di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 21 febbraio 2021
Arrestati con tre attivisti per aver raccontato le proteste di agosto, sono accusati di aver messo in pericolo la sicurezza dello Stato e di aver passato informazioni segrete all'estero. Contro di loro anche il premier Barzani, simbolo del clientelismo che da decenni governa la regione.
Che il Kurdistan iracheno non sia un'oasi di libertà d'espressione è fatto appurato e l'anno appena trascorso lo ha ribadito: nei mesi della crisi sanitaria ma soprattutto delle proteste popolari che hanno attraversato mezzo Iraq, la regione autonoma curda non è stata esente dalla mobilitazione e, di conseguenza, da una copertura mediatica che le autorità hanno provato con diversi mezzi ad annacquare.
Agenzie di informazione chiuse e perquisite e giornalisti arrestati sono stati giustificati con il rispetto della legge. Come la n. 2 del 2010 che introduce il crimine mediatico di "incoraggiamento del disturbo pubblico e danneggiamento dell'armonia sociale", o la n. 11 dello stesso anno che proibisce a chiunque (anche ai reporter) di prendere parte a manifestazioni non autorizzate. È in tale contesto che lo scorso martedì sono stati condannati a sei anni di carcere tre attivisti e due giornalisti, Sherwan Sherwani e Guhdar Zebari. I due reporter erano stati arrestati lo scorso ottobre per aver coperto le proteste dell'agosto precedente a Duhok, una mobilitazione limitata nel tempo ma che si inseriva appieno nell'ondata di dissenso che ormai ininterrottamente dall'ottobre 2019 esplode in tutto il paese e che ha al centro la lotta alle diseguaglianze sociali, alla povertà strutturale (a fronte delle immense ricchezze petrolifere irachene) e al clientelismo e la corruzione delle classi dirigenti. In quell'occasione, con manifestazioni che da oriente, Suleymaniya, a occidente, Duhok (la prima controllata dal Puk dei Talabani, l'altra dal Kdp dei Barzani), oltre a decine di manifestanti arrestati e pestati le forze di sicurezza avevano chiuso la sede dell'emittente tv Nrt.
Pochi mesi dopo l'arresto di Sherwani e Zebari. Il primo è stato portato via in piena notte, ammanettato davanti ai figli mentre uno dei poliziotti in borghese gli puntava una pistola alla testa, ha raccontato la moglie Jabbari ad Al Jazeera. È scomparso per 19 giorni, è riapparso per cinque minuti (quelli concessi alla moglie per vederlo) e poi è stato posto in isolamento per due mesi. Lì è stato torturato, come Zebari, accusano le organizzazioni per i diritti umani che seguono il loro caso.
A Condannare Sherwani e Zebari è stata la corte penale di Erbil che ha giustificato così la durissima sentenza: avrebbero messo in pericolo la sicurezza nazionale con critiche al governo e spionaggio per aver "raccolto informazioni segrete e averle passate a attori stranieri in cambio di denaro". "Iniqua e sproporzionata", così il Committee to Protect Journalists (Cpj) ha definito la sentenza. Gli hanno fatto eco due dei principali partiti politici curdo-iracheni, il Puk a Gorran. Non il Kdp: ad accusarli pubblicamente di spionaggio era stato pochi giorni prima il primo ministro Masrour Barzani, figlio dell'ex presidente e storico leader del Kdp Masoud e cugino dell'attuale presidente Nechirvan (a Erbil il potere è cosa di famiglia).
"Con questo verdetto, le autorità curde stanno mandando un messaggio chiaro - il commento di Ignacio Miguel Delgado, rappresentante del Cpj per Medio Oriente e Nord Africa - La libertà di stampa che dicono di difendere e di rispettare non viene rispettata. Il Kurdistan iracheno continua a dire di essere una democrazia. Ma quello a cui abbiamo assistito nel 2020 e quest'anno dice l'esatto opposto". Il riferimento è ai dati raccolti dal gruppo curdo Metro Center for Journalists' Rights and Advocacy che, lo scorso anno, ha registrato almeno 385 diverse violazioni. Tra queste spiccano quattro emittenti chiuse, 74 giornalisti arrestati, sei casi di distruzione di equipaggiamento e 42 di confisca.
di Jacopo Lentini
Il Manifesto, 21 febbraio 2021
Il processo per crimini di guerra a Gibril Massaquoi si sposta da Tampere a Monrovia. Nessun colpevole per i 200 mila morti della guerra civile, Helsinki ci prova esercitando la giurisdizione universale.
