitario nazionale.
L'indagine, denominata "Selfie" perché è "la fotografia che i giovani fanno di loro stessi", è stata eseguita su un campione di oltre 60 mila alunni di scuole medie e superiori in tutta Italia. Ma i dati non sono ancora tutti aggregati: "Ci vorrà del tempo e l'aiuto dell'Università di Pavia, con cui abbiamo iniziato a lavorare", spiega Simone Feder, psicologo che coordina l'area dipendenze della Casa del giovane e volontario sempre in prima fila al fianco dei ragazzi nella lotta ad alcol, droga e gioco d'azzardo. A oggi i risultati cristallizzati riguardano le due province lombarde (1430 alunni milanesi, 470 pavesi) e 949 studenti di sei istituti siciliani, per quanto riguarda i ragazzi delle scuole medie, "ma ci danno comunque il polso di una situazione che abbiamo visto ripetersi ovunque", sottolinea Feder.
Quel che più preoccupa è che la maggior parte dei giovanissimi che hanno già provato la droga (tra il 16 e il 17 per cento) lo hanno fatto per "affrontare momenti difficili". "Perché lo fanno tutti, l'emulazione del gruppo che in passato era la prima risposta oggi è diventata la terza", riflette Feder. "Non bisogna soffermarsi sul tipo di droga assunta ma sul perché viene assunta. Sempre più spesso lo scopo è lenitivo: ragazzi così giovani che percepiscono la fatica di vivere. E questo si associa spesso ad atti autolesionistici, come piccoli tagli sul corpo, e alla sempre maggiore difficoltà di comunicare con gli adulti, genitori ed educatori, mentre gli amici restano il loro punto di riferimento".
Tutto questo accade in un Paese in cui, secondo la Relazione annuale 2020 al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze (che si riferisce al 2019), sono in aumento le overdose e i ricoveri legati all'uso di sostanze, oltre alle diagnosi tardive di Aids. Il mercato in generale si è leggermente contratto, ma è aumentata la diffusione della cocaina e delle nuove droghe sintetiche. Nel 2019 sono state, infatti, sequestrate in Italia quasi 55 tonnellate di droga in tutto e 223 mila piante di cannabis (con un decremento del 55,7 e 57,4 per cento dal 2018), oltre a 59 mila dosi o compresse di stupefacente (+74 per cento). L'82 per cento dello stupefacente sequestrato è hashish e marijuana, come negli anni precedenti, ma quel che è triplicato nel tempo è il quantitativo di cocaina finita sotto sigilli, che nel 2019 ha raggiunto le 8, 3 tonnellate.
Numeri in realtà parziali rispetto alla diffusione del fenomeno perché - dicono esperti e investigatori - sotto sequestro finisce soltanto il 10 per cento della droga sul mercato. Non si conoscono i dati relativi all'ultimo anno, di lockdown e pandemia, ma "di certo traffico degli stupefacenti e sequestri non si sono ridotti con la reclusione tra le mura domestiche, anzi sono proseguiti regolarmente", spiega Alessandra Dolci, capo della Dda di Milano.
Dove si acquista la droga? Per la maggior parte dei ragazzini intervistati nella ricerca "Selfie", per strada, al parco (40 per cento) e su internet (30 per cento). "Quando questi giovani arrivano da noi, nelle comunità, è troppo tardi - sottolinea Feder - per questo bisogna intervenire prima, con la prevenzione, e andare a prenderli in strada, nei luoghi di ritrovo". Purtroppo, secondo Feder, questo 2020 segnato dalla reclusione in casa per molti ragazzini, lontano da scuola ed educatori, non ha migliorato la situazione: "Solo oggi alla mia comunità sono arrivate tre richieste di ingresso di giovani tra i 14 e i 16 anni, da Asti, Genova e la Lombardia. Uno dei ragazzini però è già irreperibile, fuggito all'estero e a oggi nessuno riesce a rintracciarlo".
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