di Angela Stella
Il Riformista, 12 febbraio 2021
La dottoressa Clementina Forleo è una delle tante vittime dei meccanismi di strapotere delle correnti della magistratura: nel libro di Luca Palamara e Alessandro Sallusti, Il Sistema, (Rizzoli) il suo nome è citato undici volte a partire dal capitolo "Chi tocca la sinistra è fuori".
E infatti, come è noto, contro Forleo, ex gip al Tribunale di Milano, ora in servizio in quello di Roma, fu emanato un vero e proprio anatema perché osò sfidare, come sostiene Palamara nel libro, sia la procura di Milano, considerata un "monolite, un fortino delle correnti di sinistra, non espugnabile", "sia la sinistra, nella primavera 2007 al governo".
Clementina Forleo nel luglio 2008 fu addirittura trasferita da Milano a Cremona a seguito di una decisione del plenum del Csm che rilevò una sua incompatibilità ambientale per le dichiarazioni rese alla trasmissione di Michele Santoro Annozero sui "poteri forti" i quali, anche per il tramite di "soggetti istituzionali", avrebbero interferito nelle sue funzioni, proprio mentre da gip si stava occupando dell'inchiesta Bnl-Unipol.
Il Tar prima e il Consiglio di Stato poi accolsero i ricorsi di Forleo che fu reintegrata a Milano. Prima ancora era stata assolta dalla sezione disciplinare del Csm dall'accusa di aver violato i suoi doveri per i contenuti dell'ordinanza con la quale, nel luglio del 2007, chiese alle Camere l'autorizzazione all'uso di intercettazioni che riguardavano alcuni parlamentari, tra cui D'Alema, Fassino e Latorre nell'ambito della stessa vicenda. Insieme ad oltre cento colleghi, Forleo ha firmato qualche giorno fa una lettera in cui si chiede al Procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi e al togato del Csm Giuseppe Cascini, di "smentire in modo convincente" il racconto di Luca Palamara che li ha chiamati in causa direttamente. In questa intervista ci tiene non tanto a fare la diagnosi del male che ha infettato la magistratura quanto a proporre una cura in un dialogo con la politica.
Dottoressa Forleo, Palamara nel suo libro l'ha definita "l'eretica" che ha osato sfidare certi poteri. Alla luce di quanto venuto fuori in questo ultimo anno e mezzo cosa si sente di dire?
Non ho sfidato nessuno, semmai è stato qualcun altro a sfidare me, o meglio il mio operato e con esso l'autonomia e indipendenza della magistratura, senza evidentemente immaginare che a distanza di anni e grazie a un trojan inoculato nel cellulare di uno dei protagonisti di quella e di altre vicende, si potesse pervenire ad una confessione su quanto realmente accaduto. Io ho fatto quello che avrei fatto con qualunque altro potenziale indagato, mettendo inevitabilmente nero su bianco che l'autorizzazione a utilizzare le conversazioni intercettate era necessaria anche per consentire l'iscrizione nel registro degli indagati di taluni parlamentari che all'evidenza risultavano complici dei reati contestati, dato che l'unico elemento a loro carico era costituito da quelle conversazioni. È evidente che l'iscrizione avrebbe dovuto farla l'Ufficio del pm, come è altrettanto evidente che si sarebbe trattato di atto dovuto per il principio di obbligatorietà dell'azione penale, e ciò a prescindere dallo sviluppo successivo del procedimento. Tanto poi non è accaduto, nonostante il Parlamento avesse dato il via libera all'iscrizione, ma io ormai ero stata spedita a Cremona per "deficit di equilibrio": così si giunse a scrivere in quella vergognosa pagina della magistratura italiana. Ora il dottor Palamara ci fa comprendere senza mezzi termini perché dunque costituivo un "pericolo" e che era necessario spostarmi "di peso" in altra sede. Non mi rimane che ringraziare il tempo, che è sempre galantuomo.
Fabrizio Cicchitto ha dichiarato che la sua vicenda, come quella di altri suoi colleghi, mette in evidenza "che nel sistema non c'era solo una sistematica intesa fra le correnti per l'assegnazione dei vari incarichi nella magistratura ma anche almeno dal 1992-1994 fino al 2013 uno scientifico uso politico della giustizia che scientificamente privilegiava la sinistra sia sul terreno dell'attacco sia sul terreno della difesa". È d'accordo?
Posso solo dire che mentre negli anni novanta l'attacco al magistrato libero proveniva solo dall'esterno, ossia dal potere politico, dal 2007 in poi i veri attacchi sono arrivati dall'interno della magistratura associata. Che poi tali attacchi abbiano colpito chi si stava occupando di certe forze politiche "vicine" a certa parte della magistratura, è storia. In altri termini, è saltato il principio costituzionale sancito nell'art.101 anche per volere di alcuni vertici dell'ordine giudiziario.
Il professor Vittorio Manes da queste pagine ha detto: "Bisognerebbe prendere atto che l'amministrazione della giustizia è un "servizio", una "public utility" dove i magistrati sono "civil servant" e i cittadini gli utenti; e che, specie in materia penale, un obiettivo minimo di civiltà impone di assicurare uniformità e parità di trattamento". Quanto siamo distanti da ciò in questo momento?
Nonostante l'impegno dei tantissimi colleghi che amministrano la giustizia nell'unico interesse di rendere un servizio al cittadino, quanto è accaduto a seguito dell'attivazione di quel trojan e a seguito della pubblicazione degli innumerevoli messaggi rinvenuti sul telefono del dottor Palamara ci porta a concludere che siamo lontani anni luce da quel modello di cui parla il professor Manes.
Qualcuno vuole ridurre Palamara a capro espiatorio. Lei cosa ne pensa?
