La Repubblica, 22 febbraio 2021
Non è vero che i giovani cambieranno il mondo. Lo hanno sempre fatto, lo stanno già facendo. Vi presento Clementine Jacoby. Ha realizzato un software che aiuta le carceri americane, un'ottantina finora, a gestire meglio i detenuti, analizzando tutti i dati personali, con l'obiettivo di far uscire in sicurezza coloro che non c'è alcun serio motivo di tenere dietro le sbarre.
Negli Stati Uniti l'affollamento delle carceri è un problema: i detenuti sono due milioni, con una forte prevalenza di neri, e si calcola che centinaia di migliaia potrebbero stare fuori senza rischi per la sicurezza pubblica. Senza un ragionevole rischio di recidiva. Il software si chiama Recidiviz ed è stato adottato da trentaquattro Stati americani con risultati clamorosi: in due anni il suo algoritmo ha aiutato a identificare ben 44 mila detenuti che avevano i requisiti per uscire e nel Nord Dakota, che ha avviato questa collaborazione fin da subito, c'è stata una riduzione della popolazione carceraria del 20 per cento. Uno su cinque.
Non era questo che Clementine Jacoby pensava che avrebbe fatto da grande: studi a Stanford, laurea in ingegneria, diventa manager a Google dove lavora quasi quattro anni. A un certo punto, mentre sta progettando un gioco per telefonino con la realtà aumentata, si rende conto che non è questa la vita che vuole fare. I dati, che a Google ha imparato ad usare, possono essere usati per qualcosa di più utile dell'ennesima app. Il tema delle carceri la tocca personalmente: in famiglia c'è stato un caso, dice, che andava risolto con la cura non con le sbarre; e quando ha lavorato come acrobata da circo in Messico e Brasile, ha fatto progetti di inclusione con le gang locali per tenere i giovani lontano dal crimine. Poi è arrivata a Google, certo. Era tutto facile, scontato anche. Ma usare la scienza dei dati per aiutare chi ha sbagliato a redimersi e ricominciare deve esserle parso il vero modo che aveva per cambiare il mondo. Time l'ha appena inserita fra i 100 giovani più interessanti del pianeta.
di Caterina Pasolini
La Repubblica, 22 febbraio 2021
Cappato: "Uno al giorno ci chiede di andare in Svizzera". Da martedì in onda su RaiPlay il documentario, con il racconto della compagna Valeria, sugli ultimi anni di vita di Fabiano Antoniani. "Ogni giorno almeno una persona ci ha chiamato nell'ultimo mese, chiedendo aiuto, informazioni per andare a morire in Svizzera, volendo addormentarsi per sempre come ha fatto Dj Fabo il 26 febbraio di quattro anni fa", dice Marco Cappato, dell'Associazione Coscioni, che accompagnò nel suo ultimo viaggio oltre confine Fabiano Antoniani, tetraplegico dopo un incidente, e per questo è stato processato e infine assolto dall'accusa di istigazione e aiuto al suicidio per il quale rischiava fino a 12 anni di carcere.
Da allora molte cose sono cambiate, nuove leggi e nuove sentenze sono arrivate, ma la realtà è che "sono sempre più numerose le donne gli uomini che, stanchi delle sofferenze di malattie terminali, di un corpo piegato da incidenti, trasformato in una prigione insopportabile chiedono di andarsene con dignità, chiedono l'eutanasia che in Italia non c'è. Sei volte più dell'anno scorso, portando a quasi mille le richieste in 6 anni solo alla nostra associazione. Trenta in un mese e quattro di loro hanno avviato il percorso con la Svizzera", dice Cappato.
Sono giovani e anziani, figli per i genitori disperati in cerca di notizie. Cittadini che si sentono soli nel dolore, nella malattia, davanti ad uno Stato che sembra averli dimenticati nel momento peggiore. Davanti ad una classe politica che in Parlamento dopo le sentenze della Consulta, gli inviti pressanti della Corte Costituzionale a legiferare sull'eutanasia, dopo più di un anno ancora tace.
