di Emilio Pucci
Il Messaggero, 14 febbraio 2021
Giuseppe Brescia, lei da militante M5s e da presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera, cosa risponde all'appello di Grillo che vi invita a scegliere da che parte stare?
"Io sono dalla parte della nostra storia e dei risultati di governo ottenuti in questi due anni. Il voto degli iscritti ha dimostrato maturità e noi parlamentari dobbiamo adeguarci, ma il no va ascoltato e ci invita ad aprire gli occhi. Il Parlamento non è il passacarte del governo, abbiamo il dovere di controllare".
Il Movimento 5 stelle rischia una scissione?
"Dalle scissioni non nasce niente, lo dimostra Renzi. I nostri dibattiti sono aperti e trasparenti, ma la nostra comunità deve andare avanti unita. È comodo stare all'opposizione".
Ha parlato di un sì condizionato, che cosa significa? È possibile che il Movimento si tenga in qualche modo le mani libere?
"Noi giudicheremo il governo sui fatti, senza pregiudizi, ma con qualche convinzione. Ci misureremo su una gestione trasparente ed efficace degli oltre 200 miliardi del Recovery Fund conquistati grazie al lavoro del presidente Conte. Va bene migliorare il reddito di cittadinanza, non smantellarlo. Sulla prescrizione, per esempio, invitiamo ad evitare ogni provocazione, a partire dalla discussione che avremo in settimana sul milleproroghe. Sarà il primo banco di prova di questa maggioranza. Come relatore mi aspetto collaborazione dalle altre forze di maggioranza".
Cosa non la convince dell'attuale governo?
"Non è una squadra e non può esserlo oggi. Il Paese si aspettava qualcosa in più, non una mera somma di quote dei partiti. Dai cosiddetti tecnici ci aspettiamo una profonda connessione con il Parlamento e con i cittadini".
Dopo la scelta di Mario Draghi M5S è passato dal no senza se e senza ma al discutiamone, infine il voto su Rousseau. Non c'è il pericolo che la base si disorienti?
"Noi dobbiamo completare un percorso organizzativo. Il rapporto con la piattaforma deve essere gestito con un contratto di servizio, come ha chiesto l'87% degli iscritti. La base va ascoltata e vanno creati spazi di incontro come le sedi sul territorio".
Secondo lei ci sono stati errori da parte di chi ha condotto la trattativa?
"Manca poco per arrivare alla nuova governance. È stata questa lunga transizione a farci male nei consensi, non i provvedimenti che abbiamo approvato in quest'anno. Ringrazio comunque chi come Vito Crimi si è messo a disposizione".
Ritiene che il premier uscente Conte sia stato marginalizzato?
"La sua uscita da palazzo Chigi ha commosso tutti. La sua figura è nella storia del nostro Paese. Ha gestito con testa e cuore un momento difficile per tutti gli italiani e lui un referendum costituzionale l'ha vinto. Sarà una risorsa per M5S".
Si riuscirà a fare una legge proporzionale con la nuova maggioranza?
"Lo vedremo in commissione con la discussione sugli emendamenti. Sicuramente bisognerà tornare alle preferenze e superare le liste bloccate. Questo tema non spetta al governo e anzi in Parlamento va costruita un'agenda concreta trovando punti in comune. Penso ai poteri speciali per Roma o alla riforma della polizia locale".
Cosa dovrebbe fare secondo lei un governo di unità nazionale?
"Prima di tutto gestire la crisi economica, sociale e sanitaria e gettare le basi per una crescita sostenibile. Poi rafforzare il ruolo dell'Italia in Europa e nel mondo. Lavoreremo per far diventare i nostri temi patrimonio comune, sicuramente non metteremo in discussione i nostri valori".
Ha paura che la responsabilità non vada di pari passo con il consenso?
"Questa questione riguarda tutti i partiti. La responsabilità non deve essere scambiata per complicità. Abbiamo messo davanti l'interesse del Paese".
di Paolo Itri
Il Riformista, 14 febbraio 2021
Nel mio recente romanzo "Il Monolite" (Edizioni Piemme, ottobre 2019) ho descritto il mastodontico Palazzo di giustizia come la spettrale parodia del semidesertico territorio lunare dove gli ominidi di 2001 Odissea nello Spazio si scontrano tra di loro per il controllo di una fonte d'acqua. Il misterioso oggetto kubrickiano che dà il titolo al libro, così granitico e immutabile, non è altro, in effetti, che una metafora del potere, così come esso ci appare, fuori e dentro quel Palazzo e particolarmente dentro la Magistratura, dove il Monolite rappresenta l'incontrastato dominio delle correnti interne alla potentissima Associazione nazionale magistrati.
Quelle stesse correnti che - secondo l'ormai famoso best seller a firma del direttore Alessandro Sallusti - hanno esercitato per decenni una subdola forma di prevaricazione nei confronti dei magistrati "disallineati" dal Potere o che si collocavano comunque fuori dal "Sistema". Quando, nell'estate del 2019, completai il mio romanzo - all'epoca del mio autoesilio alla Procura di Vallo della Lucania -, ero ben consapevole che a causa di quel libro mi sarei fatto degli altri nemici (cosa che si è puntualmente verificata), eppure mai mi sarei immaginato il cataclisma che di lì a poco si sarebbe invece scatenato sull'onda del libro-intervista di Luca Palamara.
In effetti il mio romanzo può per certi versi essere considerato l'antesignano dell'opera di Sallusti, laddove l'enigmatico Monolite rappresentava nient'altro che la materializzazione in termini metaforici dello stesso identico "Sistema" palamariano.
