di Antonio Ferrari
Corriere della Sera, 15 febbraio 2021
Dopo anni di silenzio e di indifferenza. L'impegno di Ciampi, e la nobile testimonianza di Mattarella. Ho conosciuto molto presto la tragedia delle Foibe, nonostante nei libri di storia non fosse neppure citata. Non soltanto grazie alla Giornata del ricordo, voluta dall'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, galantuomo tra i più grandi della nostra Repubblica.
Quella tragedia l'avevo conosciuta molto prima, da ragazzo. La famiglia di Franco, mio amico d'infanzia e compagno di scuola, fu costretta a fuggire dall'isola di Lussinpiccolo, oggi Mahli Losinj in Croazia, abbandonando tutto, per rifugiarsi in Argentina e poi per tornare in Italia per ricostruire a Genova la propria vita, cercando di vincere la malinconia.
Il papà di Franco, che dovette sfuggire alle vendette, lasciando la splendida Lussinpiccolo, viveva il suo passato con tristezza, in rassegnato silenzio. Uno dei più grandi amori della mia vita, una meravigliosa ragazza di Fiume che si chiama Giuliana, mi ha regalato momenti indimenticabili mentre frequentavo ancora l'Università. I suoi erano fuggiti appena in tempo da Fiume, oggi Rijeka, abbandonando casa, amici e affetti per sottrarsi alle vendette dei comunisti di Tito, che non facevano distinzione tra italiani per bene e italiani fascisti.
Giuliana, che avevo conosciuto nella discoteca genovese "Psichedelik", ne parlava raramente. Ne parlavo di più con sua madre, quando andavo a casa sua per ascoltare racconti di vita vissuta. Allora, visto che avevo cominciato a collaborare con il mio primo giornale, il Secolo XIX, una sera andai con Giuliana a sentire Nicola di Bari, di cui ero diventato amico. Nicola, cantante famosissimo (ricordate "Il cuore è uno zingaro"?) alla fine dell'esibizione, mi venne vicino, mi salutò e, abbagliato da Giuliana, mi chiese: "Ma dove hai trovato questo angelo del cielo?" Ecco perché la figlia di profughi che ho amato con tutto il cuore, non la dimenticherò mai.
È stata una fortuna, per me, condividere quelle sofferenze, figlie degli orrori della guerra e dei successivi aggiustamenti politici, perché la Jugoslavia di Tito, dopo gli eccessi feroci, era diventata un caposaldo filoamericano e antisovietico, visto che si contrapponeva allo strapotere dell'Urss. Giuliana ogni tanto si rabbuiava e mi parlava di quella ferita insanabile, ed è anche per questo non ho mai accettato né tantomeno condiviso la propaganda comunista di allora.
Avrei capito di più qualche anno dopo, quando cominciai a frequentare, ai tempi della primavera di Praga, oltre 50 anni fa, i Paesi dell'Est comunista. Esperienza dolorosa e unica. Ma anche nella mia vita professionale ho incontrato persone straordinarie, che avevano le loro radici in Istria e Dalmazia, terre di frontiera frequentate dai migliori, come diceva Hemingway.
Toni Concina, che dal 2003 al 2006 è stato direttore delle relazioni esterne del nostro Corriere della Sera, ai tempi della gestione di Cesare Romiti, ne è esempio lampante. Abbiamo subito simpatizzato, e visto che già a quel tempo mi occupavo assiduamente di Turchia, entrai assieme al collega Massimo Gaggi nel ristrettissimo gruppo di coloro che rappresentavano il nostro giornale, allora partner del gruppo laico Dogan (da non confondere con l'attuale presidente-sultano Erdogan, che poi ha cannibalizzato il gruppo turco). Insomma, eravamo spesso invitati nel Paese.
