di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 16 febbraio 2021
C'è un malato ai piani nobili del nostro ordinamento giuridico. Ed è un malato eccellente, il diritto penale, le cui criticità sono sotto gli occhi di tutti e al quale peraltro tutti (o molti) chiedono troppo. Ed è un passaggio impervio non solo per gli operatori del diritto.
di Paolo Borgna
Avvenire, 16 febbraio 2021
La notizia che il nuovo governo, in materia di giustizia, si occuperà principalmente di riforma del processo civile, tralasciando il penale, è una buona notizia. Non certo per scarsa capacità della nuova ministra, grande giurista di profonda cultura che, in un quadro politico diverso, potrebbe farsi levatrice di un vero rinascimento della giustizia italiana. Ma perché il breve tempo residuo di questa legislatura e la radicale diversità di orientamento di alcune delle forze politiche che stanno dando vita al nuovo esecutivo costituiscono, per la Guardasigilli, una gabbia stretta che impedisce la lunga marcia riformatrice di cui la giustizia ha bisogno.
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 16 febbraio 2021
La lettera del leader dei penalisti alla neo ministra della Giustizia: "Rendere l'imputato prigioniero del suo processo è una barbarie. Noi pronti al confronto per individuare soluzioni condivise".
Illustre Ministra, Gentile Professoressa, La politica è fatta di scelte, nei contenuti, nelle forme e perforo nei simboli; appare dunque a noi ben chiaro che l'aver destinato al Governo della giustizia italiana, dopo tre anni di rivendicato ed incalzante presidio populista e giustizialista, la Presidente emerita della Corte Costituzionale, nonché la giurista cresciuta nel culto delle garanzie e dei diritti della persona, offra il segno inequivoco di una svolta.
L'Unione delle Camere Penali Italiane ha tenuto alto l'impegno e ferma la voce di quanti da sempre rivendicano, di fronte all'indispensabile e vitale esercizio della potestà punitiva dello Stato nei confronti di chi infrange la legge, la irrinunciabile supremazia dei principi costituzionali del giusto processo e della sua ragionevole durata, della presunzione di innocenza, della eccezionalità della privazione della libertà personale prima della sentenza definitiva, della finalità rieducativa della pena.
Il nostro quotidiano impegno contro il populismo giustizialista ha visto schierarsi al nostro fianco, come mai era accaduto prima d'ora, pressoché l'intera Accademia italiana, insieme ai cui prestigiosi esponenti - costituzionalisti, penalisti, processualisti di tutte le Università italiane abbiamo concepito e licenziato il Manifesto del diritto penale liberale e del giusto processo.
La identità culturale e politica che da sempre orgogliosamente rivendichiamo non ci ha certo impedito di renderci senza riserve aperti al dialogo ed al confronto costruttivo e leale, anche con il Ministro On. Alfonso Bonafede, pure interprete di un mondo valoriale nitidamente collocato agli antipodi del nostro. Al tavolo da lui convocato, insieme alla magistratura italiana, per costruire soluzioni volte a ridurre drasticamente i tempi del processo penale, abbiamo lavorato con impegno e spirito costruttivo. Gli approdi di quel tavolo, condivisi tra avvocatura, magistratura ed accademia ma poi traditi dalla legge delega per ragioni che non sta a noi indagare, restano una risorsa per chi voglia davvero - e noi siamo tra quelli - affrontare e risolvere con efficacia ed in modo condiviso la piaga della irragionevole durata dei processi in Italia, senza sacrificare o eludere i principi costituzionali del giusto processo.
E tuttavia, resta una ferita aperta nella nostra civiltà giuridica aver scelto, per mere finalità propagandistiche ed ideologiche, di abolire, con un improvvisato e malfermo tratto di penna, un istituto di antica civiltà giuridica quale la prescrizione dei reati, prima ed invece che risolvere le cause della durata irragionevole dei processi che la rendono indispensabile.
