di Francesco Oliva
Corriere Salentino, 9 febbraio 2021
I familiari: "Non sappiamo nulla sulle cause, vogliamo la verità". Una telefonata per comunicare ad un nipote la morte dello zio senza spiegare le cause del decesso. Da allora nessun'informazione. E ora i familiari di Fernando Frisulli vogliono giustizia e verità sul decesso del proprio familiare nel carcere di Catanzaro il 2 febbraio 2021. Il recluso è di Lecce.
Il 10 febbraio avrebbe compiuto 50 anni. Nel penitenziario della città calabrese l'uomo era stato trasferito da circa 3 anni. Un provvedimento su cui sono state fornite sempre scarne motivazioni.
Come poche sono le indicazioni sulla morte del detenuto. Quel che si sa è che il pubblico ministero della Procura di Catanzaro, Domenico Assumma, ha aperto un fascicolo d'indagine ipotizzando l'accusa di omicidio colposo per il momento a carico di ignoti. E, nella giornata di martedì 9 febbraio 2020, sarà conferito incarico al medico legale di Isabella Aquila per eseguire l'autopsia.
I familiari di Frisulli si sono rivolti allo Sportello dei Diritti da sempre impegnato nella tutela dei detenuti. Dubbi e interrogativi, infatti, accompagnano la morte dell'uomo. Si tratta di un suicidio? O cos'altro. Dal penitenziario i parenti dell'uomo non hanno ricevuto altra informazione se non l'avviso di accertamento tecnico non ripetibile relativo all'autopsia dopo la telefonata con cui hanno comunicato il decesso dell'uomo. "Vogliamo sapere cosa è successo in carcere" fanno sapere. Frisulli non era sposato ma aveva mantenuto i rapporti con le sorelle con le quali c'è stato uno scambio di lettere fino alle scorse settimane. Poi il silenzio interrotto dalla telefonata dalla direzione penitenziaria al nipote del detenuto. Frisulli era entrato in carcere circa quattro anni fa perché ritenuto autore di una serie di furtarelli ed il fine pena era fissato fra un anno.
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 9 febbraio 2021
"Vaccino per detenuti e poliziotti". È Antonio Maiello, agente penitenziario di 52 anni, la prima vittima del Covid dopo il focolaio registrato nei giorni scorsi nel carcere casertano di Carinola dove attualmente sono detenute circa 300 persone. "Tonino", così come veniva chiamato da familiari e amici, era ricoverato al Covid center di Maddaloni (Caserta) e dopo tre giorni di terapia intensiva non ce l'ha fatta. Sposato con due figli, viveva nel comune di Cellole.
Maiello era risultato positivo al virus insieme ad altri 16 colleghi, alcuni dei quali ricoverati - secondo quanto denunciato dall'Unione sindacati di polizia penitenziaria (Uspp) - in ospedale. Casi di positività che hanno spinto la direzione del carcere guidato da Carlo Brunelli a sottoporre a tampone i detenuti presenti. Screening dal quale è emersa la positività, al momento, di un solo detenuto che si trova in isolamento.
"Da tempo chiediamo il vaccino anticovid per tutti i detenuti" spiega al Riformista Emanuela Belcuore, garante della provincia di Caserta. Poi l'appello ai magistrati di sorveglianza "affinché si velocizzi l'iter che prevede la possibilità, per chi ne ha i requisiti, di scontare il resto della pena a casa e non in carcere". Al momento nel carcere di Carinola sono sospesi "per motivi precauzionali" gli ingressi per i volontari oltre che le attività scolastiche e i corsi professionali e trattamentali.
Sulla vicenda interviene l'Uspp, Unione sindacati di Polizia Penitenziaria, con una nota di Giuseppe Moretti (presidente nazionale) e Ciro Auricchio (segretario regionale campano), che esprimono "vicinanza alla famiglia del povero collega e le più sentite condoglianze. Non è la prima volta - proseguono - che un collega ci lascia per aver contratto il Covid-19.
Ci risulta che altri colleghi in servizio al carcere di Carinola siano ricoverati per la stessa causa. Chiediamo, pertanto, un'accelerazione del piano operativo vaccinale che prevede, nella fase 3, la somministrazione del vaccino anche per la Polizia Penitenziaria.
In seguito alle rassicurazioni ricevute dalla Segreteria Nazionale a Roma dal Commissario straordinario per l'emergenza Domenico Arcuri sulla priorità della somministrazione dei vaccini al personale che lavora nelle carceri, chiediamo di sollecitare le Regioni ed in particolare la Regione Campania, affinché si avvii con urgenza la somministrazione dei vaccini innanzitutto al personale di polizia Penitenziaria, che è in servizio h24 negli istituti penitenziari, al fine di scongiurare il rischio drammatico di ulteriori morti".
Il comune di Cellole è in lutto per la prematura scomparsa dell'agente penitenziario Tonino Maiello. Il parroco don Lorenzo Albano, zio della vittima, lo ricorda così: "In questa mezza umanità, che è salito al Cielo per il Covid, c'è anche mio nipote Tonino, che oggi ha risposto serenamente, il suo "Si d'Amore" a Gesù e alla Mamma Celeste...".
"Il carcere, come si sta vedendo, è tutt'altro che un luogo immune al virus, come invece dichiarato dalla politica e da improvvidi operatori della giustizia - ha detto Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti - Quattro detenuti morti per Covid in Campania, un secondo agente di polizia penitenziaria, un medico penitenziario, un migliaio di contagiati tra agenti e detenuti dall'inizio della Pandemia. È forse necessario attendere una quantità più elevata di morti e contagiati per affrontare la questione in termini di prevenzione, cura e vaccini? Anche le conseguenze sanitarie, fisiche, psicologiche di tale contagio vanno affrontate, così come una indennità di rischio per gli operatori penitenziari e sanitari. Esprimo vicinanza e cordoglio alla famiglia dell'agente di Carinola morto per Covid".
adnkronos.it, 9 febbraio 2021
Nell'istituto carcerario di Vigevano nell'ultimo mese sono risultati positivi al Covid19 ben 103 detenuti. "È uno dei cluster più importanti registrati durante l'intero periodo di Covid nelle carceri italiane". A denunciare l'entità del focolaio è il segretario generale del sindacato polizia penitenziaria S.PP, Aldo Di Giacomo. Anche se nell'ultimo mese i casi di detenuti e di poliziotti positivi è diminuito, "i detenuti positivi sono 531 di cui 484 asintomatici, 21 sintomatici gestiti nel carcere e 26 ricoverati, mentre tra il personale penitenziario ci sono 599 positivi di cui 577 con degenza a domicilio, 9 degenti in caserma e 13 ricoverati in ospedale", spiega in una nota.
