di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 18 febbraio 2021
Intervista alla leader dell'opposizione bielorussa: "Sono stata costretta dal destino a occupare questo posto, con altre due donne abbiamo sostituito i nostri uomini strenui oppositori, esiliati o messi in prigione".
Ventisei anni di regime, dal 1994 Lukashenko comanda in Bielorussia, durante l'ultima tornata elettorale nell'agosto scorso però teme, teme che questa volta la propaganda e le intimidazioni dei servizi segreti (che in modo evocativo ancora si chiamano ufficialmente Kgb) non riusciranno a portargli il consenso che è sempre riuscito a ottenere, quindi arresta tutti i suoi oppositori: Sergei Tikhanovsky e Viktor Babaryko, e ha costretto alla fuga Valery Tsepkalo. Le accuse, tipiche dei regimi, sono ridicole e pretestuose: "incitamento alla rivolta", "frode fiscale".
Eppure, dopo gli arresti, accade qualcosa di impensabile per la Bielorussia di regime, tre donne si uniscono in una coalizione tutta femminile con lo scopo di dare vita a un'opposizione politica articolata in grado di rimuovere Lukashenko. Vogliono convocare nuove elezioni democratiche, libere e controllate da autorità internazionali. Queste donne sono Veronika Tsepkalo (moglie di Valery Tsepkalo), Svetlana Tikhanovskaya (moglie di Sergei Tikhanovsky) e Maria Kolesnikova (responsabile della campagna elettorale di Viktor Babaryko).
E così, nelle elezioni dell'agosto 2020, la vera candidata d'opposizione è stata Svetlana Tikhanovskaya, ma Lukashenko si è autoproclamato vincitore delle elezioni con l'80% dei voti, nonostante siano numerose le prove di brogli. Consapevole del consenso ottenuto dall'opposizione delle donne bielorusse, dopo le elezioni, Lukashenko ha costretto Svetlana Tikhanovskaya e Veronika Tsepkalo all'esilio, con la minaccia di far loro perdere la potestà genitoriale, mentre Maria Kolesnikova è stata arrestata. Il contesto è questo, non solo: nelle ultime ore, come riportato da Amnesty International, la polizia bielorussa ha effettuato incursioni a Minsk, a Homel, a Mahilyou, a Vitsebsk e a Brest, intimidendo gli attivisti del Centro per i diritti umani "Viasna", dell'Associazione dei giornalisti, del sindacato indipendente Rep. Ha fatto incursione nelle abitazioni private di attivisti e giornalisti con il pretesto della presunta violazione dell'art. 342 del codice penale bielorusso ("organizzazione e preparazione di azioni per turbare gravemente l'ordine pubblico") allo scopo, secondo le autorità inquirenti, di "chiarire le circostanze del finanziamento delle azioni di protesta". Raggiungo via Skype Svetlana Tikhanovskaya, che si trova in Lituania.
Nell'estate del 2020, pur senza alcuna precedente esperienza politica, lei, Veronika Tsepkalo e Maria Kolesnikova avete preso la guida dell'opposizione al governo del presidente Alexander Lukashenko, e siete state appoggiate subito da migliaia di bielorussi: quanto ha contato l'essere donne in questa svolta epocale?
"È difficile essere leader in Bielorussia, quasi impossibile direi, perché, nel corso degli ultimi 26 anni, ci è stata inculcata l'idea che abbiamo un solo padrino, un solo presidente che non ci lascerebbe mai andare, e quindi abbiamo sempre creduto che questa sia la nostra unica realtà; la linea del potere era costruita sull'assunto che non ci fosse libertà di parola. Ci sono stati dei precedenti: nel 2010 tante persone sono state arrestate per motivi politici e quindi, anno dopo anno, ci hanno convinti del fatto che non riusciremo a cambiare nulla, che siamo impotenti e che c'è un solo presidente per tutto il paese e che, senza di lui, avremmo fatto una brutta fine. Però, per arrivare alla situazione attuale, dobbiamo comprendere ciò che è successo: ci sono stati tanti fattori che hanno portato all'esito di queste elezioni. Sì, sono stata costretta dal destino a occupare questo posto, e proprio il destino ha voluto che mi unissi ad altre due donne, insieme abbiamo dovuto sostituire i nostri uomini, strenui oppositori, esiliati o messi in prigione. I nostri concittadini non sono ciechi, si accorgono dell'illegalità. Poi è arrivata la pandemia e mio marito Sergei Tikhanovsky ha cominciato a girare la Bielorussia per aprire gli occhi alla gente: "Ragazzi, guardate come stiamo vivendo: dobbiamo lottare per il nostro futuro!", e quindi le persone si sono strette attorno a noi perché hanno iniziato a svegliarsi. Abbiamo smesso di avere paura quando abbiamo capito quanti siamo; quando la gente ha iniziato a partecipare ai nostri incontri per il sostegno di "Svetlana Tikhanovskaya candidata", abbiamo visto tantissime persone incontrarsi e stringersi la mano. Sapete, in passato, tutte le questioni politiche sono state discusse - diciamo cosi - in cucina, nessuno poteva parlare apertamente, ma dall'estate dell'anno scorso abbiamo avuto una dimostrazione chiara, le persone hanno capito di essere in tante. Il fatto che io sia una donna ha sicuramente avuto un peso perché Lukashenko in me non ha visto un oppositore; ha pensato che nessun bielorusso avrebbe mai votato per una donna. Fatto sta, però, che Lukashenko ha dimostrato di non conoscere il suo popolo. È talmente distaccato, vive in un mondo tutto suo al punto di non aver capito che le persone votavano per me non perché donna, casalinga o politica, ma lottavano e votavano contro la dittatura. Lukashenko tutto questo non lo ha per nulla compreso, e non essendo riuscito a convincere le persone di aver commesso un errore a votare per me, ha usato la forza".
Lukashenko ha individuato e colpito un punto chiaramente vulnerabile dell'essere madre minacciando di allontanare da voi i vostri figli. Lei aveva mandato i suoi all'estero già prima delle elezioni, quindi sapeva che ci sarebbe stato questo ricatto?