Rendere l'imputato prigioniero del suo processo per tutto il tempo che uno Stato inefficiente ritenga di spendere per pronunciare la sua definitiva sentenza, è e resta una inconcepibile barbarie. Anche in ordine a tale emergenza, che insieme alla larghissima maggioranza della comunità dei giuristi italiani consideriamo incompatibile con i principi dello Stato di Diritto, i penalisti italiani sono pronti al confronto, ed alla individuazione di soluzioni concrete, praticabili e condivise, che vorremmo poterle rappresentare quando Ella riterrà di riceverci.
Infine, conosciamo bene la Sua peculiare attenzione e la Sua articolata riflessione in tema di pena e di carcere, saldamente e lucidamente ispirate ai principi declinati dall'art. 27 della Costituzione. Confidiamo vivamente che, con Lei Ministro, possa tornare a vedere la luce il grande lavoro degli Stati Generali dell'Ordinamento penitenziario, irresponsabilmente sacrificati sull'altare di parole d'ordine ideologiche e calcoli elettorali di piccolo cabotaggio.
*Presidente Unione camere penali italiane
di Aldo Fabozzi
Il Manifesto, 16 febbraio 2021
I magistrati vanno incontro alla nuova ministra. Il presidente Santalucia: quella di Bonafede è stata una riforma a metà, avvertiamo l'ingiustizia di un imputato abbandonato a tempi indefiniti
Il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia.
"Avvertiamo l'assoluta iniquità di un imputato abbandonato ai tempi indefiniti del processo". Il segnale che arriva dal nuovo presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia, è forte e chiaro per la nuova ministra della giustizia Marta Cartabia.
La magistratura associata italiana allenta la difesa strenua della riforma dell'ex ministro Bonafede, quella che nella legge "spazza-corrotti" aveva cancellato la prescrizione dopo la sentenza di condanna di primo grado, dirottando gli imputati sul binario di un processo eterno. Quella riforma, spiega adesso Santalucia, "è una riforma a metà", perché "lasciava morire la prescrizione con la sentenza di primo grado ma poi non creava le condizioni per un governo certo dei tempi del processo successivo".
Non è molto diverso da quello che gli avvocati penalisti sostengono da tempo, e forse non è casuale che Santalucia prima di guidare l'Anm sia stato capo dell'ufficio legislativo dell'ex ministro della giustizia Orlando che aveva fatto una diversa riforma della prescrizione.
Alla neo ministra Cartabia si è rivolto anche il presidente dell'Unione camere penali Giandomenico Caiazza, ricordando che la sostanziale abolizione dell'istituto della prescrizione "resta una ferita aperta nella nostra civiltà giuridica". Toni diversi, in senso opposto, arrivano però da Forza Italia dove il responsabile giustizia Francesco Paolo Sisto (candidato al posto di sottosegretario) raffredda la battaglia sugli emendamenti (al decreto mille-proroghe) per il ripristino della prescrizione: "Siamo per il dialogo".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 16 febbraio 2021
Lo sfascio dello Stato di diritto dell'era Bonafede non è imputabile solo alla incompetenza. Avere oggi un Guardasigilli preparato non è garanzia sufficiente: per cancellare l'orrore manettaro va ripristinata la Costituzione.
Un ministro competente al posto del giovanotto in debito di cognizioni che ha imperversato nei due governi precedenti non è garanzia di nulla. Perché il problema di Bonafede e di quelli che senza perplessità ne hanno legittimato gli spropositi non è un problema di competenza, che c'era, ma non era quella che faceva più danni. Il dottore Piercamillo Davigo, il dottore Gian Carlo Caselli, il dottore Nicola Gratteri non sono incompetenti: ma uno Stato modellato sui loro desideri (Bonafede lavorò senza dubbio in questo senso, con ottimi risultati) sarebbe anche più micidiale rispetto a quello tirato su alla bell'e meglio dallo spontaneismo analfabeta del giustizialista con pochi studi. Nulla di ciò che è stato inflitto al Paese si spiegava per difetto di competenza.