Di Toni Concina ho sempre ammirato il rigore, la coerenza, l'amore per il lavoro e per le sfide più ardue. Non ho saputo subito la sua storia. Sapevo solo che i suoi genitori erano una coppia che riuscì, a fuggire in tempo da Pola, abbandonando tutto. I legami con quella dolce porzione della nostra Europa di frontiera, per me sono continuati e continuano ancora perché una carissima collega della Rai, Daiana Paoli, che considero una mia straordinaria allieva, e lei mi tratta con l'affetto riservato a un secondo padre, è figlia, da parte della madre, di quella regione jugoslava che tanto sta a cuore anche a me.
Le dure parole pronunciate sulla strage delle foibe dal presidente della Repubblica Mattarella sono davvero di grande fierezza, rigore e nobiltà. Un'altra persona, che mi è molto cara, Vera Vigevani Jarach, alla cui storia con la collega Alessia Rastelli abbiamo dedicato la serie per il Corriere TV "Il rumore della memoria", poi diventata un film con la regia di Marco Bechis, è andata a testimoniare il proprio impegno per gli orrori delle foibe. Vera, che vive in Argentina, ha avuto il nonno ammazzato ad Auschwitz e la figlia Franca, resistente anti-Videla, lanciata viva nel Rio de la Plata da uno degli aerei del dittatore fascio-piduista che guidava il Paese. Queste sono storie di vera vita vissuta, quindi indimenticabili.
Italia Oggi, 15 febbraio 2021
Contro il cyber-bullismo, per adesso, solo armi spuntate. Se i cyber-reati denunciati (solo una percentuale di quelli avvenuti) aumentano di anno in anno, vuol dire che si deve pensare a strumenti più efficaci di quelli predisposti dalla legge.
I numeri presentati dalla Polizia postale sono inequivocabili: nel 2020 si è registrato un aumento dei casi trattati di vittimizzazione dei minori per reati quali la pedopornografia, l'adescamento, il cyber-bullismo, la sextortion, le truffe online, il furto di identità digitale, altri reati online pari al 77% rispetto al 2019 (2.379 casi trattati nel 2019 contro i 4.208 trattati nel 2020). Se questa è la cruda realtà delle cifre, bisogna chiedersi quale sia il grado di effettività degli strumenti previsti dalla legge. Prendiamo per esempio la legge 71/2017, sul cyber-bullismo.
Ci sono, sulla carta, almeno due strade, oltre quelle rinvenibili nel codice di procedura penale. Una cyber-vittima può contare sull'intervento del Garante della privacy, che ha il potere di intervenire sul gestore del sito internet o del social media con lo scopo di ottenere l'oscuramento, la rimozione o il blocco di contenuti diffusi per via telematica.Per la maggiore efficacia dell'intervento il Garante ha stipulato un protocollo d'intesa con la Polizia postale, nei casi in cui sia necessario identificare il titolare del trattamento o il gestore del sito internet o del social media dove sia stato pubblicato un contenuto (informazioni, foto, video, ecc.) ritenuto atto di cyber-bullismo.
Nei confronti di chi non rispetta le misure disposte dal Garante possono essere applicate sanzioni amministrative. Tra l'altro può avviare l'intervento direttamente il minore, se ha più di 14 anni, oppure chi esercita la responsabilità genitoriale.
Altra possibilità è quella che vede protagonista il questore, che può ammonire il minorenne di età superiore a 14 anni autore di un fatto di cyber-bullismo ai danni di un altro minorenne. Non sono, allo stato, però note statistiche a riguardo del numero di segnalazioni pervenute al garante della Privacy di ammonimenti pronunciati dai questori.
di Francesca Sabatinelli
vaticannews.va, 15 febbraio 2021
La giunta golpista decide l'arresto dei leader della disobbedienza civile. Sette i ricercati, minacce contro chiunque li aiuti a nascondersi. Sospese le leggi che proteggevano la privacy e la sicurezza dei cittadini. A due settimane dal golpe della giunta militare in Myanmar e dall'arresto della leader Aung San Suu Kyi, il 1° febbraio scorso, sono stati emessi gli ordini di cattura per i leader della protesta che, negli ultimi otto giorni, hanno portato enormi folle in piazza, in aperta sfida ai generali.