"Ricordo che nell'estate del 2020 abbiamo avuto tante emozioni positive, però ogni mattina mi svegliavo in ansia per me stessa, per mio marito, che è imprigionato e maltrattato, e avevo anche tanta paura per i miei figli. Avevo paura e non riuscivo a lasciare libero l'appartamento; conosco i metodi del Kgb: potevano perquisire casa mia, lasciare della droga per potermi accusare, per poter avvisare i servizi sociali e per poter dire: "Guardate che madre snaturata è la Tikhanovskaya" e quindi potevano privarmi dei miei figli. Avevo paura a lasciare i miei figli da soli. Erano con mia madre, la loro nonna, e comunque ero preoccupata. Quando ho ricevuto la "chiamata", mi è stato detto: "Basta, devi lasciar stare la politica, devi andartene altrimenti noi ti mettiamo in prigione. Tuo marito è già in carcere, se ci finisci anche tu, ti togliamo i figli", lì ho capito che si trattava di una minaccia vera a propria. Ma io sapevo anche che non avevo il diritto di rimanere indifferente, di smettere di lottare, ecco perché ho scelto di portar via i miei figli. Ho deciso di portarli via dalla Bielorussia perché solo così avrei potuto continuare a cuor leggero".
Maria Kolesnikova è in carcere da settembre. Come sta? Cosa stanno facendo in questo momento a tutti i dissidenti in carcere in Bielorussia?
"Non posso conoscere i dettagli su ogni prigioniero politico in Bielorussia, su ogni persona arrestata e che non è ancora stata dichiarata "prigioniero politico", ma ho come l'impressione che le persone più popolari vengano trattate in maniera migliore, non che abbiano un occhio di riguardo, ma credo che vengano trattate con un po' di decenza in più: non vengono torturate, non vengono violentate. Tutte le altre, le migliaia di persone che sono state imprigionate in Bielorussia per il solo fatto di aver partecipato alle manifestazioni pacifiche, quando escono dal carcere ci raccontano storie che fanno rabbrividire. Ci parlano di condizioni di scarsità di cibo. Voi in Italia fate fatica a immaginarlo, ma ora in Bielorussia ci sono -20°, - 25°, immaginate... non c'è riscaldamento nelle celle: è una tortura vera e propria, perché la gente si sta congelando. Non viene fornito dentifricio, non viene fornito sapone. Immaginate... per igienizzare buttano dell'acqua con il cloro sul pavimento della cella e la gente soffoca perché non c'è ricambio d'aria. Fa freddo, le finestre sono chiude e manca l'aria, la gente soffoca ed è una bruttissima sensazione. La gente sta patendo moltissimo. Lei mi chiede come sta Maria Kolesnikova, spero davvero che stia bene, vivamente. Lei è una persona molto forte. È sempre stata decisa e il fatto che abbia strappato il passaporto la dice lunga su quanto sia forte. Pratica tanto sport in cella, una cella di due metri per due. Mette il rossetto rosso e cerca di tirarsi su di morale. Comunica attraverso le sue lettere in cui dice: "Sono stata arrestata e sono in prigione, ma dentro sono libera e, anche con la violenza dei manganelli, questa libertà non mi verrà mai tolta".
Nel ritirare il Premio Sacharov lei ha detto: "Noi vi chiediamo di non intervenire negli affari interni della Bielorussia, ma sostenere i diritti umani e la democrazia non è un'interferenza" e questa l'ho trovata una dichiarazione molto potente. Negli ultimi 26 anni avete sperato che qualcuno intervenisse per fermare la dittatura di Lukashenko? Questo cambiamento può sono avvenire partendo dall'interno o è necessario un intervento esterno?
"La responsabilità di ciò che sta accadendo in Bielorussia è sulle spalle dei bielorussi stessi, sulla dittatura, sul regime e sulle persone comuni che vogliono mettere un punto al regime, che vogliono costruire un paese felice, nuovo, libero. Però dobbiamo anche capire e renderci conto dello squilibrio. Lukashenko ha forze speciali, forze antisommossa, ha manganelli, ha tanta gente, ha il controllo della tecnologia. Le persone normali non hanno niente, solo la speranza che possa cambiare qualcosa. Naturalmente, però, nonostante questo squilibrio nel potere, sappiamo che non possono, gli altri paesi, subentrare e intervenire per fare in modo che Lukashenko se ne vada. Però, allo stesso tempo, non è accettabile che nel centro dell'Europa si assista a questa violenza e allo sradicamento totale dei diritti umani; ecco perché vogliamo che alle parole seguano le azioni. Ecco perché chiediamo di fare pressione sul regime e non perché il regime non mi piaccia, ma perché questo regime sta minando i diritti umani con azioni molto violente. Sono grata all'Europa perché, nel momento in cui abbiamo intrapreso questa rivoluzione, o meglio, questa evoluzione bielorussa, ci ha dato un grande sostegno; che Lukashenko non sia stato riconosciuto come presidente legittimo è stato un messaggio molto forte che ci è arrivato dall'Europa e che ci ha fatto capire di essere sulla strada giusta. Il fatto che l'Europa non aiuterà Lukashenko, che non avrà una posizione neutra, ci ha dato una carica enorme. E che io, come leader scelta dal popolo bielorusso, venga accettata ai massimi livelli in altri paesi, che grazie a me sia stata data al popolo bielorusso la possibilità di dialogare con l'Europa, ci ha fatto sentire forse l'ondata di solidarietà. Però i bielorussi dopo un po' di tempo si sono disillusi perché non sono stati intrapresi passi concreti. Ora abbiamo 32 mila persone imprigionate. Abbiamo visto le fotografie delle persone torturate, ferite con armi da fuoco, senza arti; ci sono tantissime fotografie che girano su Internet, eppure ci sono stati solo tre pacchetti di sanzioni che hanno riguardato poche centinaia di persone. Quindi è una presa in giro, voi ci dite: "Grazie per quello che state facendo", vi preoccupate, ma non c'è nulla di concreto. Purtroppo pochi paesi ci sono vicini e agiscono concretamente per noi. Quando noi bielorussi guardiamo all'Unione europea, abbiamo come l'impressione di vedere un'unione di paesi forti che si esprimono e che sono responsabili delle loro parole. Noi eravamo convinti di poter ottenere questo sostegno concreto; ci sono tante persone che soffrono, la nostra gente non è ricca, abbiamo centri per la protezione dei diritti umani che forniscono assistenza per gli avvocati, abbiamo 227 prigionieri politici che devono ricevere la visita del loro legale almeno una volta a settimana, e gli avvocati vanno pagati. Dobbiamo anche fornire vestiti e prodotti alimentari alle persone arrestate, questi servizi costano e, non vorrei risultare offensiva, ma dall'Europa ci aspettavamo di più. Eppure, verso i bielorussi, notiamo che interesse è scemato nonostante le repressioni non siano scomparse, anzi si sono acuite e il nostro dolore è tuttora forte. Ci sono persone detenute; i miei figli, per esempio, non vedono mio marito, loro padre, da 8 mesi. Mia figlia mi chiede se suo padre sia ancora vivo. Mi rendo conto che ci sono tante istanze provenienti da tutto il mondo, ma noi viviamo di fronte a voi e abbiamo questo maledetto dittatore che non ci permette nemmeno di esprimerci perché se sei un dissidente sei privato della libertà. Noi chiediamo all'Europa di darci supporto, deve agire in maniera più forte, più reattiva. Voi vivete in un paese libero, siete persone libere, avete dei valori, dovete lottare per questi valori. Questa è una prova anche per l'Europa, dovete capire se i vostri valori sono basati solo sulle parole o se realmente siete disposti a difendere con i fatti la democrazia e i diritti umani".
