di Marco Zatterin
La Stampa, 19 febbraio 2021
Una nuova repubblica contro il declino. Rifondare le aspettative per curare la politica. L'Italia tracolla perché non innova e per colpa di uno stato iniquo. Un saggio per capire la crisi e continuare a sperare. La notizia è in testa, come si deve. "L'Italia è in declino perché è organizzata in modo iniquo e insufficiente", con l'aggravante di non essersi mai davvero domandata come abbia fatto a precipitare negli abissi del malessere diffuso. Certo non è colpa dell'euro, avverte subito Andrea Capussela, economista di ottimo curriculum, visiting fellow alla London School of Economics. Piuttosto, argomenta, il danno si deve a mali strutturali ben noti, economici e istituzionali. E non soltanto.
In questo "giorno primo" del governo non-tecnico di Mario Draghi colpisce soprattutto la fetta di responsabilità pesante e lorda che lo studioso attribuisce "all'usuale dialettica politica che nasconde i problemi di fondo dietro quelli secondari". Essa si è imposta come "reazione di una società sfiduciata" che riconosce la debolezza delle élite, nella furia di gente che ha patito la crisi degli ultimi decenni ed è delusa dal voto itinerante con cui ha inseguito più i sogni che le soluzioni, più la percezione che la realtà. Così, non incomprensibilmente, molte donne e molti uomini hanno smesso di vedere risposte possibili. E hanno lasciato che il declino, protagonista (per ora) incontrastato dello scorcio che viviamo, facesse il suo corso.
Capita da un quarto di secolo, ma - evviva! - non sarebbe irreversibile. Basterebbe aprire gli occhi e praticare il buon senso, ristabilire i valori, magari distribuendo rispetto, etica e volontà virtuosa sino a favorire una "Rifondazione repubblicana". Nel chiudere la prefazione del suo Declino Italia (Einaudi, 144 pagine, 12 euro) Capussela confessa di vedere lo spazio intellettuale per un Paese diverso e all'altezza delle possibilità. Sentenzia che "il pessimismo è una scelta!". Ma è chiaro che occorre coraggio.
La lunga ola che saluta con poche eccezioni l'arrivo di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio probabilmente conforterebbe il cuore dell'economista. Come il discorso programmatico dell'ex banchiere centrale, il suo saggio si offre non come fotografia ma come specchio. Il popolo della Penisola può leggere e vedersi ritratto, con le grandi potenzialità troppo spesso nascoste e tradite, gli evidenti difetti reiterati non senza bagnarsi miseramente nell'illegalità.
Le ragioni economiche del tracollo sono quelle che da anni leggiamo nei bollettini della Banca d'Italia come nelle raccomandazioni della Commissione Ue. Capussela le riassume in una frase: "l'Italia ha smesso di crescere perché ha smesso di innovare". Ciò è successo perché - analizza -, rispetto alle rivali europee, le nostre aziende sono più piccole, meno capitalizzate, meno stimolate dalla concorrenza, peggio gestite, senza tralasciare che si muovono in una scena di regole inadeguate. Un disastro.
Ne consegue che viviamo sdraiati su una bomba d'incertezza che alimenta povertà e diseguaglianze. Con un'aggravante. Il talento insegue il reddito e, dalle nostre parti, il reddito tende a manifestarsi più generosamente in attività socialmente dannose, la rendita, la corruzione, la predazione. Risultato: "La bassa mobilità sociale e la debole supremazia della legge distorcono la distribuzione dei talenti italiani".
Troppo debito, inefficienza dello Stato, riforme ineludibili mai fatte. Capussela sembra il ghostwriter di Draghi. Col vantaggio di poter apertamente parlare male della classe politica (e della stampa), privilegio che il neopremier può concedersi solo fra le righe e con misura. Già, la politica. Il declino, nota l'economista, è frutto di problemi di azione collettiva che si segnalano nella "drastica caduta della qualità dei parlamentari", come nella "retorica addirittura violenta" di eletti e candidati, sebbene "gli interessi materiali li conducano a colludere".
