salernotoday.it, 11 febbraio 2021
"Siamo stati fortunati ma anche bravi nella gestione - dice Rita Romano. Ci sono stati tre detenuti contagiati. Il personale, invece, ha pagato dazio. Anche io ho fatto i miei due mesi di calvario ma sono riuscita per fortuna a scongiurare il ricorso alla terapia intensiva".
"Percorsi differenziati, isolamento a scopo prudenziale per chi è sospettato di Covid, poi lo smistamento nei singoli reparti".
Rita Romano, direttrice della casa circondariale di Fuorni, ha incontrato stamattina i giornalisti, in occasione della consegna dei pacchi alimentari riservati ai detenuti poveri. Negli ultimi giorni, il Allarme Covid nelle carceri campane: tre detenuti contagiati a Salerno garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello, e il segretario provinciale dell'Udc, Mario Polichetti, hanno chiesto screening ogni 20 giorni e maggiore presenza di medici.
"Situazione sotto controllo", ha ribadito ieri la direttrice. "Salerno si può definire un'isola felice per quanto riguarda la gestione del Covid. Siamo stati fortunati ma anche bravi nella gestione - dice Rita Romano. Ci sono stati tre detenuti contagiati. Il personale, invece, ha pagato dazio. Anche io ho fatto i miei due mesi di calvario ma sono riuscita per fortuna a scongiurare il ricorso alla terapia intensiva.
L'organizzazione interna ci ha posto al riparo dei contagi: abbiamo creato percorsi per i detenuti che provengono dalla libertà e per i nuovi arrivati, provenienti da altri istituti. Svolgono, infatti, un percorso di isolamento fiduciario per quindici giorni e al decimo giorno effettuano il tampone, prima di essere smistati nelle sezioni di destinazione. In un'altra sezione collochiamo i detenuti che presentano situazioni di sospetto contagio. In questo momento è giunto un detenuto positivo al Coronavirus".
di Astolfo Di Amato
Il Riformista, 11 febbraio 2021
Uno dei capisaldi dell'economia capitalistica è costituito dalla attribuzione di un diritto di esclusiva sulle invenzioni. Il ragionamento alla base è semplice e, per certi versi, semplicistico: la messa a punto di nuovi prodotti destinati ad aumentare il benessere degli individui richiede un impegno costante ed investimenti, che non vi sarebbero se agli stessi, nel caso di successo, non fosse riconosciuta una adeguata remunerazione.
Questa è assicurata attraverso l'attribuzione di un diritto di brevetto, idoneo a conferire sia il diritto morale ad essere riconosciuto autore dell'invenzione e sia il diritto patrimoniale a sfruttare la stessa in sede produttiva e commerciale.
Si tratta di principi che permeano il sistema costituito dall'Organizzazione mondiale del commercio (Wto): qualsiasi paese che voglia entrare a farne parte deve, come condizione essenziale e preliminare, adattare ad essi la propria legislazione interna. Inutile dire che si tratta di un sistema idoneo a determinare una sudditanza del sud del mondo ai paesi più sviluppati, pari a quella conseguente alle catene imposte durante il periodo coloniale.
Sono vincoli impalpabili, perché immateriali, ma che hanno conseguenze materiali pesantissime: attraverso di essi sono spostate ricchezze enormi, sono introdotti limiti allo sviluppo, sono condizionati gli equilibri economico-finanziari e, perciò, anche quelli politici dei paesi sottosviluppati. Se a tutto questo si aggiunge che il sistema descritto riguarda anche i farmaci, occorre registrare che esso è capace di determinare enormi disparità nella popolazione mondiale in ordine ad un tema delicatissimo quale quello della salute.
L'argomento era già emerso, in tutta la sua drammaticità, con riferimento alla lotta all'Aids. Oggi torna di prepotente attualità rispetto ai vaccini Covid19. La distribuzione di questi vaccini, sviluppati esclusivamente nei paesi più evoluti, sta dando luogo ad una duplice disparità, così accentuando le disuguaglianze. Da un lato, la vaccinazione procede a ritmi apprezzabili nei paesi occidentali, cui si è aggiunta l'Arabia Saudita, mentre è pressoché ferma nei paesi più poveri. Dall'altro, si è innescato un mercato dei vaccini con prezzi differenziati a seconda dell'acquirente. Alcune delle grandi imprese farmaceutiche praticano prezzi diversi: contenuti se si tratta di un paese occidentale, la cui pubblica opinione può influenzare le condizioni della loro esistenza, maggiorati se si tratta di paesi, come quelli africani, irrilevanti sotto questo aspetto.
