di Lilina Golia
Corriere della Sera, 19 febbraio 2021
Brescia. "Sono innocente". L'ha scritto, nero su bianco, nel messaggio che ha lasciato ai familiari, prima di scendere in cantina, prendere una fune e farla finita. Ha scelto di morire un imprenditore del rottame di 60 anni, condannato poco più di una settimana fa in primo grado per fatture false, per uno dei tre filoni della maxi inchiesta antimafia Leonessa. Per l'imprenditore la pena più alta, sette anni e mezzo (la richiesta era di sei anni).
Per l'accusa era uno degli organizzatori dell'associazione a delinquere, uno dei finanziatori, oltre che utilizzatore delle fatture false per coprire operazioni in nero. Era finito in carcere anche con l'accusa di corruzione, nel secondo filone Leonessa: accusato di aver consegnato una mazzetta da 65 mila euro a un finanziere e a due funzionari Entrate per cambiare la valutazione sfavorevole della commissione tributaria regionale. Una condanna che non ha accettato. Che gli ha tolto la voglia di vivere. "Scusatemi - ha scritto ai Suoi - ma sono innocente".
di Valentino Sgaramella
Gazzetta del Mezzogiorno, 19 febbraio 2021
Si sarebbe tolto la vita perché stanco di non essere accettato dai suoi colleghi. Un agente di polizia penitenziaria in servizio all'interno di un carcere del Barese, è stato trovato morto all'interno della sua vettura a Bitritto, dove viveva con i suoi genitori Si sarebbe ucciso con la pistola d'ordinanza.
Avrebbe anche lasciato un biglietto sul cruscotto, messaggio attualmente nelle mani della Procura della Repubblica. C'è dunque un'inchiesta sulla morte dell'agente? Di fatto si sta tentando di approfondire lo scenario che fa da sfondo alla vicenda. Una testimonianza importante arriva dall'avvocato Antonio La Scala, presidente e fondatore dell'associazione "Gens Nova" della quale il poliziotto era membro.
"Sono ancora sconvolto - dice l'avvocato - Era un uomo un po' timido, ansioso per carattere, gentile. Due giorni fa ho raccolto il suo ennesimo sfogo: non ce la faceva più. Mi ripeteva che i colleghi lo prendevano in giro, non gli credevano, dicevano che non stava bene con il cervello, che era malato immaginario, lo dileggiavano perché non si era mai sposato".
Qualcuno, dunque, avrebbe evidenziato le differenze tra l'agente e l'ambiente, per così dire, machista tipico di molti ambienti militari. Aggiunge La Scala: "In quasi 15 anni di umiliazioni subite, ha sempre rifiutato l'etichetta di omosessuale, ma era questo l'argomento principale con il quale alcuni suoi colleghi lo tormentavano".
Il tema non è se l'agente fosse o meno omosessuale, il problema è il senso di isolamento che era costretto a vivere perché trattato in ogni caso da "diverso". Il presidente di "Gens Nova" ricorda un episodio risalente a 5 anni fa: "Un collega lo vede ad una stazione di servizio e lo riferisce ai superiori; scatta una denuncia per una malattia fasulla e truffa ma la denuncia viene archiviata dal pm perché anche in quel caso era in malattia e poteva comunque uscire".
Questo episodio sembra abbia segnato l'agente che da quel momento arriva a pensare perfino di poter essere pedinato. Soprattutto non digerisce che abbiano messo in dubbio la sua parola. "Due giorni fa era esausto - dice ancora La Scala - si sentiva nel centro del mirino, obiettivamente non stava bene, viveva in un'atmosfera ossessiva, si sentiva perseguitato".
C'è chi lo additava come diverso, chi come falso malato, chi riferiva ai superiori episodi sul suo conto, spesso frutto di fantasia. Questo, insomma, il clima nel quale l'agente avrebbe maturato la scelta di farla finita. Assistente capo coordinatore del corpo di polizia penitenziaria, 56 anni, originario di Bitritto, da molti anni era in servizio in un carcere di terra di Bari.
