di Davide Varì
Il Dubbio, 13 febbraio 2021
Governo Draghi, l'ex presidente della Consulta Marta Cartabia alla guida di Via Arenula. La nomina era nell'aria da tempo e del resto il nome è così autorevole e convincente che non poteva che essere accolto con favore anche dal nuovo presidente del Consiglio Mario Draghi. Naturalmente parliamo della nomina dell'ex presidente della Consulta, Marta Cartabia, al ministero della Giustizia. Il nome, nei giorni più caldi della crisi del governo Conte, era addirittura stato accostato a Palazzo Chigi. E non è un segreto che molti parlamentari la vedano come candidata ideale per il Colle del dopo Mattarella. Ma per questo c'è tempo.
di Liana Milella
La Repubblica, 13 febbraio 2021
Docente di diritto, ha presieduto la Corte costituzionale fra il dicembre 2019 e il settembre 2020. Si sa tutto di Marta Cartabia, classe 1963, fino alla sua elezione plebiscitaria, l'11 dicembre 2019, al vertice della Consulta, prima donna a ricoprire quell'incarico dopo 45 presidenti al maschile. È noto come abbia mescolato la sua vita di accademica, con un'attenzione specifica al diritto costituzionale europeo, con quella di moglie e di madre di tre figli.
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 13 febbraio 2021
Non sappiamo quale sia il programma del nuovo governo sulla giustizia. Sappiamo che Draghi la considera una priorità - ed in effetti lo è - perché la lentezza dei processi e l'incertezza del diritto incidono gravemente sull'economia che rappresenta oggi, assieme alla salute, l'emergenza maggiore. Abbiamo anche scritto, e lo ripetiamo, che proprio per questo occorre intervenire, prima di tutto, sulla giustizia civile, i cui ritardi compromettono gli investimenti e lo sviluppo, e contemporaneamente su quei settori che paralizzano la pubblica amministrazione. L'abolizione del reato di abuso di ufficio e la limitazione dei ricorsi al Tar ridarebbero vitalità a sindaci e assessori oggi paralizzati dalla minaccia delle inchieste.
Sarebbero riforme a costo zero e, quel che più conta, abbastanza condivise. Soprattutto l'accelerazione delle cause civili troverebbe - riteniamo - un ampio consenso parlamentare.
Detto ciò, aggiungiamo che questa potrebbe essere l'occasione per una strategia di più ampio respiro. Il governo Draghi ha tre punti di forza: l'impronta genetica del Presidente della Repubblica, l'avallo dell'Europa e la conseguente fiducia dei mercati e, ultima ma non ultima, la certezza che la sua caduta comporterebbe lo scioglimento delle Camere e il ritorno a casa di molti soggetti che passerebbero dal congruo emolumento parlamentare al più modesto reddito di cittadinanza. Con questo viatico favorevole, non è utopistico pensare che, almeno in seconda battuta, il nuovo premier possa proporsi di riscrivere la pergamena marcita della nostra giustizia.
I tarli che l'hanno corrosa sono molti. Il codice di procedura penale è un'arlecchinata di cui nessuno capisce più nulla. Nato con il nobile intento di sostituire il fascistissimo codice Rocco con quello anglosassone (detto appunto alla Perry Mason) di impronta liberale e garantista, è stato snaturato e stravolto dal legislatore, dalla Corte Costituzionale (dove sedeva, ironia della sorte, il suo stesso autore, professor Giuliano Vassalli) e dall'interpretazione giurisprudenziale.
L'abominio della modifica della prescrizione, voluta da Bonafede, ha posto il sigillo finale del giustizialismo più ottuso e giacobino.
Per il resto c'è solo l'imbarazzo della scelta: l'uso eccessivo e strumentale delle intercettazioni, la loro oculata selezione con la diffusione pilotata attraverso giornalisti compiacenti, l'azione penale diventata arbitraria e quasi capricciosa, l'adozione della custodia cautelare come strumento di pressione investigativa, lo snaturamento dell'informazione di garanzia diventata grimaldello di estromissione degli avversari politici, e più in generale la sottomissione umiliante e servile della politica davanti alle iniziative giudiziarie più sconsiderate.
Su questo fallimento si innesta il progressivo - e per noi doloroso - discredito della magistratura dopo lo scandalo Palamara: il mercimonio delle cariche, lo strapotere delle correnti, le contiguità opache tra toghe e partiti, insomma la più bassa baratteria clientelare mercanteggiata al ristorante o nelle case dei magistrati. Il trojan inserito nel cellulare di Palamara ha rivelato solo in parte questo sistema disgustoso, peraltro ben noto da anni a tutti i magistrati.
