di Errico Novi
Il Dubbio, 11 febbraio 2021
Prescrizione, Csm, carcere: temi troppo divisivi, maggioranza già instabile. Mario Draghi è concentrato sul Recovery. Priorità doverosa, ma necessaria anche politicamente. Certo il futuro premier non può pretendere di riconciliare i partiti sulla giustizia. Non su prescrizione, Csm, separazione delle carriere o carcere.
di Simona Musco
Il Dubbio, 11 febbraio 2021
Impossibile pensare di rilanciare il Paese relegando ad un fatto secondario la giustizia penale. A dirlo è Vittorio Manes, professore ordinario di diritto penale all'Università di Bologna, che al Dubbio ricorda come non sia solo la giustizia civile ad incidere sull'economia e la ripresa dell'Italia: "La giustizia penale - spiega - coinvolge e travolge diritti fondamentali, dei singoli, e spesso ha conseguenze incapacitanti ed esiziali anche per le imprese". E sulla prescrizione ricorda: "È un istituto di civiltà giuridica che garantisce un preciso equilibrio nei rapporti tra cittadino e Stato".
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 11 febbraio 2021
È forse giunto il tempo di distogliere lo sguardo dalle miserie umane e istituzionali compendiate nel noto libro di Palamara e tornare a una discussione meno intralciata da singoli destini e minute controversie al limite, qualche volte, del pettegolezzo. La virata non è né facile, né si può negare che si presti a qualche sospetto da parte dei girondini di turno ora a caccia di scalpi. Tra l'altro, l'azione di bonifica è appena iniziata sia in sede disciplinare (Csm) che deontologica (Anm) e ci vuole pazienza, ma è innegabile che già se ne intuiscono gli inevitabili limiti.
Per carità, non è poca roba. Ma non si può fare a meno di constatare che - salvo un paio di casi, uno dei quali connesso a una scabrosa, quanto controversa vicenda personale - a rotolare nel canestro sembrano destinate poche teste coronate e molte terze e quarte file della magistratura italiana. I clientes, per intendersi, quelli più adusi alle lusinghe dei potenti e, ora, più esposti alla minuziosa rilettura di grappoli di chat. Mentre i boss stanno in disparte, si godono posti di prestigio lucrati, spesso, senza passare dall'infido Whatsapp del reprobo e attendono furbescamente, come giunchi sulle rive del fiume agitato, che passi la piena.
Certo sovviene alla mente il fatto che già da tempo i più avveduti complottisti prediligessero Telegram e non si può escludere che risalenti origini e oblique propensioni abbiano indotto altri persino ad adoperare i più tradizionali pizzini. Quale che siano state le mille forme delle interlocuzioni clientelari è del tutto evidente che solo una parte del fondale fangoso è stata smossa e che troppi "scampati" attendono che l'acqua torni limpida e meno perigliosa per riprendere a dipanare le proprie trame.
Un'operazione di risanamento, quella in corso su vari fronti, inevitabilmente destinata a un drenaggio incompleto delle scorie venute a galla e che pone l'urgenza di comprendere se quanto accaduto sia il frutto di un'occasionale inquinamento delle pure e limpide acque dell'associazionismo togato, ovvero se a essere contaminate siano state le falde più profonde dell'ordine, le sorgenti stesse della vita associativa e, con esse, purtroppo, le fonti della giurisdizione.
Perché, a ben guardare, resta una cifra oscura in tutta questa vicenda: sinora chat e conversazioni sono state prese in esame volgendo lo sguardo in modo pressoché esclusivo alle carriere e alle connesse faide. Il J'accuse di Palamara, nello stesso titolo del libro (Il Sistema), è uno squarcio nel drappo pesante che celava la costruzione e la gestione di queste carriere. Ma non è ancora chiaro quale riflesso tutta questa convulsa azione clientelare abbia potuto avere nella gestione di indagini e processi.
In fondo, ma non troppo, ai cittadini potrebbe anche non interessar nulla di come Caio sia divenuto procuratore o Tizio presidente, purché siano resi sicuri che i protocolli delle nomine non abbiano avuto e non avranno alcuna incidenza sui loro processi e sulle loro vicende. Non sarà certo la magistratura l'unico ramo di quel lago opaco che è la pubblica amministrazione italiana in cui troppi dirigenti e capibastone hanno provenienze improbabili di origine politica, massonica o legate a consorterie varie.
Di questo profilo ovvero dell'inquinamento della giurisdizione, in queste settimane, si discute poco o nulla. Certo si è scoperto che esistono cordate di pubblici ministeri, appartenenti alla polizia giudiziaria e giornalisti che prendono in carico i propri nemici, interni ed esterni, per abbatterli. Fatto inquietante - noto a tutti da anni con tanto di nomi e cognomi - rispetto al quale però nessun provvedimento legislativo o organizzativo è stato mai seriamente messo in campo, perché il Cerbero ha tre teste tutte capaci di azzannare e far male a chiunque.