Nella notte tra il 17 e il 18 febbraio una pattuglia dei carabinieri ha notato un'automobile ferma accanto a una stazione di servizio nella zona 167. I militari hanno notato all'interno la sagoma di un uomo che sembrava addormentato, ma quando hanno aperto lo sportello si sono accorti del sangue abbondante. "Ogni volta che rientrava dalle riunioni in associazione era sereno, Antonio La Scala era diventato la persona a cui confidare tutto quello che ha subito in anni di servizio", racconta la madre sfinita dal dolore. Un padre anziano malato di cancro gli consentiva di usufruire della cosiddetta legge 104, assentarsi dal lavoro per accudire il genitore. Nel frattempo aveva chiesto di usufruire di un periodo di aspettativa.
"In questo periodo mio figlio non stava lavorando - dice ancora la donna - Mi chiedo come abbia potuto procurarsi la pistola che viene sistematicamente lasciata in armeria, nel carcere, al termine dell'orario di lavoro". L'avvocato La Scala, che si prepara a dare battaglia legale sulla vicenda, lancia intanto un altro tipo d'allarme: "Troppi suicidi tra militari delle forze dell'ordine, in media 60 ogni anno. Nelle scorse settimane si è tolto la vita un luogotenente dei carabinieri a Bari e un altro sottufficiale della Guardia di Finanza nell'aprile scorso, sempre a Bari".
Ancora sull'agente penitenziario suicida: "Aveva bisogno di un aiuto psicologico serio ma con massima discrezione, non facendolo sentire un folle o in colpa". Un aiuto che nessuno è riuscito a dargli, nemmeno all'interno del suo ambiente di lavoro che in alcuni casi è stato perfino percepito come ostile. Sarà la Procura barese ora a fare chiarezza sulle eventuali responsabilità.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 febbraio 2021
Nel carcere La Dozza di Bologna apre un reparto di articolazione psichiatrica, ma mancano le figure sanitarie e gli agenti penitenziari rischiano di trovarsi da soli a gestire situazioni critiche senza averne la competenza. A lanciare l'allarme è il sindacato di polizia penitenziaria Sinappe per voce della dottoressa Anna La Marca.
"Non abbiamo competenza sanitaria - scrive La Marca rivolgendosi alla direzione del carcere bolognese - per cui è a dir poco inaccettabile che l'azione gestionale ed organizzativa nonché gli interventi sanitari possano essere delegati al personale dell'area sicurezza". Osserva che "sarebbe stato opportuno, quindi, che fossero state date delle linee guida alla Polizia Penitenziaria ivi operante, fornite soprattutto con la costante presenza di professionisti competenti nella cura di soggetti così fragili e problematici".
La sindacalista del Sinappe, ricorda che il servizio psichiatrico in carcere non rappresenta un'area a sé stante, ma s'inscrive nella complessità dell'intervento sanitario intracarcerario. "La tutela della salute della persona reclusa assume - sottolinea La Marca - inoltre, una valenza positiva in relazione all'art. 27 della Costituzione, terzo comma. Tale articolo, infatti, secondo il principio dell'umanizzazione e della funzione rieducativa della sanzione penale, impone una concezione della pena non meramente retributiva e preventiva, ma attenta ai bisogni umani del condannato in vista del suo possibile reinserimento sociale".
La mancanza del personale dell'Area Sanitaria è vissuta con forte disagio dalla popolazione detenuta e, contestualmente, per logica consequenzialità, diventa fattore di rischio per l'incolumità del personale di Polizia Penitenziaria operante presso quelle sezioni detentive con il verificarsi di aggressioni da parte dei detenuti che vedono nel poliziotto penitenziario l'unica figura sempre presente su cui scaricare la propria rabbia e la propria tensione.
"L'assenza - denuncia sempre La Marca -, voluta, casuale o temporanea (non è dato saperlo e sul punto si chiedono chiarimenti e delucidazioni) di un presidio psichiatrico h 24 nel reparto Girasole, riporta, a giudizio di chi scrive, ad un parallelismo infelice, vissuto non moltissimi anni fa in cui la malattia mentale veniva trattata in modo grossolana e brutale se non addirittura negata".