"Bisogna evitare a tutti i costi che situazioni come quelle di Vigevano possa ripetersi in altri istituti di pena. I detenuti attualmente positivi di Vigevano sono stati sposati in altri istituti o altre sezioni appositamente scelte per la cura del Covid. È senza dubbio importante iniziare quanto prima il piano di vaccinazioni per i poliziotti penitenziari e i detenuti dando priorità ai 350 detenuti ultra ottantenni e con patologie severe", afferma.
"L'attenzione dimostrata sino ad oggi dal Presidente del Dap, Tartaglia, alle nostre sollecitazioni ha dimostrato di funzionare. Ora bisogna continuare con la stessa attenzione per evitare di vanificare i buoni risultati avuti negli ultimi due mesi", conclude.
di Gianrico Carofiglio e Silvana Sciarra
La Repubblica, 9 febbraio 2021
In ogni articolo sento la gentilezza, di Gianrico Carofiglio - Qualche tempo fa mi è capitato di scrivere un libro il cui titolo è "Della gentilezza e del coraggio", che è un titolo inusuale e come tale è stato considerato da molti lettori incuriositi perché i due concetti sembrano avere poco a che fare l'uno con l'altro. In particolare, non si capisce che cosa c'entri la gentilezza in un libro che parla di politica, di discorso pubblico, perché è di questo che tratta.
Faccio una precisazione che c'è nel libro, ma che ho cercato di sviluppare in più occasioni, parlando di questi argomenti. La gentilezza di cui si parla in questo saggio non sono le buone maniere, la cortesia e il garbo: tutte doti che ci piacciono, ma che appunto non riguardano questa riflessione. La gentilezza di cui si parla in questo caso è una fondamentale attitudine umana molto spesso - troppo spesso - oggi trascurata, una fondamentale attitudine umana che consiste nell'entrare in rapporto con gli altri e gestire il conflitto che è una componente inevitabile delle nostre vite collettive, evitando il più possibile procedure distruttive che neghino l'umanità dell'altro. In questo senso, quindi, la gentilezza, per quanto mi riguarda, è una virtù, una dote che prende le mosse dall'inevitabilità del conflitto nelle nostre esistenze individuali e collettive: va incontro al conflitto perché va incontro a chi ha una posizione diversa dalla nostra. È la ricerca non già di un evento distruttivo, ma di un tentativo di composizione.
Questa pratica, questa categoria concettuale, richiama alla mente altre categorie in vari ambiti del sapere, anche categorie che sono incluse nella nostra Carta Costituzionale. La gentilezza di cui si parla in questo caso è una dote indispensabile. È una categoria che attraversa la nostra Costituzione, a cominciare dal principio fondamentale che enuncia l'articolo 3: l'idea di una società in cui gli incontri - scontri siano ispirati dal principio di solidarietà, che significa, innanzitutto, principio di percezione dell'altro. Ovvero principio di consapevolezza che anche nella diversità di vedute e nella diversità di posizione di interesse sia fondamentale per una società sana un ascolto reciproco. Ascolto delle difficoltà a volte insopportabili - come sta accadendo in quest'epoca - di chi si trova in condizioni meno buone delle nostre. La gentilezza è un antidoto alla propaganda populista perché cerca la verità delle cose.
Il successo dei populismi non è tutto e soltanto fatto di manipolazioni, di notizie inventate, di comunicazione truffaldina: esso prende le mosse anche da una situazione reale, la situazione reale che caratterizza sempre di più le nostre società complessivamente sempre più ricche. È l'aumento insopportabile delle diseguaglianze. Anche durante la crisi della pandemia, noi abbiamo assistito a un meccanismo che ormai è una costante della nostra evoluzione o involuzione sociale: i ricchi diventano più ricchi. La classe media, invece, si va sempre più assottigliando fin quasi a sparire e i poveri diventano più poveri e precari.
Questa condizione generale - l'aumento della diseguaglianza - è inevitabilmente un fattore produttivo di rabbia: è la premessa per il successo dei populismi che sono capaci di dare dei nomi truffaldini alla rabbia stessa. Sono capaci di indicare dei capri espiatori che è proprio quello che cerca chi è terribilmente e giustamente arrabbiato.
La riflessione politica cui si ispira il principio di gentilezza come virtù politica ha il dovere di promuovere l'esatto contrario: la capacità di sottrarsi alle semplificazioni, di sottrarsi al rischio dei populismi più o meno striscianti e di accettare però come una responsabilità inevitabile quella di combattere il sistema delle diseguaglianze.
In questo senso, una delle mie frasi preferite è una citazione di Adorno, il filosofo tedesco. Egli diceva: la forma più alta di moralità è non sentirsi mai a casa, nemmeno a casa propria. È una rivendicazione del disagio rispetto all'ingiustizia come condizione esistenziale della quale credo oggi abbiamo tutti quanti molto bisogno.
Penso che questi temi siano fondamentali per ogni riflessione sul futuro della convivenza civile. Mi piacerebbe molto sentire qualche opinione su questo dalla Corte costituzionale.
