di Valerio Spigarelli
Il Riformista, 21 febbraio 2021
Lo intitolammo Barriere di vetro il libro che la Camera Penale di Roma pubblicò nel 2002 sul 41bis. Nella quarta di copertina scrivemmo "questo libro non è imparziale: la tesi che propugna è che tutto questo non dovrebbe avere cittadinanza in una società democratica".
Il "tutto" che veniva raccontato nel libro erano le storie che avevamo raccolto nei mesi precedenti direttamente dai detenuti allora sottoposti al regime speciale: le condizioni di vita, la segregazione totale, le limitazioni alla socialità, la difficoltà nelle cure mediche, l'impedimento ad ogni sia pur minima manifestazione della personalità, l'impossibilità degli incontri con i familiari.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 21 febbraio 2021
La riforma Bonafede della prescrizione è stata giudicata senza appello, dalla intera comunità dei giuristi italiani -con due rispettabilissime, ma isolatissime eccezioni - uno sgrammaticato obbrobrio senza capo né coda, un autentico oltraggio all'art. 111 della Costituzione.
Quella voce unanime delle Università di tutta Italia ne aveva peraltro, oltre ogni altra censura di merito, sottolineato la grottesca disfunzionalità. Eliminato lo stimolo a concludere la celebrazione dei processi prima che si consumi la prescrizione del reato per il quale si procede, i ritmi già pachidermici dei processi di impugnazione raddoppieranno, a dir poco. Non vi sarà più una sola ragione al mondo per la quale le Corti di Appello di tutta Italia dovranno caricare i propri ruoli di udienza come avviene oggi. A ora di pranzo, tutti a casa.
Comprendo bene l'esigenza politica di sminare il percorso del nuovo Governo, e della sua inedita e variegata maggioranza, già ai suoi primissimi vagiti. Aggiungo che nessuno di noi - parlo del vasto e maggioritario fronte avverso a quella riforma- ha mai investito più di tanto su emendamenti soppressivi infilati alla bene e meglio in un Milleproroghe.
E nella lettera con la quale l'Unione delle Camere Penali ha inteso rivolgere al nuovo Ministro di Giustizia, professoressa Marta Cartabia, i più sinceri e partecipi voti augurali, abbiamo preannunciato proposte volte ad affrontare in modo organico, serio ed il più possibile condiviso un concreto percorso riformatore, al quale infatti stiamo già lavorando.
Ma rinviare, come leggiamo all'esito di un incontro informale del Ministro con la sua maggioranza, la riforma della prescrizione "nell'ambito di un più organico disegno per la riforma del processo penale", crea più di un allarme.
Da un lato, questa tempistica equivale alla passiva accettazione proprio della logica propagandistica di quella riforma, che aveva esattamente invertito l'ordine logico degli interventi. Se le cose hanno un senso, viene prima la riforma dei tempi del processo penale, poi - semmai, e se davvero dovesse residuarne la necessità - la riforma della prescrizione, cioè dell'unico rimedio al momento conosciuto per porre un argine agli effetti devastanti del processo penale infinito. Il secondo - e più grave- motivo di preoccupazione, riguarda poi profilo, identità e natura di questa ventilata "riforma del processo penale".
Leggo le entusiastiche dichiarazioni dell'On. Bazoli (Pd), e ne deduco purtroppo che detta riforma sarebbe quel coacervo di pericolose, velleitarie insensatezze compendiate nella legge delega, sempre recante la firma del Ministro Alfonso Bonafede. Una riforma che, letteralmente dissipando il patrimonio di proficue intese raggiunte al Tavolo ministeriale tra Avvocatura e Magistratura, ha praticamente abbandonato la strada maestra del potenziamento dei riti alternativi (e della udienza preliminare), perché non spendibili a cospetto dell'elettorato populista e della sua grancassa mediatica; vale a dire l'unica soluzione utile, d'altronde comune a tutti i sistemi di rito accusatorio, per incentivare le soluzioni negoziali del processo penale, riducendo in modo drastico e massiccio, il numero dei dibattimenti.
In cambio, quella legge delega si balocca nel fissare termini di durata predeterminati (con logiche di calcolo misteriose) per i vari gradi di giudizio, senza tuttavia alcuna sanzione processuale in caso di mancato rispetto di quei termini (ma solo improbabili, discutibili e per di più del tutto teoriche sanzioni disciplinari per i magistrati).
Come per gli yogurt: "da consumarsi preferibilmente entro". Al contrario, quella legge delega è infarcita di interventi volti a limitare gravemente garanzie difensive del cittadino, e a mortificare le connotazioni peculiari del giusto processo (ipertrofia delle letture degli atti rispetto alla oralità ed alla immediatezza della prova, solo per dirne una). Una riforma che si accompagna a modifiche dell'ordinamento giudiziario di portata letteralmente devastante, quali un sistema elettorale destinato ad affidare il Csm interamente nelle mani dei Pubblici Ministeri, ed il definitivo affidamento agli uffici di Procura delle scelte di priorità delle politiche criminali.