Con l'assenza delle figure sanitarie specializzate nella cura e assistenza delle persone affette da patologie psichiatriche, c'è il rischio che si ritorni a quella arcaica logica manicomiale dove la gestione è puramente contenitiva. Come ben spiega la dottoressa La Marca, oggigiorno il concetto di malattia mentale è molto più articolato per cui recludere delle persone con un disagio psichico, senza una progettualità, senza impegnare la loro mente, senza canalizzare la loro emotività con l'aiuto costante di addetti del settore non fa che riportarci a quel periodo.
La malattia psichica è fonte di sofferenze non meno della malattia fisica ed è appena il caso di ricordare che il diritto fondamentale alla salute ex art. 32 Cost., di cui ogni persona è titolare, deve intendersi come comprensivo non solo della salute fisica, ma anche della salute psichica alla quale l'ordinamento è tenuto ad apprestare un identico grado di tutela.
"Le patologie psichiche possono aggravarsi ed acutizzarsi proprio per la reclusione: la sofferenza che la condizione carceraria inevitabilmente impone di per sé a tutti i detenuti si acuisce e si amplifica nei confronti delle persone malate, sì da determinare, nei casi estremi, una vera e propria incompatibilità tra carcere e disturbo mentale che non può assolutamente interrompersi nel weekend quando, parrebbe, che nessuna figura psichiatrica sia presente e a disposizione delle detenute del reparto Girasole", conclude la sindacalista del Sinappe.
altarimini.it, 19 febbraio 2021
Galere sovraffollate ma non mandano detenuti. In Emilia-Romagna alcune comunità per il recupero di carcerati hanno posti liberi che però non vengono occupati, perché dalle carceri non vengono inviati i detenuti. A denunciarlo è la Comunità educante con i carcerati dell'associazione Papa Giovanni XXIII, che si occupa di reinserimento sociale. "Abbiamo messo a disposizione 11 posti, ma ne abbiamo occupati soltanto tre" nonostante "ora vi siano i finanziamenti".
"Non è un problema solo nostro, ma di tutte quelle comunità che hanno dato disponibilità", afferma il coordinatore della comunità, Giorgio Pieri. Perché gli altri posti non vengono occupati? "Perché non sono state inviate le richieste dalle carceri della regione Emilia-Romagna", afferma Pieri, per il quale vi è "un blocco organizzativo dentro le carceri", "non c'è informazione. I detenuti - aggiunge - non vengono a sapere di questa opportunità. Fatto sta che i soldi ci sono, ma sono fermi. Le comunità ci sono ma sono vuote. E ci si lamenta che il carcere è pieno e il Covid avanza". Per Pieri cogliere l'occasione delle comunità sarebbe come "cogliere due piccioni con una fava", ovvero alleggerire le carceri e diminuire il rischio di focolai.
primavercelli.it, 19 febbraio 2021
Con l'adesione al nuovo tavolo carcere-volontariato. L'Assessore alle Politiche Sociali Ketty Politi, comunica l'adesione al nuovo progetto del Tavolo carcere volontariato e della Casa Circondariale di Vercelli. Il Comune di Vercelli - Settore Politiche Sociali, impegnato da anni in progetti condivisi con la Casa Circondariale di Vercelli, intende continuare la collaborazione aderendo ad un progetto di accoglienza dei detenuti in permesso premio. Questa iniziativa riguarda l'accoglienza temporanea dei detenuti che escono dalla Casa Circondariale in permesso premio per breve tempo.
In collaborazione con l'associazione Argilla - Nell'adesione all'iniziativa il Comune metterà a disposizione un alloggio situato in città, in comodato d'uso gratuito all'associazione di volontariato Argilla, la quale si occuperà della gestione e dell'organizzazione dell'attività con le associazioni facenti parte del Tavolo carcere volontariato, sempre in accordo con la Direzione della Casa Circondariale.