Ma non basta. A sprazzi, e con molta cautela, emergono nel racconto del ripudiato Palamara anche le interferenze di certi magistrati su certi processi, la costruzione artefatta delle fonti di prova, le manipolazioni investigative, le complicità poliziesche. Il tutto pare giustificato da una sorta di stato di belligeranza della corporazione con settori della politica che, ahimè, costringeva quelle toghe a una certa disinvoltura. Ma come stare tranquilli che i solerti regicidi e tirannicidi non fossero disposti anche a tagliar gole a qualsiasi altro malcapitato non è ben chiaro.
Messo da parte l'intento nobile che ispirava i novelli Bruto, resta forte l'impressione di un uso improprio della giurisdizione, di una confidenza disinvolta con l'obliquità, della giustificazione postuma di un atto non consentito. Dopo l'assassinio Bruto tessé un discorso di grande rilievo: "Preferireste voi Cesare vivo e noi tutti morire come schiavi, oppur Cesare morto, e tutti liberi? Ma fu troppo ambizioso, ed io l'ho ucciso. Lacrime pel suo amore, compiacimento per la sua fortuna, onore al suo valore, ma morte alla sua sete di potere!" (W. Shakespeare, Giulio Cesare, atto III, scena II).
Sappiamo com'è andata a finire dopo il discorso di Antonio e quanto lieve peccato sia stata considerata l'ambizione di Cesare. Parimenti nessuna abiezione politica o morale può giustificare l'esercizio improprio della giurisdizione. Ci saranno pur altre storie, altre vite, altre vittime che hanno pagato la stessa colpa di Cesare. Ma non è lecito attendersi che il racconto del magistrato vada oltre. Ha già troppi impicci perché sia lecito pretendere che ammetta fatti di reato ancora nascosti di cui potrebbe essere stato parte o che potrebbe aver subito e non denunciato. Troppo poco perché possa trovare una risposta tranquillizzante la domanda "ma se hanno liquidato Mevio o Sempronio perché non dovrebbero averlo fatto altre volte?".
La questione resta lì sul tappeto, in tutta la propria inquietante dimensione etica e giuridica, ma inesplorata. Eppure questo interessa, eccome, i consociati i quali avrebbero il diritto di sapere se - sia pure occasionalmente e sia pure a macchia di leopardo - quella separazione tra coniugi, quella causa di risarcimento, quella lite condominiale, quella denuncia o quel fallimento abbiano visto agire la consorteria clientelare venuta a galla in queste settimane o altre omologhe. La linea di galleggiamento del sistema giudiziario è alle soglie dell'affondamento, a dispetto delle centinaia di toghe oneste, capaci e laboriose che, comprensibilmente, vorrebbero che tutto questo passasse in fretta per tornare a lavorare e rendersi utili al paese.
Ma il corpo morale della magistratura è inscindibile dal suo corpo istituzionale perché interamente costruito sulla fiducia dei cittadini e sul credibile esercizio di una enorme autonomia e dell'indipendenza. Se il corpo morale imputridisce per una cancrena circoscritta, ma non sanata, anche il corpo istituzionale rischia di soccombere. Ma di questo discuteremo un'altra volta abusando della pazienza di queste pagine.
di Linda Laura Sabbadini
La Repubblica, 11 febbraio 2021
Oggi il raptus di gelosia di cui ci capita di sentir parlare sui media o nei tribunali, in occasione di un femminicidio, è un retaggio di una cultura arcaica che pone di fatto un'attenuante culturale.
Pregiudizi. Stereotipi. Molto diffusi nella nostra società. Non sempre li riconosciamo, eppure spesso li trasmettiamo. La verità è che non sono eliminabili. Ognuno di noi può esserne veicolo, anche inconsapevole. Ma possono causare danni gravi, perché riproducono ingiustizia e discriminazione, si trasformano in catene culturali nefaste, limitano percorsi di libertà.
E allora dobbiamo porvi attenzione. Ancora di più se lavoriamo e agiamo in contesti cruciali come aule dei tribunali, scuole o mass media. C'è un'unica strada per prendersi cura degli stereotipi: esserne consapevoli, imparare a riconoscerli e a prevenirli, perché ci sono alcuni più di altri che possono pagarne le conseguenze come le donne, le persone Lgbt e tutte le minoranze, etniche, religiose e non. Voglio ricordare due date, il 19 maggio 1975 e il 5 agosto 1981. Vi chiederete il perché. Il 1975 è l'anno del nuovo diritto di famiglia.
Con quella legge, una pietra miliare della nostra legislazione, si abroga il "diritto" ad avere rapporti sessuali con la propria compagna anche se non consenziente. Fino a quel momento in Italia vigeva formalmente la cultura del possesso e non quella del rispetto. E, in fondo, non è un tempo poi così lontano. Fino al 1981, invece, esisteva un articolo del codice penale che puniva con il carcere da 3 a 7 anni chi uccideva la propria moglie o la propria compagna a seguito di un adulterio, e la ragione di una pena così mite era il riconoscimento dello "stato d'ira" determinato dall'offesa all'"onore".
Oggi il raptus di gelosia di cui ci capita di sentir parlare sui media o nei tribunali, in occasione di un femminicidio, è un retaggio di una cultura arcaica che pone di fatto un'attenuante culturale. Corte di Cassazione e Corte Costituzionale nelle loro sentenze hanno più volte messo in guardia dai retaggi di cultura arcaica presenti nel nostro Paese. È importante comprendere che la battaglia dei diritti è prima di tutto una battaglia culturale.
