di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 febbraio 2021
In questi anni, soprattutto nel periodo pandemico, Cutolo è stato ricoverato più volte in ospedale. Sono state presentate istanze per i domiciliari. "Sto troppo male, non ce la faccio a parlare con nessuno in questo momento. Capisco tutti, rispetto tutti ma ora sono io a chiedere rispetto". Immacolata Iacone risponde così alla stampa all'indomani della morte di suo marito, Raffaele Cutolo, avvenuta nel reparto ordinario dell'ospedale di Parma.
Prima ancora era nel reparto detenuti, ma con l'aggravarsi della sua crisi respiratoria è stato trasferito in quello ordinario perché poteva essere monitorato ogni ora. La moglie più volte si era pronunciata contro la detenzione a vita del fondatore di Nuova Camorra Organizzata (Nco), lasciato in carcere nonostante la malattia. Nel corso di questi anni, soprattutto nel periodo pandemico quando la malattia si è acuita con gravi crisi respiratorie, è stato ricoverato più volte in ospedale. Diverse sono state le istanze per chiedere la detenzione domiciliare, puntualmente respinte. L'ultima riguarda la richiesta di revocare il 41bis: rigettata. L'avvocato Gaetano Aufiero, legale di Cutolo, ha spiegato a Il Dubbio che negli ultimi otto mesi, l'ex boss della nuova camorra organizzata, era affetto di una grave demenza senile. Non si alzava dal letto, non riconosceva la moglie, la figlia e l'avvocato stesso.
"Quello che voglio sottolineare - spiega l'avvocato Aufiero - è la vergogna del carcere duro, perché Cutolo è morto con il 41bis. L'applicazione di questa norma in questa vicenda, ma anche in altrettanti casi simili, è una barbarie. Chi pensa che il 41bis debba accompagnare alla tomba una persona che da tempo aveva non solo gravi patologie tanto da non alzarsi più dal letto, ma dei deficit cognitivi certificati da una perizia psichiatrica, per me o è ignorante oppure in malafede. Tralascio il discorso che da decenni non esiste più la sua organizzazione mafiosa, come si giustifica il 41bis nei confronti di un uomo che non può dare ordini a nessuno visto che non si rendeva conto nemmeno in che giorno e anno si trovava?".
Che senso ha avuto il 41bis nel suo caso? L'importanza strategica che ha svolto il regime differenziato nella lotta alla criminalità organizzata dovrebbe essere ben chiara. L'obiettivo è volto a impedire che il detenuto continui a mantenere collegamenti, e possa dunque impartire ordini e direttive, pur dal carcere, con le associazioni criminali di riferimento.
Se il 41bis ha più volte superato il vaglio della Corte costituzionale e della Corte europea dei Diritti dell'uomo, questo è grazie a quei magistrati di sorveglianza che hanno emesso misure come quelle che nell'ultimo hanno creato indignazione. Intervenire con una norma (il decreto Bonafede che scoraggiava le "scarcerazioni") per limitare questi provvedimenti, vuol dire rischiare proprio di porre fine al 41bis. Il paradosso è che potrebbe non superare più il vaglio, proprio perché impone il carcere duro anche nei confronti di chi non ha più la capacità cognitiva nel dare ordini all'esterno.
La vera trattativa Camorra - Br - Stato - Il 27 aprile 1981 le Brigate rosse sequestrarono Ciro Cirillo, assessore regionale all'Urbanistica, presidente del comitato per la ricostruzione ed ex presidente della giunta regionale campana. Il sequestro avviene a pochi metri dall'abitazione di Cirillo, a Torre del Greco. Nel corso dell'azione brigatista vengono uccisi l'appuntato Luigi Carbone, addetto alla tutela dell'assessore democristiano, e l'autista Mario Cancello.
È ferito il segretario Ciro Fiorillo. In un rapporto delle forze dell'ordine del 29 giugno 1981, l'assessore, legato all'onorevole Antonio Gava, è descritto come "un personaggio realmente discusso per un modo quanto meno spregiudicato di gestire la cosa pubblica". Il 24 luglio 1981, l'assessore Cirillo viene liberato. A questo esito non si giungerebbe dopo un'efficace opera di intelligence, né dopo una brillante azione di polizia.
Vi si giunge dopo trattative condotte da funzionari dello Stato e uomini politici con camorristi e brigatisti. Circostanze confermate da Carlo Alemi, titolare dell'istruttoria sul sequestro: "Le sentenze hanno dato atto in modo inequivocabile che c'è stata una trattativa tra Stato, camorra e Br". Tre anni prima, durante il tragico sequestro dell'onorevole Aldo Moro, il mondo politico e lo stesso partito dello statista avevano, invece, respinto qualsiasi ipotesi di trattativa con i terroristi. In quel caso Moro fu lasciato morire.
Non è un caso che l'egemonia della Nco all'interno della camorra raggiunge il punto più alto tra la fine del 1981 ed i primi mesi del 1982. Ciò dipende in larga misura dai rapporti che Cutolo aveva costruito o rinsaldato nei due mesi del sequestro Cirillo. Non va dimenticato che proprio nel periodo successivo al sequestro, Cutolo sferrerà un durissimo attacco contro il clan Alfieri, per togliere di mezzo un centro di aggregazione alternativo alla Nco. Il disegno di occupazione e di controllo del territorio è ambizioso e si ispira per certi aspetti al totalitarismo di Cosa nostra.