Per di più, come ha detto lo stesso intercettato, nelle conversazioni pubblicate "c'è di tutto, ma non c'è tutto". Aspettiamo il seguito. Infine il sospetto più grave: che la giustizia sia stata piegata a fini politici da chi la amministrava, per eliminare protagonisti sgraditi. L'intercettazione su Salvini è su questo significativa: se così fosse, più che un reato sarebbe un sacrilegio.
Si tratta, come direbbe De Gaulle, di un vasto programma; ma di incerta realizzazione, per due ragioni. La prima, che non sarebbe facile ottenere in Parlamento una maggioranza disposta ad approvare riforme così radicali, ancorché indispensabili. L'ala cosiddetta giustizialista del Pd e dei grillini potrebbe porvi il veto, anche a rischio di perdere il seggio e lo stipendio. La seconda, connessa alla prima, sarebbe l'ostilità della parte più politicizzata della magistratura.
Nessuno pensa che reagirebbe con iscrizioni sul registro degli indagati, spedizioni di informazioni di garanzia, intercettazioni sapientemente diffuse, e magari qualche buon arresto cautelare. Sarebbe un'ignominia alla quale non vogliamo nemmeno pensare. Ma certamente reagirebbe, come ha sempre fatto, con quella "moral suasion", ora lamentosa ora arcigna, dei convegni, degli appelli, delle petizioni culminanti nella stucchevole litania del depotenziamento della lotta alla mafia, agli evasori fiscali e, naturalmente, ai politici corrotti. Una pressione fortissima cui sarebbe difficile resistere.
L'altro giorno, nell'indirizzare il nostro rispettoso augurio al nuovo premier incaricato, citammo le doti che Gibbon attribuisce al grande statista: la mente per comprendere, il cuore per risolversi, il braccio per eseguire. Quest'ultimo non dipende da Draghi, perché spetta al potere legislativo. Ma se Draghi, con la sua indiscussa autorevolezza, dimostrasse il cuore per progettare una simile riforma, sarebbe già un significativo passo avanti verso il ripristino di una civiltà giuridica decrepita e moribonda. Anche se non avesse successo, sarebbe un bel messaggio: in fondo la battaglia più nobile è quella che sappiamo perduta in partenza. E, poi, non si sa mai, potrebbe anche essere vinta.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 13 febbraio 2021
La nuova ministra della giustizia è stata la prima donna presidente della Corte costituzionale. Vicina a Comunione e liberazione, sulle carceri criticò la propaganda leghista. "Sentenza indegna, mi sale la pressione, ma che testa hanno questi giudici? Ma che cazzo di paese stiamo diventando?". La reazione di Salvini alla decisione della Corte costituzionale di porre dei limiti all'ergastolo ostativo fu terribilmente aggressiva, persino per i suoi standard. Il leghista era da poco passato all'opposizione e in quei giorni Marta Cartabia veniva scelta dai giudici costituzionali per guidare la Consulta. La prima donna presidente, nella sua prima conferenza stampa decise di rispondere colpo su colpo. Imputando alla propaganda della Lega sui presunti mafiosi in libertà "allarmi del tutto ingiustificati, menzogne che non aiutano a capire".
di Giovanni Monaco
cr.piemonte.it, 13 febbraio 2021
È necessario "rivedere e riconsiderare l'istituto delle misure di sicurezza, che per come oggi sono svolte all'interno delle cosiddette Case lavoro, rappresentano un rudere, un fossile vivente", come ha spiegato l'organizzatore del seminario Bruno Mellano, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà del Consiglio regionale del Piemonte.
di Valerio Spigarelli
Il Riformista, 13 febbraio 2021
L'affaire Palamara, non meno delle dichiarazioni del Procuratore Gratteri, hanno marcato gli ultimi tempi sul fronte della questione giustizia. Due vicende che apparentemente non hanno punti contatto, e che sembrano lontane dall'agenda politica del nuovo governo, ma in realtà non è così. Partiamo dalla prima, già nota ma rilanciata dalla pubblicazione del libro intervista "Il sistema". Al riguardo va subito sgomberato il campo da un equivoco: chi prende spunto dai fatti narrati da Palamara a Salisti non per questo deve darli tutti per assodati, visto che i chiamati in causa, e sono molti, hanno tutto il diritto di sottolineare che la versione di Palamara non è il verbo.