Se non cambia la cultura, i diritti rimangono formali e non diventano sostanziali, non vivono nella quotidianità e ostacolano il raggiungimento dell'uguaglianza. L'articolo 3 della Costituzione è proprio lì ad indirizzarci. Per questo è essenziale la consapevolezza di ognuno di noi, per evitare di essere un anello nella catena di trasmissione di pregiudizi che limitano la libertà e l'inviolabilità delle donne, e di tutte le minoranze.
Per questo è urgente che si sviluppi una educazione ai diritti, alla parità, alla cultura del rispetto che è diametralmente opposta a quella del possesso, all'autonomia finanziaria, alla cura, alla corretta gestione delle relazioni, fin dalla più tenera età, nelle famiglie e nella scuola.
Aggiungo un ultimo dato su cui riflettere. Esiste una regola nel nostro sistema giuridico secondo la quale si può condannare una persona avendo solo come prova la testimonianza della vittima, e sulla base di un vaglio adeguato e di una valutazione del giudice, qualunque sia il reato. Viene usata nei casi di rapine, di furti, di spaccio di droga. Eppure, quando si arriva alla violenza contro le donne, soprattutto se l'abusante e il maltrattante è suo marito, questa norma vale molto meno. Chiediamoci il perché.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 11 febbraio 2021
Dalla "gelosia morbosa" all'impulso sessuale "irrefrenabile". Una bara bianca e un cuscino di roselline rosa. Roberta Siragusa, 17 anni, è stata sepolta così, nel cimitero di Caccamo, in Sicilia. Pietro Morreale, 19 anni, il suo assassino, è in carcere.
Nell'ordinanza che ha portato all'arresto di questo giovanissimo e spietato killer, c'è scritto più volte che sarebbe stato mosso "da una fortissima gelosia". E per gelosia dunque Morreale l'avrebbe bruciata viva e buttato il suo corpo in una scarpata quella gelida notte tra il 24 e il 25 gennaio. Parole che pesano. Soprattutto se scritte in un atto giudiziario che costituirà poi l'ossatura di tutta la vicenda processuale di questo femminicidio.
Come se la gelosia, parola che in questo inizio del 2021 già insanguinato dall'omicidio di cinque donne da parte dei loro partner o ex, viene citata dietro ognuna di queste vite spezzate, potesse costituire un movente, o addirittura un'attenuante per gli autori di questi delitti. Perché "gelosia" (spesso seguita da aggettivi come incontenibile, morbosa, patologica) è una parola-spia di quanto nelle nostre aule dei tribunali, resistano pregiudizi e stereotipi contro le donne.
Uccise non da lucidi killer, ma da maschi "accecati" ora dalla gelosia, ora dalla rabbia, in re-azione a un loro comportamento: una separazione, una nuova relazione. "La nostra cultura è intrisa di sessismo e anche una parte della giustizia, di conseguenza, lo è", denuncia Paola Di Nicola, magistrata, che a questo disvelamento ha dedicato un libro fondamentale, "La mia parola contro la sua".
"Il pregiudizio contro le donne porta spesso i giudici ad attenuare le condanne perché la violenza viene letta non come pura sopraffazione, ma come reazione a un comportamento della vittima. Il famoso "raptus" ad esempio. O l'impulso sessuale. Uno studio del Ministero della Giustizia rileva che nel 70% delle sentenze dei femminicidi vengono concesse le attenuanti, è davvero un dato che fa riflettere".
Infatti. Nella lotta che sembra a volte perduta contro la violenza maschile, analizzare cosa accade nei tribunali è diventato, oggi, un punto centrale. Può aiutarci a capire la resistenza delle donne italiane nel denunciare. Secondo il report della Polizia di Stato "Questo non è amore" del 2019 nel nostro paese ogni giorno 88 donne sono vittime di violenza. Ma di questa persecuzione soltanto poco più del 10% dei casi si trasforma in una denuncia".
La commissione d'inchiesta sul femminicidio del Senato sta ultimando un'indagine su oltre 200 sentenze per comprendere le cause dei femminicidi. E sono recentissimi i dati di una ricerca dell'università della Tuscia, in collaborazione con "Differenza Donna" che ha dimostrato come nella rappresentazione giuridica della violenza di genere ci siano tre "pregiudizi" ricorrenti: la lite familiare, la gelosia e il raptus. Per spiegare in che cosa consista il sessismo giudiziario, Paola Di Nicola fa l'esempio di alcune sentenze.
La prima riguarda un femminicidio avvenuto a Genova nel 2018, in una coppia dell'Ecuador. La difesa afferma che l'uomo non avrebbe "agito sotto la spinta di un moto di gelosia fine a sé stesso, ma come reazione al comportamento della donna, che l'ha illuso e disilluso nello stesso tempo, con la promessa di un futuro insieme. Tale contesto, giustifica, la concessione delle attenuanti generiche". Dunque, in sostanza, sottolinea Paola Di Nicola, "questo femminicidio è stato in un certo senso provocato dalla vittima stessa".