A firmare i mandati di arresto sarebbe stato lo stesso capo dei militari, il generale Min Aung Hlaing, che ha anche ordinato la sospensione della legge che, dal 2011, con l'insediamento di un governo di transizione democratica, dopo quasi 40 anni di dittatura militare, proteggeva i cittadini da arresti, perquisizioni e detenzioni arbitrari da parte delle forze di sicurezza.
Nella lista delle persone da arrestare vi sarebbero sette nomi, si tratta di personaggi di alto rango che si oppongono al governo militare attraverso i social, tra loro persone con alle spalle già molti anni di carcere durante la precedente dittatura militare. I militari avrebbero anche minacciato pesanti sanzioni contro chiunque darà loro rifugio o ne coprirà la fuga. La condanna, secondo una nuova legge, potrebbe arrivare fino ai due anni di carcere senza processo.
Negli ultimi giorni si conta un moltiplicarsi di arresti a danno di chiunque si unisca al movimento di disobbedienza civile. Un appello alla pace e alla giustizia sociale è stato lanciato da monsignor Ivan Jurkovic, Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra, il quale ha anche richiamato le parole del Papa, lo scorso 7 febbraio, quando Francesco aveva assicurato al popolo del Myanmar "vicinanza spirituale, preghiera e solidarietà" e poi quelle del giorno successivo, quando ricevendo in udienza il corpo diplomatico, il Papa aveva auspicato "la pronta liberazione" dei leader politici incarcerati in Myanmar, come "segno di incoraggiamento a un dialogo sincero per il bene del Paese".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 15 febbraio 2021
In occasione della Giornata internazionale degli avvocati in pericolo, che si celebra ogni anno il 24 gennaio per ricordare il massacro di Atocha, avvenuto a Madrid nel 1977 e in cui persero la vita cinque avvocati, l'avvocata Lucia Lipari (*) ha intervistato il collega Emin Aslanov, perseguitato in Azerbaigian per essersi occupato di diritti umani.
Iniziamo col raccontarci qualcosa di lei...
Difendo i diritti umani dal 2009. Da quel momento, ho assistito a una progressiva erosione dei diritti. La repressione del governo azero nei confronti della società civile, dei politici, degli attivisti, dei giornalisti e dei difensori dei diritti umani ha raggiunto il suo apice nel 2015. Quell'anno sono dovuto andare in Georgia per sfuggire al regime. Durante il mio soggiorno in Georgia, ho continuato a lavorare per la difesa dei diritti umani e nel 2017 ho deciso di andare a studiare negli Usa. Nel 2018 ho deciso di tornare. Conoscevo i rischi che mi aspettavano, ma non volevo più restare all'estero.
E poi cos'è successo?
A distanza di quattro giorni dal mio arrivo in Azerbaigian, sono stato accerchiato per strada da un gruppo di persone in borghese, che mi ha intimato di andare con loro. Sapevo che non aveva senso disobbedire al loro ordine. Mi hanno portato al Dipartimento per la lotta alla criminalità organizzata, dove mi hanno interrogato e accusato di avere agito in spregio al potere amministrativo.
Il giorno successivo è stata stilata un'imputazione priva di ogni fondamento: non avrei obbedito ad un ordine della polizia. Secondo la legge, non avendo subito precedenti condanne, doveva essermi elevata una sanzione. Tuttavia, il giudice mi ha condannato a 30 giorni di carcere, la pena massima per quel reato.
Al momento dell'arresto non fui in grado di contattare il mio avvocato o i miei familiari, non me ne fu data l'opportunità. Lo Stato aveva nominato un avvocato d'ufficio, che incontrai tre giorni dopo la cattura e che tuttavia non riuscì a contestare le accuse a mio carico. Aveva timore della polizia. Fu comunque presentato il ricorso in appello, ma venne confermata la sentenza di primo grado. Il caso ora è pendente dinanzi alla Corte europea dei diritti umani.