Racconta la volatilità di un elettorato confuso, il trasformismo "molecolare" alla Gramsci. I partiti sono l'uovo e la gallina. Sono l'acceleratore del male e la sua conseguenza. Finché viene il punto di rottura e spunta SuperMario nel tripudio generale. Capussela nega il pessimismo come religione, ma ricorda che non è per nulla facile fermare il motore dei declini.
"L'esito di Mani Pulite fu deludente", si sovviene. Il libro spiega bene perché e, pagina dopo pagina, matura la convinzione che l'oggi sia una tragedia già scritta e inevitabile. Arriva così a descrivere una spirale composta da "circoli viziosi distinti ma armonici che schiaccia l'Italia su un equilibrio politico-economico meno equo ed efficiente dei suoi pari". Potrebbe andare peggio, concede, ma qui a salvarci interviene la partecipazione all'Ue e la qualità di molti cittadini. Sollievo.
Ce la faremo? Possibile. Sono danni reversibili. Come? "Cambiando le aspettative dei cittadini", risponde Capussela. Il senso è che la profezia funzionerà se i cittadini riterranno che una grande percentuale fra loro è pronta a credere nella efficacia dei suoi vaticini.
"Per questo serve una organizzazione", punteggia. Ai sensi della teoria dell'azione collettiva, sarebbe "per condurre la battaglia e delle idee, e per costruire sui risultati un programma politico credibile". In altre parole, e questo Capussela poteva solo immaginarlo (o sperarlo), è proprio quanto potrebbe accadere col meccanismo generato dalla chiamata di Draghi a Palazzo Chigi.
"Una rifondazione repubblicana", suggeriva il saggio. Per far diventare i cittadini "più esigenti". Per ridare speranza e fiducia. Ci si può riuscire affermando che "l'unità è un dovere guidato dall'amore per l'Italia". Concetto draghiano che potrebbe calzare bene a una futura edizione di Declino Italia. Ora che - nello specchio della crisi- si guarda un Paese che potrebbe aver scoperto la voglia e il piacere di essere diverso da come si è dipinto troppo a lungo.
di Sergio D'Elia
Il Riformista, 19 febbraio 2021
Ambrogio Crespi non è solo un regista di film che osserva e dirige dall'alto lo svolgersi di una storia, è innanzitutto un uomo che pensa, sente e agisce in comunione con la vita del protagonista della storia. È un cantastorie incantato dalla storia che canta. Si muove e si commuove sulla scena. Mentre gira e rigira, la vita che racconta scorre e risuona nella sua.
Il suo pensiero va. il suo cuore batte, la sua opera si compie in armonia con lo spirito, il corpo e il vissuto dei protagonisti dei suoi film. Non sono mai i potenti ma le vittime dei poteri del nostro tempo e della nostra società: i ricattati e gli avvelenati dai poteri criminali, i servitori dello stato di diritto vittime degli stati di emergenza, i malati e gli emarginati della società, i detenuti e i detenenti, entrambi vittime e testimoni della pena fino alla morte e della morte per pena.
L'ho visto emozionarsi fino alle lacrime cinque anni fa, durante le riprese di "Spes contro spem-Liberi dentro", il film che ha messo a nudo i detenuti di Opera, li ha resi visibili, ne ha scoperto l'anima, li ha fatti concretamente sperare contro ogni speranza. L'umanità dolente del carcere lascia il segno in chiunque.
Lo ha lasciato anche in Ambrogio che quel film non voleva fare, un po' per pudore, quello di violare la vita dei condannati a vita, un po' per timore, quello di accostarsi alla banalità del male che avevano arrecato. Ma come sempre accade, l'umanità emerge sempre, anche nell'essere più disumano e si prende cura di chi se ne cura. Cosa ha fatto Ambrogio? Ha - gandhianamente - preso un raggio di sole e lo ha proiettato là dove regna la notte. "Spes coma spem", è stato queste il trionfo nonviolento della luce sul buio.
Così è accaduto che dai detenuti di Opera, artefici del proprio cambiamento, sia partito il "viaggio della speranza" che ha raggiunto Strasburgo e i giudici supremi europei, creatori del diritto umano alla speranza La via della nonviolenza e del Diritto ha poi portato a Roma, innanzi ai massimi magistrati italiani della Corte Costituzionale, che hanno aperto una breccia nel muro di cinta del "fine pena mai".