È incredibile ma è così. Un secondo caso riguarda il processo a due stupratori di Viterbo, esponenti del gruppo neofascista di Casapound, Francesco Chiricozzi e Riccardo Licci, che nel 2019 picchiarono e violentarono per ore una ragazza conosciuta in un pub. Nella sentenza vennero applicate le attenuanti generiche. Semplicemente perché i due ventenni "avevano riaccompagnato a casa la ragazza" e per i giudici questa sarebbe stata "conferma della loro inconsapevolezza del rilievo penale della loro condotta... non determinata da dispregio della persona, ma da impulsi esclusivamente sessuali".
"Qui, addirittura - dice Di Nicola - ci troviamo di fronte a due aggressori inconsapevoli di compiere uno stupro". La terza sentenza riguarda un caso di maltrattamenti. Nonostante 9 referti di pronto soccorso il tribunale di Torino, nel 2017, assolve un uomo che picchiava e terrorizzava la moglie, affermando che in più occasioni questa si era difesa, quindi, evidentemente "non era in stato di prostrazione fisica e morale".
Conclude Paola Di Nicola: "La violenza sulle donne bisogna saperla leggere. È fondamentale che tutti coloro che operano in questo settore siano formati, altrimenti nei tribunali continuerà ad agire lo stereotipo culturale per cui quello stupro, quelle botte sono la reazione a un comportamento della vittima. Gli aggressori vengono condannati, certo, ma ridimensionando la violenza e quindi la pena. O addirittura, in certi casi assolti. Ma c'è anche una parte importante della magistratura impegnata ogni giorno a disvelare nelle aule questi limiti per superarli".
di Marco Lignana
La Repubblica, 11 febbraio 2021
Due anni fa a Genova l'aggressione a un giornalista di Repubblica durante una manifestazione. Il giudice decide una pena soft: 40 giorni. "Ma adesso risarciscano i danni alla vittima". Lui: "Mi aspettavo di più". La mano ancora non è posto. Non lo sarà mai. Impossibile compiere i gesti quotidiani più banali, aprire una bottiglia, tenersi alla maniglia sul bus. Faticoso lavorare, battere le dita operate due volte sulla tastiera del pc. Poi c'è la tensione nervosa, lo stress accumulato in un anno e mezzo. Soprattutto dopo le udienze, quando "sembrava che il colpevole fossi diventato io. Colpevole di aver fatto il mio lavoro, di essere dove deve stare un giornalista".
Invece un giudice ha messo un primo punto fermo sulla brutale aggressione del cronista di Repubblica Stefano Origone da parte di quattro agenti del Reparto Mobile di Bolzaneto, il 23 maggio 2019 durante una manifestazione di piazza contro un comizio di Casa Pound. Tutti e quattro i poliziotti rinviati a giudizio sono stati condannati dal giudice per le udienze preliminari Silvia Carpanini. Le pene sono molto distanti da quanto chiesto dal pm Gabriella Dotto: non un anno e quattro mesi, ma quaranta giorni.
Per il giudice gli agenti erano legittimati a usare la forza durante gli scontri di piazza in un momento di tensione, e hanno percepito Origone come un pericoloso manifestante. Ma infierendo sul suo corpo a terra hanno abusato del proprio potere: non più un reato doloso, ma colposo. Quanto scritto, di fatto, nella relazione della Squadra Mobile, organo di polizia chiamato a indagare sulla stessa polizia.
Fra attenuanti generiche e riduzione della pena per la scelta del rito abbreviato, ecco spiegate le lievissime condanne: "Certo mi aspettavo di più, non mi vergogno a dire che in quei momenti ho avuto paura di morire, gridavo sono un giornalista ma nessuno smetteva di picchiare - dice Origone, rappresentato dall'avvocato Cesare Manzitti - ma è stata riconosciuta la responsabilità di un pestaggio e di questo non posso che essere soddisfatto. I poliziotti in quel momento stavano fermando un manifestante e un cronista non può che seguire da vicino un evento del genere".
Soltanto l'intervento di un altro poliziotto che conosceva personalmente Origone, il vicequestore Giampiero Bove, aveva interrotto il pestaggio, i calci e le manganellate: il referto del pronto soccorso diceva due dita spappolate, lesioni alla testa e alla schiena.
Non è finita qui, l'appello è scontato: "Leggeremo le motivazioni e ci riserviamo di impugnare la sentenza. La tesi della Procura è ben diversa da quella sposata dal giudice", premette il procuratore aggiunto Francesco Pinto. Mentre Rachele De Stefanis la legale che difende due degli agenti condannati, parla di "una sentenza pilatesca e non coraggiosa, il comportamento dei miei assistiti è stato impeccabile, l'uso della forza in quel frangente era pienamente legittimo e rispondeva ad esigenze di ordine pubblico condivise dallo stesso pm nelle sue controrepliche".