I patti non più rispettati: l'inizio della fine - Ma poi accade qualcosa. È la relazione della commissione Antimafia presieduta da Luciano Violante a spiegarlo. Il 17 marzo 1982 viene pubblicato su l'Unità un falso documento, apparentemente del ministero dell'Interno. In quel documento si attestava che l'onorevole Scotti ed il senatore Patriarca si erano recati nel carcere di Ascoli Piceno per trattare con Cutolo. Ispiratore del falso è lo stesso Cutolo. Lo scopo principale, secondo la Corte d'appello di Napoli del 1993, è la vendetta contro chi non ha osservato i patti. La pubblicazione richiama infatti l'attenzione sulle trattative e sui coinvolgimenti politici. Il fatto che il documento contenga notizie false non può non preoccupare chi ha effettivamente negoziato. Cutolo intende così vendicarsi per il mancato adempimento delle promesse e premere su tutti i suoi interlocutori perché rispettino gli impegni.
Ma le conseguenze del messaggio sono controproducenti perché Cutolo ha sottovalutato tanto i suoi interlocutori quanto la situazione complessiva. Fu l'inizio della sua fine. Il fatto esterno più significativo è la presa di posizione del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che interviene personalmente perché Cutolo sia trasferito nel famigerato carcere dell'Asinara.
Il trasferimento era già stato proposto con urgenza dal ministro dell'Interno il 25 febbraio 1982, subito dopo un vertice sulla situazione dell'ordine e della sicurezza pubblica in provincia di Napoli. Con una missiva inviata al ministro di Grazia e Giustizia Clelio Darida, veniva indicata dal ministro Virginio Rognoni come possibile destinazione di Cutolo proprio l'Asinara. Il Guardasigilli non dava seguito alla proposta fino al 17 marzo: il giorno stesso della pubblicazione del falso documento. In quella data veniva disposto il trasferimento, consegnando direttamente nelle mani del direttore del carcere di Ascoli una copia del relativo provvedimento.
Il cambio di alleanze politiche - Secondo il pentito di camorra Pasquale Galasso, la decisione di colpire in questo modo Cutolo sarebbe dipesa da un cambio di alleanze politiche. I politici che avevano negoziato con Cutolo, impossibilitati a mantenere le promesse a causa della pubblicità che la vicenda aveva acquisito, intimoriti per la pubblicazione del falso documento, che poteva preludere anche più corposi ricatti, si erano rivolti ai nemici di Cutolo chiedendo aiuto.
E l'aiuto era stato immediatamente restituito con robuste contropartite nei lavori della ricostruzione. Viene così eliminato il più importante collegamento fra Cutolo, i politici e i servizi. Viene lasciato a Cutolo un messaggio inequivoco: ha osato troppo; la sua era è finita e lo azzerano. Da 26 anni tumulato per sempre al 41bis, nonostante non fosse più capo di nulla, nonostante le sue gravi patologie lo rendevano, di fatto, incompatibile con il 41bis.
Insieme a sua moglie Immacolata decise di mettere al mondo nel 2007 la loro figlia Denise, la loro unica ragione di vita. L'ha potuta abbracciare fino a quando Denise non ha compiuto 12 anni. Per il 41bis lei è "maggiorenne", quindi da quel momento in poi ha potuto vedere il padre solo dopo un vetro. Nell'ultimo periodo ha visto il padre peggiorare sempre di più, con lo sguardo assente, non la riconosceva più. Poi, come sappiamo, mercoledì sera è morto.
di Liana Milella
La Repubblica, 19 febbraio 2021
"La Costituzione sia il faro per riformare il processo penale". Alla Camera l'incontro della Guardasigilli con i capigruppo della maggioranza. Un ordine del giorno proposto dalla ministra affronta il nodo della prescrizione, ma alla luce dei principi costituzionali. Rientrano gli emendamenti nel decreto Milleproroghe. "Affrontare il nodo della prescrizione senza fretta, perché non ce n'è motivo, ma nel rispetto della Costituzione e dei tanti interventi dell'Europa sulla questione". Con un obiettivo, "processi rapidi e giusti, e nel rispetto della funzione rieducativa della pena". Parola di Marta Cartabia.
Alla Camera, nella sala del governo, ecco il primo "vertice" politico sulla giustizia che ha per protagonista la neo Guardasigilli. L'ha convocato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà, alla vigilia della maratona parlamentare che parte domani sul decreto Milleproroghe, dove si sono affacciati anche gli emendamenti contro la prescrizione dell'ex ministro Bonafede. Ma la conclusione del vertice con i capigruppo che si occupano di giustizia vede volatilizzare le ultime richieste di modifica rimaste sul tappeto. Dopo il passo indietro di Costa di Azione e di Magi di Più Europa, da ieri sera, dopo l'incontro con Cartabia, anche Sisto di Forza Italia e Annibali di Italia viva hanno deciso di soprassedere.
È il primo risultato dell'effetto Cartabia e di un ordine del giorno, da lei proposto, che impegna il governo ad affrontare il nodo della prescrizione, ma non in modo estemporaneo, bensì nell'ambito delle riforme sul processo penale, ma soprattutto tenendo conto dei principi già fissati dalla Corte costituzionale e dall'Europa. Come dice Enrico Costa, alla fine del vertice, "è il cambio di passo che tutti auspicavamo".