È stato l'effetto anche dell'opera miracolosa di Ambrogio Crespi, "Spes contra spem-Liberi dentro". Un'opera che un Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, non ha esitato a definire un "manifesto della lotta alla mafia". paradossale e. umanamente oltre che giuridicamente, inaccettabile che l'autore di questo capolavoro artistico, politico e civile sia oggi sotto processo per associazione di stampo mafioso, e rischi una condanna definitiva a sei anni di carcere. Quando in tutta la sua vita ha invece testimoniato a viso aperto, incarnato valori, sentimenti e opere di nonviolenza, di incrollabile speranza e continua conversione del male in bene, dell'odio in amore, di persone detenute in persone autenticamente libere.
Di questo film, insieme a Nessuno tocchi Caino e al fratello Luigi, Ambrogio Crespi ha iniziato in questi giorni, a cinque anni di distanza dal primo, le riprese del suo seguita "Spes contra spem-La colpa e il perdono". Dopo il "senso di colpa" e la consapevolezza del danno arrecato, il "senso della colpa", l'immersione in una nuova vita alla luce della coscienza. Dopo aver distrutto, nella loro prima vita, la vita del prossimo e la loro stessa vita, i detenuti di Opera rinascono a una seconda vita e, come Caino, diventano costruttori di città.
Testimoni e artefici di una grande opera di conversione, interiore e culturale, da un sistema di giustizia che punisce e separa a un sistema di giustizia che riconcilia e ripara. Con il seguito di "Spes contra spem", il "viaggio della speranza" continua e corre ora verso una nuova frontiera, quella invocata da Aldo Moro: "non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale". In questo altro viaggio, Ambrogio si è commosso di nuovo, alcuni giorni fa, alle prime riprese de La colpa e il perdono.
Quando ha sentito le parole e le emozioni di Gherardo Colombo, il giudice che si è dimesso dalla magistratura, dopo trentatré anni di servizio, perché l'idea di mandare in galera una persona lo tormentava, perché ha cominciato a pensare che il carcere non fosse più compatibile con il suo senso della giustizia, perché ha sentito tutta l'ingiustizia della prigione.
Ambrogio si è commosso ancora, il giorno dopo, quando ha ripreso il volto sereno e il sorriso di Giovanna Di Rosa, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, i suoi pensieri a favore di una giustizia gentile, temperata dalla grazia, che tuteli i diritti delle persone detenute e sappia cogliere la diversità dell'uomo della pena rispetto a quello del delitto.
Afferma Giovanna Di Rosa: niente resta sempre uguale, tutto scorre. "La flessibilità della pena è una cosa meravigliosa: permette a un fatto brutto qual è un reato, che causa dolore, di essere sanato sotto forma di riconciliazione". È questa, secondo lei, la missione di un magistrato di sorveglianza: valutare il cambiamento sempre possibile nella natura dell'uomo; avere fiducia nel cambiamento e nel valore dell'uomo, valore che non va mai perso per nessuna delle persone che esistono sulla iena.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 19 febbraio 2021
Il legale: sentenza assurda, stavano facendo il loro lavoro. L'oppositrice Tikhanovskaya dall'esilio: Lukashenko non può spezzarci. Due anni di carcere per aver fatto il loro lavoro. Katsyaryna Andreyeva e Darya Chultsova, le due giornaliste di Belsat (la stazione televisiva satellitare polacca rivolta alla Bielorussia), sono state condannate a due anni di prigione per aver riportato in diretta una manifestazione a Minsk, nel novembre scorso.
La sentenza, l'ultima di una lunga scia di repressione da quando è scoppiata la protesta, è stata definita "assurda" dal legale delle reporter dato che le giornaliste "stavano solo facendo il loro mestiere". Sulla vicenda è intervenuta anche la leader dell'opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, ora in esilio. "Basta guardare Darya e Katsiaryna: forti, sorridenti, salutano i loro cari attraverso le sbarre. Lukashenko non può spezzarci", ha scritto su Twitter in sostegno alle reporter.
