di Paolo Guido Bassi
lombardiaquotidiano.com, 16 febbraio 2021
Affrontare congiuntamente la novità introdotta dal D.L. 20 ottobre 2020 n. 130 che attribuisce agli stranieri, trattenuti nei Centri di Permanenza e Rimpatrio (Cpr), la possibilità di inoltrare reclami ai Garanti. Questo il tema affrontato venerdì nell'incontro che si è tenuto a Palazzo Pirelli fra il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale Mauro Palma, il membro del Collegio del Garante nazionale Daniela de Robert e i Garanti della Regione Lombardia e del Comune di Milano Carlo Lio e Francesco Maisto. L'individuazione delle modalità di raccolta delle istanze consentirà di affrontare le criticità già emerse nella realtà locale del Centro di Via Corelli.
L'occasione ha inoltre consentito un confronto sul quadro generale dei contagi negli Istituti di pena, sia a livello regionale sia a livello nazionale, nonché sulle condizioni critiche di sovraffollamento, esaminate alla luce dei dati relativi alle scarcerazioni e ai nuovi ingressi. L'accordo tra i diversi livelli istituzionali permetterà di affrontare sinergicamente le nuove competenze attribuite con una modalità di azione condivisa.
isolasolidale.it, 16 febbraio 2021
Partirà giovedì 25 febbraio 2021 il nuovo "Corso di formazione online per volontari interni ed esterni al carcere", promosso dalle associazioni L'Isola Solidale e Semi di Libertà Onlus e dal Numero Verde "Oltre il Carcere" per il disagio carcerario, in collaborazione con la Garante dei diritti delle persone private della libertà di Roma Capitale, Gabriella Stramaccioni.
Il corso si comporrà di 10 lezioni che si terranno tramite la piattaforma Zoom ogni giovedì dalle ore 18 alle ore 19.30. Potrà partecipare chiunque sia interessato ad affrontare un'esperienza di volontariato in carcere e per questo verranno fornite le nozioni di base sulle principali leggi che disciplinano l'esecuzione pensale, sul ruolo del volontariato in ambito penitenziario, sull'organizzazione, i regolamenti e le figure professionali presenti negli Istituti Penitenziari, e in generale su tutti gli aspetti più importanti per sostenere efficacemente i detenuti nel difficile periodo dell'esecuzione penale e agevolare il loro reinserimento nella società.
Per la partecipazione è prevista una quota d'iscrizione di 10 € (per info:
I temi dei 10 incontri saranno: "Costituzione e diritto penitenziario" (25/2/2021), "Esecuzione penale interna" (prima parte 4/3/2021, seconda parte 11/3/2021), "Il carcere femminile" (18/3/2021), "Sex offender, transessuali, malati psichiatrici e reparti precauzionali" (25/3/2021), "Esecuzione penale esterna" (1/4/2021), "Giustizia riparativa e mediazione penale" (8/4/2021), "La giustizia minorile" (1574/2021), "Dopo il carcere" (22/4/2021), "Il ruolo del volontariato in ambito penale" (29/4/2021).
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 16 febbraio 2021
"Tutto può essere tolto a un uomo ad eccezione di una cosa: la libertà di scegliere il proprio comportamento in ogni situazione" è la scritta che decora le aule didattiche della casa circondariale di Mantova. Sono parole di Viktor Frankl, psichiatra austriaco sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, scelte dalle detenute del corso d'arteterapia, assieme all'immagine di alcuni libri, per illustrare l'importanza dello studio. Il laboratorio, coordinato dalla decoratrice Valeria Pozzi, è stata l'unica attività a rimanere aperta tra le tante organizzate nell'istituto e sospese per contrastare la diffusione del virus. È stato scelto di mantenerla "per dare la possibilità ai detenuti- spiega la direttrice Metella Romana Pasquini Peruzzi - di sperimentarsi, esprimersi in maniera creativa e occupare giornate infinite".
Le decorazioni realizzate dalle donne (italiane e straniere) che hanno partecipato al corso, hanno trasfigurato a colpi di colore l'ingresso, il corridoio, la sala socialità e le aule. Tra le immagini, molto presenti gli elementi da sempre evocativi di libertà, come il mare, "che hanno scelto subito tra le mie proposte" racconta la coordinatrice, già responsabile di un progetto analogo nel carcere di Cremona e autrice di murales antismog in spazi cittadini.
"A volte le parole non bastano, e allora servono i colori" è stato uno dei commenti alle foto pubblicate sul profilo social di Valeria Pozzi, quanto mai calzante anche per i lavori delle detenute. Le immagini rappresentate raccontano, infatti, molto dei loro sentimenti, non solo il bisogno di orizzonti liberi ma anche l'intimità della vita familiare ricordata da cani, gatti, rampicanti e davanzali fioriti. La scelta dei colori ha tenuto conto anche della loro valenza terapeutica: "Nella sala della socialità- spiega Valeria Pozzi - dove leggono e giocano, abbiamo optato per immagini geometriche gialle, colore che aiuta la concentrazione, arancione caldo, che favorisce serenità, e viola che produce armonia". Il programma di arteterapia proseguirà a breve con i detenuti. Presto anche le decorazioni sulle pareti della sezione maschile racconteranno l'attesa di ritrovare la bellezza del mondo libero.
molisenews24.it, 16 febbraio 2021
Si rinnova l'appuntamento con il concorso nazionale di scrittura rivolto ai detenuti degli Istituti carcerari di tutto il territorio nazionale. L'iniziativa del Comune di Campobasso e dell'Unione Lettori Italiani. Torna l'appuntamento con il concorso nazionale di scrittura "Scrittodicuore" rivolto ai detenuti degli Istituti carcerari di tutto il territorio nazionale. L'iniziativa, giunta alla quinta edizione, è promossa e organizzata dal Comune di Campobasso- assessorato alle Politiche per il Sociale e dall'Unione Lettori Italiani con la direzione artistica di Brunella Santoli e con la collaborazione della Direzione della Casa Circondariale di Campobasso e rientra nell'ambito della programmazione di Ti racconto un libro 2021 che sarà presentata ufficialmente non appena l'emergenza sanitaria nazionale lo consentirà.
