di Paolo Lepri
Corriere della Sera, 13 febbraio 2021
Dalla fuga in gommone nel Mediterraneo per "poter vivere in sicurezza e con dignità" alla candidatura per entrare nel parlamento tedesco. La "rotta dei Balcani" ha come ultima tappa il Palazzo del Reichstag. Questa, almeno, è la speranza di Tareq Alaows, il primo rifugiato siriano che si propone di entrare nel Parlamento tedesco dall'ingresso per i deputati.
L'appuntamento è per il 26 settembre, il giorno in cui i cittadini dovranno decidere come andare avanti senza Angela Merkel, la donna che ha aperto la Germania, cinque anni fa, a tanti uomini e tante donne che hanno condiviso le sofferenze di questo trentunenne che oggi li vuole rappresentare. "Voglio essere la voce - dice - di tutti quelli come me e voglio lottare per una società equa e diversa".
Certo, non è detto che Alaows "ce la faccia", se vogliamo citare la famosa frase pronunciata nell'agosto 2015 dalla cancelliera. La sua intenzione è quella di correre con i Verdi nel collegio di Oberhausen. Perché proprio con loro? Lo ha spiegato a Deutsche Welle. "La crisi climatica - ha sostenuto - aggraverà ulteriormente la situazione delle popolazioni del Sud del mondo: questa è la ragione per cui una giusta politica nei confronti dell'ambiente deve avere al centro la questione delle migrazioni". Va anche aggiunto che circa il 15% di tutti i deputati dei Grünen ha radici nel mondo dell'emigrazione in Germania, quasi il doppio di quanto accade nel totale del Parlamento. In un Paese, non dimentichiamolo, dove circa un quarto degli abitanti ha origini straniere.
Molto critico (forse anche troppo) sulla gestione dell'accoglienza da parte del governo di Berlino, Tarek Aleows ha messo a frutto gli studi di giurisprudenza compiuti ad Aleppo per dedicarsi dopo il suo arrivo a Dortmund (avvenuto nel 2015, quando insieme a lui varcarono i confini della Germania un milione di migranti) alla tutela legale dei profughi che ne hanno bisogno. La sua è una di quelle storie personali che spesso vengono messe da parte, come se fossero normali: le proteste contro il sanguinario regime di Assad, l'impegno nelle organizzazioni di assistenza durante la guerra civile, la fuga in gommone nel Mediterraneo per "poter vivere in sicurezza e con dignità", la marcia attraverso terre spesso ostili. Il suo primo passaporto ha i timbri dell'inferno. Il secondo si augura di riceverlo in tempo per potersi candidare.
di Maria Brucale
Il Riformista, 12 febbraio 2021
In quasi trent'anni il "carcere duro" è diventato sempre più espressione di una esasperazione punitiva, che vuol silenziare la mente e le coscienze. Sono passati quasi trent'anni da quando la feroce uccisione dei Giudici Falcone e Borsellino portò una società stordita dalla violenza di quelle morti ad accettare una legislazione di emergenza che si annunciava già palesemente incostituzionale l'introduzione del regime "41bis", una carcerazione sostanzialmente sottratta alla tensione rieducativa della pena per chi fosse accusato di essere al vertice di un sodalizio mafioso.
di Giovanni Pitruzzella
Il Foglio, 12 febbraio 2021
La riforma della giustizia è da tanto tempo ritenuta condizione abilitante della crescita ma è stata anche un terreno di scontri partigiani. Perciò è bene che si cominci dalla giustizia civile, dove minori sono i conflitti ideologici e la cui funzionalità è indispensabile per garantire l'adempimento dei contratti e la tutela dei diritti economici, cioè il buon funzionamento dell'economia di mercato. Ma quale deve essere l'obiettivo della riforma? La risposta che campeggia nel dibattito pubblico consiste nella riduzione dei tempi della giustizia civile. Obiettivo sacrosanto visto che mediamente per avere una decisione definitiva ci vogliono circa quattro anni e che certi processi, specie quelli di grande rilevanza economica, durano molto di più. Ma concentrare l'attenzione su questo aspetto porta a tralasciare un altro aspetto non meno rilevante della questione giustizia, e cioè quello della "qualità" delle decisioni giudiziarie.