Dunque Marta Cartabia affronta la prima grana politica sul suo cammino, quella della prescrizione. D'Incà, preoccupato per il destino del decreto Milleproroghe, convoca la riunione. E subito Cartabia affronta il problema che ormai da mesi è oggetto di scontro all'interno della ex maggioranza (Italia viva contro Bonafede) e con l'ormai ex opposizione.
Dice Cartabia ai capigruppo: "Non c'è un'urgenza di intervenire frettolosamente sulla prescrizione perché gli effetti della legge di Bonafede, che pure è in vigore, si esplicheranno tra alcuni anni". Parole che non rappresentano affatto un rinvio sine die. Tutt'altro. Perché Cartabia aggiunge: "Senza indugio, ma anche senza fretta, bisogna considerare il tema della prescrizione anche alla luce delle altre iniziative legislative pendenti che riguardano il processo penale". "L'obiettivo - dice Cartabia - è quello di stabilire un bilanciamento tra tutti i molteplici e complessi principi costituzionali ed europei coinvolti".
Insomma, per uscire dall'impasse, Cartabia propone a tutte le forze politiche di fare una sorta di passo indietro, con l'obiettivo però di farne uno in avanti. Per questo presenta un articolato ordine del giorno che impegna il governo "ad adottare le necessarie iniziative di modifica normativa e le opportune misure organizzative volte a migliorare l'efficacia e l'efficienza della giustizia penale, in modo da assicurare la capacità dello Stato di accertare fatti e responsabilità penali in tempi ragionevoli (articolo 111 della Costituzione), assicurando al procedimento penale una durata media in linea con quella europea, nel pieno rispetto della Costituzione, dei principi del giusto processo, dei diritti fondamentali della persona e della funzione rieducativa della pena".
Parole che necessariamente non possono che essere accettate dai protagonisti dell'incontro, da Alfredo Bazoli del Pd, a Lucia Annibali di Italia viva, a Federico Conte di leu, da Enrico Costa di Azione, da Francesco Paolo Sisto di Forza Italia, da Roberto Turri della Lega, da Mario Perantoni di M5S. Proprio da quest'ultimo arrivano suggerimenti per migliorare l'ordine del giorno che vengono accolti.
Si sgonfia la polemica sulla prescrizione che viene riportata sui giusti binari. Anche guardando in modo razionale agli effetti della legge Bonafede che, pur entrata in vigore dal primo gennaio 2020, esplicherà i suoi effetti, anche per reati non gravi, non prima di alcuni anni. Quindi, come spiega la stessa Cartabia, c'è tutto il tempo per affrontare la questione con l'obiettivo di assicura il giusto bilanciamento. Per raggiungere il risultato di cui ha parlato anche il premier Draghi. E che nell'ordine del giorno presentato dalla Guardasigilli è presentato così: "È necessario, attraverso opportuni interventi sulla legislazione penale sostanziale e processuale e l'iniezione e l'organizzazione delle necessarie risorse strumentali al funzionamento della Giustizia, in linea con gli standard europei, cercare di raggiungere un punto di equilibrio del sistema, che assicuri il contemperamento delle esigenze di effettività nell'accertamento dei reati e delle responsabilità personali con la tutela dei diritti fondamentali della persona, l'attuazione dei principi del giusto processo e della funzione rieducativa della pena".
Come si fa a dire di no a uno work in progress di questo tipo? Infatti la riunione si chiude alla Camera con un sì a una road map che affronti il nodo della prescrizione in chiave tecnica, tenendo ben presente che dall'Europa sono arrivati numerosi moniti sia sui processi penali troppo lunghi, sia su una prescrizione che spesso ha falcidiato i risultati raggiunti. Trovare il punto di equilibrio adesso è nelle mani di Marta Cartabia.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 19 febbraio 2021
Parla l'ex pm antimafia: "Il carcere duro serve a spezzare rapporti con i criminali fuori, ma dopo decenni per detenuti malati andrebbe allentato". "Se esiste l'ergastolo, è inevitabile che chi è condannato al 'fine pena mai' muoia in carcere. Ferma restando la detenzione, però, mantenere il 41bis in certe condizioni mi sembra eccessivo". Antonio Ingroia, oggi avvocato, ieri - per tanto tempo - magistrato antimafia a Palermo, interviene così, parlando con HuffPost, sulla morte di Raffaele Cutolo. Il boss della Nuova camorra organizzata è deceduto ieri sera per i postumi di una polmonite nel reparto sanitario del carcere di Parma.
Cutolo era molto malato da tempo, e nei mesi scorsi l'avvocato Gaetano Aufiero aveva presentato delle istanze di detenzione ai domiciliari. A maggio 2020 una di queste è stata rigettata perché non si ritenevano le sue patologie incompatibili col carcere e perché Cutolo, riteneva il magistrato, "esercitava ancora carisma" all'interno della criminalità organizzata.
Così il don Raffaè ha finito i suoi giorni non solo in carcere - stava scontando l'ergastolo - ma ancora al 41bis, il regime di detenzione più dura. Proprio come era accaduto per Totò Riina e Bernardo Provenzano. Per quest'ultimo, però, l'Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell'Uomo, proprio perché aveva lasciato che, nonostante fosse molto malato e ormai non lucido, trascorresse i suoi ultimi giorni non solo in carcere, ma al regime più duro. All'indomani della morte di Cutolo, l'avvocato del capomafia siciliano, Rosalba Di Gregorio, all'AdnKronos dice: "La forza, la democrazia di una nazione non si dimostra mantenendo in carcere uomini vecchi e malati, ma applicando le regole del diritto. Vale per Raffele Cutolo e valeva per Bernardo Provenzano e tanti altri. La lotta alle mafie non può comportare l'accanimento su un corpo distrutto, da età e patologie. Questa è tortura".