Spero che si faccia chiarezza al più presto su quello che è emerso dall'indagine di Perugia e che il dottor Palamara non sia il solo a pagare, rappresentando all'evidenza uno dei tanti anelli di quella che altri colleghi anche su queste pagine, hanno definito "cupola".
La parola chiave dell'inaugurazione dell'anno giudiziario è stata "credibilità". La magistratura è davvero pronta ad intraprendere il cammino di redenzione o sono solo messaggi di facciata? A suo parere, come si può sconfiggere il "sistema"?
Proprio per il carattere diffuso delle patologie emerse, che hanno investito anche i vertici del potere giudiziario (alcuni dei quali com'è noto, sono stati costretti a dimettersi), ritengo che la cura non possa che provenire dall'esterno. Penso ad una commissione parlamentare d'inchiesta ma penso soprattutto ad una riforma che sottragga l'organo di autogoverno al potere delle correnti, che da centri di confronto culturale si sono via via trasformati in centri di spartizione clientelare del potere, giungendo ad essere complici dell'isolamento del magistrato che osava ed osa pensarla diversamente. Per riacquistare credibilità e per avere la garanzia di magistrati davvero autonomi e indipendenti, io ed altri sempre più numerosi colleghi chiediamo quindi che i componenti del Csm siano eletti in base a candidature non controllate dalle correnti, ma costituite da magistrati estratti a sorte in base a dei criteri prestabiliti, escludendo ad esempio i magistrati più giovani e quelli con censure disciplinari. Ancora, e mi riferisco alle proposte del movimento "Articolo 101", penso anche a un sistema di rotazione degli incarichi direttivi tra i più anziani del singolo ufficio. Era il 2008 quando dicevo che se non si è "sostenuti" da una corrente non si può aspirare a nessuna nomina, a nessun incarico: già allora ero l'"eretica", la "donna dai facili applausi" come qualche signore della magistratura associata mi definì con toni, a mio avviso, misogini. A distanza di oltre dieci anni, la nuda realtà emersa dalla messaggistica del telefono del dottor Palamara, oltre che dalle sue stesse parole, mi conferma che non avevo vaneggiato.
Nessuna riforma è possibile senza la volontà politica: secondo Lei avrà finalmente questo coraggio?
Penso che sia venuto il momento che anche la classe politica tutta "prenda coraggio", anche nel suo stesso interesse, onde evitare che - come si è visto anche in noti messaggi sempre estratti dal telefono del dottor Palamara e concernenti l'allora Ministro dell'Interno - alcune forze politiche possano essere danneggiate dalla "vicinanza" di taluni vertici del potere giudiziario a forze politiche di segno opposto.
Lei in passato, parlando della sua vicenda, ha detto: "Non ho paura della cattiveria dei malvagi ma del silenzio degli onesti". Crede che adesso ci sarà più solidarietà tra voi colleghi danneggiati o il sistema fa ancora paura e nessuno si esporrà?
Ora come allora mi fa paura il "silenzio degli onesti", ossia dei tantissimi magistrati perbene che per i più vari motivi non osano mettersi contro il "sistema". Capisco i più giovani e i loro timori, ma mi rimane incomprensibile il silenzio di chi non ha nulla da temere. Qualcuno ci accusa di fare il gioco del "nemico" e di contribuire a gettare fango sulla categoria: mi chiedo, ironicamente, a quale "nemico" e a quale "tipo" di fango ci si riferisca. Concluderei lanciando un messaggio ai giovani colleghi e citando una famosa frase di Indro Montanelli: "Non esitate a lottare per quello in cui credete. Perderete, come ho perso io, tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincerne: quella che ingaggerete ogni mattina di fronte al vostro specchio".
di Matilde Siracusano*
Il Riformista, 12 febbraio 2021
Mi stupisce osservare che lo scandalo Palamara, esploso con l'uscita del libro-bomba di Alessandro Sallusti, stia giorno dopo giorno sfumando i suoi contorni. L'attenzione mediatica sembra adesso si stia concentrando sul problema relativo alle ingiustizie subite dai magistrati in contrasto con le correnti e sugli effetti nefasti del disallineamento ai partiti del Csm, che ha compromesso la carriera di molti giudici che oggi si sentono legittimati alla ribellione collettiva contro il sistema malato del quale fanno parte.
Si tratta di dinamiche e retroscena deprecabili, soprattutto perché il concetto di indipendenza della magistratura dovrebbe essere una precondizione assoluta, ma ciò che dovrebbe suscitare vero terrore è l'ingerenza politica nel Csm e soprattutto l'ingerenza della magistratura nella politica. Come si coniuga questa commistione di interessi con l'attività giurisdizionale, con le sentenze e con le inchieste eclatanti? Com'è possibile che non siano stati aperti fascicoli per indagare su questi fatti dettagliati nelle dichiarazioni rese da Palamara, che hanno tutte le sembianze delle confessioni di un pentito?
Come si fa a non vedere chiaramente che in certi casi la legge non è uguale per tutti? Se le rivelazioni di Palamara avessero investito politici o imprenditori ci sarebbe stata una maxi inchiesta con titoloni da Colossal americano e con centinaia di interviste pop di Pm sullo sfondo di trailer editati con effetti cinematografici.
Da giorni osservo trasmissioni televisive che ospitano Palamara ed altri magistrati i quali denunciano gli inciuci torrentizi che hanno compromesso le loro carriere, ma che glissano totalmente sulla questione centrale: quanti innocenti sono stati coinvolti ingiustamente in procedimenti viziati da logiche ben lontane dalla ricerca della verità e della giustizia? Quanti leader politici sono stati perseguitati perché ritenuti nemici del sistema?