La spazza-diritti, gli interventi sulla prescrizione, la pratica dello spionaggio, dell'intercettazione, del pedinamento elevata a normalità investigativa non per cercare prove ma per rimpolpare il dossieraggio dei pubblici ministeri: nulla di tutto ciò veniva dalla poca preparazione degli autori di questo riformismo giustizialista e, al contrario, quell'apparato autoritario e lesivo era l'effetto di una efficientissima e ragionata concezione dei diritti delle persone e dei rapporti tra queste e il potere pubblico.
Una concezione barbara e antidemocratica, ma non priva di un suo illustre fondamento nell'idea - ben diffusa presso gente ottimamente coltivata - che compito del giudice sia di ricondurre a morale la società: e pace, anzi tanto meglio, se gli strumenti di quella rifondazione morale sono le manette e le sbarre.
Ebbene, se le cose stanno così significa che non c'è nessuna riprova - anzi c'è prova del contrario, perché ne abbiamo avuti tanti - che un Guardasigilli provvisto di indiscutibile dottrina assicuri un trattamento delle cose di giustizia proclive al ripristino dello Stato di diritto e alla riaffermazione dei diritti delle persone.
Serve rivoltare l'Italia come un calzino, ma questa volta dalla parte giusta. Serve smontarla e rimontarla come un giocattolo: ma questa volta con le istruzioni rese disponibili dalla Costituzione, non quelle illustrate nelle conferenza-stampa a margine dei rastrellamenti.
di Errico Novi
Il Dubbio, 16 febbraio 2021
Sisto (FI): "È la ministra della pacificazione, pronti ad ascoltarla" Camere penali e Anm: "Il nostro testo condiviso è a disposizione". Non è un contrordine: la priorità del governo sulla giustizia resterà la riforma del processo civile.
Ma sono bastate poche ore per far emergere una necessità politica immediata: nelle prossime ore si dovrà votare sugli emendamenti che congelano la prescrizione di Bonafede, serve dunque una soluzione sul penale che eviti di trasformare il Parlamento in un campo di battaglia, e di trovarsi subito con una rottura fra i 5 stelle e il resto della maggioranza. Il responsabile Giustizia di FI Sisto dice: "I nostri emendamenti sono là, ma Cartabia è l'eccellenza, siamo disponibili ad ascoltare la sua proposta sulla riforma del processo".
Sarà un momento di tensione massima. Già venerdì prossimo, dopo che il governo di Mario Draghi avrà ottenuto la fiducia, le commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera potrebbero mettere ai voti gli emendamenti al Milleproroghe. Compresi quelli che congelano la prescrizione di Bonafede, firmati dall'intero centrodestra e da Italia viva. Il bombardamento concentrico potrebbe anche non dare esito immediato: l'equilibrio nelle commissioni vede il blocco formato da M5S, Pd e Leu ancora in grado di resistere.
Ma la pratica sarebbe rinviata solo di poco. Come ripete Enrico Costa, deputato di Azione e in prima linea tra gli "anti Bonafede", "nelle commissioni i numeri ci sono seppur di poco sfavorevoli: nessuno però può impedire che l'emendamento sia riproposto in Aula, e lì può esserci il voto segreto a sgretolare la maginot a difesa della prescrizione 5 stelle".
Chiarissimo. Come è chiaro quanto spiega al Dubbio Francesco Paolo Sisto, responsabile Giustizia e Affari costituzionali di Forza Italia: "Ritirare il nostro emendamento sulla prescrizione? Il primo passaggio non può essere questo. Però è vero che quando si discuterà su quelle proposte, la ministra della Giustizia Marta Cartabia potrà indicare la propria linea sul processo penale. E la ascolteremo. Siamo di fronte a una guardasigilli da tripla A. L'eccellenza.