Le due croniste lavorano per la testata Belsat e come riporta il quotidiano locale Belarus Feed, sono state arrestate il 15 novembre scorso a Minsk per aver filmato e trasmesso in streaming quanto avveniva nella piazza dove pochi giorni prima era stato picchiato e ucciso il 31enne Roman Bondarenko. Della sua morte i familiari e le associazioni per i diritti umani hanno accusato le forze di sicurezza. In quel luogo, i manifestanti antigovernativi hanno portato per giorni fiori, candele e bandiere bielorusse per commemorare l'attivista e proseguire la protesta pacifica contro il governo del presidente Aleksander Lukashenko, contro cui il movimento popolare protesta da mesi. Le due reporter avevano filmato anche i momenti in cui gli agenti di polizia sgomberavano e arrestavano i dimostranti.
"Questa condanna è assurda e infondata, come lo sono tutte le condanne e le persecuzioni nei confronti dei cittadini che partecipavano alle manifestazioni pacifiche dal 9 agosto scorso" ha dichiarato Sergey Zikratsky, l'avvocato di Andreyeva e Chultsova. "Nel caso specifico- ha continuato l'avvocato- l'assurdità sta nel fatto che le giornaliste stavano semplicemente mostrando quello che stava succedendo. Il giudice ha considerato come un crimine alcuni passaggi della diretta in cui le due croniste raccontavano i fatti in modo neutrale ed obiettivo". Secondo Zikratsky "il diritto a informare e ad essere informati nonché il diritto dei cittadini a esprimere la propria opinione mediante la protesta pacifica sono gravemente violati. Presenteremo sicuramente ricorso e continueremo a difendere i nostri diritti".
Nel mentre il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, visto sempre di più come un paria dalla comunità internazionale, ha annunciato che lunedì prossimo, il 22 febbraio, si incontrerà con Vladimir Putin per "estesi colloqui". Lukashenko ha negato che chiederà a Mosca un altro prestito, questa volta per tre miliardi di dollari, così come sostengono alcune voci.
"Ci sono cose più importanti di cui parlare, come il sostegno della Russia alla difesa e alla sicurezza del nostro Paese", ha detto Lukashenko precisando che, oltre a Putin, vedrà il vice segretario del Consiglio di Sicurezza, Dmitry Medvedev. Il Cremlino ha confermato l'incontro precisando che i due leader si concentreranno sui "rapporti bilaterali", benché non si escludono scambi di vedute sui principali argomenti dell'agenda "internazionale". Mosca, non è un segreto, resta interessata al progetto dello Stato dell'Unione in un'ottica di "maggiore integrazione". Chi conosce il dossier sostiene però che si tratterebbe quasi di un'annessione. Lukashenko, per ora, è riuscito a resistere alle mire del Cremlino.
Assieme a Putin, il presidente bielorusso vedrà anche l'ex premier russo, competente per le questioni di sicurezza, Dmitry Medvedev per discutere di difesa. In Bielorussia proseguono per il sesto mese consecutivo le proteste di massa scatenate dalla conferma di Lukashenko al massimo incarico politico del paese alle presidenziali di agosto. I manifestanti arrestati da allora dalle forze di sicurezza sono stati oltre trentamila, centinaia i feriti e diversi i morti.
di Emiliano Squillante
Il Manifesto, 19 febbraio 2021
Unione europea e Russia ai ferri corti. Borrell: rilasciatelo come firmatari della Convenzione europea dei diritti umani. La vicenda Navalnyj continua a generare tensioni nei rapporti tra Ue-Russia, dopo che il 16 febbraio la Corte europea per i diritti dell'uomo ha deciso di invitare Mosca a rilasciare l'oppositore, per cui è stata disposta la commutazione della sospensione della pena per il caso Yves Rocher in tre anni e mezzo di detenzione - di cui due anni e otto mesi da trascorrere in colonia penale.
