di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 10 febbraio 2021
Che sia tecnico o politico di certo il prossimo ministro della Giustizia dovrà sminare da subito il cammino del nuovo Governo sulla strada tradizionalmente impervia della prescrizione. Perché il "tema dei temi" che già ha contribuito ad accentuare le divisioni nella vecchia maggioranza è senza dubbio tra i più divisivi anche nella nuova e dalla prossima settimana tornerà con prepotenza di attualità.
Alfredo Bazoli*
Il Foglio, 10 febbraio 2021
La giustizia rappresenta un banco di prova decisivo per il nuovo governo: l'unione europea valuterà le misure del Recovery Plan anche alla luce delle riforme di sistema, tra cui quella della giustizia che rappresenta da sempre, per le istituzioni europee, una priorità.
di Simona Musco
Il Dubbio, 10 febbraio 2021
La ricetta per la giustizia secondo Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto a Venezia. Prendere spunto dal codice di procedura civile tedesco. Sburocratizzare i concorsi e ridurre il potere dei Tar. E poi eliminare i reati di abuso d'ufficio e legge Severino.
È questa, secondo Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto a Venezia, la ricetta per la giustizia. Un compito attualmente in mano al presidente incaricato Mario Draghi, che si trova ora a dover scegliere la sua squadra. Ma per Nordio, come spiega al Dubbio, non è importante il nome: l'importante è che il Parlamento agisca per trovare le soluzioni, un compito non difficile se si punta sui temi fondamentali per risollevare l'economia, tralasciando, per il momento, i temi divisivi.
Procuratore, qual è la ricetta per la giustizia?
Data la situazione di emergenza, oggi dobbiamo affrontare quelle che sono le urgenze che ci affliggono, la salute e soprattutto l'economia. Ho avuto l'onore di partecipare al coordinamento, per alcuni anni, dello studio dell'Ambrosetti House sui danni che provoca in Italia la lentezza della nostra giustizia civile. E la conclusione è che nessuno investe tranquillamente in un Paese dove vige una incertezza assoluta sulla esecuzione dei contratti e sull'adempimento delle obbligazioni e dove, in caso di contestazione, i processi durano mediamente il doppio o il triplo di quanto durino per il resto dei Paesi europei. Monetizzando concretamente questa lentezza, la stessa impatta negativamente all'incirca per due punti di Pil, una cifra enorme.
Da cosa dipende?
Sfatiamo intanto le fake news, come quella che i magistrati sono pochi: in realtà, mettendo insieme togati e onorari, ne mancano molti, ma non abbastanza da giustificare la lentezza della giustizia. E non è vero nemmeno che i magistrati lavorino poco: il nostro studio ha dimostrato che la produttività dei magistrati italiani è la più alta in tutta Europa. È vero, invece, che vi è una assoluta carenza di personale amministrativo: abbiamo ruoli che sono vecchi di 20 anni, coperti circa al 60- 70 per cento. Poiché un'ora di lavoro di un magistrato è come un'ora di volo di un pilota di guerra, che necessita di ore e ore di manutenzione del velivolo, un magistrato deve avere attorno a sé tutta una serie di attività collaterali per produrre che mancano. La seconda ragione è la complessità delle procedure. La modifica del codice di procedura civile ha portato a una normativa estremamente farraginosa, complessa, bizantina e quindi lenta. Hanno provato a rimediare con l'introduzione della telematica, a razionalizzare in modo manageriale la conduzione di alcuni uffici e ciò ha fatto alzare la produttività, ma siamo ancora un fanalino di coda per la complessità delle procedure.
Quale può essere la terapia?
Basterebbe riempire gli organici e magari aumentarli. Ma soprattutto vanno sburocratizzati i concorsi. Se per assumere un magistrato passano cinque anni dal momento del concorso, per assumere un cancelliere ne passano non molti di meno. Quindi servono percorsi molto meno burocratici e soprattutto regionali, per evitare poi la diaspora dei ricongiungimenti familiari. In meno di un anno avremmo grandissimi benefici, dando un segnale all'Italia e all'Europa di aver intrapreso una via virtuosa. E se la intraprendessimo, nell'arco di tre- quattro anni potremmo allinearci ai Paesi più rapidi.
Come si può, invece, semplificare la procedura civile?
Basta copiare il codice tedesco, che è molto più efficace, snello e duttile e i processi durano meno della metà che non da noi. Del codice tedesco mi sono piaciute soprattutto molte possibilità di riti alternativi, che da noi non ci sono, e poi la duttilità che hanno i giudici nel fissare le udienze a breve in modo orale, tralasciando la forma scritta, e grandi possibilità di conciliazione. In questo i tedeschi si sono dimostrati molto più organizzati, pragmatici e fantasiosi di noi.
Una buona fetta della giustizia civile è amministrata dai giudici onorari. Si può intervenire anche qui?
I Got vengono pagati a cottimo, causa per causa, senza garanzie, una situazione indegna, che andrebbe risolta.