Il Gup ha stabilito anche il risarcimento dei danni morali subiti da Origone, una partita che si giocherà in sede civile. Per ora, i quattro condannati dovranno pagare 5mila euro di provvisionali. Per ordine dei giornalisti e Fnsi "si conferma che il lavoro dei giornalisti non è mai esente da rischi, ma l'esigenza di raccontare, documentare un fatto non è temeraria o imprudente, bensì fondamentale per soddisfare il diritto dei cittadini ad essere informati".
di Rossella Grasso
Il Riformista, 11 febbraio 2021
La salute prevale sulla detenzione: lo afferma la Cassazione accogliendo il ricorso presentato dall'avvocato di Omar, 47 anni, detenuto nel carcere di Avellino. Omar soffre di varie patologie: diabete mellito, ipertensione, cardiopatia, apnee notturne e necessita di un respiratore per sopravvivere. È stato arrestato ma le sue condizioni sin dall'inizio non erano buone.
Dopo i primi mesi di carcere la famiglia di Omar, sostenuta dall'avvocato Danilo Iacobacci, ha iniziato una vera e propria battaglia per riportarlo a casa, agli arresti domiciliari, in modo da poterlo assistere al meglio. "Da un mese Omar è tornato a casa e solo successivamente è arrivato il pronunciamento della Cassazione che ci dava ragione: Omar è malato e in carcere non ci doveva proprio andare", ha detto l'avvocato Iacobacci.
"Non può essere disposta né mantenuta la custodia cautelare in carcere nei confronti di persona affetta da malattia particolarmente grave, per effetto della quale le sue condizioni di salute risultano incompatibili con lo stato di detenzione e comunque tali da non consentire adeguate cure in caso di detenzione in carcere", recita infatti la sentenza.
Omar ha 47 anni, è un grande obeso, ha un'insufficienza respiratoria cronica, è iperteso, cardiopatico e diabetico e di notte soffre di apnee a causa delle quali spesso perde i sensi. La situazione è aggravata da una pesante depressione ansiosa e dalla sua dipendenza da alcol e sostanze stupefacenti. In carcere Omar sarebbe potuto morire nel sonno nell'indifferenza di tutti senza il respiratore di cui ha bisogno per vivere. Un respiratore che in carcere ha chiesto a lungo ma che non gli è mai stato dato e che comunque non avrebbe potuto salvargli la vita nelle condizioni in cui si trova attualmente, nemmeno se glielo avessero portato i familiari, come richiesto dal magistrato. Per vivere Omar aveva bisogno di stare a casa sottoposte a cure che in carcere nessuno gli avrebbe potuto garantire. Il suo papà nei mesi scorsi non ha mai chiesto che fossero fatti sconti di legge a suo figlio, solo che non morisse in carcere di carcere. Adesso Omar continuerà a scontare la sua pena a casa agli arresti domiciliari ma non dovrà pagare con la vita per i suoi reati.
di Andrea Esposito
Il Riformista, 11 febbraio 2021
Più di 150 persone in detenzione domiciliare con o senza braccialetto elettronico, più di 330 condannati ma destinatari di permessi premio, quasi cento ai quali è stato consentito di curarsi a casa. Numeri di un certo rilievo che, tuttavia, non bastano a svuotare le carceri della Campania dove, al 31 gennaio, si registrano 365 ospiti in più rispetto alla capienza regolamentare.
Segno che la guerra contro il vecchio nemico del sovraffollamento è ancora lontana dall'essere vinta e che l'approvazione di un grande piano di giustizia sociale, che parta proprio dalle prigioni, non è più rinviabile. È la fotografia restituita dai dati diffusi dal garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello sulle misure premiali ed eccezionali concesse ai reclusi sulla base del decreto Cura Italia e del decreto Ristori tra il 27 ottobre 2020 e il 31 gennaio 2021.
Le statistiche parlano di 58 persone alle quali rimanevano da scontare meno di 18 mesi di reclusione e che, in base alla norma approvata per decongestionare le carceri, hanno beneficiato della detenzione domiciliare con applicazione del braccialetto elettronico. Sono 108, invece, i condannati con fine pena detentiva non superiore a 18 mesi ai quali è stata concessa la detenzione domiciliare senza braccialetto elettronico. Qui spiccano i penitenziari di Aversa e Carinola, dai quali sono usciti complessivamente 34 e 32 detenuti, mentre sono soltanto nove i reclusi che hanno lasciato Poggioreale, il carcere più affollato d'Italia, per scontare a casa i rispettivi residui di pena.
Si può fare di più? Certamente sì, almeno secondo Ciambriello: "Basterebbe prevedere la detenzione domiciliare con braccialetto elettronico per chi ha da scontare fino a due anni di reclusione e senza braccialetto elettronico per le persone che hanno un residuo di pena non superiore a un anno, anche se condannate per reati ostativi: non possiamo permettere che norme ciniche e costituzionalmente illegittime sacrifichino il diritto alla salute dei detenuti che, mai come in questo periodo, è a rischio causa Covid".
Per il resto, il dossier stilato dal garante parla di 330 persone alle quali, anche alla luce del dilagare del virus in cella, sono stati concessi permessi premio che hanno consentito loro di trascorrere diverse settimane a casa. Sono 91, invece, i detenuti malati che hanno avuto la possibilità di curarsi a casa a prescindere dalle norme che prevedono la detenzione domiciliare per chi debba scontare meno di 18 mesi di reclusione e si trovi in condizioni di salute precarie.