Cosa deve accadere perché Lukashenko cada: si rischia una guerra civile? Cosa deve succedere perché cada questo regime di polizia?
"Noi vogliamo agire nel rispetto della legge. Lukashenko ha detto: "A volte non c'è tempo per le leggi", e lo ha detto quando picchiava e arrestava, quando le persone venivano giudicate sulla base di false accuse; in quel caso non ha agito legalmente. Invece noi, in ogni circostanza, vogliamo agire secondo legge, siamo contro la violenza. Personalmente non ho alcuna intenzione di assumermi la responsabilità di dire: "Andate a sparare", e non posso assumermela perché so che ci saranno vittime, e io non voglio che tra i miei concittadini ci siano vittime. Però chi è al potere deve capire che ci sono nuovi movimenti politici che, al contrario, potrebbero assumere su di sé, in Bielorussia, questa responsabilità, e saranno in grado di richiamare le persone ad azioni più concrete. E se così fosse, non abbiamo idea di cosa potrebbe accadere".
Quindi secondo te c'è il rischio di una lotta armata?
"Dobbiamo dialogare e risolvere con il dialogo ogni contrasto; noi vogliamo evitare che ci siano vittime, da sei mesi continuiamo a dirlo. Abbiamo anche contattato la Russia, l'amico più vicino a Lukashenko, abbiamo provato ad avviare questo dialogo, ma per il dialogo sembra non esserci spazio. Lukashenko continua a dire di non volersi aggrappare al potere, ciononostante reprime tantissime persone pur di rimanere al potere. Si è reso conto di essere in bancarotta e di non contare assolutamente nulla per la nostra gente: ha il potere solo grazie alle forze armate. Ecco perché il nostro compito adesso è di convincere le forze antisommossa a prendere parte, e a farlo al fianco del popolo della Bielorussia libera, perché anche i loro figli dovranno vivere in questo paese e subiranno questa dittatura. Sono in tanti, nelle forze dell'ordine, a rendersi conto che così non può andare avanti, però sono schiavi del sistema dal punto di vista economico perché se un poliziotto antisommossa dovesse licenziarsi prima del tempo, dovrebbe pagare molti soldi al suo paese. Inoltre si stanno rendendo conto di essere criminalizzati per le violenze perpetrare... c'è tanta propaganda, e il nostro compito, ora, è convincere gli agenti antisommossa che chi ha colpe verrà giudicato in base alla legge da tribunali indipendenti. E chi non ha mai fatto nulla di grave dovrà rimanere con il paese, con il popolo, perché nella nuova Bielorussia avremo bisogno di una polizia libera e leale: le risorse che abbiamo a nostra disposizione, in questo momento, le dobbiamo ampliare per far sì che le risorse di Lukashenko al contrario diminuiscano: solo se questo equilibrio cambierà, potremmo portare il potere al dialogo, un dialogo che attualmente non c'è".
Da sei mesi vive in esilio, in Lituania, immagino una scelta molto sofferta e obbligata: tornerà in Bielorussia solo una volta caduto Lukashenko?
"Tornerò in Bielorussia quando mi renderò conto che dopo aver attraversato la frontiera non verrò immediatamente arrestata, e questo potrebbe accadere se fossi accompagnata da diplomatici o ambasciatori, con delle garanzie da parte del regime. Ma dovrebbe esserci quel dialogo di cui ho parlato, dialogo che ora non c'è. Oppure rientrerò in Bielorussia quando verranno rilasciati i prigionieri politici, quando verrà scarcerato mio marito. Ci devono essere le condizioni e i presupposti per il mio ritorno, perché tornare in Bielorussia sapendo che verrò messa in prigione, farebbe di me una vittima non necessaria. Questa mia non è una via di uscita perché, al contrario, il mio esilio potrebbe rafforzare lo spirito dei bielorussi che vorranno scendere in piazza".
I simboli della vostra coalizione sono un pugno alzato, una "V", e un cuore fatto con le mani. Come li avete scelti?
"È stata una casualità, una cosa davvero spontanea. È capitato che Viktor Babaryko e il suo team avessero già come simbolo il cuoricino fatto con le mani; Veronika Tsepkalo ha assunto come simbolo la "V", "V" come vittoria e come Valery, il nome di suo marito. Sergei Tikhanovsky, mio marito, mostrava il pugno per dare forza alle persone: quando è arrivata la pandemia e non ci si poteva stringere la mano per salutarsi, abbiamo scelto il pugno. Così è nata questa immagine rivoluzionaria, adottata anche dalla nostra gente: crediamo, riusciamo e vinceremo".
