di Andrea Daniele Signorelli
La Stampa, 23 febbraio 2021
Adoperato soprattutto per prevenire il terrorismo e l'immigrazione clandestina, non è mai stato oggetto di dibattito pubblico. E ora arriva anche da noi una raccolta di firme che ne chiede la messa al bando. Negli ultimi anni, la tecnologia del riconoscimento facciale è stata spesso al centro della cronaca: città come San Francisco od Oakland, per esempio, hanno recentemente messo al bando quest'applicazione dell'intelligenza artificiale (che permette di riconoscere la persona ripresa da una videocamere confrontando l'immagine con il database fotografico a disposizione dell'algoritmo), mentre un esponente politico di spicco come la deputata statunitense Ocasio-Cortez si è scagliata contro le discriminazioni nei confronti delle minoranze etniche causate dall'impiego di questi software.
Una questione globale - Sarebbe però sbagliato pensare che questa controversa tecnologia sia un affare soltanto statunitense. Dalle sperimentazioni avvenute a Londra fino all'utilizzo nelle scuole superiori francesi, è sempre più evidente come il riconoscimento facciale si stia diffondendo anche in Europa. Italia inclusa. Almeno a partire dal 2018 (quando ha ricevuto il via libera dal garante della privacy), la polizia italiana usa infatti un sistema noto come Sari Enterprise, un software che permette di confrontare i fotogrammi ripresi dalle videocamere di sorveglianza con i nove milioni di volti archiviati nel database AFIS, che contiene non solo le foto segnaletiche di chi ha compiuto crimini, ma anche quelle di migranti e richiedenti asilo.
Sari Realtime - C'è però un secondo strumento per cui la polizia italiana - come ha svelato un'indagine condotta da Irpimedia - ha recentemente indetto una gara d'appalto: Sari Realtime, software in grado di analizzare in tempo reale i volti dei soggetti ripresi dalle telecamere, confrontandoli con un database di circa diecimila persone. Come spiega a La Stampa Riccardo Coluccini, vicepresidente della ong per i diritti civili in ambito digitale Hermes Center, "nei documenti della gara d'appalto è scritto nero su bianco che l'obiettivo delle forze dell'ordine è utilizzare questo software per monitorare le attività di sbarco dei migranti".
Si tratta di uno strumento utilizzato già oggi, visto che la gara d'appalto riguarda il suo aggiornamento? "Non è chiaro", prosegue Coluccini. "Il ministero degli Interni non ha rilasciato comunicazioni a riguardo e non ha risposto alle domande in merito. Per la stessa ragione non si sa nemmeno a quale scopo lo si vuole impiegare: per identificare gli scafisti che ormai sappiamo non restare più a bordo? Per identificare potenziali terroristi? Nessuno lo sa, perché il ministero non ha mai chiarito questi aspetti".
C'è un altro aspetto fondamentale, ovvero che l'utilizzo di Sari Realtime non è mai stato approvato dal garante della privacy: "Il garante della privacy ha aperto un'istruttoria tre anni fa", prosegue il vicepresidente di Hermes Center. "La richiesta di fare una valutazione d'impatto - in base ai documenti che abbiamo ottenuto - non ha però mai ricevuto risposta dal ministero. Ma senza l'approvazione del garante, questi strumenti non si potrebbero utilizzare".
I rischi - Quali sono i rischi? Prima di tutto, è ormai ampiamente documentato come questi software abbiano un tasso di accuratezza non sufficientemente elevato; una mancanza che negli Stati Uniti ha già provocato - almeno in tre casi - l'arresto e l'incarcerazione di persone di colore innocenti. "Ma se anche funzionassero alla perfezione, questi sono strumenti che disumanizzano le persone, trattate quasi come codici a barre viventi", prosegue Coluccini. Se non bastasse, il timore è che strumenti di questo tipo vengano un domani impiegati anche per sorvegliare la popolazione nel suo complesso: è ormai noto da tempo come videocamere dotate di riconoscimento facciale siano infatti state in azione nella città di Como e come se ne stia sperimentando l'utilizzo anche a Firenze, Torino e altrove. Al di là dei casi che hanno riguardato alcuni comuni, la sensazione, conclude Coluccini, "è che il ministero dell'Interno stia tirando dritto senza nemmeno instaurare un dialogo con la società civile e, a quanto pare, senza nemmeno coinvolgere il garante della privacy".