La permanenza dei detenuti e familiari, in alloggio, sarà limitata al solo tempo del permesso premio di uscita concesso, e permetterà loro di trascorrere momenti di quotidianità familiare, in un ambiente sereno.
di Francesca Soro
La Stampa, 19 febbraio 2021
Vendite ferme a causa dello stop di mercatini e fiere: "Chi desidera fare un acquisto solidale ci scriva". Senza mercatini e fiere ormai assenti da mesi, è difficile per i piccoli produttori agricoli piazzare il frutto del loro lavoro nei campi. E questo vale anche quando il campo è all'interno della casa circondariale. L'Associazione volontariato carcerario Onlus (Avvc), attiva nel carcere di Brissogne, lancia un appello ai cittadini: "La mancata edizione della Fiera di Sant'Orso ci ha privati della nostra consueta vetrina. Se per quanto riguarda i lavori in legno possiamo dire "sarà per la prossima volta", non vale altrettanto per quanto riguarda la nostra piccola produzione di zafferano".
Come fare? "Chi volesse effettuare un acquisto solidale (0,5 grammi di zafferano a soli 12 euro) può scrivere alla nostra email
Il progetto agricolo carcerario dell'Avvc era stato premiato con il Premio del volontariato regionale 2016, patrocinato dal Consiglio Valle.
"Assieme ad alcuni detenuti disponibili al lavoro volontario abbiamo recuperato un'area dismessa all'interno del perimetro del carcere impiantandovi un migliaio di bulbi acquistati da un'azienda specializzata in Sardegna. Gli stessi detenuti ne hanno curato la manutenzione e con l'arrivo dell'autunno sono sbocciati i primi fiori, permettendo così di effettuare il primo raccolto" racconta Maurizio Bergamini, presidente dell'associazione. I detenuti al carcere di Brissogne si avvicendano velocemente, "ma anche se ogni anno cambiano i protagonisti umani, la natura segue il suo corso e le piante si sono rafforzate e moltiplicate, moltiplicando il primo raccolto che è arrivato a 60 grammi". Cambiano le persone ma il sapere agricolo rimane: "I detenuti si sono "tramandati" il know-how passato loro dal nostro primo consulente e pur con metodi un po' caserecci, riescono ad ottenere un prodotto di qualità, che merita essere lavorato e degustato con attenzione". Ci lavorano in tre.
L'obiettivo del progetto "non è quello di mettere sul mercato una merce, ma quello di fornire ai detenyti una triplice opportunità" sottolinea il presidente. Spiega: "Innanzitutto un momento di attività all'aperto (sempre gradito), poi un gettone di presenza erogato a sorpresa, dato che i detenuti si candidano convinti di lavorare gratis, e infine una competenza tecnica che può rientrare nel bagaglio di conoscenze individuali".
L'ultimo aspetto è quasi un ponte con la vita che li aspetta fuori dal carcere. "Alcune persone di estrazione contadina ci hanno detto di volerci riprovare una volta ottenuta la libertà". Lo zafferano in vendita ora è stato raccolto a ottobre 2020. "Purtroppo il secondo lockdown ci ha impedito di completare il lavoro con la consueta confezione con etichetta in cartoncino legata con la rafia, ma il prodotto è ottimo!".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 19 febbraio 2021
Il protocollo d'intesa firmato stamani dal capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap) Bernardo Petralia e dal sindaco di Favignana Francesco Forgione, aggiunge l'isola alla lunga lista di enti, istituzioni pubbliche, soggetti del settore privato e imprese di grandi dimensioni che si avvalgono del lavoro di detenuti in progetti a favore della collettività.
L'accordo intende favorire l'inserimento lavorativo dei detenuti secondo il modello Mi riscatto per il futuro, basato sull'offerta a condannati di opportunità formative spendibili una volta in libertà e sull'adesione ad attività di utilità sociale.
