di Liana Milella
La Repubblica, 20 febbraio 2021
Drammatico appello, scritto a mano e con tutte le firme in calce, dei reclusi nel carcere romano che lamentano, per via del Covid, una detenzione dura, in sei in una cella, senza poter vedere da mesi le famiglie e i figli, e senza poter usufruire dei trattamenti.
Scritto a mano, e sottoscritto dai detenuti di Rebibbia. Un drammatico appello per la Guardasigilli Marta Cartabia che, proprio oggi su Repubblica, mette il carcere tra le priorità del suo programma di governo da ministro della Giustizia. E basta leggere la lettera per comprendere come abbia ragione Cartabia quando dice che nelle prigioni vanno garantititi i diritti umani e la funzione rieducativa della pena scritta nella Costituzione.
Ma proprio leggendo "l'accorato appello" dei detenuti di Rebibbia si ha la conferma che il mondo delle patrie galere, purtroppo, non va affatto in questa direzione. Come del resto aveva testimoniato il "Viaggio nelle carceri" condotto dalla Corte costituzionale, che aveva visto sette giudici, tra cui la stessa Cartabia, entrare in altrettanti penitenziari. E il viaggio, con l'ex presidente Giorgio Lattanzi, era partito proprio da Rebibbia in una giornata di grandi emozioni nel momento del primo incontro dei detenuti da una parte, dei giudici costituzionali dall'altra.
La lettera - "Gentile professoressa - scrivono adesso i detenuti - le chiediamo di adoperarsi affinché possa esserci restituita quella condizione di rispetto che ogni persona meriterebbe e che invece, da ormai troppo tempo, ci è sottratta, la dignità".
Essere colpevoli e scontare una pena non può comportare anche la rinuncia ai propri diritti. Scrivono ancora i detenuti di Rebibbia: "A causa dei nostri errori portiamo giustamente la nostra croce quotidiana, tuttavia non riteniamo corretto che a questo peso se ne aggiungano altri a causa dell'inefficienza del sistema penitenziario". E qui segue l'accorata denuncia di una situazione ormai abituale per le carceri italiane dove però l'esplosione della pandemia ha aggravato le carenze e le inefficienze del sistema. Con il blocco dei colloqui, lo stop ai pacchi dall'esterno, le docce negate per via della promiscuità da Covid, le ore d'aria cancellate. "L'avvento della pandemia - scrivono i detenuti di Rebibbia - ha peggiorato le condizioni di vita di chi è costretto a vivere 24 ore su 24 in celle di 20 metri quadri con sei persone". È l'antico male del sovraffollamento che, nonostante i numeri dei detenuti siano calati - da oltre 60 a 51mila - continua a ripresentarsi.
Il primo e terribile effetto, sin dal marzo 2020, è stata la riduzione dei colloqui e dei contatti con i familiari, ritenuti possibili agenti patogeni che potevano introdurre il virus nelle celle. È divenuto impossibile "incontrare i propri cari", con la conseguenza che alcuni rapporti sono stati definitivamente recisi. I detenuti di Rebibbia segnalano il drammatico rapporto con i loro figli. "Tantissimi bambini, anche in tenera età, non vedono il proprio genitore da troppo tempo". E secondo chi ha scritto alla neo Guardasigilli "nessun rimedio concreto è stato adottato dalle autorità competenti" per risolvere il problema. Perché certamente "non possono bastare pochi minuti di videochiamata per tenere in piedi i legami affettivi".
Il Covid "ha anche bloccato da mesi ogni attività di studio e di lavoro" condannando di fatto i detenuti alla più completa inattività. Senza contatti con le famiglie, ma solo pochi minuti di videochiamata, senza un sostegno terapeutico interno, senza ora d'aria, senza il lavoro dentro il carcere. Una situazione "disperata" che, denunciano i detenuti di Rebibbia, "stiamo vivendo da troppo tempo". I detenuti, nella lettera, citano Voltaire quando scrive "il grado di civiltà di una nazione si misura osservando le condizioni delle sue carceri". E poi fanno appello a Cartabia perché, "discostandosi dall'inerzia del precedente esecutivo si allinei agli altri Paesi che sono intervenuti con misure urgenti e straordinarie".
di Simona Musco
Il Dubbio, 20 febbraio 2021
L'argomento eterno è quello della ragionevole durata del processo, ma l'esperienza obbligata della pandemia ha aggiunto anche altri temi, che vanno perfezionati. E non bisogna lasciare indietro il penale e il carcere, perché una pena in grado di rieducare per davvero restituisce molto alla società anche in termini economici. A dirlo è la dem Anna Rossomando, vicepresidente del Senato, che non rinuncia alla strategia del suo partito: affrontare parallelamente le due riforme e arrivare ad una loro approvazione in tempi ragionevoli.
Il Pd non vuole mollare la presa sul penale. Però la Commissione europea ha insistito, in maniera particolare, sulla riforma del processo civile...