L'auspicio dunque è che si ridiscuta interamente quella delega, ripartendo dagli originali approdi del Tavolo, così irresponsabilmente abbandonati. I penalisti italiani rilanceranno con forza la propria iniziativa politica, con il conforto della migliore Accademia, per porla al servizio di un'autentica volontà di riforma liberale e costituzionalmente orientata della prescrizione e della durata irragionevole dei processi nel nostro Paese. Non possiamo credere che il Ministro Cartabia abbia inteso davvero dare alla politica giudiziaria del nuovo Governo in materia di giustizia penale il segno e la prospettiva della sopravvivenza di questa controriforma della prescrizione, e di questa legge delega di riforma del processo penale. Per fare questo, d'altronde, bastava di gran lunga il precedente governo.
di Stefano Zurlo
Il Giornale, 21 febbraio 2021
L'avvocato: "Vero, ci saranno resistenze ma sarà svolta nel segno del garantismo". Non ci proveranno. "Sono consapevole dei rischi che Draghi corre e non mi nascondo le difficoltà ma credo che questa volta le riforme arriveranno". Giuliano Pisapia, eurodeputato ed ex sindaco di Milano, guarda con cauto ottimismo all'eterno cantiere della giustizia tricolore.
Avvocato Pisapia, perché Draghi dovrebbe riuscire dove tutti gli altri hanno fallito?
"Ci sono condizioni eccezionali, mai verificatesi finora, per adeguare finalmente gli standard del nostro Paese alle aspettative dell'Europa. Proprio l'Europa ci garantirà risorse finora inimmaginabili. Diciamo pure che Draghi risponde a queste attese ed è l'espressione di un momento storico unico e irripetibile".
Ottimista?
"No, realista".
Ma il partito dei giudici non si metterà di traverso?
"Io non l'ho mai chiamato così".
Lo chiami come vuole, cosa accadrà?
"Abbiamo un premier e un ministro della giustizia, Marta Cartabia, autorevolissimi e al disopra delle parti".
Certo, la Cartabia non è Bonafede ma proprio questo potrebbe essere un ostacolo.
"No, guardi, la situazione non è più quella di dieci o vent'anni fa. La magistratura non ha più l'interesse e nemmeno la forza per bloccare o rallentare un processo di rinnovamento che è necessario. Di più: magistratura e avvocatura vogliono voltare pagina e la Ue, se non dovessimo procedere, ci taglierebbe i fondi. Davvero, siamo davanti a un'occasione storica e confido che non la sprecheremo".
Il diavolo però sta nei dettagli: cosa succederà se il governo cambierà la legge sulla prescrizione, bandiera dei duri e puri?
"Ci saranno resistenze e difficoltà, ovvio, ma mi pare difficile che si possa mandare all'aria una svolta nel segno del garantismo e dell'efficienza".
Cosa si aspetta dal governo?
"Intanto il potenziamento, grazie al Recovery Fund, della pianta organica, insomma, del numero dei magistrati, e degli operatori del settore. E già questo è o sarebbe un passaggio storico".
Poi?
"Vedo tre versanti. Il potenziamento dei riti alternativi, la riforma del processo penale che non può durare all'infinito, e quella del Csm, per eliminare lo strapotere delle correnti. Ma non solo: pensi alla Sezione disciplinare del Csm: giudici che giudicano altri giudici. Un meccanismo che dev'essere corretto, portando la Disciplinare all'esterno di Palazzo dei Marescialli, mantenendo la sua piena autonomia e indipendenza. E, ancora, mi lasci dire che Draghi ha toccato un altro nervo scoperto come quello delle carceri: è un tema drammatico, il sovraffollamento pare insuperabile, come una malattia endemica, ma anche qui il ministro Cartabia ha mostrato una sensibilità altissima. Quando era alla Consulta ha proseguito il viaggio nelle carceri italiane iniziato dai suoi predecessori. Dovremo anche promuovere la giustizia riparativa: non è detto che la pena debba essere scontata tutta in galera, puntando invece al reinserimento sociale".
Ma i partiti non si metteranno di traverso?
"Per andare avanti non ci vuole l'unanimità. E poi Draghi non ha bisogno del consenso elettorale. È stato chiamato per aiutare il Paese in una situazione difficile e non credo che misurerà il proprio appeal nelle urne. I suoi obiettivi sono chiari e farà di tutto per raggiungerli".
di Giancarlo Caselli
La Stampa, 21 febbraio 2021
Su L'Espresso oggi in edicola Lirio Abbate rivela che un boss del calibro di Filippo Graviano ha voluto mettere a verbale, in un interrogatorio, la sua decisione di "dissociarsi dalle scelte del passato". Francesco La Licata (su La Stampa di ieri) vi vede una "specie di apripista per tornare a un vecchio pallino di Cosa nostra: la dissociazione". Puntuale e sagace commento, da riferire ad alcuni dati di fatto.
Primo: mentre il "pentimento" comporta la collaborazione con lo Stato, dichiarando quanto si conosce di utile per le indagini (così riparando almeno in parte i danni causati), nulla di tutto questo nella dissociazione, che si realizza senza parlare di niente e di nessuno, si tratti di mafiosi o di complici. Un semplice proclama, senza segni esteriori di apprezzabile concretezza per poter valutare che non sia un bluff o un escamotage per uscire da una situazione difficile.