Nove, infine, sono i reclusi senza fissa dimora che hanno lasciato i penitenziari. Anche quest'ultimo dato, per quanto incoraggiante, può e dev'essere migliorato se si pensa che in Campania sono 47 i posti in strutture destinate a detenuti senza casa e famiglia: "Serve più impegno da parte delle direzioni e delle aree educative dei penitenziari - osserva Ciambriello - nel segnalare i casi di reclusi senza fissa dimora". Insomma, i dati sono il risultato delle decisioni di magistrati che hanno adottato provvedimenti utili a decongestionare le carceri in tutti i casi in cui la legge lo permette alla luce della pandemia in atto in tutta Italia.
A questo si aggiunge un uso "più parsimonioso" della custodia cautelare da parte di pm e gip, in linea con quanto auspicato dal procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi. Eppure non basta. In Campania, infatti, restano 365 detenuti "di troppo", a riprova che il sovraffollamento ancora c'è e, in mancanza di interventi strutturali, difficilmente sarà cancellato.
Chi dovrà farsene carico? Il nascente governo Draghi, in cui il posto di guardasigilli finora occupato dal giustizialista pentastellato Alfonso Bonafede dovrebbe essere assegna to a una convinta garantista come l'ex presidente della Consulta Marta Cartabia. A lei (o, in ogni caso, al prossimo ministro della Giustizia) il compito di mettere nero su bianco un piano che riduca almeno del 50% la popolazione carceraria. Questione di umanità e di buon senso, prima ancora che di giustizia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 febbraio 2021
Il giudizio del Garante campano dopo la visita alla struttura. Il Garante campano delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello ha fatto visita al carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, dove ha avuto dei colloqui con alcuni dei detenuti ivi ristretti.
Il Garante, accompagnato dal tenente colonnello Rosario del Prete, comandante/ direttore del carcere ha visitato le celle (singole, doppie o triple) con bagni dotati di doccia, la mensa collettiva e i vari laboratori di bricolage, pittura, ceramica.
"Ho trovato una struttura a misura d'uomo, nella quale le persone "diversamente libere" vivono la privazione della libertà nel rispetto della dignità umana, sia negli spazi (singoli e comuni), che sono funzionali al trattamento, alla rieducazione e al rispetto delle norme di sicurezza.
Ho potuto visitare l'area verde, che consente ai detenuti di svolgere attività di giardinaggio, una palestra, la sala colloqui, che è un ambiente familiare e confortevole", così Samuele Ciambriello all'uscita dal carcere sammaritano. Attualmente in Istituto sono ristrette 52 persone ex appartenenti alle Forze armate che scontano pene detentive a seguito di condanne per reati propri e comuni.
Fino al 2005 esistevano diverse carceri militari, oggi è rimasto solo quello di Santa Maria Capua Vetere. Si trovavano a Gaeta, Pescheria del Garda, Forte Boccea, Cagliari, Sora, Palermo, Bari, Torino e Pizzighettone. A dispetto di tutti gli altri istituti penitenziari ordinari, quello militare risulta un carcere modello e ha un numero esiguo di ristretti.
Molto al di sotto della capienza regolamentare. Il carcere militare può essere posto ad esempio: ha un elevatissimo standard delle condizioni di detenzione, è una struttura considerata di assoluta eccellenza dal punto di vista delle condizioni sanitarie, infrastrutturali e per l'elevato livello tecnologico. Di detenuti militari ce ne sono pochi, paradossalmente la maggior parte sono poliziotti e carabinieri.
"Parliamo di un carcere - come conferma anche il garante regionale - dove non esiste un clima di distacco che solitamente avviene nei penitenziari italiani "civili". Pur nel rispetto dei ruoli, il comandante fa anche da padre, consigliere, a volte amico. Si lavora, esiste la possibilità di coltivare, partecipare a laboratori di cucina e falegnameria. La riabilitazione funziona. Più volte si è detto di sopprimerlo, ma forse, viste le gravi criticità degli istituti penitenziari, bisognerebbe estenderlo e replicarlo anche ai "civili".
di Selina Trevisan
voceisontina.eu, 11 febbraio 2021
Intervista a Paolo Zuttion, cappellano della Casa circondariale di Gorizia. "Si sente la mancanza di tutte le attività; io sento il peso di non avere accanto il prezioso aiuto dei volontari, sia dal punto di vista dell'animazione liturgica che della distribuzione di vestiario e dei materiali. Speriamo che presto si possa, un po' alla volta, ripartire".
Questa pandemia, con la quale ancora siamo alle prese, ha modificato le abitudini, le attività e le relazioni di tutti. C'è una realtà però della quale non si parla molto spesso, se non quando succedono fatti tali da portarla "sotto ai riflettori". Si tratta della realtà carceraria che, come ogni ambiente, ha anche dovuto fare i conti con l'epidemia, prendendo misure di tutela restrittive che hanno cambiato il modo di vivere la quotidianità tanto dei detenuti, quanto di coloro che vi operano all'interno.