Questo per via del fortissimo legame che ha con lo sviluppo, con il sistema creditizio e quello imprenditoriale e con i diritti dei singoli e delle imprese. La novità è che con il Recovery abbiamo a disposizione un investimento senza precedenti. Si parla di 2- 3 miliardi, con capitoli di spesa che riguardano anche le cittadelle giudiziarie. Risorse che ci danno la possibilità di intervenire sul personale amministrativo e giudiziario e anche sulla loro specializzazione. Poi c'è la questione della digitalizzazione, un percorso iniziato da tempo e che va portato a termine, facendo tesoro anche delle esperienze fatte durante la pandemia, alcune delle quali, almeno nel civile, meritano di essere mantenute. Ma ciò implica anche una migliore e diversa organizzazione, perché non si tratta di una mera sommatoria di dati informatici. Poi c'è un altro aspetto che, come avvocato, mi sta particolarmente a cuore: la salvaguardia del diritto di difesa e della qualità dei giudizi.
La Corte dei Conti ha infatti evidenziato la necessità di non lasciare indietro la riforma del processo penale, che sull'economia incide, basti pensare alle misure cautelari reali. C'è spazio per accelerare anche questo iter?
Penso non solo che si possa, ma che lo si debba fare. In ogni caso non partiamo da zero e di questo troviamo le tracce anche nella legge di Bilancio approvata a Natale, con un investimento forte proprio in termini di assunzioni nel comparto giustizia. Aggiungo inoltre che c'era stata un'autorizzazione di spesa di 25 milioni di euro per l'ampliamento e l'ammodernamento degli spazi che riguardano il lavoro dei detenuti e quindi sulla pena, sulla funzione rieducativa e il reinserimento. Cosa manca affinché l'Europa sia contenta di queste riforme? Coniugarle con un ulteriore ampliamento delle risorse umane e materiali e un arricchimento professionale. Aspetti importanti, quando si parla di qualità dei giudizi, sono anche la specializzazione e la preparazione, come sottolineato anche dal presidente Draghi. E poi interventi molto mirati sulla procedura. Ovviamente con la semplificazione dei riti, però in modo molto puntuale. E bisogna anche investire su esperti che si occupino di fare un piano di riorganizzazione che tenga conto della sfida digitale. C'è un altro aspetto: questo piano di ripresa e resilienza inaugura una indispensabile nuova stagione di investimenti industriali e la transizione ecologica, che a maggior ragione necessita di un "sistema civile" dei rapporti economici, commerciali e giuridici tra imprese che funzioni. Quindi non è solo un problema di allineamento con l'Europa: questo grande input di sviluppo ha bisogno di un nuovo servizio giustizia su cui poggiare. Pensiamo a quanti contratti partiranno, anche con aspetti innovativi: dobbiamo prevedere un'agilità contrattuale.
Il Cnf ha proposto di esternalizzare alcuni aspetti della giustizia civile, può essere una strada?
Ci sono due problemi distinti: il primo riguarda l'arretrato, male endemico, soprattutto nel civile, e nessuna riforma può partire se non lo si elimina. Nella scorsa legislatura si era provveduto con un decreto che aveva consentito di eliminarne una grossa parte e questo ci aveva anche fatto meritare degli apprezzamenti in Europa. La conditio sine qua non, dunque, è un investimento di risorse straordinarie in questa direzione. Con riferimento al ruolo dell'avvocatura, per quanto riguarda l'esternalizzazione, credo che si possa lavorare su quegli aspetti di volontaria giurisdizione laddove non c'è contenzioso, sul potenziamento della negoziazione assistita e dell'arbitrato. Tutto ciò a patto che si lavori contemporaneamente su un alleggerimento del peso fiscale e sulla sua onerosità, in quanto, per cultura politica, il Pd è contrario a una giustizia selettiva, basata sul censo: selezionare e ridurre i costi per lo Stato aumentando i costi per i cittadini non va bene. D'altra parte, proprio nella scorsa legislatura si era aperta una grande strada sulla negoziazione assistita, non solo per alleggerire il carico, ma anche per dare maggiore ruolo e responsabilità all'avvocatura, che deve essere considerata una parte del sistema giurisdizionale con delle competenze e una funzione pubblica.
C'è anche da rivedere, sempre in tema di Recovery Plan, l'investimento sull'infrastruttura carceraria. Cosa bisogna fare?
Puntare sulle misure alternative. Abbiamo lavorato molto nella scorsa legislatura e anche se all'inizio di questa era rimasto un po' nell'angolo, continuo a ritenerlo un tema molto importante. Sia le misure alternative sia i modi differenti e differenziati con i quali scontare una pena nelle strutture detentive hanno molto a che vedere con i costi in termini sociali, che si traducono anche in costi economici per la società. Questo è un punto di discussione sul quale magari non la pensano tutti allo stesso modo, ma sicuramente il mio partito non ha mai mollato la presa su una rivisitazione dell'esecuzione della pena in questo senso. E mi piace ricordare, considerato che la ministra della Giustizia è la presidente Cartabia, che la Corte Costituzionale con la presidenza di Giorgio Lattanzi, ha fatto una cosa rivoluzionaria portando la Consulta nelle carceri; ritenendo che i detenuti sono cittadini titolari di diritti e di doveri e che imparando questo possono, a maggior ragione, adempiere ai loro doveri. Sappiamo ancora quanto ci sia da fare per le nostre carceri, perché per le attività rieducative e lavorare servono strutture attrezzate e spazi. Tutte cose molto restitutive nei confronti della società, non solo nei confronti di queste persone. Tra l'altro, la pandemia ha accentuato tutta una serie di problemi, come il sovraffollamento.