Se c'è un paese che davvero non ha fatto i conti col passato, questo è la Liberia. Per le atrocità dei due conflitti civili avvenuti tra il 1989 e il 2003 e circa 200mila vittime, la giustizia dello stato africano non ha mai condannato nessuno. L'ex presidente liberiano e signore della guerra Charles Taylor sta scontando 50 anni di carcere per crimini di guerra, ma solo per quelli commessi in Sierra Leone, dopo la condanna della corte speciale istituita d'intesa con le Nazioni unite per quest'altro paese.
A nulla sono valse le raccomandazioni della Commissione per la verità e la riconciliazione della Liberia (Trc), che nel suo rapporto finale del 2009 ha indicato i nomi di coloro da perseguire in un tribunale da crearsi ad hoc. Basti pensare che tra i candidati delle scorse elezioni presidenziali c'era anche il senatore Prince Johnson, che in un noto video del 1990 fu ripreso a bere birra mentre i suoi uomini tagliavano le orecchie all'allora presidente Samuel Doe, prima di ucciderlo. E Johnson è solo uno dei tanti ex combattenti che ricopre ruoli di governo. Altri si sono riciclati come pastori di chiesa.
È in questo contesto che ora il paese guarda con speranza a una nuova esperienza di giustizia transnazionale. Da domani 22 febbraio, nella capitale Monrovia si svolge una parte del processo a Gibril Massaquoi, 51enne sierraleonese imputato in Finlandia per crimini di guerra commessi in Liberia. Qui, infatti, il procedimento è celebrato dalle autorità di Helsinki con giurisdizione interamente finlandese ed è iniziato lo scorso 1 febbraio a Tampere, in Finlandia, dove Massaquoi viveva dal 2008.
In deroga ai principi di territorialità e di nazionalità dell'imputato e delle vittime, la Finlandia esercita la giurisdizione universale, che consente di giudicare uno straniero per crimini contro l'umanità commessi all'estero. La corte finlandese rimarrà fino a maggio in Liberia e passerà anche due settimane in Sierra Leone per ascoltare oltre 50 tra testimoni e vittime.
"Questo processo significa che fare giustizia in Liberia è possibile - ha dichiarato l'ex reporter di guerra e attuale membro della Commissione per la verità e la riconciliazione (Trc) Massa Washington. Si è sempre detto che è impossibile istituire una corte nazionale per i crimini di guerra per motivi di sicurezza, problemi logistici e mancanza di fondi. Ma il caso Massaquoi è un test per capire cosa si può fare ed è un momento importante per la società civile liberiana".
Nei giorni scorsi i giudici finlandesi si sono recati nei luoghi incriminati, soprattutto nella contea di Lofa, nel nord-ovest. Qui Massaquoi, allora comandante del Fronte rivoluzionario unito, secondo le 3600 pagine del dossier di imputazione avrebbe commesso e ordinato stupri di massa e omicidi. In un caso, nel villaggio di Kamatahun Hassala, dozzine di civili sarebbero stati rinchiusi in una casa poi data alle fiamme.
Ad oggi l'unica persona condannata, nel 2009, per torture nel conflitto armato liberiano è Chucky Taylor, figlio dell'ex presidente Taylor. Di nazionalità statunitense, fu processato dalla giustizia americana interamente a Miami. La Liberia si limitò ad agevolare le indagini.
"Nel 2006 a Monrovia fu aperto un procedimento contro un uomo per crimini commessi nel 2003, durante la fine del conflitto, ma poi fu rilasciato per mancanza di prove - spiega Tiawan S. Gongloe, presidente dell'associazione nazionale degli avvocati liberiani ed ex procuratore generale -. Oggi la gente non ha timore di parlare. Anche alla radio si discute sempre di come perseguire i colpevoli della guerra". Nel merito, però, nessun testimone si è ancora trovato di fronte alla giustizia liberiana.