La richiesta, confermata anche dalla difesa di Navalnyj, ha portato rapidamente alla dura reazione delle autorità russe: ad esprimersi - oltre al ministro della Giustizia Konstantin Chuichenko che ha definito le richieste "irricevibili" - anche la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, che ha parlato di conseguenze "catastrofiche". Non meno aspro il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, che ha parlato di un "tentativo inaccettabile di interferire negli affari interni della Russia: una decisione illegittima che è fonte di preoccupazione".
Sulla questione è intervenuto anche l'Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, che ha ribadito in un tweet il suo invito a rilasciare Navalnyj, ricordando che l'oppositore "dovrebbe essere rilasciato immediatamente" e auspicando che la Federazione "rispetti i suoi impegni internazionali in quanto firmataria della Convenzione europea dei diritti dell'uomo". Il capo della diplomazia comunitaria si è trovato recentemente nell'occhio del ciclone a seguito della sua visita a Mosca ad inizio mese, durante la quale ha discusso il caso Navalnyj con il ministro degli Esteri Sergej Lavrov.
Sono stati infatti 81 i deputati europei che, al suo rientro, hanno sottoscritto una lettera dell'eurodeputato estone Riho Terras (esponente del Partito popolare europeo), in cui si chiede alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, di intervenire per chiederne le dimissioni. Secondo Terras, l'Alto rappresentante avrebbe "provocato gravi danni alla reputazione dell'Ue e alla dignità del suo ufficio". Lo stesso Borrell, scrivendo sul suo blog, aveva confermato l'esito negativo della visita condannando l'espulsione di tre diplomatici europei - un polacco, un tedesco e uno svedese - dalla Russia annunciata durante la sua conferenza stampa con Lavrov.
Le tensioni sul fronte diplomatico sono poi proseguite con reazioni analoghe da parte di Berlino, Varsavia e Stoccolma, e anche ieri dopo che Mosca ha annunciato l'espulsione di un diplomatico dell'ambasciata estone, dopo un'analoga decisione delle autorità di Tallinn. Proseguono nel frattempo i procedimenti penali ai danni dei sostenitori di Navalnyj, che domani è atteso in tribunale per due udienze: l'esame del ricorso contro la sospensione della pena nel caso Yves Rocher e il proseguimento del processo per diffamazione. Anche il fratello di Navalnyj, Oleg, resterà agli arresti domiciliari per aver violato le norme sanitarie durante le manifestazioni del 23 gennaio scorso, secondo quanto disposto ieri dal tribunale della città di Mosca.
di Michele Pennetti
Corriere della Sera, 19 febbraio 2021
Da oggi nei supermercati e negli iper Coop di tutta Italia, in vendita i pomodori di Casa Sankara, l'azienda gestita a San Severo da braccianti africani di undici nazionalità. Da schiavi a produttori di pomodoro. Da clandestini delle campagne a protagonisti di una filiera che al punto uno prevede il rispetto delle regole. Da vittime dei caporali a loro concorrenti.
Le centinaia di migranti africani di undici nazionalità che vivono a Casa Sankara, l'immensa rimessa ristrutturata a San Severo dalla Regione per cancellare la vergogna della baraccopoli di Rignano Garganico, finalmente vedono realizzato il loro sogno.
Da oggi, sugli scaffali dei supermercati e degli iper di Coop Alleanza 3.0 di tutta Italia, compariranno i barattoli di pelati raccolti dai braccianti dell'associazione Ghetto Out - Casa Sankara e inscatolati in confezioni da 400 grammi con l'etichetta Riaccolto - La Terra della Libertà. In verità il marchio recita R'Accolto. Ma si legge riaccolto perché quell'apostrofo simbolizza una "i" minuscola, invisibile come lo erano gli extracomunitari ammassati a Rignano, che vivevano in condizioni disumane, sfruttati dai signori (per modo di dire) della terra.
Coltivati su quattordici ettari, è innegabile che questi pomodori abbiano un sapore diverso. Sprigionano la squisitezza dell'iniziativa promossa proprio da Coop Alleanza 3.0 e Legacoop Puglia che, insieme, sostengono la start up etica foggiana sbocciata quattro anni fa. Sprizzano la voglia di legalità che ha animato i ribelli del ghetto capitanati dal senegalese Mbaye Ndiaye, gli stessi che adesso gestiscono la "loro" azienda agricola in autonomia e abitano a Casa Sankara con le rispettive famiglie. Sintetizzano la riuscita (e la bellezza) del progetto di Stefano Fumarulo, il dirigente dell'antimafia sociale fortemente voluto da Michele Emiliano alla Regione, stroncato nel 2017 a 38 anni da un improvviso malore nel garage di casa a Bari.