E ne ho potuto parlare proprio in quanto ho provato sulla mia pelle cosa voglia dire essere emarginati da un tale "Sistema" di potere al quale non ho mai inteso sottomettermi né piegare le mie funzioni e la mia indipendenza, anche a costo di passare - nella migliore delle ipotesi - per un soggetto "originale" o un "cane sciolto". Il prezzo che ho pagato è stato alto e non poche sono state le umiliazioni che mi è toccato subire sul piano professionale, per colpa di un Csm servo del potere delle correnti (questo lo dice Palamara, non io) e nonostante avessi un curriculum più alto della stessa statura fisica di alcuni dei colleghi che sedevano intorno a quel tavolo.
Eppure io dico che ne è valsa la pena. Pare che oggi qualcosa si stia finalmente muovendo. E non mi riferisco di certo né alla politica e né alle varie istituzioni o articolazioni dello Stato che pure avrebbero il dovere di intervenire a fronte a uno sfascio del genere di quello descritto da Palamara, giacché la loro inerzia - peraltro del tutto prevedibile - costituisce forse il maggior riscontro alla esistenza del "Sistema". E nemmeno all'imbarazzante silenzio della maggior parte degli organi di informazione - tranne alcune encomiabili eccezioni come Il Riformista -, poiché anche quello si spiega secondo la stessa identica logica omertosa.
Ma bensì al fermento che sta in questi giorni montando in alcuni ambienti esterni all'Anm, quegli ambienti frequentati dalle anime più pure e genuine della magistratura italiana come Gabriella Nuzzi, Clementina Forleo e altri, dove è tutto un fiorire di iniziative, di progetti e di rinnovato entusiasmo e ai quali la soffocante e ottusa mano del potere non si è mai avvicinata perché sapeva di non trovare terreno fertile. Alcune di tali proposte sono già ben note, come quelle del sorteggio temperato per la elezione dei membri del Consiglio superiore della magistratura e della rotazione degli incarichi direttivi, proposte entrambe dirette a scardinare la malapianta del consociativismo associativo, che proprio sul mercato delle nomine fondava e fonda il suo immenso potere.
Altre iniziative sono ancora allo studio, come la istituzione di una nuova associazione di magistrati destinata, dopo quasi 80 anni, a soppiantare l'Anm, il sindacato dei magistrati, che da istituzione nata anche con lo scopo di favorire il dibattito culturale e dialettico tra le diverse anime della magistratura è diventata, nel corso degli anni, sempre di più un vecchio arnese nelle mani di alcune ben individuate cricche di potere.
Questo per quanto riguarda il futuro (auspicabile) della magistratura italiana. Ma per quanto riguarda invece le responsabilità, morali (o di altro genere) ascrivibili a coloro che hanno trasformato per anni una delle istituzioni fondamentali della Repubblica nel luogo di foschi ricatti, doppiogiochismi e minacce dipinto da Palamara? Allo stato, non sembra che la magistratura sia in grado di fare pulizia al proprio interno. Anzi.
Appare perciò ineludibile che a occuparsi della faccenda - anche per consegnare alla storia nomi e cognomi di coloro che portano la responsabilità di un simile sfacelo - non possa essere che una Commissione parlamentare d'inchiesta di cui, affidandoci anche alla saggezza del presidente Sergio Mattarella, auspichiamo al più presto l'istituzione. Spetta infatti a noi, che abbiamo conosciuto e sperimentato il "Sistema" sulla nostra pelle, il compito di consegnare ai cittadini e alle future generazioni di magistrati una istituzione finalmente libera, indipendente e depurata dalle vecchie scorie della degenerazione correntizia.
La Nuova Venezia, 14 febbraio 2021
È stata trovata una stanza in un Covid hotel per il detenuto 43enne che - a fine pena - rischiava di uscire da Santa Maria Maggiore, dopo aver contratto il virus in cella, senza avere un'abitazione dove andare. "Ringrazio la direzione del carcere e in particolare l'ufficio matricola, per essersi impegnati per trovare una soluzione ad un caso difficile, ma che, purtroppo, non è unico nel panorama carcerario", commenta l'avvocato Marco Zanchi, che aveva lanciato il messaggio di allerta sul rischio che l'uomo uscisse, senza avere un luogo dove stare in quarantena, non potendo tornare da "positivo" a casa dei genitori ottantenni. La direzione del carcere si è attivata e, in extremis, è riuscita a trovare una stanza libera in un covid-hotel.
di Ilaria Sacchettoni
Corriere della Sera, 14 febbraio 2021
Malato psichiatrico assolto al processo è sorvegliato al policlinico Tor Vergata. La spesa per lo Stato è di 2.900 euro al giorno, ma così fra l'altro non viene curato.
Nella città che lamenta un deficit di agenti della polizia penitenziaria ce ne sono almeno due che, in questo momento, si stanno domandando: "Che ci faccio io qui?" Qui è la sorvegliatissima stanza del servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc) dell'ospedale di Tor Vergata dove, dai primi di ottobre, è alloggiato un ragazzo di trent'anni, assolto dall'accusa di tentato omicidio nel maggio del 2020 in quanto malato psichiatrico e rimbalzato dal carcere di Regina Coeli alla camera-cella del policlinico di Roma Sud.
Il ragazzo, che chiameremo Sebastiano per tutelarne la privacy, è in attesa di un posto in una Rems, residenza sanitaria per l'esecuzione delle misure di sicurezza, dove però i posti sembrano esauriti. Il suo caso non prevede una soluzione a breve: il nome di Sebastiano compare in una lista d'attesa nella speranza che si liberi un posto in una Rems in tempi ragionevoli. Fra un anno. Un anno e mezzo. Forse di più.
Nel frattempo il ragazzo, né paziente né detenuto ma un po' di tutti e due, viene piantonato notte e giorno per il timore che possa dare in escandescenze. Due agenti si occupano di lui 24 ore su 24, con turni di sei ore ciascuno. Otto agenti ogni giorno dunque. A guardia di una persona che in realtà dovrebbe seguire una terapia psichiatrica in un centro specializzato, interagendo con altri pazienti e con la possibilità di uscire pur nel solo perimetro residenziale.