Aspetto che coinvolge due esigenze basilari dello Stato di diritto: la certezza e prevedibilità del diritto e la legittimazione degli organi giurisdizionali, ossia la loro indipendenza. Lo Stato di diritto richiede la sottoposizione sia dello Stato che dei privati alla legge, cioè a una regola di condotta che sia previamente fissata e conosciuta (e quindi che non sia retroattiva).
Il governo della legge garantisce insieme la libertà, perché la sfera di libertà dei privati non dipende dai capricci e dalle passioni di chi esercita i poteri pubblici, e il mercato, perché rende possibile il calcolo economico degli imprenditori.
Questi ultimi accettano il rischio legato all'incertezza degli esiti delle loro iniziative, ma non possono sottostare all'incertezza sulle conseguenze giuridiche del loro agire. L'economia di mercato, l'efficienza delle transazioni economiche, la possibilità di investire richiedono un quadro di regole preventivamente conosciute e la possibilità di ottenere una tutela effettiva dei diritti che ne derivano. Di contro, oggi in Italia gli operatori economici, quando si confrontano con le regole fiscali, con le regole ambientali o urbanistiche, con il diritto del lavoro, persino con il diritto penale, hanno l'impressione che il diritto sia divenuto "inconoscibile".
Per affrontare questo nodo bisogno risalire al modo come viene prodotto il diritto nelle liberal-democrazie. In esse coesitono due circuiti: il circuito della politica, basato sulla legittimazione democratica proveniente dalle elezioni e dai partiti, e il circuito della giurisdizione, fondato sulla competenza tecnica e l'indipendenza dei giudici. Il primo produce la legge e le altre fonti del diritto, il secondo applica le norme al caso concreto. Il diritto e la sua certezza dipendono dal modo in cui interagiscono i due circuiti. Se le disposizioni legislative si accavallano senza un disegno e sono scritte in maniera incomprensibile, è difficile avere certezza del diritto.
Quindi la riforma della giustizia deve andare di pari passo con la razionalizzazione delle fonti del diritto. Poi però ci sono i giudici, che sono molto lontani dalla stilizzazione proto-liberale di "bocca della legge", perché l'interpretazione è un'attività creativa. La discrezionalità del giudice è ineliminabile ed è anche necessaria per adeguare il diritto legale al caso e alle rapide trasformazioni sociali ed economiche che il legislatore non poteva prevedere.
Come ha scritto Aharon Barak, "la domanda fondamentale non è se debba esistere la discrezionalità, ma: dove una società democratica che sia retta dal diritto debba porre i limiti appropriati alla discrezionalità". Limiti che non possono consistere nei gusti e nelle tendenze politiche del singolo ma in standard oggettivi, tratti dalla Costituzione e dal diritto europeo con l'accento che essi pongono sulla libertà del singolo e delle formazioni sociali, sulla ragionevolezza e la proporzionalità, sul giusto processo.
Limiti che per funzionare postulano un contesto istituzionale che garantisca la piena indipendenza dei giudici e che perciò affidi la loro selezione per gli incarichi più importanti esclusivamente alla competenza tecnica. Approfittando del clima di pacificazione nazionale, su questi temi sarebbe utile avviare riflessioni e confronti costruttivi tra tutti gli attori coinvolti.
di Errico Novi
Il Dubbio, 12 febbraio 2021
L'umanità della pena è tra i suoi pilastri, e nella futura alleanza di governo può essere l'unico ponte fra garantisti e giustizialisti. Aleggia un serio rischio sulla giustizia. Una dicotomia paradossale. Ci sarà la riforma del processo civile improvvisamente messa sui binari dell'alta velocità: ora giace semi inerte al Senato, per le incertezze della vecchia maggioranza, con Draghi premier viaggerà spedita verso l'approdo sollecitato dall'Ue.
