di Manuela Modica
Il Fatto Quotidiano, 20 febbraio 2021
Protocollo d'intesa firmato tra il Dipartimento amministrazione penitenziaria, il direttore del carcere e il sindaco: "Così realizziamo il reinserimento sociale". Un progetto nazionale che coinvolge un'isola il cui rapporto con il carcere è stato sempre molto forte. In certi casi leggendario.
Pulizia del mare e delle coste, cura del verde pubblico: tutto affidato a 15 detenuti del carcere di Favignana per favorirne il reinserimento sociale. Con questo scopo è stato firmato ieri sull'isola siciliana un protocollo d'intesa: a sottoscriverlo Dino Petralia, direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il direttore del carcere, Nunziante Rosania, e il sindaco Francesco Forgione, ex parlamentare di Rifondazione comunista e presidente della commissione parlamentare Antimafia. "Si tratta di un progetto che viene consacrato in questo protocollo che si aggiunge ad una serie di protocolli e progettualità che riguarda il percorso trattamentale e di reinserimento sociale per i detenuti", spiega Petralia che è andato personalmente a Favignana per siglare l'accordo.
Un progetto nazionale che coinvolge un'isola il cui rapporto con il carcere è stato sempre molto forte. In certi casi leggendario. Addirittura a Favignana si attribuisce l'origine stessa delle mafie, almeno nell'immaginario mitologico delle stesse cosche.
La favola che ha nutrito l'identità di generazioni di mafiosi, ricordata dallo stesso Forgione in un libro firmato assieme ad Enzo Ciconte e Vincenzo Macrì, è ambientata proprio il carcere di Favignana, dove leggenda vuole che tre cavalieri spagnoli, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, appartenenti ad una società segreta di Toledo, fossero rinchiusi nel '400. Una prigionia lunga 29 anni, durante i quali approntarono le regole sociali delle più grandi organizzazioni mafiose: Osso in Sicilia, Mastrosso in Campania e Carcagnosso in Calabria. A riprova del forte impatto che il carcere dell'isola delle Egadi ha avuto nel tempo: "Al di là di queste suggestioni - chiosa Petralia - l'area penitenziaria per Favignana è stata da sempre "datore di lavoro", dando impiego nel settore penitenziario. Un grande impatto ha sicuramente avuto il forte San Giacomo, carcere di massima sicurezza, dismesso nel 2010. Questo progetto darà spazio all'integrazione in un'isola molto bella: i detenuti daranno il loro contributo e si sentiranno ancora più isolani".
"Aprire l'isola al carcere e di conseguenza il carcere all'isola è un fatto straordinariamente importante", sottolinea Forgione. Che annuncia: "Riattiviamo anche il laboratorio di sartoria, l'idea è quella di produrre non solo le mascherine ma prodotti legati all'economia dell'isola. Allo stesso tempo ieri abbiamo avviato un percorso per la restituzione alla comunità del vecchio carcere che è una fortezza straordinaria, bellissima".
Il reinserimento sociale dei detenuti da un lato e l'ex carcere come struttura museale dall'altro: "Attraverso la fortezza vorremo così raccontare una parte di storia d'Italia: è in questo carcere che sono passati i più noti camorristi, ma anche i brigatisti, da Adriana Faranda a Pierluigi Concutelli. Investiremo la ministra Cartabia della proposta, ma un percorso lo avevamo già avviato con il sottosegretario Andrea Giorgis".
Intanto ad agevolare i progetti di inserimento sociale al carcere di Favignana c'è la lunga esperienza in questo campo maturata dal direttore del carcere, Nunziante Rosania, neuropsichiatra e già direttore dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona, dopo la riforma riconvertito in carcere, dove erano stati tanti i progetti di reinserimento degli internati nonostante il sovraffollamento. Per lungo tempo quello di Barcellona fu l'unico Opg d'Italia, perché la Sicilia non aveva recepito la legge nazionale che ne predisponeva la conversione.
"Abbiamo 60 detenuti, definitivamente condannati. Questo ci permette di lavorare a più progetti di recupero di carattere riabilitativo", spiega Rosania. E continua: "Abbiamo attivato una collaborazione valida col sindaco che si è presentato particolarmente dinamico e produttivo, così che finalmente abbiamo potuto dare concretezza ad una serie di cose che erano già in fase di elaborazione". Il Verde pubblico, la pulizia dei litorali, ma anche progetti ambientalisti: "Dopo un'attenta formazione dei detenuti verranno inseriti in progetti di recupero ambientale e di salvaguardia del territorio, addirittura potranno essere formati come vere e proprie guide sul territorio e potremmo occuparci anche delle altre isole delle Egadi".