Grazie a Svetlana Tikhanovskaya. Ti chiedo solo questo: va aggiunto qualcosa a quanto abbiamo già detto?
"Vorrei rivolgermi ai vostri lettori e alla società internazionale. Vorrei ripetere che non bisogna valutare le nostre manifestazioni contando le persone che scendono in piazza, non vi focalizzate sul fatto che le nostre dimostrazioni non sono così massicce; dovete andare alla radice del problema. La situazione in Bielorussia è peggiorata, noi non abbiamo smesso di lottare e continuiamo nonostante l'indifferenza, nonostante le migliaia di persone incarcerate. E qui, da queste pagine, voglio rivolgermi a ogni italiano con un appello: scrivete, mandate lettere ai nostri prigionieri politici, a loro fa bene ricevere lettere di vicinanza. Ci sono tanti bielorussi che scrivono ai nostri prigionieri messaggi di sostegno. Se potete, provate a dedicare del tempo anche voi, bastano poche righe. Gli indirizzi sono reperibili sui siti delle associazioni per i diritti umani (come Viasna, ndr), ci sono nomi e cognomi... la nostra gente ve ne sarà grata, perché tutto quello che stiamo facendo adesso è una piccola goccia che, unita ad altre gocce formerà un oceano, un'ondata di solidarietà che ci aiuterà nella nostra lotta".
di Carlo Ciavoni
La Repubblica, 18 febbraio 2021
L'analisi di Amnesty International. Il dominio delle bande e l'assenza di giustizia. Un decennio di soprusi, omicidi extragiudiziali e impunità dei miliziani accolti nei gangli dello Stato. In Libia la giustizia per le vittime di crimini di guerra e di gravi violazioni dei diritti umani si fa ancora attendere. Si tratta di omicidi extragiudiziali, sparizioni, torture, sfollamenti forzati e sequestri di persona, commessi da milizie e gruppi armati. A denunciare tutto questo è oggi Amnesty International, a 10 anni dal rovesciamento del regime di Muammar Gheddafi. Secondo l'organizzazione per i diritti umani, le autorità libiche hanno promosso e legittimato capi delle milizie responsabili di violazioni inimmaginabili dei diritti basilari delle persone anziché accertare le loro responsabilità e risarcire le vittime di tutte le nefandezze commesse sotto il regime di Gheddafi e soprattutto dopo la sua scomparsa di scena.
L'impunità regna sovrana da 10 anni. Nel 2012 una legge ha concesso piena immunità ai membri delle milizie per le azioni commesse al fine di "proteggere la Rivoluzione del 17 febbraio". Il sistema giudiziario libico non funziona ed è inefficace: giudici e procuratori rischiano di essere sequestrati e assassinati semplicemente per il fatto di svolgere il loro lavoro. L'accertamento delle responsabilità resta una chimera, anche per i crimini commessi durante il regime di Gheddafi. Come il massacro del 1996 nella prigione di Abu Salim. I tentativi di portare di fronte ad un Tribunale i funzionari agli ordini di Gheddafi sono stati caratterizzati da gravi violazioni dell'equità dei processi, da torture e sparizioni forzate
Oggi un Paese senza pubblici poteri riconosciuti e credibili. Intanto la società civile libica, secondo diversi segnali colti da operatori umanitari, tende a percepire e valutare la situazione che si è creata in modi molto diversi: c'è chi crede di assistere ad una cospirazione internazionale - come del resto la cronaca degli avvenimenti ci conferma - che ha lo scopo di ridisegnare i perimetri di influenza nella regione. C'è poi chi invece ritiene che la "rivoluzione" di 10 anni fa, di fatto, ha raggiunto i suoi scopi. Altri ancora tendono a giudicare solo in base a quello che oggettivamente oggi si vede: un Paese allo sbando, insicuro, senza istituzioni e pubblici poteri riconosciuti solidi e credibili.
Dieci anni in un vortice di crimini di guerra. Le proteste iniziate nel febbraio 2011 vennero stroncate con violenza e degenerarono presto in un conflitto armato che, dopo una campagna aerea della Nato, portò alla caduta di Gheddafi. Da allora, la Libia è sprofondata in un vortice oscuro dove non esistono regole e dove milizie armate in lotta fra loro compiono crimini di guerra, per lo più fuori dai radar del sistema mediatico internazionale. Vari governi che si sono succeduti in Libia avevano promesso di ripristinare lo Stato di Diritto, di rispettare i principi fondamentali della convivenza civile, ma nessuno finora è riuscito a riprendere il controllo effettivo e totale della situazione.
Quando tutto cominciò. La missione aerea che portò alla fine del regime di Gheddafi e alla sua uccisione ebbe inizio la mattina del 19 marzo 2011. Tutto cominciò all'indomani della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che delimitò una zona d'interdizione al volo sul Paese, con lo scopo (ufficiale) di tutelare l'incolumità della popolazione civile dai combattimenti violenti tra le forze armate fedeli a Gheddafi e i ribelli che avevano animato le proteste di piazza per rovesciare il suo regime. A cominciare furono i caccia bombardieri francesi, con un attacco contro le postazioni terrestri dell'esercito regolare libico, vicino a Bengasi. Solo qualche ora dopo seguì il lancio di missili Tomahawk dalle navi statunitensi e britanniche al largo della costa libica, contro obiettivi strategici su tutto il territorio della nazione.
Gli assassini accolti nelle istituzioni dello Stato. Cominciò così un nuovo capitolo della storia del vicino Paese mediterraneo. "Per dieci anni - dice Diana Eltahawy, vicedirettrice per il Medio Oriente e l'Africa del Nord di Amnesty International - l'accertamento delle responsabilità e la giustizia sono stati sacrificati in nome di una pace e di una stabilità mai raggiunte. Gli autori delle violazioni dei diritti umani hanno beneficiato dell'impunità, sono stati integrati nelle istituzioni statali e sono stati trattati addirittura con deferenza. Se i responsabili delle violazioni dei diritti umani non saranno portati di fronte alla giustizia e continueranno a essere premiati con posizioni di potere - ha aggiunto Diana Eltahawy - la violenza, il caos, gli abusi sistematici e la sofferenza dei civili che hanno segnato l'era post-Gheddafi proseguiranno incontrastate".