Un percorso reso possibile dall'articolo 20 ter dell'Ordinamento penitenziario (come modificato dal D.lvo 124/2018) che consente l'impiego di condannati, su base volontaria e gratuita, nei lavori pubblica utilità. Lavoro, come strumento fondamentale di reinserimento sociale, e "sviluppo della cultura della restituzione, intesa come riparazione indiretta dei danni provocati dai reati" sono due delle finalità evidenziate nell'accordo e condivise dai firmatari.
I detenuti, provenienti dalla locale casa di reclusione Giuseppe Barraco, saranno occupati principalmente in attività di manutenzione del verde e di recupero del patrimonio ambientale, area d'interventi definita come prioritaria dall'accordo, sulla base del successo di analoghe esperienze e per le caratteristiche naturali e paesaggistiche dell'isola. L'individuazione delle attività lavorative, la selezione delle persone detenute, interessate a seguire il percorso, e le relative attività di formazione saranno programmate - prevede il protocollo - da un Comitato di coordinamento, composto da rappresentanti dell'amministrazione penitenziaria, del Comune di Favignana e della casa di reclusione.
Dopo una sperimentazione iniziata a Roma (con oltre 4500 detenuti coinvolti) e proseguita in altri capoluoghi, il progetto è divenuto un modello d'inclusione lavorativa che ha dato vita, nel novembre 2019, alla istituzione presso la segreteria del capo del Dap di "Mi riscatto per il futuro - Ufficio centrale per il lavoro penitenziario", per garantire l'uniformità degli interventi e delle procedure esecutive.
Per la sua caratteristica di coniugare riabilitazione e riparazione, la formula ha assunto rilevanza internazionale ed è stata adottata anche a Città del Messico, dove il sindaco di Favignana, componente della delegazione italiana, ha avuto modo di conoscerla e apprezzarla.
Presenti alla stipula della convenzione, avvenuta a Palazzo Florio, oltre ai firmatari, il provveditore regionale della Sicilia, Cinzia Calandrino, e il responsabile dell'Ufficio Centrale per il lavoro penitenziario, Vincenzo Lo Cascio. "Il lavoro è nobiltà, serenità, democrazia e tutto ciò che ruota attorno alle virtù fondamentali delle Stato. Sul lavoro puntiamo per dare una funzione sociale all'attività trattamentale" ha dichiarato il Capo Dap Petralia.
"Più lavoro significa più garanzie per il singolo, la comunità, lo Stato stesso". Sono in tutto 108 gli accordi firmati dal Dap con enti locali e associazioni operanti sul territorio e 7 i protocolli stipulati con soggetti dell'imprenditoria privata di rilevante entità.
primocomunicazione.it, 19 febbraio 2021
Grande emozione, nei giorni scorsi, alla Casa di Reclusione di Fossombrone per due nuove lauree di due studenti del Polo Universitario, attivato dal 2015 e che vede a oggi iscritti 20 studenti a 10 corsi di laurea differenti. A poco più di un anno dal primo laureato, altri due studenti hanno concluso il percorso triennale, conseguendo, con 110 e lode, il titolo in Informazione Media Pubblicità.
La commissione di laurea presieduta dalla professoressa Gea Ducci e dai docenti Anna Tonelli, Lorenzo Giannini, Guido Capanna Piscé, Carlo Magnani e Franco Elisei, ha ascoltato la discussione delle due tesi dal titolo: "La marca: un sogno per dare un senso" e "Un maestro di giornalismo nel mondo del calcio: Giovanni Luigi Brera".
La seduta di tesi ha risentito del periodo di emergenza in corso e si è svolta in modalità online nella biblioteca del carcere, alla presenza della Tutor del Polo, Dott.ssa Vittoria Terni de Gregory, dell'educatrice Dott.ssa Angela Rutigliano e del personale della Polizia Penitenziaria.
Docenti e collaboratrici del Polo hanno fatto comunque sentire il loro sostegno ai laureandi assistendo in remoto alla discussione: tra di loro la Coordinatrice del Polo, professoressa Daniela Pajardi, i docenti Rowena Coles, Paolo Stauder, Massimo Russo, e le collaboratrici che hanno lavorato in questi anni nel servizio di tutorato Silvia Lecce, Mara Cirimbilli e Viola Ceregini. Anche i familiari hanno potuto collegarsi e seguire i laureandi in questo momento così importante, che ha un così profondo significato di cambiamento e di impegno.