Mentre in commercio entrerà il brand del reinserimento dei detenuti: "Abbiamo riattivato la sartoria, dopo un lungo percorso: ripristinare le macchine non è stato facile. Adesso ci proporremo sul mercato esterno con brand specifico". E i progetti futuri sono tanti: "Attiveremo anche corsi per le coltivazioni speciali relative ai prodotti tipici di questa zona". Così annuncia Rosania che è però prossimo alla pensione: "Prima di andare via spero di potere vedere tutti progetti avviati".
di Filippo Miraglia
Il Manifesto, 20 febbraio 2021
Le dichiarazioni di Draghi, a proposito dei diritti delle persone di origine straniera, poche righe e molto generiche, sembrano indicare una continuità con il precedente governo, in coerenza con la conferma di Lamorgese al Viminale. Le parole pronunciate dal neo Presidente del Consiglio, più di altre dichiarazioni programmatiche di governi del passato, andranno pertanto vagliate alla prova dei fatti, soprattutto in un Parlamento nel quale l'idea stessa di maggioranza e opposizione è quasi svanita.
Citando da un lato i rimpatri e dall'altro il pieno rispetto dei diritti, il capo del nuovo governo ha voluto sottolineare una certa distanza dalle parole della destra xenofoba, che è parte della sua maggioranza. Il riferimento al Patto Europeo e alla trattativa che si farà dentro quel quadro, è rituale e alimenta ancora l'idea che la "solidarietà effettiva", richiamata nel discorso dell'ex presidente della Bce, tuteli l'interesse dei Paesi del sud, a partire dal nostro.
Purtroppo i numeri smentiscono questa rappresentazione, laddove, sia sul medio che sul lungo periodo, l'Italia, se si guarda alle domande d'asilo, e quindi alle persone accolte a carico dello Stato (ovviamente in proporzione alla popolazione), continua ad essere uno dei Paesi dell'Ue con un carico inferiore agli altri (siamo sempre intorno al quindicesimo posto, lontani dal primato di Malta, Germania, Francia, Svezia).
In ogni caso, è bene ricordarlo, parliamo di numeri così piccoli da essere imbarazzanti per l'intera Ue, se si considera il numero complessivo delle persone di competenza dell'Unhcr (siamo oramai a 80 milioni nel mondo nel 2020) e il rapporto tra profughi, rifugiati e richiedenti asilo presenti e popolazione Ue (nel 2020 sono 461 mila, -31% rispetto al 2019). Le aree geaografiche che accolgono la stragrande maggioranza delle persone obbligate a lasciare le loro case continuano a essere le aree più povere del pianeta.
Su un argomento divisivo e complesso Draghi evidentemente ha scelto un profilo basso per non dare spazio a polemiche. La battaglia adesso si gioca tutta dentro una maggioranza che ha inglobato anche l'opposizione, con parti che potranno invertirsi a seconda degli argomenti e della capacità di produrre conflitto ed egemonia. Le scelte dipenderanno dall'equilibrio che di volta in volta, sui singoli argomenti, si determinerà nel governo, nella maggioranza e nel Paese reale.
Una condizione che carica di responsabilità lo schieramento democratico e di sinistra e anche le organizzazioni di tutela e promozione dei diritti degli stranieri. Sarebbe auspicabile che nelle prossime settimane le coalizioni dell'associazionismo che portano avanti da anni un lavoro di pressione politica nei confronti delle istituzioni, a partire dal Tavolo Asilo nazionale, incontrassero quei parlamentari che vogliono promuovere una battaglia comune per modifiche legislative che anche in questa fase vanno sostenute, a partire dalla riforma della legge sulla cittadinanza (secondo la proposta della campagna L'Italia sono anch'io e del movimento Italiani Senza Cittadinanza e di quella della campagna Ero Straniero), e per consentire ingressi legali per lavoro e ricerca di lavoro.