Se è realistico che "un procuratore della Repubblica con un paio di aggiunti svegli ed un ufficiale di polizia giudiziaria bravo e ammanicato con i servizi segreti insieme ad un paio di giornalisti amici hanno più potere del Parlamento, del premier e del governo", allora l'indignazione collettiva non è affatto sufficiente.
Serve un'operazione verità che rivoluzioni un sistema di potere smisurato che ha fatto e continua a fare a pezzi la nostra democrazia ed occorre urgentemente una commissione parlamentare d'inchiesta perché chi rappresenta le istituzioni democratiche ha il dovere di intervenire per preservarle. In fondo, non sarebbe peccato mortale se per una volta fosse la politica ad indagare sulla magistratura ma forse lo strumento idoneo all'assoluzione affinché la degenerazione del potere giudiziario non diventi il peccato originale.
*Deputata di Forza Italia
di Nello Trocchia
Il Domani, 12 febbraio 2021
Cento magistrati contro Giovanni Salvi che guida la procura generale della Cassazione, procura che, a metà dicembre, ha incassato anche una sconfitta davanti al tribunale amministrativo per un ricorso presentato dall'ex giudice Esposito.
Giovanni Salvi, oggi, è al vertice della magistratura italiana, è il procuratore generale della corte di Cassazione. A gennaio, insieme al capo dello Stato Sergio Mattarella, ha inaugurato l'anno giudiziario. Salvi ha una lunga carriera alle spalle, pubblica accusa in processi importanti, è stato procuratore a Catania, poi procuratore generale a Roma prima di diventare procuratore generale in Cassazione. Proprio il suo ufficio promuove il giudizio disciplinare contro i magistrati protagonisti delle chat con Palamara, ma ora Salvi è al centro di uno scontro tra toghe.
Non ci sono solo gli episodi raccontati da Palamara e che hanno scatenato la reazione di alcuni magistrati, che fanno parte del movimento Articolo 101, ma c'è anche un'altra contesa aperta dal giudice, oggi in pensione, Antonio Esposito, il presidente della sezione feriale della Cassazione che ha condannato, nel 2013, Silvio Berlusconi.
A metà dicembre il tribunale amministrativo regionale del Lazio ha bocciato la condotta della procura generale che aveva negato l'accesso agli atti all'ex giudice Esposito. La vicenda inizia nel 2014 quando Amedeo Franco, relatore della sentenza che condanna Silvio Berlusconi, firma un'altra sentenza che sconfesserebbe, a detta di Franco, quella sull'ex cavaliere. Franco, proprio nel 2014, incontra Berlusconi che aveva condannato un anno prima. La presidenza della corte di Cassazione smentisce le affermazioni del Franco ritenendo che i due casi non erano affatto analoghi ed evidenziando che "alcune espressioni erano palesemente superflue rispetto al tema della decisione".
Esposito presenta un esposto contro Franco. Anni dopo, quando giornali e tv citano la sentenza Franco per denunciare la presunta parzialità del collegio che ha condannato Berlusconi, Esposito chiede alla procura generale l'accesso agli atti per conoscere l'esito dell'esposto presentato per mettere al corrente la corte Europea dei diritti dell'uomo dove pende il ricorso berlusconiano e dare corpo alle denunce presentate anche in sede penale per diffamazione.
Quella richiesta di accesso agli atti diventa un caso perché ha aperto uno scontro a colpi di ricorsi che non si è ancora chiuso. La procura generale deve consegnare gli atti, in nome della trasparenza, oppure mantenerli riservati visto che riguardano un procedimento disciplinare?
Nel luglio 2020, Luigi Salvato, procuratore generale aggiunto, firma il diniego: il ricorrente Esposito non può accedere alle carte relative all'esposto che ha presentato, ma soltanto conoscere che è stato definito. Definito come? Non è dato sapere.
Per motivare questa decisione la procura generale fa riferimento a diverse sentenze della giurisprudenza amministrativa che negherebbero l'accesso agli atti relativi al procedimento disciplinare. L'avvocato di Esposito, Alessandro Biamonte, presenta un ricorso che viene accolto dal tribunale amministrativo. "Le pronunce del Consiglio di Stato che la difesa erariale (la procura generale, ndr) invoca a sostegno della legittimità del diniego in questa sede impugnato depongono in senso esattamente contrario", scrivono i magistrati amministrativi lo scorso dicembre, insomma la procura generale ha letto le sentenze della giustizia amministrativa, ma senza coglierne la sostanza.
Per il tribunale l'istanza di Esposito non ha natura conoscitiva, ma si basa su esigenze difensive. Alla fine gli atti sono stati concessi a Esposito, si tratta di un pronunciamento di poche pagine nel quale la procura generale archivia il caso Franco, senza neanche aprire il procedimento disciplinare, perché ormai, passati alcuni mesi dalla presentazione dell'esposto, Franco era andato in pensione. Contro la sentenza del tribunale amministrativo, la procura generale ha presentato ricorso al consiglio di Stato per tornare a un regime di 'riservatezza' su questi atti visto che secondo la procura le sentenze della giustizia amministrativa confermano il vincolo della segretezza. Al tema il procuratore Salvi ha dedicato anche una parte del suo intervento durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario.
"Un altro aspetto che merita esame è costituito dalla segretezza della fase predisciplinare, segretezza che comprende anche gli esiti delle valutazioni. Per superare questo regime, almeno in termini generali, e per consentire la piena trasparenza delle attività dell'Ufficio, si è prevista la pubblicazione sul sito della procura generale delle massime dei decreti di archiviazione più significativi, così da consentire ai magistrati e all'opinione pubblica di conoscere le ragioni delle azioni in sede predisciplinare", si legge nell'intervento.