Dopo il rilascio è stato ulteriormente perseguitato?
Mi fu impedito di lasciare il paese per più di un anno. Quando per la prima volta provai a partire, il servizio di frontiera non me lo consentì e non mi venne neanche detto chi aveva ordinato o decretato il mio divieto di espatrio. Ho invano tentato di capire le ragioni di quel provvedimento, perché alla fine nessuna delle agenzie governative mi aveva spiegato chi e per quale motivo era
stata emessa quella misura restrittiva. Solo un anno dopo e a seguito di molte denunce alle autorità competenti, il divieto è stato revocato.
Anche adesso non ho il diritto di muovermi liberamente, perché ogni volta che attraverso il confine, il Servizio doganale mi chiede di scrivere un rapporto sulle mie disponibilità economiche. Tutto ciò è del tutto illegale. Secondo la legge si dovrebbero dichiarare importi di $ 10.000, ma nel mio caso sarebbe obbligatorio anche per $ 10. Questo è il chiaro segnale che sono ancora nel mirino del governo.
Cosa può dirci della situazione in Azerbaigian?
La radice del problema è il sistema di governance. Purtroppo la democrazia non esiste, il potere esecutivo ha assunto il pieno controllo sia del parlamento che della magistratura. La subordinazione della magistratura all'organo amministrativo poi ne ha ridotto il ruolo e ogni impulso nella tutela dei diritti umani e delle libertà.
Questi problemi hanno un impatto determinante e negativo sull'istituto della difesa. Anche l'Ordine degli avvocati dipende dall'autorità amministrativa. Il governo, con l'aiuto dell'Ordine, punisce i legali attraverso azioni repressive, ma non sono risparmiati neanche i giornalisti, i giudici indipendenti e tutti i coloro che si occupano di diritti umani.
Attualmente, ci sono pochi avvocati. La maggior parte dei colleghi ha paura di essere ingiustamente coinvolta in procedimenti orchestrati e subire ritorsioni. Alcuni hanno proprio cessato l'attività, altri si sono impegnati in campi diversi, ma molti sono stati costretti ad andare via. Fatto sta che gli avvocati sono sempre meno.
Come viene visto il sistema giudiziario dai cittadini azeri?
Le persone non ripongono alcuna fiducia nella giustizia in Azerbaigian. L'assenza di ogni diritto è oramai una convinzione radicata in tutti i cittadini e dal momento che si ritiene che lo stato non garantisce alcuna forma di tutela, si cerca di risolvere i propri problemi di natura legale e personale ricorrendo a conoscenze personali, che aprono le porte al dilagare della corruzione.
Come affronta la questione la stampa nazionale?
In Azerbaigian l'accesso delle persone a fonti d'informazioni diversificate è fortemente limitato. I media tradizionali come la televisione e la radio sono interamente sotto il controllo statale e ci sono pochi media online indipendenti e comunque situati all'estero. Il governo vieta ogni accesso e limita la libertà di pensiero all'interno del paese. Le persone usano la VPN per avere accesso a questi media.
Se potesse rivolgersi alla comunità internazionale cosa chiederebbe?
Credo sia essenziale continuare a dimostrare solidarietà. In molti casi, alzare la voce contro la brutale repressione del governo può aiutare i difensori dei diritti umani a venire fuori da situazioni di grave pericolo.