La ministra Cartabia ha annunciato un ordine del giorno sul tema della prescrizione. Cosa ne pensa?
Lo vedo molto favorevolmente. Sulla politica giudiziaria non la pensiamo tutti allo stesso modo, ma se si sta al merito è più facile trovare delle soluzioni. La prescrizione non è lo strumento per accelerare i processi e va rivista nel quadro generale della riforma del processo penale e quindi affrontando la questione della ragionevole durata del processo. Non vorrei sembrare affezionata al passato, ma avrei aspettato di vedere gli effetti della riforma Orlando, che aveva inserito un breve periodo di sospensione, argine a un perimento anticipato del processo, insieme a una serie di misure deflattive. In realtà non c'è stato il tempo di poterne osservare i risultati, ma si potrebbe ripartire da quella impostazione. In ogni caso, la cultura giuridica dell'attuale ministra della Giustizia è una garanzia per tutti.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 20 febbraio 2021
Tregua nella maggioranza, ma Bonafede vuole la Commissione giustizia. Il gesto distensivo della ministra che va alla Camera dai capigruppo. Marta Cartabia fa la prima mossa da ministra sulla scacchiera della politica e vince. A sorpresa l'altra sera si è presentata alla Camera e ha chiesto un incontro con i capigruppo della maggioranza. Non capita quasi mai che il ministro Guardasigilli vada dai parlamentari; in genere li convoca. Mosse significative, come quella di ieri, quando ha scelto di visitare gli uffici del Garante per i diritti dei detenuti, Mauro Palma, un modo plateale per sottolineare la sua attenzione, finora dottrinale, domani concreta, al mondo delle carceri.
Giovedì la ministra aveva l'urgenza di parlare della prescrizione, ovvero gli emendamenti al decreto Milleproroghe contro la riforma che porta la firma del grillino Alfonso Bonafede, e che potevano portare a un'immediata esplosione delle tensioni. In tasca, Cartabia aveva un ordine del giorno che hanno poi firmato tutti. È uscita insomma dalla riunione, tenutasi nella sala del governo, con un'inattesa tregua e un generale apprezzamento. Sulla prescrizione, seguendo l'invito della ministra ("evitiamo strappi, c'è il tempo per ragionare") è stata stipulata una "pax" che durerà qualche tempo. Nel frattempo lei studierà i testi ereditati da Bonafede e tra questi la riforma del processo penale: se funzionasse, e i tempi si velocizzassero, allora la questione della prescrizione perderebbe di forza. Sia a mantenerne lo stop, sia a ripristinarla.
La soluzione Cartabia sarà un prossimo disegno di legge delega, entro il quale sarà affrontato, come recita l'ordine del giorno, "il nodo della prescrizione all'interno delle riforme del processo penale, nell'ambito cioè di un disegno più organico che consenta il bilanciamento dei principi costituzionali". Ha spiegato infatti la ministra, con il piglio di ex presidente della Corte costituzionale, che occorre contemperare l'efficacia della giustizia con i diritti degli imputati, la ragionevole durata del processo con la necessità di un processo giusto. E ha poi spiegato che il tempo per operare c'è, dato che i primi effetti pratici del blocco della prescrizione si vedranno a partire dal 2024 per le contravvenzioni e dal 2025 per i reati minori.
Nelle stesse ore, Draghi, che procede in stretto coordinamento con la ministra, rimarcava in Aula uguali concetti, invocando un processo che "rispetti tutte le garanzie e i principi costituzionali, che richiedono ad un tempo un processo giusto, e un processo di una durata ragionevole". La traiettoria politica è segnata, insomma. Si sospendono le ostilità e si prova a ragionare su una riforma del processo penale che funzioni sul serio. Dice perciò Alfredo Bazoli, Pd: "Ho condiviso la proposta. Ricalca quanto abbiamo più volte suggerito per la nuova fase politica: affrontare nodi delicati come quelli della prescrizione dentro il campo più largo della riforma del processo penale". Gli fa eco Enrico Costa, Azione: "Bene il metodo, di rispetto per il Parlamento. Ora però viene il difficile: calibrare una riforma che sia efficace sul serio". Si respira molta speranza anche nel centrodestra, specie dopo avere sentito un Draghi così chiaro sulle garanzie e i tempi del Giusto Processo.