Il Cnf, per deflazionare la giustizia civile, ha proposto al governo di aumentare i sistemi alternativi della volontaria giurisdizione. Può essere una strada?
L'idea è buona, ma noi abbiamo la capacità di complicare tutto e basti l'esempio, anche se nel penale, del rito abbreviato. È vero che dobbiamo affidarci a tutti i riti alternativi e alle forme di conciliazione, per esempio, o di giurisdizione volontaria, purché lo facciamo in modo molto pragmatico e quindi in modo molto rapido.
Passando al penale, attualmente sembra fuori agenda...
Il penale, da un punto di vista politico- filosofico, è sicuramente più importante, perché influisce sulla libertà e l'onore dei cittadini. E la situazione, attualmente, è catastrofica, molto peggio che nel civile. Il codice Vassalli è stato sfasciato, nessuno capisce più cosa sia e va rifatto da cima a fondo. C'è tutta una serie di abusi e di violazioni dei diritti individuali. Penso ad esempio al metodo di intercettazione, un vero abominio, alla custodia cautelare, che molto spesso viene abusata, e all'uso strumentale dell'informazione di garanzia o a riforme ancora più grandi, come la separazione delle carriere e la discrezionalità dell'azione penale che presumono, però, una riforma globale del codice e addirittura della Costituzione. Però ci vuole tempo e in questo momento il tempo non c'è.
E quindi cosa fare?
La parte penale che ha, in questo momento, maggiore incidenza sulla stasi della nostra economia e che può essere in pochissimo tempo modificata è quella relativa all'abuso d'ufficio e al traffico di influenze. Soprattutto l'abuso di ufficio, perché non c'è amministratore che non abbia paura di incappare, un domani, in una denuncia. I tempi si triplicano, nel migliore dei casi: si chiama amministrazione difensiva. Ma il risultato è la paralisi delle amministrazioni, che sono l'alter ego delle imprese. Sono anche favorevole, sempre nell'interesse degli amministratori, all'eliminazione immediata della legge Severino, che non serve assolutamente a nulla e confligge con la presunzione di innocenza che è prevista dalla Costituzione. Qualora il governo dovesse durare, potrebbe riformare in senso liberale tutto questo pasticcio che è il nostro codice di procedura penale e magari anche tirando fuori dal cassetto il codice penale della commissione presieduta da me, immeritatamente chiamato codice Nordio. Un buon codice, molto moderno e avveniristico, perché non considera più il carcere come elemento fondante della punizione.
Cambierebbe anche la giustizia amministrativa?
Ha lo stesso impatto negativo nei confronti dell'economia di quella civile: le amministrazioni sono paralizzate perché ogni atto amministrativo può essere impugnato davanti al Tar, il quale molto spesso indugia oppure concede una sospensiva e la sentenza arriva tempo dopo. Il risultato è un'assoluta incertezza. Ed è anche irrazionale e irragionevole che tre i giudici che hanno vinto un concorso interferiscano in scelte di alto valore politico.
Qual è il rimedio?
I Tar non vanno annullati, ma vanno resi tassativi gli atti amministrativi per i quali è ammissibile un ricorso. Quindi il ricorso al Tar, invece di essere la regola, come oggi, diventerebbe l'eccezione e dovrebbe essere riservata agli atti più importanti, ma non certo a quelli che per esempio esprimono una legittima valutazione politica come i Dpcm. Posso dire, personalmente, che li ritengo in gran parte illegittimi, perché solo una legge può limitare i diritti costituzionali. Ma eravamo in piena emergenza.
L'ex ministro Severino, assieme alla giudice Cartabia, è tra i nomi più accreditati per via Arenula. Quale sarebbe per lei la figura migliore?
Molto spesso viene enfatizzata troppo la figura del ministro della Giustizia, come se potesse essere il risolutore dei problemi. In realtà può complicarli molto, come ha fatto Bonafede, ma non può risolverli da solo. Un ministro della Giustizia può fare molti danni in poco tempo, ma in poco tempo non può risolvere da solo molte situazioni. Senza una convinzione politica non c'è ministro che tenga. Se si segue la traccia che mi sono permesso di indicare, le difficoltà non saranno molte.
di Piercamillo Davigo
Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2021
Avviso ai neo-europeisti. Molti di coloro che vorrebbero il ritorno alla prescrizione che continua a decorrere anche dopo una condanna in primo grado si dichiarano europeisti, ma evidentemente ignorano la ben diversa posizione dell'Unione europea sulla questione.
La Corte di giustizia dell'Unione europea (grande sezione), con sentenza 8 settembre 2015, aveva ritenuto che la previgente prescrizione italiana fosse in contrasto con l'art. 325 del 'Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (Tfue). La normativa italiana prevede un termine di prescrizione il cui decorso può essere interrotto dal compimento di determinati atti processuali. Dopo l'interruzione il termine ricomincia a decorrere, ma complessivamente non può superare un quarto del termine massimo.