Secondo Kelsey Gutrhie-Jones, legale dell'ong svizzera Civitas Maxima, nonostante sia più facile e sicuro svolgere le udienze in Finlandia, "la corte ha scelto di trasferirsi sul campo per calarsi nel contesto del paese, affrontando la sfida della protezione dei testimoni, scortandoli e garantendone l'anonimato". È stata proprio Civitas Maxima, nel 2018, a dare informazioni sulle responsabilità di Massaquoi alle autorità finlandesi, che poi lo hanno indagato.
Poiché la Liberia non ha mai fatto passo concreti per realizzare il suo tribunale per i crimini di guerra, secondo alcuni osservatori il rischio di instabilità per il paese e di ritorsioni contro testimoni non è ancora quantificabile e non può essere un disincentivo alla sua istituzione. Invece "proprio la mancanza di giustizia è la vera minaccia per la sicurezza e la stabilità", spiega Aaron Weah, ex ricercatore per la Trc. "La corte finlandese in transito a Monrovia - aggiunge - crea un precedente e darà ai cittadini più prospettive di porre fine all'impunità di quante ce ne fossero dieci anni fa".
Massaquoi attende il suo verdetto per settembre ed è rimasto a Tampere mentre il suo difensore è a Monrovia. "Siamo contenti che finalmente giustizia sarà servita - afferma Mariamu B. Fofana, parlamentare per la contea di Lofa. È importante soprattutto per le nostre donne che hanno subito violenze carnali durante il conflitto". In Francia, Svizzera e Belgio sono in corso altri procedimenti per crimini di guerra a carico di liberiani. Chissà che il "modello finlandese" non faccia da esempio.
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 21 febbraio 2021
La mossa presidenziale. Gesto forte di Tebboune: "Hanno salvato il Paese". Torna libero anche il reporter Khaled Drareni. E a giugno si vota "per rinnovare l'attuale classe politica, coinvolgendo di più i giovani".
Giovedì sera in un discorso televisivo alla nazione - con l'obiettivo anche di mostrare agli algerini di essere in buona salute, nonostante i due ricoveri di questi mesi in Germania per complicanze da Coronavirus - il presidente algerino Tebboune ha decretato la grazia per diverse dozzine di detenuti dell'Hirak ed ha annunciato la sua decisione di sciogliere il Parlamento per elezioni anticipate (previste per giugno), con un rimpasto dell'attuale governo per questo periodo di transizione.
"L'Hirak ha salvato la nostra nazione (...) per questo, con la convinzione di aver colto le sue principali istanze, ho deciso di concedere la grazia presidenziale a persone condannate o in attesa di giudizio: tra i 55 e i 60 prigionieri si riuniranno alle loro famiglie nei prossimi giorni" ha dichiarato Tebboune.
Un gesto forte di pacificazione da parte del capo dello Stato, mentre il paese si prepara a celebrare il secondo anniversario dell'Hirak: il movimento di protesta che, nel 2019, aveva portato alle dimissioni dell'ex presidente Abdelaziz Bouteflika e aveva spinto migliaia di algerini a protestare per chiedere la fine di un regime considerato corrotto e la nascita di una nuova Algeria democratica.
Riferendosi all'aspetto politico, il presidente ha rivendicato tutte le scelte fatte fino ad ora in continuità con le richieste degli algerini: come "la riforma della Costituzione", scarsamente votata con il referendum dello scorso novembre, o la scelta di anticipare le elezioni "proprio per rinnovare l'attuale classe politica, coinvolgendo di più i giovani".
Secondo la stampa nazionale Tebboune spera così "di calmare un clima di proteste crescenti in tutto il paese", a causa della profonda crisi economica e sociale, aggravata in quest'ultimo anno dalla pandemia e da una durissima repressione da parte delle forze di sicurezza. Una manovra, come afferma il quotidiano Algerie Patriottique, "per evitare, con l'avvicinarsi dell'anniversario del 22 febbraio, altre proteste come quelle avvenute lo scorso martedì a Kherrata".