Sulla voglia di lavorare assieme, si staglia però un'ombra: l'ex ministro Bonafede vuole tornare alla commissione Giustizia, forse con il ruolo di capogruppo M5S. È evidente che se intende battagliare per una difesa a oltranza delle sue proposte, così indigeste a tutti gli altri, si rischia un clima da scontro continuo. Con buona pace della tregua. Dice intanto una voce molto addentro alla materia: "I grillini non hanno più quel peso determinante che avevano. Dovranno rendersi conto che non possono più imporre diktat".
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 20 febbraio 2021
Le parole della Guardasigilli sulla prescrizione mettono in allarme la dirigenza pentastellata. Cosa avrà in mente la neo ministra della Giustizia Marta Cartabia quando parla di impegno ad affrontare il nodo della prescrizione all'interno della riforma complessiva del processo penale? È questa la domanda che alcuni grillini cominciano a porsi mentre il partito perde pezzi, smatellato a colpi di scomuniche ed espulsioni.
Non è il momento di mettere altra carne al fuoco, dopo l'allontanamento dei ribelli, indisponibili ad abbracciare con entusiasmo la svolta "draghiana" voluta fortemente da Beppe Grillo. La giustizia è il core business del Movimento 5 Stelle e la riforma della prescrizione è l'applicazione pratica di una visione secca sintetizzabile in due slogan: "Al primo dubbio, nessun dubbio", come amava ripetere Gianroberto Casaleggio, e "sei innocente non finisci in carcere", per citare l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede. Ed è su questa nettezza senza sfumature, sul sospetto metro di purezza, che i grillini hanno conquistato il cuore, e la pancia, di milioni di elettori.
E chiedere ai grillini un'abiura pure sulla prescrizione sarebbe troppo. Soprattutto perché i fuoriusciti hanno già iniziato bombardare il quartier generale pentastellato con accuse di "tradimento" ai valori fondanti. Il vocabolario retorico di un'intera vita politica scagliato addosso ai vertici 5S, ormai diventati responsabili. Un esempio? Le parole utilizzate da Andrea Vallascas, deputato espulso per l'insubordinazione a Draghi, che nel commentare la sua lettera di "licenziamento" dal Movimento risponde così a Vito Crimi: "La mia coscienza, il mio Paese, verranno sempre prima di un diktat politico partorito per ragioni di puro calcolo da persone con la sensibilità istituzionale del nostro Capo Politico, che non si scompone di sedersi gomito a gomito con gli eredi politici di Dell'Utri ma poi si mette in cattedra e darci lezioni di etica e coerenza".
Quelle di Vallascas non sono semplicemente parole dettate dalla rabbia e dalla delusione, contengono l'intero immaginario politico del grillismo, formato da due squadre contrapposte: onesti e disonesti. E basta solo citare la nuova alleanza di governo con Forza Italia - o un suo storico esponente - per ascrivere Crimi e compagni all'altra squadra, quella dei conniventi, nella logica dei dissidenti ("al primo dubbio, nessun dubbio").
La prescrizione diventa di conseguenza l'ultima trincea da cui non schiodare per il M5S, per evitare che l'intera struttura crolli. I grillini si aggrappano così alla parte rassicurante del discorso di Cartabia, a quella non urgenza di metter mano alla riforma Bonafede per dedicarsi alla riforma più ampia del processo penale. Guadagnare tempo prezioso prima di possibili ritocchi alla prescrizione e procedere spediti all'epurazione del dissenso senza tentennamenti.
È questa l'esigenza immediata. Sono già 36 - 15 senatori e 21 deputati - i parlamentari messi alla porta. E pazienza se, con questi numeri, i dissidenti potranno creare un Gruppo in entrambe le Camere, Grillo non vuole avere più niente a che fare col passato. Passato da cui proviene anche il simbolo che probabilmente verrà messo a disposizione degli epurati per aver diritto a una rappresentanza organizzata Parlamento: l'Italia dei valori, l'antenato del Movimento 5 Stelle.
Buona parte dell'armamentario sull'onestà, infatti, proviene proprio dal partito fondato dall'ex pm di Mani pulite, che adesso potrebbe essere rianimato. Per questo gli espulsi rivendicano la loro fedeltà allo spirito originario contro la deriva governista. Un'argomentazione che non lascia indifferenti alcuni esponenti di peso del M5S, come Paola Taverna, critica con l'operazione Draghi ma non al punto di uscire dai ranghi, che spera ancora in un "reintegro" dei ribelli. "Ricordo che tanti colleghi che hanno votato in dissenso sono parte fondamentale del Movimento, oltre che amici fraterni e compagni di tante battaglie. Serve unità adesso, perché proprio in questo momento comincia la nostra più grande partita", scrive su Facebook la vice presidente romana del Senato. Persino il collegio dei probiviri, l'organismo che dovrebbe certificare il cartellino rosso per la "fronda", si spacca, con una componente su tre, Raffaella Andreola, che chiede la sospensione dei provvedimenti.