Secondo: da sempre Cosa nostra è alle prese con il complesso problema dei rapporti fra i mafiosi ancora in libertà e quelli detenuti. L'offensiva dello Stato dopo le stragi ha riempito le carceri, e il problema per i mafiosi è diventato una profonda ferita aperta che occorre sanare. Di qui il periodico riemergere di iniziative favorevoli alla "dissociazione": una pedina fondamentale della scacchiera su cui ancora oggi gioca il gruppo dirigente dell'organizzazione.
Il riconoscimento legale della "dissociazione" offre infatti varie prospettive: uscire dal 41bis, qualche ergastolo in meno, qualche permesso in più e soprattutto salvare i propri beni dalla confisca. In sostanza, un progetto funzionale al riconsolidamento di Cosa nostra. In questo contesto può essere interessante ricordare una vicenda raccontata da Alfonso Sabella nel libro Cacciatore di mafiosi (Mondadori, 2008).
Nel maggio 2000, la Dna sottopone al ministro della Giustizia (all'epoca Piero Fassino), all'esito di alcuni colloqui investigativi con cinque capi-mandamento detenuti, la possibilità di farli incontrare in carcere con altri quattro boss per concordare una pubblica dissociazione da Cosa nostra. Nel contempo si chiede di valutare - in sede politica - la possibilità di riconoscere dei benefici ai dissociati. Fassino investe della questione il Dap che allora io dirigevo. A mia volta interesso Sabella, capo dell'ispettorato, e l'iniziativa viene bloccata.
Qualche tempo dopo (a capo del Dap era stato nominato Giovanni Tinebra) Sabella, ancora direttore dell'ispettorato, scopre che Salvatore Biondino (fedelissimo di Riina) aveva avuto l'incarico di trattare nuovamente la dissociazione con lo Stato, ma stavolta per conto di tutte le organizzazioni mafiose italiane. Sabella lo segnala per iscritto a Tinebra (che il giorno dopo sopprime l'ispettorato) e comunica ogni cosa al nuovo Guardasigilli Castelli, che per tutta risposta lo "licenzia" dal Dap.
Sia come sia, è comunque dimostrato il forte interesse delle mafie a ottenere benefici in cambio di una presa di distanza dall'organizzazione escludendo però ogni forma di collaborazione processuale. Vero è che nel 1987 una normativa siffatta è stata varata per i terroristi, ma ciò è avvenuto quando il pericolo del terrorismo era ormai irreversibilmente esaurito. Mentre la mafia, purtroppo, è tuttora un fenomeno criminale in gran "forma". Sicché eventuali "riconoscimenti" sarebbero - a dire davvero poco - del tutto fuori luogo in quanto controproducenti.
di Paolo Comi
Il Riformista, 21 febbraio 2021
Parla la figlia di Borsellino. "Il Palamaragate ha stoppato le indagini della Procura generale della Cassazione sul più colossale dei depistaggi: quello relativo alla morte di mio padre!". Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, il magistrato ucciso dalla mafia a Palermo il 19 luglio del 1992 a soli cinquantuno anni, parla secco, senza diplomazie. A novembre del 2019 si è concluso in appello a Caltanissetta il quarto processo per la strage di via D'Amelio.
La Corte ha confermato la sentenza di primo grado, condannando all'ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino, imputati il primo come mandante ed il secondo come esecutore della strage, e a dieci anni i falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci, accusati di calunnia. Anche in appello i giudici hanno dichiarato estinto per prescrizione il reato di calunnia contestato al falso pentito Vincenzo Scarantino. L'uccisione di Borsellino non fu dovuta alla trattativa tra Stato e mafia, come avevano scritto i giudici di Palermo nel 2018, trattandosi invece di un "mosaico pieno di ombre, dove erano coinvolti altri gruppi di potere".
In particolare, le dichiarazioni di Scarantino, poste a fondamento dei precedenti processi sulla strage e di svariate condanne all'ergastolo, sono false in quanto frutto "di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana", realizzato da "soggetti inseriti negli apparati dello Stato". Nelle settimane scorse il gip di Messina ha archiviato le posizioni di Carmelo Petralia e Annamaria Palma, i due pm di Caltanissetta che avevano indagato sull'attentato, e poi erano stati accusati di concorso in calunnia aggravata dall'aver favorito Cosa nostra.
I due magistrati, secondo l'iniziale accusa, in concorso con tre poliziotti tuttora sotto processo, avrebbero depistato le indagini sulla strage, suggerendo a falsi pentiti, fra cui appunto Scarantino, di accusare dell'attentato persone ad esso estranee. La falsa verità, alla quale per anni i giudici hanno creduto, costò la condanna all'ergastolo a sette persone. Le false accuse dei pentiti vennero poi smontate dalle rivelazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza.
Fiammetta Borsellino, perché il Palamaragate ha bloccato gli accertamenti della Procura generale della Cassazione?
Quando nel 2017 venne pronunciata la sentenza del Borsellino Quater che svelò il depistaggio del falso pentito Scarantino, indicando "le anomalie nelle condotte" dei magistrati che si erano occupati di lui, iniziai subito a chiedere che si facesse luce su come era stata gestita l'indagine sulla morte di mio Padre.