L'altro fronte aperto che riguarda Salvi è il libro di Palamara: l'ex magistrato menziona presunti incontri, uno su una terrazza romana, con l'attuale procuratore generale della corte di Cassazione per parlare proprio del futuro di Salvi. A proposito delle chat inviate dalla procura di Perugia riguardante il caso Palamara e le raccomandazioni di diversi magistrati, lo scorso giugno, il procuratore Salvi, firma una circolare nella quale viene trattata la materia degli illeciti disciplinari escludendo i comportamenti finalizzati all'autopromozione "anche se petulante, ma senza la denigrazione dei concorrenti o la prospettazione di vantaggi elettorali".
A fine gennaio, 97 magistrati firmano una lettera indirizzata al procuratore Giovanni Salvi e al consigliere del Csm Giuseppe Casini, anche quest'ultimo al centro dei racconti di Palamara. "Secondo quanto riportato nel libro, l'attuale procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, in almeno due occasioni avrebbe incontrato in privato e su sua richiesta il Luca Palamara, all'epoca componente del Csm, per caldeggiare la propria nomina a importantissimo incarico pubblico (...) Ove veri, gettano un'ombra inquietante sia sui loro asseriti protagonisti che sulla sorprendente circolare dello stesso Procuratore Generale che assolve per principio chi raccomanda se stesso per incarichi pubblici e chi quella raccomandazione accetta", scrivono i magistrati chiedendo a Salvi di smentire i fatti o dimettersi dalle cariche ricoperte.
"Chi, come Salvi, occupa un ufficio pubblico di rilevantissima importanza (si tratta di uno dei due soli titolari - insieme al ministro della Giustizia - del potere di azione disciplinare nei confronti di tutti i magistrati) non può rimanere in silenzio dinanzi a una accusa del genere", dice Felice Lima, sostituto procuratore generale a Messina, e firmatario della lettera.
"Quando l'organo disciplinare è monocratico e ha un potere di "cestinazione" delle notizie costituenti illeciti disciplinari deve avere una condotta irreprensibile. Proprio l'organo di vertice avrebbe adottato, secondo quanto emerso dal libro di Palamara, condotte da un punto di vista deontologico censurabili.
Noi già sapevamo della presenza di pacchetti di nomine, di giochi falsificati, alla luce di tutto questo è inaccettabile che l'ufficio di procura generale, in una circolare, assolva quelli che si raccomandano. E anche l'Anm (associazione nazionale magistrati, ndr), che tace su questa vicenda, rischia di comportarsi come un sindacato giallo", dice Andrea Reale, giudice delle indagini preliminari a Ragusa, componente del comitato direttivo centrale dell'Anm. Il procuratore generale Giovanni Salvi, contattato dal Domani, sulle questioni riportate, non ha voluto commentare.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 febbraio 2021
Che il carcere di Poggioreale sia ad alta complessità sanitaria è un dato di fatto. Così come è un dato di fatto che l'emergenza Covid 19 ha messo a nudo quanto sia difficile la gestione sanitaria visto l'evidente sovraffollamento. Come in altri penitenziari, Poggioreale ha avuto periodi nei quali il contagio si era diffuso tra la popolazione penitenziaria tanto da raggiungere nel mese di novembre un totale di 180 casi. Importante l'intervento del garante locale Pietro Ioia e di quello regionale, Samuele Ciambriello, nel denunciare le problematiche emerse e, soprattutto, nel sensibilizzare la magistratura di sorveglianza e le procure, affinché si impegnino per limitare gli ingressi in carcere.
Interventi decisivi anche per gli agenti penitenziari che si ritrovano ad affrontare le difficoltà denunciate anche dai sindacati, tra i quali il Sappe. Il carcere di Poggioreale, d'altronde, costruito agli inizi del secolo scorso risente quindi della corrispondenza del complesso architettonico a un modello di esecuzione della pena meramente custodiale: per questo è del tutto diverso da quello che si vorrebbe attuato in base all'Ordinamento penitenziario. Nonostante i lavori e l'apertura di nuovi padiglioni, rimane difficile la sua compatibilità con le esigenze trattamentali. A questo, aggiungiamo il fatto che, nonostante sulla carta sia una casa circondariale, destinata quindi alle persone in attesa di giudizio con pene inferiori ai 5 anni, ci sia un numero cospicuo di detenuti con una sentenza definitiva o mista. Un fattore destabilizzante che anche il Sappe denuncia.
Ma ritornando all'emergenza sanitaria, nonostante le evidenti difficoltà strutturali, la direzione del carcere di Poggioreale, in sintonia con la Asl, ha gestito in maniera efficiente le criticità. Ed è stato proprio il garante del comune di Napoli Pietro Ioia a metterlo nero su bianco nel dossier annuale.
Nel paragrafo relativo all'emergenza epidemiologica da Covid-19, sono state enunciate tutte le misure adottate dalle Amministrazioni penitenziarie napoletane - quella di Poggioreale compresa per fronteggiare la possibilità di contagi negli istituti. Leggiamo, infatti, che con il diffondersi del virus, l'assetto organizzativo delle carceri napoletani ha risposto all'emergenza epidemiologica su più fronti.
Il personale penitenziario e i detenuti sono stati forniti di dispositivi di protezione individuale e sono stati sanificati gli spazi (camere di detenzione, aree comuni e del personale). È stata implementata la presenza degli operatori sanitari: tre psicologi in più a Poggioreale e uno a Secondigliano, mentre a Nisida sono stati aggiunti due Operatori socio-sanitari de è stata ampliata la copertura oraria della guardia medica e infermieristica.
Si legge sempre nel dossier del garante Pietro Ioia, che a marzo la Protezione Civile ha provveduto al montaggio delle tensostrutture presso gli Istituti di Poggioreale, Secondigliano e Nisida, installate all'ingresso per permettere lo svolgimento dei controlli sui detenuti "nuovi giunti", sugli arrestati e su quelli provenienti da altre carceri.