Da venerdì sono cominciate le prime scarcerazioni. Tra cui quelle di Rachid Nekkaz e Dalila Touat o del giornalista Khaled Drareni, corrispondente per il canale francese TV5Monde - condannato a due anni di detenzione con l'accusa di "attacco all'integrità del territorio nazionale" per aver informato il mondo riguardo alle proteste in atto in Algeria - che all'uscita dal carcere di Kolea, ha ringraziato "tutte le persone che lo hanno sostenuto nel paese e all'estero".
Secondo Said Salhi, della Lega algerina per i diritti umani (Laddh), l'apertura di Tebboune è "un primo passo nella corretta direzione dopo mesi di ingiustizia e repressione, anche se la democrazia non si limita alle elezioni, ma all'esercizio e alla difesa delle libertà democratiche, prime fra tutte quelle di esprimersi e protestare".
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 20 febbraio 2021
Prescrizione. La neo ministra giovedì sera, appena Draghi ha terminato la sua replica in aula, ha riunito alla Camera i capigruppo di maggioranza nelle Commissioni giustizia. Favorendo un accordo sul testo di un ordine del giorno che sarà presentato lunedì. E ieri ha inaugurato il suo mandato andando a far visita al Garante dei detenuti Palma.
Camera dei deputati, giovedì sera. Mario Draghi ha appena finito la sua breve replica alla discussione generale sulla fiducia. Un po' a sorpresa ha parlato anche di giustizia penale e delle carceri sovraffollate. Ha promesso impegno per "un processo giusto e di durata ragionevole, che rispetti tutte le garanzie costituzionali". Cominciano le dichiarazioni di voto, ma non le ascoltano i deputati e senatori capigruppo nelle commissioni giustizia che si radunano nella sala del governo a Montecitorio per la prima riunione politica della nuova maggioranza. A volerla è la ministra "tecnica" per eccellenza, l'ex presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia, che si muove con grande accortezza politica. Il suo primo obiettivo è sminare lo scontro sulla prescrizione.
Cartabia, nei quattro giorni che sono passati dal giuramento, ha già fatto il primo lavoro. Ai rappresentanti della maggioranza radunati dal ministro D'Incà si presenta con un testo, un ordine del giorno. Propone di farlo approvare alla prima occasione, che è proprio quella del passaggio in aula, lunedì, del decreto Milleproroghe dove sarebbe potuta esplodere la mina prescrizione. In realtà anche i partiti decisi a smontare la riforma dell'ex ministro Bonafede - il centrodestra più Iv e +Europa Cambiamo - hanno già annunciato che non insisteranno con gli emendamenti che avrebbero messo in crisi la maggioranza al suo debutto. Gli emendamenti residui, dopo una serie di rinvii ieri, si voteranno oggi nelle commissioni riunite affari costituzionali e bilancio.
Ma la neo ministra non vuol lasciar cadere l'occasione di fissare un punto, in linea con quanto detto da Draghi in aula. Non c'è solo la giustizia civile negli impegni del nuovo governo, anche la giustizia penale avrà attenzione. Offre così ai nuovi arrivati nella maggioranza l'impegno a sterilizzare gli effetti negativi della riforma Bonafede sulla durata dei processi. Ma senza troppa fretta, spiega, perché gli effetti della legge grillina - la cosiddetta "Spazza-corrotti" - che cancella l'istituto della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, si vedranno tra anni (quando, appunto, la prescrizione avrebbe cominciato a fare effetto, spingendo per la definizione dei processi). Un po' è vero. Un po' non lo è, perché tenere aperto a lungo un regime che si intende cambiare non fa che complicare ulteriormente i calendari delle udienze.
Nell'ordine del giorno proposto dalla ministra c'è l'impegno del governo ad assicurare tempi ragionevoli del processo (richiamato l'articolo 111 della Costituzione) "assicurando al procedimento penale una durata media in linea con quella europea" nel pieno rispetto "dei principi del giusto processo, dei diritti fondamentali della persona e della funzione rieducativa della pena". E tutto questo si impegnano a firmarlo anche i leghisti.