"La catena virtuosa nata a San Severo è un tassello che si aggiunge al modello di società inclusiva che proprio Stefano agognava", dichiara Carmelo Rollo, presidente di Legacoop Puglia. "È la testimonianza - continua - di cosa accade quando il sistema cooperativo si mette a disposizione del territorio e crea un valore indiscusso per tutti. La Capitanata, da tempo identificata come verminaio di arbitrarietà e violazioni, diventa così un luogo di riscatto grazie anche al lungimirante supporto della Regione".
Soci e consumatori di supermercati e ipermercati Coop compreranno i pelati Riaccolto a un prezzo speciale, più alto della media in rapporto a merce simile. Lo scopo è aiutare la crescita dell'associazione Ghetto Out che si cura della produzione. Peraltro, condividendo sui social l'acquisto con l'hastag #CasaSankara e taggando Coop Alleanza 3.0, ciascuno potrà testimoniare già da stamane la sua scelta etica.
"Con questa campagna vogliamo sensibilizzare i nostri clienti, ma anche tutti gli stakeholder, a prendersi carico del tema dell'illegalità, delle sue cause e delle sue conseguenze", afferma Mario Cifiello, presidente di Coop Alleanza 3.0. "Il rischio che stiamo correndo, soprattutto in questi tempi di pandemia, è che l'impresa "cattiva" scacci quella buona e che la ricerca del prezzo più basso cancelli i diritti delle persone. I pomodori coltivati a San Severo - dichiara sempre Cifiello - sono la dimostrazione che un'altra economia, un altro modo di intendere le scelte da parte dei consumatori è possibile". Una storia di riscatto sociale e ribellione reale al caporalato. Una prova di accoglienza sincera che fa anche un po' bene al cuore.
di Chiara Gentili
sicurezzainternazionale.luiss.it, 19 febbraio 2021
Una protesta scoppiata nella prigione di Tacumbú, la più grande del Paraguay, martedì 16 febbraio, si è conclusa con un bilancio di almeno 7 vittime tra la popolazione carceraria. Centinaia di detenuti, armati di coltello, hanno scatenato oltre 24 ore di caos, prendendo il controllo di uno dei padiglioni della prigione, sequestrando 19 guardie e massacrandosi tra di loro. L'intervento delle forze antisommossa ha permesso di riportare l'ordine. Gli agenti, tuttavia, non sono riusciti ad evitare l'uccisione di almeno 7 persone, 3 delle quali decapitate.
"Non si tratta di uno scontro tra clan", ha chiarito il ministro della Giustizia, Cecilia Pérez, in un'intervista radiofonica, mercoledì 17 febbraio, dopo che alcuni media locali avevano fatto accenno ad una lite tra detenuti della mafia paraguaiana, Clan Rotela, e membri del gruppo brasiliano, Primer Comando Capital (PCC), la più grande organizzazione criminale del Sud America, che controlla parte del traffico illegale di droga, armi e persone al confine tra Brasile, Argentina e Paraguay. Secondo il governo di Asunción, la rivolta sarebbe iniziata in seguito al trasferimento di un detenuto del PCC che distribuiva droga all'interno della prigione. Andando più nel dettaglio, il ministro ha successivamente rivelato che la protesta sarebbe stata provocata dalla reazione di un settore organizzato contro il trasferimento di un pericoloso prigioniero, Efrén Orlando Benitez, coinvolto in un presunto piano di fuga che avrebbe consentito a diversi detenuti di scappare. Benitez era stato condannato a 19 anni di carcere nel gennaio 2020.