Molto è cambiato dalla mattina in cui Dj Fabo e morto come voleva morire, con la sua Valeria accanto, dopo anni di una esistenza che riteneva indignitosa, insopportabile e che ora vengono raccontati dalla sua compagna nell'emozionante documentario da martedì 23 in onda su RaiPlay nella serie Ossi di seppia il rumore della memoria, prodotto da 42 parallelo.
Alcune leggi sono state approvate e altre sentenze della Corte Costituzionale hanno cambiato la storia da quel febbraio 2017. Pochi mesi dopo l'addio a Fabiano, a dicembre è stato approvato il testamento biologico, le disposizioni anticipate di trattamento che consentono nel rispetto della Costituzione di rifiutare, un domani in cui non si avranno parole per dirlo, cure vitali, il diritto alla sedazione in fase terminale. Ma poco o nulla è stato fatto, accusa l'associazione, per far conoscere alla gente i nuovi diritti. Tanto che solo dopo una campagna informativa promossa dalla Coscioni sono stati scaricati in un mese mille moduli per dettare le proprie volontà in materia sanitaria.
"La sentenza del processo per la morte di Fabo ha stato stabilito che se sono rispettati 4 punti fondamentali, è un diritto essere aiutati a morire. Insomma ora ci sono le leggi il problema resta la loro applicazione". E il risultato sottolinea Cappato si vede nelle continue richieste di aiuto, perché non essendoci direttive, protocolli di intervento, molti pazienti non ricevono chiarimenti dovuti sui loro diritti, e non risultano casi di persone che abbiano ottenuto il diritto a morire in nosocomi. "Anzi l'unico che seguiamo ha visto la Asl opporre un netto rifiuto alla sua richiesta di andarsene, ed è uomo in una situazione molto simile a Fabiano"
"La realtà, denuncia ancora l'associazione Coscioni, è che da noi una legge, se non ha procedure, se non sono indicati determinati obblighi risulta inattuabile, e come se non ci fosse. Ci vuole invece una legge sull'eutanasia per non dovere sempre finire per tribunali, una legge che la Corte costituzionale ha invitato più di un anno fa il Parlamento ad approvare. Richiesta caduta nel vuoto. Il punto fondamentale è proprio la centralità del Parlamento dove giace da sette anni la legge di iniziativa popolare, chiesta con più di 150mila firme. Persone che aspettano risposte visto che la proposta di legge non è mai stata neppure discussa", conclude Cappato.
di Massimiliano Panarari
La Stampa, 22 febbraio 2021
Cambio di passo. E di tempistiche. Dal metodo del "rinvio permanente" del predecessore Giuseppe Conte all'individuazione immediata di un'agenda definita e di una scaletta di priorità da perseguire senza indugi. E la chiara indicazione dell'esigenza di correre su questioni che, in precedenza, restavano tendenzialmente nel limbo. Mario Draghi "l'accelerazionista" in politica è, altresì, il neopresidente del Consiglio che ha appena introdotto lo "stile banchiere centrale" nella comunicazione politica nostrana. Finita a palazzo Chigi la stagione del "roccocasalinismo", pilastro del contismo, siamo entrati nella nuova fase del "governo del Paese", quello "senza aggettivi" e di responsabilità nazionale. Con lo spostamento dell'accento da una comunicazione del primo ministro significativamente consensus-oriented (cosa che spiega i prolungati picchi di popolarità del prof. Conte) a una che risulterà più marcatamente istituzionale, dato il carattere di governo "del Presidente" (o, se si preferisce "dei due Presidenti") di quello guidato dal prof. Draghi. Non secondariamente poiché la "ragione sociale" di questo gabinetto coincide con l'essere un esecutivo tecnico-politico edificato su una maggioranza senza formula politica, obbligato quindi a sovrastare mediante il carattere istituzionale dei suoi messaggi le propensioni propagandistiche ed elettoralistiche dei partiti che lo sostengono.