di Franco Corleone
Il Riformista, 12 febbraio 2021
La crisi della politica e della cultura, binomio inscindibile, è precipitata in un burrone terrificante e terrorizzante. Questo scenario desolante ha spinto il presidente Mattarella a chiedere al prof. Mario Draghi, la personalità più autorevole in campo, di formare un governo di alto profilo e quindi con la presenza di personalità di valore indiscusso e indiscutibile. La discussione si sta avviluppando sulla natura del governo, politico o tecnico, rendendo ancora più plastica la povertà concettuale dei contendenti. Il compito di Draghi non è facile, ma forse avendo presente l'esempio di Ciampi la soluzione non è impossibile.
Mi piace ricordare un dialogo che ebbi con Pietro Bucalossi, fondatore dell'Istituto dei Tumori e sindaco di Milano che mi disse che non avrebbe mai accettato di fare il ministro della Sanità per molte ragioni. Così lui medico divenne un eccezionale ministro del Lavori pubblici e ancora si parla della legge Bucalossi sulle concessioni edilizie e il diritto di edificazione come un modello. In seguito fu presidente della commissione Giustizia alla Camera dei deputati e fu determinante per l'approvazione del diritto di famiglia. È la dimostrazione che il tratto determinante risiede nella capacità di capire i nodi delle questioni e di decidere. Ogni decisione è inevitabilmente politica e se una persona è per esperienza abile a sciogliere i nodi lo può fare forse meglio in un campo dove non è condizionato da interessi corporativi o da pregiudizi.
Una questione dirimente oggi è condizione della giustizia, penale e civile, e la situazione delle carceri e delle leggi criminogene che alimentano il sovraffollamento. Cominciano a circolare nomi per il ministero delle Giustizia e si fa anche quello di Paola Severino che ha già ricoperto tale funzione nel governo Monti.
A futura memoria riporto integralmente quanto avevo scritto nell'Introduzione del volume "Volti e maschere della pena", curato con il costituzionalista Andrea Pugiotto e pubblicato nel 2013 dalle edizioni Ediesse per la collana della Società della Ragione. "In occasione della discussione al Senato sulla legge anticorruzione, in sede di replica il Guardasigilli Severino (ministro della Repubblica nata dalla Resistenza, come si diceva un tempo) non ha avuto remore nell'elogiare il codice penale vigente e il suo autore, Alfredo Rocco: "[ne] sono personalmente orgogliosa, perché è stato redatto da chi, essendo un tecnico e vivendo in un periodo estremamente negativo nella sua significatività, ha saputo mantenere la barra del timone dritta e costruire un codice valido tecnicamente, tant'è che ancora oggi, a decenni di distanza, è in vigore".
Alfredo Rocco fu certamente un insigne giurista. Ma è stato anche un politico, direttore della rivista intitolata proprio Politica, esponente del movimento nazionalista prima di aderire al fascismo, di cui divenne uno dei più influenti esponenti. Il codice penale che porta il suo nome ha posto le fondamenta giuridiche su cui edificare lo Stato etico e la dittatura: basterebbe la lettura della biografia di Benito Mussolini, scritta da Renzo de Felice, per comprenderne il ruolo nel Regime. Oppure rileggere le parole di Piero Gobetti, che nel suo libro "Rivoluzione Liberale" dipinge Alfredo Rocco come un "candido giurista inesperto di storia" e lo irride come teorico del sindacalismo nazionalista: "I sindacati di Rocco sono un'invenzione di carattere professionale, sono un semenzaio dei nuovi clienti".
Ancora più grave è che un ministro della Giustizia dimentichi (o ignori) che proprio ad Alfredo Rocco si deve il regolamento carcerario del 1931, che tracciò l'impronta teorica sulla funzione della pena propria del fascismo, e in cui abbandonava le raffinatezze dello studioso per assumere le vesti del crudele torturatore.