Allo stesso tempo, però, vale anche il contrario: francobollare il libro come "una memoria difensiva", e per ciò stesso non solo come un contributo di parte. come è ovvio, ma anche di per sé sospetto di falsità perché viene da un accusato, dimostra una (in)cultura, assai diffusa, per la quale non solo un indagato è un presunto colpevole ma quel che dice falso per definizione. Tra gli alfieri della seconda opinione si ritrova l'associazione sindacale della magistratura, che ha bollato con "sdegno" il contenuto del libro, per una volta in compagnia, e questo è invece sorprendente, anche di voci dell'avvocatura che, con l'aria di saperla lunga, hanno ritenuto sbagliato persino farlo parlare. lo ritengo che di fronte alla straordinaria gravità di alcuni di quei fatti - quelli riguardanti lo sviamento della giurisdizione e l'alterazione dei suoi esiti, a parte il funzionamento del Csm - l'unica reazione legittima sarebbe quella di accertarli.
Del resto, assistendo al dibattito, capita spesso di registrare affermazioni un po' surreali come il paragone tra Palamara e Buscetta che viene avanzato sia dai suoi supporter che dai suoi avversari. Il succo sarebbe che Palamara è un pentito e che, quindi, le sue parole valgono quel che valgono: per gli estimatori sono oro colato perché vengono dall'interno della magistratura; per gli avversari, oltre che messaggi di dubbia natura, sono sospette perché servono a guadagnare l'immunità in vista di un futuro ingresso in politica.
Il bello è che tra quelli che sostengono il verbo palamaresco "a prescindere" si ritrovano alcuni che sui pentiti hanno sempre avuto una visione critica, mentre tra quelli che lo avversano dandogli icasticamente del "pentito" si ritrova quella fetta di magistratura che sulle parole dei collaboratori di giustizia ha costruito camere, o tentato di riscrivere la storia di Italia, non sempre con esiti giudiziari confortanti. Paradossi del Bel Paese, dove la coerenza è la virtù degli imbecilli e il trasformismo una dote di governo. Ora, che il libello di Sallusti e Palamara abbia diversi punti di caduta a me pare evidente, soprattutto quando, attraverso una visione che pone al centro sé stesso e i suoi consoni della magistratura, l'ex leader dell'Anni legge diversi episodi solo dal buco della serratura del Sistema facendo torto a figure come Napoli - tano o D'Ambrosio; oppure quando mette sullo sfondo protagonisti centrali, come Ferri e la sua corrente di Magistratura Indipendente; o ancora quando relega la promiscuità opaca con il sistema dei partiti alla sola sinistra giudiziaria.
Tutte cose che chi segue la vita del Csm non può che ritenere discutibili. Per non parlare della beatificazione di Ingoia e De Magistris e Di Matteo, le cui vicende semmai dimostrano che il mitico Sistema, come un orologio rotto due volte al giorno, ogni tanto c'azzecca.
Ancora più discutibile, assai discuti bile, pare poi circoscrivere la predisposizione della magistratura ad un utilizzo orientato del potere di azione, come se fosse un attributo esclusivo della sinistra giudiziaria. Palamara all'epoca andava al liceo ma se avesse interpellato protagonisti politici degli anni settanta o ottanta avrebbe scoperto che la storia viene da lontano.
Come viene da lontano la concezione proprietaria della giustizia che l'Ordine Giudiziario riafferma da decenni e che, tanto per fare un esempio, ha finito per identificare persino un sindacato, cioè l'Anm stessa, con il Potere Giudiziario ovvero permesso diktat al parlamento sulle leggi sgradite. Per informazioni basta chiedere a Boato. questo il punto centrale che il libro racconta e che, al di là degli episodi, costituisce il nodo della vicenda, che non può essere liquidato, con sdegno o con degnazione, dalla magistratura.
La quale, sia detto senza recare offesa ai molti, moltissimi, magistrati che lavorano sodo e non fanno la questua correntizia anche per tino strapuntino in qualche ufficio periferico, deve riconoscersi perlomeno responsabile di aver mantenuto in vita un sistema di potere intenso che, molto più dei condizionamenti esterni, ha posto in pericolo il requisito della indipendenza dei singoli magistrati. Insomma, non è possibile liquidare la vicenda come il racconto di un Bel Arti che scala i vertici di un potere giudiziario illibato ed adamantino in cui la platea degli elettori, in perfetta buona fede e senza neppure sospettare conte sarebbe stato svolto, affidava lo sporco lavoro del clientelismo ai rappresentanti delle correnti. Come dire che gli italiani che hanno votato per cinquanta anni Dc ignoravano il sistema clientelare sul quale quel partito prosperava.
Chi cerca di accreditare questa versione, quella del "Palamara colpevole Magistratura inconsapevole" fa torto prima di tutto alla intelligenza dei magistrati italiani. Anche perché, a dire il vero, il pamphlet del nostro segue altre pubblicazioni, come "Ultracasta", di Stefano Livadiotti - firma dell'Espresso non sospetta di collusioni berlusconiane pubblicato nel 2010, oppure le analisi di Giuseppe di Federico, che quel sistema lo avevano già descritto anche nelle sue miserie.