Ai partecipanti verrà chiesto di inviare una lettera "scritta di cuore", che sarà valutata da due giurie. La Giuria Tecnica, composta da scrittori di primo piano nel panorama narrativo italiano, e da una Giuria Giovani, composta da selezionati e motivati lettori di età non superiore ai 35 anni, che segnalerà la lettera d'amore ritenuta più meritevole. Da sempre convinta che la lettura e la scrittura abbiano un ruolo fondamentale nella costruzione di una società giusta e attenta alle necessità sociali, l'Unione Lettori Italiani di Campobasso, nonostante le ben note difficoltà del momento, ha voluto coinvolgere ancora una volta gli istituti carcerari, luoghi in cui il tempo e lo spazio in cui vivere i sentimenti confluiscono marcatamente nell'interiorità del singolo.
Scrittodicuore è un modo per riportare il calore della condivisione all'interno del carcere dove la scrittura diventa un importante strumento di contatto indiretto con l'esterno, veicolo fiduciario di una riflessione rispetto a sé stessi e rispetto agli "oggetti" d'amore. Una esperienza che oggi assume i contorni della necessità. Perché se è vero che questa pandemia ci ha fatto riscoprire l'importanza del contatto umano, è altrettanto vero che ci sono persone che sperimentano quotidianamente la durezza di una vita in cui l'incontro con l'altro è un'occasione di rara bellezza.
recensione di Luigi Labruna
La Repubblica, 16 febbraio 2021
"Giustizia, politica, democrazia. Viaggio nel Paese e nella Costituzione", di Giovanni Verde (Ed. Rubettino, 250 pp., euro 22.00). Pare che anche nel nostro Paese, martoriato dai populismi, non siano morte la politica e la democrazia, tendenzialmente ricondotte da Mattarella e Draghi, "mentre i partiti sono nel panico", nell'alveo della Costituzione. Sarà dura, ma c'è da sperare che - munito finalmente di un competente ministro della Giustizia, assente da anni da via Arenula - il nuovo esecutivo avvii con urgenza (oltre agli interventi su sanità, economia, ambiente, scuola) la riforma della Giustizia, presidio della democrazia ormai priva della fiducia dei cittadini, e - nel suo àmbito - con priorità, quella del processo civile. Non perché sia più urgente di quelle della giustizia penale e del Csm, ma perché essa incide più immediatamente sulla crisi economica che devasta il Paese e scoraggia gli investimenti degli stranieri (che si rifugiano spesso in clausole arbitrali per sottrarsi alla giurisdizione italiana) e gli stessi imprenditori nostrani.
Stritolati (gli uni e gli altri) dai folli grovigli di norme e procedure e dalle conseguenti lungaggini, "che spesso si traducono in vere e proprie vessazioni, creando il terreno fertile nel quale alligna la corruzione". E sono altresì dissuasi dal rischiare dal timore delle responsabilità, che "ingessa gli amministratori pubblici, i quali cercano riparo in regolamenti che riducono a zero la discrezionalità con una crescita esponenziale della burocrazia", e dal terrore di incappare in guai penali eterni con l'accusa (magari ingiusta o frutto di interpretazione "creativa") di aver violato qualche regola.
Lo mette in luce, fra tante altre cose di cui tratta (e sulle quali torneremo) in un approfondito, ma chiarissimo libro intitolato Giustizia, politica, democrazia.
Viaggio nel Paese e nella Costituzione, con prefazione di Biagio De Giovanni e postfazione di Gerardo Bianco (Rubettino ed.) Giovanni Verde, maestro universalmente riconosciuto della procedura civile, formatosi alla Federico II alla scuola di Andrioli e Vocino. Ne seguirà - spero - gli insegnamenti la neo-guardasigilli Cartabia, giurista eccellente, anch'essa di elevata genealogia accademica. (A proposito: ma che ci azzecca in un governo "di alto profilo" Di Maio agli Esteri anche se "con Draghi premier avrà autonomia solo sull'Oceania"?).
bolognatoday.it, 16 febbraio 2021
Fp-Cgil Bologna riferisce che, nelle ultime settimane, il numero dei detenuti avrebbe raggiunto "una cifra molto vicina alle 720 presenze, a fronte di una capienza di 492", oltre a "diverse detenute risultate positive al Covid 19".
È ancora allarme per il "grave sovraffollamento in atto presso la Casa circondariale (Dozza - ndr), divenuta nell'ultimo periodo, questione sempre più delicata e urgente anche a causa del costante rischio di contagio dal virus Covid 19".
Salvatore Bianco di Fp-Cgil Bologna riferisce che, nelle ultime settimane, il numero dei detenuti avrebbe raggiunto "una cifra molto vicina alle 720 presenze, a fronte di una capienza regolamentare di 492", oltre a "diverse detenute ristrette presso l'apposito Reparto, risultate positive al Covid 19 con la conseguente allocazione temporanea delle stesse presso il Reparto Semiliberi, situazione non idonea dal punto di vista della sicurezza. Risulta inoltre - continua Bianco - che negli stessi giorni è stato riaperto, quasi a sorpresa, il Reparto di Osservazione Psichiatrica sempre presso il Reparto Femminile".
Bianco fa notare che "negli stessi giorni, presso il sopra citato Reparto è stato registrato un tentativo di suicidio a mezzo impiccagione, fortunatamente scongiurato grazie alla prontezza del personale in servizio. Appare chiaro - rileva - che la situazione risulta particolarmente grave, ed influisce molto negativamente nella gestione quotidiana, soprattutto di alcune sezioni detentive".
Critica anche la situazione al Reparto Infermeria, dove "permangono da diverso tempo alcuni detenuti particolarmente problematici che quotidianamente mettono in seria difficoltà il personale, oltretutto detto reparto finisce spesso per ospitare detenuti che dovrebbero essere allocati negli altri reparti, ma che per carenza di posti finiscono per permanervi per diverse settimane. Anche le sezioni giudiziarie risultano congestionate e finiscono spesso per diventare teatro di eventi critici dovuti alla convivenza forzata di soggetti di difficile gestione".