"Ridateci la faccia" - È anche per questo che la coalizione Reclaim Your Face - di cui fanno parte l'Hermes Center, l'Associazione Luca Coscioni, Privacy Network e altri - ha lanciato la raccolta firme per la messa al bando del riconoscimento facciale. Un'iniziativa che mira a raccogliere un milione di firme in sette paesi UE nell'arco di 12 mesi e che è stata organizzata all'interno del programma ECI (Iniziativa cittadini europei) dell'Unione Europea. Se avrà successo, Reclaim Your Face obbligherà la Commissione Europea ad aprire un dibattito sul tema con gli stati membri del Parlamento Europeo e a valutare la messa al bando di una tecnologia che mette in serio pericolo la privacy di tutti i cittadini.
di Marina Della Croce
Il Manifesto, 23 febbraio 2021
Sono sotto gli occhi di tutti eppure per le istituzioni praticamente non esistono. Sono tanti, quasi un esercito: 500 mila persone tra senza fissa dimora, sia italiani che stranieri, uomini e donne privi di documenti o di un permesso di soggiorno, apolidi, ma anche una parte della popolazione Roma e Sinti. Invisibili dal punto di vista amministrativo e per questo impossibilitati in piena pandemia a rientrare nel piano nazionale vaccini.
A sollevare l'attenzione su di loro sono state, con una lettera al ministro della salute Roberto Speranza. le associazioni che aderiscono al Tavolo immigrazione e salute (Tis), tra cui la Caritas, Emergency, medici senza frontiere, Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi), Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm) e Sanità di frontiera. Tutte hanno chiesto al nuovo governo di emanare al più presto indicazioni nazionali per definire le modalità di inclusione nel Piano nazionale vaccinazioni di queste 500 mila persone. "Il diritto al vaccino c'è, ma non è praticabile", spiega l'avvocato Marco Poggi dell'Asgi. "Aver individuato nel medico di famiglia il tramite per l'accesso al vaccino rischia di tradursi in un ostacolo insormontabile per questa particolare fascia di popolazione. A meno che in ogni Asl non si individui un medico di riferimento per queste persone".
Quello che le associazioni chiedono è di prevedere una "flessibilità amministrativa così come indicato dall'Aifa, eventualmente anche mediata da enti locali oppure da organizzazioni dell'associazionismo e del terzo settore" per agevolare le vaccinazioni anche a coloro che al momento sono esclusi perché non hanno documenti come la tessera sanitaria, il codice fiscale o una carta di identità. Il tavolo ricorda come anche nelle indicazioni dell'Aifa ci sia la raccomandazione di effettuare le vaccinazioni alle persone, sia italiane che straniere, che si trovino in condizioni di fragilità accettando "qualsiasi documento (non necessariamente on corso di validità) che riporti l'identità delle persone da vaccinare". Ma anche che, "in mancanza di un qualsiasi documento verranno registrati i dati anagrafici dichiarati dalla persona e l'indicazione di u eventuale ente/struttura/associazione di riferimento".
Non stante queste il fatto che per prenotare il vaccino occorre iscriversi a una piattaforma nazionale o presso il medico di famiglia oppure in un altro luogo attraverso il codice fiscale o la tessera sanitaria, rischia di rappresentare un ostacolo per la popolazione più fragile. Esempi in tal senso on mancherebbero. Le associazioni ricordano come questo sia già accaduto in alcune Regioni "con l'obbligatorietà della ricetta dematerializzata e la prenotazione on line".
I dati forniti dall'Istituto superiore di sanità evidenziano come i casi di positività al Covid 19 sono meno numerosi tra gli stranieri rispetto a quelli riscontrati tra i cittadini residenti ma, avvertono e associazioni, "tra le persone straniere c'è un certo numero di diagnosi ritardate che, comportando un aggravamento clinico, portano a una maggiore ospedalizzazione rispetto agli italiani. Il ritardo diagnostico spesso, è determinato dalla scarsa assistenza socio- sanitaria". Da qui la richiesta di valutare la possibilità di procedere alla somministrazione del vaccino nei centri per i migranti, negli alloggi affollati e nei rifugi per senza tetto.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 23 febbraio 2021
In un periodo di sipari chiusi e platee deserte, all'interno della casa di reclusione di Vigevano, è nata la compagnia teatrale Rumore D'Ali Teatro. Un evento che può sembrare in controtendenza ma che invece rientra negli obiettivi di Per Aspera ad Astra, progetto che ha consentito di mantenere viva e vitale l'attività artistica in molti istituti durante la pandemia, utilizzando gli strumenti di didattica a distanza. Nato per iniziativa dalla Compagnia della Fortezza di Volterra e realizzato con il contributo dell'Associazione Fondazioni Casse di Risparmio - ACRI, il progetto coinvolge 12 istituti che condividono buone pratiche di teatro. Tra queste, la formazione professionale nei mestieri del teatro, che comprendono, oltre agli ad attori e drammaturghi, anche scenografi, costumisti, truccatori, fonici e addetti alle luci.
Se "Rumore d'ali teatro" è appena nata, ha invece già una storia il laboratorio FormMattArt, di cui la compagnia è espressione, diretto dalla regista e performer Alessia Gennari, non nuova a esperienze del genere: negli ultimi cinque anni ha infatti realizzato, sempre nella casa di reclusione di Vigevano, produzioni teatrali per il progetto "Tecniche da inserimento" della Regione Lombardia.