Ad esempio, se un reato è punito con una pena non inferiore a sei anni di reclusione, la prescrizione è di sei anni che decorrono dalla commissione del reato. Se viene compiuto un atto interruttivo (ad esempio l'interrogatorio dell'imputato) i sei anni ricominciano a decorrere da tale ultimo anno, ma il termine complessivo non può superare sette anni e sei mesi.
La Corte di giustizia Ue aveva deciso che un sistema simile pregiudicava la possibilità di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell'Unione europea come in materia di imposta sul valore aggiunto (Iva). Di conseguenza con la sentenza citata (chiamata Taricco) la Corte Ue aveva stabilito che i giudici nazionali dovessero disapplicare la normativa nazionale nella parte in cui poneva un limite di un quarto alla proroga del termine di prescrizione.
In alcuni casi i giudici nazionali disapplicarono tale limite, condannando anche quando, in applicazione del limite di cui all'art. 160 e 161 del codice penale, era maturata la prescrizione. Altri giudici si posero il problema che la disapplicazione loro demandata dalla Corte Ue strideva con alcuni vincoli costituzionali (divieto di retroattività di norme sfavorevoli in materia penale, riserva di legge nella stessa materia, indeterminatezza del concetto di gravi frodi) e sollevarono questioni di legittimità costituzionale.
La Corte costituzionale con ordinanza n. 24 del 2017 sollevò questione di pregiudizialità comunitaria innanzi alla Corte di giustizia Ue segnalando la possibilità di contro limiti quali la prevedibilità delle decisioni, la non retroattività e la natura sostanziale (e non processuale) della prescrizione italiana, la riserva di legge.
La Corte Ue (Grande sezione) con sentenza 5 dicembre 2017 ribadiva il contenuto della sentenza Taricco (punti 29-39), ma rilevava che - sino all'adozione della direttiva (Ue) 2017/1371 del Parlamento europeo e del Consiglio - il regime della prescrizione applicabile ai reati in materia di Iva non era oggetto di armonizzazione da parte del legislatore Ue (punto 44), conia conseguenza che la Repubblica italiana era libera, "a tale data", di assoggettare il regime della prescrizione "al principio di legalità dei reati e delle pene" (punto 45).
Affermava poi che "il principio di legalità dei reati e delle pene, nei suoi requisiti di prevedibilità, determinatezza e irretroattività della legge penale applicabile", riflette le "tradizioni comuni agli Stati membri" e ha identica portata rispetto al corrispondente diritto garantito dalla Convenzione europea dei diritti dell'Uomo (punti 51-55). Spetta perciò al giudice nazionale il compito di verificare se il riferimento operato nella sentenza Taricco (punto 58) a "un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell'Unione, conduca a una situazione di incertezza nell'ordinamento giuridico italiano quanto alla determinazione del regime di prescrizione applicabile".
Ove incertezza fosse rilevata dal giudice nazionale, essa "contrasterebbe con il principio della determinatezza della legge applicabile", con la conseguenza che "il giudice nazionale non sarebbe tenuto a disapplicare le disposizioni del codice penale in questione" (punto 59). In ogni caso il divieto di retroattività vigente in materia penale impone di escludere che possano essere disapplicate le norme sul regime di prescrizione "interno" per i fatti commessi prima della pronuncia Taricco; altrimenti, gli accusati potrebbero essere "retroattivamente assoggettate a un regime di punibilità più severo di quello vigente al momento della commissione del reato" (punto 60).
Detto questo l'ordinanza di rinvio della Corte costituzionale richiamava la responsabilità del legislatore e la Corte di giustizia ha stabilito che "spetta, in prima battuta, al legislatore nazionale stabilire norme sulla prescrizione che consentano di ottemperare agli obblighi derivanti dall'articolo 325 Tfue".
Questo significa che il ritorno puro e semplice al precedente sistema di prescrizione, invocato da alcune forze politiche anche in occasione della recente crisi di governo, porterebbe all'apertura di una procedura di infrazione contro l'Italia per violazione di tali obblighi.
di Dimitri Buffa
L'Opinione, 10 febbraio 2021
"Se cerco il martirio? No di certo. Io voglio che sul mio caso venga fuori la verità, non solo la vulgata che la circonda". E poi: "Se mi sarei mai immaginato di entrare nella commissione Giustizia del Partito Radicale? No di certo, ma adesso ho capito che c'è una cosa che ci ha sempre accomunato: battersi per una cosa giusta".
Luca Palamara - ex magistrato dopo che la casta in toga si è affrettata a radiarlo con un processo disciplinare che si può definire più che sommario, autore insieme al direttore de "Il Giornale", Alessandro Sallusti, di un libro che è già un bestseller ("Il sistema. Potere, politica affari: storia segreta della magistratura", ndr) - risponde così alle prime due curiosità che fanno da prologo a questa intervista. Per il resto, come potrete leggere non si tiene le proprie idee per sé a proposito delle scomposte reazioni di quella parte della politica e della magistratura, oggi definita come un partito invincibile che tiene in mano i destini di un'intera nazione, da "Mani pulite" ai nostri giorni.