Mentre il caos dilagava all'interno di Tacumbú, fuori dal carcere, le famiglie di centinaia di detenuti si erano radunate per chiedere cosa stesse succedendo. Davanti all'entrata principale della prigione, file di poliziotti antisommossa stavano schierati, pronti ad entrare, con elmetti, scudi, manganelli e armi da fuoco. La tensione saliva dentro e fuori l'edificio, situato vicino al centro della capitale paraguaiana. Le tv diffondevano immagini dei rapitori che minacciavano di uccidere le guardie. Secondo gli ostaggi, circa 1.000 persone si sarebbero ammutinate mentre almeno 19 guardie carcerarie sarebbero state sequestrate.
Nel giro di poche ore, il ministro della Giustizia è arrivato davanti ai cancelli della prigione e ha iniziato a guidare la trattativa, che si è conclusa con il rilascio degli ostaggi e l'ingresso della polizia. "Erano tutti armati di coltelli e ci hanno portato in una cella, ci hanno rinchiusi con più di 50 persone a guardia. Non abbiamo visto quando sono avvenuti gli omicidi", ha detto uno degli ostaggi alla stampa locale, subito dopo il rilascio. Il testimone ha rivelato che i rapitori non li avrebbero torturati, ma solo minacciati di morte durante il rapimento.
Il Pubblico Ministero ha esaminato la prigione e ha confermato la morte, finora, di 7 detenuti, anche se non ha specificato dove o come siano morti, ad eccezione di tre di loro, che sono stati decapitati. Questo metodo viene spesso usato dalle mafie per inviare messaggi ai loro nemici. Il pm, Giovani Grisetti, ha detto ai giornalisti, fuori dal carcere, che i corpi sono stati portati all'obitorio giudiziario e che la verifica dei fatti proseguirà, quindi non ha escluso che ci possano essere altri morti.
"Il penitenziario è molto grande e l'ordine è stato recentemente ripristinato, quindi è evidente che risulta complicato svolgere il lavoro come si vorrebbe", ha sottolineato il pm, spiegando che "ci sono molte informazioni da elaborare". La procura, nel frattempo, è entrata nell'edificio per ispezionare le strutture dove è avvenuta la rivolta, subito dopo che il ministro della Giustizia ha lasciato il luogo dell'incidente. Perez ha riferito ai media che i detenuti avrebbero accettato di consegnare le guardie solo dopo essersi assicurati che "nessuna ritorsione sarebbe stata presa come conseguenza di tutto questo".
La prigione di Tacumbú ospita circa 4.100 persone, il doppio di quanto dovrebbe. "Le carceri paraguaiane sono state a lungo governate dalle mafie o dalla corruzione, alcune prigioni sono dominate dal PCC e altre dal clan Rotela. Tacumbú è dominata, in teoria, da quest'ultimo", ha rivelato al quotidiano El País Dante Leguizamón, avvocato paraguaiano esperto di sistemi carcerari ed ex presidente del Meccanismo nazionale per la prevenzione della tortura.
Questi 7 omicidi si aggiungono ad altri 392 decessi di persone che si trovano sotto custodia statale dal 2013, secondo un rapporto dell'ente. "Nelle informazioni del governo ci sono molte contraddizioni. Dicono che la rivolta di martedì sia dovuta al trasferimento di un prigioniero considerato membro del PCC, ma questo fatto non è decisivo. Il problema è che la lotta interna tra i clan avviene perché c'è un importante autogoverno tra i detenuti", ha spiegato Leguizamón, aggiungendo: "Lo Stato ha pochissime capacità di reazione e amministrazione a causa della precarietà in cui opera".
Sia i clan che le mafie sono cresciute e si sono rafforzate nelle carceri paraguaiane a causa delle pessime condizioni in cui vivono i prigionieri, con un livello molto alto di sovraffollamento, mancanza di accesso a servizi sanitari, alimentari, igienici o a un posto sicuro dove dormire. "Questo senza considerare l'uso della violenza da parte delle guardie carcerarie nei confronti dei settori più svantaggiati", ha sottolineato Leguizamón.
Il sistema carcerario paraguaiano è in crisi da molti anni, secondo rapporti statali e di organizzazioni per i diritti umani. "Fino ad ora, la risposta delle autorità è stata quella di costruire prigioni e non affrontare il problema sottostante, che è l'abuso della detenzione preventiva.