Sarebbe davvero paradossale che a novanta anni dall'entrata in vigore del Codice Rocco, invece di mettere nell'agenda della politica l'approvazione di un nuovo codice, utilizzando i lavori delle tante Commissioni che hanno negli anni prodotto testi riformatori (Pagliaro, Grosso, Nordio, Pisapia) si insediasse in via Arenula una tifosa dell'ideologo dello stato totalitario.
Per fortuna nella scelta dei ministri il ruolo del presidente della Repubblica è decisivo come indica la Costituzione e quindi Mattarella fornirà tutti gli elementi per una scelta saggia. D'altronde i nomi di garantisti, uomini e donne, sono ben presenti e in campo.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 12 febbraio 2021
Il tema è da affrontare perché la fiducia dei cittadini nella legge e nello Stato di diritto è ai minimi termini. Una delle questioni che probabilmente verranno tra le prime nell'agenda del nuovo governo sarà quella della giustizia.
Dalla sua soluzione dipendono infatti molte cose certamente importanti - la rapidità nell'attribuzione degli appalti nonché dell'esecuzione dei lavori pubblici, la ripresa degli investimenti stranieri, la durata dei processi in virtù della regolamentazione dell'istituto della prescrizione - ma una più importante di tutte: la fiducia dei cittadini nella legge e nello Stato di diritto.
di Oriana Mariotti
interris.it, 12 febbraio 2021
Sulla situazione delle carceri italiane durante la pandemia da Covid-19, intervista di Interris.it a Rita Bernardini, politica italiana, membro del Consiglio Generale del Partito Radicale ed ex deputata, che con l'iniziativa non violenta "Memento" chiede un modello di riforma della Giustizia democraticamente scelto dai cittadini.
di Errico Novi
Il Dubbio, 12 febbraio 2021
Ci sono due frasi che possono fare la differenza sulla giustizia. Una è di Rita Bernardini. Ieri la dirigente radicale, in un'intervista al Dubbio, ha detto di essersi "commossa" quando ha scorso l'appello rivoltole da decine di parlamentari affinché interrompesse lo sciopero della fame. Soprattutto quando ha letto il nome del primo firmatario: Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia e, soprattutto deputato del Movimento 5 Stelle. Trovarlo dalla parte di chi, come Bernardini, si batte per riportare la dignità nelle carceri anche con misure che ne deflazionino gli ingressi, è in effetti sorprendente.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 12 febbraio 2021
Difficile mettere d'accordo Fi e M5s su una riforma. Verso un'ordinaria amministrazione di "alto livello". E se alla fine sul tema cruciale della Giustizia il nascente governo Draghi dovesse rifugiarsi nell'unica riforma in grado di non scontentare nessuno, ovvero nessuna riforma? È questo l'interrogativo che nelle ultime ore sta prendendo piede tra gli addetti ai lavori, man mano che il cammino dell'esecutivo tecnico dell'ex governatore di Bankitalia sembra avviarsi al successo.
È vero che la linea del "non fare" appare difficilmente compatibile con il profilo di Draghi. Ma è altrettanto sicuro che per il neopremier riuscire a convogliare su un progetto comune le molte anime della sua maggioranza appare impossibile: perché su nessun tema le linee dei partiti pronti a votare la fiducia divergono quanto sul tema della giustizia.
Draghi lo sa, e sa anche che proprio sul tema della giustizia si sono inabissati una sfilza di governi. Così potrebbe convincersi che l'unica strada sia lasciare al suo governo la gestione dell'ordinaria amministrazione: una routine di alto profilo, soprattutto se al ministero dovesse approdare Marta Cartabia; e comunque un compito arduo, perché il disastro è tale che anche garantire il decoroso funzionamento di tutti i tribunali grandi e piccoli del Paese sarebbe un successo epocale. Ma che lascerebbe irrisolto il tema delle riforme strutturali senza le quali la giustizia continuerà a essere una palla al piede della modernizzazione del Paese. Sul fonte del processo civile, che sta particolarmente a cuore a Draghi, quanto nel settore penale.