Nella nota inviata al Dipartimento Amministrazione Penitenziaria di Roma, al Provveditore Regionale Emilia-Romagna e Marche e alla direttrice del carcere, Claudia Clementi, si legge che sarebbe "di prossima apertura un'altra sezione detentiva, destinata ad ospitare detenuti ad alta sicurezza, e che in tale situazione di
sovraffollamento è palese l'altissimo rischio di contagio per le evidenti difficoltà nel garantire il distanziamento sociale, appare del tutto chiaro che occorrono urgenti interventi da parte dell'Amministrazione destinati a decongestionare quanto prima l'istituto e limitare i possibili rischi da questo derivanti". Per Bianco "la condizione sopra descritta, finisce per penalizzare sia la Polizia penitenziaria, che la Popolazione detenuta si chiede un immediato intervento da parte dei Superiori Uffici, al fine di assicurare migliori condizioni
lavorative per il personale e di vivibilità per la popolazione detenuta".
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 16 febbraio 2021
Alla prima uscita da presidente del consiglio incaricato, il professor Mario Draghi ha preso le redini del Paese, affidandosi alla sola forza muta del suo prestigio. Dal massimo possibile al minimo indispensabile. Dalla promessa che l'ha reso celebre, "whatever it takes" (tutto ciò che serve), formula salvifica per la sopravvivenza dell'euro, alla lista dei ministri declinata venerdì scorso al Quirinale senza un preambolo né una chiusa né un cenno di ringraziamento a chi l'aveva preceduto, Giuseppe Conte. Alla prima uscita da presidente del Consiglio incaricato, il professor Mario Draghi ha preso le redini dell'Italia affidandosi alla sola forza muta del suo prestigio.
E che quel tipo di debutto non fosse casuale l'avrebbe ripetuto, riferiscono le cronache, alla prima riunione dei suoi ministri, mettendoli sull'avviso: noi comunichiamo quello che facciamo e, non avendo ancora fatto niente, niente comunichiamo. Per i molti abituati a riempire il vuoto di azione politica con un pieno di parole e proclami, il segno più drastico di un cambiamento che mal tollererà eccezioni.
Lo stile Draghi è asciutto come l'uomo. Nei suoi precedenti incarichi, dalla Banca d'Italia alla Banca centrale europea passando per la Banca Mondiale, quello stile ha funzionato, e ancora funziona. Mario, il nome italiano una volta più comune e quindi anche più anonimo, accompagnato al suo cognome diventa subito un marchio internazionale ad alta affidabilità. È bastata la comparsa del suo augusto profilo perché lo spread si acquattasse sotto quota 90, la Borsa aprisse le porte alla speranza e le Cancellerie tutte (quasi tutte) facessero a gara per garantire plauso e sostegno. Persino il neo presidente americano, Joe Biden, finora parco di contatti con i nostri vertici istituzionali, ha teso la sua lunga e grande mano: "Non vedo l'ora di lavorare a stretto contatto con lei".
Con credenziali simili, l'opera di rilanciare l'Italia, per quanto squassata, sembra un problema non insormontabile. Ma ci sono alcune variabili che sicuramente non sfuggono alla consumata saggezza del premier Draghi, il più alto profilo di un governo d'alto profilo come quello voluto dal presidente Mattarella, rimedio estremo a una crisi dai contorni ancora non chiarissimi, consumata e precipitata lontana dal Paese abitato dalla gente comune. Parte di queste variabili sono il frutto diretto e prevedibile della frantumazione della maggioranza del Conte bis e della conseguente ricomposizione rapida di un mosaico dove parecchi tasselli sembrano incastrarsi a fatica: Lega e Pd, per esempio, ma anche Forza Italia e 5Stelle, o quel che resterà del Movimento dopo la diaspora in corso. La difficile coabitazione di forze per natura agli antipodi verrà messa alla prova non appena si uscirà dall'indefinito "tutti insieme per superare l'emergenza" e toccherà confrontarsi su temi fortemente divisivi, a cominciare dalla gestione della pandemia per finire, prima o poi, a questioni soltanto in apparenza sullo sfondo come l'immigrazione o i diritti civili. La speranza è che il caos intorno alla riapertura delle piste da sci, annunciata e poi ritirata a poche ore dalle prime discese, con il contorno di divieti infranti e trasgressioni manifeste, sia la coda della confusione da vecchia gestione e non il preludio di incidenti di percorso all'avvio della nuova, casuali ma non troppo.
Stretti come siamo tra l'opportunità storica di non sprecare l'ossigeno vitale dei fondi europei del Recovery e l'ansia di ritrovarci mortificati dall'incapacità di contenere le ondate di varianti del Coronavirus, in ritardo sulle vaccinazioni e in confusione sulla girandola delle colorazioni regionali, la missione del Draghi Uno è l'ultima possibilità realistica che resta a questo Paese prima che sia davvero, e definitivamente, troppo tardi. Il nascente governo che tra mercoledì e giovedì si presenterà nei due rami del Parlamento otterrà una fiducia scontata e potrà mettersi ufficialmente al lavoro sull'agenda delle priorità che sono state fatte filtrare ma che sono poi quelle che chiunque indicherebbe su una lista ragionevole: lotta al virus, lavoro, economia, scuola, ambiente, fisco. La somma degli addendi, ciascuno dei quali contiene una serie infinita di complessità, dovrebbe dare come risultato una speranza tangibile: mettere l'Italia nella condizione di avere un futuro.
Nei suoi discorsi a Camera e Senato, sicuramente Mario Draghi illustrerà come intende procedere, e con che tempi, e con quali modi. Lecito aspettarsi interventi di spessore, come l'articolo a sua firma pubblicato sul Financial Times il 26 marzo 2020 (centrato sull'aumento del debito pubblico "produttivo") o il discorso che ha tenuto al meeting di Rimini dello scorso 18 agosto (contro i populismi e per una gestione europea della tragedia biblica della pandemia, pensando soprattutto ai giovani e al dovere di fornire loro tutti gli strumenti per vivere in società migliori delle nostre). Chiederà unità, il professor Draghi, non come un'opzione ma come un dovere per il momento che stiamo attraversando, per le sfide che ci attendono.