Abbiamo incontrato don Paolo Zuttion, cappellano della Casa circondariale di Gorizia, il quale ci ha raccontato dei giorni del primo lockdown, quello più inaspettato e "duro", quando i detenuti non potevano vedere i familiari ma anche di come la loro percezione, forzata dalla reclusione e dalla mancanza di contatti con l'esterno, fosse radicalmente diversa da quella di chi la viveva "fuori".
Don Paolo, il Covid ha modificato la quotidianità di tutti. Cos'ha comportato quindi per la vita all'interno del carcere? Quali le attività che hanno dovuto essere sospese?
Subito, da marzo, con i primi giorni di lockdown, sono state sospese tutte le attività, in particolar modo quelle che implicavano il coinvolgimento di persone esterne alla struttura carceraria, ossia tutti coloro che non facessero parte del corpo di Polizia Penitenziaria, che non fossero membri dello staff sanitario o che non fossero il cappellano. Questo ovviamente per cercare di scongiurare il più possibile l'ingresso del virus all'interno del carcere.
Tutto ciò ha avuto come conseguenza la mancanza, per tutto il periodo, di attività per i detenuti (appena ora sta riprendendo qualcosa, come il laboratorio teatrale). Questo ha portato a un radicale cambiamento del modo di vivere all'interno del carcere, ma devo anche dire che i detenuti non ne hanno particolarmente risentito, nel senso che non ci sono mai stati malumori o tensioni legati a questa mancanza: hanno accettato questa "nuova" realtà, hanno capito che era indispensabile per salvaguardare la salute di tutti e che bisognava impegnare le giornate diversamente. La ripresa ora, come accennavo, c'è ma è molto lenta perché la situazione - come vediamo - non si è ancora stabilizzata.
Tirando le somme, l'interno del carcere è stato particolarmente toccato - come il resto della società d'altronde - da questa pandemia ma non ci sono state tensioni eccessive.
Non potendo entrare nessuno all'interno della struttura, immagino che anche le visite dei familiari fossero sospese...
Sì, ora sono riprese ma i detenuti, per un lungo periodo, non hanno potuto incontrare i propri famigliari, un fattore pesante a livello psicologico. Questa mancanza però è stata supplita dando una maggiore possibilità - vista appunto l'impossibilità di incontri in presenza - di poter effettuare videochiamate. A mio avviso questa soluzione, resa disponibile praticamente da subito, ha quietato parecchio gli animi e ha fatto sì che non si creassero tensioni.
Ovviamente i detenuti non hanno a disposizione un cellulare personale (nemmeno io, i volontari e gli operatori dei laboratori possiamo portarlo all'interno della struttura): le videochiamate venivano realizzate con un cellulare del carcere; ogni detenuto poteva passare anche un'ora - un arco di tempo più lungo del consueto, vista proprio la situazione - al telefono con i propri famigliari, una volta alla settimana. Il fatto di vedere i volti, parlare con loro a lungo, informarsi sulla loro salute, ha aiutato tantissimo a mantenere un ottimo livello delle condizioni all'interno della struttura goriziana, sia per quanto riguarda l'aspetto psicologico che per quanto riguarda l'aspetto della sicurezza, mantenendo gli "animi" tranquilli.
Che ambiente è quindi il carcere di Gorizia in questo momento? Ossia, dal punto di vista sanitario gli operatori e i detenuti si sentono di essere in sicurezza?
Nel penitenziario di Gorizia possiamo davvero dire ci sia stato un estremo rigore nel rispettare le normative anti Covid e i regolamenti interni. Ci sono stati dei casi, pochi e asintomatici, ma comunque delle positività prontamente isolate. Inoltre, in questo periodo segnato dalla pandemia, quando un detenuto entra nella struttura viene sottoposto ad isolamento per la quarantena e sottoposto test prima di essere portato nelle sezioni, a contatto con gli altri. Gli operatori sanitari sono stati molto bravi nella gestione della situazione, tant'è vero che, rispetto ad altri carceri anche della nostra regione, non è dilagata. Tutti (detenuti, operatori, personale medico...) sono sottoposti regolarmente, ogni 10 giorni, a tampone, proprio per garantire un monitoraggio costante ed impedire che si creino focolai, nonché per dare tranquillità a chi lì dentro si trova a passare un periodo. Pertanto possiamo dire che l'ambiente è sicuro, sia per i detenuti, che per il personale che ci lavora, sia per chi, come me, opera arrivando dall'esterno.
Cos'è cambiato, in questo periodo di pandemia, nel suo operato all'interno della struttura?
A livello ecclesiale abbiamo subito parecchio questa chiusura "all'esterno". Per esempio, tutti i volontari di Rinnovamento nello Spirito Santo che venivano ad animare le liturgie e, una volta alla settimana, a svolgere catechesi e attività all'interno del carcere, tuttora non possono far ingresso nella struttura. Potevo e posso entrare solo io, occupandomi di svolgere le Sante Messe, ma anche sostituendo i volontari nella distribuzione dei vestiti - funzione questa indirizzata in particolare a chi arriva in carcere e non ha ricambi, un servizio solitamente svolto, in tempi di normalità, dall'associazione "La zattera".