Perché tra le "pedine" sacrificate figurano anche personaggi chiave della storia pentastellata: l'ex ministra per il Sud Barbara Lezzi e, soprattutto il presidente della commissione parlamentare Antimafia Nicola Morra. Molti eletti temono che buttare fuori esponenti di quel calibro significa esporre il partito al fuoco martellante di Alessandro Di Battista, che oggi ha convocato militanti e simpatizzati per una diretta su Instagram alle sei del pomeriggio. Anche per questo, tenere il punto sulla prescrizione non sarà solo questione politica, ma di sopravvivenza.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 febbraio 2021
La Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministrazione penitenziaria che si era opposta alla decisione del Tribunale di sorveglianza de L'Aquila. Per la Cassazione, il detenuto al 41bis non può acquistare il cibo che è invece consentito ai detenuti comuni. Il Magistrato di sorveglianza de L'Aquila ha accolto il reclamo presentato da Carlo Greco, sottoposto nella Casa circondariale de L'Aquila al regime del 41bis, avente ad oggetto il mancato inserimento nel "modello 72" di una serie di prodotti alimentari che sono invece consentiti ai detenuti non sottoposti al regime differenziato e la previsione di determinate fasce orarie in cui ai detenuti sottoposti al predetto regime penitenziario era consentito cucinare.
Per questo ha disposto che la Direzione di quell'Istituto consentisse al reclamante di acquistare al "modello 72" gli stessi cibi acquistabili presso le altre sezioni del carcere e di cucinare cibi senza la previsione di fasce orarie.
Con successiva ordinanza il Tribunale di sorveglianza dell'Aquila ha rigettato il reclamo proposto dall'Amministrazione, rilevando, preliminarmente, come la Corte costituzionale, con sentenza n. 186 del 2018, avesse ritenuto che il divieto di cuocere cibi al 41bis, costituisse una limitazione, non contemplata per i detenuti comuni, contraria al senso di umanità della pena e costituente una deroga ingiustificata all'ordinario regime carcerario in quanto estranea alle finalità proprie del regime differenziato e, dunque, dalla valenza meramente e ulteriormente afflittiva.
Per tale ragione, doveva garantirsi che i detenuti in regime duro fossero assimilati, sotto l'aspetto relativo all'alimentazione, ai detenuti delle sezioni comuni e di Alta Sicurezza: per questo, secondo il tribunale di sorveglianza, in assenza di ragioni di sicurezza per un trattamento diverso, non c'è alcuna giustificazione una restrizione dell'orario in cui i detenuti potevano dedicarsi alla cottura dei cibi; così come la mancata omologazione dei generi alimentari presenti nel "modello 72" dei detenuti appartenenti ai vari circuiti configura una ingiustificata disparità di trattamento, con la sottoposizione dei soggetti al 41bis un trattamento ulteriormente afflittivo privo di qualunque giustificazione, trattandosi di beni non di lusso.
L'amministrazione penitenziaria a quel punto ha fatto ricorso in Cassazione che è stato accolto, con la sentenza numero 4031, con la premessa che l'acquisto di cibi pregiati diventa una possibile dimostrazione di potere, annullando l'ordinanza, ma con rinvio al tribunale per un nuovo giudizio. Perché? La Cassazione ritiene necessario sollecitare, da parte dei giudici di merito, un ulteriore sforzo motivazionale, volto a chiarire di quali beni si sia chiesta l'inclusione nel "modello 72", in modo da poter verificare la ragionevolezza o meno della scelta in rapporto alle finalità proprie del regime differenziato.
di Debora Alberici
Italia Oggi, 20 febbraio 2021
Il recluso non ha diritto a essere risarcito per la detenzione inumana quando, pur essendo molto piccola la cella, ha comunque libertà di movimento all'esterno. Lo hanno sancito le Sezioni unite penali della Corte di cassazione che, con la sentenza n. 6551 del 19 febbraio 2021, hanno respinto il ricorso del Ministero della giustizia, condannato a risarcire oltre 4 mila euro a un detenuto, che aveva usato diversi criteri di calcolo dello spazio vitale.
Il Massimo consesso di Piazza Cavour ha risolto un radicato contrasto di giurisprudenza. Alle fine delle ventisette pagine di motivazioni ha infatti affermato espressamente che "i fattori compensativi costituiti dalla breve durata della detenzione, dalle dignitose condizioni carcerarie, dalla sufficiente libertà di movimento al di fuori della cella mediante lo svolgimento di adeguate attività, se ricorrono congiuntamente, possono permettere di superare la presunzione di violazione dell'art. 3 Cedu derivante dalla disponibilità nella cella collettiva di uno spazio minimo individuale inferiore a tre metri quadrati; nel caso di disponibilità di uno spazio individuale fra i tre e i quattro metri quadrati, i predetti fattori compensativi, unitamente ad altri di carattere negativo, concorrono alla valutazione unitaria delle condizioni di detenzione richiesta in relazione all'istanza presentata ai sensi dell'art. 35-ter ord. pen.