Come negli stessi termini, e dal di dentro, nel libro Toga Rossa, molti anni fa, Francesco Misiani rivelava anche l'altro corno del problema, quello più importante a mio modo di vedere: lo strapotere delle Procure all'interno della magistratura, nel processo e in definitiva nel Paese. Perché questo è il tema vero che pone oggi il libro di Palamara, anche se la sua è una versione interessata e segnata dalla sua attuale condizione.
Su questo il suo racconto combacia con la denuncia che altri fanno da tempo - l'avvocatura penale italiana, tanto per dire, lo dice da decenni - e serve a poco gridare dagli all'untore. Il che porta anche all'altro fatto che ha tenuto banco nei giorni passati, cioè le dichiarazioni del pm Gratteri sulle quali, al di là di una difesa di categoria fatta in automatico dal Presidente di Anni, ci si attendeva una riflessione da parte del parlamentino dell'associazione, che invece è mancata. Una riflessione incentrata, ovviamente, sul ruolo che Procure e Procuratori hanno assunto nel dibattito pubblico, tanto sulle singole vicende giudiziarie che sui temi di politica giudiziaria.
Un molo che esonda dall'alveo segnato nella Costituzione a proposito della magistratura inquirente, e che, non a caso - da ancor prima di tangentopoli - si fonda sul rapporto diretto ed esclusivo cori gli organi di informazione alla ricerca di un consenso ed tra sostegno popolare all'esercizio dell'azione penale che è la negazione del Giusto Processo. Ciò anche perché passa per l'innaturale propaganda delle attività delle Procure, di cui l'esibizione sui media, come selvaggina catturata, degli indagati raggiunti dalle ordinanze di custodia cautelare - con corredo di illegittima ed anticipata pubblicazione di atti, intercettazioni, e persino foto segnaletiche senza alcuna necessità - è l'iconica raffigurazione della inciviltà del sistema.
Ecco, questo è uno dei temi su cui la politica italiana, nel momento in cui affronta un passaggio epocale, dovrebbe interrogarsi. L'Europa non guarda all'Italia solo come il paese dai processi interminabili e dalle carceri incivili che relega la presunzione di non colpevolezza negli armadi della storia, ma anche come un paese ove i pm sono più potenti dei giudici.
Un paese che erige monumenti di credibilità a procuratori il cui carnet registra più sconfitte che affermazioni e che spenderà un bel po' di quattrini per l'ingiusta detenzione anche nei prossimi anni, visto che negli ultimi venticinque ha pagato molte centinaia di milioni per Io stesso motivo a cittadini privati della libertà poi riconosciuti innocenti, in molti casi previa cannibalizzazione a mezzo stampa dalle veline giudiziarie. Spesso poveri cristi, sovente personaggi pubblici. Non c'era bisogno di Palamara per sapere che nel corso delle indagini i pm comandano la giurisdizione, da lui abbiamo avuto notizia di come la possono condizionare anche dopo.
Sebbene nessuno dotato di buon senso pensi che al governo Draghi si possa addossare il peso insopportabile della "questione giustizia' ciò non toglie che fin da subito un segnale debba essere dato. La questione giustizia non può essere messa sotto il tappeto in quanto "divisiva", come già avvenuto in passato e come sta accadendo in questi giorni. Nessuno pretende che Draghi metta nel programma la riforma costituzionale che dovrebbe riequilibrare il sistema incidendo sui temi più significativi, come la reale terzietà del giudice, l'obbligatorietà dell'azione penale, la conformazione del Csm, ma qualcosa si, questo è necessario, altrimenti finirà per accorgersi sulla sua pelle che i poteri più forti, in Italia, stanno nelle Procure.
Sulle sabbie di quel deserto culturale in tema di giustizia penale che avvolge la nostra classe dirigente, da ultimo denunciato da Giovanni Fiandaca, i nuovi diano tua segnale: congelino la riforma stalla prescrizione; vietino le conferenze stampa trionfalistiche dei pm; limitino l'applicazione della custodia cautelare in carcere a pochi, selezionati, casi; cancellino la dissennata decisione di estendere l'utilizzo del trojan e tornino per legge a limitare la circolazione probatoria delle intercettazioni come stabilito in una sentenza dalle Sezioni Unite liquidata da una legge pretesa dalle Procure; dissotterrino la riforma dell'ordinamento penitenziario.
Si ampli e si rafforzi il diritto di tribuna nei consigli giudiziari, spezzando lo scudo autoreferenziale che protegge le questioni interne; si inseriscano manager per i grandi uffici giudiziari; si pensi ad una scuola della magistratura sottratta alle correnti.