Ora come allora, il dibattito resta aperto. Ferme restando le condanne, le pene pesanti, l'indubbia complessità della questione, lo Stato come deve agire in casi come questo? Lasciar morire il boss (o ex boss) nella condizione di detenzione più dura, naturalmente garantendogli le opportune cure, o allentare il regime? Intorno a questi interrogativi si muovono i principi basilari dello stato di diritto e il significato più profondo di funzione della pena.
Che non deve essere una vendetta, né un accanimento. Neanche nei casi dei boss più efferati e influenti. C'è chi è sordo a questi principi e trova giusto lasciar morire al 41bis chi si è macchiato di reati molto gravi. Chi, invece, ritiene ciò inumano - come Patrizio Gonnella di Antigone - e ricorda: "Non bisogna avere paura di dimostrarsi debole nel far morire in una condizione di non totale abbandono una persona. Non entro nel merito della sua condizione di ricovero, ma il concetto vale per Cutolo come per chiunque altro".
Ingroia si colloca nel mezzo, e ci dice: "Non conoscevo le condizioni di salute di Cutolo, ma lasciare una persona anziana e malata al 41bis, oltre a dare l'idea che ci sia un accanimento, si snatura la funzione stessa del carcere duro".
Cutolo è morto ieri sera a Parma, a 79 anni, per i postumi di una polmonite. Era anziano e molto malato, ma ha comunque trascorso i suoi ultimi giorni in carcere, con il regime più duro. Cosa ne pensa?
Sulla detenzione non ci sono dubbi. In Italia esiste la pena dell'ergastolo, il cosiddetto 'fine pena mai', quando si tratta di reati gravi come quelli commessi da Cutolo è inevitabile che si muoia in carcere. Quello che però mi sembra eccessivo, in casi come questo, con un detenuto anziano e malato, è il 41bis. Anche perché in questo modo se ne snatura la funzione.
Qual è la funzione? E perché nel caso di Cutolo ormai non c'era più?
ll 41bis serve a interrompere il canale comunicativo tra il capo e l'organizzazione mafiosa che resta fuori. A spezzare un vincolo. Ma nel caso di un boss (o, vista l'età che aveva e i decenni di detenzione alle spalle, dovremmo dire ex boss) che non è più operativo, il carcere continua a essere necessario. Il 41bis no. Questa è una misura che andrebbe applicata per i mafiosi che sono attivi, attualmente pericolosi. Innegabile che per i primi tempi della detenzione di Cutolo sia stata indispensabile. Ma dopo decenni sarebbe stato coerente allentarla, ferma restando la detenzione. Altrimenti, se lo si applica in questo modo, il 41bis rischia di essere un accanimento.
I più attenti alle garanzie del condannato potrebbero dire che costringendo al carcere duro una persona che sta molto male lo Stato realizza solo una vendetta...
Sicuramente in queste circostanze si assiste a un inasprimento della funzione retributiva della pena, che non risponde alle ragioni per cui il carcere duro è nato.
Questioni del genere si sono poste anche nei casi della morte di Riina e Provenzano. Per quest'ultimo l'Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell'Uomo. Vicende abbastanza simili, non trova?
Uno degli ultimi atti che ho fatto da magistrato è stato andare a interrogare Provenzano, nel 2012. Già allora (Provenzano morirà nell'estate del 2016, ndr) era in condizioni psicofisiche precarie. Il caso di Riina ritengo fosse diverso: aveva certamente patologie, ma queste non ne compromettevano il carisma.
A proposito di carisma. Il giudice che l'anno scorso ha respinto l'istanza con cui l'avvocato di Cutolo chiedeva per lui i domiciliari ha affermato, tra l'altro, che l'ex boss della Nco poteva esercitare ancora carisma sugli affiliati. Davvero è così? Davvero dopo decenni di 41bis un boss può rientrare nei giochi e influenzare significativamente gli altri malavitosi?
Bisogna fare delle valutazioni caso per caso. Indubbiamente in un'organizzazione criminale il carisma dei capi conta. Ma se quest'ultimo è stato per decenni e decenni in carcere, e quindi per tanto tempo non ha più comandato, è difficile che possa influenzare in maniera incisiva le cose.
Nel giro di pochi anni i boss più influenti della criminalità organizzata italiana sono morti. Provenzano, Riina, e ora Cutolo. Che significato ha il suo decesso per la Camorra?
Così come con la morte del 'capo dei capi' si è chiusa la stagione criminale dei corleonesi, con il decesso di Cutolo finisce la stagione che ha visto, per decenni, la Camorra come protagonista. L'organizzazione è stata tristemente influente non solo sul piano della criminalità organizzata, ma anche della politica, delle relazioni esterne. La Camorra oggi è ancora molto attiva sul territorio campano, muove tanti affari, ma assomiglia di più a un'associazione di tipo gangsteristico. Che non si incanta più intorno a figure criminali come Raffaele Cutolo.
di Franco Corleone
L'Espresso, 19 febbraio 2021
Devo confessare che quando il Presidente Napolitano nominò Marta Cartabia giudice costituzionale il primo riflesso fu quello dettato dal pregiudizio ideologico.