Sebastiano, invece, non può vedere nessuno a eccezione dei suoi medici e del suo avvocato (ma anche quest'ultimo subisce le restrizioni dell'epoca Covid) e come è ovvio non può uscire dalla sua stanza per nessuna ragione.
Questo piantonamento permanente ha naturalmente dei costi che gli addetti alla sorveglianza hanno quantificato in 1.200 euro al giorno per il servizio della penitenziaria più 1.700 euro, sempre al giorno, per il pernottamento nella camera di sicurezza ospedaliera. Si arriva così a 2.900 euro giornalieri che superano la retta quotidiana di una Rems. E alla cifra di circa 90 mila euro mensili, totale che batte largamente le somme spese per un detenuto comune. Lo si moltiplichi per un anno e si vedrà che il costo della misura supera di molto quanto occorrerebbe per aggiungere nuovi posti alla rete delle Rems laziali.
Sulla vicenda interviene il garante capitolino dei detenuti, Gabriella Stramaccioni: "Non tutte le storie hanno la medesima gravità, occorre un filtro che permetta di accedere alle strutture chi ne ha diritto. È il solo modo di prevenire abusi".
Il riferimento è al fatto che quei detenuti ai quali il giudice ha aperto la porta della residenza sanitaria in realtà continuano a restare in carcere per mancanza di posti nelle Rems. "Altre regioni - aggiunge la Stramaccioni - hanno dato il via a delle strutture per pazienti meno gravi dove la custodia è attenuata. Bisogna cominciare a ragionarci su anche nel Lazio".
di Walter Veltroni
Corriere della Sera, 14 febbraio 2021
Oggi ha 88 anni: "Restai orfano, per una risposta fraintesa mi fecero tre cicli di elettrochoc. Fino al 1990 non avevo mai visto il mondo fuori". "Mi chiamo Alberto Paolini, ho ottantotto anni. Ne ho passati quarantadue nel manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma. Sono entrato che avevo quindici anni e ho rivisto la città nell'anno dei mondiali, il 1990. Ho subito per tre volte l'elettrochoc perché avevano scambiato i miei silenzi per una malattia. Ma io non parlavo perché stavo male.
Cominciamo dall'inizio, come in tutte le storie che si rispettino. Vivevo con la mia famiglia a Via Piave 15, nel quartiere Pinciano di Roma. Papà faceva il portiere e per arrotondare riparava le scarpe del vicinato. Mia madre lavorava a mezzo servizio. Era una donna dura, severa. Comandava tutto lei, una mamma "padrona". Era sempre nervosa, urlava. A mia sorella voleva bene, a me no. Mi brontolava sempre, mi picchiava. A casa nostra nessuno dei parenti si avvicinava più, la temevano.
Papà è morto quando io avevo cinque anni. Stava bene. Una sera si è portato le mani al cuore e ha cominciato a rantolare. Mia sorella ed io ci siamo tanto spaventati. Mamma ha detto poi che era stata una "sincope" a portarlo via da noi. Da quel momento tutto è precipitato. Mia madre non ce la faceva più a sostenerci, abbiamo dovuto lasciare la casa e ci ha messo in due collegi differenti, lontani. Poi, qualche anno dopo, anche lei è morta e ci siamo trovati completamente soli al mondo.
Nel mio collegio le suore erano cattive, non ci trattavano bene, spesso ci picchiavano. Insegnavano a stare zitti e obbedire senza discutere. In collegio era obbligatorio il silenzio, se parlavi eri punito. Tutti sembravano volere solo una cosa, quando ero bambino: che non parlassi. E io obbedivo, non parlavo.
Le suore non erano caritatevoli, stava cominciando la guerra, tutti avevano fame, tutti avevano paura. A 12 anni vengo mandato in un collegio di salesiani. Anche loro erano duri, severi. Anche loro picchiavano per un nonnulla. Io che, va bene, ero silenzioso e timido, subivo tante cattiverie dagli altri ragazzi.
Si faceva l'avviamento professionale e io stavo studiando in un laboratorio di sartoria. Ma quelli più grandi mi prendevano di mira. Io ero piccolo, anche fisicamente, e poi non parlavo, o parlavo poco. Mi facevano scherzi di tutti i tipi. Al laboratorio c'erano, di norma, un capo e un maestro. Il capo però era tornato al suo paese e un giorno il maestro si assentò. Al ritorno trovò una gran confusione e volle sapere di chi era la colpa. Tutti dissero che ero stato io. Ma non era vero. Un'altra volta mi spinsero fuori dalla classe e mi lasciarono in corridoio. Quando arrivò il maestro mi punì. Io non ci volevo più entrare, in quel laboratorio. Cercavo di richiamare l'attenzione del direttore che era più buono, ma non ci riuscii.
A un certo punto vennero due benefattori, due persone ricche che avevano un locale, forse un caffè, in Piazza di Spagna. Ci andava il bel mondo romano e, visto che eravamo alla fine della guerra, anche gli ufficiali americani. La signora, credo fosse svizzera, ho saputo più avanti che aveva fatto un voto.
Suo figlio, durante la guerra, si era imboscato e i nazisti lo cercavano per fucilarlo. Lei si era rivolta alla Madonna garantendo che se si fosse salvato, lei avrebbe adottato un bambino in un collegio. Quel bambino fui io. Ma non venni adottato. Stetti a casa loro per un po' e poi loro mi seguirono nel tempo. Ma da lontano. Perché a un certo punto anche loro pensarono che stessi male. Ero poco esuberante, per essere un bambino. E parlavo poco. Ma che volevano da me? Era quello che tutti, da mia madre al collegio delle suore fino ai salesiani, mi avevano imposto di fare.