Le due entità rivali in conflitto. Dal 2014 la Libia si è frammentata in due entità rivali in competizione per ottenere legittimità, governo e controllo del territorio. Lo scorso 6 febbraio i negoziati guidati dalle Nazioni Unite hanno portato all'annuncio di un nuovo governo di unità nazionale, col compito di organizzare le elezioni nazionali nel corso dell'anno. "Chiediamo a tutte le parti in conflitto e al nuovo governo di unità nazionale - ha sottolineato Eltahawy - di assicurare che alle persone sospettate di aver commesso crimini di diritto internazionale non siano affidati posti di potere dai quali potranno continuare a compiere violenze e a rafforzare l'impunità. Le persone accusate di crimini di guerra dovrebbero essere sospese da posizioni di autorità, in attesa dell'esito di autentiche indagini indipendenti", ha concluso.
Le promozioni e gli stipendi ai miliziani. La realtà di questi ultimi anni è stata caratterizzata da promozioni di capi delle milizie responsabili di uccisioni illegali e torture, con la complicità (o la "distrazione") dei governi che si sono succeduti alla guida del Paese dopo la caduta di Gheddafi. sono stati integrati uomini delle milizie nei ministeri della Difesa e dell'Interno, ai quali sono stati attribuiti incarichi speciali, inseriti a libro-paga del Governo.
Ad esempio, il cui Consiglio di presidenza dell'esecutivo di accordo nazionale di Tripoli ha nominato, all'inizio di quest'anno, Abdel Ghani al-Kikli (noto come "Gheniwa"), capo della milizia "Forza di sicurezza centrale di Abu Salim", a capo di un nuovo organismo chiamato "Autorità di sostegno alla stabilità", alle dirette dipendenze della presidenza. "Gheniwa" è uno dei più potenti capi delle milizie tripoline costituitesi dopo il 2011, in uno dei più popolosi quartieri della capitale, Abu Salim, dove si trova il carcere di massima sicurezza di Tripoli, luogo indicato spesso dagli attivisti dei diritti umani come un vero inferno per chi vi è rinchiuso.
Delinquenti con ampi poteri. "Gheniwa"e la sua agenzia, insomma, avranno ampi poteri, compresi quelli dell'applicazione della legge: potrà arrestare persone per motivi di "sicurezza nazionale". Tutto questo nonostante negli ultimi 10 anni Amnesty International abbia documentato crimini di guerra e altre gravi violazioni dei diritti umani ad opera di gruppi sottoposti al suo comando. Nel 2013 e nel 2014 le ricerche di Amnesty International servirono per scoprire che persone detenute dalle forze di sicurezza controllate da "Gheniwa" erano state sottoposte a sequestri e torture e altri maltrattamenti, a volte con esiti mortali. La stessa Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) è arrivata a conclusioni analoghe, comprese quelle relative alle morti in custodia sotto tortura.
Stupratori funzionari del ministero dell'Interno. Il Governo di accordo nazionale, già dal 2016, aveva assegnato stipendi alle milizie di "Gheniwa", integrando suoi uomini nel ministero dell'Interno, rendendo così legittimi e "legali" gli omicidi, i sequestri di persona, le torture, le violenze sessuali contro le detenute. Insomma, impunità di massa. "Gheniwa" e le forze in servizio nel carcere di Abu Salim non sono stati gli unici ad essere stati ricompensati, nonostante le gravi violazioni dei diritti umani a loro carico. Nel gennaio scorso - sempre secondo il lungo rapporto di Amnesty International - Haitham al-Tajouri, capo della milizia "Brigata dei rivoluzionari di Tripoli" è stato nominato vice di "Gheniwa", nonostante fosse stato coinvolto in detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate e torture.
Sequestri di persona, torture, uccisioni extragiudiziarie. Sempre a Tripoli e sempre su decisione del Governo di accordo nazionale, nel 2018 le "Forze speciali di deterrenza" (note come "al-Radaa"), sotto il comando di Abdel Raouf Kara, sono state integrate nel ministero dell'Interno. Due anni più tardi, nel 2020, vennero trasferite sotto il diretto controllo del Consiglio di presidenza. Sia Amnesty International che altri organismi tra cui le Nazioni Unite, hanno documentato il coinvolgimento di "al-Radaa" in sequestri di persona, sparizioni forzate, torture, uccisioni extragiudiziarie, lavoro forzato, attacchi alla libertà d'espressione e persecuzione ai danni di donne e di esponenti della comunità Lgbtq+.
Le milizie di Misurata. E ancora. Nel settembre 2020, il Governo di accordo nazionale ha anche promosso Emad al-Trabulsi, capo della milizia "Sicurezza pubblica", a vicedirettore dell'intelligence nonostante il coinvolgimento di questa milizia in violazioni gravissime dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati. Vari governi non hanno portato di fronte alla giustizia gli appartenenti alle milizie di Misurata responsabili di crimini di guerra tra cui attacchi contro la popolazione civile, come quello contro la città di Tawarga nel 2011, che causò lo sfollamento forzato di circa 40.000 persone. Le milizie di Misurata hanno sottoposto gli abitanti ad arresti arbitrari di massa, uccisioni illegali, torture con esiti a volte mortali e sparizioni forzate.
Le coperture e le complicità dell'Egitto. Le forze armate arabe libiche continuano a proteggere i capi della "Nona brigata" (nota come "Forze al-Kaniat"), coinvolta in omicidi di massa, nel disfacimento di cadaveri in fosse comuni, in torture e sequestri di persona nella città di Tarhuna. Contribuiscono ad evitare l'accertamento delle responsabilità anche ulteriori parti. L'Egitto, ad esempio, ha continuato a proteggere Khalid al-Tuhamy, capo della sicurezza ai tempi di Gheddafi e ricercato dal Tribunale penale internazionale, fino alla sua morte avvenuta nel febbraio 2012. Turchia, Russia, Emirati Arabi Uniti e lo stesso Egitto hanno violato l'embargo delle Nazioni Unite sulle armi alla Libia.