Ma il colloquio più importante che lo aspetta è quello con gli italiani, la spinta più decisiva che deve ricevere è la loro. Un'apertura di credito che vada al di là delle appartenenze partitiche, una comprensione anche emotiva che in gioco, da qui ai prossimi mesi, c'è un pezzo, se non tutto, del destino della loro nazione, e quindi delle generazioni che verranno; e che la forbice delle diseguaglianze può e deve essere contenuta attraverso un gigantesco sforzo collettivo di responsabilità, a partire dal rispetto delle regole per non permettere al virus di allargarla, quella forbice. Il rischio da scongiurare è un Paese tagliato in due, con la sua parte più debole destinata alla marginalità. Lo stile Draghi è improntato sulla sobrietà, che è indiscutibilmente un valore ma che è cosa diversa dall'aridità. Per provare a ricostruire davvero l'Italia, non basteranno un uomo per quanto capace, né un governo speriamo animato di buone intenzioni durevoli, né tutti i 209 miliardi del Recovery Fund. Serve il capitale sociale della fiducia. Serve il coinvolgimento degli italiani, la loro ragionevole passione.
di Massimo Coppola
Il Domani, 16 febbraio 2021
Le droghe, anche all'oratorio, erano l'elemento cruciale per la formazione dei gruppi; questo dice molto se non tutto sul ruolo sociale delle sostanze stupefacenti, come le chiamavano al tempo.
Quando percorrevo a velocità supersonica la stretta e breve via che portava da casa di mia madre all'oratorio di Santa Maria di Caravaggio, in porta Ticinese a Milano, non avevo alcuna idea di chi fosse la suddetta Maria, né tantomeno ero a conoscenza del fatto che in una remota città brasiliana, Farroupilha, nel sud del paese, ci fosse un santuario alla stessa dedicato.
Il santuario è addirittura il secondo per affluenza e fama nella grande terra del nuovo cristianesimo e dei mille rivoli capitalistico-evangelici di derivazione americana. Il santuario venne dedicato alla madonna di Caravaggio solo perché la prima opzione (madonna di Loreto, ovviamente più trendy) si rese impraticabile causa l'impossibilità di reperire immagini della medesima, mentre tal Pietro Colzani, lì emigrato, aveva con sé una tela raffigurante la madonna del Caravaggio. Era la fine dell'Ottocento. Oggi il santuario ha una chiesa per più di duemila credenti.
Chissà poi chi era Pietro Colzani e perché mai avesse con sé un dipinto della madonna di Caravaggio, la cui storia, scopro ora scrivendo, perché ci facevano pregare ma non ci hanno mai raccontato perché diavolo si chiamasse "Caravaggio" il nostro oratorio, è piuttosto interessante. In sintesi, la madonna appare a una giovincella (appare sempre a giovincelle la madonna, chissà perché, forse è femminista, la madonna, e ama la gioventù) e le chiede di riportare la pace tra non so quali fazioni avverse; ella prese il tutto molto sul serio e come inviata della madonna ebbe un certo successo.
Non so tracciare una linea retta che divida storia e mito, ma pare che un qualche risultato ella riuscì a conseguirlo. Una storia bella, ignota a tutti noi giovani empi frequentatori dell'oratorio, luogo nel quale, benché fossimo chiamati a una preghiera quotidiana (ci torno dopo), pena l'esclusione dalle competizioni calcistiche, mai nessuno ci parlò. E tantomeno venne mai organizzata la gita al più noto e comodo santuario di Caravaggio, intesa come la cittadina dove avvenne l'apparizione. Nulla sapevo di ciò e forse avrei voluto saperne, ma che importava al mio cuore dodicenne che si precipitava nella via verso l'oratorio e l'agognato campetto da calcio?
La via era intitolata a Borromini, grande architetto del barocco, prima favorito del Vaticano - cosa piuttosto decisiva per un architetto all'epoca - e poi sostituito dal Bernini nelle grazie dei porporati; per questo cadde in depressione e morì trafiggendosi con una spada.
Nemmeno questo sapevo, correvo io, solo, pochi metri, meno di cento, all'ora del rush verso l'oratorio e il suo campo da calcio in mattonelle di porfido, collinare, ma con le righe segnate e le porte vere anche se senza reti. Correvo nella via bianca e nera, tagliata esattamente in diagonale da sole e ombra. Era così nei mesi migliori, da primavera a estate inoltrata; la precisione di quella diagonale che io per gioco percorrevo al confine, rispondeva all'esercizio di equilibrismo che è la giovinezza stessa, divisa tra il richiamo della gioia di vivere e la realtà che avrebbe già a quel tempo potuto essere migliore.
Ci si arrivava di corsa all'oratorio, a premere contro la porta di ferro, che si sarebbe aperta alle 15.45 in punto. Era di fondamentale importanza essere lì presto - soprattutto per i più scarsi, poiché la regola era che all'apertura della porta si corresse verso il muro più lontano dall'ingresso e i primi due a toccarlo, quel muro, avrebbero avuto il diritto di comporre le prime due squadre che avrebbero iniziato il quotidiano torneo, basato su semplici quanto durissime regole: si arriva ai quattro, chi vince rimane in campo sfidato dalla squadra composta dal terzo che aveva toccato il muro, e via così fino alla chiusura.
Il torneo si teneva sul campo da basket, da noi definito "a porticine". Quattro contro quattro, le porte erano i rettangoli alti e stretti che reggevano i tabelloni con i canestri. Da un lato la linea "del fuori" era quella del campo da basket, dall'altro era un muro irregolare, interrotto com'era da una serie di panche in cemento. Valeva il gioco di sponda, ovvero calciare il pallone contro il muro per un passaggio vincente o un dribbling azzardato. Si arrivava ai quattro, in caso di 3-3 si arrivava ai 5. Grazie a dio sapevo giocare a pallone, quindi potevo risparmiarmi la corsa iniziale, anche se qualcuno dei bravi a turno partecipava per mettere in piedi una squadra di quattro forti che potessero provare a vincere tutte le partite fino a chiusura. Mi è capitato ed è stato bellissimo. Vi sto descrivendo il paradiso, se non l'avete capito.