Cosa aveva evidenziato?
Imprecisioni e irregolarità processuali e investigative a non finire. Ad iniziare dalla mancata verbalizzazione del sopralluogo nel garage dove era stata tenuta la Fiat 126 che venne poi imbottita di tritolo per l'attentato. Senza contare l'uso scellerato dei colloqui investigativi.
Denunciò l'accaduto?
Chiesi che il Consiglio superiore della magistratura si occupasse di queste anomalie rinvenute dai giudici nisseni nell'operato dei magistrati che avevano svolto le indagini sulla strage di in cui morì mio padre.
Risposta?
Nessuna.
E allora?
Mi sono più volte rivolta anche al capo dello Stato Sergio Mattarella nella sua qualità di presidente del Csm.
Una precisazione: in che anno siamo?
2018 inizio 2019.
Questo Csm?
Si.
Ha chiamato l'attuale vice presidente David Ermini?
Certo.
Cosa le disse?
Mi riferì che senza un'azione della Procura generale della Cassazione la Sezione disciplinare non avrebbe potuto fare alcunché.
All'epoca il procuratore generale della Cassazione era Riccardo Fuzio.
Esatto. Fuzio mi convocò, insieme a mia sorella Lucia, a Roma per rendere dichiarazioni.
Come andò l'interrogatorio?
Mi sono subito resa conto che Fuzio non sapeva nulla della vicenda e degli sviluppi processuali e così ho parlato per oltre un'ora di tutto quello che riguardava le anomalie nell'inchiesta, che fu condotta a ridosso della strage e di come nessuno si fosse accorto di un pentito che era palesemente falso.
Una ricostruzione dettagliata?
Si. Ho riferito fatti che i magistrati dovevano sapere e invece li chiedevano a me. Veda un po' lei.
Poi?
Vorrei ricordare che la dottoressa Ilda Boccassini, all'epoca dei fatti in servizio in Sicilia, scrisse una lettera che mise in un cassetto, chiedendo di lasciare la Procura perché era convinta che Scarantino fosse un bluff. Purtroppo nessuno dei magistrati allora nel pool con lei le volle dare retta.
Se avesse consegnato quella lettera, forse, le indagini avrebbero preso una piega diversa...
Ovvio: sono passati 25 anni per poter avere una sentenza che scrive quello che qualcuno già aveva rilevato nel 1992.
Torniamo a Fuzio, soprannominato "baffetto" da Luca Palamara, il magistrato che nel 2017 "soffiò" il posto a Giovanni Salvi, come si legge nel libro dell'ex zar delle nomine al Csm.
Fuzio disse che avrebbe inviato la mia deposizione al procuratore di Caltanissetta Amedeo Bertone (in pensione dallo scorso settembre, ndr).
Sa se è arrivato il verbale?
Non so se quel verbale arrivò mai sul tavolo del procuratore Bertone e né se Bertone lo abbia mai letto.
A parte questo?
Fuzio mi garantì anche che una delegazione della Procura generale della Cassazione sarebbe andata nella Procura nissena per questa ragione.
E anche su questa circostanza non sa dirmi nulla?
No.
Si sente presa in giro?
Mi sembra il minimo. Insieme a mia sorella avevo solo chiesto che il Csm facesse il suo dovere di indagare quei magistrati che una sentenza del 2017 aveva stabilito avessero agito in modo irregolare. Peggio ancora se pensiamo che la Corte d'Assise d'Appello ha confermato interamente quello che scrissero i giudici di primo grado.
Veniamo al Palamaragate, nato da una fuga di notizie da parte di tre quotidiani sull'indagine di Perugia. Fuzio, finito nelle intercettazioni di Palamara e ora indagato per rivelazione del segreto d'ufficio insieme a Palamara venne costretto a luglio del 2019 alle dimissioni. Cosa successe?
Mi scrisse una mail pietosa con cui si dichiarava dispiaciuto di non aver potuto fare nulla. Il punto però è che era proprio lui a dover fare qualcosa, almeno come ci disse Ermini. E non fece nulla. Ancora conservo quella mail e ricordo bene la rabbia che quel tentativo di ispirare il mio pietismo mi diede.
Però, signora Fiammetta, la Procura generale della Cassazione non è il calzolaio che se il titolare va in pensione il negozio chiude...
Certo. Spero che chi c'è ora (Giovanni Salvi, ndr) trovi il tempo per farmi sapere che fine hanno fatto le mie deposizioni.
di Paul Renner
Corriere dell'Alto Adige, 21 febbraio 2021
Ho ritrovato nei giorni scorsi gli atti giudiziari di un processo in cui ero stato coinvolto per l'"omicidio Costa". Pongo tra parentesi il termine "omicidio", perché tale ipotesi alla fine in realtà si rivelò fallace. L'anziano signor Costa era stato colpito da un infarto miocardico e il presunto omicida è stato prosciolto dopo anni di carcere. In passato era stato arrestato un giovane di Sinigo durante le ricerche del tristemente noto "mostro di Merano", un serial killer che solo dopo ulteriori vittime si è poi rivelato essere ben altra persona rispetto al sospettato.