Una relazione tra associazionismo e parlamentari che nei prossimi mesi può essere determinante nell'orientare il dibattito pubblico e le scelte del governo, ma anche per monitorare la concreta applicazione delle disposizioni dei mesi scorsi, a partire dalle modifiche ai decreti sicurezza. Il Viminale, a riguardo, gioca un ruolo delicato e la coalizione PD, 5Stelle e LeU deve fare il possibile per impedire ai leghisti di occupare uno spazio per loro vitale ma che per il Paese potrebbe rivelarsi letale se lasciato in mano alla propaganda razzista. Garantire che non si torni indietro sui risultati importanti ottenuti durante il Conte2 e presidiare alcuni dossier delicati, come quello del salvataggio in mare e del rispetto dei diritti umani alle frontiere, è un obiettivo che va perseguito con forza, senza lasciare alcuno spazio alle destre e all'ideologia sovranista.
di Marta Blumi Tripodi
rollingstone.it, 20 febbraio 2021
Nel libro "Barre" Kento racconta 10 anni di laboratori rap nelle carceri minorili. Si entra per piccoli crimini e non si esce quasi mai redenti. "Questi ragazzi hanno storie terribili, non mettiamoli dietro le sbarre". In tutta Italia le carceri minorili sono parecchie e ben note, dal Beccaria di Milano a quello di Casal del Marmo a Roma.
La cosa che forse potrebbe stupire, però, è che a fronte di così tante strutture il numero dei detenuti è estremamente esiguo: i ragazzi dai 14 ai 18 anni attualmente dietro le sbarre sono circa 500 su tutto il territorio nazionale. La maggior parte per reati contro il patrimonio, piccoli furti o spaccio. Questo perché in base al nostro ordinamento (per fortuna) è molto difficile andare in carcere da minorenne, ci sono parecchie misure alternative alla detenzione.
Quelli che finiscono dentro sono "gli ultimi tra gli ultimi", racconta Francesco Carlo, in arte Kento, rapper da sempre impegnato in molte battaglie civili e sociali - ad esempio con il suo storico gruppo Kalafro Sound Power, tra i primi a schierarsi apertamente contro la 'ndrangheta - e oggi intervistato in veste di autore del libro Barre, edito da Minimum Fax.
È legato anche a un omonimo mixtape, ad opera di Kento stesso e verrà presto diffuso anche in un cofanetto che conterrà il libro, il mixtape in vinile e una t-shirt in edizione limitata realizzata da una cooperativa che si occupa del reinserimento lavorativo dei carcerati. Barre racconta la sua esperienza decennale con i laboratori di rap all'interno delle carceri minorili di tutta Italia. "È una realtà clamorosamente sconosciuta, nonostante sia così vicina a noi" aggiunge. "Ho imparato molto presto che il carcere non solo impedisce ai ragazzi di uscire, ma impedisce anche a noi cittadini comuni di entrare".
In passato Kento ha scritto altri libri sul rap, ma è stato molto indeciso se scrivere Barre, perché a causa degli accordi di confidenzialità e delle tematiche sensibili c'erano talmente tanti problemi di ordine morale e giuridico che sembrava un'impresa impossibile. "È come se avessi iniziato a lavorarci dieci anni fa, quando ho cominciato a fare laboratori di rap nelle carceri, ma è solo nel 2019 che mi sono deciso a metterlo davvero nero su bianco: c'erano troppe cose da dire", spiega.
La sua primissima esperienza sul campo nel 2009 non è stata affatto facile.
"Parallelamente al laboratorio veniva girato anche un documentario, in cui tutti noi operatori rilasciavamo interviste. A una domanda specifica, dichiarai in video quello che ho detto prima, ovvero che per me i ragazzi detenuti sono gli ultimi tra i colpevoli: chi non ha famiglia, non riesce a pagarsi un buon avvocato, non è in grado di capire la gravità delle accuse che gli vengono mosse".
Il dirigente di quel carcere gli aveva chiesto di ritrattare, e lui si era rifiutato, a costo di essere tirato fuori dal progetto. "Anche gli altri operatori coinvolti mi spalleggiarono, e ci fu un'escalation tale che ci mandarono una lettera di diffida su carta intestata del Ministero, bloccando il laboratorio da un giorno all'altro", ricorda.