Il nome della compagnia è stato suggerito da una farfalla scoperta a volare sul palcoscenico: "Cosa ci faceva una farfalla dentro al teatro del carcere e proprio in quel momento? - racconta un operatore del laboratorio sul profilo social dell'associazione - Quando si è trattato di trovare il nome per il nostro gruppo, già di fatto attivo dal 2016 ma fino ad allora "anonimo", è stato abbastanza immediato tornare a quel momento. Le ali di una farfalla, quando sbattono, non le sente nessuno, figurarsi se vola dentro le mura di un carcere".
Il prossimo spettacolo di FormMattArt, il primo messo in scena dalla compagnia, nasce dal monologo scritto da un giovane straniero che, anni fa, durante il laboratorio, era riuscito a imparare l'italiano al punto da raccontare il carcere in maniera efficace e ironica, utilizzando la metafora dell'hotel piccolo e tranquillo. Durante il lockdown è sembrato ai componenti del gruppo teatrale che la portata simbolica dell'hotel, dove gli ospiti si trasformano cambiando solo di stanza, si prestasse a essere estesa a quella del luogo chiuso che abbiamo tutti sperimentato.
In programma, a breve, una prima versione digitale dello spettacolo, con contenuti video e audio che andranno a integrare la rappresentazione dal vivo quando il teatro ritroverà finalmente il suo pubblico.
di Michele Romano
agi.it, 23 febbraio 2021
Nell'istituto di pena alla periferia della città è in atto un programma di recupero dei detenuti. È stata realizzata una piccola azienda agricola in circa due ettari di terreno demaniale. Si chiama Boss ed è il primo agnello nato all'interno di un gregge allevato nella fattoria interna al carcere Barcaglione di Ancona, dove è in atto da tempo un programma di recupero dei detenuti. Il gregge vive nel penitenziario dorico dalla fine dello scorso anno, quando è stato trasportato dal Montefeltro. Alla periferia nord del capoluogo delle Marche, il carcere è immerso in circa due ettari di terreni demaniali, destinati a una piccola azienda agricola.
Una fattoria modello a ciclo chiuso - Negli ultimi quindici anni, in particolare da quando nel 2006 l'istituto di pena fu aperto sotto la guida della direttrice Manuela Ceresani, sono state realizzate numerose attività lavorative che hanno coinvolto i detenuti in un percorso di formazione, curato dall'agronomo Sandro Marozzi, con l'obiettivo di trasmettere loro manualità e competenze, utili una volta reinseriti nella società. La fattoria, un modello a ciclo chiuso, si è dotata nel tempo anche di un oliveto con 300 piante autoctone e del frantoio, di un apiario, di una serra per piccoli frutti e infine di un orto.
C'è anche un piccolo caseificio - I passaggi successivi hanno soddisfatto l'esigenza di tenere all'interno di questo spazio verde anche qualche animale che potesse pascolare e un locale adeguato dove trasformare il latte prodotto in formaggio. Il progetto si è concretizzato alla fine dello scorso anno, quando anche con il contributo del gruppo jesino Tre-Valli Cooperlat sono arrivate nella fattoria del carcere di Barcaglione anche venti pecore partorienti e, contemporaneamente, è stato allestito un piccolo caseificio. L'azienda agroalimentare si è occupata finora di fornire gratuitamente il latte per consentire di provare a produrre formaggio: l'obiettivo è di far crescere questa attività, affiancando agli ospiti del carcere le proprie maestranze esperte nelle produzioni casearie di qualità della controllata Fattorie Marchigiane. Si punta così a formare operatori in grado di produrre latte di pecora da trasformare in formaggio di fossa certificato Prodotto Agroalimentare Tradizionale.
di Daniele Raineri
Il Foglio, 23 febbraio 2021
Rapitori uccidono l'ambasciatore Luca Attanasio nella Repubblica democratica del Congo e il carabiniere Vittorio Iacovacci. L'errore incredibile sulla sicurezza e i sospetti sui massacratori etnici. Ieri alle dieci del mattino locali alcuni uomini armati hanno ucciso l'ambasciatore italiano nella Repubblica democratica del Congo, Luca Attanasio, e il carabiniere che gli faceva da scorta, Vittorio Iacovacci. Secondo il governo del Congo è stato un tentativo di sequestro: un gruppo di sei rapitori ha prima ucciso l'autista della jeep della Nazioni Unite sulla quale stavano viaggiando, Moustapha Milambo, poi ha portato via i due italiani e altre tre persone sulla strada tra Goma e Rutshuru, nella regione del Nord Kivu.
Le immagini della jeep sono compatibili con questa versi on e. ha un finestrino laterale sfondato, ma non ci sono altri segni di combattimento. A quel punto, a poca distanza, c'è stato uno scontro a fuoco con i ranger del Parco nazionale del Virunga che sono arrivati dopo avere sentito gli spari contro l'autista e i due italiani sarebbero stati feriti in quel momento.