Il protocollo per questi detenuti prevede tuttora la quarantena cautelativa di 14 giorni; questa viene effettuata nei reparti Venezia e Firenze a Poggioreale e nel reparto semiliberi di Secondigliano, adattati per fronteggiare adeguatamente l'emergenza.
Gli istituti hanno previsto anche l'installazione di termo-scanner e l'uso di termometri a infrarossi per il triage di ingresso di tutto il personale penitenziario (tra cui polizia, personale medico, giuridico- pedagogico e amministrativo, avvocati, magistrati, volontari, garanti e loro collaboratori). Anche i familiari dalla data di ripresa dei colloqui con i detenuti, a maggio, si sottopongono al triage di ingresso in carcere; si sottolinea che nei parlatori tra i ristretti e i loro cari c'è un mezzo divisorio tale da coprire il viso delle persone a colloquio e non permettere contatti fisici interpersonali. A marzo nelle carceri sono iniziati i primi test sierologici e i tamponi mononucleari.
di Carlo Ciavoni
La Repubblica, 12 febbraio 2021
Presentato oggi il rapporto all'interno di una giornata di studio dedicata all'argomento. Il progetto React per sviluppare legami collaborativi tra gli attori della comunità educante. Contrastare la povertà educativa in diversi territori italiani lavorando su due livelli: da una parte rafforzando gli adolescenti, soprattutto quelli più vulnerabili; dall'altro, potenziando i soggetti che rappresentano, a vario titolo, le risorse educative sul territorio e facilitando le loro relazioni.
È un po' questo l'obiettivo che WeWorld - organizzazione italiana che difende da 50 anni i diritti di donne e bambini in 27 Paesi del mondo inclusa l'Italia - mira a raggiungere attraverso l'istituzione della figura del Community Worker, nata all'interno del progetto React (Reti per educare gli adolescenti attraverso la comunità e il territorio), selezionato da Con i Bambini nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, attivo in diversi territori italiani a rischio di dispersione scolastica, dai quartieri Bicocca-Niguarda di Milano, ai quartieri di Santa Teresa-Pirri e Sant'Elia a Cagliari, da San Basilio a Roma, al quartiere Borgo Vecchio di Palermo.
Il welfare di comunità. È una scelta per rigenerare legami sociali e costruire nuove opportunità per tutti: il Community Worker (CW) rappresenta infatti un facilitatore comunitario che sviluppa legami collaborativi tra gli attori della comunità educante, ponendosi come un ponte tra insegnanti e operatori sociali da un lato e famiglie, volontari e cittadini dall'altro, affinché diventino una risorsa per rispondere ai bisogni dei giovani. Si tratta di una figura che lavora per creare una rete capillare e coesa di adulti che saranno un riferimento positivo nel percorso di crescita degli adolescenti, coinvolgendo le famiglie e rafforzandole nelle competenze genitoriali, promuovendo occasioni di supporto, cura, animazione e socializzazione nel territorio.
Una figura presente in 10 territori. La figura del Community Worker è presente in ciascuno dei 10 territori coinvolti nel progetto React, con il compito di facilitare le relazioni e attivare processi e strategie che portino alla costruzione di una comunità educante, in cui i cittadini che abitano il territorio possano diventare soggetti attivi del cambiamento. "Il lavoro del Community Worker vuole andare ad incidere sulle persone e sui gruppi che costituiscono la comunità educante di un territorio, in vista di un cambiamento sociale che possa produrre maggiore partecipazione ai processi.
Le molteplici dimensioni. Le dimensioni da prendere in considerazione sono quindi molteplici, a cominciare da un approccio di fondo che cerchi di indagare e descrivere la visione di società, i valori e le credenze che sono alla base della vita sociale dei territori in cui si articolano gli interventi del progetto", ha spiegato Elena Caneva, coordinatrice del Centro Studi di WeWorld - "Il Community Worker tenta di individuare e creare delle alleanze in primo luogo tra quei soggetti e che si dichiarino interessati ad un autentico percorso a garanzia e sostegno di una maggiore giustizia sociale."
La Stampa, 12 febbraio 2021
Firmata convenzione triennale con la Casa di reclusione. L'assessore Marnica: "Ottimo. per l'inclusione e la cultura". Per favorire la promozione della lettura tra i detenuti, il Comune di Massa, la biblioteca civica Giampaoli e la Casa di reclusione di Massa hanno sottoscritto un'apposita convenzione della durata di 3 anni rinnovabile con cadenza sempre triennale.
L'Ordinamento penitenziario stabilisce, infatti, che presso ogni istituto penitenziario debba essere presente un servizio di biblioteca come risorsa significativa per la realizzazione del trattamento dei detenuti e che tale servizio sia arricchito e potenziato anche attraverso intese con biblioteche e centri di lettura pubblici presenti nel luogo dove è situato l'istituto; e che gli stessi detenuti siano favoriti quanto più possibile nella fruizione di tale servizio. Così, da questo febbraio, ogni mese, gli operatori della biblioteca potranno accedere alla Casa di reclusione rendendo fruibili i libri e consentendo il prestito di materiale cartaceo o multimediale del patrimonio della biblioteca civica ai detenuti che ne facciano richiesta. Gli operatori autorizzati, inoltre, si occuperanno di fornire consulenza.
"L'amministrazione è da sempre impegnata a sostenere iniziative di promozione alla lettura e a rafforzare il ruolo di polo culturale della biblioteca anche attraverso una rete di relazioni con enti, istituti ed associazioni del territorio - dichiara l'assessore Nadia Marnica, con delega alla Cultura -. Questa è un'iniziativa lodevole sia dal punto di vista culturale sia di inclusione sociale alla quale non potevamo non aderire considerata la nostra particolare attenzione nei confronti dei soggetti svantaggiati della nostra comunità".