La linea che il presidente incaricato starebbe elaborando non rinnega la necessità di queste riforme, ma ne lascia la responsabilità al Parlamento. Sarà lì che le forze politiche dovranno trovare l'intesa intorno a interventi in grado di rimettere in sesto il settore. E se non ci riusciranno saranno loro a prendersene le responsabilità.
Se apparentemente questa strategia non fa una piega, in concreto rischia di avere conseguenze spiacevoli. Prima che si possa formare alle Camere una maggioranza su progetti di intervento radicale sulla giustizia rischia infatti di passare del tempo. E nel frattempo si manifesteranno in tutta la loro gravità le conseguenze della "riforma Bonafede" della prescrizione, la misura-simbolo che il ministro uscente ha imposto ai suoi alleati (prima la Lega, poi il Pd) e che è entrata in vigore nonostante le critiche esplicite di tutti i costituzionalisti italiani.
La riforma è in vigore, e tutti i reati commessi dall'inizio di quest'anno sono destinati a non prescriversi praticamente mai. Per scongiurare questo scenario, sono state avanzate due proposte: il "lodo Annibali", dal nome della senatrice di Italia viva che lo ha avanzato, che prevede il rinvio per un anno della riforma Bonafede e il "lodo Conte" (da Federico Conte, di Leu) che ne attutisce gli effetti, con un sistema complicato che distingue tra assoluzioni e condanne. Il Pd l'anno scorso per non litigare con i grillini ha fatto affossare il "lodo Annibali".
Italia viva ha reagito minacciando di votare la proposta d Forza Italia che cancellerebbe la riforma di Bonafede. In questo caos (e con i grillini arroccati a difesa del loro successo) difficile ipotizzare che qualcosa si sblocchi. Più facile che sia la Corte costituzionale, già investita da più ricorsi, a rimettere le cose a posto.
A rasserenare il clima non contribuisce certo l'impatto sul mondo giudiziario del "caso Palamara". Nei giorni scorsi la commissione Antimafia ha deciso di convocare l'ex pm per analizzare le sue accuse: ieri il presidente dell'Antimafia, il grillino Nicola Morra apprende di essere indagato a Cosenza per le frasi (indifendibili) dedicate alla defunta governatrice Jole Santelli. "Sarà certamente un caso", commenta amaro Morra.
di Giacomo Losi
Il Dubbio, 12 febbraio 2021
È iniziato ieri pomeriggio il corso organizzato dal Consiglio nazionale forense, indirizzato ad avvocate e avvocati a cui saranno riconosciuti 18 crediti formativi, sull'inclusività delle persone Lgbti che sono a rischio di discriminazione per motivi di orientamento sessuale, identità di genere e razziali nella società e nelle relazioni professionali.
Il progetto formativo, al quale si sono iscritti oltre 500 legali, si articola in nove lezioni per un totale di venti ore di formazione sulle pratiche di inclusione a favore dei soggetti a rischio di discriminazione, modulate in tre mesi, fino al 29 aprile. La prima lezione è stata introdotta dalla presidente facente funzioni del Cnf Maria Masi, a cui sono seguiti una "lectio magistralis" del presidente emerito del Cnf Guido Alpa e un dibattito sul ruolo dell'avvocatura nella difesa dei diritti fondamentali con il consigliere nazionale Francesco Caia, coordinatore della commissione Diritti umani, Stefania Stefanelli, professoressa associata dell'università di Perugia, Vincenzo Miri, presidente di Avvocatura per i diritti Lgbti Rete Lenford e Hilarry Sedu, consigliere dell'Ordine degli avvocati di Napoli.
"Il corso del Cnf - afferma la presidente Masi - è la prima esperienza di attività integrata, per le pari opportunità, nell'accezione più ampia e in questo caso con riferimento ai diritti umani. Come avvocati reputiamo fondamentale apportare il nostro contributo al tema dell'inclusione e della diversità attraverso non solo la difesa dei diritti ma anche con la promozione degli stessi nella società e nelle relazioni professionali.