A riprova dello "stile banchiere centrale" applicato anche al paradigma comunicativo, è arrivata infatti ad affiancare Draghi Paola Ansuini, ed è entrato nello staff quale consigliere per le relazioni con i media internazionali il giornalista Ferdinando Giugliano. Figure di elevata professionalità, e comprovata competenza (ex Bankitalia e con un solidissimo background internazionale), che fanno plasticamente intendere il tramonto del retroscenismo di palazzo per il periodo a venire. E, dunque, parleranno i fatti (insieme ai numeri), secondo il modello di una comunicazione, basata sull'essenzialità e declinata in termini di sobrietà, che poggia direttamente sulla dotazione di autorevolezza e credibilità di Mario Draghi. Una comunicazione per sottrazione, nella quale la discrezione e il riserbo - caratteristici dell'approccio alla governance delle istituzioni di regolazione dell'economia globale - si sposano con il "discernimento", fondamento del modello educativo gesuitico (appreso da Draghi durante la formazione giovanile).
Un "codice comunicativo" (che l'ex presidente della Bce vuole estendere ai suoi ministri) profondamente differente da quello degli inquilini precedenti di palazzo Chigi, da Matteo Renzi a Conte, passando (seppure in misura minore) per Paolo Gentiloni. Altrettanti governi nei quali, all'insegna di caratteristiche differenti, i registi delle macchine comunicative (in due casi su tre un campione del settore, Filippo Sensi) immettevano abbondanti dosi di spin, storytelling e politica pop nei flussi di informazioni in uscita, prodigandosi per orientare il newsmaking. E si tratta di quel format della comunicazione politica postmoderna che si ripropone dalla Parigi di Emmanuel Macron alla Londra di Boris Johnson, fino alla squadra tutta al femminile che cura l'immagine di Joe Biden, messo sotto taluni aspetti soltanto in standby dalla pandemia. Una comunicazione postpolitica (ed emozionale) da cui ha preso sostanzialmente le distanze solo Angela Merkel, che ha fatto spesso ricorso a dei "silenzi comunicativamente eloquenti", utilizzandoli come formula prudenziale (e negoziale) per tenersi alla larga dalle issues divisive. E, difatti, nel Bildungsroman da decision-maker del nuovo premier italiano (di cui vari osservatori sottolineano alcuni tratti culturali "teutonici") hanno giocato molto gli anni trascorsi a Francoforte.
Di questo nuovo genere di comunicazione c'è, dunque, un gran bisogno. Anche se, nondimeno, non va trascurato un rischio. L'allergia al sensazionalismo, alla cacofonia e alle derive della digital propaganda, infatti, non può tradursi in silenzio (ovvero blackout comunicativo). Perché in politica e in comunicazione il vuoto non esiste, e qualcuno potrebbe riempirlo mediante la misinformation o incrementando il tasso di incivility in rete. Per evitarlo, i media - corpi intermedi dell'informazione nell'età dell'ossessione disintermediatrice - risultano vitali (come ha mostrato, in primis, il loro ruolo di argini di fronte alla marea di fake news sul Covid).
E lo è anche il presidio dell'ecosistema digitale (dove imperversa il populismo "anti-establishment") da parte del rinnovato registro comunicativo di palazzo Chigi. Rifuggire da un certo circo Barnum mediatico come dal teatrino della politica-spettacolo non equivale all'assenza e al silenzio totale. In una società democratica l'opinione pubblica deve poter contare su un flusso costante di informazioni riguardo le decisioni di chi regge le istituzioni (una consapevolezza che, del resto, emergeva in modo netto dal discorso della fiducia in Senato). E tanto maggiormente nel quadro emergenziale odierno, che si somma al contesto di "post-sfera pubblica" di questi ultimi decenni, dominati dalla frammentazione e dalle sue derive centrifughe.