Scopo dell'iniziativa vuol essere proprio quello di favorire l'accesso dei detenuti alle pubblicazioni della biblioteca dell'istituto, ma anche del territorio. Un'apposita convenzione prevedrà poi lo svolgimento di attività lavorative extra-murarie volontarie e gratuite presso la biblioteca Giampaoli da parte di soggetti in stato di detenzione; attività che non richiedono specifiche competenze.
di Cecilia Capanna
ildigitale.it, 12 febbraio 2021
Ferdinando, un detenuto di Rebibbia, racconta come la torrefazione all'interno del carcere e il negozio del Caffè Galeotto gli abbiano cambiato la vita. Pochi sanno che all'interno della casa circondariale di Rebibbia c'è una torrefazione in cui lavorano i detenuti e che porta il nome di Caffè Galeotto. Un luogo di vera trasformazione, sia dei chicchi di caffè che delle persone.
L'idea è stata di Mauro Pellegrini, il fondatore della cooperativa sociale Panta Coop, un uomo che ha dedicato la sua intera vita alla rieducazione delle persone che sono in carcere attraverso diversi progetti, tra cui quello del Caffè Galeotto. Grazie ai fondi tutti provenienti esclusivamente da donatori privati, è nata la torrefazione che ad oggi ha 15 dipendenti. Formare i detenuti e farli lavorare in una torrefazione permette loro di riacquistare dignità, di concretizzare la voglia di ricominciare e di farlo imparando un mestiere richiesto sul mercato del lavoro, che sarà la chiave per il reinserimento nella società una volta scontata la pena.
All'interno del penitenziario di Rebibbia Mauro ha avuto in concessione uno spazio in cui da una parte si miscela, si tosta, si macina il caffè e si producono le cialde e dall'altra si fa manutenzione e si riparano le macchine espresso che vengono date in dotazione ai clienti in comodato d'uso. Oltre all'attività artigianale dentro le mura del carcere, Mauro ha realizzato un piccolo negozio aperto al pubblico dove vengono venduti tutti i prodotti del Caffè Galeotto e che si trova all'ingresso del Nuovo Complesso della casa circondariale.
Ferdinando lavora nel negozio del Caffè Galeotto, gli occhi scuri e profondi, occhi buoni e consapevoli. È in carcere da 11 anni e ne deve ancora scontare 4. Il negozio della torrefazione è un posto aperto a tutti, Ferdinando può lavorarci perché beneficia dell'articolo 21 che gli dà la possibilità di uscire dalla mattina alla sera. "Sono molto fortunato ad aver avuto questa possibilità, mi è stata data fiducia e questa è la cosa fondamentale da fare con chi ha sbagliato".
Ferdinando è un uomo trasformato e il lavoro al caffè Galeotto lo ha decisamente aiutato nel cambiamento. "In carcere si può cambiare ma si deve seguire un percorso". Parla forte e chiaro, occhi negli occhi, le sue parole si animano: "Il carcere deve servire per capire dove hai sbagliato. Devi viverlo, non dormire tutto il giorno per farti passare il tempo. Devi fare un percorso che ti porti a non commettere più gli stessi errori. Lavorare è fondamentale per intraprendere questo processo, aiuta a ricostruire se stessi e il proprio futuro, anche se purtroppo una volta liberi si è comunque condannati al pregiudizio, un vero e proprio ergastolo".
Oltre ad essersi iscritto all'università ed essere prossimo alla laurea, Ferdinando è un eccellente musicista, il suo strumento è la fisarmonica. Nel minuscolo magazzino del negozio suona e compone, sul muro ha scritto "Musica è evasione". Presto inciderà un disco con musicisti famosi. Lo vanno a trovare molti amici e il caffè Galeotto è diventato anche un centro di incontro in cui non solo si vende il caffè ma si fa anche arte e cultura.
Spesso Ferdinando suona insieme a Paolo, il suo professore di inglese che lo accompagna alla chitarra. Paolo insegna in carcere da più di 25 anni ed è fortemente convinto che la scuola in carcere sia fondamentale tanto quanto il lavoro. Paolo ha spiegato che "La scuola è bistrattata e non è messa al centro del processo di recupero di queste persone che hanno una forte volontà di rimettersi in gioco, magari di riprendere passioni o interessi che sono stati accantonati come la musica per Ferdinando. La scuola andrebbe valorizzata. Spesso ci troviamo davanti a persone che vogliono fortemente cambiare".
Se già la vita in carcere è durissima e disumanizzante, si è aggiunta la pandemia a renderla ancora più complicata. Sono mesi che i detenuti non possono vedere e riabbracciare la propria famiglia e i propri congiunti. Questo per un'ordinanza che vieta i colloqui, una misura che vuole proteggere da una potenziale "bomba epidemiologica" da Covid chi è dentro i penitenziari ma che non è bastata.
Nel frattempo infatti il personale carcerario entra ed esce dalle case circondariali e nonostante le attenzioni a Rebibbia un focolaio ha colpito almeno 110 detenuti.
"La paura è molta, non tanto per i giovani quanto per tantissimi detenuti con patologie pregresse anche gravi che qui dentro non ci si dovrebbero proprio trovare" dice Ferdinando. La situazione è particolarmente allarmante anche perché sembra che le mascherine distribuite siano poche e pochi giorni fa è anche mancata l'acqua per un'intera giornata. Tutto questo rende ancora più difficile la missione di Mauro Pellegrini ma il caffè Galeotto tiene duro e si va avanti giorno per giorno.