(*) Avvocata, giornalista e data protection officer. Ha perfezionato gli studi presso l'Abat Oliba CEU University di Barcellona e l'Università Tor Vergata di Roma. Esperta di comunicazione istituzionale e politica, ha maturato esperienze presso la Direzione generale della Rai - Settore Relazioni istituzionali e internazionali e presso enti pubblici. Referente di diverse realtà associative, scrive per diverse testate di cultura e diritti.
di Flavia Carlorecchio
La Repubblica, 15 febbraio 2021
La campagna di Intersos, Human Rights Watch e Unicef in occasione della giornata che ne ricorda l'esistenza. È un'altra emergenza umanitaria in atto in tutto il mondo. Una barbarie nella barbarie, la guerra combattuta dai minori. Per "bambini soldato" si intende qualsiasi persona minore di 18 anni reclutata o utilizzata da gruppi e forze armate per fini bellici e non solo. Bambine e bambini coinvolti lavorano anche come spie, messaggeri, cuochi, assistenti di campo e per fini sessuali. Il 40% dei minori arruolati sono bambine, spesso vittime di violenza di genere.
Sono sempre di più coinvolti nelle guerre. Sono 18 i Paesi nei quali, dal 2016 ad oggi, è stato documentato l'impiego di bambini-soldato in conflitti armati: Afghanistan, Camerun, Colombia, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, India, Iraq, Mali, Myanmar, Nigeria, Libia, Filippine, Pakistan, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Siria e Yemen.Nonostante gli sforzi delle organizzazioni internazionali e benché non esistano stime ufficiali, il numero di casi documentati è in costante aumento dal 2012 al 2020 ed è nell'ordine delle decine, forse centinaia di migliaia.
Quasi 8.000 bambini reclutati nel 2019. Le Nazioni Unite hanno adottato nel 2002 il primo protocollo opzionale alla convenzione sui diritti dei bambini, che condanna fermamente il coinvolgimento dei minori nei conflitti armati. Secondo il rapporto Onu 2019 per i bambini nei conflitti armati, sono state accertate oltre 25.000 gravi violazioni contro bambini e bambine. Per quanto riguarda il reclutamento, i dati specifici parlano di 7.747 bambini, alcuni dei quali di soli 6 anni, utilizzati all'interno di un conflitto. I numeri, tuttavia, potrebbero essere molto più alti.
Povertà, insicurezza e rapimenti. I bambini diventano parte di una forza armata o di un gruppo per vari motivi. Alcuni vengono rapiti, minacciati, manipolati psicologicamente. Altri sono spinti dalla povertà e dal bisogno di sopravvivenza. Anche la diffusione sempre maggiore di armi leggere, che non necessitano di forza fisica per essere maneggiate, ha incoraggiato ulteriormente il ricorso a bambini-soldato. L'allarme di Human Rights Watch. Secondo l'organizzazione internazionale Human Rights Watch, con la crescita di gruppi come ISIS, Boko Haram, Al-Shabab, molti paesi occidentali hanno adottato misure di controterrorismo sempre più dure che spesso comportano la detenzione e la condanna di minori. Dal 2012 ad oggi, l'Onu ha registrato una crescita di cinque volte del numero di bambini detenuti. Secondo Human Rights Watch si è creato un doppio standard: nelle guerre "tradizionali", i bambini sono visti come vittime che necessitano riabilitazione, mentre nei conflitti con i gruppi terroristi i bambini coinvolti sono trattati come criminali.
La campagna di Intersos. Tra le organizzazioni internazionali impegnate a contrastare il fenomeno c'è l'Ong italiana Intersos, che ha lanciato la campagna #Stopbambinisoldato in occasione della Giornata Mondiale che ne ricorda l'esistenza. Intersos coordina la Coalizione Italiana Stop all'uso dei bambini soldato, e dedica la campagna all'impegno delle organizzazioni, degli operatori e degli attivisti della società civile che si impegnano affinché gli ex bambini-soldato possano reintegrarsi nella società.