La costruzione di una relazione regolare (al medesimo tempo, continuativa e dialettica) con il mondo dell'informazione è, dunque, oggi ancora più indispensabile. E lo è pure una "comunicazione (persuasiva) interna" al governo di larghe intese, dal momento che per i partiti l'esecutivo Draghi rappresenta un autentico stress test.
Da cui può derivare anche una positiva riconfigurazione del sistema politico, unicamente, però, al termine di un lungo percorso irto di ostacoli e bisognoso appunto di parecchia attenzione nel rapporto con i partiti della maggioranza. E, dunque, di un'alchimia - difficile, ma imprescindibile - tra una comunicazione davvero istituzionale e la comprensione delle aspettative della politica (come ben sa uno che della materia se ne intende, il capo di gabinetto del premier Antonio Funiciello).
Ristretti Orizzonti, 22 febbraio 2021
Giovedì 25 febbraio, dopo quasi due mesi di chiusura a ogni attività che prevedesse la partecipazione di persone o volontari provenienti dall'esterno, nella Casa Circondariale Lo Papa - S. Pio X di Vicenza inizia la seconda parte (la prima si è conclusa il 30 dicembre dello scorso anno) del corso "Oltre il carcere: una nuova possibilità di reintegrazione sociale" finanziato con i fondi dell'8 per mille della Chiesa Valdese e promosso da Progetto Carcere 663 - Acta non Verba OdV con il sostegno dell'Area Giuridico - Pedagogica del carcere vicentino.
Più breve della precedente, si articolerà in 5 incontri su Educazione Civica e Ricerca attiva di un lavoro sostenute da una parte psicologica dedicata a "Comunicazione & Autostima".
Sarà tenuto da professioniste legate all'OdV PC663 (avvocato, criminologa e psicologa) che alterneranno nell'esposizione dei vari argomenti secondo la loro specifica competenza.
Si confida, anche questa volta, in un'attiva partecipazione dei detenuti, selezionati dai funzionari dell'Area Giuridico - Pedagogica, poiché, al solito, analoghe iniziative proposte anni scorsi, hanno sempre incontrato un'ottima accoglienza dai partecipanti che hanno manifestato grande soddisfazione per questo tipo di azione formativa e per le docenti.
Dario Ronzoni
linkiesta.it, 22 febbraio 2021
Pablo Hasél è stato condannato per avere offeso il re e incitato al terrorismo. Il suo arresto ha sollevato un dibattito sulle pene per i reati di opinione, anche se a suo carico si contano anche altre condanne. Ha definito il re Juan Carlos "un cretino", un "mafioso di Borbone" che festeggia con la monarchia saudita, i suoi "amici criminali". La corona di Spagna è "fascista", i poliziotti sono "mercenari", "assassini", che pestano e uccidono gli immigrati. Sono alcune delle espressioni, usate sui social e nelle canzoni, per cui è stato condannato Pablo Rivadulla Duró, rapper spagnolo conosciuto come Pablo Hasél, a nove mesi di carcere per insulti alla corona e incitamento al terrorismo.
Chiamato a entrare in carcere dall'Audiencia Nacional, il cantante ha preferito barricarsi nell'università di Lleida, obbligando la polizia a fare irruzione martedì 16 febbraio. All'arresto sono seguiti scontri e manifestazioni tra Madrid e la Catalogna, dispersi dalle forze dell'ordine con lacrimogeni e proiettili di gomma. Il risultato, al momento è di una sessantina di arresti e altrettanti feriti. Cui si aggiunge un dibattito serrato sulla libertà di espressione, i suoi limiti e le pene previste dal codice, giudicate troppo severe.