Se fosse stato Alfonso Bonafede a proporre una road map organica sulla giustizia penale, non avremmo potuto considerarla risolutiva. Bonafede è stato il ministro di una visione pm- centrica, di una ricerca esclusiva del colpevole anziché della verità processuale. Cartabia invece è la più alta garanzia che si possa avere per la giustizia", dice Sisto, "e siamo pronti a vedere quale modello propone per la riforma del processo. Di più: siamo certi che Cartabia sarà la ministra della pacificazione fra la giustizia e cittadini".
Chiarissimo anche questo: sulla prescrizione si può anche aprire una parentesi. A questo punto a poter cambiare è l'intero impianto della riforma penale. Ed è questo l'obiettivo di chi ha avversato la norma Bonafede. Se è vero che la priorità del governo Draghi per la giustizia è il processo civile, è vero anche che ora si apre una partita diversa sul penale.
In gioco non c'è solo la norma Bonafede. E poiché l'obiettivo può essere anche più ambizioso di un congelamento di quella norma, Forza Italia, Lega e la stessa Italia viva sono pronte a un confronto più ampio con la guardasigilli. Lo stesso Enrico Costa, come segnala Repubblica, si dice fiducioso in "un tavolo per la giustizia di questa maggioranza: è lì che ci metteremo a discutere".
Potrebbe riaprirsi la partita sul patteggiamento, che il ddl Bonafede ha sì reso applicabile a condanne più pesanti rispetto a quanto oggi previsto, ma ha poi contraddetto la scelta con una lunga lista di fattispecie escluse da quel rito. Allo stesso modo, rientreranno in gioco le depenalizzazioni accantonate dal ddl Bonafede, che è all'esame della commissione Giustizia di Montecitorio. Riti alternativi e depenalizzazione sono due cardini della proposta condivisa presentata da Camere penali e Anm due anni fa, al primo tavolo di Bonafede.
Tre ulteriori indizi mostrano come la strada del penale possa cambiare a breve. Il primo è in un passaggio della lettera inviata ieri a Cartabia da Gian Domenico Caiazza, che dell'Unione Camere penali è il presidente: "Resta una ferita aperta nella nostra civiltà giuridica aver scelto, per finalità propagandistiche e ideologiche, di abolire, con un improvvisato e malfermo tratto di penna, un istituto di antica civiltà giuridica quale la prescrizione dei reati, prima e invece che risolvere le cause della durata irragionevole dei processi che la rendono indispensabile.
Rendere l'imputato prigioniero del suo processo per tutto il tempo che uno Stato inefficiente ritenga di spendere per pronunciare la sua definitiva sentenza, è e resta una inconcepibile barbarie". Uno Stato efficiente rende marginale il nodo prescrizione, e per scioglierlo, ricorda Caiazza, basterebbe appunto recuperare le "soluzioni volte a ridurre drasticamente i tempi del processo penale", a cui "abbiamo lavorato con impegno e spirito costruttivo". Quegli "approdi", dice il presidente dell'Ucpi, "condivisi tra avvocatura, magistratura e accademia ma poi traditi dalla legge delega, restano una risorsa per chi voglia davvero affrontare e risolvere la piaga della irragionevole durata dei processi".
Secondo indizio: come segnala una nota del Partito radicale, domani "passerà in decisione del giudice Katia Pinto del Tribunale di Lecce il ricorso del segretario Maurizio Turco, assistito dagli avvocati Giuseppe Talò e Felice Besostri, per mandare alla Corte costituzionale la legge sul "fine processo mai" dell'ex ministro Bonafede".
E "se il giudice deciderà di investire la Consulta, probabilmente si deflazionerà l'inizio del nuovo mandato ministeriale". Cioè il problema prescrizione non esisterà più. Terzo indizio: il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia ieri ha definito "impensabile" aver introdotto lo stop alla prescrizione senza che si sia assicurato il "governo dei tempi del processo".