Così, la distribuzione del vaccino nel mondo avviene non sulla base di criteri medici, di utilità collettiva, ma sulla base di criteri legati al Pil. E coloro che si sono fatti sentire dopo l'incauta affermazione in questo senso di Letizia Moratti, tacciono di fronte ai criteri che stanno guidando la distribuzione a livello planetario.
A questa prima considerazione se ne aggiunge un'altra: la pandemia da Covid19 è idonea a favorire il conseguimento di profitti stellari. Ad esempio, alcuni calcoli indicano che l'americana Pfizer, che ha prodotto il vaccino insieme alla tedesca Biontech, a fronte di costi per circa due miliardi di dollari avrà ricavi per circa 15 miliardi di dollari! Le leggi del mercato, perciò, in presenza di una pandemia continuano ad avere inesorabile applicazione.
Ma è bene ricordare che non sono leggi naturali, bensì leggi umane, che, come tali, sono contingenti e dipendono dalla volontà degli uomini. Non possono, perciò, essere considerate un inappellabile dato di fatto. Anzi, di fronte ad una emergenza sanitaria che sta producendo milioni di morti ed una emergenza economica e sociale senza precedenti nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, diventa necessario chiedersi se quelle regole vadano mantenute. Al riguardo occorre sfatare una falsa premessa.
Non è affatto vero che le invenzioni che hanno rivoluzionato la vita dell'umanità siano necessariamente passate attraverso i diritti di brevetto. Senza ricordare quel passaggio fondamentale che è stato nella preistoria l'introduzione della ruota, più di recente internet non è il frutto di una evoluzione determinata dalla logica del profitto.
A questo si deve aggiungere che tutta la ricerca di base è portata avanti dalle strutture pubbliche in tutti i paesi del mondo. Tanto per fare un esempio, pertinente con il Covid19, la ricerca sugli anticorpi monoclonali vede il genetista Giuseppe Novelli, già rettore dell'Università di Tor Vergata, uno dei protagonisti a livello mondiale in questo settore. E si tratta di ricerca svolta nell'ambito delle strutture pubbliche.
Sotto altro profilo, poi, la pandemia da Covid19 ha offerto una ulteriore conferma che problemi del genere sono globali e non possono trovare soluzione nel rafforzamento dei confini nazionali. Il nazionalismo vaccinale non promette risultati duraturi. Si è osservato, difatti, che far evolvere il virus in alcuni bacini abbandonati a sé stessi significa creare le condizioni affinché vi sia una moltiplicazione delle varianti, con conseguenze negative, ed anche molto negative, sulla efficacia dei vaccini esistenti. L'effetto è quello di far perdere l'immunità anche a quei paesi che, chiusisi nelle loro frontiere, siano riuscite ad eseguire la vaccinazione di massa.
Gli accordi internazionali prevedono che, in casi come questo, operi un meccanismo di solidarietà denominato Covax e che si possa ricorrere a licenze obbligatorie. Il primo strumento, destinato a fornire vaccini gratis ai paesi più poveri, è, tuttavia, insufficiente quando si debba improvvisamente vaccinare una intera popolazione. Anche il secondo strumento è insufficiente, ove si consideri che la produzione di questi vaccini richiede il possesso di una tecnologia evoluta, che i paesi meno sviluppati non hanno. Ed allora occorre chiedersi se la soluzione non vada ricercata in quelli che sono in generale i principi della legislazione in materia monopolistica.
Laddove il monopolio sia inevitabile, al monopolista è imposto di far accedere tutti ed allo stesso prezzo alle sue prestazioni. La congruità del prezzo è controllata dalla mano pubblica, per evitare ingiusti approfittamenti. In questo caso il potere potrebbe essere attribuito, considerata la dimensione globale della questione, all'Organizzazione mondiale della sanità.
di Sandro Barberis
La Provincia Pavese, 11 febbraio 2021
Carcere, sale a 103 la conta dei detenuti Covid positivo. "Dall'8 gennaio ad oggi - conferma Davide Pisapia, direttore del carcere di Vigevano - abbiamo registrato 103 positività: i detenuti positivi non sono a Vigevano ma sono stati trasferiti nelle strutture hub del milanese indicate da Regione Lombardia, come il carcere di San Vittore e quello di Bollate".