Ma il caso di Pablo Hasél è qualcosa di più, perché si pone all'incrocio di una serie di tensioni che agitano la Spagna. Il rapper, comunista, è un grande sostenitore dell'indipendenza della Catalogna, ha preso le difese dell'ETA, l'organizzazione terroristica basca, e si è fatto fotografare insieme a Victoria Gómez, rappresentante del gruppo marxista Grapo (ora dissolto) dicendo che apprezzava le proteste ma a volte bisognava fare come loro, cioè andare oltre. L'incitamento alla violenza è indiscutibile, ma il suo messaggio cade in mezzo a questioni irrisolte - passate e presenti - che accrescono la visibilità dei suoi gesti.
A tutto questo si aggiunga la mancanza di rispetto per la corona. I testi incriminati risalgono al biennio 2014-2016. Il processo, iniziato subito dopo, si è concluso con una prima condanna nel 2018 a due anni e un giorno di carcere e una multa di 24.300 euro. Nell'appello è stata abbassata a nove mesi, con la motivazione che i messaggi non rappresentassero un rischio reale. Nel 2020 arriva la conferma del Tribunal Supremo. Troppo pesante? Secondo i giudici no. Pablo Hasél non meriterebbe alcuna sospensione perché, era stato già condannato nel 2015 per fatti simili, e nel 2017 è stato condannato per resistenza a pubblico ufficiale e nel 2018 per irruzione in un locale. Si tratta di un soggetto che - hanno scritto - per condotta e circostanze non merita attenuanti. In più solo nel 2020 ha ricevuto due condanne in primo grado per lesioni nei confronti di un giornalista di TV3 e per l'aggressione contro un uomo che aveva testimoniato a favore di un poliziotto della Guardia Nacional di Lleida. Ha fatto ricorso in appello.
La Repubblica, 22 febbraio 2021
La mobilitazione è così massiccia tanto che quella odierna potrebbe diventare la più imponente giornata di protesta dal giorno in cui è stato compiuto il colpo di Stato, il 1 febbraio. Manifestazioni di massa in tutto il Myanmar, dove nonostante i divieti imposti dalla giunta militare si continua a scendere in piazza contro il golpe del primo febbraio.
Gli attivisti hanno ribattezzato la giornata di oggi la "rivoluzione dei cinque due", con riferimento alla data del 22.2.2021, e l'hanno paragonata alla data all'8 agosto 1988 (i "quattro otto") quando i militari hanno risposto con una dura repressione, uccidendo e ferendo centinaia di manifestanti. Manifestazioni oceaniche si sono viste oggi nella principale città del Paese Yangon, nella capitale Naypyidaw e a Mandalay, come riporta Frontier Myanmar.
Nelle ultime ore la giunta militare ha avvertito che "la via dello scontro" significherà la morte per molti. Sin dalla mattina le principali arterie di Rangun, Naypyidaw, Mandalay e altre città sono state occupate dai manifestanti, che chiedono il ripristino della democrazia e il rilascio dei prigionieri politici. La mobilitazione è così massiccia tanto che quella odierna potrebbe diventare la più imponente giornata di protesta dal giorno in cui è stato compiuto il colpo di Stato, il 1 febbraio.
A Yangon, la città più popolata, le strade vicino alla maggior parte delle ambasciate, soprattutto quelle di Usa e Corea del Sud, sono state bloccate dalle forze dell'ordine. Le marce sembrano ignorare, anzi sfidare la repressione della polizia, particolarmente violenta da qualche giorno e che sabato scorso è costata la vita a due manifestanti a Mandalay. Un alto manifestante è morto a Yangon: la prima a morire era stata la scorsa settimana una ventenne, diventata simbolo della protesta. "I manifestanti ora incitano le persone, soprattutto adolescenti e giovani che si lasciano trasportare dalle emozioni, a un percorso di confronto in cui subiranno la morte", si legge nel comunicato dei militari trasmesso dalla televisione di stato birmana.