Qualcuno l'ha etichettata come un pentito. Lei si sente come Tommaso Buscetta, che ha scardinato il sistema Cosa Nostra dall'interno o come Joe Valachi, che venne fatto passare per pazzo prima di venire ucciso? Oppure come una persona che, esercitando il potere, da quello stesso potere è stata poi stritolata?
"Io mi sento come una persona che ha vissuto in un sistema di potere e che ha deciso di raccontarlo. Posso dire che adesso, quando un giornalista mi chiede di registrare l'intervista che mi sta facendo, gli rispondo faccia pure, tanto ci sono abituato".
Cosa potrebbe scrivere oggi Leonardo Sciascia, ispirandosi alla sua non breve avventura nella magistratura inquirente, associata e consiliare?
"Penso che oggi Sciascia potrebbe in qualche modo rieditare "Il contesto" attualizzandolo a quello che la mia vicenda ha rappresentato".
Lei sembra essere stato processato e cacciato, mediante un uso esageratamente punitivo del processo disciplinare, per essere stato uno che parla troppo dei colleghi e con i colleghi. Sentendo anche qualche "voce dal sen fuggita" nei vari interventi al Consiglio superiore della magistratura, sembra che l'onta promani soprattutto dai pettegolezzi contenuti in chat e intercettazioni. Forse le viene rimproverato, magari inconsciamente, di aver usato in maniera imprudente e infantile lo smartphone?
"L'articolo 15 della Costituzione, in realtà, garantisce la segretezza delle comunicazioni. Mai mi sarei aspettato che tanto gli incarichi direttivi, quanto le valutazioni di professionalità o i procedimenti disciplinari, venissero basati su una lettura parziale delle mie chat".
Quale è la concezione esistenziale e filosofica del cosiddetto partito delle procure. O meglio, di alcuni procuratori?
"Non parlerei di concezione filosofica. In realtà, dalla riforma del 2007 il potere del procuratore della Repubblica è aumentato a dismisura. Con la polizia giudiziaria e una stampa di riferimento, nonché con un rapporto privilegiato con il giudice del processo, il "contesto" si è trasformato in una vera centrale di suddetto potere".
Alcuni magistrati si sentono in missione per conto di Dio?
"Il tema, tanto per rievocare Sciascia, è come evitare che il lavoro del Pubblico ministero, anziché procedere alla ricerca della verità giudiziaria, si trasformi in una missione salvifica".
E quale è l'espediente auto-assolutorio per applicare una consolidata giurisprudenza e giurisdizione domestica, sia penale verso alcuni referenti politici, sia disciplinare per chi sta dalla parte giusta all'interno di questo sistema autoreferente?
"Tutto passa per la cosiddetta degenerazione del meccanismo correntizio, allorquando scatta un istinto di autoprotezione che, inevitabilmente, finisce per trasformare la magistratura in una casta".
Quale sarebbe l'obiettivo politico ultimo di chi crede che questo sia il giusto atteggiamento che la magistratura associata, e requirente, deve tenere verso la politica. E, in genere, verso "il resto del mondo"?
"Io direi che in certi momenti storici si è assistito ad una commistione di ruoli, dovuta anche alla debolezza della politica iniziata con la eliminazione dell'autorizzazione a procedere, avvenuta nel 1993. Da quel momento non ci sono state più linee di confine tra l'azione della magistratura e la politica".
Chi può fare la riforma della giustizia e chi invece, secondo il sistema, sarebbe autorizzato a farla?
"Diciamo che dall'interno della magistratura scatta una sorta di concezione proprietaria della magistratura stessa, si ritiene che si debba procedere ad una auto-riforma che però, nei fatti, alla fine non avviene mai".
Perché quando si parla dei processi penali, civili e amministrativi il dibattito si incanta nel disco rotto della "velocizzazione" - come se si trattasse di una catena di montaggio automobilistica - e pochi sentono il dovere di porsi il problema anche del raggiungimento di una qualità giuridica impeccabile, secondo i canoni dello Stato di diritto?
"Questo è un altro grande tema. Spesso il problema della qualità dei processi è quasi dimenticato, invece rimane ancora oggi uno dei principi fondamentali, soprattutto quando nell'articolo 111 della Costituzione è stato inserito il principio del giusto processo".
Cosa è lo Stato di diritto per chi ha portato la magistratura a specchiarsi, volente o nolente, nel libro che lei ha scritto con Sallusti?
"Lo Stato diritto, per rievocare Montesquieu, è lo Stato in cui si realizza un corretto equilibrio tra i poteri dello Stato. Ma spesso la ricerca di questo equilibrio non è facile da realizzare".
Perché i magistrati al loro interno tendono a non denunciare - anche se donne - abusi sessuali dei superiori? Roba di altri tempi. Temono le donne di subire il calvario che, a suo tempo, hanno subito tante vittime di stupro nei processi dei primi anni Settanta, a cominciare dalle vittime del cosiddetto "massacro del Circeo"?