D'accordo con i salesiani mi portarono alla clinica neuropsichiatrica dell'Università. C'era un giovane professore di guardia che si chiamava Giovanni Bollea. Lui disse che spesso i bambini strappati dalla famiglia o abbandonati che finiscono in collegio, hanno queste reazioni. E che dovevo solo stare sereno, stare fuori, conoscere la città e la vita. Per un po' fu così. Ma io ero rotto dentro e le parole non mi uscivano facilmente.
Così i benefattori e i salesiani decisero di farmi ricoverare alla clinica dell'Università. Lì mi facevano tante domande, scrivevano dei moduli, mi fecero la puntura lombare che era molto dolorosa. Fui sottoposto a vari test psicologici, tra i quali quello delle macchie di Rorschach. Il dottor Finzi disse che ero un caso interessante e mi tennero lì cinque mesi.
Poi questo tempo finì e dovevo uscire. I medici dicevano che non avevo patologie, ero solamente stato troppo vessato da un'educazione repressiva. Ma i benefattori non volevano o non potevano accogliermi e il collegio si rifiutò di riprendermi. Avevo una zia, lo scoprii allora, ma anche lei non mi volle, perché i suoi due figli erano contrari. Non sapevano dove mettermi. Era il dopoguerra, c'era tanta fame. E allora decisero tutti insieme di ricoverarmi al Santa Maria della Pietà.
Lì mi trovai nel reparto dei bambini, anche se avrei dovuto stare con i grandi perché il limite era quattordici anni. Io ero piccolo, mingherlino e allora mi tennero con i ragazzi. Ho fatto amicizia con un bambino che si chiamava Franco. Lui era il contrario di me, faceva scherzi, si burlava di tutti e in particolare di Italia, un'infermiera che aveva paura dei piccoli insetti con i quali lui, immancabilmente, le riempiva le tasche. D'altra parte in quei tempi erano i ragni o le lucertole i nostri compagni di giochi preferiti. Non avevamo altro. Franco stava bene di testa, aveva però delle crisi epilettiche e per quello lo avevano chiuso lì. Il primo mese giocammo sempre insieme. Scaduto quel periodo, detto di osservazione, o qualcuno ti veniva a prendere oppure il tuo destino era in un padiglione di internamento. Lui fu portato al 22 e io mi sono ritrovato di nuovo solo.
Dopo altre due settimane toccò a me. E qui la storia prende un carattere che non so descrivere. Potrei dirla così: sono finito all'elettrochoc per un equivoco. C'era un giovane medico, non il primario, che mi fece un mucchio di domande. A un certo punto mi chiese se io sentivo ogni tanto delle voci che mi chiamavano senza che ci fosse nessuno vicino. Io risposi candidamente di sì, ma volevo solo dire che ogni tanto qualcuno mi chiamava dal corridoio, insomma che ci sentivo bene. Io ero nuovo lì, non sapevo che l'espressione "sentire le voci" corrispondesse alle allucinazioni. Ho risposto di sì perché volevo dire che non avevo problemi di udito. Quando mi sono accorto dell'equivoco, o del tranello, ho cercato di correggere ma il dottore mi incalzava, era un incubo, e io ero confuso anche perché non ero abituato a parlare, non sapevo rispondere perché, da piccolo, non dovevo rispondere.
Io ho cercato di farmi capire ma lui ha scritto sul verbale che io non ero capace di spiegare la ragione per la quale sentivo le voci. Alla fine lui ha scritto qualcosa sulla cartella clinica: avevo uno "stato depressivo" il che mi rendeva, chissà perché, "una persona pericolosa". La suora ha chiesto dove mi dovessero mandare. Lui ha risposto gelido: "Al padiglione sei a fare l'elettrochoc".
Io mi sono subito spaventato. Quando ero con i bambini avevo visto applicare quella tecnica a un ragazzino, Claudio, e lui, a ogni scossa, era come se si alzasse in volo, se levitasse. Lo dovevano tenere per evitare che cadesse dal lettino. E poi faceva la bava alla bocca, mi aveva molto impressionato. Tornando nella mia camerata ho chiesto a un'infermiera, si chiamava Teresa, se davvero lo avrebbero fatto anche a me. Lei mi rispose "Ma no, stai tranquillo. È per quelli che non capiscono". Mi rassicurò.
Ma poi mi chiamarono e mi ritrovai in una fila, tutti erano silenziosi più che disperati, gli avevano detto che dopo la cura sarebbero tornati a casa. Arrivò il mio turno. Io volevo scappare. Avevo sentito che l'elettrochoc non si poteva fare agli anziani, ai malati di epilessia e a quelli con problemi al cuore. Allora, una volta entrato, dissi al medico che avevo male al cuore, sperando di farla franca. Lui mi appoggiò un istante lo stetoscopio al petto e disse che non avevo nulla e si poteva procedere. E procedettero. In quattro mi tennero mentre la suora mi inumidiva le tempie con un batuffolo bagnato di acqua e sale e mi appoggiava due elettrodi alle tempie. Io piangevo invocando la mamma che non avevo.
Il medico ha chiesto: "È pronto?". La suora ha risposto: "Sì, è pronto". Poi non ho sentito più nulla. Mi sono risvegliato in una corsia piccola, con una sensazione penosa, non sapevo dove fossi e cosa stessi facendo, mi sentivo con la testa con la nebbia, i nervi del corpo tutti tesi.
Me ne hanno fatti tre, così. La cura prevedeva tre cicli di quindici applicazioni. Quarantacinque scosse alla tempia. Ma poi anche io ho avuto una fortuna. Un giorno è venuta a trovarmi la benefattrice. L'aspettavo da tanto, mi aveva promesso che sarebbe venuta a trovarmi ma era passato più di un mese e non si era visto nessuno. Ero disperato, pensavo che mi avessero abbandonato tutti. Avevo quindici anni. Quando la signora è entrata e mi ha visto in quello stato, in quel padiglione, si è arrabbiata moltissimo. Non era quello che aveva concordato al momento del mio ricovero. Le dissero che c'era stato un disguido e mi mandarono subito al padiglione dei lavoratori. E lì sono rimasto fino al 1990.