Perché la Carta è nata per ascoltare, di Silvana Sciarra - La cura che Gianrico Carofiglio presta al linguaggio è pari alla originalità delle sue scelte linguistiche. Ecco dunque che la parola gentilezza proprio perché collocata nel quadro storico contemporaneo assume significati del tutto peculiari e si presta a un confronto con il linguaggio della Corte costituzionale. Così come vanno insieme le parole coraggio e ascolto perché, come dice Carofiglio, non sempre si ascolta perché non si ha il coraggio di farlo. Questa affermazione può adattarsi anche a chi decide collegialmente. Innanzitutto costui deve praticare l'ascolto degli altri giudici nel collegio. Poi deve ascoltare le voci delle parti fra le righe delle tante carte da leggere. E poi finalmente, quando se ne presentano le condizioni, deve ascoltare le voci della società civile.
Le parole intese come atti linguistici e dunque vere e proprie azioni comunicative, incidono sul discorso pubblico. E per essere percepite nella loro funzione normativa devono essere parole autorevoli. Mi tornano in mente vecchie letture di Habermas. Le ragioni che legittimano nella comunicazione le Corti costituzionali quando decidono sui diritti sono stabilite prima, mentre il legislatore deve di volta in volta affermare i diritti e le loro garanzie attraverso le politiche legislative. Il diritto moderno sempre secondo Habermas, pone al centro i diritti umani e lo stato di diritto. Concetti questi che non perdono di attualità e di incisività. La Corte costituzionale nella sua collegialità si attiene a una pratica comunicativa condivisa da tutti i giudici e che si impone per coerenza, autorevolezza e indipendenza del giudizio. Dunque ascolto non è affatto accondiscendenza ma esercizio paziente e riflessivo. L'esempio più recente riguarda la sentenza sul fine vita rivolta a quanti soffrono a causa di patologie irreversibili. È un esempio importante quello dell'ascolto che la Corte era pronta a dare alla voce del Parlamento invitato a decidere entro un termine fissato dalla Corte stessa.
L'ascolto non si è verificato perché dal Parlamento è venuto soltanto silenzio. Ecco allora il coraggio di una decisione di incostituzionalità parziale dell'articolo 580 del codice penale nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevola il doloroso passaggio verso la morte. Questioni morali ed etiche restano sullo sfondo. Ma la forza discorsiva delle norme va ricercata anche nella autodeterminazione e nell'autorealizzazione. La Corte, nella stessa sentenza, dice che chi soffre è anche pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevole.
Un altro aspetto dell'ascolto prestato dalla Corte costituzionale è quello nei confronti della Corte di giustizia dell'Unione europea visto che sempre più si va rafforzando un metodo comunicativo che valorizza il pluralismo costituzionale. Il rinvio pregiudiziale alla Corte di Lussemburgo, per questioni interpretative e di validità, pone la Corte costituzionale italiana fra le più attente all'ascolto ma anche fra le più attive nell'esemplificare i valori fondanti dell'impianto costituzionale: ascolto reciproco, deferenza, collaborazione sono parole comuni di un linguaggio comune che è quello condiviso dagli Stati membri dell'Unione.
Spesso Carofiglio nel suo lavoro fa riferimento al rispetto dei diritti fondamentali come risposta democratica a forme di populismo antidemocratico. Ma cosa dice la Corte costituzionale sulla tutela delle minoranze linguistiche? Lo ritiene un principio che supera la concezione dello Stato nazionale chiuso dell'Ottocento. Un rovesciamento rispetto all'atteggiamento nazionalistico manifestato dal fascismo, che incontra il principio pluralistico riconosciuto dall'articolo 2 e il principio di eguaglianza riconosciuto dall'articolo 3 della Costituzione.
Quanto al tipo di tutele da riservare a scelte intime della persona, non omologate al modello culturale prevalente, la Corte dice che non ci deve essere divorzio automatico per la coppia in cui uno dei due componenti della coppia stessa abbia rettificato il proprio sesso esercitando il diritto all'identità di genere. L'articolo 2 della Costituzione garantisce i diritti inviolabili dell'uomo all'interno delle formazioni sociali fra le quali è da annoverare anche l'unione omosessuale ovvero la coppia non più eterosessuale ma in ragione del pregresso vissuto nel contesto del matrimonio. La Corte ha anche precisato che è degno di molta cura e attenzione il percorso di quanti pur avendo ottenuto la rettificazione di sesso all'anagrafe non si sono sottoposti al trattamento chirurgico perché quest'ultima operazione non è un prerequisito ma un mezzo funzionale al conseguimento di un pieno benessere psico fisico.
Gianrico Carofiglio sarà d'accordo con me quando dico che c'è gentilezza nei messaggi della Corte là dove riconoscono il diritto all'autodeterminazione per scelte che attengono alla persona. E questa è sicuramente un'altra modalità per contrastare la violenza del linguaggio e dei gesti.
di Vanessa Roghi
Il Domani, 9 febbraio 2021
Nel film "Lontano da casa", prodotto da Rai cinema, si raccontano le storie di chi frequenta oggi la comunità. Dopo il documentario di Netflix e dopo Muccioli, c'è una realtà che ignoriamo ma che continua a esistere.
Spenti i riflettori su Vincenzo Muccioli e la sua storia controversa, si riaccendono, senza clamori, sulla comunità di San Patrignano, attraverso un documentario di Maria Tilli, prodotto da Simone Isola e da Rai Cinema, dal titolo: Lontano da casa, la storia di un gruppo di ragazzi ospiti oggi della comunità riminese.
L'occasione è data dalla fine del percorso di recupero di uno di loro, Stefano, 27 anni, che molto serenamente, all'inizio del film dice: "Se mi chiedessero: vuoi restare qua, io direi no, sono entrato talmente giovane, a 21 anni, che la vita non l'ho nemmeno assaggiata". Sei anni di vita separata per disintossicarsi. Sei anni.