Sono morti poco dopo. Le misure a protezione dell'ambasciatore erano insufficienti perché le condizioni di sicurezza in quella zona del Congo sono un disastro. Il confine orientale è infestato da un assortimento di milizie armate e molte di esse potrebbero sfidare senza problemi anche un convoglio di veicoli blindati della missione Monusco, il contingente di quindicimila soldati delle Nazioni Unite che tenta di riportare la stabilità in quel territorio.
Il Kivu Security Tracker, un progetto che monitora le attività di guerriglieri e terroristi in quella fascia, proprio ieri ha pubblicato un rapporto che conferma la presenza di 122 gruppi armati. Le truppe della Repubblica democratica del Congo hanno smesso di operare in quella regione e hanno delegato la sicurezza ai ranger del parco e ai soldati stranieri di Monusco.
Nel 2017 però la missione delle Nazioni Unite è stata ridotta per un taglio di fondi e cinque basi militari proprio nel Nord Kivu, che assicuravano un minimo di presenza, sono state chiuse e abbandonate per rientrare nei costi. I soldati della missione internazionale hanno cambiato strategia e hanno adottato la cosiddetta "protection by projection", vale a dire: non stiamo lì fissi, ma anche senza una presenza stabile ci impegniamo a passare spesso da quelle parti per garantire un minimo di controllo.
Le condizioni sono però peggiorate e nel 2018 i guerriglieri hanno assaltato una base Monusco nel Nord Kivu e hanno ucciso diciotto soldati delle Nazioni Unite. Un paio di jeep non blindate con i colori della missione Onu non erano sufficienti a garantire la protezione dell'ambasciatore durante lo spostamento, anche se la strada era classificata "sicura".
La classificazione era sbagliata. Carly Nzanzu Kasivita, il governatore del Nord Kivu, dice in un'intervista telefonica al New York Times che gli aggressori parlavano kinyarwanda, che è un linguaggio parlato in Rwanda - appena oltre il confine, molto vicino al luogo del rapimento - e che in quella zona operano spesso i guerriglieri delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda "anche se - aggiunge - sono necessarie altre indagini".
Questa fazione, che conta circa settemila uomini (fonte: una ricerca sul campo dell'International Crisis Group), è quel che resta delle milizie ruandesi che nel 1994 uccisero ottocentomila civili di etnia tutti e poi cercarono salvezza fuori dal paese. Sono fanatici e suprematisti etnici e alcuni reparti nel corso degli anni si sono spezzettati in una miriade di gruppi minuscoli da cinque, sei uomini che sopravvivono grazie a un ciclo incessante di sequestri.
Un rapporto dell'anno scorso di Human Right Watch ha contato almeno 170 rapiti "tra aprile 2017 e marzo 2020", in quella zona vicino al parco del Virunga, tutti compiuti da gruppi di "cinque, sei uomini" che spesso secondo i sopravvissuti parlano kinyarwanda, sono armati di machete e fucili e hanno metodi incredibilmente brutali. I testimoni dicono anche che i diversi gruppi di rapitori sono collegati, gli uomini si conoscono tutti e si chiamano con soprannomi.
Sembra l'identikit della fazione che ha ucciso Attanasio e Iacovacci. C'è anche l'ipotesi Stato islamico, che dispone di affiliati nel Congo - però non sono mai arrivati a meno di centocinquanta chilometri (quindi: un viaggio molto lungo) dal luogo dell'attacco.
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 23 febbraio 2021
Mentre l'Italia è paralizzata dalla "crisi economica che la pandemia ha scatenato" (come la definisce Draghi nel discorso programmatico), c'è un settore che non ne risente ma anzi è in pieno sviluppo: quello militare nella Nato. Il 17-18 febbraio, nel momento in cui Senato e Camera votavano la fiducia al Governo Draghi, il riconfermato ministro della Difesa Lorenzo Guerini (Pd) già partecipava al Consiglio Nord Atlantico, il primo con la presenza della nuova amministrazione Biden. All'ordine del giorno l'ulteriore aumento della spesa militare.
Il 2021, ha sottolineato il segretario generale della Nato Stoltenberg, sarà il settimo anno consecutivo di aumento della spesa militare da parte degli Alleati europei, che l'hanno accresciuta di 190 miliardi di dollari rispetto al 2014. Usa e Nato chiedono però molto di più. Il ministro Guerini ha confermato l'impegno dell'Italia ad aumentare la spesa militare (in termini reali) da 26 a 36 miliardi di euro annui, aggiungendo agli stanziamenti della Difesa quelli destinati a fini militari dal Ministero dello sviluppo economico: 30 miliardi più 25 richiesti dal Recovery Fund. Il tutto, ovviamente, con denaro pubblico. L'Italia si è impegnata, nella Nato, a destinare almeno il 20% della spesa militare all'acquisto di nuovi armamenti.