Poi facciano una amnistia ed un indulto, visto che ora i numeri paradossali che la politica si è autoimposta si potrebbero raggiungere. So che quest'ultima proposta sembra una follia impraticabile ma, almeno su questo, l'orgia retorica sulla ricostruzione post Covid potrebbe prendere esempio dalla ricostruzione vera, quella del dopoguerra.
di Gian Carlo Caselli
Corriere della Sera, 13 febbraio 2021
I nostri processi durano un'eternità e l'appello rappresenta un collo di bottiglia che da solo "brucia" il 48% della durata totale del processo. Caro direttore, con la prescrizione il reato si estingue per decorso del tempo, non è più procedibile. Accade in tutti i Paesi, ma solo da noi fa litigare così tanto. Ciò avviene per due principali motivi.
Primo - I nostri processi durano un'eternità, il che causa centinaia di migliaia di prescrizioni ogni anno. Per cui quel che altrove funziona come rimedio fisiologico contro i pochi scarti che l'ingranaggio non è riuscito a concludere, da noi si è strutturato come fenomeno patologico. Difatti la percentuale italiana di prescrizioni è del 10/11 %, contro quella dello 0,1/0,2% degli altri paesi europei. Un vero disastro. Favorito dal fatto che solo in Italia (prima della riforma del 1° gennaio 2020) non erano previsti casi in cui la prescrizione si interrompesse definitivamente; c'erano solo sospensioni temporanee.
Secondo - La prescrizione intacca persino il principio di eguaglianza. Per "colpa" della prescrizione, infatti, coesistono nel nostro sistema due distinti codici. Uno per i "galantuomini" (le persone che appaiono, in base al censo o alla collocazione politico-sociale, "per bene" a prescindere...); l'altro per i cittadini "comuni". I "galantuomini" possono contare su difese costose e agguerrite, in grado di sfruttare le eccezioni d'ogni tipo generosamente offerte da una procedura malandata. Così, il processo può ridursi all'attesa che il tempo si sostituisca al giudice finché la prescrizione non riuscirà ad ingoiare tutto. Mentre per i cittadini "comuni", nonostante la durata biblica, il processo riesce più spesso a concludersi, segnando vita, interessi e relazioni delle persone coinvolte. Una asimmetria incostituzionale, fonte di ingiustizia e disuguaglianze. Un "doppio" processo al quale ha dato un forte contributo proprio la prescrizione "infinita" (senza mai uno stop definitivo), in quanto incentivo a far durare all'infinito certi processi, di modo che i "galantuomini" non paghino dazio. Il che consente di ritenere che non sono gli aspetti tecnici, ma l'importanza di certi interessi in gioco a scatenare la bagarre sulla prescrizione.
Le cose sono cambiate il 1° gennaio 2020, con la norma (inserita nella cosiddetta "spazza-corrotti") secondo cui la prescrizione si interrompe con la sentenza di primo grado (anche di assoluzione) fino alla sentenza definitiva. Impossibile calcolare gli effetti della riforma dopo un solo anno, anche perché nel 2020 il Covid ha stravolto tutto, causando una pesante contrazione del numero dei processi trattati.
Del tutto impossibile quindi stabilire se la riforma sia riuscita ad impattare in qualche modo sulla iniquità del "doppio" processo. Così pure è impossibile dire se avessero ragione (e in che misura) coloro che preconizzano effetti nefasti perché dopo la sentenza di primo grado si aprirebbe la prospettiva di una pendenza perpetua dei processi, non essendo più previsto un termine entro cui debbano essere conclusi, con grave pregiudizio per tutte le parti in causa.
Com'è impossibile verificare sul campo la tesi (ragionevole) secondo cui, se è vero che con la riforma alcuni processi potrebbero restare pendenti in appello per un tempo relativamente più lungo, è altrettanto vero che il rischio riguarderebbe alcuni casi soltanto e non "tutti" i processi. E sarebbe in ogni caso un rischio bilanciato dall'azzeramento dei casi in cui - con la prescrizione - la giustizia deve riconoscere il suo fallimento, negando all'innocente l'assoluzione o regalando al colpevole l'impunità.
E ciò con riferimento ai processi che sono passati al vaglio del tribunale, di regola quelli di maggior rilievo, per i quali si pone con più intensità il problema di evitare un default dello stato. La vera questione è che (in attesa della generale riforma del processo) andrebbe fatto funzionare meglio l'appello, che da sempre è il collo di bottiglia del sistema, al punto che da solo "brucia" il 48% della durata totale del processo.