Le persone - Subito è chiaro l'intento della regista, la comunità è un pretesto, sono le storie dei ragazzi e delle ragazze a interessarla. San Patrignano è il luogo che le ha dato la possibilità di raccoglierle, e infatti la comunità fa da sfondo, con i suoi spazi di lavoro, la mensa, che abbiamo imparato a conoscere con Sanpa, i suoi stradelli che diventano improvvisati set per raccogliere percorsi di vita che hanno trovato a San Patrignano una inattesa rimodulazione. Le storie si assomigliano e sono tutte diverse e raccontano una cosa soltanto: la normalità della tossicodipendenza, oggi.
Una delle conseguenze più dannose che la serie Sanpa ha avuto, infatti, sul dibattito pubblico è stata sicuramente quella di relegare la tossicodipendenza a una dimensione storica superata, legata agli anni Ottanta.
"Lontano da casa", invece, ci mostra con grande semplicità che la tossicodipendenza è qualcosa che sta nel nostro quotidiano, che è fatta di un mix perfetto di medicinali, fumo, alcool, e poi a un certo punto di sostanze come la cocaina e l'eroina, ma il limite è esilissimo, e il passaggio da psicofarmaci a eroina è spesso più semplice di quello che si possa pensare.
Le storie - Daniele, 21 anni, in comunità da un anno e mezzo, ha iniziato a fumare cocaina piccolissimo. "Io mi drogavo per sentirmi più grande e poi perché la droga è buona, ti fa stare bene, tutti i problemi non ci stanno, la testa è vuota, io ho iniziato a drogarmi perché non riuscivo ad affrontarli i problemi. Anche litigare con un amico per me era una cosa ingestibile, non riuscivo ad affrontarlo se non mi facevo sopra una canna, una bevuta, una pippata, per me una litigata era una montagna da scalare, invece se mi facevo tutto era più facile, in discesa, quasi un tuffo in piscina.
La mia prima botta è stata in seconda media, avevo tredici anni, ero stato bocciato in prima, ero preso in giro da ragazzino, ero stufo di essere quel ragazzo, volevo essere qualcuno, così ho iniziato a fumare la cocaina, poi a rubare i primi soldi a casa. In seconda superiore ho lasciato la scuola, anche se dalle medie ci andavo e non ci andavo.
Se non fumavo non stavo bene. Allora mia madre mi ha portato dallo psicologo che le ha detto che mi opprimevano troppo, di lasciarmi respirare. Io mi sono attaccato tantissimo a questa cosa qua, e da quel momento ho fatto come mi pareva". Stefano e Daniele allo stesso modo sono passati dalla cocaina all'eroina perché a un certo punto la cocaina rende la vita insostenibile soprattutto per la mancanza di riposo, non si prende sonno, non si riesce a dormire più. C'è chi si abbotta di sonniferi, tranquillanti e chi fuma l'eroina. Molto semplice. Anche perché molto semplice ed economico è acquistarla, ovunque. Sotto casa, con un sms, basta avere il numero giusto, come farsi recapitare una pizza.
L'ingresso in comunità lo racconta Nicol, 23 anni: "È stato terribile, mia madre mi ha detto o smetti o stai per strada, ma io per strada non volevo starci e sono venuta qua". E Filippo, 23 anni: "Io ero in attesa del processo e l'avvocato mi ha detto ti conviene che vai a San Patrignano perché in alternativa c'è il carcere".
Martina, anche lei in comunità da circa un anno, legge la lettera che le ha scritto la madre, ed è una lettera che ognuno di noi potrebbe scrivere, non c'è nessuna eccezionalità, una lettera piena di affetto per la figlia, da parte di una mamma normale a una figlia normale, che si è trovata a non saper gestire la dipendenza da una sostanza o da più sostanze, che per fortuna non è morta, che per fortuna questa lettera se la porta in tasca e può rispondere se vuole.
Caterina ha 23 anni, e ragiona molto, come tutti del resto in questo film, sul rapporto con la sostanza: "L'eroina per quanto è stata brutta, per quanto è una roba schifosa che ti porta via tutto però m'ha fatto anche vedere che io senza non sapevo sta' al mondo, m'ha fatto vedere degli aspetti di me, del fatto che l'unica cosa che cercavo era sta bene con me stessa che quella sostanza era in grado di darmi anche se non era una cosa mia naturale, mi ha fatto capire quanto sono debole quanto sono fragile, quanto ho bisogno di aggrapparmi alle cose".
Nella sua biografia nessuna predestinazione, come vorrebbero certi giornalisti che raccontano i fatti di droga solo come eventi che ai loro lettori non potrebbero mai accadere, bene, le cose non vanno così, per niente: dice Caterina: "Ero una bambina solare, felice, strana", e possiamo vederla nei filmini delle vacanze della sua infanzia, davvero felice e solare, strana non capiamo cosa significa, ma questo è, come dice lei stessa, quello che si sentiva lei quando si guardava allo specchio. Grassa, brutta, inadeguata.
Caterina è bella, simpatica, intelligente, è chiaro, basta sentirla parlare cinque minuti per capire che quello che non va, che non è andato, non è stata certo lei ma qualcosa che le stava intorno: definire cosa però non è semplice, non basta la sua testimonianza, sicuramente, a farcelo capire. Cosa c'è fuori Mentre è molto utile per capire alcuni meccanismi del consumo: Caterina racconta di come, per esempio, nei momenti di dipendenza più acuta, quelli nei quali ha avuto più bisogno di soldi, fosse molto facile procurarseli attraverso mercati virtuali, dove, per esempio, la fotografia di un paio di piedi venduti a un feticista incontrato online portava un guadagno immediato di cento euro.
Neppure la necessità di rubare, tutto legale, tutto secondo le regole, tutto entro gli schemi del mercato. Anche Stefano racconta di come abbia rubato i cerotti alla morfina a una vicina malata di tumore per poi mangiarseli. E Daniele di come la mancanza di ogni controllo nel cantiere in cui ha lavorato gli abbia permesso di lavorare fatto, guidando un camion senza patente e smaltendo la terra nel fiume, oltre ogni legge.