"Questo progetto si conferma di grande valore" ha affermato la professoressa Tonelli "che va avanti grazie ad un lavoro reciproco tra l'impegno degli studenti e la collaborazione dei docenti, delle tutor, della Direzione, dell'Area Trattamentale e della Comandante del carcere. I due laureati di oggi, tra i primi ad essersi iscritti al Polo Universitario, hanno mostrato grande forza e tenacia fino a raggiungere questo traguardo".
Come sottolinea la professoressa Pajardi, "si tratta di un traguardo culturale ma soprattutto personale, visto che loro, come molti detenuti hanno proprio iniziato a studiare in carcere, alcuni dalle medie altri dalle superiori. Lo studio universitario è vissuto spesso come qualcosa di troppo complesso e difficile, mentre con l'impegno e il supporto, ma soprattutto con una grande motivazione a mettersi in gioco, sono riusciti a concludere il percorso e già sono orientati a proseguire con la magistrale".
Dopo la proclamazione, i neodottori hanno voluto ringraziare chi li sostenuti in questo percorso e le loro parole sono state di sincera e commossa gratitudine per chi ha creduto in loro e li ha incontrati come persone e come studenti a prescindere dalle sbarre alle finestre dell'aula del Polo in carcere. "Conseguire una tesi in carcere è una tripla vittoria" ha dichiarato uno dei laureati "per le istituzioni coinvolte, per la cultura, per il detenuto e per il suo gruppo familiare".
grossetonotizie.com, 19 febbraio 2021
È tutto pronto a Massa Marittima per la partenza di "Orti in carcere", un'opportunità per i detenuti di formarsi e fare pratica sull'attività agricola, ai fini di un futuro inserimento nel mondo del lavoro.
Si tratta di un progetto della Regione Toscana, finanziato da Cassa Ammende, per cui il Comune, in collaborazione con la casa circondariale di Massa Marittima, ha presentato uno specifico programma pensato per la struttura cittadina, ottenendo 30mila euro per la sua realizzazione. Proseguendo sulla scia di un'attività già avviata in passato, che ha visto nel cortile della casa circondariale la messa a dimora di alcuni olivi e alberi da frutto, il nuovo progetto prevede l'integrazione di quest'area verde con un'oliveta composta da diciotto piante e da colture di erbe aromatiche. Il progetto prevede una prima fase di orientamento rivolta a tutti gli ospiti della casa e un secondo step in cui, in base all'interesse dimostrato, saranno selezionati quindici detenuti per attività formative interne; per alcuni di loro sarà anche possibile uno stage pratico, grazie alla collaborazione delle aziende agricole del territorio.
Il programma formativo comprenderà l'approfondimento di varie tematiche: la conoscenza delle colture e degli aspetti tipici del paesaggio agricolo locale, la tutela ambientale, la sicurezza sui luoghi di lavoro e la collaborazione con le realtà produttive della zona. "Crediamo che questa sia una bella occasione per i detenuti che presto potranno affrontare una nuova vita all'esterno della struttura - commenta l'assessore alle politiche sociali del Comune di Massa Marittima, Grazia Gucci - sia ai fini del loro reinserimento sociale, sia per l'acquisizione di una formazione lavorativa specializzata in un territorio fortemente vocato alla olivicoltura".
di Mons. Vincenzo Paglia
Il Riformista, 19 febbraio 2021
Non possiamo prendere alla leggera la notizia sui senzatetto morti a causa del freddo: 25 nelle strade italiane in poco tempo. È uno scandalo inaccettabile! Nella Roma di fine VI secolo, Papa Gregorio Magno, quando gli fu comunicato che un uomo senza fissa dimora era morto per fame, reagì in questo modo come scrive un suo biografo: "Quel giorno Gregorio non volle celebrare la messa: "Oggi è venerdì santo" (giorno in cui non si celebra la messa), disse, "perché in quell'uomo è morto Gesù" e se ne fece una colpa personale come se lo avesse ucciso con le sue mani" (Giovanni Diacono, Gregori Magni vita 2, 29). Dovremmo celebrare 25 volte il Venerdì Santo, in Italia. E Papa Francesco, domenica 20 gennaio - era morto qualche giorno prima un "barbone" che stava al colonnato di San Pietro - all'Angelus fece suo questo episodio storico. Non si può tacere. E neppure stare inerti. Sarebbe complicità.