La torrefazione può ospitare pochi dipendenti rispetto alla popolazione carceraria di Rebibbia che conta 1200 detenuti. Ferdinando è un esempio di come potrebbero trasformarsi tutti e 1200 se il carcere fosse veramente un luogo di recupero e di rieducazione come lo immagina Mauro Pellegrini e come lo avevano immaginato i padri della Costituzione italiana.
Sappiamo bene che purtroppo non è così e che il Diritto Penitenziario è fragile. Ferdinando e gli altri dipendenti della torrefazione hanno capito i loro errori e sono cambiati. Le istituzioni sono disposte a capire gli errori e a cambiare? Intanto che aspettiamo l'urgente riforma carceraria e la vaccinazione prioritaria in tutte le case circondariali italiane, bere il caffè Galeotto è il gesto minimo da fare per dire ai detenuti: io non vi dimentico.
di Katia Valente
ciociariaoggi.it, 12 febbraio 2021
Saranno loro, i detenuti, a collaborare ai fini del reinserimento sociale alla riparazione delle buche in città. Ieri, nel palazzo, l'incontro per dare il "la" alla fase operativa e dettagliare interventi e mezzi. Ma c'è anche un altro piano, squisitamente municipale, per le maggiori criticità. La novità? Una App dove i cassinati potranno segnalare marciapiedi rotti e lampioni spenti direttamente al settore manutenzione.
Ieri mattina nella sala Giunta c'erano il dottor Leandro Zapparato, responsabile traffico e viabilità di Autostrade e l'ingegner Luigi Iazzetta, capo della manutenzione della stessa società che hanno concordato un programma di interventi per l'eliminazione delle buche nelle strade, la sistemazione dei marciapiedi, la segnaletica orizzontale e verticale, la sistemazione dell'area esterna della casa circondariale ed altro. Per l'amministrazione di piazza De Gasperi era presente il sindaco, Enzo Salera, gli assessori Venturi e Carlino, il consigliere Terranova mentre ha partecipato anche il funzionario della manutenzione, Giuseppe Vecchio.
Non è stato altro che lo step operativo del protocollo d'intesa siglato nell'autunno scorso per la promozione di lavori di pubblica utilità dal direttore della casa circondariale San Domenico, dottor Francesco Cocco, dal direttore del VI Tronco della società autostrade, dottor Costantino Ivoi, e dal sindaco Enzo Salera. Un progetto per il quale ha la vorato molto anche l'assessore al personale Barbara Alifuoco. Si inizierà dal prossimo mese di marzo fino a ottobre, con due "puntate" settimanali. Verranno utilizzati giovani dell'associazione Ethica group, percettori del reddito di cittadinanza e i detenuti. Naturalmente dopo una adeguata formazione.
E sui detenuti, il sindaco ha precisato che "l'iniziativa ha una importante funzione sociale, utile alla collettività ma anche ai detenuti che parteciperanno a titolo volontaristico e gratuito". Gli interventi riguarderanno anche la pulizia di caditoie, la sistemazione di sedi stradali a basso scorrimento, il ripristino del decoro in spazi pubblici, la pulizia di aree imbrattate, il ritiro di segnali ammalorati o non conformi, la predisposizione di stalli per parcheggi, strisce pedonali ecc.
La società Autostrade metterà a disposizione personale specializzato con compiti formativi, mezzi (termo-container, rullo piccolo per interventi in città, una piccola fresa ecc.), materiale di provenienza dai propri impianti tradizionali. Ma c'è anche un programma municipale, indipendente rispetto al protocollo, a carico dell'ente e del settore manutenzione. Ma veniamo alla domanda cardine.
Sindaco, ma perché Cassino è una groviera?
"Non è una novità risponde Salera lo è sempre stata. La situazione di strade e marciapiedi di Cassino è talmente compromessa, dopo decenni di mancati interventi, che se volessimo rifarli completamente penso che non basterebbero 20 milioni di euro".
Allora torniamo a quello che si può fare...
"Interventi sulle situazioni più critiche. Attualmente, con tre mesi di pioggia, la situazione è peggiorata ma come Comune abbiamo messo in programma un intervento massiccio con il settore manutenzione. Ma dipenderà molto dal tempo, altrimenti sarà lavoro sprecato. Ci stiamo attrezzando per intervenire su situazione critiche, mirate. Lo faremo, lo faremo per davvero. È un piano nostro, indipendentemente da quello con autostrade e stiamo lavorando a un App dove i cittadini ci segnaleranno buche e lampioni spenti con la loro posizione. Sarà tutto inviato immediatamente dalla manutenzione per un pronto intervento".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 12 febbraio 2021
La decisione sulle domande delle parti civili presuppone l'esistenza di una formale condanna a eccezione di amnistia e prescrizione. Il proscioglimento impedisce di statuire sulle richieste delle parti civili. A tal fine deve, infatti, sempre sussistere una formale condanna per il reato commesso. E anche il giudice di secondo grado che prosciolga - per qualsiasi motivo - l'imputato non può confermare le statuizioni civili contenute nella condanna di primo grado.
Ciò vale anche nel caso venga accertata la ricorrenza della causa di non punibilità per tenuità del fatto. Unica eccezione a tale regola è quella dell'articolo 578 del Cpp che consente la decisione in merito alle domande delle parti civili quando scatti in secondo grado o in Cassazione il proscioglimento per l'intervenuta amnistia o prescrizione. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 5433/2021, ha annullato senza rinvio la sentenza di secondo grado, che aveva riconosciuto la causa di non punibilità, ma aveva confermato la condanna alla rifusione delle spese di giudizio alla parte civile costituita.