A volte guardando il film, ascoltando le voci di questi ragazzi e ragazze sembra di assistere alla messa in scena di una striscia dei Peanuts dove tutti sono finiti a farsi: penso ai Peanuts perché del tutto assenti se non come riferimento affettivo ma anche mostruoso, sono le voci degli adulti. La fine, che non voglio raccontare, è un pugno nello stomaco ma anche una domanda aperta che ci interroga su cosa c'è fuori dalla comunità, intorno a noi, cosa c'è quando, dopo anni passati lontano da casa, la casa la ritroviamo. Chi c'è ad aprirci la porta, chi ad abbracciarci, a dirci: "bentornato, bentornata".
di Yari Russo
comunicareilsociale.com, 9 febbraio 2021
Portare la cultura in ogni carcere, affinché possa divenire occasione di rinascita per chi ha avuto una storia complicata. È questa la mission che si propone Gli Ultimi Saranno, collettivo nato nel 2018 dall'intuizione di Raffaele Bruno, attore e regista napoletano. Formato da musicisti, attori ed artisti in genere, il collettivo ha sempre avuto l'ambizione di portare l'arte nei luoghi dove spesso non riesce ad arrivare: dai centri di igiene mentale fino a quelli di recupero per tossicodipendenti. Fra i tanti luoghi vissuti è però il carcere quello in cui, secondo Raffaele Bruno, "la necessità di creare armonia è più urgente, perché le emozioni e i contrasti della natura umana esplodono in modo evidente".
Su questi presupposti comincia il loro impegno nei luoghi di detenzione, con laboratori artistici che possano abbattere ogni barriera fra gli ospiti, gli artisti ed i dipendenti di quelle strutture. "Crediamo nel rito dell'improvvisazione artistica, perché il loro contributo nei nostri spettacoli permette di creare un flusso artistico grazie al quale ci sentiamo parte di una stessa comunità" afferma Bruno.
Nel corso degli anni il collettivo si è allargato, entrando in contatto con numerose realtà, associazioni ed artisti che hanno deciso di mobilitarsi per questa causa, dando vita a numerose iniziative. L'ultima, che si sta sviluppando in questi giorni, si chiama Dona un libro. Il fine ultimo dell'iniziativa, ben riassunto nello slogan Parole luminose dietro le sbarre, è quello di creare un filo fra chi è dentro e chi è fuori le sbarre.
"Di solito fra amici ci si regala cibo o vino, noi abbiamo deciso di donare un libro. Un libro che non sia neutro, ma che contenga una dedica da parte di chi dona" dichiara Bruno "in questo modo i donatori si prendono la responsabilità di scegliere un libro che sia luminoso per la persona che sta al buio. Il momento in cui ci mettiamo davanti alla pagina bianca per scegliere le parole giuste fa davvero riflettere e scendere in profondità."
Come si può constatare sul sito del progetto, numerose sono le librerie che hanno aderito all'iniziativa in tutta Italia, esponendo un cartonato che invita i clienti ad acquistare un "libro sospeso" e donarlo a sostegno di questa iniziativa. Oltre alle librerie vi sono anche una decina di negozi, chiese ed associazioni che si sono rese disponibili come punti di raccolta per le donazioni.
I libri saranno poi conservati dal collettivo Gli Ultimi Saranno e distribuiti nelle carceri durante le loro attività, principalmente in Campania ma anche in Lazio, Piemonte ed altre realtà nelle quali progettano di operare se la situazione epidemiologica lo permetterà.
Il progetto è stato presentato pubblicamente lunedì 1 febbraio, in una diretta Facebook della Libreria Rinascita, con la partecipazione di Federica Palo, Maurizio Capone, Blindur, LUK ed altri artisti che hanno apportato il loro contributo nel corso dell'evento. In quell'occasione il Presidente della Camera Roberto Fico ha voluto inviare un videomessaggio perché, come ricorda Raffaele Bruno "già l'anno scorso si era fatto promotore di questa iniziativa, installando un punto di raccolta a Montecitorio che riscosse grande successo da parte di deputati e dipendenti". Un segno di vicinanza delle istituzioni che il collettivo spera possa avere seguito nella prossima legge di bilancio, per la quale è stato presentato un ordine del giorno dal fondatore Raffaele Bruno, attualmente parlamentare presso la Camera dei deputati. La proposta prevede investimenti per la realizzazione di attività teatrali ed artistiche in tutte le carceri italiane.
di Carlo Mion
La Nuova Venezia, 9 febbraio 2021
È uscito dal carcere di Santa Maria Maggiore come previsto intorno alle 10. Prese le sue cose ha riassaporato la libertà. Con sé il detenuto veneziano di 43 anni ha portato pure il contagio da Covid. Infatti era uno della cinquantina di detenuti rimasti contagiati in questi mesi nel carcere maschile. Nonostante il contagio e la sua richiesta a varie autorità di trovargli un luogo dove trascorrere la quarantena, nessuno ha fatto qualche cosa, tranne il suo legale, l'avvocato Marco Zanchi, che ha cercato di sensibilizzare autorità carcerarie e sanitarie.
L'uomo contagiato, ma asintomatico, cercava un posto fino alla negativizzazione in quanto non può tornare a casa dai genitori. Attualmente ha la residenza dai genitori, entrambi ultra ottantenni. L'abitazione è piccola e quindi difficilmente si può organizzare un isolamento efficace. E il rischio quindi di contagiare i due anziani è molto elevato. Aveva pure chiesto di trovargli un posto, a pochi soldi, in attesa di diventare negativo. Avrebbe pagato lui con i pochi soldi che aveva. Niente. Nessuna risposta a questa sua disponibilità.
Da ieri mattina, lui è uomo libero, si sono perse le tracce del contagiato. Libero anche di contagiare. Una decina di giorni fa altro episodio singolare per un detenuto contagiato del Santa Maria Maggiore. Carcerato che da Venezia doveva essere portato a Brescia perché messo ai domiciliari e questo nonostante fosse acclarata la sua positività al Covid, da diversi giorni. Senza indicazioni contrarie, però, il trasporto era da fare. E quindi, con tutte le precauzioni e i rischi del caso, si è messa in moto la macchina organizzatrice per il trasporto, diventato operativo. A metà strada, poco dopo Verona, il contrordine. Arrivato fuori tempo massimo.