Per questo, appena entrato in carica, il ministro Guerini ha firmato il 19 febbraio un nuovo accordo di 13 paesi Nato più la Finlandia, definito Air Battle Decisive Munition, per l'acquisto congiunto di "missili, razzi e bombe che hanno un effetto decisivo nella battaglia aerea". Con tale formula, simile a quella di un gruppo di acquisto solidale (non però di ortaggi ma di missili), si realizzano risparmi che la Nato afferma essere del 15-20% senza però dire a quanto ammonti la spesa. I missili e le bombe di nuova generazione, che l'Italia sta acquistando, serviranno ad armare anche i caccia F-35B della Lockheed Martin, imbarcati sulla portaerei Cavour, arrivata il 13 febbraio nella base Usa di Norvolk (Virginia): qui resterà fino ad aprile acquisendo la certificazione per operare con questi aerei. L'Italia, ha annunciato orgogliosamente il ministro Guerini, sarà uno dei pochi paesi al mondo - insieme a Stati uniti, Gran Bretagna e Giappone - ad avere una portaerei con caccia di quinta generazione.
In tal modo l'Italia, come sottolinea il premier Mario Draghi, rafforzerà il suo ruolo di "protagonista dell'Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori", accrescendo in particolare "la nostra proiezione verso le aree di naturale interesse prioritario, come il Mediterraneo allargato, con particolare attenzione alla Libia e al Mediterraneo orientale, e all'Africa". Nel "Mediterraneo allargato" - che nella geografia Nato si estende dall'Atlantico al Mar Nero e a sud fino al Golfo Persico e all'Oceano Indiano - opera da Sigonella, con droni AGS RQ-4D forniti dagli Usa, la Forza Nato di "sorveglianza terrestre". È divenuta operativa il 15 febbraio: lo ha annunciato il generale Usa Told Walters, Comandante Supremo Alleato in Europa (carica che spetta sempre a un generale statunitense). I droni Nato, che da Sigonella "sorvegliano" (ossia spiano) quest'area per preparare azioni militari, sono agli ordini di un altro generale Usa, Houston Cantwell. Il premier Draghi, che considera la nuova Amministrazione Usa "più cooperativa nei confronti degli alleati", si dichiara "fiducioso che i nostri rapporti e la nostra collaborazione non potranno che intensificarsi". C'è da esserne sicuri.
Il 17 febbraio, si è svolto in videoconferenza il primo meeting, patrocinato dal Pentagono, in cui 40 industrie militari e centri di ricerca universitari italiani offrono i propri prodotti e servizi alle forze armate Usa. Titolo dell'incontro "Innovate to Win" (Innovare per vincere). L'innovazione, spiega il Ministero della Difesa, è "la chiave di volta non solo per ottenere un vantaggio competitivo su potenziali avversari - attuali e futuri - sul piano militare, ma per il recovery del tessuto industriale nazionale al termine del periodo di crisi dovuto alla pandemia Covid-19".
di Lucia Gennari* e Enrica Rigo**
Il Manifesto, 23 febbraio 2021
Comincia oggi a Roma l'appello a quattro eritrei accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina per aver aiutato due donne a fuggire dal Paese africano.
Quando Abramo (nome di fantasia) riceve la richiesta di aiuto da due giovani donne in fuga sta lavorando nei campi come raccoglitore di angurie, in un paese a lui straniero, dove da poco ha trovato a sua volta rifugio e dove si guadagna da vivere per una paga irrisoria e "al nero". La scena non risale alle rivolte contro la schiavitù di un secolo e mezzo fa, ma è tratta dalle intercettazioni dell'inchiesta "Agaish" (ospiti in lingua tigrina), sulla base della quale il 23 febbraio si aprirà a Roma il processo in Corte di Appello per 4 imputati eritrei, tutti rifugiati politici, condannati in primo grado per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Per aver risposto a quella richiesta di aiuto, acquistando a proprie spese i biglietti che hanno consentito alle donne di raggiungere il Nord d'Italia, Abramo ha già scontato oltre 18 mesi di carcere e affrontato un processo in cui il pubblico ministero aveva chiesto in primo grado 14 anni di reclusione. A evocare la schiavitù non sono tanto le immagini della piantagione, dell'asservimento della manodopera allo sfruttamento estremo di un nascente capitalismo predatorio e estrattivo, delle donne in fuga da un regime, quanto la circostanza che rendere illegale la fuga e trattare da criminale chi la rendeva possibile fosse essenziale a perpetuare il sistema schiavistico.