Prima ancora di arrivare a questa conclusione le Sezioni unite hanno fornito un altro importante elemento per individuare la detenzione inumana, e cioè che "nella valutazione dello spazio minimo di tre metri quadrati si deve avere riguardo alla superficie che assicura il normale movimento e, pertanto, vanno detratti gli arredi tendenzialmente fissi al suolo, tra cui rientrano i letti a castello".
Tutto ciò risponde alle indicazioni della Corte dei diritti umani secondo cui l'attribuzione di uno spazio individuale inferiore al minimo di tre metri quadrati non comporta inevitabilmente e di per sé la violazione dell'art. 3 Cedu, ma fa sorgere soltanto una forte presunzione, non assoluta, di violazione. Ha, inoltre, stabilito che tale presunzione può essere vinta dagli effetti cumulativi degli altri aspetti delle condizioni di detenzione.
Avvenire, 20 febbraio 2021
Occorre più rispetto per i diritti dei detenuti e vanno migliorate le condizioni in cui vivono. In particolare nelle celle va assicurato un adeguato spazio di movimento di almeno tre metri quadri liberi dai mobili fissi, come i letti a castello. Altrimenti è necessario che ci siano adeguate attività esterne. Il richiamo rivolto al Ministero della Giustizia, viene dalle sezioni unite della Corte di Cassazione che hanno confermato il diritto di un ex detenuto a un indennizzo, anche se di nemmeno un euro al giorno, per i 4.571 giorni trascorsi nei più affollati e fatiscenti penitenziari (Pianosa, Palmi, Reggio Calabria, Carinola, Napoli-Poggioreale e Larino). Secondo il Ministero, invece, nel computo dello "spazio vitale" dovevano finire i metri occupati dai letti e persino il bagno. Ma la Cassazione, sulla scorta delle ultime indicazioni della Corte europea per i diritti umani, ha deciso diversamente.
di Piercamillo Davigo
Il Fatto Quotidiano, 20 febbraio 2021
Il lettore Salvatore Griffo domanda: "Per quale ragione la riforma della prescrizione del ministro Bonafede determinerebbe processi 'infiniti' come sostenuto dai politici che vorrebbero abolirla per tornare al sistema precedente? Ma, prima della sciagurata riforma del governo Berlusconi, la durata dei processi era così lunga?".
È necessario chiarire bene che cos'è la prescrizione penale in Italia. L'art.157 del codice penale (come modificato dalla legge 5 dicembre 2005, n. 251, detta "ex Cirielli" perché l'on. Cirielli, che l'aveva proposta, chiese di non chiamarla più con il suo nome) stabilisce: "La prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si trattali contravvenzione, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria".
La prescrizione decorre dalla consumazione del reato e non da quando la notizia di questo reato perviene all'autorità giudiziaria. Per esempio, in materia di reati fiscali, poiché di frequente gli accertamenti vengono fatti dagli uffici finanziari dopo cinque anni dalla commissione, le notizie di reato pervengono quando gran parte del termine è decorso, anche se i termini sono prolungati di un terzo.
Il compimento di determinati atti (sentenza di condanna, ordinanza cautelare personale, interrogatorio e altri) interrompe il decorso della prescrizione, che poi ricomincia a decorrere, ma il termine complessivo non può superare quello iniziale aumentato di un quarto. Questa, insieme ai criteri di priorità, spiega perché molte prescrizioni maturano in fase di indagini preliminari. In quasi tutti gli Stati la prescrizione è un istituto di natura processuale e non sostanziale e smette di decorrere con l'inizio del processo. Anche in Italia, nel processo civile la prescrizione cessa di decorrere con l'inizio del processo.
La Corte di giustizia dell'Ue ha ritenuto che il precedente sistema di prescrizione penale italiano contrasti col diritto comunitario e consentito solo per il tempo anteriore alla direttiva 2017/1371 del Parlamento europeo e del Consiglio, perché impedisce l'adozione di sanzioni efficaci, dissuasive e proporzionate su gravi frodi dell'Iva. I fautori del ritorno alla prescrizione che decorre durante le impugnazioni sostengono che il suo blocco farebbe durare all'infinito i processi.
È vero il contrario. Anzitutto esistono reati imprescrittibili: quelli puniti con la pena dell'ergastolo anche per effetto di circostanze aggravanti. Se fosse fondata la tesi che la prescrizione accelera i processi quelli per reati imprescrittibili non si farebbero mai. Quali sono le ragioni della durata dei processi? La causa principale deriva dal loro numero.
Semplificando: se un giudice ha un processo da fare e questo richiede quattro udienze durerà quattro giorni. Se sono necessari adempimenti fra un'udienza e l'altra (disporre perizia, acquisire documenti, citare testi) che richiedono, ad esempio, un mese, il processo durerà quattro mesi. Ma se il giudice ha duemila processi sul ruolo e la prima udienza libera è dopo un anno, un processo di quattro udienze durerà quattro anni. L'idea che i giudici italiani non facciano nulla e che solo la prescrizione imminente li induca a trattare i processi è falsa.