"La mia coerenza, però, andò a discapito dei ragazzi, che persero la possibilità di fare quell'attività con noi. Da lì ho imparato ad abbozzare, ad accettare i compromessi, a sorridere quando mi verrebbe voglia di mandare a quel paese tutto". Oggi è più semplice, perché è nata una vera propria rete, Rap Dentro, che coinvolge tutte le associazioni e i soggetti che propongono questo tipo di laboratori. "Ci confrontiamo sulle tematiche e i problemi, condividiamo le risorse e spesso anche gli ospiti: l'unione fa la forza".
Oggi il rap è socialmente accettato, quasi imprescindibile: secondo Kento, non si possono raccontare i nostri anni senza parlare di questo genere musicale. "Il che vuol dire che ora finalmente posso andare da un'istituzione carceraria e proporre i miei laboratori senza che qualcuno storca il naso", dice sorridendo. "Fino a qualche anno fa non era così, non potevamo confrontarci ad armi pari con altre forme di espressione culturale. Questa è una grande vittoria di tutto il movimento hip hop". In carcere, senza smartphone e Internet, la fruizione della musica è completamente diversa, spiega: "I ragazzi hanno dei lettori mp3 da primi anni '00, che contengono pochissime canzoni che ascoltano e riascoltano ossessivamente. Se vogliono caricare un nuovo brano, o un beat nuovo su cui provare, devono cancellarne un altro. Sociologicamente è stranissimo, visti i tempi che corrono".
C'è chi inizia a frequentare il laboratorio perché ha bisogno di impiegare il proprio tempo in qualche modo, e c'è chi vuole fare il rapper di mestiere. "Bisogna però fargli capire che è necessario comportarsi da professionisti, che la musica ha delle regole che prima di essere disattese vanno imparate, che ci vuole serietà, costanza e dedizione", osserva.
E con ragazzi di strada sicuramente molto avanti da tanti punti di vista, ma molto indietro in altri campi, non è facile. "Sono estremamente timidi quando si parla di sentimenti: fanno battute sessuali vergognosamente sconce senza arrossire, ma non riescono a esprimere ciò che provano quando si innamorano di una ragazza. Oppure sono stati detenuti per così tanto che non sanno come fare le cose in cui i loro coetanei sguazzano quotidianamente, come le storie di Instagram. Ma in molti versi non è così diverso da fare un laboratorio rap in un qualsiasi istituto tecnico di periferia, a parte le sbarre".
Alcuni dei detenuti delle carceri minorili italiane non hanno mai avuto la possibilità di inserirsi nella società, racconta Kento. "Ho conosciuto un ragazzo che è arrivato in Italia da solo a 13 anni, finendo in un giro tremendo, e che ha dormito per la prima volta con un tetto sulla sua testa solo una volta in carcere. O un altro che non sapeva addirittura come lavarsi: hanno dovuto insegnargli a farsi la doccia. Sono storie orribili: perfino i più giustizialisti non riuscirebbero a dare delle colpe a persone del genere. È nostra responsabilità non considerarli già perduti, e aiutarli a costruirsi una vita anziché buttare via la chiave", sottolinea.
Purtroppo non sempre succede, anche perché non è tutto rose e fiori, come si può immaginare. "Alcuni degli episodi che racconto nel libro sono molto duri, di forte denuncia. Violenza, affermazioni razziste... Mi sono chiesto a lungo se includere o no questi dettagli, perché sono consapevole che se Barre farà troppo rumore probabilmente non mi lasceranno entrare mai più in un carcere minorile, ma non volevo fare un libro Cuore".
I problemi restano parecchi, come quelli che riguardano le ragazze detenute. "Molte di loro vengono da contesti socio-familiari in cui l'uomo è un aguzzino, e quindi si tende a non far condurre laboratori a operatori maschi. Questo ovviamente fa sì che abbiano un'offerta ridotta, in termini di tipologie di attività che possono fare. Sono doppiamente ultime, anche perché il nostro è un sistema legislativo scritto da uomini per uomini".
Per fortuna, dice Kento, nell'amministrazione penitenziaria ci sono anche delle persone eccezionali e generose, che buttano il cuore oltre l'ostacolo e lavorano oltre le loro competenze e il loro dovere. "Le guardie spesso sono ragazzi di quartiere, e mi è capitato che mi dicessero "Sai, anche io da piccolo ho fatto le stesse cose dei detenuti che sono qui, la differenza è che non mi hanno beccato", racconta. "Il problema è che hanno una responsabilità molto forte, non sempre sono preparati ed è un lavoro davvero stressante: c'è un enorme numero di suicidi tra gli agenti di polizia penitenziaria".