Chi non ricorda inoltre la triste e paradossale odissea di Enzo Tortora, amato presentatore televisivo, che venne addirittura accusato di essere uno spacciatore di droga. Seppur poi pienamente scagionato, il carcere e il fango piovutogli addosso gli hanno rovinato la vita e hanno fatto insorgere una grave malattia che lo ha condotto in breve alla morte.
In questi giorni è di nuovo Alex Schwazer a emergere - pare - come vittima di un ignobile complotto, ordito ad alti livelli per metterlo fuori gioco ed eliminare in tal modo un avversario pericoloso sul piano atletico. Scrivo "pare", perché i sommi vertici arbitrali dello sport, irridono alla decisione del Tribunale di Bolzano.
Che lo sport non sia un terreno ideale e di innocenza lo dimostrano anche le contrarietà che negli scorsi giorni hanno cercato di inibire le prestazioni della nostra amata "Luna Rossa" nel corso delle regate della Prada America's Cup in Nuova Zelanda.
Per salire a un livello ancora più elevato di giudizi temerari, ricordo che proprio a Pasqua si farà memoria di come lo stesso Gesù sia stato accusato di essere un bestemmiatore e corruttore delle sane regole della sua religione e per tali ragioni sia stato messo a morte dopo un processo sommario. L'elenco di errori di valutazione e di giudizio potrebbe continuare all'infinito.
E a questo riguardo mi pare ovvio trarre la conclusione che in fondo, che lo ammettiamo o no, siamo tutti colpevolisti, o almeno troppo veloci nel formulare giudizi in base a prove non del tutto acquisite o non adeguatamente valutate.
Mamma ripeteva spesso che la fretta è cattiva consigliera. Ce ne accorgiamo sempre di nuovo, quando paghiamo lo scotto di decisioni errate, prese con quella velocità che il nostro tempo ci vuol imporre, ma che spesso va a scapito della verità. Non è infatti "la prima risposta quella che conta", bensì quella effettivamente giusta. Non è dunque vero che il colpevole sia sempre il maggiordomo. E pure i "Dieci piccoli indiani" di Agatha Christie, ci dovrebbero aiutare a non farci ingannare da ciò che pare ovvio, a non rinunciare a percorrere tutte le vie di indagine possibili per risolvere un delitto, a trarre conclusioni solo a biglie ferme.
La legge ci fornisce poi un altro importante criterio che va sempre osservato, ovvero quello della presunzione di innocenza. Una persona ha diritto a essere considerata e trattata come tale, finché non ne sia dimostrata in modo inequivocabile la colpevolezza. "I processi si fanno in tribunale", viene ripetuto spesso in questi giorni. Cerchiamo allora di attenerci a questo sano principio. Ci aiuti anche un antico proverbio romano il quale osserva ironicamente che "la gatta frettolosa, ha fatto i gattini ciechi".
di Matteo Cosenza
Corriere del Mezzogiorno, 21 febbraio 2021
In una città - Napoli - in cui, lo si voglia o no, il bene e il male dialogano, si ignorano, confliggono, convivono, avviliscono, inorgogliscono, commuovono e indignano, è quasi naturale che la contraddizione sia nelle cose. La nostra, intesa anche oltre i suoi confini daziari, è una città dialettica dove si discute perennemente e ciò è positivo quando conseguentemente si opera, molto meno quando l'approdo è un vuoto deprimente.
Capita così che eventi diversi avvengano quasi contemporaneamente e, mentre fanno discutere, dividono. In questi giorni la morte di un boss della camorra, il "mitico" Raffaele Cutolo, che ormai dovrebbe essere argomento di storia e non di cronaca, ha fatto riemergere ferite evidentemente mai sanate. Intanto tiene banco un'altra morte, meno famosa benché più tragica per la giovanissima età dello sventurato, quella di Ugo Russo, per via del murale che lo ritrae. Persone e esistenze imparagonabili, un vecchio e un ragazzo, un incallito boia grondante del sangue delle sue vittime e un nostro figlio, nato in un contesto che lo ha segnato per sempre, che gioca con la sua vita come pensa si debba fare non avendo altri modelli e educazione a cui ispirarsi. Dunque, che cosa le lega? Noi.
Cutolo ha fatto del male. Dovrebbe essere una verità accettata da tutti ma sono in tanti, specie nel suo territorio, a sostenere ancora che ha fatto del bene. E per bene evidentemente si intende quella sorta di "reddito di cittadinanza delinquenziale" distribuito a migliaia di camorristi e alle loro famiglie con i denari estorti con la violenza, gli omicidi e una sadica crudeltà.
La lezione è chiara.
Passa il tempo ma continuano a convivere due mondi, con intrecci inevitabili, dove la cognizione del giusto, del diritto, della legalità, del rispetto tra le persone è diversa, a dimostrazione inconfutabile che vi è una responsabilità o, se vi piace, una colpa della società e dello stato per non aver debellato, con il lavoro, la formazione, la rieducazione, l'assistenza ai più deboli e la prevenzione, le cause di questa macroscopica contraddizione.