La Missione di accertamento. Nel giugno 2020, il Consiglio Onu dei diritti umani ha approvato una risoluzione per l'istituzione di una Missione di accertamento dei fatti per indagare sulle violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario commesse da tutte le parti coinvolte nel conflitto libico. "L'accertamento delle responsabilità dev'essere una componente centrale del processo politico in Libia", ha sottolineato infine Eltahawy.
di Angeles Espinosa
La Repubblica, 18 febbraio 2021
Fawzia Koofi, avvocata e politica, è una delle quattro componenti femminili della delegazione governativa di Kabul che dialoga con i fondamentalisti. I talebani tentarono di ucciderla nel 2010. Dieci anni dopo, Fawzia Koofi siede di fronte a loro per negoziare il futuro dell'Afghanistan. Nemmeno un ennesimo attentato, in cui fu ferita da una pallottola lo scorso agosto, le impedì di unirsi ai colloqui di Doha poche settimane dopo.
A 45 anni, questa politica, nota per la sua difesa dei diritti delle donne afgane, sostiene che quella del dialogo tra coloro che hanno progetti diversi per il Paese è l'unica strada da seguire per mettere fine a quarant'anni di guerra e di miseria.
Koofi (nata a Kof Ab, provincia di Badakhshan, nel 1975) inizia la sua carriera politica nel 2001 quando, dopo la caduta del regime talebano, promuove la campagna "Ritorno a scuola" in difesa del diritto delle bambine e delle donne afgane all'istruzione, che gli estremisti avevano loro negato. L'Unicef, l'agenzia delle Nazioni Unite per l'infanzia, la nomina responsabile della protezione dei minori. Quattro anni dopo, si candida per il Badakhshan, la provincia dove è nata, alle prime elezioni legislative dell'Afghanistan. Non solo ottiene il seggio, ma è la prima donna afgana ad essere eletta vicepresidente della Wolesi Jirga, la Camera bassa dell'Assemblea Nazionale. Nel 2019, fonda il partito Movimento per il Cambiamento.
Ma questa è solo una parte della storia. Il processo che l'ha portata ad essere una delle quattro donne nella delegazione del governo per i negoziati con i talebani ha molto a che fare con la traiettoria della sua vita. Diciannovesima dei 23 figli di un uomo che aveva sette mogli, Koofi fu inizialmente rifiutata da sua madre, che voleva un figlio maschio per conservare l'affetto del marito. Come racconta nella sua autobiografia, "Lettere alle mie figlie" (Sperling & Kupfer), è sopravvissuta dopo essere stata abbandonata per un giorno intero sotto il sole e, contro ogni previsione, è cresciuta per seguire le orme di suo padre, un deputato ucciso dai mujaheddin durante la guerra civile scoppiata negli anni Ottanta del secolo scorso.
La morte del padre costrinse i Koofi a cercare rifugio a Kabul e permise a Fawzia di essere la prima bambina della famiglia a frequentare la scuola. Questo non le evitò un matrimonio combinato, che lei accettò. L'uomo che sarebbe diventato suo marito, Hamid Ahmadi, ingegnere e professore di chimica, non era contrario al suo sogno di diventare medico. Ma la sua vita cambiò quando i talebani andarono al potere a Kabul. Oltre a vietare alle donne di studiare, i fondamentalisti islamici misero in prigione Hamid appena 10 giorni dopo il matrimonio, nel 1997. Koofi riuscì a farlo uscire di prigione, ma la tubercolosi che vi aveva contratto gli impediva di lavorare (e avrebbe messo fine alla sua vita nel 2003). La coppia, con Koofi già incinta della loro prima figlia, si trasferì a Faizabad, la capitale del Badakhshan, fuori dal controllo dei talebani, dove lei si dedicò a dare lezioni per mantenere la famiglia, cui presto si aggiunse la seconda figlia.
Lì la sua vita privata si intreccia con i primi passi nella vita pubblica. Sconfitti i talebani, studia relazioni internazionali e diventa avvocato. Combattente instancabile per i diritti delle donne e dei bambini, il suo lavoro è all'origine del miglioramento delle condizioni di vita delle donne in prigione, dell'istituzione di una commissione per combattere la violenza (soprattutto sessuale) sui bambini, delle modifiche al codice della famiglia sciita - che riconosceva il diritto allo stupro all'interno del matrimonio, permetteva i matrimoni tra bambini e stabiliva che una donna avesse bisogno del permesso del padre o del marito per studiare, lavorare o andare dal medico - o, più recentemente, della campagna per inserire il nome delle madri sulle carte d'identità.
Ma Koofi non si limita a lottare per la causa delle donne. Sostenitrice della democrazia e dell'Islam moderato, crede che l'uguaglianza sia impossibile in un contesto di violenza. Per questo avrebbe voluto candidarsi alla presidenza nel 2014, ma dovette rinunciarci non avendo raggiunto l'età di 40 anni richiesta dalla legge al momento della chiusura delle candidature. Per questo si è anche coinvolta fin dall'inizio negli sforzi per aprire un canale di dialogo con i talebani.
Anche prima che il gruppo accettasse di tenere dei colloqui con il governo a Doha, Koofi, insieme all'attivista Laila Jafari, fece parte della prima delegazione della società civile che incontrò i fondamentalisti a Mosca nel 2019. Vedendo che i suoi interlocutori erano tutti uomini, suggerì loro persino di includere qualche donna. I talebani si misero a ridere, ma non era uno scherzo. Koofi stava cercando di capire fino a che punto si fossero evoluti. Ora dicono di accettare che le donne possano studiare e lavorare "nei limiti della legge islamica e della cultura afgana". Koofi è diffidente. "Non vogliamo essere vittime della pace", dice. Per lei, pace significa vivere con "dignità, giustizia e libertà". Ecco perché difende la presenza di truppe straniere in Afghanistan fino a quando non sarà raggiunta una soluzione politica stabile.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 18 febbraio 2021
Solide alleanze. "Basta carta bianca ad al-Sisi", aveva detto il neo presidente Usa ma i rapporti militari restano una colonna portante. L'annuncio nel giorno del caso Sultan. Dopo la sconfitta dell'amico Trump, il regime era corso ai ripari con misure di facciata, preoccupato anche dalla nuova "lobby" dem per i diritti umani.