"La magistratura è un corpo composto da circa 10mila magistrati e riflette le umane debolezze della nostra società, anche quando entrano in campo vicende che attengono alla sfera sessuale".
C'è un ambiente o una prassi neo-patriarcale?
"È indubbio che ci siano correnti, soprattutto quelle ideologizzate, che tendono ad affermare una sorta di egemonia culturale, dalla quale però le nuove generazioni vogliono in qualche modo liberarsi".
E il Csm come tratta questo tipo di delicati problemi? Un caso recente non sembra essere stato un esempio di metodo nel condurre l'azione disciplinare... sembra che sia la vittima a rimetterci.
"Nell'attuale sistema il Csm, inevitabilmente, finisce per rimanere imprigionato nel meccanismo delle correnti e non riesce ad avere una sua autonomia decisionale".
C'è "una luce" al fondo di questo tunnel - che comprende anche la gestione disastrosa delle carceri di cui moltissimi magistrati, a volte persino di sorveglianza, sembrano spesso disinteressarsi - oppure quella luce è solo il treno che sta arrivando sui binari, pronto a investire ogni ostacolo che si pone sulla sua strada?
"Bisogna riconoscere il grande merito dei magistrati di sorveglianza che, con abnegazione e impegno, trattano un argomento delicato come quello della detenzione carceraria. Rappresenta un esempio per tutti coloro che si avvicinano a questo tema".
di Bruno Ferraro*
Libero, 10 febbraio 2021
Una rapida scorsa dei 334 nominativi di personaggi menzionati a vario titolo nel libro-intervista curato da Alessandro Sallusti con (l'ex) magistrato Luca Palamara, mi ha procurato amarezza, curiosità e sorpresa. L'amarezza perché, dopo aver trascorso 45 anni nell'esercizio delle funzioni giudiziarie ai più diversi livelli, appartenendo a una generazione che aveva scelto la giustizia per vocazione, devo constatare il profondo degrado successivamente maturato.
La curiosità è per aver ritrovato nomi di colleghi che hanno avuto momenti di grande visibilità o hanno scalato posizioni senza meriti oggettivi ma sfruttando aderenze e collegamenti incompatibili con la funzione svolta. Confesso perciò che il non ritrovare il mio nominativo nel libro mi procura soddisfazione e orgoglio. La sorpresa è per i commenti rimbalzati da molti colleghi, che hanno scoperto con decenni di ritardo origine ed entità della degenerazione, che in verità risale agli anni 80-90, anche se solo negli ultimi venti anni ha assunto forme e consistenza decisamente intollerabili.
Sulle colonne di questo giornale e in numerosi interventi e scritti precedenti (non ultimo in un libro del 2015 dal titolo significativo "Rincorrendo la giustizia"), mi sono frequentemente intrattenuto sui non pochi aspetti di una non rinviabile riforma della giustizia quali, citando i più importanti: la degenerazione correntizia, che ho sempre definito come il cancro della giustizia quando andava invece di moda considerare le correnti una linfa vitale; la separazione delle carriere, con una magistratura giudicante per principio autonoma e indipendente e una magistratura requirente (le Procure) chiamata a operare come "parte imparziale" (parole di Giovanni Leone) anziché come parte irresponsabile; sul CSM di cui la natura di organo costituzionale e la presidenza affidata al Capo dello Stato avrebbero richiesto e richiedono una riforma dei criteri di scelta dei componenti (sorteggio come unico modo per impedire lo strapotere delle correnti) e assoluta trasparenza delle decisioni e soprattutto del loro percorso; sui rapporti tra CSM e ministro della Giustizia da sempre viziati da opacità e caratterizzati dallo svuotamento della potestà disciplinare; sulla politicizzazione della magistratura, inevitabile se si consente il libero passaggio da un'aula di tribunale all'esercizio di una funzione politica con un paradossale viaggio di andata e ritorno e non di sola andata (cosiddette porte girevoli).
Credo ancora, basandomi sulla Costituzione, in un giudice soggetto "soltanto alla legge" quindi insindacabile nell'esercizio della funzione di jus licere: indipendenza tuttavia non vuole né può dire irresponsabilità, perché il giudice non è detentore di un potere sovrano e deve considerare tutti i giudicandi uguali di fronte alla legge. Carrierismo, consociazione, commistione con la politica sono estranei al disegno costituzionale.
Per questo, ancora una volta, auspico che Parlamento, governo e Presidenza della Repubblica inseriscano in agenda, prioritariamente, la riforma del CSM, la separazione delle carriere e l'abbattimento del "sistema" delle correnti. Il caso Palamara è solo la punta dell'iceberg e la lezione che deriva dalla lettura del libro obbliga a non voltare lo sguardo dall'altra parte fingendo di non vedere il male che è sotto gli occhi di tutti.
*Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione
piacenzasera.it, 10 febbraio 2021
Interventi di orientamento e formazione che possano aiutare le persone in esecuzione penale a un reinserimento sociale fondato sul lavoro e, a partire dall'acquisizione e qualificazione di un profilo professionale, consentano loro di acquisire autonomia e rafforzarsi rispetto a possibili recidive e reiterazioni delle azioni che li hanno portati in carcere.