Purtroppo i morti per freddo, i senzatetto, non fanno notizia. Anche perché sono considerati come vittime collaterali di una situazione difficile come l'emergenza freddo. No, non sono vittime inevitabili. Non sono scarti comunque da eliminare. Sarebbe già un passo se provassimo vergogna per quanto è successo. E magari inizieremmo a non considerarli un fastidio, anzi come persone con le quali incrociare lo sguardo, chiedersi come mangeranno, come e dove vivono, perché sono caduti in una povertà così dura. Inizieremmo a capire che non debbono essere abbandonati e ancor meno scomparire in questo modo. Se sono in questa condizione non è - come spesso si sente dire - per colpa loro. Chi di noi ha piacere di non avere una casa? O comunque un luogo ove stare per ripararsi dal freddo?
Eppure loro esistono. Come anche le soluzioni esistono. Eccome! Basterebbe intanto accorgersi di loro. Fermarsi. Parlargli. Papa Francesco diceva anche di toccare le loro mani quando diamo qualche spicciolo. In realtà è davvero raro che la gente li guardi, e ancor meno che si fermi. In genere ognuno continua la sua strada. Ma lì, in quel tratto di strada, quell'uomo (quella donna) ci abita. È di qui che inizia la soluzione: fermarsi e cercare di capire. Si potrebbe dire, alla lettera, è questa la strada della carità, la via del Samaritano, la strada del prendersi cura di chi ha bisogno di aiuto. L'antica storia evangelica (quell'uomo non è chiamato "buono", come in genere facciamo noi, era semplicemente "samaritano" uno che era pure inviso ai correligionari di Gesù) ci aiuta a capire anche il nostro oggi.
Quella pagina inizia con una domanda del dottore della legge: chi è il mio prossimo? "Prossimo" è una parola da riscoprire. Il dottore della legge intendeva chiedere chi avrebbe dovuto aiutare. Appunto, chi era il "prossimo". La narrazione sembra indicare nell'uomo mezzo morto, appunto, il prossimo da aiutare. Ma al termine Gesù ne rovescia il significato: "prossimo" non è l'uomo mezzo morto, bensì il samaritano che si avvicina, che si fa prossimo a quell'uomo. Da notare che il termine prossimo è il superlativo della parola latina "proper" (vicino) e quindi significa "il più vicino". Che rovesciamento! O anche quale arricchimento: la stessa parola unisce chi aiuta e chi è aiutato. Il samaritano (a differenza del prete e del sacrestano) sentì l'obbligo di avvicinarsi e prendersi cura sino a portarlo in un ostello e affidarlo perché potesse essere curato sino alla guarigione.
È una pagina da rileggere in questo tempo con attenzione. Durante la pandemia abbiamo visto vivere in questo modo la parola "prossimo", anche a volte nel dramma della morte che ha visto medici e malati morire per aiutarsi a vicenda. Come anche ristabilirsi a vicenda. È così che si è semplicemente umani. Uomini e donne davvero. Chiunque è umano - non necessariamente "buono", semplicemente umano - sente dentro di sé i sentimenti di quel samaritano: procurare una casa a chi non l'ha (è l'albergo della parabola) e un aiuto (l'albergatore) perché venga curato. La "carità" chiama alla responsabilità politica, ossia al coinvolgimento più largo per ridare una casa a chi non l'ha, una compagnia a chi è solo, una speranza a chi ha perso tutto. Va riscoperta - e presto - la responsabilità perché la società tutta possa garantire la dignità a tutti i suoi figli. Purtroppo, una cultura sempre più individualistica ci ha come polverizzati, atomizzati, separati, nebulizzati...Il poeta aveva avvertito: "nessun uomo è un'isola". Ma lo siamo diventati. E le conseguenze amare sono sotto i nostri occhi, a partire dalla pandemia, frutto di una cultura esasperatamente individualista tesa unicamente al benessere individuale.