"Riportatelo a Venezia, sarà trasferito ai domiciliari non appena negativo al tampone". L'intreccio burocratico è tra il Tribunale di Rieti e il carcere di Venezia, e a farne le spese sono stati tre operatori di polizia penitenziaria che poi sono stati messi in isolamento fiduciario per essere entrati in contatto con un positivo. Protagonista un detenuto 50enne, di origini straniere. Qualche giorno prima del trasporto, il tribunale di Rieti (competente per i reati commessi dall'uomo) aveva disposto la misura alternativa degli arresti domiciliari per consentirgli di scontare il resto della pena nella sua abitazione di residenza, a Brescia.
L'uomo però era risultato positivo al tampone molecolare, esito di uno degli ultimi screening realizzati all'interno della struttura dopo i numerosi casi di contagio registrati nelle ultime settimane. La sua situazione era stata fatta presente dalla direzione del carcere al tribunale di Rieti. Fatto sta che, senza ulteriori indicazioni, il trasferimento a Brescia era stato confermato. Non senza le preoccupazioni degli operatori penitenziari. Uno dei tre ha percorso più di due ore a contatto con il detenuto nell'ambulanza.
di Elisabetta Zamparutti
Il Riformista, 9 febbraio 2021
Il 27 gennaio scorso, il Presidente dello Zambia Edgar Lungu ha commutato in ergastolo le condanne di 246 detenuti nel braccio della morte: 225 uomini e 21 donne. La conversione delle pene è stata una festa di grazia e giustizia, una festa della giustizia quando è temperata dalla grazia. La cerimonia è avvenuta nella prigione di massima sicurezza di Mukobeko, nella città di Kabwe, ed è stata trasmessa in diretta su Facebook. La commutazione di massa ha aiutato a decongestionare il braccio della morte, la sezione della prigione destinata a 50 persone ma arrivata a contenerne oltre 400. La clemenza - hanno detto le autorità - ha anche lo scopo di proteggere i detenuti dal contagio di Covid-19.
Dal 1964, quando lo Zambia è diventato indipendente, sono state impiccate 53 persone. L'ultima esecuzione è avvenuta nel gennaio 1997, quando l'ex Presidente Frederick Chiluba mandò alla forca otto detenuti nello stesso giorno. Da allora lo Zambia non ha giustiziato nessuno, grazie a una moratoria presidenziale inaugurata da Levy Mwanawasa e confermata dai suoi successori Rupiah Banda, Michael Sata ed Edgar Lungu, che si sono sempre rifiutati di firmare i decreti di esecuzione, commutando centinaia di condanne a morte.
"Le persone non possono essere mandate al macello come fossero polli. Non firmerò alcun ordine di esecuzione. Non voglio essere il capo dei boia", aveva detto il Presidente Mwanawasa, un avvocato cristiano battista di forti sentimenti abolizionisti. Per questo suo modo di pensare, di sentire e di agire, gli abbiamo conferito nel 2004 il Premio "L'abolizionista dell'Anno". Glielo abbiamo consegnato a Lusaka, nel corso di una missione del Senato italiano e di Nessuno tocchi Caino in Zambia, dove siamo ritornati più volte negli anni successivi per sostenere la linea del Governo a favore della moratoria delle esecuzioni in vista dell'abolizione della pena di morte.
Abbiamo visitato anche la prigione di Mukobeko, il carcere di massima sicurezza, un luogo di massima concentrazione di carne umana e di disperazione. Anche allora, nel braccio della morte, erano ammassate centinaia di condannati, anche sei per una cella destinata in origine a ospitare una sola persona.
I detenuti facevano i turni per dormire su due materassi per terra che uniti componevano una specie di letto matrimoniale. Il bagno per la notte era un bugliolo da svuotare alle sette di mattina, alla riapertura delle celle. Il rancio passava una volta al giorno ed era a base di fagioli, riso, polenta o pesce fritto. In queste condizioni, tubercolosi, scabbia e Aids sono malattie che non perdonano. Nel gennaio del 2015, Edgar Lungu ha prestato giuramento come nuovo Presidente dello Zambia. Anche lui ha fatto visita al braccio della morte di Mukobeko quando ospitava centinaia di persone. "È un affronto alla dignità umana, a parte i problemi sanitari e igienici che il sovraffollamento ha creato".
Edgar Longu è andato oltre l'opera di misericordia corporale "visitare i carcerati". Li ha anche liberati, muovendosi nel solco di una generazione di presidenti misericordiosi che, nonostante la pena di morte sia prevista dalle leggi del Paese, si sono sempre rifiutati di praticarla. Il 25 maggio 2015, una giornata altamente simbolica, il Presidente ha graziato e liberato 177 prigionieri.
Ha anche commutato in ergastolo le pene di 54 detenuti condannati a morte, mentre 41 condannati a vita hanno avuto la loro pena ridotta a 25 anni. È stata la prima volta nella storia dello Zambia in cui alcuni detenuti di Mukobeko sono stati graziati in occasione del Giorno della Liberazione Africana. Il 16 luglio dello stesso anno, è andato oltre. Ha svuotato del tutto il braccio della morte, riducendo in ergastolo le condanne a morte di 332 detenuti. Nel maggio del 2018, il Presidente Lungu ha continuato l'opera di sgombero delle prigioni. Alla vigilia dell'Africa Freedom Day, ha graziato 413 detenuti e commutato le condanne di altre 51 persone che erano nel braccio della morte.
Con la commutazione delle pene di questi giorni Edgar Longu ha dato un ulteriore contributo per risolvere il problema cronico del sovraffollamento che affligge il braccio della morte di Mukobeko e tutte le prigioni del Paese, la maggior parte delle quali costruite prima dell'indipendenza dai coloni inglesi che avevano portato nel Paese anche usi e costumi dell'impero britannico. Non solo la guida a sinistra sulle strade, ma anche le punizioni corporali e la forca per le impiccagioni.