Lo ha fatto all'inaugurazione dell'anno giudiziario delle Camere penali, cioè al fianco di quell'interlocutore con cui la stessa Anm aveva condiviso un modello alternativo di riforma. Tutti chiedono di riscrivere il processo penale. Ed è difficile che Cartabia lasci inascoltato l'appello.
regione.lazio.it, 16 febbraio 2021
Il Garante regionale dei detenuti: "Confido che possa affrontare con saggezza e determinazione le urgenze più immediate". "La nomina della professoressa Marta Cartabia a ministro della Giustizia nel nuovo governo Draghi suscita grandi aspettative nel mondo penitenziario e della esecuzione penale". Così il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà della Regione Lazio, Stefano Anastasìa.
"Sia come giudice e presidente della Corte costituzionale che come persona e studiosa - prosegue Anastasìa - la professoressa Cartabia ha mostrato grande attenzione al sistema penitenziario e alle condizioni materiali di esecuzione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale. Confido che possa affrontare con saggezza e determinazione le urgenze più immediate, a partire dalla campagna vaccinale da garantire a tutta la comunità penitenziaria e dalla riapertura di un laboratorio di riforme nel senso della depenalizzazione e della decarcerizzazione che non può più aspettare".
Come si legge nel sito del ministero della Giustizia, l'ex presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia, alla quale il presidente del Consiglio Mario Draghi ha affidato l'incarico di dirigere il ministero di via Arenula, è stata la prima donna a essere eletta presidente della Corte Costituzionale ed è la terza donna a ricevere l'incarico dopo Annamaria Cancellieri (governo Letta) e Paola Severino (governo Monti).
Marta Cartabia, nata il 14 maggio del 1963 a San Giorgio su Legnano (comune di seimila abitanti nella città metropolitana di Milano), è il 42esimo ministro della Giustizia della Repubblica italiana. La nuova guardasigilli ha guidato il palazzo della Consulta dal dicembre del 2019 al settembre del 2020, quando è scaduto il suo mandato di nove anni da giudice costituzionale. Laureata in giurisprudenza, è stata docente di diritto pubblico all'università di Verona e di diritto costituzionale alla 'Bicocca' di Milano e ha insegnato in diversi atenei in Francia, Spagna, Germania e negli Stati Uniti. Finito il mandato alla Consulta - dove era stata nominata nel settembre del 2011 dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - ha ottenuto la cattedra di Diritto e giustizia costituzionale alla 'Bocconi' di Milano. Due mesi fa, le è stato conferito il dottorato honoris causa in Legge dalla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, dove ha tenuto una lectio magistralis dal titolo "Per l'alto mare aperto: l'università al tempo della grande incertezza".
di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 16 febbraio 2021
La prescrizione c'è in tutti i Paesi democratici, ma in Italia per alcuni profili è disciplinata diversamente. Ecco le principali differenze.
Primo. Solo da noi ci sono polemiche tanto accanite. Dipende dal fatto che i nostri processi durano un'enormità di tempo, il che causa centinaia di migliaia di prescrizioni ogni anno. Per cui quel che altrove è un rimedio fisiologico ai pochi casi che il sistema processuale non riesce a concludere (il tempo trascorso fa sì che per svariate ragioni non sia più "conveniente"), da noi è diventato un fenomeno patologico. Tant'è che la percentuale delle prescrizioni è del 10/11% in Italia, contro lo 0,1/0,2% degli altri paesi europei. Una débâcle.
Secondo. La prescrizione in Italia decorre dal giorno in cui è stato commesso il reato. Negli altri Paesi invece può decorrere dal giorno in cui il presunto autore è stato individuato o dal primo atto di accusa. È evidente che i reati tipici dei colletti bianchi" (evasioni fiscali, corruzioni, falsi, frodi, concorso esterno in associazione mafiosa...) sono di natura tale che di solito si possono scoprire solo dopo un bel po' di anni. Ma intanto la prescrizione corre, un bel vantaggio per certi galantuomini.