E poi ci sono i cosiddetti unicorni, "che si chiamano così perché tutti ne parlano e nessuno li ha mai visti", ride. "Nell'ambiente in questione sono i ragazzi che entrano criminali ed escono redenti. Come un ragazzo che frequentava i miei laboratori e che è appena uscito col suo singolo: spacca, è fortissimo e sta avendo delle belle soddisfazioni. O un altro che, una volta fuori, si è laureato in giurisprudenza e ora sta facendo la pratica come avvocato".
La speranza di Kento è che il carcere minorile venga abolito, perché a suo parere è un'istituzione che non ha nessun motivo di esistere. "Certo, dobbiamo occuparci dei ragazzi che commettono reati, ma non mettendoli dietro le sbarre. Tra cinquant'anni vedremo tutto questo come una barbarie e ci chiederemo com'è possibile che un tempo rinchiudessimo ragazzini di 14 anni in cella".
recensione di Annalisa Chirico
lachirico.it, 20 febbraio 2021
Il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick nel suo ultimo saggio, "Giustizia in crisi (salvo intese)" (Baldini Castoldi), analizza quattro punte dell'iceberg che attraversano la nostra società: la legge, il giudice, il processo e la pena sembrano prigioniere di un paradigma votato al fallimento.
E sul primo fronte, quello della legge, Flick scorge nella gestione della pandemia l'acme di una degenerazione partita da lontano: "La legge non esiste più, fino a pochi giorni fa è esistito soltanto il provvedimento del presidente del Consiglio. Ma il virus non è l'alibi per la sospensione della Costituzione, e i divieti anti-Covid sono legittimi non con i Dpcm ma per decreto legge che non può essere generico o convertito in legge in modo approssimativo. Inoltre, negli scorsi mesi il precedente esecutivo ha cercato di escludere il Parlamento dal dialogo tra singole regioni e stato nella querelle sui provvedimenti per affrontare l'emergenza".
Nel libro si sofferma anche sulla riduzione del numero dei parlamentari, che definisce "la picconata più forte e letale: non un modo per migliorare l'istituzione ma un pretesto per prolungare o meno la vita del Governo. Perché l'alternativa, dicevano le forze politiche, sarebbe stata soltanto una: il voto anticipato. Ma siamo fuori strada: il procedimento costituzionale della riduzione del numero degli eletti nulla ha a che vedere con la durata di un governo politico. E le due decisioni dovevano essere tenute separate".
Un altro tema che affronta Flick è la lentezza della giustizia italiana. I report di Consiglio d'Europa e Banca d'Italia evidenziano che il nostro paese è il secondo in Europa, dopo la Grecia, per "disposition time", vale a dire il tempo necessario per la risoluzione di una causa civile e commerciale. "Il buon senso, ancor prima dei moniti provenienti dalle istituzioni europee, richiederebbe un rapido intervento affinché l'esito del giudizio arrivi il prima possibile e con una ragionevole prevedibilità. È necessario infatti individuare un equilibrio tra l'autonomia valutativa del singolo magistrato e il comando del legislatore, spesso invece assistiamo a una giurisprudenza incoerente o persino contraddittoria, fattore che disincentiva gli investimenti".
Si sofferma anche sulla prescrizione e sulla riforma voluta dall'ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: "Il tema è stato trattato come la ricerca di un capro espiatorio e ha distolto l'attenzione dalla vera emergenza: come garantire la ragionevole durata del processo, richiesta dalla Costituzione allo stato che deve apprestare strumenti e garanzie a tal fine, non all'imputato e al suo difensore. La riforma approvata con il governo Conte desta sconcerto sia per il metodo che per i contenuti - spiega Flick - È stata introdotta con un emendamento in un provvedimento rivolto a tutt'altro fine (la famigerata legge "spazza-corrotti"), ignorando per giunta le indicazioni della dottrina e delle commissioni di studio succedutesi nel tempo.
Il blocco con la sentenza di primo grado finisce per incidere su meno della metà delle situazioni di prescrizioni mentre la maggior parte di esse matura e si verifica già nella fase delle indagini preliminari e nella stasi prodromica alla fissazione della prima udienza dibattimentale. Alla cui gestione l'imputato e il suo difensore sono per definizione estranei. Inoltre, a differenza di altri ordinamenti, non si prevede alcun rimedio compensativo per evitare all'imputato di subire un processo a vita".