Il focolaio all'interno del penitenziario dei Piccolini era esploso appunto lo scorso 8 gennaio, quando venne somministrato un tampone rapido ad un detenuto sintomatico. Risultato positivo, il direttore comprò subito altri test rapidi identificando quindi tutti i casi sospetti, che un mese fa erano 17. "Molti dei detenuti trasferiti ad inizio gennaio - conclude Pisapia - sono già tornati a Vigevano".
"Quello di Vigevano - dice Aldo Di Giacomo, segretario generale del sindacato polizia penitenziaria - sembra essere uno dei cluster più importanti registrati durante l'intero periodo di Covid. Bisogna evitare che situazioni come quella di Vigevano possa ripetersi in altri istituti di pena, iniziando quanto prima il piano di vaccinazioni per i poliziotti penitenziari e i detenuti dando priorità ai detenuti ultra ottantenni e con patologie severe".
Il grande problema, se così lo si può definire, è che nel penitenziario dei Piccolini non ci sono spazi per aree o celle di isolamento, misura indispensabile in caso appunto di positività al Coronavirus. "Occorre evitare il più possibile i contatti dei detenuti con il mondo esterno - conclude Di Giacomo - garantendo ai poliziotti l'utilizzo di tutti i presidi che servono per evitare il diffondersi del virus nelle carceri".
di Arturo Di Corinto
Il Manifesto, 11 febbraio 2021
Con la scusa della comunicazione senza limiti Big Tech sorveglia i comportamenti individuali e orienta quelli collettivi. Ma se il dibattito pubblico sul valore di app, social e web è ancora nella sua infanzia, le cose potrebbero cambiare. Il 9 febbraio si è celebrata la giornata mondiale dedicata alla sensibilizzazione dell'uso sicuro e responsabile di Internet da parte dei minori, il Safer Internet Day.
Le aziende di cybersecurity hanno fatto a gara a inviare comunicati densi di consigli, ma la riposta dei media è stata per lo più modesta. Radio, tv e giornali non hanno abbastanza esperti, fondi, e spazio per parlarne, ma è anche il riflesso di una forte resistenza cognitiva a valutare gli aspetti negativi dell'uso delle piattaforme Web, delle app di messaggistica e dei social media.
A squarciare il velo d'ipocrisia della comunicazione "social" ci ha pensato il nostro Garante privacy quando ha chiesto e ottenuto dall'app di video-sharing TikTok di vigilare sull'accesso dei minori alla piattaforma perché i suoi utenti non sempre hanno la maturità necessaria per valutarne i rischi.
Ma non esiste solo TikTok. I giovani usano le chat dei videogame e la maggior parte di loro usa Discord e Snapchat, lasciando Facebook, Twitter e LinkedIn agli adulti. E Facebook, nonostante la pessima reputazione dopo lo scandalo di Cambridge Analytica, secondo il Digital Forensic Lab del Consiglio Atlantico, continua a ospitare spie, mestatori e bufalari: e a raccogliere dati sui nostri comportamenti in rete, anche attraverso le sue controllate come WhatsApp. Twitter combatte ogni giorno con terrapiattisti, Qscemi e novax ma le starlette della politica-spettacolo l'hanno eletto a luogo di baruffe quotidiane, mentre LinkedIn analizza la rete di relazioni che costruisci per offrirti anche lavori non pagati.
Che esempio stiamo dando ai nostri figli? Complice la retorica della comunicazione di tutti verso tutti, la paura di essere tagliati fuori dal discorso pubblico, la disperata ricerca di relazioni, i primi difensori di questo web tossico sono proprio gli adulti che aspirano a un barlume di notorietà, che giustificano la loro presenza con motivi di business e che, con la loro ignoranza della grammatica della sicurezza, aprono le porte all'hate speech, ai cyberbulli, a stalker e hacker criminali. Invece di insegnare il valore della libertà di espressione che Internet promuove, la rovesciano nel suo contrario, silenziando le voci più gentili e gli utenti più fragili dati in pasto a haters e scansafatiche.
Dietro questi comportamenti c'è una resistenza psicologica a volere rendere le piattaforme digitali responsabili degli algoritmi che premiano il conflitto in rete, la distribuzione di fake news, la profilazione dei comportamenti a fini commerciali, ma soprattutto c'è la stolida sottovalutazione del valore della propria privacy. Ce l'hanno dimostrato in questi giorni gli adulti che si sono catapultati dentro ClubHouse, il social audio dove si entra per invito per chiacchierate da twittare al proprio "pubblico", come fosse una notizia. Clubhouse con la sua privacy policy all'acqua di rose sarà il nuovo incubo dei Garanti Privacy, quando se ne accorgeranno.