Da quando è diventato presidente, fatti i conti, Edgar Lungu ha graziato oltre 730 condannati a morte. Ha perdonato i detenuti per decongestionare le strutture di correzione del Paese. Ha graziato i detenuti perché hanno dimostrato di essere cambiati durante il loro periodo di detenzione e di essere pronti a tornare nella società. Ha invitato la società ad abbracciare i detenuti e a non discriminarli in modo tale da poterli integrare pienamente contribuendo così allo sviluppo del Paese. È la parabola felice di Caino che da radice del male diventa costruttore di città. Una lezione per il nostro Paese che continua, invece, ad affollare le prigioni, a rifiutare e differenziare i detenuti, a marchiarli a fuoco sulla pelle con la scritta indelebile: tu non cambierai mai.
di Michele Marsonet
Il Dubbio, 9 febbraio 2021
Che i social network stiano diventando troppo potenti, e a volte si trasformino in veri e propri arbitri della verità, è in fondo cosa già nota. Se ne parla da tanto tempo, senza che nessuno sia riuscito a frenare la loro invadenza. L'assalto al Campidoglio da parte dei sostenitori di Donald Trump, e il conseguente oscuramento di tutti gli account del tycoon, ora ripropongono il tema in tutta la sua drammaticità. Senza scordare, ovviamente, che lo stesso Trump non dovrebbe lamentarsi troppo. È stato proprio lui, infatti, a inaugurare la discutibile abitudine di affidare ai social - e in primo luogo a Twitter - i messaggi della sua comunicazione politica.
All'inizio l'irruzione dei social fu vista come una benedizione. Si sperava infatti che il loro avvento avrebbe contribuito a diminuire le distanze tra le (cosiddette) élites e il (cosiddetto) popolo, consentendo a ognuno di dire la sua su qualsiasi argomento. Il problema, tuttavia, è molto delicato. Nel secolo scorso Karl Popper, parlando dell'eccessiva violenza presente nei programmi televisivi, invocò una sorta di "censura" volta, per l'appunto, a impedire che la violenza dilagasse. Ci furono subito reazioni sconcertate. Popper è uno dei maggiori rappresentanti del liberalismo contemporaneo, e sentirlo invocare la censura fu una sorta di pugno nello stomaco per molti. La sua risposta non fu affatto soddisfacente. A suo avviso anche la tolleranza ha dei limiti, e questi devono essere fatti valere quando gli intolleranti rischiano di prendere il sopravvento.
Formalmente il ragionamento fila ma, dal punto di vista pratico, occorre pur stabilire chi è incaricato di fissare i confini della tolleranza e, soprattutto, chi deve identificare gli intolleranti. Popper se la cavò sostenendo che occorre dotare giornalisti e operatori della comunicazione di una sorta di "patentino" che consentisse loro di svolgere al meglio i loro compiti. Proposta quanto mai astratta e per nulla efficace. Occorrerebbe, infatti, identificare dei "superesperti" etici in grado di tracciare i confini della tolleranza e di identificare senza problemi gli intolleranti. Il problema si ripropone oggi con la pressoché completa cancellazione di Trump dai social. Persino Roberto Saviano, non certo un simpatizzante del tycoon, ha espresso dubbi pesanti.
Egli non vede per quale motivo debbano essere proprio i colossi del web a cancellare gli account di qualcuno, chiunque egli sia. La realtà, a ben guardare, è che sono i "padroni" dei social a prendere tali decisioni, per esempio Mark Zuckerberg per quanto riguarda Facebook, e questo fatto si configura come un attentato alla libertà di espressione e alla stessa democrazia.
Simili preoccupazioni vengono espresse anche da due delle nazioni europee che fanno parte del "Gruppo di Visegrad", Ungheria e Polonia. Kaczynski, Orban e i loro sostenitori temono, in altre parole, di essere i "prossimi della lista", ben sapendo quanto le loro tesi siano impopolari all'estero, e particolarmente nella UE. Gli ungheresi propongono, per esempio, di varare una legge che consenta di regolamentare con forza le operazioni "interne" delle grandi aziende tecnologiche, cercando di recuperare - almeno in parte - la sovranità nazionale che i colossi del web sembrano mettere in pericolo.
Proposte simili ormai circolano anche nella stessa Unione Europea, e in Paesi che nulla hanno a che fare con il Gruppo di Visegrad. A Bruxelles qualcuno sostiene un approccio coordinato alla materia. Ma, vista la nota lentezza decisionale dell'Unione, Francia e Germania stanno già pensando a regole nazionali in grado di contrastare il succitato strapotere dei grandi social network. Il problema è che, se consentiamo a pochi multimiliardari, tycoon al pari di Trump, di decidere cosa è lecito pubblicare e cosa no, chi ha il diritto di parlare e chi no, quale futuro ci attende? Un futuro controllato dal "Grande Fratello", ovviamente, e in molti casi abbiamo già la sensazione che sia proprio così. Ed è pure importante rilevare che non occorre difendere Donald Trump per capire che, oggi, la libertà di espressione corre pericoli sempre maggiori. Anche perché Facebook. Twitter e Google sono aziende private, mentre in questi casi dovrebbe essere un'autorità pubblica a svolgere un effettivo ruolo di controllo.
di Grazia Longo
La Stampa, 9 febbraio 2021
La sofferenza di chi, come Camilla, viene derisa, umiliata e bullizzata perché porta un busto ortopedico. Il dolore di Emma che viene esposta al mondo perché ha avuto l'ingenuità di inviare alcuni video hot al fidanzato. La frustrazione di Mirco che, seppur pentito, deve affrontare un processo perché ha violato l'intimità di Camilla diffondendo i suoi video amatoriali hard.