Terzo. Essendo la prescrizione "facile", c'è chi ne approfitta per allungare quanto più possibile "il brodo"; cioè i tempi di un processo già di per sé eterno, in modo da non pagare mai dazio arrivando alla prescrizione che tutto inghiotte. Ovvio che questo "meccanismo" favorisce non le persone accusate di reati comuni, ma chi può e conta, le persone "per bene a prescindere" in ragione della posizione sociale ed economica che consente loro di garantirsi difese di primo livello. Di nuovo i "colletti bianchi", che non si sporcano le mani ma operano nel settore "ovattato" della criminalità dei potenti. Ne risulta una faglia profonda nell'uguaglianza dei cittadini. Vero è chela prescrizione è rinunziabile, ma è un fatto più raro della neve in Sicilia di piena estate.
Quarto. La possibilità di allungare i tempi del processo, fino a farlo svanire con l'agognata prescrizione, è figlia primogenita di un'altra nostra peculiarità. Pressoché ovunque il decorso della prescrizione a un certo punto si interrompe definitivamente (nel momento del rinvio a giudizio o con la condanna in primo grado), mentre da noi fino a poco tempo fa non c'era alcun blocco definitivo ma solo sospensioni temporanee.
Ed ecco, in parole povere, che la prescrizione infinita favoriva i processi infiniti: quasi matematico. Quest'ultima differenza è cessata il 1° gennaio 2020, con la norma (già inserita nella "spazza-corrotti") che interrompe la prescrizione con la sentenza di primo grado.
Finalmente, si direbbe, ci siamo scrollati di dosso un'imbarazzante zavorra riuscendo ad allinearci agli altri Paesi. Invece no! Le polemiche sono riesplose alla grande. E la parola esplosione è proprio quella se si pensa che un ex ministro della Repubblica (Giulia Bongiorno) ha salutato la riforma con la sobria formula "una bomba atomica sul processo". Oggi le polemiche sono arrivate al punto di lambire il programma del neo-governo Draghi, e nel contempo si sono concretizzate in alcuni emendamenti alla "mille proroghe" che sarà discussa mercoledì.
Sarebbe indispensabile un bilancio sereno, spogliandosi quanto più possibile da schemi ideologici precostituiti e riferendosi piuttosto ad analisi concrete. Senonché è semplicemente impossibile calcolare gli effetti della riforma, perché il 2020 è stato un anno terribile, nel senso che il Covid ha stravolto tutto anche nel campo della giustizia, causando una pesante contrazione del numero dei processi trattati. Come si fa a stabilire se la riforma è stata una bomba atomica o un petardo o niente di tutto ciò?
Premesso che il vero problema è da sempre l'appello, che da solo "brucia" il 48% della durata totale del processo; per parte mia pensavo (e penso) che la catastrofica prospettiva di una pendenza perpetua del procedimento, non essendo più previsto un termine entro cui debba essere concluso, può semmai riferirsi ad alcuni soltanto e non a "tutti" i processi come vien detto. Comunque, sarebbe un rischio bilanciato dalla scomparsa dei troppi casi in cui prescrizione significa negare all'innocente l'assoluzione o regalare al colpevole l'impunità per processi passati al vaglio del tribunale, cioè quelli di maggior rilievo con una più forte esigenza di evitare un default dello Stato. Ma rimane una mia idea, non verificabile allo stato degli atti.
In ogni caso, la fretta e la voglia di tornare all'antico - senza possibilità di valutare in concreto il nuovo - appaiono quantomeno discutibili. Anche vincendo la tentazione di evocare ancora una volta gli interessi dei "colletti bianchi".
di Giorgio Mannino
Il Riformista, 16 febbraio 2021
Quasi tre anni di indagini, otto di processo e decine di udienze ovviamente tutte a carico dei contribuenti. Sembra il procedimento penale del secolo. Ma gli accusati non sono assassini, mafiosi o corruttori, bensì una signora che ha tentato di rubare in un centro commerciale un paio di scarpe dal valore di 19,99 euro. Incredibile ma vero.