Tom Andrews, relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Birmania, si è detto preoccupato per questo messaggio "minaccioso" e ha avvertito la giunta militare su Twitter che, a differenza di quanto accaduto durante le sanguinose rivolte del 1988, le azioni delle forze di sicurezza vengono registrate e quindi dovranno assumersi la responsabilità di quanto accadrà.
Con le tre vittime delle ultime ore, ci sono già quattro morti nelle proteste: venerdì infatti è stato confermato il decesso di Mya Thwe Thwe Khine, la giovane colpita alla testa da un Naypyidaw e che non si è mai ripresa; ieri, domenica si sono svolti i suoi funerali nella capitale amministrativa e anche quello è stato occasione di una forte protesta, nel ricordo di una giovane che ormai è diventata il simbolo delle manifestazioni.
di Sergio D'Elia
Il Riformista, 21 febbraio 2021
È morto Raffaele Cutolo, l'uomo che ha "vissuto" tre vite. La prima l'ha bruciata nell'unica scuola che ha potuto frequentare, quella del crimine, un po' per strada e un po' in prigione. La seconda l'ha consumata tra delitti e castighi in un carcere "normale". La terza vita è stata per lui solo castigo, una pena senza fine espiata al carcere "duro", fino alla morte. È morto lì dove era stato sepolto vivo nel 1995, nella tomba dei "mafiosi per sempre", gli irredimibili, marchiati a vita dalla pena di infamia che si commina a chi perde la dignità di persona, la speranza, il diritto a una vita civile e sociale.
agensir.it, 21 febbraio 2021
Ceri pasquali dipinti dai detenuti per le cappelle delle carceri italiane: è quanto si propone il progetto artistico formativo dal titolo "La luce della libertà" che avrà inizio oggi, 21 febbraio, prima domenica di Quaresima, per iniziativa dell'Ufficio Ispettorato dei cappellani delle carceri italiane in collaborazione dell'associazione "Liberi nell'arte" (affiliato Acli del Molise) e dell'Associazione Caritas Regina Pacis. L'iniziativa si svolgerà presso la Casa di Reclusione di Paliano (Fr). I ceri, si legge in un comunicato, verranno dipinti interamente a mano da alcuni detenuti del carcere di Paliano che frequenteranno un corso di formazione guidati da un maestro d'arte figurativa.
di Antonio Mattone
Il Mattino, 21 febbraio 2021
Ho incontrato Raffaele Cutolo il 22 luglio 2019 nel supercarcere di Parma. Se si escludono i familiari, il legale e gli agenti penitenziari della cittadina emiliana, sono stato l'ultima persona ad averlo visto, a incrociare il suo sguardo, a parlare con lui. Mi aspettavo di riconoscerlo seppure fosse invecchiato: avevo impresse nella mente le immagini che lo ritraevano nelle aule dei tribunali, che lasciavano trasparire la sua arroganza e la sua saccenteria. Tuttavia, con mia grande sorpresa, mi sono trovato di fronte un anziano smagrito, con le mani tremanti e deformate dall'artrite reumatoide, un po' trasandato con la barba incolta e i capelli spettinati. Devo dire che se non avessi saputo chi fosse, non l'avrei riconosciuto.
di Catello Maresca e Antonio Pagliano
ilsussidiario.net, 21 febbraio 2021
Carcere di Poggioreale, 7 novembre 1980. Cutolo rientrava da una delle tante udienze del processo alla Nuova Camorra Organizzata. Una guardia penitenziaria si affaccia con aria contrita nella stanza della direzione: "Dottò, Cutolo non si vuole far perquisire. Cosa dobbiamo fare? Sa, noi abbiamo famiglia...". Giuseppe Salvia, che del carcere di Poggioreale era il vicedirettore, alla cui porta quell'agente aveva bussato, non ci pensò due volte. Uscì dal suo ufficio e fece ciò che prevedeva il regolamento: la perquisizione dei detenuti che rientravano in carcere dopo aver partecipato ad un'udienza processuale.
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