Un altro tema che desta preoccupazione è quello del contagio nelle carceri: "Viviamo in uno strano sistema che, mentre tenta di sanzionare ogni tipo di incontro tra le persone sostituendolo con la connessione digitale, riserva una forma di convivenza forzata a una schiera ristretta di persone, i detenuti in attesa di giudizio o quanti scontano una pena definitiva.
Dopo sessant'anni trascorsi nel mondo giudiziario, mi sono convinto che in carcere si dovrebbe entrare il meno possibile e per il più breve lasso di tempo. Dietro le sbarre dovrebbe essere rinchiuso soltanto il soggetto pericoloso per sé o per gli altri, per il resto andrebbe sempre privilegiato il ricorso a misure alternative e pene accessorie. La pena consistente nella privazione della libertà personale dovrebbe essere una extrema ratio giacché essa si trasforma inevitabilmente in uno strumento di negazione della dignità personale ma la Costituzione, com'è noto, vieta trattamenti inumani e degradanti. Il sovraffollamento è incompatibile con la Costituzione".
Nel libro, Flick sostiene che manca spesso la trasparenza o forse ve n'è troppa che "sconfina nella mancanza di pudore". "La totale assenza di coerenza nel sostenere oggi degli orientamenti e domani gli opposti è una mancanza di pudore. All'apparenza sembra che si ricorra a perifrasi tipiche della politica, nella sostanza si coglie invece una durezza del confronto che non ha alcun limite", afferma il presidente emerito della Consulta.
di Luigi Manconi
La Stampa, 20 febbraio 2021
Signor Presidente del Consiglio, professor Mario Draghi, in queste tre settimane, trascorse da quando le è stato conferito l'incarico dal Capo dello Stato, come era prevedibile, tutti si sono rivolti a lei. Direttamente o indirettamente, attraverso i rappresentanti parlamentari e gli organi di stampa, con petizioni e richieste di aiuto, tramite i gruppi di interesse e le organizzazioni di categoria, i sindacati e la Confindustria.
Ci sono persone, tuttavia, che non hanno proprie forme di rappresentanza e nemmeno strumenti di comunicazione: ma la cui stessa sopravvivenza dipende dalle decisioni del governo, dalla sua politica estera e dai suoi programmi sociali. Mi riferisco a quei migranti e a quei profughi che non sono ancora Italia e non sono ancora Europa, ma che, pure, verso l'Italia e l'Europa si muovono, percorrendo a piedi la rotta balcanica o salendo su un barcone per attraversare il Mediterraneo e sbarcare sulle nostre coste.
Molti di loro, in questi stessi giorni, hanno conosciuto i drammi e le insidie, le fatiche e le perdite che comportano i tentativi di fuggire da un destino di sofferenza e di morte in Africa e in Medio Oriente: e di cercare un'opportunità di salvezza e di vita nei paesi democratici. Qualche giorno fa davanti all'isola di Lampedusa, un barcone si è spezzato e rovesciato e di alcune decine di migranti si è persa ogni traccia.
Nelle stesse ore la nave dell'ONG Open Arms ha salvato 146 persone, tra le quali due donne al quarto mese di gravidanza, 58 minori (la gran parte non accompagnati) e un neonato di appena tre mesi. Intanto, sulla rotta balcanica si consuma un'altra tragedia, migliaia di ragazzi e ragazze non accompagnati e migliaia e migliaia di adulti, camminano nel gelo, per sottrarsi ai respingimenti effettuati dalle polizie di alcuni paesi europei - compreso il nostro - per ricacciarli in Bosnia.
Credo di non sbagliarmi, signor Presidente del Consiglio, se dico che di tutto ciò non si è parlato affatto nelle consultazioni per la formazione del suo governo; e se ne è parlato solo fugacemente - e Dio solo sa quanto maldestramente - in alcuni interventi nel corso del dibattito sulla fiducia. Eppure, si tratta di temi cruciali proprio per il futuro di quell'Europa che, grazie anche alle speranze riposte nel suo esecutivo, rappresenta un orizzonte imprescindibile per la politica italiana dei prossimi anni.