Sono 22 i progetti formativi approvati dalla Regione e finanziati con 1,1 milioni di euro di risorse del Fondo sociale europeo, che hanno l'obiettivo di rendere disponibili politiche formative, di orientamento e di accompagnamento al lavoro per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale da parte dell'Autorità giudiziaria.
"Il Piano regionale degli interventi orientativi e formativi per l'inclusione socio-lavorativa delle persone in esecuzione penale, nel suo complesso e nei singoli interventi che vengono programmati, ha un valore preventivo - spiega l'assessore regionale alla Formazione e Lavoro, Vincenzo Colla. Con queste azioni intendiamo sostenere l'inclusione sociale, in particolare nella fase delicata del ritorno alla vita in libertà, cercando di rendere questo momento particolarmente significativo per una reale integrazione nella società".
Gli interventi, definiti in condivisione con la Commissione regionale per l'area dell'esecuzione penale degli adulti, tengono conto dell'importanza che la rete dei servizi formativi e sociali, pubblici e del privato sociale, delle imprese profit e no profit e dei servizi dell'Amministrazione penitenziaria rivestono nella costruzione di un percorso riabilitativo per il reinserimento sociale e la riqualificazione lavorativa. I 22 progetti permetteranno di costruire percorsi personalizzati tramite orientamento, formazione permanente e delle qualifiche, tirocini.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 10 febbraio 2021
Luca Andrea Brezigar (Camere penali): "Il quarto potere ha preso il sopravvento. Ne è un esempio la trasmissione condotta da Massimo Giletti Non è l'arena. L'incredibile distorsione qui è rappresentata dall'ascoltare in quella arena i testimoni del fatto. In altri casi è addirittura capitato che venissero sentiti prima di andare a colloquio con il pubblico ministero".
Al centro della cronaca nera attualmente c'è il caso di Alberto Genovese, noto imprenditore arrestato a Milano con l'accusa di aver violentato una ragazza di 18 anni durante un festino. Benché siamo ancora nelle fasi iniziali delle indagini, è iniziato già il processo mediatico: nel frattempo si sono aggiunte altre presunte vittime e tutte vanno addirittura in tv a raccontare le presunte violenze. Usiamo "presunte" perché, ca va sans dire, il processo non è nemmeno iniziato. Ne discutiamo con l'avvocato Luca Andrea Brezigar co-responsabile, insieme al giornalista Alessandro Barbano, dell'Osservatorio informazione giudiziaria, Media e processo penale dell'Unione Camere Penali.
Avvocato, che idea si è fatto della narrazione mediatica del caso Genovese?
Il quarto potere, soprattutto in questo periodo di Covid in cui siamo chiusi a casa costretti quasi davanti alla tv e ai social, ha preso il sopravvento. Ne è un esempio la trasmissione condotta da Massimo Giletti Non è l'arena, che in realtà si è trasformata in un'arena vera e propria. L'incredibile distorsione qui è rappresentata dall'ascoltare in quella arena i testimoni del fatto. In altri casi è addirittura capitato che venissero sentiti prima di andare a colloquio con il pubblico ministero. Questo modo di agire significa affossare il processo: non va dimenticato che la prova si forma nel dibattimento, non in uno studio televisivo.
Avvocato attenzione perché potremmo essere accusati di fare victim blaming, ossia colpevolizzare le vittime...
Ma assolutamente no, non è questo il caso. Semplicemente credo fortemente da avvocato nel rispetto delle regole del giusto processo e qui ci troviamo dinanzi ad una chiara violazione.
Anche perché mentre le due presunte vittime di Alberto Genovese raccontavano la loro storia nella puntata dell'8 febbraio, è comparsa la scritta "Parlano le ragazze violentate da Genovese", come se già fosse stata emessa una sentenza definitiva...
Purtroppo siamo abituati a certi tipi di titolazioni. In questo caso dovrebbe arrivare in soccorso un codice deontologico comune che riguardi i giornalisti e tutti gli operatori coinvolti nel circuito mediatico.
Bisogna aggiungere che quando si parla di reati sessuali, c'è la predisposizione a dare comunque ragione alla vittima...
Sarà il giusto processo a determinare come si sono svolti gli accadimenti. Io ovviamente non posso entrare nel merito del caso Genovese. Posso dire che se con le riforme richieste dall'Europa introduciamo nel codice tutele per il soggetto debole, è chiaro che esso diviene meritevole di una maggiore garanzia. Ciò significa che il processo deve svolgersi con particolari cautele ma anche evitare che lo stesso soggetto debole sia sottoposto a delle pressioni o distorca la propria versione, raccontando qualcosa che crede di aver vissuto. Ricordate il presunto stupro consumato nel 2019 nella circumvesuviana di San Giorgio a Cremano? Una ragazza aveva accusato di violenza brutale di gruppo quattro ragazzi ma poi grazie alle telecamere si scoprì che non era vero nulla. Soggetto debole non significa necessariamente soggetto credibile.