Dopo quattro anni di carta bianca lasciata a Trump al regime di al-Sisi, che l'avvento di Biden alla Casa bianca avrebbe scompigliato un po' la situazione ce se lo aspettava. O almeno questo emergeva dalle dichiarazioni del democratico prima delle elezioni e nei mesi da presidente-eletto: "Basta con gli assegni in bianco di Trump al suo 'dittatore preferito'", come il tycoon apostrofò l'alleato. Dal Cairo ci si attendeva una virata, anche simbolica, di facciata, sulla questione dei diritti umani. Non è successo eppure i rapporti, almeno quelli militari, non ne hanno risentito. Se le autorità egiziane, dopo la pressione globale per il rilascio dei tre membri dell'ong Eipr, hanno ceduto rimandandoli a casa (ma le accuse di terrorismo restano), l'ultimo episodio in ordine di tempo ha ricordato anche a Washington che il lupo il vizio non lo perde: domenica agenti in borghese hanno arrestato a Mounofiya e ad Alessandria sei familiari di Mohamed Soltan, attivista egiziano ed ex prigioniero politico, rilasciato nel 2015 dopo due anni di carcere e un lunghissimo sciopero della fame, poi deportato negli Stati uniti dopo la rinuncia alla cittadinanza egiziana.
È da lì che prosegue la sua attività di opposizione al regime con l'organizzazione Freedom Initiative. Ed è da lì che ha lanciato la sua "bomba": una denuncia alla corte federale di Washington DC contro l'ex primo ministro egiziano Hazem el-Beblawi per le torture subite in prigione, dove fa anche i nomi del presidente al-Sisi e del capo dei servizi segreti Abbas Kamel.
Non è la prima volta che il regime prova a fermare Soltan attaccando la sua famiglia. Era già successo nel 2020: cinque familiari vennero arrestati per essere rilasciati poco dopo le elezioni americane. Il padre invece è in carcere dal 2013, condannato all'ergastolo perché tra i leader dei Fratelli musulmani, messi al bando da al-Sisi. Lo stesso Mohamed fu arrestato per aver protestato dopo il massacro di sostenitori islamisti dell'agosto 2013 a piazza Rabi'a, l'atto primo del regime.
Il rilascio di novembre 2020 rientrava nella categoria gesti di buona volontà, simile a quello concesso all'Eipr, per disinnescare la mina con cui Biden sembrava minacciare gli storici rapporti con l'Egitto. In particolare, l'intenzione di far dipendere la vendita di armi al rispetto dei diritti umani (vedi Arabia saudita), secondo quanto deciso dal Congresso lo scorso dicembre.
Eppure, se è vero che Biden non ha ancora telefonato ad al-Sisi (destino condiviso con il premier israeliano Netanyahu, sempre più nervoso a riguardo) e se è vero che il Dipartimento di Stato ha fatto sapere che seguirà il caso della famiglia Soltan, è di ieri la notizia dell'approvazione alla vendita di 168 missili tattici Raytheon all'Egitto, valore totale 197 milioni di dollari. Erano stati chiesti dalla Marina egiziana per le aree costiere mediterranee e del Mar Rosso.
La vendita include anche il supporto tecnico e logistico americano. La motivazione la dà il Dipartimento di Stato in una nota: "L'Egitto continua a essere un importante partner strategico in Medio Oriente". A conferma dell'inamovibile pacchetto di aiuti militari garantito annualmente al Cairo, 1,3 miliardi di dollari.
Quella somma ha cristallizzato nel tempo le relazioni tra Il Cairo e Washington, difficili da scalfire anche nel post-Trump, sincero e indefesso ammiratore di al-Sisi. Da quando la vittoria di Biden è stata certificata al di là di qualsiasi ragionevole dubbio, spiegano funzionari anonimi all'agenzia indipendente Mada Masr, il ministero degli esteri egiziano ha iniziato a lavorare a una serie di proposte per puntellare l'alleanza, dal ruolo regionale (Libia e Palestina su tutto) al possibile allentamento della pressione sulle opposizioni interne. Magari anche qualche rilascio dal carcere - esclusi a prescindere i Fratelli musulmani - un'opzione che però non andrebbe giù ai veri decisori, i servizi segreti.
A preoccupare il regime era stata anche la nascita, in occasione del decimo anniversario della rivoluzione, lo scorso 25 gennaio, dell'Egypt Human Rights Caucus, una sorta di lobby formata da parlamentari democratici per fare pressioni su Washington in merito all'Egitto. I 168 missili potrebbero ora far svanire ogni paura.
di Sarah Grieco
fuoriluogo.it, 17 febbraio 2021
Aprire anche ai volontari delle carceri italiane la vaccinazione contro il Covid. Continua la campagna de la Società della Ragione. Lo sforzo profuso da La Società della Ragione nella petizione sui vaccini in carcere, che ha raggiunto oltre 1.800 firme, non è stato vano. Tutt'altro. Gli istituti di pena, anche nel dibattito politico, sono finalmente entrati a far parte di quei luoghi che richiedono un'attenzione particolare nel piano vaccini. Attualmente, personale penitenziario e detenuti dovrebbero rientrare nella seconda e terza fascia di vaccinazioni, assieme ad altre categorie specifiche, quali il personale docente e le forze dell'ordine.
di Mauro Palma, Stefano Anastasia e Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 17 febbraio 2021
I 30 anni dell'Associazione Antigone. Nessuno, giudice o custode, ha nella propria disponibilità la dignità e i diritti fondamentali delle persone arrestate o detenute. Ci disse un capo dell'amministrazione penitenziaria: "La tortura sta nel terzo mondo". Poi ci furono: carcere di Sassari e Global Forum di Napoli, scuola Diaz e Bolzaneto... e tanti fatti di "cronaca".