Nella sua replica al Senato, lei ha collocato la politica per l'immigrazione del nostro paese "nell'ambito del cosiddetto 'Patto europeo sull'immigrazione e l'asilo'". Si tratta di nuove proposte che fanno seguito al fallimento dei negoziati "per la riforma del sistema comune europeo di asilo ma che non sciolgono lo stallo politico che continua a bloccare l'azione dell'Unione Europea specie sulla declinazione del principio di solidarietà".
È questo il nodo fondamentale che il suo governo deve affrontare e che richiede l'azione politica più coesa e incisiva per sconfiggere le resistenze di molti paesi dell'Unione e le diffuse tendenze alla chiusura e all'esclusione, che affiorano nel senso comune di un'Europa attraversata da paure e angosce. È questione determinante affinché davvero la politica per l'immigrazione diventi programma condiviso a livello continentale.
E nel frattempo? Nel frattempo c'è moltissimo da fare qui, in Italia. Per questo mi rivolgo a lei, perché il suo profilo di democratico e di europeista intransigente può rappresentare una garanzia: per quegli uomini, quelle donne e quei bambini in pericolo, di cui prima ho detto. E per le Ong Open Arms, Sea-Watch, Mediterranea, SOS Mediterranee, Medici Senza Frontiere, Emergency, ResQ, la cui presenza nel Mediterraneo costituisce oggi la sola possibilità di salvezza per migliaia e migliaia di naufraghi. E una garanzia, ancora, per il Comitato per il Diritto al Soccorso, formato da giuristi, docenti di diritto internazionale e intellettuali, che si sono uniti per svolgere una funzione di tutela morale delle ragioni del soccorso in mare e un ruolo di difesa legale per le ONG. Infatti, ormai da anni, i successivi governi - certo, non tutti nello stesso modo - hanno messo in atto politiche di deterrenza e di sicurezza dei confini che hanno finito per trasformare il Mediterraneo centrale nella rotta migratoria più letale al mondo; hanno contraddetto consolidate norme internazionali, che impongono il dovere di soccorso e vietano i respingimenti collettivi.
In questi anni, le Nazioni Unite e il Consiglio d'Europa hanno criticato severamente, a più riprese, l'inadempienza dell'Italia rispetto ai propri obblighi internazionali (di soccorso in mare, accesso alla protezione, tutela dei diritti umani). In questo stesso periodo, l'Italia, dopo la conclusione dell'operazione Mare Nostrum, ha progressivamente abbandonato le attività di coordinamento del soccorso e, attraverso il rafforzamento di politiche di esternalizzazione, ha delegato a terzi il controllo delle frontiere. Ne è conseguito il nefasto memorandum Italia-Libia e la collaborazione con la guardia costiera di quel paese nella repressione dei flussi provenienti dal Nord Africa, con effetti tragici in termini di vite umane e di violazione dei diritti fondamentali (costantemente documentate dalle Nazioni Unite e da altri organismi indipendenti).
È stata in primo luogo l'abdicazione dell'Italia e degli Stati costieri dal compito di soccorrere i naufraghi, come previsto dal diritto internazionale, a rendere indispensabile l'azione delle organizzazioni umanitarie, e così prezioso il loro ruolo, in particolare nel Mediterraneo centrale. Eppure, le stesse organizzazioni ormai da tempo sono oggetto di una virulenta campagna di delegittimazione che, colpendo esse, finisce con l'aggredire lo stesso irrinunciabile principio del diritto-dovere al soccorso. Tuttavia, fino a oggi, le indagini giudiziarie nei confronti delle ONG si sono risolte tutte in un nulla di fatto e non c'è stato un solo rinvio a giudizio per i membri degli equipaggi e per i volontari delle organizzazioni.
Nonostante questa inoppugnabile conferma della loro buona fede e della loro onestà, le imbarcazioni delle ONG hanno subito numerosi fermi amministrativi, così che la loro attività è stata bloccata per mesi, lasciando il Mediterraneo completamente sguarnito di ogni presidio e senza tutela quanti lo attraversavano per raggiungere l'Europa. In ogni caso, le ONG del mare hanno continuato a svolgere la propria missione, che è quella antica e sacrosanta di salvare chi si trova in pericolo. Ora, in presenza della novità politica rappresentata dal suo governo, signor Presidente del Consiglio, le ONG del mare e chi le sostiene, come il Comitato per il Diritto al Soccorso, vorrebbero intensificare l'interlocuzione con le istituzioni del nostro paese.