Per questo è da accogliere con sollievo la decisione del Garante per le comunicazioni, Agcom, che ha avviato una mappatura di tutti i servizi attualmente offerti sulle piattaforme online facendone emergere, accanto ai vantaggi individuali e collettivi, anche i rischi e le problematiche: dai comportamenti illeciti che mettono in pericolo le piccole e medie imprese, all'hate speech e più in generale alle violazioni dei diritti fondamentali "capaci di compromettere l'integrità dei processi democratici, l'autonomia decisionale degli individui, la tenuta del tessuto sociale, il pluralismo informativo e la tutela dei minori".
di Maria Serena Natale
Corriere della Sera, 11 febbraio 2021
I governi nazionalisti stringono la presa da Varsavia a Budapest, dove da anni il pluralismo dell'informazione è sotto scacco. Durante la Guerra fredda a nessuno sfuggiva la potenza di fuoco delle onde corte e le voci dell'Occidente libero sorvolavano la Cortina di ferro su frequenze puntualmente disturbate dai sovietici. Poi venne il 1989, i regimi si sbriciolarono e nel Centro-Est Europa l'onda democratica generò forze liberali e nuove radio. A Budapest il giovane Viktor Orbán si fece strada nel partito anti-comunista Fidesz, accanto a giovani entusiasti che anni dopo avrebbero fondato Klubrádió, una Radio Radicale magiara che sul canale 92,9 ancora ospita accesi dibattiti critici del governo. Oggi Orbán è il premier che ha fatto della democrazia illiberale una bandiera, e domenica 14 febbraio a mezzanotte Klubrádió, ultima voce libera d'Ungheria, spegnerà i microfoni.
I giudici hanno respinto il ricorso dell'emittente contro la decisione dell'Autorità nazionale dei Media, che lo scorso settembre ha bloccato il rinnovo della licenza. Il potente Consiglio, fondato nel 2010 (l'anno della prima elezione di Orbán) e composto da 5 membri di nomina parlamentare, nel 2013 aveva già revocato alla radio il permesso di trasmettere fuori dalla capitale. Ora lo stop, per un ritardo amministrativo. Klubrádió trasloca online, chiede una nuova frequenza, si rivolge alla Corte Suprema. La Commissione Ue contatta le autorità "per accertare il pieno rispetto delle norme comunitarie e consentire alla radio di continuare a lavorare". Ma da anni in Ungheria il pluralismo dell'informazione è sotto scacco, progressivamente eroso dalle leggi sui media del 2010, da passaggi di proprietà e accorpamenti editoriali.
Nel 2018 cinquecento tra giornali e stazioni radio-televisive che coprono circa il 40% dei ricavi dei media nazionali sono stati trasferiti a un maxi conglomerato controllato dal governo. Lo Stato è il primo inserzionista, in un panorama dove la concorrenza è azzerata e chi investe in pubblicità dribbla i pochi organi di stampa liberali rimasti, per evitare ritorsioni. "Spegnendo Klubrádió l'egemonia delle emittenti filo-governative arriverà al 100% - avverte l'Associazione nazionale dei giornalisti. Un fatto senza precedenti in Europa". Sui 180 Paesi dell'International Press Freedom Index nel 2020 l'Ungheria si piazzava all'89esimo posto. Nel 2006 era al sesto.
Stesso vento in Polonia, dove giornali ed emittenti sono in agitazione contro una nuova "tassa di solidarietà" proposta dal governo nazional-conservatore per sostenere le finanze pubbliche al tempo dell'emergenza pandemica e, nelle parole del premier Mateusz Morawiecki, per costringere i giganti tech come Google, Apple, Facebook ed Amazon a fare la loro parte. Il sito del quotidiano Gazeta Wyborcza si vela di nero, come TVN24 ed altri canali tv che al pubblico lasciano poche parole: "I vostri programmi dovevano andare in onda qui".