A gestire l'oratorio c'era un prete, don Aldo, che poi nel tempo e nel ricordo, mi pare sempre più somigliare a Bruno Vespa. Aveva lo stesso modo di fregarsi le mani e qualche neo. Non era simpatico, ma nella mia memoria, abbastanza equo. Pretendeva da noi semplicemente la partecipazione alla preghiera delle 17, che veniva organizzata nel campo più grande - lasciato agli scarsi e ai bambini o occupato dalle squadre in attesa del proprio turno "a porticine", che organizzavano tornei di "coppie e rigori" nei quali due squadre da due giocatori si sfidavano ai calci di rigori, un totale di dieci, con 5 tiri e 5 parate per ognuno dei componenti delle due squadre. In caso di respinta la palla rimaneva in gioco e i due componenti delle squadre si univano a quelli che si erano fronteggiati dal dischetto per completare la giocata. Un sacco di botte, sbucciature, e caviglie distorte dalle colline di porfido.
La preghiera avveniva con un rituale ripetuto (altrimenti di che preghiera parliamo?) intorno al cerchio del centrocampo ce n'erano disegnati altri due di raggio maggiore destinate man mano ai più grandi; sul dischetto di centrocampo prendeva posto Don Aldo e noi tutti intorno a rumoreggiare, prenderci per il culo, darci botte trattenute, in attesa che il supplizio finisse, e finiva, presto, anche se al tempo sembravano ore. Nel caso in cui la preghiera fosse arrivata sul 3-3, potete immaginare con quale animo vi partecipavamo. A ogni modo a parte pochissimi di noi a nessuno fregava un cazzo, com'è giusto. E il prete lo sapeva, bontà sua, non se ne faceva un cruccio. Visto da oggi, temo che fosse quello meno determinato: almeno noi avevamo l'obiettivo che finisse per tornare a giocare a calcio. Lui dopo cosa avrebbe fatto?
A farmi ripensare all'oratorio (da me frequentato dalla fine degli anni Settanta, bambino fino a poco oltre la metà anni degli anni Ottanta) è stato l'hype intorno alla serie su San Patrignano. Ricordo esattamente il momento in cui mi accorsi che esisteva l'eroina. Avevo dodici anni, era il 1984, e si diceva che un mio compagno di classe, mio grande amico, occhi chiari, campione di arti marziali già alle medie, l'avesse provata.
Non so se fosse vero, non ne parlai con lui a quel tempo, troppa era la paura anche solo a nominarla; vero è, che due o tre anni dopo era un eroinomane. Solita situazione; madre disperata (suo padre non pervenuto); iniziò a sniffarla e poi a farsi in vena. Finì arrestato dopo un regolamento di conti nel quale venne ferito da una coltellata all'addome; aveva con sé un quantitativo sufficiente (bastavano pochi grammi, forse anche una sola dose, non ricordo) per finire in carcere. Non ho avuto più notizie di lui, spero ce l'abbia fatta.
L'eroina arrivò quindi anche all'oratorio. Il primo fu un ragazzo che chiamavamo Giorgione perché era gigantesco, a me sembrava adultissimo ma avrà avuto sì e no vent'anni. Venne subito bandito dall'oratorio, nel quale provava tuttavia a entrare lo stesso, a volte protestando platealmente (di rado si incazzava, ma quando si incazzava faceva davvero paura). È morto su una panchina, con la spada nel braccio.
L'arrivo delle droghe sintetiche e della coca fu il colpo finale. La "compagnia" si spezzò in due, impossibile stare in mezzo: da un lato chi si era fermato alle innocentissime cannette, dall'altro quelli che abbracciarono la montante onda delle pasticche - prima di andare a ballare, all'inizio, e poi anche solo con l'autoradio davanti alla chiesa.
Io ero un drop-out o un fighetto a seconda del punto di vista; ascoltavo roba figa, il rap che nasceva, i Beasties, quel mondo lì e oltretutto non avevo i soldi per andare in discoteca, o meglio, i pochi che avevo - loro avevano già iniziato a lavorare, io ero andato al liceo, altro spartiacque, li spendevo in altro modo. Insomma, le droghe, anche all'oratorio (o davanti allo stesso, i gradini della chiesa) erano l'elemento cruciale per la formazione dei gruppi; questo dice molto se non tutto sul ruolo sociale delle sostanze stupefacenti, come le chiamavano al tempo.
Io sono rimasto battitore libero, ero in contatto con tutti e dentro nessun gruppo, ero il liceale, il comunista, quello che ascoltava musica assurda e non andava in discoteca. Avrei mille aneddoti per nulla originali, li salto a piè pari e racconto il ricordo che mi ha acceso SanPa, ricordo che è apparso con una chiarezza e lucidità insopportabili e dolcissime al tempo stesso.
Tra gli eroinomani della piazza il più figo di tutti era Uno (vorrei scrivere il suo nome, ora, bellissimo nome, un diminutivo, ma non lo faccio, anche se mi pare un tradimento più grave che tacerlo, ma meglio essere prudenti). Uno aveva sette o otto anni più di me; era bellissimo. Aveva la pelle scandinava, gli occhi ghiacciati, i capelli biondi corti e forti. Era sempre pieno di graffi, questo me lo ricordo bene. Era muscolosissimo e sempre in formissima, e questo faceva a pugni con quello che ti dicevano sulla roba.
Orfano di padre, sua madre era una gran cattolica, attivissima in oratorio, forse faceva anche catechismo, non ricordo, ma senz'altro bigotta e, per questo, femminilissima. Oggi da adulto la definirei una bella donna. Al tempo sembrava solo una sciura fin troppo curata e con atteggiamenti che non mi tornavano se confrontati con quelli delle suore che gestivano l'oratorio femminile, separato da quello maschile da una porta che imparammo presto a violare per cercare riparo o addirittura organizzare improvvisati giacigli.
Io all'oratorio ho consumato tutte le mie prime volte: sesso, droga e rock'n'roll. In totale sicurezza, aggiungo senza pudore e ringraziando tardivamente la chiesa cattolica romana.
Uno, il biondo, era il più figo, il più duro e, pochi se ne accorsero, il più sensibile. Faceva paura a tutti e quando si incazzava era ancora più minaccioso di Giorgione. Avevamo un rapporto particolare. Gli piacevo - mi diceva che ero il più figo e intelligente, che la mia fidanzata era la più bella e quando avevo moti di gelosia lui mi diceva sempre "Chi è che la riaccompagna a casa la sera? Tu. Finché la riaccompagni tu, non c'è problema".