Non è un caso che non un boss ma un ragazzo, Ugo, abbia succhiato fin dalla nascita il latte infetto di questa cultura e abbia bruciato la sua esistenza chiamandoci in causa tutti, buoni e cattivi, le "due Napoli" di Rea. Di tragico in queste storie c'è un altro aspetto: le modalità della morte. Cutolo dichiarò di essere già "sepolto" nella sua cella separata da tutti, dal mondo di fuori e anche da quello di dentro. Da mesi era malato e i giudici avevano deciso che in carcere poteva godere delle cure necessarie. Che sia morto di setticemia inquieta. Per parlarci chiaro, dobbiamo distinguere.
Chi scrive, se avesse dovuto decidere da solo quando la gente veniva squartata, decapitata e i suoi organi divorati, sarebbe stato tentato, solo per un attimo, dall'invocare il "borghese piccolo piccolo" di Monicelli, ma lo Stato non può e non deve essere vendicativo bensì giusto e garante del diritto di tutti, Cutolo compreso. Per Ugo vale a maggior ragione questo bisogno: che sia fatta "verità e giustizia". Da un anno si aspettano l'una e l'altra. E si fa bene a rivendicarle anche nell'interesse dell'agente che l'ha ucciso perché si sappia se ha ecceduto o ha fatto solo il suo dovere piuttosto che un'ombra debba opprimere la sua vita e quella della sua famiglia chissà per quanto tempo.
Dividersi, quindi, per un murale ha senso? Occorrerebbe riflettere sull'ambiguità di quel messaggio per quanto le tre parole indichino una richiesta e non un'esaltazione, ma quel volto, insieme peraltro a analoghi dipinti e altarini sparsi per la città, possono significare anche altro nella percezione collettiva soprattutto perché stabilmente esposti in uno spazio pubblico. Ecco, se il bisogno legittimo e condivisibile di "verità e giustizia" è preminente ci sono mille altri modi, che sono ben noti e praticati, per soddisfarlo in modo chiaro, preciso, inequivocabile. Quel povero ragazzo è morto perché nessuno o, forse, pochi gli avevano indicato un altro percorso, perché farne oggetto di divisione e, quindi, renderlo vittima una seconda volta e rischiare di trasformarlo nel protagonista involontario di un messaggio equivoco?
Valga per lui, come per chiunque altro, lo stato di diritto, uno stato che sia giusto sempre e soprattutto se, malauguratamente, dovesse punire un suo rappresentante. E poi, murale per murale, se ne faccia uno per Franco Della Corte, il vigilante ucciso nella stazione di Piscinola da tre ragazzi quasi coetanei di Ugo per prendersi la pistola e rivenderla per un pugno di euro. Ma è chiaro che c'è bisogno di ben altro che di pareti dipinte.
Corriere di Rieti, 21 febbraio 2021
Segnalato un focolaio Covid nella casa circondariale nuovo complesso di Rieti. Una decina di detenuti sono infatti risultati positivi ai test sul coronavirus, effettuati nelle scorse ore e resi necessari dopo che alcuni detenuti hanno accusato i sintomi. Attivato, dunque, il protocollo, per evitare che il contagio si allarghi al resto della popolazione carceraria del complesso reatino.
Torna, così, la questione sollevata nei giorni scorsi sulle vaccinazioni in carcere; le strutture sono definite fragili, ma la somministrazione delle dosi ancora non è partita né per i detenuti - nonostante i continui richiami e appelli del Garante - né per la polizia penitenziaria, che non sta seguendo il percorso delle forze armate, già ampiamente immunizzate nei giorni scorsi.
La Cgil con una lettera aveva segnalato la disparità di trattamento, richiedendo un avvio celere delle immunizzazioni per gli agenti di Polizia Penitenziaria. Nella lista diramata da Asl, però, non figurano le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria, e questo aveva sollevato lo scontento dei sindacati.
Come la Fp-Cgil Rieti Roma: "Sono iniziate le vaccinazioni del personale appartenente alle forze dell'ordine con esclusione della Polizia Penitenziaria - si legge nella lettera che Ciro Di Domenico della Cgil ha inviato ad Asl, al Provveditore Regionale del Lazio, Abruzzo e Molise e alla direzione del carcere di Vazia - non comprendiamo la motivazione di codesta scelta discriminante, in quanto a nostro parere, non conforme alle direttive del Ministero della Salute, che non lasciano spazio a interpretazione.
Infatti, il Ministero della Salute, in collaborazione con la struttura del Commissario straordinario per l'emergenza Covid, Iss e Agenas, hanno elaborato un documento di aggiornamento al DM del 02/01/2021, documento denominato "Le priorità per l'attuazione della seconda fase del piano nazionale vaccini Covid-19".
Tale documento - conclude Di Domenico - indica la somministrazione del vaccino alle forze di polizia senza indicazioni di esclusioni, inoltre indica come comunità a rischio le realtà penitenziarie. Alla luce di quanto evidenziato e in rispetto delle direttive emanate dal Ministero della Salute, si chiede di rivedere celermente la mancata somministrazione del vaccino alla Polizia Penitenziaria".
di Don Antonio Mazzi
Corriere della Sera, 21 febbraio 2021
Esige presenze, firme, orari, norme, programmi eseguiti come avessimo a che fare con dei seminaristi. Rendendo vana tutta la fatica fatta per inseguire i ragazzi. Non vorrei esagerare, come sempre, con le mie annotazioni, saltando le righe e dimenticando i verbi con i loro tempi, i loro condizionali e con i gerundi compresi. Parto dal fuori gioco per arrivare al goal. Penso ai giovani.