Si sono avvicendati, nel tempo, vari direttori. Chi apriva i cancelli dei padiglioni, chi li chiudeva. Un direttore, Buonfiglio, diceva che i pazienti non erano dei reclusi, che dovevano muoversi, dovevano distrarsi. Organizzava feste, spettacoli, veniva spesso Claudio Villa. E anche gite. Vabbè solo una volta all'anno, ma erano bellissime. Ci si poteva anche incontrare con le donne, nascevano degli strani fidanzamenti. Ci si facevano i regalini, che so, un fazzoletto ricamato o cose così. Io avevo conosciuto una ragazza, avevamo fatto amicizia, stavo bene con lei. Ma dopo un mese è uscita e non l'ho più rivista.
Ho lavorato, per trent'anni, in tipografia, all'ufficio statistica e poi in biblioteca. Era per i medici, con testi specializzati, ma c'era un armadio con libri vari. E io li leggevo. Un infermiere una volta mi portò in regalo un pacco di riviste. Ne ero ghiotto. Mi piaceva lo sport, tifavo Venezia perché c'erano Loik e Valentino Mazzola. Poi il mio cuore lasciò posto al Grande Torino, dove giocavano i miei eroi. Di Superga seppi dalla radio e fu un dolore acuto, inconsolabile.
Un giorno vennero a dirmi che sarei uscito, avrei avuto un appartamento con altri al quartiere Ottavia. Stavo al Santa Maria della Pietà dal 1947 e ora eravamo nel 1990, la città fremeva per i mondiali. Ero entrato bambino e ora avevo quasi sessant'anni. Non sapevo cosa ci fosse fuori, in fondo stavo bene lì, tutti mi volevano bene. Quasi mi dispiaceva uscire. Quando nel quartiere seppero che stavamo per venire a vivere qui ci fu una rivolta, non ci volevano. "Questi arrivano dal manicomio, saranno pericolosi". Hanno fatto pure manifestazioni. Poi, piano piano...
Per me era un'esperienza nuova. Solo quando ero piccolo avevo dormito da solo a casa. Dopo ero sempre in camerate insieme agli altri. Ora avevo una stanza tutta per me e una casa da condividere con altri come me. Avevo un po' paura. In manicomio ci ho lasciato un po' di vita, tanta, e un po' di cuore, tanto. Ho tanti ricordi.
Per esempio quando, attorno al 1968, vennero dei ragazzi a manifestare perché si aprissero le porte del manicomio. Avevano cartelli, bandiere, i capelli lunghi, esponevano le loro idee, idee di libertà. Parlavano di un professore che si chiamava Basaglia. Occuparono un padiglione. La polizia voleva mandarli via ma loro resistettero. Misero uno striscione con scritto "Centro sociale". Ci facevano andare per corsi di ceramica, di lavorazione del cuoio. C'era anche un laboratorio di scrittura, che frequentai con passione. Ed è lì che forse io, Alberto Paolini, ho finalmente imparato a parlare, a parlare con gli altri".
ferraraitalia.it, 14 febbraio 2021
Le Magnifiche Utopie in dialogo di Teatro Nucleo. In dialogo tra teatro e carcere per aprire una finestra sul futuro. Tra vita, studi ed esperienze la stagione Le Magnifiche Utopie di Teatro Nucleo propone un incontro interattivo aperto alle domande del pubblico.
L'incontro interattivo on line Le Magnifiche Utopie in dialogo promosso da Teatro Nucleo e dedicato alla necessità del teatro in carcere anche ai tempi del Covid-19 intreccerà esperienze di vita, pratiche e studi mercoledì 17 febbraio alle ore 18 dalla pagina Facebook di Teatro Nucleo.
Diverse le prospettive che troveranno espressione nell'incontro: quella della vita, con l'intervista ad Alcide Bravi, che ha partecipato al percorso di teatro in carcere che Teatro Nucleo realizza all'interno della Casa Circondariale C. Satta di Ferrara; quella giuridica, con la Prof.ssa Stefania Carnevale, docente di diritto processuale penale dell'Università di Ferrara; quella artistica, con la presenza tra i relatori del critico teatrale Massimo Marino, studioso e autore di numerose ricerche incentrate sul rapporto tra teatro e carcere in Italia; da Ferrara si passerà all'Europa grazie all'intervento di Horacio Czertok, co-fondatore di Teatro Nucleo e del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna nonché ambasciatore per l'educazione in carcere di Epale, la piattaforma elettronica per l'apprendimento degli adulti in Europa; infine, la testimonianza del regista di Teatro Nucleo Marco Luciano si focalizzerà sulle forme del teatro in carcere nell'attuale contesto pandemico a partire dalla webserie Album di Famiglia. Il dialogo, moderato da Pietro Perelli, sarà aperto alle domande del pubblico.
Una delle poche realtà in Italia che sta realizzando laboratori di teatro in carcere anche in questi mesi, Teatro Nucleo ha infatti trasformato il linguaggio attraverso cui portare all'esterno delle mura il percorso e, in attesa della riapertura dei teatri, ha scelto la forma del video breve con una web serie in dieci episodi trasmessi dalla pagina Facebook della storica Compagnia di base a Ferrara. Album di Famiglia è giunta alla metà del suo percorso - che andrà avanti fino al 18 marzo ogni giovedì alle ore 18 - e sta alimentando una grande attenzione sul carcere sia negli spettatori che nei media a diversi livelli. I temi trattati sono parte del percorso "Padri e figli", comune a tutte le Compagnie del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna e, a partire dalle riscritture contemporanee di Amleto, esplorano con rielaborazioni biografiche dei detenuti-attori l'eredità familiare, la colpa e il perdono. Una finestra aperta sul futuro delle persone detenute e della società che li attende alla fine della pena.