La loro produttività è una delle più alte d'Europa. La vera anomalia italiana è la dimensione del contenzioso: le sopravvenienze civili annue contenziose di primo grado per ogni giudice in Italia sono 438,06; in Francia 224,15; in Germania 54,86. Le sopravvenienze penali annue di reati gravi per ogni giudice, in Italia sono 190,71; in Francia 80,92; in Germania 42,11 (dati Cepej 2008; per il 2010 non sono disponibili i dati della Germania). La diminuzione del numero dei procedimenti si può ottenere in sede penale riducendo drasticamente le fattispecie di reato con un'ampia depenalizzazione, riduzione della perseguibilità d'ufficio e introducendo apprezzabili margini di rischio per chi propone impugnazioni infondate e dilatorie. Neppure è vero che il numero dei giudici di professione in Italia sia insufficiente.
Tale numero, come indicano i rapporti della Commissione europea per l'efficienza della giustizia, è in linea con quello di uno Stato per certi versi simile come la Francia. La strada percorribile per fronteggiare i tempi inaccettabili della durata dei procedimenti non sembra quindi quella di aumentare il numero di giudici (e quindi in generale dei magistrati, dovendo coerentemente in tale ipotesi incrementare il numero degli addetti al pubblico ministero), anche perché gli esiti degli ultimi concorsi non consentono illusioni in proposito, salvo che si ritenga di abbassare la soglia qualitativa oggi richiesta per superare la giustamente rigorosa selezione (un recente concorso a 500 posti di magistrato ordinario in tirocinio ha prodotto 253 idonei su decine di migliaia di domande).
In Italia vengono proposte impugnazioni in un numero che non ha eguali in altri Paesi: la Cassazione italiana tratta quasi 90.000 processi ogni anno (di cui quasi 60.000 penali), quella francese 1.000. La Corte suprema degli Stati Uniti d'America ne tratta 80!
Le ragioni delle impugnazioni così numerose stanno nell'assenza di deterrenze a proporre appelli e ricorsi solo dilatori (confidando nell'arrivo della prescrizione e comunque per differire l'esecuzione della pena). Nel caso di ricorso inammissibile viene inflitta una sanzione amministrativa di circa 2.000 euro, ma di queste sanzioni viene incassato solo il 4%. Il resto sono chiacchiere.
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 febbraio 2021
Incontra i partiti e li vincola a un ordine del giorno: la riforma penale assicuri processi giusti e non eterni. Poi vede il Garante dei detenuti. La lite sulla prescrizione va avanti da più di tre anni. Alla guardasigilli Marta Cartabia sono bastati tre quarti d'ora per sistemare la questione. Giovedì sera, in un incontro a Montecitorio con i responsabili Giustizia della maggioranza, ha messo a punto un ordine del giorno sulla giustizia penale. Condiviso da tutti e chiarissimo: le "modifiche normative" in arrivo dovranno intervenire sulla riforma del processo "nel pieno rispetto della Costituzione".
Con Marta Cartabia converrà ricorrere a uno specifico aggiornamento formativo. Semplice, in fondo. Testo di riferimento: le sentenze della Corte costituzionale. Nella loro parte conclusiva in genere sono scritte con un periodo molto lungo, densissimo, che ha nella sua ampiezza il pregio di contenere tutto, ma proprio tutto, pur senza entrare nei dettagli. Sono affermazioni di principio astratte in grado di contemplare tutti i possibili casi concreti. Bene. La tecnica del "lodo Cartabia" sulla prescrizione, proposto dalla ministra giovedì sera e fulmineamente condiviso da tutta la maggioranza, è come una sentenza della Consulta. Basta leggerlo. Forma scelta: ordine del giorno, che sarà messo ai voti nelle prossime ore alla Camera, collegato al decreto Milleproroghe. Il testo impegna il governo "ad adottare le necessarie iniziative di modifica normativa e le opportune misure organizzative volte a migliorare l'efficienza della giustizia penale, in modo da accertare fatti e responsabilità in tempi ragionevoli (articolo 111 della Costituzione), assicurando al procedimento penale una durata media in linea con quella europea, nel pieno rispetto della Costituzione, dei principi del giusto processo, dei diritti fondamentali della persona e della funzione rieducativa della pena". C'erano capigruppo e responsabili Giustizia di tutti i partiti che sostengono il governo Draghi. Come nelle sentenze della Corte, la norma sulla prescrizione non è esplicitamente evocata, ma è il punto di caduta sostanziale.