Il ricordo riacceso da Sanpa è quello di una sera d'estate al tramonto, Uno stava seduto accanto a me sui gradini della chiesa, al solito con una t-shirt di una taglia in meno, che metteva sfacciatamente in mostra i graffi (se li procurava lui, a volte, quando provava a smettere) e i buchi. Sopra gli avambracci i bicipiti crudi e duri. Era appena scappato da Le Patriarche, l'omologo e antesignano francese di San Patrignano, anche negli esiti: fondatore accusato di ogni nefandezza, destituito, condannato a cinque anni di reclusione, poi scappato in Belize e lì morto negli anni zero. Le Patriarche esiste ancora ma si chiama Dianova e sembra sia diventato un posto più sano, se così si può dire. Ma non mi pronuncio su questo.
Quella sera, al tramonto e interrotto solo dalle campane che quando rintoccavano - eravamo sotto il campanile - portavano con sé la potenza della promessa dell'infinito che riducevano al silenzio noi poveri giovanissimi mortali, Uno mi raccontò di una fuga dalle catene, a piedi nudi, da qualche parte in mezzo alla campagna francese; di una rapina in Francia, beccato ed espulso dal paese (questo passo del racconto era confuso) e della sera in cui, dopo aver pensato di avercela fatta, camminando, vide un tale in un'automobile spruzzare via un goccio del contenuto di una pera prima di infilarsela in vena.
Non sono in grado di restituire la forza di quel racconto, della lotta interiore che si combatteva dentro di lui, lui solo, e non riesco nemmeno a ricordare se alla vista della pera a vincere fu ancora l'eroina oppure no. Mi ricordo la durezza e la dolcezza; il sentirmi un privilegiato (ero amico del cattivo affascinante, forte e saggio, e mi voleva bene il cattivo, mi proteggeva quando le cose si mettevano male, per un motivo o per l'altro, sui gradini della chiesa); e la seduzione terribile della paura, della libertà e tutto quanto.
Per molto tempo, dopo quella sera, non l'ho più visto; un po' perché credo fosse andato via, un po' perché io ero ormai sempre più spesso con i compagni del liceo, che mi avevano spalancato le porte delle feste fighe in case bellissime e la sensazione di non essere più quello diverso, coi pantaloni stracciati, senza un soldo e la fissa della musica figa; un altro mondo era possibile.
L'altra comunità che frequentavo era quella della sezione del Pci in Via Lagrange. Mi ci portava mio padre. Ricordo solo gran discussioni, votazioni interne, interminabili riunioni con decine di persone iscritte a parlare e una macchina da scrivere, che stava in fondo all'ampia sala e sulla quale schiacciai i miei primi bottoni cagaparole, una macchina esoterica e misteriosa. Scrivevo il mio nome, com'è ovvio. Mio padre, comunista nonché sindacalista del teatro alla Scala, dove ha suonato per tutta la sua vita... un tipo strano, mio padre. Generoso e dolce, isolato e ossessivo; grande musicista e quindi. Era ed è tutto questo tutto assieme, mio padre. Non facile, la vita, appunto. Ma lo vedo ora. Al tempo mi sentivo, ed ero, con tutta probabilità, molto fortunato.
Divorziarono presto i miei, pareva stessero aspettando solo che passasse la legge. Ma questo ebbe il solo risultato di farmi sentire ancora più figo (beato me) perché all'oratorio ero l'unico ad avere i genitori separati e poi divorziati, appunto, ma dopo; c'era un periodo lungo di trial perché potessero ripensarci, al tempo. Non ci ripensarono.
Né all'oratorio né alla sezione (dove non ero l'unico figlio di separati/divorziati con tutta probabilità, ma ero l'unico ragazzino a frequentarla, quindi non posso esserne certo) ho tuttavia il minimo ricordo di nessuno che facesse parola della "piaga della droga"; tantomeno ho memoria di altri presidi territoriali che si occupassero di un problema che, in quel quartiere di Milano, era divenuto diffusissimo. Un morto al giorno visto da oggi.
Nonostante fosse una comunità piccola e a maglie strette, al modo don Camillo e Peppone: mio padre ateo e comunista sosteneva economicamente la squadra dell'oratorio, che da squadretta locale per tornei minori arrivò a giocare in terza categoria quando io l'avevo tuttavia già lasciata, sedotto da una sontuosa offerta da una squadra di prima categoria. 50milalire a vittoria, boom! Era in zona Gratosoglio, ci andavo in moto e mi sentivo un calciatore fortissimo. Mio padre continuava a sostenere la squadretta dell'oratorio, ormai squadra a tutti gli effetti. Venne a vedermi giocare una volta sola, nella squadra figa. Quella domenica mi ruppi (mi ruppero, per l'esattezza) il ginocchio.
Insomma, la comunità. In qualche modo teneva; soprattutto grazie alla solidarietà tra le famiglie e a queste due istituzioni; oratorio e sezione del Pci. Nonostante a ognuno di noi sarebbe potuto capitare il peggio, accadde a pochi; i più deboli che si fingevano i più forti. La dipendenza dalla droga è sempre stata e sempre sarà, oltre a un problema sanitario (effetti) un problema sociale (cause). Leggo il meraviglioso libro Drug Use for Grown-Ups del professor Carl Hart, docente di psicologia alla Columbia University, appena uscito per Penguin. Si apre con la frase "Sono al quinto anno di uso regolare di eroina". Uno statement abbastanza forte. Hart sostiene che il tema della tossicodipendenza sia esclusivamente un effetto di una situazione socio-economica svantaggiata. Esclusivamente.
Hart non è un poeta beat o una rockstar; la sua area di ricerca è la neuropsicofarmacologia (si studia gli effetti sul cervello - e dunque su psiche e comportamento - dell'uso di sostanze). Hart assicura che il suo consumo regolare di droghe non gli crea problemi nella vita professionale; non occuperebbe il posto che occupa, se così non fosse. La sua tesi, in un campo in cui disinformazione e ipocrisia sono moneta corrente, è che la sofferenza causata dalle droghe non abbia nulla a che fare con i suoi effetti psicotropi, ma con il contesto sociale nel quale la si consuma e la criminalizzazione dello stesso.