In Paraguay non esiste una politica criminale che affronti preventivamente i problemi per evitare i crimini. L'unica risposta è la repressione, cioè la prigione", ha detto ancora l'avvocato. La popolazione carceraria del Paraguay è cresciuta esponenzialmente negli ultimi 20 anni, dai circa 3.200 detenuti nel 2000 agli oltre 14.000 di oggi. Il Paese è primo nella regione per proporzione di persone incarcerate senza condanna e il quarto al mondo. Quasi l'80% dei detenuti deve ancora vedere un giudice, il che può richiedere in media dai sei mesi ai tre anni, secondo i rapporti del Meccanismo nazionale per la prevenzione della tortura.
In Paraguay ci sono 18 carceri per adulti e centri educativi per adolescenti, con 9.877 posti in tutto il sistema. "La maggior parte di questi sono stati costruiti dopo il 2000 e non hanno portato alcun miglioramento in termini di condizioni della popolazione carceraria perché si basano sull'espansione del modello di violenza, ingiustizia e privazione di Tacumbú", ha afferma l'avvocato paraguaiano Ximena López Jiménez, nell'ultimo rapporto annuale del Coordinatore paraguaiano dei diritti umani (Codehupy). Le azioni attuate in 25 anni non sono state efficaci e le problematiche del sistema penitenziario sono cresciute in relazione all'aumento della popolazione carceraria. "La questione richiede uno sguardo più incisivo che cerchi di individuare il fulcro del problema molto prima che raggiunga il sistema penale", ha concluso López Jiménez.
osservatoriodiritti.it, 18 febbraio 2021
Nell'anno del Covid-19 il numero dei detenuti nelle carceri italiane scende, ma il sovraffollamento continua a essere un problema in alcuni istituti. Mentre i suicidi raggiungono livelli preoccupanti. Ecco l'ultimo aggiornamento relativo 2020 con i nuovi dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
di Riccardo Bonacina
Vita, 18 febbraio 2021
Sono reduce dall'ascolto del discorso di insediamento di Mario Draghi al Senato accompagnato da 25 interruzioni per applausi e da un'ovazione finale di tutto il Senato in piedi. Un discorso finalmente di parole piene, pesanti, capaci di nominare cose, progetti, visioni, finalmente. Ci eravamo abituati a parole vuote, anzi a vanvera, invece delle visioni ci venivano ammansite liste della spesa. Bene così.
di Domenico Alessandro De Rossi
Il Riformista, 18 febbraio 2021
Draghi ce l'ha fatta. Il primo tempo destinato alla formazione della squadra dei ministri ha dato risultati in parte attesi, in taluni casi molto importanti, vista l'alta qualità delle new-entry. Alcuni sicuramente eccellenti, i nuovi ingressi sono fondamentali per una ricostruzione sistemica per riportare il Paese su di una soglia di credibilità e di efficienza operativa, ormai giunta in questi ultimi anni a livelli insostenibili per il grado di incapacità e attendibilità. In tutta evidenza i principali ministeri-chiave per la ripresa strutturale sono nelle mani del presidente del Consiglio, alcuni di questi anche "strappati" ai precedenti titolari politici, decisamente ora affidati alle responsabilità di personalità di altissimo spessore e di grande esperienza.
di Paolo Berizzi
La Repubblica, 18 febbraio 2021
Nella relazione annuale la Dna spiega che il regime "deve essere potenziato e mai attenuato, atteso che sul fronte della lotta alla mafia si può solo avanzare e non arretrare e che, in tale contesto, il ruolo dell'istituto previsto dall'articolo 41bis è imprescindibile".
Il 41bis va potenziato - e non attenuato - anche con nuovi investimenti per la creazione di strutture adatte. È quanto scritto nella relazione annuale della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dna). In cui si legge che tale regime carcerario "deve essere potenziato e mai attenuato, atteso che sul fronte della lotta alla mafia si può solo avanzare e non arretrare e che, in tale contesto, il ruolo dell'istituto previsto dall'articolo 41bis è imprescindibile".
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