L'assunto induce al ritiro degli emendamenti "anti Bonafede" anche Forza Italia, la Lega e Italia viva, in linea con quanto già comunicato martedì da Enrico Costa (Azione) e Riccardo Magi (+ Europa). Ma è evidente la norma Bonafede cambierà, e che sarà corretta ben oltre il lifting del "lodo Conte bis". Cartabia si muoverà sì in modo da assicurare "effettività nell'accertamento dei reati e delle responsabilità personali". Ma anche secondo i principi costituzionali del "giusto processo" e della "funzione rieducativa della pena". Cosa vuol dire? Primo: il giusto processo, secondo l'evocato (dalla guardasigilli) articolo 111, è quello che si celebra a una distanza non smisurata dal presunto illecito, altrimenti è impossibile per l'imputato difendersi, trovare chi si ricordi cosa avvenne davvero e possa testimoniare in suo favore. Secondo: se la durata deve essere "ragionevole" in modo da essere anche compatibile con la "funzione rieducativa della pena", vuol dire che non ha senso condannare qualcuno trent'anni dopo il fatto, quando cioè è un'altra persona (non ha senso se non per i reati più gravi, che non si prescrivevano mai già prima di Bonafede). Ergo, la ministra reintrodurrà eccome una prescrizione, un limite massimo oltre il quale il processo non va avanti, altrimenti il processo diventa ingiusto e la pena non è rieducativa, ma vendicativa.
I tempi? Il Movimento 5 Stelle tira un sospiro di sollievo: la norma Bonafede non sarà congelata da emendamenti al Milleproroghe. Ma non si tratta di un rinvio alle calende greche. Lo sanno bene anche i due pentastellati presente alla riunione: il ministro ai Rapporti col Parlamento Federico d'Incà e, soprattutto, Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia della Camera, dov'è in discussione il ddl penale. Cartabia ha sì ricordato che la norma Bonafede, seppur già in vigore da Capodanno 2020, "dispiegherà i propri effetti non immediatamente", e che la fretta compulsiva non serve. Ma la logica va benissimo anche agli altri protagonisti del vertice: i capigruppo in commissione Giustizia del Pd, Alfredo Bazoli, della Lega, Roberto Turri, e di Leu, Federico Conte.
E poi Enrico Costa di Azione e il responsabile Giustizia di FI Francesco Paolo Sisto. E per capire il senso del loro sollievo, torna utile quanto detto poche ore dopo l'incontro, cioè ieri mattina, da Bazoli: "Ho manifestato, per conto del Pd, apprezzamento per l'approccio e il metodo, volti alla più larga condivisione dei percorsi su cui fare incamminare le riforme. E ho condiviso la proposta, che ricalca quanto abbiamo più volte suggerito per la nuova fase politica: affrontare nodi delicati e difficili come quelli della prescrizione dentro il campo più largo della riforma penale, per trovare soluzioni condivise che tengano insieme i principi di rango costituzionale della ragionevole durata, delle garanzie dell'imputato, dei diritti della persona offesa". Poi il passaggio decisivo: "Abbiamo suggerito alla ministra di non sprecare il lavoro fatto in commissione sul ddl di penale già incardinato da mesi, e anzi di partire da lì per individuare le soluzioni tecniche su cui lavorare". Proposta ben accolta da Cartabia. Il che però dice tutto sui tempi: non si tratterà di un lavoro di là da venire, in capo a lunghe mediazioni. Non può essere così perché i tempi del Recovery non lo consentono: le riforme del processo servono anche a rassicurare chi elargirà quei fondi, cioè l'Unione europea. E ancora, come Bazoli sa, il termine per proporre emendamenti alla riforma penale non arriverà chissà quando: è fissato di qui a un paio di settimane, cioè l' 8 marzo. Cartabia potrà convenire su una proroga, magari di un mese. Ma se per scrivere un ordine del giorno su un dilemma che ha provocato la caduta del precedente governo le è bastata mezz'ora di riunione a Montecitorio, per superare il "lodo Conte bis" e ripristinare un limite massimo di durata ai processi, e cioè reintrodurre la prescrizione nei casi più gravi, non avrà certo bisogno di un'intera legislatura. Al massimo un mese, appunto.
di Roberta Rampini
Il Giorno, 20 febbraio 2021
Si è tolto la vita impiccandosi nella cella del carcere di Bollate dove stava scontando una pena per reati a sfondo sessuale. Il detenuto, un italiano di 50 anni, avrebbe approfittato di un momento in cui il compagno di cella si è allontanato per una visita medica nell'ambulatorio della casa di reclusione per togliersi la vita con un laccio al collo.
Quando gli agenti della polizia penitenziaria si sono accorti dell'accaduto non hanno potuto fare nulla. Secondo quanto ricostruito, il detenuto non aveva dato segnali di disagio, di giorno lavorava nell'area industriale del carcere. Come tutti gli altri detenuti, in questi mesi di pandemia aveva dovuto modificare qualche abitudine, ma nulla lasciava presagire quel tragico gesto.
Il Sappe, sindacato autonomo polizia penitenziaria, chiede alla nuova ministra della Giustizia Marta Cartabia "un cambio di passo sulle politiche penitenziarie". In particolare, il segretario Sappe della Lombardia, Alfonso Greco, denuncia che "le condizioni lavorative del personale di polizia penitenziaria sono sempre più gravose e, probabilmente, se avessimo maggiori risorse umane insieme ad altre figure deputate alla cura del disagio psicologico, si riuscirebbe ad aiutare maggiormente i soggetti a rischio suicidio. L'ennesimo evento critico dimostra come i problemi sociali e umani permangono nei penitenziari".
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