Ricordo con emozione la sua relazione nella udienza che portò alla dichiarazione di incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi, esempio del più perverso proibizionismo. Ero accanto a Giovanni Maria Flick che, superando le remore legate al suo ruolo di ex presidente della Corte, accettò di essere l'avvocato per accusare quella legge criminogena di essere il frutto dell'inganno e della truffa contro il Parlamento.
di Paolo Berizzi
La Repubblica, 19 febbraio 2021
Immacolata Iacone a 19 anni sposò il super-boss della Camorra deceduto ieri. Con la fecondazione assistita la coppia ha avuto una figlia. "In carcere l'avevano ridotto a un fantasma. Nemmeno ci riconosceva più". Un solo bacio in 20 anni. Dopo il matrimonio le disse: "Tu hai scelto di stare con un morto".
"È morto come volevano. L'hanno ridotto a un fantasma che non riconosceva più né me né nostra figlia". Seduta in un chiosco davanti all'ospedale di Parma insieme alla figlia Denise e a due cugini che le hanno accompagnate in auto nella notte da Ottaviano, Immacolata Iacone, 57 anni, parla con una voce stanca. È la moglie di Raffaele Cutolo. La donna che, a 18 anni - era il 1982 - in visita nel carcere di Ascoli Piceno dal fratello detenuto viene folgorata dallo sguardo del super-boss della Nuova Camorra organizzata. Cutolo, il Male. Il criminale feroce e spietato che per anni distribuisce sangue e morte in Campania dichiarando guerra allo Stato e minacciando e ricattando politici e boss rivali. Nell'83 Immacolata lo sposa nell'ex isola-carcere dell'Asinara. "Un matrimonio bianco", dice lei. "Ci siamo baciati una sola volta in 20 anni". Nel 2007, grazie al permesso ottenuto dai legali dell'ex boss in regime di 41bis, l'inseminazione artificiale e la nascita di Denise Cutolo, che oggi ha quasi 14 anni.
Quando ha visto l'ultima volta suo marito?
"Quindici giorni fa. Non mi riconosceva. Mi scambiò per mia cognata. Era ormai quasi completamente assente. Non sapeva nemmeno in quale città si trovasse. Non mangiava più".
Ora vedrà la salma?
"Stiamo aspettando che ce lo lascino vedere. Pensare che avrei dovuto vederlo oggi. Ma da vivo".
Cioè?
"Negli ultimi giorni, sapendo che le sue condizioni erano peggiorate, avevo chiesto con insistenza di poterlo vedere. Mi avevano autorizzato a venire a Parma proprio oggi. E invece ieri sera mi hanno chiamato per dirmi che era morto".
Da quanto tempo era ricoverato in ospedale?
"Da luglio. Prima nel reparto detenuti. Poi, quando la polmonite è peggiorata e gli ha procurato la setticemia al cavo orale, lo hanno trasferito in un altro reparto. Voglio sperare che abbiano fatto tutto il possibile per curarlo".
Perché, pensa il contrario?
"Non lo so. Non so quanto fosse grave l'infezione che lo aveva colpito. Non so nemmeno se questa polmonite fosse o meno Covid. Lo vedranno, forse, con l'autopsia. Stiamo cercando di capire se gliela faranno. Poi spero ci autorizzino a portarlo a Ottaviano. E che ci facciano fare il funerale".
Perché dice che suo marito è morto "come volevano"?
"Da anni è come se avessero già scritto la sentenza di morte. Solo e isolato. Lo era da 50 anni. Nonostante fosse diventato l'ombra di se stesso, nonostante non sapesse più nemmeno dove si trovasse e chi avesse di fronte, continuavano a ritenerlo pericoloso".
Per i tribunali lo era ancora. E poi c'è un tema fondamentale: suo marito ha ucciso e fatto uccidere, ha distribuito morte per anni. Un boss spietato. Non pensa alle sue vittime? Ai familiari?
"Certo. Mio marito ha fatto del male e capisco che per molti Cutolo è stato il male assoluto. Ma ha scelto di pagare le sue pene fino all'ultimo giorno. Senza chiedere sconti, senza pentirsi. E questo perché considerava il pentimento solo un modo per ottenere benefici e sconti di pena".
Con gli avvocati avevate chiesto gli venisse revocato il 41bis.
"Richieste sempre rigettate. C'è sempre stato un muro. Io dico che era giusto che mio marito pagasse per quello che ha fatto. Ma penso che, come tutti i detenuti, meritasse dignità. Dopo oltre mezzo secolo di carcere. Essendo per di più malato da tempo."
Vostra figlia è con lei?
"Si. Volevo restasse a casa, a Ottaviano. Ma ieri sera mi ha detto: 'Fate decidere a me, per favorè. Ed è venuta. Vuole vedere suo padre. Sa quello che ha fatto, conosce la sua storia. Ma è suo padre".
Porterà sempre un cognome ingombrante.
"È una figlia modello, ha sofferto e soffre. Come hanno sofferto e soffrono le vittime di camorra, le vittime di mio marito".
Il nome di Cutolo evoca un passato di atrocità, e segreti che suo marito si porta nella tomba.
"Forse il suo nome farà paura anche da morto. Mi chiedo ancora, in queste ore, come si poteva pensare fosse ancora pericoloso un uomo di 80 anni nelle sue condizioni. Ma evidentemente doveva andare così".
Senza entrare nel giudizio e nei sentimenti: come ha fatto a sposare un uomo di cui sapeva che, con ogni probabilità, sarebbe rimasto in carcere a vita?