Le Magnifiche Utopie è il nome che Teatro Nucleo, a partire dalla prima metà degli anni Ottanta, ha dato alla propria progettualità inerente al teatro negli spazi aperti. "Aperti" sono tutti quegli spazi fisici e spirituali, privati o istituzionali, emotivi e immaginari che sentono la necessità di aprirsi alla bellezza, alla poesia, all'arte e quindi al teatro: non solo le piazze, le strade o i luoghi pubblici. Tutti quei "luoghi" che hanno urgenza di trasformarsi in qualcosa di ancora irrealizzato, e trovano con il teatro la strada per farlo.
Il lavoro teatrale in carcere, che Teatro Nucleo porta avanti incessantemente dal 2005 nella Casa Circondariale C. Satta di Ferrara, si pone esattamente in questa direttrice di lavoro e di pensiero. Così, la web serie di corti video-teatrali Album di Famiglia diventa il terzo appuntamento della stagione teatrale Le Magnifiche Utopie, pensata e organizzata da Teatro Nucleo per prendersi cura degli spettatori e del teatro Julio Cortàzar, continuando a tenerlo idealmente aperto anche durante l'impossibilità di percorrerne materialmente gli spazi.
La prima parte della stagione, dopo l'apertura del 25 novembre 2020 con la trasposizione video di Kashimashi di e con Natasha Czertok, è proseguita il 19 dicembre 2020 con Chenditrì, spettacolo per ragazzi di Teatro Nucleo dedicato ai temi dell'ecologia e della biodiversità e con il dialogo con Fabio Fioravanti e Natasha Czertok del 29 dicembre. Dopo l'appuntamento con Album di Famiglia il percorso proseguirà secondo modalità di fruizione - in presenza o in altre forme - di volta in volta definite e comunicate in base alle disposizioni vigenti.
"Ci piacerebbe che la parola chiusura potesse essere sostituita dalla parola cura. È necessaria la "cura" per superare una crisi. Per quel che possiamo, vogliamo continuare ad avere cura del nostro lavoro, del nostro teatro, tenendolo aperto e rendendolo un luogo in cui sentirsi sicuri, trovare nuovi riferimenti capaci di rafforzare il senso d'appartenenza ad una comunità, favorire l'incontro". Perché il Teatro è la Polis e la polis è aperta, in continua trasformazione, e avanza sempre come la vita.
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 14 febbraio 2021
Nella Casa di reclusione, con il supporto del cardinale Zuppi, è nato un ostificio. Chissà se gli ospiti di Castelfranco Emilia hanno nel cuore lo stesso desiderio che nutriva Gabriela Caballero poco più di sette anni fa quando, da detenuta nell'unità 47 del Penitenziario San Martín, vicino a Buenos Aires, pensò di inviare al Papa un pacco contenente ostie che lei stessa preparava nel laboratorio del carcere.
Di lì a pochi giorni Francesco celebrò la messa con alcune di quelle ostie e scrisse di suo pugno una breve lettera di ringraziamento che Gabriela lesse con grande commozione, commentando così la missiva: "Sono felice di sapere che da un carcere si può arrivare in Vaticano". Nella casa di reclusione situata a pochi chilometri da Modena, sono in tanti a sperare che avvenga lo stesso anche se ringraziamenti e attestati di stima continuano ad arrivare da tante parrocchie.
Qui, infatti, grazie all'iniziativa della direttrice, Maria Martone, e al supporto dell'arcivescovo di Bologna, cardinale Matteo Maria Zuppi, è nato un ostificio all'interno del quale lavorano detenuti ed internati. "L'iniziativa nasce grazie ad un gruppo di volontari - spiega il porporato - e l'obiettivo è quello di offrire opportunità di lavoro a persone che hanno già scontato la loro pena ma che, per diversi motivi, continuano a vivere in istituto".
Castelfranco, infatti, è una casa di reclusione a custodia attenuata e casa di lavoro che ospita soggetti sottoposti a misura di sicurezza, spesso privi di riferimenti sul territorio, destinati a permanere per lunghi periodi all'interno della struttura. "Sono persone con molte fragilità, incapaci di relazionarsi. Occuparli è fondamentale, per questo cercheremo di potenziare le attività", continua il cardinale Zuppi sottolineando che "il carcere è per la riabilitazione, deve guardare e preparare al futuro, cercare sempre l'integrazione e il lavoro è, ovviamente, una delle condizioni fondamentali.
Il pregio di proposte come queste sta nel fatto che si offre un'opportunità a chi non ne ha, e ricorda che dalle case di reclusione può nascere qualcosa di buono. In più, nello specifico, ha anche una valenza spirituale. Parlano di carcere, senza però parlare di carcere". Gli istituti di pena oggi sono concentrati sul ruolo della trasformazione degli individui. Allo stesso tempo sono la ragione principale dell'esclusione sociale. Il sistema di detenzione spesso supera la tolleranza dei diritti umani, cosa che rappresenta un enorme problema politico e sociale.
Qual è l'alternativa alla cultura della pena? "Parlerei più di alternativa alla cultura della vendetta", precisa l'arcivescovo di Bologna. "Detenzione non vuol dire chiudiamoli dentro e buttiamo la chiave. Darebbe un senso di sicurezza sbagliato, perché il più delle volte, quando si esce senza aver preventivamente costruito una strada diversa, si rientra peggio di prima. Noi dobbiamo pensare esattamente il contrario.
È statisticamente provato che i detenuti che lavorano in istituto, una volta fuori non commettono gli errori del passato. Al contrario, chi non ha fatto nulla, molto facilmente torna a delinquere perché non ha motivazioni e capacità di affrontare ciò che c'è al di là del muro. Quello che sta avvenendo qui a Castelfranco è un gesto di grande speranza. E insisto sul senso spirituale: alcuni fratelli più piccoli permettono di consacrare il corpo di Gesù.