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 11 febbraio 2021
Svolta legata alle pressioni di Biden. Condannata per reati di terrorismo non potrà viaggiare per 5 anni. Aveva denunciato abusi e torture. "Loujain è a casa!" "A casa dopo 1.001 giorni di prigione". La sorella Lina, che vive a Bruxelles, dà la notizia via Twitter, pubblicando la foto della sua faccia felice. Ora si trova a casa dei genitori in Arabia Saudita. Ciocche di capelli bianchi le striano la lunga chioma nera. Loujain Al Hathloul, 31 anni, sorride dopo 1.001 giorni "di isolamento, scioperi della fame, torture e aggressioni sessuali".
A dicembre era stata condannata a cinque anni e otto mesi di carcere per reati di terrorismo, ma l'esecuzione di parte della sentenza era stata sospesa. Il suo rilascio era dunque atteso ed è visto come il risultato della vittoria di Joe Biden a Washington. Il nuovo presidente ha promesso di "riesaminare" il rapporto con i sauditi lamentando che dar loro carta bianca, come ha fatto Trump, ha portato a "politiche disastrose".
Sono passati sei anni dal giorno d'inverno in cui la venticinquenne saudita Loujain Al-Hathloul, studi in Canada, laurea in letteratura francese, si coprì i capelli neri con il velo, infilò gli occhiali da sole e, dopo aver annunciato le sue intenzioni ai 228.000 follower su Twitter, si mise al volante partendo da Abu Dhabi con una regolare patente ottenuta negli Emirati. La sua missione: entrare in Arabia Saudita guidando l'auto, per chiedere di concedere finalmente questo diritto alle donne. Al Hathloul passò 73 giorni in detenzione, un'esperienza che aumentò la sua determinazione di attivista femminista. Ma quel che ha fatto più scalpore è stato che sia di nuovo finita in manette nel 2018 mentre il potente principe Mohammad Bin Salman, suo coetaneo, concedeva finalmente la guida dell'auto alle donne. Avvenne alcuni mesi prima dell'assassinio di Jamal Khashoggi, e fu uno dei primi segnali evidenti del doppio volto della nuova Arabia: riforme sociali da una parte, repressione di ogni dissenso dall'altra.
Nel 2018 Al Hathloul aveva parlato a Ginevra davanti alla Commissione per l'eliminazione delle discriminazioni contro le donne. A marzo l'hanno arrestata negli Emirati: "Bendata, costretta a salire su un aereo e portata in Arabia Saudita - ci raccontò la sorella Lina - un rapimento".
Loujain e altre due attiviste hanno denunciato d'essere state torturate con scariche elettriche, "waterboarding", molestate e minacciate di stupro da uomini che le interrogavano a volto coperto. Nel 2019 le avevano proposto di rimangiarsi quelle accuse in cambio del rilascio, ma ha rifiutato. Un ambasciatore europeo ha detto al Guardian che il caso era chiuso già da un anno ma i suoi avvocati non erano pronti a firmare un accordo in cui si impegnava al silenzio.
Fino all'ultimo la corte ha negato le torture. Altri 16 attivisti (quasi tutte donne) furono arrestati con lei con l'accusa di minare la stabilità del Regno con l'assistenza economica di entità straniere. Diversi di loro sono stati rilasciati, ma restano sotto sorveglianza: vietato usare i social e rilasciare interviste. Lei non potrà viaggiare per 5 anni. Per questo la famiglia sottolinea che "non è libera".
di Francesco Semprini
La Stampa, 11 febbraio 2021
La Casa Bianca pronta a stanziare 4 miliardi per sostenere Guatemala, El Salvador e Honduras. La strategia dovrebbe diminuire gli arrivi dall'America latina e stroncare gli affari dei trafficanti.
Un piano Marshall da quattro miliardi di dollari per l'America centrale col quale contrastare alla fonte il problema dei migranti economici. E questa la strategia con la quale l'amministrazione di Joe Biden punta a fermare i flussi in entrata dal confine meridionale smantellando al contempo la rigida architettura della tolleranza zero messa in piedi da Donald Trump.
Già con i primi tre decreti esecutivi il 46° presidente degli Stati Uniti ha dato seguito alle promesse fatte in campagna elettorale modulando politiche più morbide sul tema. Biden ha fatto ammenda per la politica di separazione delle famiglie adottata da Trump istituendo una task force dedicata a riunire 545 bambini ai loro genitori. Ha inoltre ordinato una revisione della regola che limitava le opportunità di entrata nel Paese a coloro che avrebbero dovuto fare affidamento sull'assistenza del governo.