Sono solo alcune delle storie vere raccontate nel libro "#cuoriconnessi. Cyberbullismo, bullismo e storie di vite online. Tu da che parte stai?" una nuova raccolta di scampoli di vita che seppur diversi per dinamiche, culture e territori, sono uniti da un comune denominatore: il rapporto dei giovani con la tecnologia e la rete.
E oggi, a partire dalle 10, se ne parlerà nell'iniziativa promossa dalla Polizia di Stato e Unieuro. Si tratta di una diretta streaming sul sito poliziadistato.it, cuoriconnessi.it ed anche sul canale ufficiale YouTube della Polizia di Stato, per #cuoriconnessi, un grande evento digitale in occasione del Safer Internet Day, giornata mondiale per la sicurezza in rete.
Parteciperanno alla diretta più di 3 mila scuole di tutta Italia e oltre 200 mila studenti: l'incontro è dedicato ai ragazzi del terzo anno delle scuole secondarie di primo grado e agli studenti della 1° e 2° classe delle scuole secondarie di secondo grado. La partecipazione sarà consentita attraverso una piattaforma dedicata.
All'evento, moderato dal giornalista Luca Pagliari, interverranno il Capo della Polizia-direttore generale della Pubblica Sicurezza Franco Gabrielli, il Capo Dipartimento per le Risorse umane, finanziarie e strumentali del Miur Giovanna Boda, l'Amministratore Delegato di Unieuro Giancarlo Nicosanti e il Direttore del Servizio Polizia Postale e delle comunicazioni Nunzia Ciardi.
#cuoriconnessi è un'iniziativa di sensibilizzazione sui temi del bullismo e del cyberbullismo, nata nel 2016 e realizzata da Unieuro in collaborazione con la Polizia. Le attività di #cuoriconnessi sono rivolte alle scuole italiane secondarie di primo e secondo grado e da sempre coinvolgono gli studenti con l'aiuto di insegnanti e genitori.
Il progetto è veicolato attraverso incontri con i ragazzi presso i teatri di tutta Italia, un canale YouTube dedicato, un sito web informativo, un libro in versione cartacea e digitale con racconti di storie vere vissute dai ragazzi e dalle loro famiglie. Il progetto ha raggiunto oltre 30 mila ragazzi nei teatri e nel 2020 il primo libro è stato distribuito gratuitamente in 200 mila copie cartacee e oltre 70 mila copie digitali.
I reati online contro i minori nell'ultimo anno sono aumentati in modo esponenziale. Complice il lockdown dovuto all'emergenza Covid e l'isolamento forzato dei ragazzi, lontani anche dalla scuola. Ecco quindi nel 2020 una crescita del 77%, rispetto al 2019, di casi trattati di vittimizzazione dei minori per reati quali la pedopornografia, l'adescamento, il cyberbullismo, la sextortion, le truffe online, furto di identità digitale, (2379 casi trattati nel 2019 contro i 4208 trattati nel 2020).
E in particolare si registra un incremento del 132% dei casi di pedopornografia online (intesa come la produzione, la diffusione, la detenzione e la commercializzazione di immagini di violenza sessuale su minori, condivise su spazi web, anche anonimizzati), e la crescita del 90% in relazione alle persone indagate (i casi trattati nel 2019 sono 1396, mentre quelli trattati nel 2020 sono 3243; le persone indagate nel 2019 sono 663 mentre nel 2020 sono 1261).
Si alza anche il numero delle giovani vittime di adescamento online nella fascia di età sotto i 10 anni: nel 2018 i casi denunciato erano stati 14 casi denunciati, 26 casi nel 2019 e ben 41 nel 2020.
Non a caso, anche un fenomeno come quello della sextortion "l'estorsione sessuale conseguente ad uno scambio di immagini sessualmente esplicite", che sino a pochi anni fa riguardava principalmente adulti o comunque minori che frequentassero le scuole superiori (quindi oltre i quattordici anni), ha fatto registrare un deciso abbassamento in relazione alla fascia di età delle vittime: 14 casi nella fascia d'età 0-13 anni (a fronte dei 2 del 2019); ulteriore elemento di riflessione deve essere il fatto che di questi 14 casi 4 riguardano minori nella fascia d'età 0-9 anni, categoria il cui numero di vittime fino allo scorso anno era pari a zero.
Sui rischi che si corrono nel web incominciano a maturare consapevolezza anche i ragazzini. Da un sondaggio emerge infatti che il 55% degli adolescenti è favorevole a un patentino per l'uso sicuro dei social e della Rete. La ricerca è stata condotta per la Polizia di Stato da Generazioni Connesse - il Safer Internet Center Italiano, coordinato dal ministero dell'Istruzione - curata da Skuola.net, Università degli Studi di Firenze e Sapienza Università di Roma. Fra i 2.475 adolescenti delle scuole secondarie che hanno risposto al questionario circa 1 su 4 ritiene, inoltre, che la patente per il web dovrebbe essere persino obbligatoria, al pari di quella per guidare l'automobile o il motorino. Un'esigenza ancora più sentita nella fascia 11-13 anni, dove quasi 1 su 3 a schierarsi in favore di questa soluzione. Sottolineando come una porzione non trascurabile di nativi digitali è consapevole della necessità di formarsi adeguatamente prima di entrare in Rete in sicurezza.
Inoltre per il 40,5% la quota d'ingresso ai social media dovrebbe essere fissata a 14 anni, il 14,5% aspetterebbe anche fino ai 16 anni.
La direttrice del Dipartimento di Polizia postale del Piemonte e della Valle D'Aosta, Fabiola Silvestri, ribadisce "l'importanza del ruolo dei genitori che devono puntare molto al dialogo con i propri figli. I minori, peraltro, vanno monitorai: i genitori devono diventare i primi follower dei ragazzi per sondare le insidie della Rete. Il lockdown purtroppo ha peggiorato molto la situazione e non si deve assolutamente abbassare la guardia. Oltre che agli uffici della polizia territoriali, ci si può rivolgere online a www.commissariatodips.ti".