Sono due aspetti che dobbiamo amare, eucaristia e ragazzi". Una giustizia veramente a misura d'uomo comporta lo sviluppo della personalità del detenuto pur nella necessità di una giusta pena. E il compito dei volontari in questo percorso è determinante. "Senza di loro questa opportunità non ci sarebbe stata", continua il porporato. "Rappresentano il collegamento fra il mondo dentro e il mondo fuori. In questo caso costituiscono lo snodo attraverso il quale si crea occupazione. Nell'enciclica Fratelli tutti, Papa Francesco ci dice che l'elemosina è importante per tamponare l'emergenza, ma poi devo darmi da fare per rimuovere la causa che l'ha generata".
Sulla stessa linea di pensiero dell'arcivescovo di Bologna, la direttrice dell'istituto, Maria Martone: "Si tratta di un progetto molto particolare perché coniuga l'aspetto della religio
primalamartesana.it, 14 febbraio 2021
Progetto curato dalla Caritas e dai detenuti della casa circondariale di Bollate. Si chiama "Extrema Ratio" l'iniziativa educativa che verrà inaugurata mercoledì 6 novembre all'oratorio San Giovanni Bosco di Carugate e che proseguirà fino al 13 novembre. Per sette minuti (dopo essere stati sottoposti alla fase dell'identificazione con tanto di impronte digitali) si potrà vivere l'esperienza da carcerato, chiusi per 7 minuti dentro una riproduzione in dimensioni reali di una cella (allestita proprio dentro l'oratorio) del tutto simile per arredi e oggettistica a quelle di molte carceri italiane.
"L'esperienza di detenzione temporanea è sufficiente per poter vivere sulla propria pelle la condizione di sovraffollamento dei nostri penitenziari - spiegano gli organizzatori del progetto - Sarà occasione per interrogarsi sull'efficacia della pena carceraria e per chiedersi se può essere strumento educativo e di integrazione sociale o se non sia da considerarsi come extrema ratio".
L'installazione sarà presente nell'oratorio di Carugate da mercoledì 6 a mercoledì 13 novembre. Da lunedì a venerdì sarà aperta dalle 17.30 alle 22.30, nei weekend dalle 15.30 alle 22.30. È necessario iscriversi sul sito Internet della parrocchia (parrocchiacarugate.it) o presso la segreteria dell'oratorio. Per informazioni:
Nel descrivere il carcere di Castelfranco, la direttrice rivela che la maggior parte degli internati è priva di riferimenti familiari, alloggiativi, sociali. "Molti di loro hanno anche problematiche psichiche e queste sono tutte condizioni che nel loro insieme rendono difficile avviare un percorso di reinserimento esterno. Ci sono ospiti che vivono qui da venti anni. Questa attività è proprio per loro, perché non richiede competenze specifiche".
Martone è convinta che "non è possibile pensare ad un percorso educativo efficace se non si investe in formazione professionale e in lavoro. Questi sono soggetti che sicuramente hanno sbagliato e sono stati condannati. Ma va riconosciuta loro la possibilità di riscatto, una prospettiva di cambiamento.
Il carcere nell'immaginario collettivo è sempre visto come un luogo di punizione e di chiusura. Iniziative di questo tipo consentono di offrire un quadro diverso perché l'istituto di pena può essere anche luogo di produzione, di formazione professionale, uno spazio in cui si possono generare competenze professionali, ci si può aprire al mercato esterno e all'imprenditoria. A chi mi chiede se si può investire nelle potenzialità di un carcere, rispondo che non solo è possibile, ma è anche agevole se la proposta viene accompagnata da motivazioni forti. Il reinserimento e il riscatto sono sicuramente tra queste".
legacoop.coop, 14 febbraio 2021
Pochi sanno che all'interno della casa circondariale di Rebibbia c'è una torrefazione in cui lavorano i detenuti e che porta il nome di Caffè Galeotto. Un luogo di vera trasformazione, sia dei chicchi di caffè che delle persone.
Come è nato il Caffè Galeotto - L'idea è stata di Mauro Pellegrini, il fondatore della cooperativa sociale Panta Coop, un uomo che ha dedicato la sua intera vita alla rieducazione delle persone che sono in carcere attraverso diversi progetti, tra cui quello del Caffè Galeotto. Grazie ai fondi tutti provenienti esclusivamente da donatori privati, è nata la torrefazione che ad oggi ha 15 dipendenti. Formare i detenuti e farli lavorare in una torrefazione permette loro di riacquistare dignità, di concretizzare la voglia di ricominciare e di farlo imparando un mestiere richiesto sul mercato del lavoro, che sarà la chiave per il reinserimento nella società una volta scontata la pena.
All'interno del penitenziario di Rebibbia Mauro ha avuto in concessione uno spazio in cui da una parte si miscela, si tosta, si macina il caffè e si producono le cialde e dall'altra si fa manutenzione e si riparano le macchine espresso che vengono date in dotazione ai clienti in comodato d'uso. Oltre all'attività artigianale dentro le mura del carcere, Mauro ha realizzato un piccolo negozio aperto al pubblico dove vengono venduti tutti i prodotti del Caffè Galeotto e che si trova all'ingresso del Nuovo Complesso della casa circondariale.
Ferdinando lavora nel negozio del Caffè Galeotto, gli occhi scuri e profondi, occhi buoni e consapevoli. È in carcere da 11 anni e ne deve ancora scontare 4. Il negozio della torrefazione è un posto aperto a tutti, Ferdinando può lavorarci perché beneficia dell'articolo 21 che gli dà la possibilità di uscire dalla mattina alla sera. "Sono molto fortunato ad aver avuto questa possibilità, mi è stata data fiducia e questa è la cosa fondamentale da fare con chi ha sbagliato".