È l'ennesima storia che definisce i contorni di una giustizia schizofrenica. Troppo spesso lenta, macchinosa, capace però di tirare fuori le unghie, senza pietà, con i più deboli. La rappresentazione plastica del sistema giustizia ingolfato da processi come questi che non dovrebbero neanche essere istruiti. Condannata in primo grado a un mese di reclusione e al pagamento di 50 euro di multa, pochi giorni fa Maria (il nome è inventato) è stata assolta dalla Corte d'Appello per "la particolare tenuità del fatto".
Il prezzo pagato, però, è stato altissimo: "La giustizia nel nostro paese funziona molto male", dice Maria. "Io ho commesso - continua - un errore, ne sono consapevole e mi sono sin da subito pentita. Ma quello che mi ha causato più dolore è stato non poter più vivere con tranquillità. La mia vita è stata condizionata. Non ho potuto presentare domanda, a causa dei carichi pendenti, a diversi concorsi pubblici, ho rinunciato a una candidatura in politica.
Psicologicamente è stato frustrante. Nonostante tutto continuo a credere nella giustizia ma molte norme vanno cambiate e la legge va applicata in modo corretto". L'odissea di Maria, al tempo 32 anni, inizia il 24 maggio 2013. Siamo a Palermo, quartiere San Filippo Neri.
La donna - incensurata con un lavoro part-time e ragazza madre di un figlio allora minorenne - esce dal negozio 'Pull & Bear' sito all'interno del centro commerciale Conca d'Oro. All'uscita scatta l'allarme: Maria viene bloccata dal titolare e, subito, in lacrime tira fuori dalla borsa il paio di scarpe che aveva tentato di rubare. Valore 19,99 euro.
Maria riconsegna la merce e, vergognatasi del gesto, è pronta a pagarla. Il titolare del negozio, però, denuncia il tentato furto ai carabinieri. Che, ovviamente, contestano il reato per il quale si procede d'ufficio. I pezzi del mosaico sono tutti al loro posto: le scarpe sono state restituite, la donna ha confessato, non ci sono indagini da fare. Eppure il pubblico ministero tiene aperto il fascicolo per quasi tre anni. Si arriva così a ottobre 2016.
"Il pm - spiega l'avvocato Mauro Barraco, legale della donna - aveva due possibilità: avanzare richiesta d'archiviazione per particolare tenuità del fatto in quanto nel 2015 era entrata in vigore una norma che prevede l'assoluzione quando un soggetto incensurato, non abituale a commettere reati, commette un reato che non desta allarme sociale e la cui pena non supera i cinque anni. Una norma utile a evitare ingolfamenti al sistema giustizia per reati bagatellari. Oppure chiedere il rinvio a giudizio". È stata scelta la seconda opzione. La prima udienza di un processo surreale inizia il 12 maggio 2017.
"Per far sì che la mia cliente rimanesse incensurata - spiega Barraco - decidiamo di chiedere la messa alla prova Di farle svolgere, dunque, un programma di tre mesi di volontariato per riabilitare la propria posizione. Il tribunale, invece, ha ritenuto che questo programma svolto per tre mesi fosse troppo blando e ha così emesso un'ordinanza spiegando che il programma sarebbe dovuto durare almeno un anno".
Per Maria è impossibile accettare un anno di servizi sociali. Avrebbe perso il posto di lavoro, ma soprattutto non avrebbe potuto seguire al meglio il figlio. La donna non dà il consenso e viene giudicata in abbreviato. Nonostante la richiesta d'assoluzione per tenuità del fatto supportata da molte altre sentenze della Cassazione che hanno assolto protagonisti di casi molto più gravi, Maria il 6 novembre 2019 viene condannata in primo grado a un mese di reclusione e al pagamento di 50 euro di multa. Il pm, addirittura, aveva chiesto una pena di quattro mesi di reclusione e 200 euro di multa.