"Lui me lo diceva sempre: hai sposato un morto. Ti sei sposata e sei diventata subito vedova. Ma ho fatto questa scelta e, se tornassi indietro, nonostante tutto, la rifarei".
di Giacomo Salvini
Il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2021
La fiducia c'è, bulgara, anche alla Camera: 535 sì, 56 no e 5 astenuti. Il governo Draghi non riesce a superare il record di Mario Monti del 2011 (556 favorevoli) ma da oggi può iniziare a lavorare. Con una prima grana tutta politica: la scissione nel M5S. Dopo i 21 dissidenti al Senato, alla Camera.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 febbraio 2021
La Cassazione ha confermato la decisione del Csm sull'allora magistrato di sorveglianza di Brescia che con la sua condotta aveva danneggiato la donna. La donna era ai domiciliari, l'allora magistrato di sorveglianza di Brescia le aveva negato il permesso per andare in ospedale a interrompere la gravidanza. Lo aveva fatto per obiezione di coscienza. Per questo è stato censurato dal Csm per la sua condotta che aveva anche danneggiato la donna. Ora la Cassazione, con la sentenza numero 3780, conferma tale decisione. Ripercorriamo i fatti. Il magistrato è stato sottoposto a procedimento disciplinare, perché nel 2012 ha respinto l'istanza della donna ai domiciliari che chiedeva di allontanarsi dall'abitazione per sottoporsi ad un intervento di interruzione volontaria di gravidanza. Il rigetto lo ha motivato con un provvedimento dal seguente tenore: "Non ravvisandosi i presupposti di cui l'articolo 284, comma 3, cod. proc. Pen., richiamato dall'articolo 47 ter dell'ordinamento penitenziario".
L'interruzione di gravidanza contraria ai suoi principi religiosi - Secondo il capo di incolpazione tale motivazione sarebbe stata fondata su una interpretazione dell'articolo citato e palesemente in violazione di legge, strumentalizzata al fine di impedire alla donna di eseguire il programmato intervento che lo stesso riteneva non praticabile perché contrario ai suoi principi religiosi, così come reso palese dal successivo provvedimento, adottato su nuova istanza della detenuta, con il quale il magistrato rimetteva il fascicolo alla presidente della Sezione con la seguente motivazione: "(...) ritendendo questo magistrato di astenersi dall'emissione del richiesto provvedimento per ragioni di coscienza e ritenendo che il diritto all'obiezione di coscienza debba essere riconosciuto anche agli appartenenti all'ordine giudiziario (stante la particolare ristrettezza dei tempi non è possibile sollevare la questione di legittimità costituzionale". Il magistrato, quindi, è stato incolpato di vari illeciti. Nel capo di incolpazione si legge che il magistrato, violando i doveri di imparzialità, correttezza, equilibrio e rispetto della dignità della persona di cui all'articolo 1 del decreto legislativo numero 109 del 2006, avrebbe arrecato grave discredito sia all'istituzione giudiziaria che alla donna con un ingiusto danno: quest'ultima si è vista costretta a riproporre l'istanza e di rinviare l'intervento chirurgico in una data assai prossima alla scadenza dei novanta giorni entro i quali poter praticare l'intervento.
La sentenza del Csm confermata anche dalla Cassazione - Con la sentenza depositata il 22 luglio scorso, la sezione disciplinare del Csm ha dichiarato l'allora magistrato di sorveglianza di Brescia, responsabile degli illeciti e gli ha inflitto la sanzione disciplinare della censura. Sempre la sezione disciplinare, dopo aver premesso che la richiesta della donna era senz'altro intesa ad ottenere l'autorizzazione a recarsi fuori dal luogo della detenzione domiciliare per sottoporsi a trattamento di interruzione volontaria della gravidanza, ha osservato che le ragioni oggettive della richiesta rientrano sicuramente tra quelle indispensabili esigenze di vita la cui sussistenza consente l'autorizzazione ad assentarsi dal luogo di detenzione domiciliare per il tempo necessario ad assentarsi dal luogo di detenzione domiciliare per il tempo necessario a provvedere alla loro soddisfazione. Il magistrato ha quindi fatto ricorso in Cassazione. Il pubblico ministero, opponendosi al ricorso, nelle sue conclusioni scritte sottolinea che la scelta di ricorrere all'aborto, è "un diritto personalissimo che non tollera limitazioni a causa dello stato di detenzione". La Cassazione ha rigettato il ricorso confermando la censura posta dal Csm. Per la Corte suprema, il magistrato di sorveglianza - sostenendo che non c'erano i presupposti per accogliere la richiesta -, aveva, di fatto, escluso che l'interruzione di gravidanza potesse rientrare tra le indispensabili esigenze di vita che consentono di lasciare "a tempo" i domiciliari o il carcere. Sia i probi viri sia la Cassazione chiariscono che la nozione di indispensabili esigenze di vita non va intesa solo in senso materiale ed economico, ma letta come una tutela dei diritti fondamentali della persona. Sì, perché la donna, a causa del magistrato di sorveglianza, ha dovuto rinviare ulteriormente la data dell'operazione e ciò - come si legge nelle osservazioni della sezione disciplinare del Csm - è "disagevole sotto il profilo psicologico e fisico per ogni donna, tanto più questa versa in condizioni di detenzione".
di Elena Del Mastro
Il Riformista, 19 febbraio 2021
Aveva chiesto per mesi di avere un lettore Cd e dei dischi da ascoltare ma gli erano stati negati. Ma il Tribunale di sorveglianza di Sassari ha stabilito che si tratta di "un diritto primario, un residuo di libertà". Per questo motivo ha concesso l'acquisto di un lettore e dei dischi per il boss barese Domenico Strisciuglio, soprannominato "Mimmo la luna", 48enne capo dell'omonimo clan mafioso del quartiere Libertà di Bari, detenuto dal 1999 al regime del 41bis.