Ferdinando è un uomo trasformato e il lavoro al caffè Galeotto lo ha decisamente aiutato nel cambiamento. "In carcere si può cambiare ma si deve seguire un percorso". Parla forte e chiaro, occhi negli occhi, le sue parole si animano: "Il carcere deve servire per capire dove hai sbagliato. Devi viverlo, non dormire tutto il giorno per farti passare il tempo. Devi fare un percorso che ti porti a non commettere più gli stessi errori. Lavorare è fondamentale per intraprendere questo processo, aiuta a ricostruire se stessi e il proprio futuro, anche se purtroppo una volta liberi si è comunque condannati al pregiudizio, un vero e proprio ergastolo".
Al Caffè Galeotto si fa musica e cultura - Oltre ad essersi iscritto all'università ed essere prossimo alla laurea, Ferdinando è un eccellente musicista, il suo strumento è la fisarmonica. Nel minuscolo magazzino del negozio suona e compone, sul muro ha scritto "Musica è evasione". Presto inciderà un disco con musicisti famosi. Lo vanno a trovare molti amici e il caffè Galeotto è diventato anche un centro di incontro in cui non solo si vende il caffè ma si fa anche arte e cultura.
Spesso Ferdinando suona insieme a Paolo, il suo professore di inglese che lo accompagna alla chitarra. Paolo insegna in carcere da più di 25 anni ed è fortemente convinto che la scuola in carcere sia fondamentale tanto quanto il lavoro. Paolo ha spiegato che "La scuola è bistrattata e non è messa al centro del processo di recupero di queste persone che hanno una forte volontà di rimettersi in gioco, magari di riprendere passioni o interessi che sono stati accantonati come la musica per Ferdinando. La scuola andrebbe valorizzata. Spesso ci troviamo davanti a persone che vogliono fortemente cambiare".
Il Covid: pena su pena - Se già la vita in carcere è durissima e disumanizzante, si è aggiunta la pandemia a renderla ancora più complicata. Sono mesi che i detenuti non possono vedere e riabbracciare la propria famiglia e i propri congiunti. Questo per un'ordinanza che vieta i colloqui, una misura che vuole proteggere da una potenziale "bomba epidemiologica" da Covid chi è dentro i penitenziari ma che non è bastata. Nel frattempo infatti il personale carcerario entra ed esce dalle case circondariali e nonostante le attenzioni a Rebibbia un focolaio ha colpito almeno 110 detenuti.
"La paura è molta, non tanto per i giovani quanto per tantissimi detenuti con patologie pregresse anche gravi che qui dentro non ci si dovrebbero proprio trovare" dice Ferdinando. La situazione è particolarmente allarmante anche perché sembra che le mascherine distribuite siano poche e pochi giorni fa è anche mancata l'acqua per un'intera giornata. Tutto questo rende ancora più difficile la missione di Mauro Pellegrini ma il caffè Galeotto tiene duro e si va avanti giorno per giorno.
di Sergio Romano
Corriere della Sera, 14 febbraio 2021
I diritti umani e civili sono sempre più frequentemente temi caldi delle relazioni interstatali. La morte di Giulio Regeni, vittima di un brutale interrogatorio della polizia egiziana, e le disavventure di Aleksej Navalny, protagonista di una delle più imbrogliate vicende russe degli scorsi anni, sono ormai delicati casi di politica internazionale.
In altri tempi i governi dell'Egitto e della Russia avrebbero invocato i privilegi della sovranità nazionale, avvolto la vicenda in un velo di silenzio e atteso pazientemente che i giornali si stancassero di parlarne. Oggi questo non è più possibile. Nel caso Regeni molti chiedono l'interruzione dei rapporti diplomatici con l'Egitto.
Il governo cerca di fare capire ai suoi cittadini che l'Egitto è un Paese amico con cui l'Italia ha interessi comuni da conservare e coltivare e che la morte terribile di Regeni coincide con una fase in cui quel Paese era minacciato da sanguinosi attentati dei movimenti islamisti (anche se questo non giustifica il comportamento del Cairo).
L'Italia può e deve chiedere all'Egitto maggiori chiarimenti, ma senza pregiudicare del tutto i rapporti tra i due Paesi. Le stesse considerazioni valgono per il caso Navalny. In altri tempi sarebbe stato un problema esclusivamente russo. Oggi le democrazie si credono autorizzate a dare lezioni di libertà e ad applicare sanzioni che nuocciono a chi le impone non meno di quanto facciano male allo Stato "punito".
In altri tempi i Paesi avrebbero fatto ricorso alle loro ambasciate per trovare compromessi che avrebbero smussato gli angoli e dato qualche soddisfazione a ciascuno dei due litiganti. Ma nel caso Navalny le ambasciate di Polonia, Svezia e Germania hanno deciso di riconoscere i dimostranti partecipando alle loro manifestazioni.
Quando la Russia ha annunciato che i diplomatici coinvolti nella vicenda sarebbero stati restituiti al loro Paese, il gesto è parso offensivo. Ma perché Mosca avrebbe dovuto continuare a ospitare persone che avevano preferito manifestare piuttosto che interloquire pacatamente con le autorità locali? I tre Paesi hanno sostenuto che i funzionari volevano soltanto documentarsi, ma la scusa non mi è sembrata convincente.
Sappiamo che il rispetto dei diritti umani e civili hanno oggi, nella società internazionale, una maggiore importanza di quanta ne avessero quando ogni Stato faceva una politica strettamente nazionale. Sappiamo quanto utile sia stato, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il lavoro dell'Onu, del Consiglio d'Europa (dove è nata la Convenzione Europea dei Diritti Umani) e di altre organizzazioni dedicate alla promozione di una maggiore amicizia fra i popoli. Ma se certe forme dogmatiche di internazionalismo umanitario finiscono per avvelenare i rapporti fra gli Stati, sarebbe meglio tornare a un maggiore rispetto delle reciproche sovranità. Forse correremmo meno rischi.