"È stato un incontro molto positivo - dice il capogruppo Pd in commissione giustizia alla camera Alfredo Bazoli - i nodi delicati come la prescrizione vanno affrontati dentro il campo più largo del processo penale per trovare soluzioni condivise". "È un'inversione a U rispetto all'approccio giustizialista di Bonafede", approva il forzista Pierantonio Zanettin. E Federico Conte di Leu, autore dell'ultima mediazione tra Pd, Iv e M5S sulla prescrizione, spiega che se i due governi precedenti della legislatura si sono affrontati sul tema a colpi di tesi e antitesi, "quello in carica può trovare la sintesi". Resta un problema, perché Lega e Fi non vorrebbero che il testo di legge dove introdurre questa sintesi sia la legge delega di riforma del processo penale già avviata (prevista anche dal vecchio Recovery plan). Gli ex giallo-rossi insistono. La ministra ha chiesto tempo: "Fatemi entrare dentro i dossier". Ma chiudendo la riunione ha detto che il lavoro già fatto non va sprecato. E ieri mattina la sua prima visita Cartabia l'ha fatta al garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, Mauro Palma. Quello che per i leghisti era "il garante dei delinquenti".
di Valter Vecellio
Italia Oggi, 20 febbraio 2021
Un paradosso niente male, come spesso se ne incontrano a frequentare il paludato mondo del diritto e delle leggi. Questo, almeno, strappa un sorriso, anche se venato da amarezza. La storia comincia con un libro. Nel carcere di Viterbo c'è un detenuto sottoposto al regime del 41bis. Chiede di poter acquistare il libro, "Un'altra storia inizia qui".
di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 20 febbraio 2021
Riflessioni da un'innovativa esperienza di "messa alla prova" iniziata sei anni fa e ancora in itinere.
di Enrico Sbriglia
Il Dubbio, 20 febbraio 2021
Il testo scritto da Marta Cartabia con Adolfo Ceretti sul magistero dell'arcivescovo Carlo Maria Martini. Ho letto più volte l'articolo di Damiano Aliprandi apparso su Il Dubbio il 29 gennaio scorso, in cui descriveva una storia "impossibile".
di Liana Milella
La Repubblica, 20 febbraio 2021
Come avvenuto sulla prescrizione, la Guardasigilli punta al dialogo tra i partiti sui dossier più urgenti. A partire dall'utilizzo dei fondi Ue. Marta Cartabia parte dal "metodo". Quello di una Guardasigilli che non farà "giustizia" a colpi di decreti. Né tantomeno di forzature. Bensì di "dialogo" con le forze politiche per ottenere un risultato "condiviso". Dopo decenni in cui s'è vista la giustizia come luogo principe dello scontro tra giustizialisti e garantisti, decolla un "metodo" nuovo, quello del confronto che punta ad ottenere un risultato migliore e condiviso.
Buoni propositi? Libro dei sogni? No, realtà. Come s'è visto giovedì sera quando, sulla questione più drammaticamente divisiva della giustizia - la prescrizione - Cartabia ha fatto un piccolo miracolo. Questione di "metodo", appunto. E, va detto, anche del suo prestigio di ex presidente della Consulta e di studiosa del diritto di fama internazionale.
Ma nella sala del governo di Montecitorio non si è gridato. M5S non si è accapigliata con Forza Italia, né la Lega con il Pd, Italia viva era soddisfatta, Costa di Azione poteva vantare di aver aperto la via al ritiro degli emendamenti nel Milleproroghe. Ma è stata la Guardasigilli Cartabia - che certo non ha esperienza parlamentare - a spiazzare tutti quando ha messo sul tavolo, tirandolo fuori dalla sua borsa, l'ordine del giorno già scritto che poi tutti hanno condiviso.