Racconta di come la maggior parte dei consumatori di crack negli anni Novanta fosse bianco, mentre il il 90 per cento degli incriminati fosse, al contrario, nero. Nell'introduzione al suo libro scrive "...in più di 25 anni di carriera ho capito come la maggior parte dei consumatori non subiscono danni e che anzi il consumo ricreativo di droghe fa bene - alla salute e alla capacità di perseguire i propri obiettivi". In una intervista al Guardian critica duramente il National Institute on Drug Abuse, che finanzia il 90 per cento delle ricerche sull'uso ricreativo delle droghe.
"Molti scienziati pensano che l'istituto sovrastimi abbondantemente l'impatto negativo dell'uso ricreativo delle droghe, ignorandone completamente gli effetti positivi. E lo fanno perché temono che i finanziamenti che ricevono sarebbero immediatamente azzerati se si mettessero a lavorare nella direzione opposta al mainstream".
Il tema, com'è ovvio che sia, è innanzitutto politico: "Si tratta di dove metti l'enfasi, non di un metodo empirico. Se le uniche discussioni sulle automobili riguardassero l'altissimo numero di morti che provocano, nessuno le userebbe, quando invece la quasi totalità delle persone che ogni giorno le usa arriva a destinazione sano e salvo". Un'altra osservazione banale ma ancora percepita come radicale è che confondiamo sempre l'abuso con l'uso; se lo facessimo con il vino, dice Hart, tutti quelli che ne bevono uno o due bicchieri a sera dovrebbero ricadere nella categoria degli alcolisti.
Hart è radicale, ma il suo discorso ha sostanza - e non è il primo a farlo. Per convincersene basta riportare quel che pensa delle droghe leggere: l'uso non responsabile di cannabis, in età puberale o adolescenziale, è rischioso. È provato che può indurre forti stati di ansia, e forme depressivo-paranoidi. La sua non è una posizione ideologica dunque, nonostante la radicalità delle sue posizioni; piuttosto, come rivendica più volte, empirica.
E il fatto che abbia usato il suo corpo come test, assodato che non stiamo parlando di un folle, è indicativo. È arrivato a procurarsi una crisi d'astinenza da eroina, aumentandone il dosaggio per un breve periodo. Ha passato una notte d'inferno quando di colpo ha smesso, ma solo una notte. Non sei giorni, come dice la vulgata scientifica. E aggiunge che non si può morire di astinenza di eroina, mentre l'astinenza da alcol, per chi è assuefatto, è potenzialmente letale.
Insomma Hart sostiene che il metodo migliore per capire l'uso di droga è smettere di essere ipocriti, avere il coraggio di dire come stanno le cose, basandosi su un metodo totalmente empirico e non ideologico. Che rimane la via migliore, per ogni cosa. Ed è consapevole che, così come per guidare una automobile occorre passare un esame, lo stesso dovrebbe valere per l'uso di droghe, una volta legalizzato. Sta per trasferirsi in Svizzera, per continuare le sue ricerche (e, è lecito immaginare, a godersela con la sua capacità di divertirsi con le droghe senza eccessivi problemi).
Ma il tema centrale rimane quello delle comunità. Con tutti i suoi limiti - innanzitutto rispetto alle stigmate che facevano del drogato un escluso da evitare piuttosto che un escluso da aiutare - il raccontino edificante ma sincero col quale ho cominciato non significa che questo. Abbiamo bisogno di comunità; la scuola, il territorio, i gruppi di persone. È un tema che sta avendo molta risonanza anche in ambito psicanalitico, dove la pratica dell'analisi di gruppo, nonostante abbia faticato a imporsi nel nostro paese, è una delle risposte più adeguate alla solitudine alla quale ci troviamo costretti. La pandemia, va da sé, non ha fatto che acuire questa necessità.
Ho scritto una mail all'attuale parroco del mio ex-oratorio. Ho telefonato al numero indicato sul sito (il mio oratorio ha un sito!). Non ho ricevuto risposta. Sono andato a vedere com'è oggi, senza appuntamento con nessuno.
Le colline di porfido non ci sono più, e nemmeno il campo di porticine. Ci sono campetti perfettamente piatti di erba artificiale e le porte con le reti (le reti le abbiamo sognate per decenni). È ovviamente vuoto, non ho idea di come sia stato in questi anni prima della pandemia. Poi passo da Via Lagrange - sembra uno showroom quello che ha sostituito la sezione del Pci - ma vabbè, sono passati cento anni, no? Ripenso a Uno e a quando, vent'anni dopo la nostra chiacchierata sui gradini della chiesa l'ho rincontrato per caso.
Non era cambiato. Ancora e sempre perfettamente rasato; un tossico che si faceva la barba tutti i giorni, che roba, signora mia! Aveva ancora addosso una delle sue t-shirt nonostante fosse inverno. Faceva il portinaio. Era felice, e anche io, tanto, di vederlo e immaginarlo a farsi due chiacchiere col professor Hurt.
di Elisabetta Soglio
Corriere della Sera, 16 febbraio 2021
Dalla portavoce del Forum Claudia Fiaschi in giù, ci sono decine di personalità di livello, preparate, competenti, riconosciute e riconoscibili. Su Sette del 29 gennaio scorso Dario Di Vico citava Giuliano Amato, a proposito di nuove classi politiche e dirigenti: "È tempo che il terzo settore la smetta di lamentarsi della mediocrità del ceto politico e dica "Tocca a noi"". Partiamo da qui. Perché l'insediamento del nuovo governo, al quale anche questi mondi hanno guardato con grandissima fiducia e apertura, ha provocato l'inevitabile giro di giostra fra incarichi e deleghe, che ogni volta si traduce in altrettanto inevitabili rallentamenti per le pratiche in corso.
Prendiamo la Riforma del Terzo settore: cantierizzata nel 2016 ha già assistito all'alternarsi di quattro governi e ogni volta bisogna ripartire da capo a costruire una relazione, spiegare l'urgenza, dipanare complicate matasse burocratiche.