La verginità cognitiva del giudice può essere inficiata da queste trasmissioni?
I giudici sanno che non devono lasciarsi influenzare, hanno gli strumenti per resistere all'impatto del processo mediatico. Poi ci sono processi di grande rilevanza pubblica, dove si formano dei veri schieramenti di opinione, e dove molti cercano di costituirsi parti civili: tutto ciò potrebbe minare la serenità del dibattimento. Più parti civili significa più rapporti con la stampa. Posso dunque immaginare un giudice soffocato da questo tipo di situazione.
Come si può coniugare la libertà di stampa con il rispetto dei diritti degli indagati/imputati?
Come Osservatorio stiamo lavorando a delle soluzioni che vadano ad implementare il quadro già esistente. È chiaro che il processo mediatico esiste e non lo si può far sparire; è altrettanto vero che le distorsioni del processo mediatico si possono limitare. C'è una difficile convivenza tra la necessità di segretezza della giustizia penale e l'inviolabile diritto all'informazione. Sul segreto istruttorio noi abbiamo un impianto normativo che fa un po' acqua da tutte le parti: se lei istiga un pubblico ufficiale per avere una notizia viola il segreto, se invece la notizia gliela passano dalla Procura è tutto lecito. Poi c'è il problema della pubblicazione degli atti non coperti da segreto istruttorio, come l'ordinanza di custodia cautelare: è una pubblicazione che inquina il processo. Dovrebbe essere reso pubblico solo l'esito non tutta l'ordinanza come se fosse un inserto da distribuire in edicola. Tornando al caso Genovese e guardando proprio la trasmissione di Giletti, come Osservatorio stiamo osservando che i pubblici ministeri non stanno facendo quello che potrebbero fare: ossia vietare al testimone, come previsto dal nostro codice, di andare a riferire in televisione quello che già hanno dichiarato nelle sedi opportune.
di Giuseppe Legato
La Stampa, 10 febbraio 2021
Avvocati, commercialisti e imprenditori stringono rapporti con la criminalità calabrese. De Raho nella relazione annuale della Dna: "Non più mafia in senso stretto, ma azienda innovatrice".
Ha "nuove frontiere affaristico-imprenditoriali", si presenta adesso "come mafia innovatrice capace di modificare le regole basilari della tradizione criminale per affrontare le sfide del futuro dotandosi finanche di una struttura occulta e riservata formata da una componente elitaria che assicura alla organizzazione l'attuazione dei programmi criminosi anche negli ambiti strategici della politica, dell'economia e delle istituzioni".
Non è più mafia in senso stretto, "è azienda che ha sempre più la connotazione, le caratteristiche e le dimensioni dell'impresa multinazionale, della quale sono stati assimilati gli scopi, l'organizzazione e la visione globale degli interessi". Parola di Federico Cafiero De Raho, procuratore nazionale antimafia che cosi tratteggia la nuova 'ndrangheta italiana nella relazione annuale della Dna sul crimine (organizzato) nel nostro Paese.
Un'azienda dunque "che tende a conformarsi al modello delle imprese commerciali e a seguirne le medesime tendenze: specializzazione, crescita, espansione nei mercati internazionali - scrive De Raho - e rapporti con altre realtà economiche". Tutto merito delle opportunità offerte dall'internazionalizzazione dei mercati commerciali e finanziari e dai progressi scientifici e tecnologici "che hanno permesso alle 'ndrine di proiettare la loro influenza su aree territoriali sempre più vaste".
De Raho: "La mafia foggiana primo nemico dello Stato" - Con un cambio di approccio nell'aggressione ai mercati. Dice De Raho: "che la mafia calabrese non si limita soltanto a svolgere una funzione vessatoria e parassitaria sulle imprese e sull'economia legale, ma è essa stessa impresa in grado di condizionare il mercato garantendo l'erogazione dei servizi richiesti dai mercati legali in maniera estremamente vantaggiosa". Aggiunge: "La notevole forza corruttiva ha trasformato l'organizzazione in una holding economico-finanziaria".
Quali siano poi gli strumenti che hanno permesso questo salto generazionale e fattuale che ha sancito la supremazia della 'ndrangheta su tutte le altre mafie tradizionali è presto detto: "Il controllo di buona parte del consenso, sociale prima, politico poi - spiega De Raho nella relazione - costituisce la forza principale dell'associazione criminale ormai non solo più in Calabria, ma anche in diversi territori del Nord: Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e valle d'Aosta". E se cambia la 'ndrangheta cambiano - al pari - gli approcci investigativi: "Che più che seguire le orme degli affiliati al sodalizio, sono attratte dai flussi di denaro, dall'analisi delle numerose attività economiche sorte dal nulla e dalle figure professionali od imprenditoriali che li movimentano" precisa il Procuratore.