Comunque sia, in base alla situazione obiettivamente data (anche per effetto del blocco Covid), a me sembra di poter concludere che la fretta e la voglia di tornare all'antico - senza possibilità di valutare in concreto il nuovo - sembrano basate su schemi ideologici precostituiti, piuttosto che su analisi concrete. Un buon motivo per dubitare della loro opportunità.
di Simona Musco
Il Dubbio, 13 febbraio 2021
Le audizioni in commissione Giustizia al Senato, dove è incardinata la riforma del processo civile, sono terminate. E il termine di presentazione degli emendamenti, fissato al 10 febbraio, è superato dalla crisi di governo che, di fatto, ha congelato ogni cosa. Ma ora si potrebbe ripartire da capo, con un nuovo piano per il Recovery che, di fatto, implicherebbe anche una nuova riforma per il processo civile, da scrivere necessariamente entro 60 giorni per rispettare il cronoprogramma europeo. Anche perché la bocciatura che arriva dalle audizioni al Senato, da Corte dei Conti, Bankitalia e authority, è sonora.
Il piano, dunque, è tutto da rifare. E ciò consentirebbe di "aggiornare" le riforme della giustizia civile e penale all'epoca post-covid magari con qualche risorsa in più - dal momento che per entrambi i disegni di legge è trascorso circa un anno dalla presentazione al Parlamento, risultando, come spiega al Dubbio il leghista Emanuele Pellegrini, componente della commissione Giustizia di Palazzo Madama, "già fuori dal tempo".
Quel che è certo, al momento, è che anche a causa delle fortissime pressioni che arrivano dall'Europa tutte le luci sono puntate sul processo civile. Così gli iter delle due riforme, pur essendo partiti contemporaneamente alla Camera e al Senato, nelle rispettive commissioni Giustizia, hanno seguito un percorso diverso, e ora è sul civile che si spingerà l'acceleratore affinché il testo vada in porto quanto prima.
Una riforma non a costo zero, e che dunque impone il ricorso ai finanziamenti del Recovery Fund (2,3 miliardi, ai quali si somma un miliardo e 10 milioni stanziati nella legge di Bilancio). Il tema principale è accorciare i tempi della giustizia, che in Italia, nel campo civile, arrivano fino a 1.750 giorni, contro i 600 della media europea, portando il debito per irragionevole durata del processo alla cifra di 327 milioni di euro al 2019.
Ma in commissione i partiti di maggioranza si sono scontrati con la Lega, che mal digeriva l'idea di non velocizzare i tempi anche per il penale. E su questo la Corte dei Conti, audita nei giorni scorsi al Senato, sembra dare ragione al partito guidato da Matteo Salvini. Aggiungendo alle riforme necessarie anche quelle sull'edilizia giudiziaria, sintomo dell'efficacia del sistema penale e della funzione rieducativa della pena, che porterebbe giovamento anche all'economia.
"Quanto all'effetto volano delle riforme normative in corso in materia di procedura civile e penale - si legge nella relazione depositata a Palazzo Madama - si rimarca la necessità di perseguire al contempo la qualità del giudizio, anche in termini di tutela dei diritti di difesa e di effettivo contraddittorio delle parti e di tutte le correlate garanzie costituzionali.
Dato tale presupposto, appare chiara la necessità di una rapida definizione del nuovo quadro procedurale in entrambi i settori, proprio alla luce dei tempi stretti concessi per il pieno avvalimento dei fondi Next Generation in funzione proattiva per il rilancio del Paese". Tradotto: puntare sui diritti, non solo sui tecnicismi, e in fretta, o si rischia di perdere il treno del Recovery. Un rischio che l'Italia non può permettersi. Ed è per questo che pensare di lasciare indietro il penale risulterebbe un grandissimo errore. Le riforme, secondo la Corte dei Conti, se portate a compimento assieme ad un aumento delle piante organiche di magistratura e personale amministrativo, "appaiono poter rispondere all'istanza di miglioramento della celerità e dell'efficienza del settore giustizia tanto rimarcata ai fini della ripresa economica del Paese anche in tempi antecedenti alla pandemia".
Ed è quindi opportuno anche ragionare sui tempi - problematici - del procedimento di selezione del personale: "Da una corretta e tempestiva gestione dei tempi delle selezioni - affermano i giudici contabili - dipende in buona parte la possibilità del raggiungimento degli obiettivi". Altrimenti, scaduto il termine del 2026 per la realizzazione del Piano, il Paese potrebbe trovarsi di fronte agli oneri restitutori senza aver efficientato la giustizia.
Ma come anticipato, secondo la relazione mancano interventi per l'edilizia penitenziaria, scelta non in conformità alle Linee guida delle Commissioni Riunite per l'adozione del Piano, "che avevano sottolineato l'emergenza di interventi edilizi per le carceri, al fine del superamento del problema ormai annoso del sovraffollamento, peraltro accentuato dalla situazione di oggettiva crisi emersa nel contesto pandemico del 2020, limitando le risorse destinate a tali fini agli stanziamenti a copertura nazionale in legge di Bilancio 2021".