Eppure è ormai noto a tutti che anche il Terzo settore sta pagando pesanti effetti alla pandemia e siamo sicuri che il nuovo esecutivo abbia ben chiaro, come è sempre stato chiaro al Presidente Mattarella, quanto sia cruciale il servizio garantito da questi enti. E il tema della coesione sociale citato dal presidente Draghi, è il mestiere di queste realtà.
Forse allora potrebbe essere il momento di coinvolgere qualcuno "del ramo": per battezzare una delega organica del Terzo settore, che copra dall'associazionismo all'impresa sociale, e affidarla a qualcuno che abbia chiaro quali sono i bisogni e quali le urgenze. Qualcuno che potrebbe dare suggerimenti utili su come usare alcune voci di spesa dei soldi del Pnrr perché conosce progetti efficaci, economicamente sostenibili e ripetibili. Serve qualcuno che abbia relazioni già aperte e che sarebbe riconosciuto come interlocutore super partes.
Lo chiediamo anche ai big dei partiti: pensateci. Dalla portavoce del Forum Claudia Fiaschi in giù, ci sono decine di personalità di livello, preparate, competenti, riconosciute e riconoscibili. Si perderebbe meno tempo, si avrebbe una operatività immediata e basata sulle competenze, ci si affiderebbe a chi sa. E scusate se è poco.
di Alessandro Oppes
La Repubblica, 16 febbraio 2021
Condannato a 9 mesi per "esaltazione del terrorismo e ingiurie alla corona", sarebbe dovuto entrare in carcere venerdì scorso ma non si è presentato. Un manifesto di solidarietà firmato da 200 personalità del mondo della cultura, da Pedro Almodóvar a Javier Bardem e Fernando Trueba. "E ora vengano a prendermi". Per dare ancora maggiore risonanza al suo caso, che già da giorni sta facendo molto discutere non solo in Spagna ma anche all'estero, il rapper Pablo Hasel si è barricato da ieri mattina nell'edificio del rettorato dell'Università di Lleida, la sua città, capoluogo di una delle quattro pronvince catalane. Così è stato: nelle prime ore della mattina oggi la polizia ha lanciato un'operazione per catturarlo e lo ha portato in cella.
Hasel sarebbe dovuto entrare spontaneamente in carcere entro le 8 di sera di venerdì scorso, per scontare una condanna a nove mesi per "esaltazione del terrorismo" e "ingiurie alla corona" contenute, secondo i giudici, nelle sue canzoni e nei commenti postati su Twitter. Ma non si è presentato. Da allora attende che i Mossos d'Esquadra, la polizia regionale catalana, vadano a "sequestrarlo", come definisce il suo possibile arresto, dopo che la Audiencia Nacional - il tribunale con sede a Madrid e giurisdizione su tutto il territorio spagnolo e che si occupa di tutti i reati in qualche modo connessi al terrorismo - avrà emesso il mandato di cattura. "Sarebbe un'umiliazione indegna presentarmi spontaneamente di fronte a una sentenza così ingiusta", ha spiegato ai suoi oltre 120mila follower su Twitter.
Oltre che per il contenuto dei suoi messaggi sui social, il rapper 32enne - Pau Rivadulla è il suo vero nome - è stato condannato anche per il testo della canzone "Juan Carlos el Bobón": tolta la "r" della casata regnante, significa "lo sciocco".
Ma proprio nel giorno in cui sarebbe dovuto entrare in cella (la pena di 9 mesi non dovrebbe comportare l'arresto, ma Hasel aveva già una condanna precedente a due anni per reati simili) il musicista in tono di sfida ha lanciato un nuovo videoclip con una canzone contro il re, questa volta Felipe VI, il sovrano in carica. Subito un grande successo, con più di 200mila visualizzazioni su YouTube.
Il video comincia con una dichiarazione fatta dal re durante la consegna dei premi di giornalismo alla Asociación de la Prensa di Madrid: "Non c'è alcun dubbio che, senza libertà d'espressione e d'informazione, non c'è democrazia". E allora Hasel si riprende la sua libertà: "Senti tiranno, non ce n'è solo per tuo padre. Che il grido repubblicano trapani il tuo timpano. Amo l'oppresso, odio il regno oppressore".
La notizia dell'imminente arresto di Hasel aveva provocato già una settimana fa, la mobilitazione immediata di oltre duecento personalità del mondo della cultura e dello spettacolo, con un manifesto firmato tra gli altri da Pedro Almodóvar, Javier Bardem, Joan Manuel Serrat, Luis Tosar, ma anche dal rapper Valtonyc, fuggito in Belgio dove attende una decisione dei giudici sulla sua possibile estradizione: la Spagna reclama la sua consegna sempre per il reato di ingiurie alla corona.
Esplosa la mina in piena campagna elettorale per il voto in Catalogna, anche il governo di Pedro Sánchez si è sentito in dovere di reagire immediatamente. E ha promesso di eliminare al più presto le condanne a pene di carcere per i reati legati alla libertà di espressione.
Gli "eccessi verbali" che vengano commessi nel contesto di manifestazioni artistiche, culturali resteranno esclusi dal castigo penale. Il codice non dovrebbe più perseguire l'esaltazione del terrorismo (un reato che era stato creato apposta per colpire i fiancheggiatori dell'Eta, ma il terrorismo basco non c'è più), le ingiurie alla corona e le offese al sentimento religioso.
Ma la riforma non c'è ancora. E la sentenza contro Hasel, a meno di clamorosi ripensamenti, dovrebbe essere applicata. Per questo il rapper invita a proseguire la mobilitazione. "Sono qui all'università con un gruppo di sostenitori. Dovranno farla saltare in aria per arrestarmi", ha twittato ieri mattina.
- Giurisdizione universale: l'Italia indietro nella persecuzione dei crimini contro l'umanità
- Afghanistan. La società civile messa a tacere con gli omicidi
- La prescrizione non è un privilegio per pochi
- La guerra sulla prescrizione verso uno stop: meglio aspettare la neo Guardasigilli Cartabia
- Giustizia, la riforma ha tempi stretti