Uno dei metodi più semplici, anche se più "friabili" per recuperare in parte la povertà, la solitudine il malessere e la depressione che stanno distruggendo molti dei nostri figli, credo sia nella riapertura dei normali luoghi di vita: gli stadi, le palestre, le piscine, le piste di sci, gli oratori, le scuole, i centri di formazione professionale regionali, i teatri, e le molteplici attività giovanili. So bene che buttare sul tavolo questa ipotesi, quasi fosse primaria, crea critiche a non finire, dalle più banali alle più scientifiche. Basterebbe il coronavirus per giustificare abbondantemente tutte le reazioni.
Faccio un passo laterale, esplicitando una curiosità. Questo cosiddetto mondo civile e sviluppato sta scoprendo il verde e avendolo cementato con l'aiuto di illustri architetti, l'ha riposizionato liturgicamente, sui davanzali dei grattacieli perché il verde, appena scoperto, è già diventato di moda (lo ha detto perfino il Papa, partendo dall'Amazzonia). Nel contempo i nostri ragazzi che al mattino, si facevano quattro giri nel Parco o andavano nei centri sportivi all'aperto o a sciare, li abbiamo multati e rinchiusi.
Evviva le zone! Adesso faccio un passo indietro. Per aprire le porte delle nostre case, dei centri sportivi e musicali è indispensabile che i genitori facciano un bel lavoro educativo fin dall'infanzia e insegnino ai figli che esistono diritti, doveri, sensi del limite, uso corretto dei luoghi, il rispetto delle normative sociali e soprattutto una mentalità rivolta alle prospettive future. Qui purtroppo non ci siamo e quindi le mie sono chiacchiere, belle ma chiacchiere, perché laddove manca l'educazione, non si può ipotizzare un uso corretto della libertà.
Mentre biascicavo tra me e me queste mezze eresie e sentivo morsicarmi lo stomaco, leggo un articolo del grande saggio e vecchio (meno di me) Giuseppe Guzzetti. Nel quale articolo faceva una proposta straordinaria al suo ex collega Draghi, dicendo: "Butta il cuore oltre l'ostacolo e trasforma il Ministero della Istruzione in Ministero della Comunità Educante. Urge attivare tutte le agenzie educative del paese per favorire il pieno sviluppo di tutti i minori".
E portava come esempio i programmi del "Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile", nato nel 2016. Con i miei "gioielli" proprio approfittando di questo Fondo sono partito, alla mia maniera, con alcune esperienze molto affascinanti. Titolo: "Pronti Via!". E sono in atto cinque carovane, viaggi in mountain bike, due barche a vela all'Isola D'Elba, e alcuni campeggi che vorrei alla fine trasformare in "villaggi scolastici". Coinvolti molti ragazzi!
Purtroppo devo dire ancora una volta, da imbestialito, che siamo inciampati in una burocrazia totalmente inadatta e incapace di elasticizzare i normali regolamenti, con lo scopo di renderli attirabili per queste situazioni. Sta gente (parlo da veneto) nata sulle sedie degli uffici governativi esige presenze, firme, orari, norme, programmi eseguiti come avessimo a che fare con dei seminaristi.
Tutta la fatica fatta per preparare i poli-docenti a fare scuola in mezzo al mare, o sotto le tende, o sul Passo del Tonale, mentre scende la sera, oppure a rincorrere il più "dolce" dei ragazzi perché stava scappando per farsi una "pera", e riportarlo nel gruppo, viene rovinata dalla e-mail degli uffici centrali che sottolinea la mancanza di una firma, o perché l'orario previsto sul programma non veniva espletato correttamente. Questi ragazzi ti distruggono... Però, vi debbo dire che purtroppo ho novant'anni, ma se ne avessi solo venti di meno, mi sentireste gridare da Roma a Milano in questi giorni. Per i burocrati dei Palazzi siamo ancora nel paese delle Olivetti 22.
Se questa idea del Ministero della Comunità Educante, fino a ieri applicata in pochissime realtà e quasi derisa perché puzzava da "preti", passasse da esperienza precaria ad un nuovo tipo di pseudo ministero sperimentale, presso la Presidenza del Consiglio liberato dalla burocrazia, dal binomio costante pubblico-privato e rivolto all'intero mondo giovanile, educativo, formativo, scolastico, associativo, sportivo, universitario e scientifico, non assisteremo più a storie che partendo dalla droga arrivano al cyber bullismo, al suicidio, all'omicidio, all'autodistruzione di se e tantomeno all'emigrazione di 250 mila giovani negli ultimi dieci anni. Qualcuno ha citato Calamandrei con la sua storica frase: "Se si vuole che la democrazia prima si faccia e poi si mantenga e si perfezioni, si può dire che la scuola a lungo andare è più importante del Parlamento, della Magistratura e della Corte Costituzionale". Mi fermo! Però se è vero che il nuovo Governo sarà quello del cambiamento, chiedo e supplico perché Mario Draghi ponga questo sogno tra la priorità delle priorità.