Ma come spiegano le sezioni Unite penali ampiamente citate dalla sentenza si tratta di statuizione illegittima anche quando la condanna di tenore civile è generica, come nel caso concreto. L'illegittimità deriva, appunto, dal proscioglimento: cioè dall'assenza di una formale condanna per il fatto-reato anche se questo è stato accertato. Unica eccezione prevista, che consente quindi il mantenimento delle decisioni civili, è quella del proscioglimento per amnistia o per prescrizione, come esplicitamente previsto dall'articolo 578 del Codice di procedura penale.
di Giuseppe Legato
La Stampa, 12 febbraio 2021
È la criminalità quasi pastorale ma che ha stretto rapporti con la politica e che si estende tra il Foggiano e il Barese, nella zona del Gargano. Stragi e omicidi si susseguono con una crudeltà inaudita.
Il magma. È la metafora utilizzata dalla Dna per raccontare in una decina di pagine della relazione annuale la "Quarta mafia", quella pugliese (diversa dalla Sacra Corona Unita), rinnegata fino a poco tempo fa "la cui gravità delle manifestazioni violente - scrivono i magistrati - era stata generata da faide pastorali". dalla sottovalutazione a una nuova consapevolezza il passo è stato breve. Probabilmente imposta dalla ferocia pubblica che l'organizzazione attiva nel Gargano e nella provincia di Bari, ha portato sulla scena - e sulle cronache nazionali degli ultimi anni con vere e proprie mattanze. "Questo ritardo cognitivo - si legge agli atti della disamina della Dna - ha costituito, purtroppo, un vantaggio per i sodalizi criminali che hanno potuto radicarsi, evolversi, espandersi, infiltrarsi nelle attività economiche e politico-amministrative". La Quarta Mafia non ha pentiti, non ha strutture verticistiche e si snoda su due versanti: quello di Bari e quello di Foggia.
A differenza di altre mafie - governate da una "cupola" e capaci, quanto meno nei momenti di criticità o per comuni interessi, di rispettare gerarchie interne ed esterne; di creare alleanze stabili; di seguire strategie concordate - la mafia pugliese "appare fatta di sostanza magmatica, mutevole e sempre incandescente: muta la composizione e la potenza dei sodalizi a causa di eventi contingenti quali affiliazioni, carcerazioni, crearsi e disfarsi di alleanze, scissioni interne o inglobamento di piccole realtà criminali locali o di fuoriusciti di altri clan con cicliche e imprevedibili esplosioni di sanguinose "guerre". È questa, per i magistrati della Dna "l'inevitabile conseguenza dell'assenza di un vertice aggregante, capace di imporre regole, di elaborare strategie, di dirimere contrasti, di creare solide alleanze e, soprattutto, di trasmettere un senso identitario".
Ne discende che "il senso degli affari e l'interesse personale sono gli unici motori per affiliarsi a un clan così come per fuoriuscirne; ed è sempre questo spiccato senso di opportunismo a condurre il fuoriuscito ad affiliarsi ad altro clan o a collaborare con la Giustizia". Ne discende che "ogni alterazione dei fragili e temporanei equilibri e, più in genere, qualsivoglia intralcio al più spregiudicato affarismo criminale viene sbrigativamente risolta con fatti omicidiari".
Non è un caso che - come ammette la stessa Dna - nell'ultimo anno, il capoluogo pugliese è stato funestato da numerosi fatti di sangue, sintomatici sicuramente di tensioni "le cui inquietanti modalità (agguati sotto casa, gambizzazioni, inseguimenti tra la folla in pieno giorno), unitamente a improvvise riorganizzazioni degli assetti gerarchici dei clan, sono sintomatici del dinamismo e dell'ingestibilità delle nuove leve, impazienti di scalare le gerarchie e disposte a tutto pur di ricoprire ruoli apicali".
La chiamano la "gomorra di cui nessuno parla". Perché ha ucciso innocenti, carabinieri e rivali senza guadagnarsi per molto tempo la ribalta mediatica e all'allarme dell'opinione pubblica. Lo ha fatto con una ferocia che richiama altre epoche di questo paese. Eppure "lo spaccato più drammatico della realtà malavitosa foggiano- garganica è la commistione tra affari criminali e politico-amministrativi". Ne nasce un mix di Dna potenzialmente micidiale per l'economia e la democrazia di interi territori. "Una mafia - scrive la Dna - che sa essere insieme rozza, ma anche affaristicamente moderna, capace di continuare ad uccidere vendicando torti subiti decenni addietro e di porsi come interlocutore e partner di politici e pubblici amministratori".
Allo scioglimento dei Comuni di Monte Sant'Angelo (2015) e Mattinata (2018) è seguito quello recentissimo, nell'ottobre 2019, dei Comuni di Cerignola e Manfredonia. "Il terreno su cui la mafia e la cosa pubblica si sono incontrate - si legge agli atti della relazione della Dna - è quello delle feste e incontri conviviali, delle inaugurazioni di esercizi commerciali, partite di calcio. L'opacità e l'ambigua disponibilità degli apparati amministrativi si è concretizzata in atti di assunzione per parenti di mafiosi, rilascio di certificazioni utili per partecipare a pubbliche gare e favori di ogni genere".
Il pericoloso abbraccio si innesta su "una certa "timidezza" - tra comunità civile e le istituzioni in un territorio - in cui l'assenza pressoché totale di collaboratori di giustizia dovrebbe essere sopperita dall' impegno della comunità civile a "vedere", denunciare, rifiutare le lusinghe di un welfare illegale". La risposta dello Stato con arresti e della società civile con marce per reclamare a gran voce legalità "non bastano". Serve "un processo di crescita culturale e di riscatto sociale nel quale la società civile - essenzialmente sana, ma sfiduciata - dovrà essere supportata da tutte le istituzioni e dalla percezione di uno Stato presente e vicino ai bisogni del territorio, primo tra tutti quello del lavoro".
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