È lo stesso filo rosso che collega il processo che si aprirà a Roma il 23 febbraio, quelli che vedono coinvolte le Ong per i salvataggi in mare e la disobbedienza di Carola Rackete contro le leggi mortifere del controllo dei confini: ora come allora, colpire la solidarietà è funzionale a dissuadere la fuga, a disperdere la reti di relazioni che rendono possibile la libertà di movimento attraverso i confini, anche quando questa è volta a salvarsi e a salvare vite. Nel processo di primo grado, le imputazioni per il reato associativo che collegavano la presunta cellula romana al trafficante di uomini Mered Medhaine sono cadute di fronte alle contestazioni puntuali di un collegio difensivo composto da tutte avvocate. D'altro canto, non senza clamore mediatico, l'uomo incarcerato a Palermo come Mered Medhaine era stato oggetto di uno scambio di persona e liberato senza troppe scuse dopo una lunga carcerazione. Ciononostante, non sono caduti i processi satellite che avevano preso avvio dall'inchiesta e, anzi, altri ne sono scaturiti negli anni.
Nell'impianto accusatorio, il traffico di esseri umani è configurato come una sorta di impresa logistica che consente, seguendo un'unica trama, la mobilità dei migranti dal Corno d'Africa al Nord d'Europa; ogni nodo è collegato, non da rapporti materiali, ma dalla calotta interpretativa del reato associativo, senza distinzione tra chi gestisce i lager libici e chi offre ospitalità o aiuto.
È una distinzione che, però, sanno fare bene i migranti, come ha mostrato il processo di primo grado contro i rifugiati eritrei, dove le presunte persone offese dal reato, a loro volta riconosciute come rifugiati, hanno testimoniato a favore degli imputati che li avevano aiutati nel viaggio. Il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, lo stesso che è contestato tra gli altri capi di imputazione a Carola Rackete, così come ai capitani e capi missione delle Ong che effettuano salvataggi in mare, è una bestia a più corna. Il traffico (smuggling, in inglese) è perseguibile anche in assenza dello scopo di lucro, richiesto però, nella misura dell'ingiusto vantaggio, per il favoreggiamento della permanenza sul territorio.
Mentre l'imputazione di "scafisti" per chi effettua i soccorsi in mare può essere fatta cadere grazie alle scriminanti dell'adempimento di un dovere e dello stato di necessità, per il favoreggiamento della permanenza sul territorio opera una clausola di salvaguardia umanitaria che raramente viene riconosciuta a favore degli stranieri che prestano soccorso ai connazionali, evidentemente assegnati a un universo morale in cui la solidarietà è esclusa sulla base dell'appartenenza razziale. Le indagini e il processo che hanno portato alle condanne in primo grado dei quattro eritrei romani non hanno accertato alcun vantaggio economico nell'aiuto prestato ai connazionali, ma hanno comunque configurato le condotte come "altri atti" volti a favorire l'attraversamento illegale dei confini interni all'Europa. Ancora una volta, aiutare qualcuno ad acquistare un biglietto ferroviario o offrirgli da dormire è, insomma, considerato il nodo di una rete logistica che in quanto tale va smantellata. Le modifiche ai decreti Salvini del governo Conte bis hanno ridotto le sanzioni pecuniarie per lo Ong, ma non hanno modificato il quadro penale su cui si basano i processi. Rispetto al reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, il Tribunale di Bologna ha recentemente sollevato un'eccezione di legittimità costituzionale, contestando le pene sproporzionate previste dalla fattispecie aggravata dell'utilizzo di documenti falsi.
La parola sugli aspetti tecnici del reato spetta ora alla Corte Costituzionale, e si vedrà se dimostrerà la stessa apertura che, nel 2018, ha mostrato il Consiglio Costituzionale francese nella pronuncia scaturita dal celebre caso di Cedric Herrou, scriminando i comportamenti di solidarietà e riconoscendo a ciascuno la libertà di portare aiuto agli altri.
Si tratta, nondimeno, di una battaglia che non può essere lasciata solo alle aule dei tribunali, ai collegi difensivi dei casi celebri o alle avvocate che, con meno clamore, a Roma come a Palermo, difendono chi si ritrova imputato per aver guidato il gommone in cambio di uno sconto sul prezzo della fuga o, ancora più spesso, per la stessa contropartita si presta a denunciarsi come scafista. Proprio come contro la schiavitù, quella da combattere è una battaglia per l'abolizionismo.
Non quello astratto delle frontiere, ma quello concreto dei dispositivi repressivi che impediscono la libertà di movimento e la fuga attraverso le frontiere. Quello contro gli apparati di controllo che hanno trasformato i confini in siti di morte, così come contro le fattispecie penali che criminalizzano la solidarietà. Alla chiamata per combatterla, negli ultimi due anni, le Ong del soccorso in mare hanno risposto radicalizzando la loro azione politica, senza farsi intimidire dalla retorica che le voleva affiancare ai trafficanti e, anzi, decostruendola anche grazie agli atti di disobbedienza.
Proprio il coraggio di questa rivendicazione radicale ha trovato sostegno in tante e tanti attivisti e nella società. Lo stesso sostegno è necessario per decostruire la retorica dei trafficanti che, dietro l'alibi di una stessa fattispecie penale, non distingue tra chi sfrutta e approfitta e chi presta sostegno e aiuto nella fuga.