di Stefano Taglione
Il Tirreno, 21 febbraio 2021
"Non sono mai voluto andare via". Dal 1987 ha lavorato fianco fianco con agenti e detenuti. "All'inizio è stato pesante, poi ho solo apprezzato questa vita". Per 34 anni è stato "l'educatore di Gorgona". "Non è un lavoro che mi sono scelto io, è arrivato per caso, con un concorso pubblico. Poi, dopo un inizio molto difficile, come a molti è venuto il Mal d'Africa, a me è subentrato il Mal di Gorgona. E non me ne sono più voluto andare".
L'isola dell'Arcipelago toscano si è vestita a festa ieri per l'ultimo giorno di lavoro di Giuseppe Fedele, 67 anni, psicologo e dipendente dell'amministrazione penitenziaria che da oggi è ufficialmente in pensione. Con lui si sono confidati migliaia di detenuti, "che sono contento di aver potuto aiutare, spero di averlo fatto nel migliore dei modi e essermi reso utile per tutti loro".
È stato un punto di riferimento per la colonia penale agricola.
Fin dal 1987, da quando ha preso servizio per il ministero della Giustizia. Il suo primo e ultimo incarico quello a Gorgona, visto che non ha mai chiesto di essere trasferito altrove: perché il Mal di Gorgona, con il Mal d'Africa, lo ha colpito dopo pochi mesi di permanenza sull'isola.
"Stavo qui per 20-22 giorni consecutivi - racconta - poi per una settimana tornavo a casa. Io sono originario di Taranto, in Puglia, ma sono andato a studiare all'università a Roma. All'inizio, quando rientravo sulla terraferma, tornavo nella Capitale. Poi non riuscivo più a sopportare questa grande differenza fra il caos della metropoli e la pace dell'isola, quindi mi sono trasferito a Marina di Cerveteri, una via di mezzo insomma. È vicina a Livorno, alla fine, dato che c'è il treno regionale che collega direttamente le due stazioni. Ci sto bene, ora tornerò lì".
Nel suo futuro ci sarà ancora un po' di Gorgona, anche se non totalmente: "Sto cercando di capire come tornare, forse da volontario, devo parlarne con il direttore Carlo Mazzerbo - racconta Fedele - anche se questi primi sei mesi di pensione li passerò a curarmi. Cammino un po' male, devo farmi un'operazione, finora a causa del lavoro non l'ho potuto fare quindi ne approfitterò ora anche andrò via da qui". Subito dopo la riabilitazione studierà per diventare diacono: "È una passione...". aggiunge.
Ieri mattina, con la motonave Superba, gli amici e il direttore Mazzerbo gli hanno fatto una sorpresa, con un buffet, regali (alcuni vini) e tanto affetto: "Quest'ultima, insieme alla loro stima, è la cosa più bella che mi potessero donare - prosegue Fedele - perché mi ha fatto capire che mi vogliono veramente.
Gli agenti e i detenuti con i quali ho parlato in questi giorni da una parte mi hanno confidato di essere dispiaciuti per la mia partenza, dall'altra di essere felici perché vedono che cammino un po' male e finalmente avrò il tempo necessario per curarmi e riprendermi. Adesso l'importante è la salute: dedicherò i prossimi sei mesi della mia vita a una completa riabilitazione. Poi farò il volontario da qualche parte e terminerò gli studi da diacono".
In un simbolico passaggio di consegne ieri ha ceduto la campanella - come fanno i presidenti del Consiglio in Italia - all'educatrice livornese Alessia La Villa, che lavora nel carcere delle Sughere, ma già in passato lo ha sostituito a Gorgona durante i suoi periodi di assenza, dato che per una settimana - "Ma anche otto giorni", dice Fedele - rientravo a casa mia, a Marina di Cerveteri, per poi ritornare a Gorgona per svolgere il mio lavoro. "Rivedo in lei l'entusiasmo che avevo negli anni Ottanta - prosegue - e sono contento che prenda il mio posto. Il ruolo di educatore è molto importante, è con lei è assicurato. È molto competente e lo saprà svolgere nel migliore dei modi".
Per lui è stato duro il primo periodo: erano gli anni Ottanta. "Non c'erano tante motovedette, per cui i collegamenti con Livorno erano veramente pochi - racconta - Ho sofferto tanto, non posso negarlo, ed è stata dura. Poi con il tempo mi sono abituato e ho adorato questa terra. Con il tempo sono aumentate anche le corse marittime per Livorno, quindi era parecchio più facile riuscire a tornare a casa. Avrei potuto essere trasferito se lo avessi chiesto, ma non ho mai voluto. Qui mi sono sempre sentito a casa e ora lascerò Gorgona a malincuore. È arrivato il mio tempo, quella della pensione, ed è tempo di lasciare. Adesso dovrò dedicarmi alla salute, che purtroppo in questo periodo ho un po' trascurato. Ma a Gorgona tornerò perché è sempre (e sarà sempre) parte del mio cuore".
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