Ma cosa significa "metodo Cartabia"? Vuol dire partire da quello che c'è sul tavolo, capire le ragioni dei problemi, ascoltare tutti e proporre una sintesi "alla luce dei principi costituzionali ed europei", come Cartabia ha ripetuto anche giovedì. Con il suo "metodo" la ministra tenterà di risolvere gli inevitabili punti di dissenso tra le parti - attenuando gli scontri, in un clima di confronto - per risolvere le grane della giustizia. Partendo da dossier più urgenti che in questa settimana si sono già accumulati sul suo tavolo.
Dove, in bella vista, c'è quello del Recovery fund, 2,7 miliardi di euro destinati al personale e alla digitalizzazione, cioè gli architravi tecnici su cui far camminare rapidamente i processi civili e penali. Ecco, subito dopo, il dossier sul Covid, l'emergenza che incombe anche sulla giustizia e sul carcere. Un pianeta, quest'ultimo, fatto non solo di detenuti, ma anche di agenti penitenziari, di operatori, che, come dice Cartabia, "non sono solo dei numeri", ma rappresentano altrettante vite. A chi sta in cella "va garantito il rispetto dei diritti umani", come Cartabia ha detto visitando le carceri da giudice costituzionale, ma anche "la certezza che la pena sia scontata nel senso indicato dalla Costituzione".
In bella vista, sul tavolo di Cartabia, ci sono le riforme del processo civile e penale. Che già vedono in Parlamento i disegni di legge del suo predecessore Alfonso Bonafede. Con il noto carico di polemiche. Ma Cartabia intende guardare avanti. E qui varrà il suo "metodo": si parte da lì, si ascoltano i partner della maggioranza, si cerca insieme una sintesi, non si fanno riforme a colpi di decreto, bensì leggi delega, sui quali governo e Parlamento devono trovare un perfetto equilibrio.
Ma, per Cartabia, non saranno sufficienti solo le riforme sui processi, perché per accelerare i tempi della giustizia non basta puntare sulle formule numeriche che garantiscono un tot di tempi ai tre gradi di giudizio, ma servono tribunali efficienti, serve personale adeguato e qualificato. Per questo Cartabia vuole accelerare i concorsi, sia quelli per i magistrati, che quello per gli avvocati, dove 26mila iscritti attendono ancora di fare le prove scritte e, Covid permettendo, se ne riparlerà in primavera.
È aperto il dossier delle toghe onorarie, 5mila anime inquiete, protagoniste di scioperi della fame e flash mob, che attendono solo l'occasione di essere considerate come protagoniste di un dialogo con il Guardasigilli. Insomma, la formula della "giustizia celere" non è fatta solo di una legge che fissa i tempi dei processi, ma è fatta di uomini sulle cui gambe la giustizia stessa cammina.
Per esempio quelle del futuro capo dell'ispettorato di via Arenula, poltrona adesso vacante, che non avrà solo il compito di scoprire le toghe inette per punirle esercitando la giustizia disciplinare, ma anche quello di esercitare una sorta di vigilanza collaborativa. Perché, secondo Cartabia, per puntare alla giustizia in chiave europea di cui ha parlato il premier Draghi, è indispensabile spingere verso la riorganizzazione dei tribunali per diffondere le "good practices" che pure già esistono, ma sono ancora delle isole.
di Viviana Lanza
Il Dubbio, 20 febbraio 2021
"Esiste una norma costituzionale, l'articolo 27, che stabilisce che la detenzione debba avere una finalità punitiva ma anche rieducativa: il regime carcerario del 41bis incarna la negazione ontologica di questo principio. Impossibile individuare la finalità precipua voluta dai Padri Costituenti nell'isolamento del detenuto da chiunque, dagli stessi affetti primari, negare il diritto a ricevere e leggere libri o ricevere determinati cibi.
di Sergio D'Elia
Il Riformista, 20 febbraio 2021
41bis, la regola illegale e feroce. Lo dicono le "regole di Mandela" adottate nel 2015 in onore dell'ex presidente del Sudafrica. L'isolamento di Cutolo si è protratto ininterrottamente per più di un quarto di secolo. Un sepolto vivo. Morto Raffaele Cutolo, l'uomo che ha "vissuto" tre vite. La prima l'ha bruciata nell'unica scuola che ha potuto frequentare, quella del crimine, un po' per strada e un po' in prigione.
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