Ecco spuntare dunque i professionisti, avvocati, commercialisti, imprenditori. De Raho cita tre indagini. Quella di Nicola Gratteri e Antonio De Bernardo che ha portato in carcere - e oggi a giudizio nella Maxi aula bunker di Lamezia Terme "alcuni professionisti, in particolare avvocati, che hanno dato un notevolissimo apporto alle attività dei sodalizi, tanto da esserne stati ritenuti concorrenti esterni ed in alcuni casi addirittura partecipi".
È il caso di Giancarlo Pittelli, ex senatore della Repubblica i cui contatti e supporti al potente clan dei Mancuso di Vibo Valentia hanno riempito le pagine dell'inchiesta Rinascita Scott. C'è ancora il caso di Fabio Pompetti "avvocato e faccendiere, referente dei Bellocco in Argentina, a Buenos Aires, il quale - si legge nella relazione della Dna - ha svolto un ruolo importante con riguardo all'acquisto di un carico di cocaina, ma si è anche prodigato per la necessità di far giungere con urgenza in Uruguay almeno 50 mila euro, per far scarcerare, anche corrompendo pubblici ufficiali, Rocco Morabito, detto "Tamunga", arrestato nel settembre 2017 dopo essersi sottratto per oltre 20 anni alla giustizia italiana ma, guarda caso facilmente evaso, nel giugno 2019, dal carcere di Montevideo".
Infine "va menzionata l'applicazione della misura interdittiva ad un legale del foro di Torino che, dietro compenso, aveva avvisato i principali associati dell'esistenza del procedimento e delle attività di intercettazione in atto" scrive la Dna. "Dalle indagini è emerso come un professionista mantenesse ottimi rapporti con apparati istituzionali ed esponenti della Polizia Giudiziaria, e come dunque fungesse da tramite rispetto al sodalizio. Il suo ruolo veniva avallato anche da Antonio Agresta (ritenuto tra i capi assoluti della 'ndrangheta in Piemonte ndr), che - informato dal figlio in merito ai rapporti con il legale - sottolineava la necessità di mantenerli".
di Rossella Grasso
Il Riformista, 10 febbraio 2021
Alta tensione e proteste nel carcere di Secondigliano: ma la situazione contagi è sotto controllo. Nel carcere di Secondigliano la situazione dei contagi è sotto controllo. A preoccupare non sono tanto il numero dei positivi ma la tensione che si sta spargendo tra i detenuti e soprattutto tra i loro familiari. Preoccupano le voci che circolano e i colloqui diradati per la pandemia rendono ancora più difficile le comunicazioni. Così è aumentata l'apprensione tra i familiari e all'interno dello stesso carcere.
"Si stanno susseguendo sempre più spesso delle battiture e proteste - racconta il garante dei detenuti del comune di Napoli Pietro Ioia - ma la situazione dei contagi a Secondigliano è abbastanza sotto controllo". A rendere tesa l'atmosfera è l'insofferenza di alcuni detenuti che magari hanno contratto il Covid o che hanno avuto contatti con persone positive e che sono sottoposte a isolamento in attesa di guarigione o precauzionale. Non è certamente cosa semplice sopravvivere reclusi in celle anguste dovendo rinunciare anche ai pochi momenti d'aria e questo sta creando qualche disagio.
Da qualche giorno circola sui social un video in cui si vede Salvatore Basile, detenuto a Secondigliano. Durante una videochiamata con la famiglia denuncia le pessime condizioni in cui stanno vivendo i detenuti. "Quindici giorni fa c'è stata una persona con il Covid e ci tengono chiusi in stanza. Dicono che è per prevenzione del Covid. Ma siamo stati tutti insieme eppure chiudono in stanza solo noi della quarta sezione", dice.
"Uno dei poliziotti penitenziari ci ha minacciati dicendo che dobbiamo stare in stanza senza protestare". Poi gira lo smartphone e mostra i corridoi del penitenziario dell'ala dove si trova recluso. "Vi faccio vedere la sezione - dice - casini non ce ne sono, ci minacciano inutilmente. Noi abbiamo sbagliato e siamo qui per pagare ma non vogliamo farlo con la dignità che è la cosa più importante per un uomo".
"Spero che Mattarella o il ministro della Giustizia vengano a vedere come siamo messi in questi carceri - continua il video - Dicono che le prigioni sono come alberghi ma non è così". E mostra la sua cella e soprattutto il bagno, senza finestra e con l'aeratore che dice di essere rotto. "Dal 17 novembre che ho contratto il virus non sono più uscito da questa cella. Spero che il mio appello possa arrivare lontano", conclude. Dal carcere di Secondigliano confermano che la situazione dei contagi è sotto controllo proprio grazie all'applicazione di tutte le misure tra cui l'isolamento precauzionale e sanitario che ha permesso di abbassare nettamente il numero dei contagi. Vengono fatti screening ordinari ed è posta molta attenzione nel far rispettare le norme anti contagio. Dal bollettino diramato dal Garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello, a Secondigliano risultano 20 contagiati tra i detenuti e 23 tra gli agenti.
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