Ha ancora senso, dopo trent'anni, interrogarsi sull'intuizione che si ebbe nel 1991 quando si decise di dar vita a un'associazione volta alla tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale. Quel che è accaduto negli ultimi tre decenni ci racconta di quanto quell'intuizione sia servita a controbilanciare la progressiva esondazione delle politiche criminali e, più genericamente, repressive.
di Luigi Ferrajoli
Il Manifesto, 17 febbraio 2021
I 30 anni dell'Associazione Antigone. La nostra giustizia penale è classista: nelle carceri ci sono tossicodipendenti immigrati e condannati per reati di strada. Il diritto penale - almeno luogo dell'uguaglianza davanti alla legge - è diventato il luogo della massima disuguaglianza. Perché quel nome alludeva al punto di vista esterno - il punto di vista della giustizia, della morale e della politica - con cui intendevamo guardare alle durezze e alle iniquità del diritto penale, alle involuzioni inquisitorie dei processi e alle condizioni di illegalità delle nostre carceri. Allora, alla nascita della prima serie della rivista - nel 1985, sei anni prima della nascita dell'Associazione, nel 1991 - la nostra critica si rivolgeva alla legislazione e alla giurisdizione d'eccezione, che in quegli anni avevano ridotto il già debole sistema delle garanzie del corretto processo.
di Lorenza Pleuteri
ilrovescio.info, 17 febbraio 2021
A un anno dalle proteste che causarono la morte di 13 detenuti, una circolare riservata stabilisce le procedure per reprimere sommosse e azioni violente e per contrastare i picchetti. Critiche e perplessità dai direttori dei penitenziari. I dubbi che basti un atto amministrativo per disciplinare competenze in carico a soggetti diversi.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 17 febbraio 2021
I 30 anni dell'Associazione Antigone. Dapprima era una rivista, edita dal manifesto a partire dal
marzo 1985, bimestrale di critica all'emergenza terrorismo. L'associazione Antigone nasce il 18 febbraio 1991. Detenzione domiciliare, divieto di estradizione verso i Paesi dove vige la pena di morte, lotta alle tossicodipendenze in cella: molte le battaglie vinte.
di Katia Poneti
Il Manifesto, 17 febbraio 2021
"Senza casa, senza lavoro": è l'eloquente titolo del seminario, organizzato dal Garante dei detenuti della Regione Piemonte Bruno Mellano, che ha rimesso con forza al centro del dibattito il tema delle misure di sicurezza. Misure comminate in aggiunta alla pena detentiva, quando la persona è considerata particolarmente pericolosa e dichiarata "delinquente abituale, professionale o per tendenza". Sono 335 le misure detentive in atto al 31 gennaio di quest'anno in sei strutture. Un numero esiguo, che rischia per questo di restare invisibile; una condizione di sostanziale ingiustizia che non può essere ignorata.
La casa di lavoro e la colonia agricola erano state pensate, nel clima politico e culturale degli anni Trenta del secolo scorso, come mezzi per raddrizzare, attraverso il lavoro forzato, quelle persone per le quali la pena non era ritenuta sufficiente. Passato quasi un secolo, le misure di sicurezza sono ancora là, "ruderi mal collocati e che continuano a far danno", come le ha definite Franco Maisto. Le misure di sicurezza contrastano con i principi garantisti affermati dalla Costituzione perché non sono diverse, nella sostanza, dalla pena detentiva, e in molti casi realizzano una forma surrettizia di ergastolo. Se ne potrebbe, per questo motivo, mettere in dubbio la legittimità costituzionale.
La Consulta dovrà confrontarsi a breve con questo istituto e forse sciogliere qualche nodo, visto che la Corte di Cassazione ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 41bis O.P., in quanto consente di applicare il regime di rigide restrizioni anche dopo la fine della pena, a quelle persone assoggettate a misura di sicurezza detentiva. La politica ha difficoltà nel fare riforme su temi cruciali per i diritti dei detenuti, mentre le spinte al cambiamento arrivano da decisioni giurisprudenziali, così anche la proposta di riforma delle misure di sicurezza, elaborata della Commissione presieduta dal Prof. Marco Pelissero, rimase bloccata.
Le Case Lavoro sono collocate in sezioni degli istituti penitenziari, in cui gli internati conducono la stessa vita dei detenuti, e il lavoro, che dovrebbe caratterizzarle, manca. Quale lavoro dovrebbe essere svolto dai reclusi? Non certo quello che aveva in mente il legislatore del 1930, un'idea terapeutica di lavoro attraverso la coazione, da cui è bene allontanarsi dice Stefano Anastasia, Garante della Regione Lazio e dalla Regione Umbria. Servirebbe piuttosto un lavoro dignitoso, retribuito in modo giusto, e volontario, come previsto dal nuovo art. 20. O.P., che ha abolito l'obbligatorietà del lavoro detentivo. Un lavoro che sia la base di un reinserimento sociale reale per le persone internate, che per la maggior parte si trovano recluse in quanto si ritiene che, una volta uscite, torneranno a delinquere, perché sono senza fissa dimora, non hanno supporti affettivi, hanno problemi di dipendenze.
La testimonianza della Garante di Biella, Sonia Caronni, conferma che la marginalità sociale caratterizza i reclusi in Casa Lavoro, e rende necessario pensare a percorsi di reinserimento sociale di persone con particolari difficoltà di recupero. Sembra improcrastinabile l'iniziativa di riforma legislativa, proposta da Franco Corleone. A partire dal principio di reinserimento sociale affermato dalla Costituzione e dall'Ordinamento penitenziario, è necessario superare le Case di Lavoro e pensare invece a luoghi non detentivi, case che siano veramente tali e contesti di lavoro protetti, prevedendo misure alternative di reinserimento sociale.
I Garanti (ne hanno discusso il Garante nazionale Mauro Palma e Alessandro Prandi, Garante di Alba) possono fare molto per modificare lo stato di cose, e sarebbe bello festeggiare i 90 anni dall'entrata in vigore del Codice Rocco, nel prossimo luglio, con l'abolizione delle misure di sicurezza, segno di una archeologia criminale.
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