"Non vi è dubbio - scrivono i giudici nel provvedimento - che sia in gioco il potenziale pregiudizio al diritto al trattamento e il diritto a svolgere attività culturali, che del trattamento sono elementi portanti. Attività, peraltro, che diventano ancora più significative in un regime, quale quello previsto dal 41bis, nel quale residua poco o nessuno spazio per attività in comune".
Per il Tribunale di sorveglianza, concedere al detenuto di ascoltare musica garantisce "diritti primari allo svolgimento di attività culturali, che sono fondamento del trattamento e che, più a fondo, costituiscono manifestazione della personalità che fanno parte di quel residuo di libertà personale" che non può essere violata "da qualsiasi tipologia di detenzione. A livello costituzionale, si tratta di diritti che trovano presidio direttamente negli articoli 2, 9, 21 e 33 della Costituzione". I giudici ritengono inoltre che "l'impossibilità di poter svolgere quei gesti segna un'indebita diversità di trattamento dai detenuti comuni e in media sicurezza, non giustificata da alcuna esigenza di sicurezza". Spiegano, anzi, che "il divieto di utilizzo di quel supporto non sarebbe proficuo sotto il profilo dell'incremento della tutela dell'ordine e della sicurezza e della maggior prevenzione di flussi comunicativi illeciti tra appartenenti alla stessa organizzazione criminale o organizzazioni criminali contrapposte e comprimerebbe inutilmente i diritti fondamentali sopra esplicitati".
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 19 febbraio 2021
Raffaele Cutolo, don Rafaele, è stato lasciato morire in carcere. La crisi polmonare che alla fine lo ha ucciso durava da un anno. La richiesta di arresti domiciliari era stata respinta perché la condizione di detenuto in regime di 41bis, in cella singola, garantiva il rispetto delle norme anti Covid. Le istanze di scarcerazione erano state respinte anche dopo l'aggravamento delle sue condizioni. Non per vendetta, come si dice di solito, ma per paura.
Non paura dell'uomo che era stato un tempo feroce, pericolosissimo, mandante di centinaia di omicidi fuori e soprattutto all'interno delle carceri dove i suoi killer avevano instaurato all'inizio degli anni ' 80 un vero regime di terrore. Paura dell'opinione pubblica, delle critiche, delle forze politiche giustizialiste sempre pronte a puntare il dito. Anche e quando a essere scarcerate perché in fin di vita sono persone che non rappresentano più alcun pericolo.
Raffele Cutolo aveva smesso da un pezzo di essere ' O Professore. Era stato sconfitto nella guerra di camorra che insanguinò Napoli a cavallo tra gli anni 70 e 80. Il suo miraggio di costruire una camorra ricalcata sul modello di quella ottocentesca, che aveva studiato sui libri dell'antropologo De Blasio, della quale cercava di farsi raccontare tutto dai vecchi camorristi nei primi anni della sua lunghissima detenzione e poi di estendere il dominio sull'intera Campania era affogato sotto le testimonianze dei suoi uomini più fidati diventati pentiti, l'uccisione del figlio, i tradimenti. "Credetemi, il crimine non paga.
Non seguite i falsi ideali di organizzazioni perché siamo, e mi metto anche io in mezzo, una razza d'infami che si pentono appena gli scattano le manette ai polsi. È molto meglio andare a lavorare per un solo tozzo di pane che arruolarvi nelle organizzazioni". Cutolo non poteva uscire neppure per morire, come non aveva potuto passare un solo giorno con la moglie sposata nel 1983 non perché ancora temibile ma perché, come scrivono senza perifrasi i magistrati rigettando le istanze di scarcerazione, "era un simbolo".
Non è il primo caso. Sono morti in carcere, vecchi, malati, senza più alcun potere Totò Riina e Bernardo Provenzano, i capi dei Corleonesi. Nessuno di loro, né Cutolo né i terribili corleonesi meritava forse la libertà. Erano boss spietati, con sulle spalle centinaia di omicidi, forse migliaia. Ma a condannarli a una morte spietata e solitaria non son stati i loro delitti ma il loro nome. Il ' simbolo' e ancor più la paura delle reazioni alla sola notizia che quei ' simboli' siano fuori da quelle quattro mura.
Non solo i criminali comuni sono soggetti a questa legge non scritta ma inesorabile. Mario Moretti, ex capo delle Br, è l'unico dell'intero commando di via Fani, ma quasi di tutte le Br a dover ancora tornare in carcere a dormire la notte. Moretti non firma la ' lettera di scusè ai parenti delle vittime, una formalità vuota e ipocrita che di solito viene redatta dagli avvocati e poi fatta firmare dall'interessato. Anche Mario Tuti, sul fronte opposto della barricata politica, all'estrema destra, è in carcere dal 1975, condannato non dai reati, gravissimi ma non più di quelli di tanti ex terroristi liberi da decenni ma dal nome e dal rifiuto di porgere scuse formali.