Durante il processo di primo grado, la solidarietà che è stata costruita attorno alla comunità eritrea romana di Ponte Mamolo, portata da associazioni locali, da studenti e da qualche attivista, ha trovato spazio solo sulle pagine del quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung. A rilanciarla assieme a noi è oggi Mediterranea nell'ambito della rete transnazionale del soccorso in mare. È la stessa "flotta civile" che ha costruito una campagna di solidarietà attorno ai giovani naufraghi accusati a Malta di aver dirottato il mercantile El Hiblu per impedire che riportasse in Libia oltre 100 migranti soccorsi in mare. Fare nostra la richiesta di giustizia per gli eritrei del processo romano è fondamentale per riconoscere che quella per il salvataggio in mare e quella contro la criminalizzazione della solidarietà dei migranti sono parte di una stessa battaglia per la libertà.
*Mediterranea Saving Humans
**Clinica Legale Immigrazione Università Roma Tre
La Repubblica, 23 febbraio 2021
La mobilitazione è così massiccia tanto che quella odierna potrebbe diventare la più imponente giornata di protesta dal giorno in cui è stato compiuto il colpo di Stato, il 1 febbraio. Appello Onu: "Stop alle violenze". Manifestazioni di massa in tutto il Myanmar, dove nonostante i divieti imposti dalla giunta militare si continua a scendere in piazza contro il golpe del primo febbraio. Gli attivisti hanno ribattezzato la giornata di oggi la "rivoluzione dei cinque due", con riferimento alla data del 22.2.2021, e l'hanno paragonata alla data all'8 agosto 1988 (i "quattro otto") quando i militari hanno risposto con una dura repressione, uccidendo e ferendo centinaia di manifestanti. Manifestazioni oceaniche si sono viste oggi nella principale città del Paese Yangon, nella capitale Naypyidaw e a Mandalay, come riporta "Frontier Myanmar".
Nelle ultime ore la giunta militare ha avvertito che "la via dello scontro" significherà la morte per molti. Sin dalla mattina le principali arterie di Rangun, Naypyidaw, Mandalay e altre città sono state occupate dai manifestanti, che chiedono il ripristino della democrazia e il rilascio dei prigionieri politici. La mobilitazione è così massiccia tanto che quella odierna potrebbe diventare la più imponente giornata di protesta dal giorno in cui è stato compiuto il colpo di Stato, il 1 febbraio.
A Yangon, la città più popolata, le strade vicino alla maggior parte delle ambasciate, soprattutto quelle di Usa e Corea del Sud, sono state bloccate dalle forze dell'ordine. Le marce sembrano ignorare, anzi sfidare la repressione della polizia, particolarmente violenta da qualche giorno e che sabato scorso è costata la vita a due manifestanti a Mandalay. Un alto manifestante è morto a Yangon: la prima a morire era stata la scorsa settimana una ventenne, diventata simbolo della protesta. "I manifestanti ora incitano le persone, soprattutto adolescenti e giovani che si lasciano trasportare dalle emozioni, a un percorso di confronto in cui subiranno la morte", si legge nel comunicato dei militari trasmesso dalla televisione di stato birmana.
Tom Andrews, relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Birmania, si è detto preoccupato per questo messaggio "minaccioso" e ha avvertito la giunta militare su Twitter che, a differenza di quanto accaduto durante le sanguinose rivolte del 1988, le azioni delle forze di sicurezza vengono registrate e quindi dovranno assumersi la responsabilità di quanto accadrà.
Anche il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres si è rivolto ai militari chiedendo di "mettere fine immediatamente alla repressione" e di "rilasciare i detenuti". Nel discorso di apertura della 46esima sessione del Consiglio Onu sui diritti umani che si è aperto a Ginevra, Guterres ha condannato la "forza brutale" usata dalla giunta militare birmana per reprimere le manifestazioni in corso in tutto il Paese. "Oggi mi rivolgo all'esercito birmano al quale chiedo di fermare immediatamente la repressione. Mettete fine alla violenza. Rilasciate i prigionieri. Rispettate i diritti umani e la volontà del popolo", ha dichiarato Guterres.
di Flavia Carlorecchio
La Repubblica, 23 febbraio 2021
Più di 400 omicidi negli ultimi cinque anni. Il dossier di Human Rights Watch e l'allarme delle Organizzazioni umanitarie. Il governo finora ha usato solo parole di condanna, ma risposte inefficaci. La Colombia è il Paese più pericoloso al mondo per chi difende i diritti umani. Lo affermava un'analisi di Frontline Defenders del 2019. Solo in quell'anno, si legge nel loro dossier, sono stati registrati oltre cento omicidi e molti altri non sono mai venuti a galla, nel clima di impunità e isolamento che regna in molte zone del Paese.