Il tema dell'inclusione è da considerarsi, soprattutto oggi, in cui il rischio di affievolimento dei diritti soggettivi è maggiore, un imperativo categorico nell'assolvimento della funzione sociale della avvocatura. Le notizie di cronaca anche recente, purtroppo, - conclude la presidente del Cnf - rinviano a fatti ed avvenimenti non solo non giustificabili nell'ambito della comunità sul piano etico ma gravemente lesivi della dignità umana".
Il tema è poi stato ripreso dal consigliere Francesco Caia - da sempre attentissimo ai temi dei diritti umani - che ha inserito l'iniziativa all'interno di una lunga battaglia del Cnf: "Questo corso - ha infatti spiegato Caia - non poteva che iniziare sul tema dei diritti fondamentali e il ruolo dell'avvocatura. Un ruolo che deve essere valorizzato ed evidenziato, soprattutto ora. Il Cnf da sempre è impegnato nella difesa dei diritti fondamentali. Un tema centrale al livello anche europeo e noi avvocati siamo i difensori naturali dei diritti".
Anche il presidente emerito del Cnf Guido Alpa ha iniziato la sua lectio magistralis sottolineando la continuità dell'impegno, da parte della massima istituzione forense, sul tema dei diritti umani. "Già nel 2010 ha ricordato - il Cnf promosse iniziative che muovevano dai diritti della donna e dei migranti e altre vicende che riguardavano la storia della nostra professione, la storia del Cnf e quelle degli Ordini locali. Mi riferisco alle iniziative assunte nel periodo delle discriminazioni razziali e alla consapevolezza, da parte del Cnf, che quell'epoca storica era costata a molti avvocati la possibilità di esercitare la professione, a volte le libertà e, talvolta, la vita stessa".
"Ecco - ha spiegato Alpa - il Cnf ha preso contatti con le comunità israelitiche, e grazie al lavoro della memoria ha riabilitato tutti coloro che erano stati danneggiati per ridare loro la dignità perduta. E mi piace ricordare - ha continuato Alpa - che l'Ordine di Rovereto per primo ha deliberato di riammettere all'albo un avvocato ebreo che ne era stato cancellato".
"Quando si pone il problema della tutela dei diritti fondamentali legati al ruolo dell'avvocato, nascono problemi di carattere lessicale", ha spiegato Alpa. "Così dobbiamo procedere con delle convenzioni linguistiche per definire esattamente l'area dei diritti di cui parliamo, e che sono oggetto della tutela. Perché dal punto di vista sostanziale queste posizioni soggettive che riguardano la persona possono essere definite in diversi modi. Possono essere qualificate come diritti umani, come diritti fondamentali e come diritti costituzionalmente garantiti.
Divergono invece dal punto di vista processuale, ed è molto importante per l'avvocato che si pone il problema di difendere questi diritti. E a proposito della difesa di questi diritti, si parla di una difesa multilivello perché a seconda della loro qualificazione cambiano le loro forme di tutela e cambia la competenza del giudice che deve pronunciarsi. Tutte le volte che parliamo di diritti fondamentali e umani, se partiamo da una prospettiva processuale, dobbiamo distinguere le diverse categorie e le competenze del giudice".
Poi il lungo e approfondito excursus storico: "I diritti umani hanno una storia secolare: nella Dichiarazione di diritti della Rivoluzione francese si parlava di diritti dell'uomo e del cittadino, e nell'ambito dei diritti dell'uomo si individuavano soprattutto le libertà e la proprietà. Così è avvenuto nelle Costituzioni moderne che collocavano al loro interno o in epigrafe o nel corpo del testo una sorta di elenco dei diritti e delle libertà fondamentali riconosciuti all'uomo in quanto tale.