Renato Vallanzasca, il bel René, è stato uno dei nomi più noti della malavita milanese e italiana. Bello spavaldo, provocatori. Ha pagato il nome e il caratteraccio quasi più dei delitti per cui è stato condannato a quattro ergastoli. Nel 2010, dopo una trentina d'anni di carcere e molti rifiuti ottiene il lavoro esterno al carcere ma perde subito il beneficio per essersi appartato con una donna. Il lavoro gli viene restituito ma lo perde subito per le proteste degli abitanti del paese dove aveva trovato impiego. Pochi mesi dopo è di nuovo in regime di lavoro esterno ma nel 2014 si fa prendere mentre ruba in un grande magazzino calzini e mutande.
Verrà condannato a 10 mesi ma nel 2018, senza che nel frattempo sia mai uscito di nuovo di galera, il tribunale di sorveglianza di Milano, nonostante le richieste non solo dell'avvocato di Vallanzasca ma dello stesso carcere, stabilisce che deve scontare tutta la pena in carcere, non avendo dato segni di ravvedimento.
Una giustizia che nega ogni possibilità ai condannati per reati gravi è discutibile, poco civile, contraria ai princìpi della nostra Costituzione ma ha una sua logica, non differente da quella che ispira la pena di morte. Una giustizia condizionata dal nome del condannato più che dalla sua situazione reale e ostaggio di un'opinione pubblica spesso sollecitata nel modo e nel senso peggiore, invece, non è giustizia ma arbitrio.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 19 febbraio 2021
Il 15 febbraio 2021 muore all'ospedale di Pozzuoli Isabella P., una detenuta del carcere femminile di Pozzuoli ricoverata lì dall'11 febbraio. Era nel reparto articolazione psichiatrica ed il suo fine pena era previsto per il 2026. Era accusata di furto, estorsione e minaccia a pubblico ufficiale.
Aveva 37 anni, Isabella. Gli ultimi mesi della sua vita li ha vissuti in carcere consumando le giornate come consumava le sigarette, fumate una dietro l'altra per impiegare il tempo in una delle tre celle che divideva con altre sette detenute del reparto psichiatrico del carcere femminile di Pozzuoli. Tutto questo fino a ieri, quando una crisi respiratoria ne ha causato la morte. A nulla sono valsi i tentativi di rianimarla del personale sanitario del carcere, a nulla sono valsi i tentativi dei medici del pronto soccorso.
Ora il nome di Isabella P., nata a dicembre del 1983 a Torino, è un nome in più nell'elenco dei detenuti morti in carcere. Per cause naturali, certo. Ma in condizioni che spingono ancora una volta a chiedersi se davvero sia necessario tenere in cella persone fragili perché psicologicamente instabili, affette da patologie che minano la loro salute mentale e fisica. Isabella era detenuta per accuse di furto e oltraggio. E a questo punto della sua storia viene da porsi anche una seconda domanda: furto e oltraggio possono considerarsi reati che impediscono la possibilità di accedere a una misura alternativa al carcere? Sicuramente anche con assistenza e cure garantire al meglio, un carcere resta sempre un carcere: dovrebbe essere l'extrema ratio e finisce spesso per continuare a essere il contenitore dove confinare soggetti di cui la società fa fatica a prendersi cura in modo diverso.
Isabella era una detenuta del carcere di Bologna e in quello femminile di Pozzuoli ci era arrivata a settembre scorso per starci temporaneamente, solo il tempo che nel carcere di Bologna si competessero i lavori di ristrutturazione. Sarebbe stato questione di settimane e Isabella sarebbe tornata nella struttura emiliana, era stata anche già fissata la data del rientro.
E invece il destino ha messo un punto a tutto: alla sua giovane vita, alle trafile giudiziarie e burocratiche, alle cure e alle crisi, alle sigarette fumate una dietro l'altra per provare a ingannare il tempo e la malattia. Appena un mese fa il garante regionale della Campania, Samuele Ciambriello, aveva sollevato il tema della tutela della salute mentale in carcere, presentando un report con dati e cifre per descrivere una realtà piena di criticità. Perché non in tutte le carceri ci sono sezioni specializzate per ospitare al meglio detenuti con patologie psichiatriche e perché i ricoveri sono spesso lunghi finendo per diventare una sorta di "ergastolo bianco".
A tutto ciò si aggiunga che anche nelle strutture più attrezzate si verifica una compressione dei diritti individuali. La condizione di reclusione, lo stato di privazione della libertà, la condizione di dipendenza in cui il detenuto è costretto a vivere anche per far fronte alle più elementari necessità del vivere quotidiano sono fattori che condizionano la sfera psicologica e, nei casi di patologie pregresse, si sommano a tali patologie rendendo difficile, talvolta impossibile, la compatibilità tra salute mentale e reclusione in cella. Nell'ultimo anno si sono contati circa mille detenuti con disagi mentali negli istituti normali e 1.200 detenuti in istituti specifici.
Schizofrenia e disturbi psicotici, disturbi d'ansia e psicosi indotte dall'uso di particolari sostanze, disturbi dell'umore e della personalità sono tra le patologie più diffuse all'interno delle celle. Ma il vero problema restano i tempi: il soggiorno nelle sezioni cliniche di salute mentale dovrebbe durare pochi mesi per poi continuare con programmi terapeutici e riabilitativi da eseguirsi sul territorio, invece - come denunciato dal garante Ciambriello - "i detenuti che transitano in questi spazi vi restano in maniera cronica, come a scontare un ergastolo bianco".
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