Nelle motivazioni della sentenza il giudice sottolinea la sussistenza del reato di tentato furto e l'aggravante di "aver commesso il fatto - scrive - su cose esposte per necessità alla fede pubblica" e che "il valore economico della merce sottratta (19,99 euro, ndr), per quanto modesto, non può considerarsi di entità irrilevante e pertanto non consente di applicare la particolare tenuità del fatto". La giustizia, però, arriva in ritardo con la Corte d'Appello che, lo scorso 9 febbraio, accoglie la tesi della difesa dichiarando il fatto "non punibile".
"Ci sono situazioni incomprensibili - dice Barraco - a partire dal fatto che certi fascicoli che non richiedono indagini rimangano sul tavolo del pm così tanto tempo. La magistratura inquirente non ha accolto la norma del 2015. Secondo alcuni pm questa norma consente una sorta d'impunità. Ma intanto esiste e non si può decidere di non applicarla".
redattoresociale.it, 16 febbraio 2021
Firmata a Napoli una convenzione che permette a imputati di reati lievi di svolgere lavori di pubblica utilità negli uffici giudiziari. Fiore (coop Less): "Percorso innovativo di inclusione sociale"
Giustizia, la messa alla prova entra anche in tribunale. Imputati messi alla prova negli uffici del tribunale. Accade a Napoli, grazie a una convenzione sottoscritta dall'Ufficio interdistrettuale per l'esecuzione penale esterna (Uiepe) della Campania, dai vertici del Palazzo di giustizia e dai responsabili di Less, cooperativa sociale impegnata nei servizi per migranti, minori e welfare.
"Il 12 febbraio scorso - racconta Daniela Fiore, presidente di Less - abbiamo posto la prima pietra di una iniziativa innovativa per le politiche di inclusione sociale: abbiamo firmato una convenzione con il tribunale civile e penale di Napoli e l'Uiepe della Campania, che consentirà lo svolgimento di lavori di pubblica utilità in tribunale per i soggetti messi alla prova, imputati per reati penali lievi. Una innovazione che avvicina le persone alle istituzioni e che, ci auguriamo, sia solo l'inizio di un progetto significativo e condiviso".
La convenzione coinvolgerà 30 persone messe alla prova, con percorsi individualizzati a seconda della professionalità e delle conoscenze di ognuno, con l'accortezza che non si trovino a prestare servizio proprio nell'ufficio del magistrato che li sta giudicando. "Il progetto - spiega la presidente di Less - è nato dopo un'interlocuzione con l'Uiepe con cui erano state avviate le prime messe alla prova che abbiamo ospitato, in un'ottica di potenziamento della collaborazione: volevamo attivare percorsi di giustizia riparativa efficaci e abbiamo pensato di coinvolgere il Tribunale di Napoli".
Lo scopo della convenzione è anche creare un circolo virtuoso che possa estendere l'attivazione dei lavori di pubblica utilità a tutto l'ambiente che ruota intorno alla giustizia. "Stiamo lavorando - sottolinea Fiore - affinché questi strumenti arrivino a coinvolgere gli altri enti vicini al mondo della giustizia, come gli ordini degli avvocati e gli studi legali, contribuendo a dare vita a buone prassi di inclusione sociale innovativa".
Alle persone che svolgeranno la messa alla prova negli uffici giudiziari verranno affidate mansioni vicine alle proprie esperienze lavorative: dall'archivistica alle funzioni amministrative. Un referente dell'associazione svolgerà attività di coordinamento e monitoraggio periodico in collaborazione con professionisti interni.
"Il tribunale ha accolto con piacere la nostra proposta - conclude la presidente di Less -. Ora l'auspicio è che anche in altri settori si possa raggiungere un grado di concertazione così solido da determinare interventi condivisi e positivi, creando un circolo virtuoso tra pubblico e privato: solo così si può determinare un intervento di welfare sociale reale e positivo nella nostra società".
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