Già qualcosa in passato è stato fatto - il ministro Luciana Lamorgese ne è testimone - ma ciò che oggi si chiede è che il rapporto diventi stabile, fatto di un confronto costante e di assidui scambi di informazioni. Gli obiettivi prioritari da perseguire sono: un sistema istituzionale efficiente ed attrezzato per il soccorso in mare; un meccanismo predefinito per lo sbarco tempestivo delle persone soccorse nel porto sicuro più appropriato.
Per questo contiamo sulla sua disponibilità e su quella del ministro dell'interno Luciana Lamorgese e del ministro delle infrastrutture e dei trasporti Enrico Giovannini. Nel suo discorso in Parlamento uno dei passaggi che più hanno colpito l'opinione pubblica e gli osservatori è stato questo: "la speranza" che i giovani "non abbiano di che rimproverarci per il nostro egoismo". In nome dei principi della Convenzione europea dei diritti umani, ci auguriamo che, tra quei giovani, possano annoverarsi anche coloro che cercano di raggiungere l'Italia dall'Est e dal Sud: a piedi nel gelo o su barconi precari; e che "il nostro egoismo" non costituisca un muro eretto a difesa dei nostri confini.
garantenazionaleprivatiliberta.it, 20 febbraio 2021
Nei giorni 24 e 25 novembre 2020, il Garante nazionale ha visitato la Casa di reclusione di Padova. La visita è stata programmata in seguito ad alcune criticità emerse nell'ambito della necessaria e proficua collaborazione tra l'Amministrazione penitenziaria e il Terzo settore operante nell'Istituto.
Leggi e scarica gli allegati in pdf
- Lettera al D.A.P. sugli esisti della visita alla C.R. di Padova
garantenazionaleprivatiliberta.it, 19 febbraio 2021
Nei giorni 24 e 25 novembre 2020, il Garante nazionale ha visitato la Casa di reclusione di Padova. La visita è stata programmata in seguito ad alcune criticità emerse nell'ambito della necessaria e proficua collaborazione tra l'Amministrazione penitenziaria e il Terzo settore operante nell'Istituto.
Leggi e scarica gli allegati in pdf
- Lettera al D.A.P. sugli esisti della visita alla C.R. di Padova
di Concetto Vecchio
La Repubblica, 19 febbraio 2021
Consensi soprattutto dalla Lega quando, parlando delle piccole e medie imprese, ha detto che sulla tutela del made in Italy e la concorrenza sleale "l'impegno del governo sarà totale". Ci sono due novità rispetto a ieri nel discorso (tredici minuti, otto applausi) di replica di Mario Draghi alla Camera dei deputati: l'importanza della lotta alla corruzione, la necessità di guardare alla criminalità non solo per i dati della statistica ma anche per la percezione che ne ha la cittadinanza, e le parole spese contro il sovraffollamento delle carceri, un passaggio da radicale. Marco Cecchini nel suo libro L'enigma Draghi scrive che in passato il premier abbia espresso simpatia per molte battaglie del Partito radicale.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 19 febbraio 2021
"Non dovrà essere trascurata la condizione di tutti coloro che lavorano e vivono nelle carceri, spesso sovraffollate, esposte a rischio e paura del contagio e particolarmente colpite dalla funzione necessarie a contrastare la diffusione del virus". Lo ha detto il premier Mario Draghi nella replica al dibattito sulla fiducia alla Camera. Una replica durata appena 13 minuti nella quale il premier ha percorso i punti più importanti del suo programma di governo: dalla pandemia al recovery al rilancio dell'economia italiana.
di Mario Chiavario
Avvenire, 19 febbraio 2021
Nel campo della giustizia, prioritaria attenzione al settore civile. Questo il messaggio che il premier Mario Draghi ha esplicitato nel discorso d'investitura: un impegno giustificato anche dalle sollecitazioni provenienti dall'Europa e che non si segnala per divisioni di principio tra le forze politiche. Tutt'altro discorso quanto alla giustizia penale, a sua volta tutt'altro che immune da criticità e da esigenze di attenzione operativa. Si pensi al tema della prescrizione, che torna proprio oggi alla ribalta del confronto parlamentare, con gli echi di un annoso scontro tra giustizialisti e ipergarantisti.
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