In altre esperienze abbiamo, per esempio in Germania, la costituzione di Weimar che nel 1919 ha inserito i diritti umani all'interno della Costituzione nelle disposizioni successive, quelle che dipingevano l'organizzazione dello Stato. Le nuove Costituzioni, quelle del secondo dopoguerra, si aprono con le libertà fondamentali.
Mi riferisco alle Costituzioni italiana, tedesca, a quella portoghese e spagnola che sono le più recenti. Nell'ambito di questa categoria ci sono anche le libertà economiche, e tra libertà fondamentali c'è il diritto al lavoro, la tutela delle professioni e la libertà di impresa. E poi tutti quei diritti sociali che riguardano i rapporti di lavoro, i diritti previdenziali e quelle forme di cooperazione e sostegno che lo Stato dà all'individuo in base al principio di solidarietà", ha ricordato ancora il professor Alpa.
"Quando si parla di diritti umani e diritti fondamentali, ci si preoccupa anche della lotta alla discriminazione, tanto è vero che in alcuni testi più recenti - per esempio la Convenzione europea dei diritti umani del 50 - contengono un articolo intitolato "Divieto di discriminazioni", in cui si indicano le ragioni per cui le persone socialmente deboli per religione, orientamento sessuale o per le loro idee possono essere oggetto di discriminazione, quindi di attività che ledono i loro diritti. A questo proposito si parla di minoranze: cioè di gruppi con particolari caratteristiche che appaiono disomogenee rispetto alla maggioranza e dalla maggioranza sono vessati.
Dobbiamo quindi considerare questi diritti non solo come diritti individuali ma come diritti vantati da gruppi, e tutto ciò comporta un bilanciamento dei diritti. Nella nostra tradizione costituzionale questi valori sono tra loro posti in correlazione e tra loro bilanciati. In altri termini il principio di uguaglianza viene osservato dal punto di vista formale e sostanziale: vi possono essere trattamenti differenziati ma sempre che siano giustificati da ragioni particolari e sulla base di questo bilanciamento".
"L'unica Costituzione che non accetta il bilanciamento degli interessi è quella tedesca - ha spiegato Alpa - perché la dignità umana, diritto fondante di tutti diritti della persona, non è bilanciabile con altri, non è negoziabile né deve essere posto in correlazione con altri diritti. È un diritto assoluto e immodificabile e irrinunciabile; la dignità umana nella Carta costituzionale tedesca è il diritto cardine che non può essere limitato o contenuto rispetto ad altri diritti. Nella nostra tradizione la dignità è considerata bilanciabile con gli altri diritti fondamentali".
"Non dobbiamo pensare, e questo è un insegnamento che mi ha lasciato il mio maestro Stefano Rodotà del quale vorrei consigliare a tutti il suo libro straordinariamente coraggioso "Il Diritto di avere diritti", ecco, dicevo, non dobbiamo pensare che una volta che i diritti siano scritti e riconosciuti non richiedano più un'attività di difesa. Si tratta di diritti che si devono riconquistare giorno per giorno perché la struttura sociale, gli orientamenti politici che cambiano possono mettere in gioco e farli retrocedere in un cono di penombra e di minore protezione.
Pensiamo al discorso d'odio, all'hate speech, una forma di manifestazione della discriminazione attraverso i mass media e i social media. E qui gli avvocati avrebbero molto da fare, perché sui media e sui social si susseguono migliaia di documenti anche falsi e questo fenomeno dà la misura della tutela dei diritti di una società in un determinato contesto storico.
Ci siamo chiesti se possiamo intervenire per contenere i fenomeni di discriminazione razziali o che emarginano chi ha un diverso orientamento politico, religioso e sessuale. E la risposta è diversa a seconda dei diversi ordinamenti.
Nel nostro la difesa è garantita perché sono diritti costituzionalmente garantiti. Ma in altri ordinamenti, penso a quello americano, la libertà di espressione prevale e quindi la tendenza è quella di consentire la circolazione di queste fake news", ha chiuso il professo Alpa.
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