E qui l'ammonimento della Corte: "La spesa per edilizia penitenziaria attiene ad una corretta gestione della fase dell'esecuzione della pena ed è essenziale per quei fini educativi che dovrebbero portare ad immettere personalità capaci di affrontare la vita civile in modo non delinquenziale una volta scontata la reclusione, con conseguenze virtuose per la creazione di un contesto di sicurezza sociale utile ed incentivare l'economia e gli investimenti".
Tornando al civile, secondo Pellegrini riscrivere la riforma sarebbe la cosa più giusta: abbracciando le critiche mosse nel corso delle audizioni dagli esponenti del mondo dell'avvocatura, della magistratura e del mondo accademico, la Lega ha invocato una riforma che non puntasse sulla revisione delle procedure, ma partisse, in primo luogo, dalla carenza di personale. "Bisognerebbe ripartire da zero - sottolinea - dando prevalenza alle richieste di avvocatura e magistratura, che però andrebbero sentite prima. La Lega punterà sicuramente su assunzioni di personale amministrativo, per fornire "manovalanza" alla giustizia affinché i fascicoli possano essere smaltiti, e sulla responsabilizzazione dei professionisti che lavorano all'interno del comparto giustizia, con una riorganizzazione delle competenze".
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 13 febbraio 2021
Impunità legittimata? La riforma Bonafede è giustificata da un alto tasso di prescrizione dei reati? Falso! In Italia vigono termini di prescrizione dei reati molto alti. Qualche esempio. Corruzione:18 anni. Associazione mafiosa: da 40 anni e 6 mesi a 68 anni. Omicidio stradale: da 20 anni e 8 mesi a 33 anni.
Si avvicina il voto in Parlamento su alcuni emendamenti al Mille Proroghe che, ove approvati, sospenderebbero o addirittura abrogherebbero la sciagurata riforma Bonafede della prescrizione. Visto che tira una brutta aria per i tifosi di quell'obbrobrio sgrammaticato, ora la parola d'ordine è quella di "evitare i temi divisivi". Come si dice a Roma, la buttano in caciara.
Perciò credo sia opportuno mettere a disposizione di chiunque possa e voglia farne uso, una breve guida pratica, con alcune essenziali informazioni utili almeno a mettere a nudo le bufale travaglio-davigo-caselliane che già tornano in circolazione senza freni. Mi limito alle questioni più evidenti, e di immediata comprensione anche per i non addetti ai lavori, lasciando volutamente da parte ogni polemica ideologica o culturale tra garantismo e giustizialismo. Vediamo chi è che racconta balle in questa storia, e perché.
1. La riforma Bonafede è giustificata da un alto tasso di prescrizione dei reati, una anomalia tutta italiana che legittima l'impunità e mortifica le aspettative di giustizia delle vittime del reato. Vero o falso? Penosamente falso. In Italia, ormai da molti anni, vigono termini di prescrizione dei reati molto alti, e non di rado indecentemente alti. Qualche esempio: la corruzione si prescrive in 18 anni; l'associazione mafiosa da un minimo di 40 anni e 6 mesi a 68 anni; l'omicidio stradale da 20 anni e 8 mesi a 33 anni; la violenza sessuale non aggravata in 28 anni; il riciclaggio semplice in 18 anni; l'omicidio volontario non aggravato in 33 anni; la bancarotta fraudolenta non aggravata in 15 anni e 6 mesi; furti in abitazione o pluriaggravati e scippi aggravati in 15 anni e 6 mesi; rapine ed estorsioni da 15 anni e 6 mesi a 28 anni; e potremmo continuare. Sostenere perciò che termini del genere non siano sufficienti, e che Giustizia vuole che - per rimanere ad uno degli esempi - un processo per omicidio stradale possa e debba essere definito anche oltre i 33 anni dal fatto, segnala o mala fede, o patologie di tipo psicotico ossessivo di gravità medio-alta.