Il report di Human Rights Watch. Il recente rapporto di Human Rights Watch (HRW) "Lasciati soli: gli omicidi degli attivisti nelle comunità isolate della Colombia" conferma la grave emergenza in corso nel Paese latinoamericano. I gruppi armati che attaccano gli attivisti e le attiviste per i diritti umani sono una realtà preoccupante e pervasiva. Il dossier prende in esame i casi degli ultimi cinque anni: sono oltre 400 le persone uccise, secondo i dati dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. HRW ha intervistato oltre 130 persone, incluse autorità giudiziarie, ufficiali governativi, lavoratori e lavoratrici per i diritti umani, volontari. "Tra i Paesi dell'America latina, la Colombia è quello con il numero di omicidi più alto tra chi lotta per i diritti umani. La risposta del governo è stata poco incisiva, più parole che fatti", dice José Miguel Vivanco, direttore della sezione Americhe a HRW. "Il presidente Duque condanna spesso le atrocità commesse, ma le soluzioni proposte non funzionano".
Gruppi armati in lotta. Attentati e uccisioni si sono moltiplicati a partire dal 2016, anno in cui è avvenuta la smobilitazione delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) come parte di un accordo di pace con il governo. Tuttavia, osserva HRW, sono emersi nuovi gruppi armati che hanno ingaggiato lotte per il controllo del territorio e per la spartizione delle attività illegali. Il numero di omicidi, aggressioni e rapimenti verso i civili è rapidamente aumentato. Secondo l'Ufficio Colombiano per i diritti umani, indipendente dal governo, gli atti di violenza sono cresciuti ulteriormente tra il 2019 e il 2020.
Traffico di droga e controllo del territorio. Uccisioni, rapimenti e rappresaglie hanno dinamiche diverse a seconda delle regioni. Nel Cauca del nord, i gruppi emersi dallo scioglimento delle Farc hanno preso di mira attivisti delle comunità indigene Nasa che si opponevano alla presenza dei gruppi armati e al traffico di droga nei loro territori. "Queste milizie hanno tutto: armi, macchine, soldi. Possono attaccarci quando vogliono", racconta un capo indigeno a HRW. A Tumaco, i gruppi armati hanno ucciso attivisti sospettati di collaborare con il governo, o persone che hanno rifiutato di sottostare agli ordini del gruppo stesso. Presi di mira in particolare i progetti che miravano alla sostituzione delle piantagioni di coca - la pianta da cui si ottiene la cocaina - con piantagioni ad uso alimentare.
Lo stigma sociale. C'è anche una questione sociale: chi difende i diritti umani nel Paese è vittima di stigma, è trattato con sospetto. Un atteggiamento spesso incoraggiato dagli ufficiali governativi locali, agenti di polizia, imprenditori corrotti e membri di gruppi armati. Un rapporto ONU presentato al Consiglio per diritti umani del 2020 osservava che "la maggioranza di chi lavora nelle associazioni per i diritti umani in Colombia non può operare in condizioni sicure o protette. Sono malvisti e mal tollerati, sminuiti e criminalizzati per ciò che fanno".
La risposta del governo. La Colombia ha sviluppato, nel corso degli anni, regolamenti, leggi e procedure per scongiurare gli abusi verso le categorie vulnerabili. Tuttavia, l'applicazione di queste leggi è spesso inefficace, ha rilevato HRW. Secondo i dati raccolti da HRW, il governo non è riuscito a garantire il controllo del territorio e la protezione per le categorie più vulnerabili. Ad esempio, è aumentato il dispiegamento militare in alcune aree del Paese ma è mancata una riforma del sistema giudiziario. Uno dei limiti del sistema di protezione, gestito da una specifica unità del Ministero dell'Interno, è che si attiva solamente in seguito a minacce ricevute e riportate alle autorità. La mancanza è evidente, perché moltissime persone sono state uccise senza preavviso. L'unità di protezione di gruppi o comunità vulnerabili invece è sottofinanziata e ha rifiutato quasi tutte le richieste.
Sistema giudiziario da potenziare. Molti assassini sono stati processati e assicurati alla giustizia - circa 59 dal 2016. Tuttavia, il problema rimane a monte: la rete di violenza e i mandanti degli omicidi sono ancora in piedi. Il governo aveva annunciato nel 2019 la creazione di una squadra speciale di giudici e personale giudiziario per esaminare questi casi, ma è rimasta una promessa. "Se il governo non concretizza le sue parole, ci saranno molte più vittime tra chi difende i diritti umani, e comunità sempre più vulnerabili in mano alle milizie e ai gruppi armati", afferma Vivanco.
di Giuseppe Pignatone
La Repubblica, 22 febbraio 2021
Le recenti vicende di cronaca confermano la necessità di mantenere il regime speciale per limitare al massimo i contatti con i clan. Tra le questioni più delicate che la nuova titolare del ministero della Giustizia dovrà ben presto affrontare c'è quella relativa al trattamento dei detenuti per reati di mafia. Una recente operazione della Procura di Palermo, che ha portato all'arresto di una ventina di persone per le quali vale ovviamente la presunzione di non colpevolezza, offre in proposito utili elementi di riflessione.
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