"Non stiamo solo cancellando le politiche di Trump, ma stiamo andando oltre a ciò che già aveva realizzato l'amministrazione Obama", spiega Thomas Saenz, presidente del Fondo per la difesa legale e l'educazione messicana in America. La nuova strategia Biden pone infatti un focus particolare sul "Triangolo del Nord", ovvero Guatemala, Honduras ed El Salvador, i Paesi più a settentrione dell'America centrale, considerate il serbatoio dei flussi in arrivo dal Sud.
È stata pertanto ribattezzata strategia delle "radici profonde" ad intendere come il nodo immigrazione debba essere risolto andando ad agire laddove sorgono i problemi. Una versione della tanto contestata formula "aiutiamoli a casa loro" declinata in maniera meno ruvida. I quattro miliardi di dollari che l'amministrazione Biden è pronta a stanziare saranno impiegati su tre direttrici rafforzare la democrazia, combattere la violenza delle gang che rappresenta una drammatica piaga con appendici negli stessi Usa. Infine, rilanciare le economie locali attraverso alleanze strategiche tra le piccole e medie imprese e le aziende grandi dimensioni.
Un modello che ha evocato il precedente dell'Alliance for Progress, il programma di assistenza per l'America Latina, lanciato nel 1961 dal presidente John F. Kennedy. Il progetto ambisce ad avere un approccio di lungo termine più realistico e più conveniente rispetto alle recenti misure di sicurezza dei confini.
"Avviare un piano Marshall per l'America centrale è più economico che costruire un muro o assumere funzionari dell'immigrazione. Può fornire posti di lavoro e sicurezza in America centrale chiudendo i rubinetti per i rifugiati che arrivano negli Stati Uniti", sostiene Domingo Garcia, presidente della League of United Latin American Citizens. Il tema è stato oggetto di conversazione nella prima telefonata da presidente di Biden col collega messicano, Andrés Manuel López Obrador, il quale è stato rassicurato sui migranti in transito rimasti bloccati al di là del confine per l'inasprimento delle politiche trumpiane.
Biden, assieme al congelamento del muro, ha sospeso infatti il contestato programma per il quale più di 60 mila richiedenti asilo sono stati rispediti in Messico in attesa del loro processo. Nella speranza di raccogliere i frutti del suo piano Marshall già dal prossimo anno, Biden deve però fare i conti con alcuni problemi di brevissimo termine. Il primo dei quali è rappresentato dalle masse che si stanno avvicinando agli Usa incentivati dall'allentamento dei controlli, fenomeno strettamente connesso al rischio pandemia.
A questi si aggiungono le nuove rotte marittime, barchini e barconi che tentato lo sbarco in California per aggirare gli impedimenti di confine col rischio di ecatombi nel Pacifico. C'è infine il problema dei proprietari di confine, i quali hanno visto i propri terreni confiscati da Trump per realizzarvi il muro, ed ora col suo congelamento non solo non ne sono tornati in possesso ma non vedono nemmeno gli indennizzi promessi per gli espropri, formando così una sorta di girone di frontiera di coloro che sono sospesi.
di Evelyn Novello
donnemagazine.it, 10 febbraio 2021
Le donne in carcere sono il 4% della totalità dei detenuti: tra stereotipi e discriminazioni, cosa subiscono le detenute italiane? Il parlare di carceri femminili porta con sé l'esigenza di affrontare svariati temi collegati. I bambini, ad esempio, che devono crescere o senza la figura materna o anch'essi dietro le sbarre. Senza dimenticare poi gli abusi, le violenze e il sessismo che le detenute devono sopportare ogni giorno.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 febbraio 2021
Per la Cassazione la custodia cautelare in carcere va sostituita da misura meno afflittiva non solo in fase applicativa, ma anche nell'esecuzione. La Cassazione, disponendo l'immediata scarcerazione di un detenuto immigrato accusato di piccoli reati, ha evidenziato che la custodia cautelare in carcere va sostituita da misura meno afflittiva non solo in fase applicativa, quando il giudice prognostica come infratriennale la futura condanna, ma anche quando durante l'esecuzione intervenga condanna - anche non definitiva - inferiore a tre anni.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 febbraio 2021
È il caso, sollevato dall'associazione Yairaha Onlus, di un italiano con residenza in Spagna che ha presentato la richiesta di estradizione nel 2008. Un detenuto italiano, M.A., ha chiesto l'estradizione in Spagna, dove ha la residenza, soprattutto perché ha due figli che non lo vedono da 12 anni.
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