Devo poi dire che, durante il tempo del lockdown quando tutto era chiuso ed essendo le attività parrocchiali ridotte al lumicino, avevo più tempo da dedicare al carcere, pertanto parlavo di più all'interno delle sezioni, potevo soffermarmi maggiormente con i detenuti. È stato - nel male - un momento che ha favorito una mia presenza maggiore all'interno del carcere; questo ha favorito la relazione, il rapporto, che si è sentito anche a livello di celebrazioni: la domenica, per esempio, le presenze erano più numerose rispetto ai periodi precedenti, proprio perché c'era una maggiore condivisione anche durante la settimana. Per quanto riguarda il mio compito, nel periodo in cui il lockdown era più "duro", mi occupavo anche di mantenere un collegamento con le famiglie, recapitando ad esempio pacchi contenenti ricambi di abiti o qualche bene alimentare. Inoltre va ricordato che quando un detenuto fa il suo ingresso nel penitenziario, non può da subito parlare con la famiglia ma deve essere il giudice a dare il nulla osta per le telefonate e a volte passano diversi giorni o anche settimane. Nel periodo di lockdown il mio ruolo di "collegamento" con le famiglie - quindi di contattarle, di far sapere qualcosa sul detenuto, sulla sua salute...- era aumentato, accentuato.
Come hanno vissuto e stanno vivendo i detenuti questa pandemia? Che percezione ne hanno? Penso soprattutto a quelli che, al momento dell'avvio del primo lockdown, si trovavano già all'interno della struttura e non vedevano quindi che cosa stava accadendo nel mondo e poi nel nostro Paese...
Diciamo che la situazione che vivono in carcere li tiene un po' come dentro ad una "bolla", pertanto non si rendevano in quel momento pienamente conto di quale fosse la situazione all'esterno. Chiedevano anche a me informazioni, perché un conto è vedere le notizie al telegiornale, un conto è vivere la realtà, come abbiamo provato tutti noi che eravamo "fuori". Personalmente cercavo di spiegare loro che cosa stesse succedendo a tutti, che la gente non poteva muoversi, non poteva uscire e che in qualche modo, in quei giorni, quei mesi, stava provando un po' quello che loro vivono lì dentro. Mancando appunto la cognizione di come vivesse la gente "fuori", il mio ruolo era anche quello di riportare, di illustrare gli stati d'animo delle persone nel periodo di lockdown, spiegare loro che molti non potevano lavorare o avevano addirittura perso il lavoro, che i ragazzi non potevano andare a scuola... Ed è in quei momenti che ci si rende veramente conto di come, per capire appieno una situazione, non basta il "virtuale" o la televisione. Come paure, devo dire che non ne avevano sviluppate molte; sicuramente c'era più paura fuori che dentro il carcere. Anche l'aspetto della solitudine, credo sia stato più pesante per le persone chiuse in casa che nel penitenziario, perché alla fine lì un po' di socialità, l'incontro con altri detenuti, non è mai venuto a mancare. C'è sempre ed ovviamente una solitudine che definirei esistenziale, ma si è sempre in relazione con gli altri - cosa che in quel periodo la gente "fuori", soprattutto gli anziani, invece non poteva avere.
Del personale carcerario non si parla mai molto. Come ha vissuto - e sta tuttora vivendo - tutta questa complicata situazione?
Si è da subito percepito un forte senso di responsabilità, soprattutto da parte del personale sanitario nonché da parte dei dirigenti, nel tenere fuori dalle mura del carcere questo virus. Guardavano con grande apprensione le notizie che arrivavano dagli altri penitenziari, come ad esempio quello di Tolmezzo, fortemente colpito dal Covid - 19 e che purtroppo ha contato anche diverse vittime. Sicuramente c'era una certa apprensione e uno stato di ansia, si sentiva la presenza di una certa tensione.
C'è però da dire che tutto questo è avvenuto in un momento che definirei favorevole: c'è stato, poco prima dell'inizio della pandemia, un cambio generazionale con l'arrivo di nuovo personale giovane tra la Polizia Penitenziaria. Questo ha portato una "ventata nuova" all'interno del carcere: nelle relazioni con i detenuti vedo che sono molto affabili, molto attenti alle loro esigenze. Inoltre il numero dei detenuti è passato in pochissimi mesi - con la fine dei lavori di sistemazione della struttura - da 20 a 60. Oltre ad esserci stato appunto il ricambio generazionale, è anche aumentato il numero di agenti di polizia, pertanto ora c'è la possibilità di realizzare turnazioni più "umane", gli operatori fanno meno straordinari e lavorano con una maggiore tranquillità. Le loro condizioni di lavoro sono molto migliorate. Si è creato, secondo me, un clima molto positivo all'interno del carcere goriziano. Certo si sente la mancanza di tutte le attività; io sento il peso di non avere accanto il prezioso aiuto dei volontari, sia dal punto di vista dell'animazione liturgica che della distribuzione di vestiario e dei materiali. Speriamo che presto si possa, un po' alla volta, ripartire.
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