2. La Riforma Bonafede accorcerà i tempi del processo, perché la interruzione del termine dopo la sentenza di primo grado rende inutili appelli e ricorsi in Cassazione finalizzati solo a far maturare la prescrizione. Vero o falso? Questa è una menzogna più esattamente ascrivibile alla macro-area delle idiozie. Come anche un sasso saprebbe comprendere, un appello si propone dopo la sentenza di primo grado, e contro di essa. Le costanti statistiche del Ministero di Giustizia ci confermano da decenni che in quel momento, cioè al deposito della sentenza di primo grado, sono già maturate tra il 70-75% delle prescrizioni (oltre il 60% addirittura prima dell'udienza preliminare). Inoltre, i ricorsi per Cassazione puramente defatigatori, perciò dichiarati inammissibili, fanno retrocedere il calcolo della prescrizione alla data della sentenza di appello. Dunque lo stesso sasso di cui sopra è anche in grado di comprendere che ben oltre 1'85 per cento del "problema prescrizione" ha a che fare con le impugnazioni come il cavolo con la merenda. Perciò non solo è falso che la riforma Bonafede sia destinata a ridurre i tempi del processo, ma è invece drammaticamente vero il contrario. Come ogni magistrato italiano sa bene, tranne Davigo, le Corti di Appello celebrano con grande fatica un numero elevatissimo di processi ogni giorno sotto minaccia della data di prescrizione del reato, stampigliata in grande evidenza in alto a destra su ciascun fascicolo. Eliminata quella data, perché mai si dovrebbe continuare con quei ritmi forsennati?
3. Gli avvocati ben pagati fanno durare a lungo i processi. Vero o falso? Spudoratamente falso. Per lo meno da vent'anni non c'è più modo, per avvocati ed imputati, di far valere un impedimento o di richiedere un rinvio che sia uno senza che il decorso della prescrizione si interrompa. Dovrebbe esserci un limite alla indecenza di queste bufale.
4. La prescrizione esiste solo in Italia. Vero o falso? I reati si prescrivono, in proporzione alla gravità, anche in Francia, in Spagna, in Germania, ovunque. Nei paesi anglosassoni si prescrive non il reato tua l'azione, cioè il processo, in tempi imparagonabilmente più brevi dei nostri. Paragonare le mele con le pere è il metodo tipico di chi argomenta per pura polemica, fingendo soprattutto di ignorare che l'unica vera esclusiva italiana è quella della durata irragionevole delle indagini e dell'inizio sistemicamente tardivo dei processi. Una anomalia incivile che rende l'imputato prigioniero di una inefficienza a lui per di più non imputabile. Una vergogna. Facciamola finita, che è giunta l'ora.
*Presidente dell'Unione camere penali italiane
di Mauro Ravarino
Il Manifesto, 13 febbraio 2021
La richiesta della direttrice della Casa circondariale di Torino, Rosaria Marino, è stata rigettata per mancanza di fatti aderenti. Censura della posta per evitare una possibile propaganda all'interno del carcere. È successo a Dana Lauriola, attivista No Tav attualmente detenuta alle Vallette di Torino. "Un grave tentativo punitivo", denuncia il movimento valsusino, fortunatamente, poi, scongiurato dal magistrato di sorveglianza che ha rigettato, per mancanza di fatti aderenti, la richiesta della direttrice della casa circondariale, Rosaria Marino. Come ha raccontato la stessa Dana, in una precisa lettera inviata al movimento, la direttrice aveva, infatti, chiesto "l'emissione di un provvedimento restrittivo, tipico dell'alta sorveglianza (articolo 18 ter ordinamento penitenziario), ossia la richiesta di controllo (e selezione) della mia corrispondenza epistolare e telegrafica, la cosiddetta censura".
Tutto è successo a margine dello sciopero della fame di Dana e di altre tre detenute, a fine gennaio, per chiedere, il ripristino delle ore di colloquio, anche in videochiamata, ingiustamente dimezzate e l'inserimento dei detenuti nella campagna vaccinale Covid, da cui erano esclusi. Protesta che non è stata vana, "anzi i risultati si sono dimostrati da subito concreti e tutte noi stiamo finalmente godendo dei nostri pieni diritti per quanto riguarda i contatti con i nostri familiari", racconta la No Tav. Ma, forse, ha toccato alcuni nervi scoperti.
"Si è trattato di un vano ma preoccupante tentativo - sostiene l'avvocata Valentina Colletta, uno dei due difensori di Lauriola - di comprimere diritti costituzionalmente garantiti in capo a soggetti già ampiamente deprivati, ma ai quali non può né deve essere negato anche il diritto alla libera manifestazione del pensiero e ad una quantomeno minima agibilità politica".
"Mi chiedo se sia finita qui oppure siano vere le voci che circolano circa un mio futuro trasferimento" si chiede, infine, nella lettera Dana Lauriola, che deve scontare una pena di due anni di detenzione per un episodio avvenuto nel 2012 durante un'azione dimostrativa pacifica sulla A32, quando al megafono spiegava le ragioni della manifestazione. Una condanna sproporzionata come sottolineato da Amnesty International. Sulla tentata censura delle lettere dell'attivista No Tav è intervenuto Marco Grimaldi, capogruppo di Liberi Verdi e Uguali in consiglio regionale: "Riteniamo quella richiesta un atto gravissimo. Negare un diritto fondamentale di una donna è molto grave, farlo in assenza di fatti aderenti, come ha stabilito il giudice, è viltà".
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