Progetto Intersos-Unicef per il reinserimento. Uno dei progetti di Intersos condotto con il sostegno di Unicef riguarda la reintegrazione di ex bambini-soldato nella Repubblica Centrafricana, dove il fenomeno ha ormai i contorni dell'emergenza umanitaria. Qui, il 34% dei 299 casi verificati di reclutamento forzato tra minori riguardava bambine e ragazze. Durante il 2020, Intersos ha aiutato 214 minori liberati dai gruppi armati e ad oggi 180 di loro stanno completando il percorso di reinserimento sociale e lavorativo, lungo e difficile ma possibile. In una prima fase il minore accede alle cure mediche e al supporto psicologico.
I ricongiungimenti familiari. Nella seconda fase avviene il ricongiungimento familiare o l'affidamento e, per i minori di 15 anni, il reinserimento a scuola. Altrimenti è previsto un inserimento professionale e formativo. "La piena reintegrazione di un ex bambino soldato è un percorso lungo e complesso, ma possibile" spiega Federica Biondi, operatrice di Intersos che ha lavorato insieme agli ex bambini-soldato. "Significa dare a un minore la possibilità di reinserirsi nella società, accettando di riconoscersi in un nuovo ruolo e in una nuova identità, venendo accettato in questa nuova veste dalla famiglia e dalla comunità in cui va a vivere."
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 14 febbraio 2021
Era il 15 ottobre 2018 e l'allora vicepresidente della Corte costituzionale Marta Cartabia, oggi ministro della Giustizia, aveva trascorso una intera giornata con i detenuti del carcere milanese di San Vittore: "I vostri problemi - aveva detto loro - mi faranno compagnia nel lavoro e nella vita" E ora nel mondo delle carceri l'aspettativa è enorme.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 14 febbraio 2021
Il primo compito per Marta Cartabia ministra della Giustizia è confrontarsi con l'eredità lasciata dal predecessore Bonafede, divenuto l'icona delle divisioni all'interno della vecchia maggioranza. Ora ce n'è una nuova che ha aumentato il numero dei partiti, e al tempo stesso le potenziali frizioni. L'ex presidente della Corte costituzionale ne è consapevole e sa che non c'è tempo da perdere.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 14 febbraio 2021
La neo-Guardasigilli alla Consulta si è battuta per lo smantellamento degli automatismi nell'esecuzione di una pena da rimodulare in base al percorso di ciascun detenuto. Ma proprio l'acquisto di un suo libro è stato negato a un recluso. Siccome i copioni orchestrati dalla realtà sono sempre più spiazzanti delle sceneggiature di Cesare Zavattini e Woody Allen, la medesima amministrazione giudiziaria-penitenziaria che poche settimane fa negò a un detenuto per mafia al 41-bis nel carcere di Viterbo di poter acquistare il libro della costituzionalista Marta Cartabia e del criminologo Adolfo Ceretti sul senso della pena nelle riflessioni anni 80 del cardinale Carlo Maria Martini, con la motivazione che sarebbe stato "un privilegio" in grado di "accrescere il carisma criminale" del detenuto, da ieri al suo vertice ha proprio l'autrice di quel libro.
di Grazia Longo
La Stampa, 14 febbraio 2021
Come dice la Costituzione, la pena non deve mai essere contraria al senso di umanità. La condanna sia rieducativa. Da costituzionalista e cattolica Marta Cartabia è orientata alla ricerca di una giustizia sociale "dal volto umano" che si fondi sulla "funzione rieducativa della condanna" e che rispetti i tempi dei giudizi "perché i processi troppo lunghi si tramutano in un anticipo di pena".
di Liana Milella
La Repubblica, 14 febbraio 2021
La priorità? È la giustizia civile. L'emergenza? È la prescrizione. La neo ministra della Giustizia Marta Cartabia arriva in via Menula, e resta tre ore a colloquio con Alfonso Bonafede per il passaggio di consegne e incontra il capo di gabinetto Raffaele Piccirillo. Sul tavolo della ministra ci sono due questioni calde. Innanzitutto la priorità già indicata dal premier Mario Draghi, la riforma della giustizia civile, prodromica alla gestione del Recovery fund.
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