Ma torniamo al tema dei morti in strada per il freddo. Ripeto, dobbiamo sentirne tutti la responsabilità. E non è retorica. Deve emergere anche culturalmente l'oggettiva responsabilità che ci lega gli uni agli altri. L'esaltazione dei soli diritti individuali ci ha fatto dimenticare i rispettivi doveri a essi correlati. Tutti, a partire dai poveri, hanno il diritto a essere aiutati. E noi il dovere di aiutarli: siamo gli uni debitori dell'aiuto degli altri. E i più deboli vanno inclusi per primi. Certo, so bene che è davvero difficile eliminare la povertà. E chi ha esperienza "di strada" sa anche che esistono sempre persone problematiche. Molti infatti fanno difficoltà per accettare il recupero e il reinserimento: le loro ferite sono complesse, gravi, corporali e psichiche, e spesso si cronicizzano... Di nuovo carità e politica - o, se volete, diritti e doveri - sono chiamate a farsi carico di queste situazioni difficili.
Vanno combattute ingiustizie, disoccupazione, discriminazione... E con sollecitudine. Quando si entra nella spirale, non è facile uscirne. In questo senso l'indagine condotta dalla Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, ha un grande merito: scuote le nostre coscienze, ricorda una grave ingiustizia sociale e punta il dito sull'indifferenza con cui guardiamo - e non vediamo - quanto accade davanti a noi. In un anno di pandemia abbiamo capito che le più colpite sono state le categorie più fragili: gli anziani, vittime inconsapevoli di un sistema di "case di riposo" oramai da ripensare e i giovani e giovanissimi, strappati dalla vita di relazione e dalla scuola. La pandemia ha mostrato la vastità dell'ingiustizia sociale: appena leviamo quel velo di benessere e di soddisfazione economica che domina la nostra vita, ci scopriamo "nudi", senza risorse, indifesi e deboli. Indifesi e deboli soprattutto se pensiamo di essere soli o se pensiamo a dare soluzioni individuali ai problemi.
La soluzione alla pandemia incrocia necessariamente il prendersi cura gli uni degli altri. Certo, c'è bisogno delle risorse scientifiche per sconfiggere il Covid-19. Ma è altrettanto indispensabile l'impegno per una prossimità reciproca tra i popoli e le persone. A partire da coloro che sono abbandonati, appunto, come i poveri che vivono per la strada. Sono passati duemila da quando l'esempio del Samaritano sta davanti agli occhi soprattutto dell'Occidente. E abbiamo maturato idee ed esperienze proprio da quella ispirazione. Dovremmo finalmente - proprio a partire dai morti per il freddo - apprendere che la casa è un diritto, come il lavoro, come il dovere di accogliere ed essere accolti. C'è bisogno che questa "visione" torni a ispirarci. In una sua poesia, Karol Wojtyla scriveva: "l'uomo soffre soprattutto per mancanza di visione". Aveva ragione.
Ci siamo fermati al presente degli interessi individuali o comunque particolari. Ma la pandemia e queste morti ci offrono l'opportunità di riprenderla e tradurla in azioni concrete. E abbiamo anche le risorse, la consapevolezza, la capacità di intervenire più e meglio rispetto al passato. La "prossimità" - nel suo duplice versante: unendo chi aiuta e chi è aiutato - può e deve ispirare il domani dopo la pandemia. Ma lo sarà se iniziamo da oggi, ripartendo senza dimenticare i dimenticati. Insomma, dobbiamo riaprire la frontiera della solidarietà - o della fraternità - per farla diventare uno stile di civiltà sin da ora. È nella forza dei legami umani che si riapre oggi il futuro. Per noi deve essere un punto d'onore.
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